da Ragionpolitica.it del 14 dicembre 2010
Il berlusconicidio è fallito. Silvio vince, resta in sella, ottiene una fiducia alla Camera che solo quindici giorni fa sembrava impossibile conquistare, almeno a sentire giornali, tv e opposizioni varie. Lo davano ancora una volta per morto, e ancora una volta devono prendere atto che il Cavaliere è come i gatti: ha sette vite, e proprio quando lo si dà per perso rieccolo fare nuovamente capolino in piena salute. E' la conferma che dopo sedici anni la maggior parte del ceto politico e intellettuale, della grande stampa e degli opinion makers, non ha ancora compreso l'uomo Berlusconi, la forza della sua leadership, la robustezza di ciò a cui egli ha dato politicamente vita dal 1994, con il consenso maggioritario del popolo italiano.
Ancora ieri bastava ascoltare i tg e i programmi di approfondimento per sentire gli esponenti della galassia antiberlusconiana annunciare l'imminente Caporetto del presidente del Consiglio, la sua disfatta finale, l'archiviazione di un ciclo, la fine di un'epoca, il tramonto di un progetto politico, la rovinosa caduta da cavallo di un condottiero stanco e non più in grado di guidare il suo esercito prossimo all'umiliazione.
Invece Silvio è ancora in piedi. E il valore simbolico della votazione alla Camera va ben oltre il valore numerico. Oggi vincere o perdere a Montecitorio, anche se solo per un voto o per un pugno di voti, non era la stessa cosa. Perché in ballo non c'era solamente la sopravvivenza di un governo, ma anche e soprattutto il significato di simbolo che era stato attribuito a questa giornata. Di mezzo, cioè, c'era l'aria da nuovo 25 aprile iniettata in dosi industriali dall'esercito antiberlusconiano al gran completo, a partire dal Pd e dall'Idv per arrivare a Fini, passando per le truppe di complemento giornalistiche, La Repubblica, Il Fatto, L'Unità e simili. Tutti insieme hanno creato un clima torrido da liberazione dal tiranno, certi che questo sarebbe stato il gran giorno, la volta buona, la data da segnare in rosso sul calendario e da tramandare ai posteri, il momento catartico, l'istante in cui il sogno si materializza e diventa realtà.
Tutto questo non si è avverato, e chi ha seminato vento ora raccoglierà tempesta. Perché il pallino del gioco è tornato saldo nelle mani di Berlusconi. Perché la sua figura ne esce rafforzata. Perché la sua leadership sul centrodestra si è rivelata a prova di bomba, cioè a prova di giochi di Palazzo, tradimenti e congiure varie. Come diceva Machiavelli, citato ieri sul Corriere della Sera da Pierluigi Battista, «per esperienzia si vede molte essere state le coniure, e poche aver avuto buon fine», con conseguenze disastrose per i «coniurati». «Se le controffensive non riescono - ha chiosato Battista in riferimento alla mozione di sfiducia promossa da Futuro e Libertà - gli effetti sono disastrosi per chi ha attaccato con troppa e velleitaria frettolosità. La sfiducia a Berlusconi voleva dire infliggere il colpo definitivo al premier. Ma se quel colpo va a vuoto, il contraccolpo sarebbe violentissimo per chi fallisce l'obiettivo».
E' Gianfranco Fini, dunque, il vero sconfitto del voto alla Camera. E' lui che ha perso la partita della vita. E' lui che ha puntato tutto sulla sfiducia al presidente del Consiglio. E' lui che ha dimostrato una totale mancanza di saggezza e lungimiranza politica con la sua strategia antiberlusconiana messa in campo da un anno e mezzo a questa parte. E' lui che ha flirtato con i nemici storici del Cavaliere per tentare di mettere insieme i numeri per farlo cadere. E' lui che più di tutti ne ha chiesto le dimissioni in questi ultimi mesi. Ed è lui, quindi, che paga e pagherà il prezzo più salato di questa sconfitta che fa finalmente piazza pulita di tutto il fango gettato addosso a Berlusconi dai pasdaran di Futuro e Libertà. Il fango passa, il governo resta. Silvio vince, Gianfranco perde. Vince l'interesse nazionale, perdono i personalismi senza costrutto.
Gianteo Bordero
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martedì 14 dicembre 2010
martedì 7 dicembre 2010
IL SENSO DI RESPONSABILITÀ E I SUOI NEMICI
da Ragionpolitica.it del 7 dicembre 2010
I giochetti di Palazzo e le alchimie da Prima Repubblica dovrebbero lasciare spazio, nell'attuale frangente, al senso di responsabilità di fronte ai rischi di attacco al nostro Paese da parte della speculazione finanziaria internazionale. Come ha ricordato qualche giorno fa il presidente del Consiglio, la solidità politica dell'esecutivo è la conditio sine qua non per rimanere al riparo da manovre simili a quelle che hanno colpito altri Stati del Vecchio Continente nei mesi scorsi.
Come ormai unanimemente riconosciuto nelle più prestigiose sedi europee e mondiali, il governo Berlusconi ha avuto il merito, con la politica di rigore portata avanti in questi due anni dal ministro Giulio Tremonti, di tenere i conti in ordine e di impostare una coraggiosa linea d'intervento volta alla riduzione dei costi dell'apparato statale, all'eliminazione degli sprechi e al contenimento del deficit. Quest'azione del ministro dell'Economia è stata possibile proprio perché essa si inseriva nel quadro di un esecutivo forte, capace di resistere al canto delle sirene della spesa pubblica, di non lasciarsi ammaliare dal mito del deficit spending come strumento per mantenere il consenso sociale.
E' stata, questa, una politica di alto profilo e di grande responsabilità, che gli italiani hanno mostrato di apprezzare, consapevoli dei rischi a cui il Paese sarebbe andato incontro qualora fosse stata messa in campo una strategia diversa quando non opposta. Del resto, sin dalla campagna elettorale del 2008 il Popolo della Libertà aveva detto chiaro e tondo che sarebbe arrivata la crisi e, con essa, anni difficili e di vacche magre, mentre il Partito Democratico si esercitava a proporre ai cittadini un libro dei sogni che, per essere attuato, avrebbe comportato un aumento sconsiderato della spesa pubblica, con tutte le esiziali conseguenze del caso. Votando il centrodestra e il governo Berlusconi, gli elettori hanno detto sì alla sua politica economica, dimostrandosi per l'ennesima volta più realisti e più maturi di tanti loro rappresentanti ancora legati ai bei tempi andati della lira e delle cosiddette «svalutazioni competitive».
Dunque, se l'Italia non ha fatto la fine della Grecia e non è stata inghiottita dalla speculazione finanziaria, ciò è dovuto al combinato disposto di stabilità politica e stabilità economica garantita dall'esecutivo Berlusconi in questi due anni. Questo elemento dovrebbe esser tenuto bene a mente da tutti coloro che, da un po' di mesi a questa parte, giocano una partita allo sfascio della maggioranza parlamentare soltanto nominalmente in ragione di un'altra politica (quale?) e di un altro programma di governo (quale?), mentre di fatto operano solo sulla base di personali ambizioni di potere. Ambizioni che, per quanto legittime, dovrebbero cedere il passo al senso di responsabilità nazionale, quella vera e non quella declamata al sol fine di ipotizzare scenari ambigui e confusi, la cui unica ragion d'essere è la volontà di escludere dalla scena colui che è stato liberamente scelto dai cittadini per guidare il Paese.
Oggi, a una settimana dal decisivo voto di fiducia alle Camere del 14 dicembre, dev'essere chiaro che una eventuale interruzione del cammino del governo Berlusconi, che ha fin qui operato molto bene nel difficile contesto dato, non potrà non essere intestata a coloro che hanno preferito anteporre all'interesse generale dell'Italia (come detto, la stabilità politica ed economica) il proprio particulare. A coloro che hanno rimesso in pista i peggiori tatticismi del passato e i peggiori rituali della vecchia partitocrazia, con l'unico scopo di abbattere un solo uomo e indebolire la sua leadership nella quale la maggioranza dei cittadini si è riconosciuta nel 2008 e nelle successive elezioni europee ed amministrative del 2009 e 2010. Invocare un governo sostenuto anche da Pdl e Lega e magari guidato da uno degli uomini più vicini al Cavaliere («TTB, Tutti Tranne Berlusconi», come ha scritto Il Foglio di Giuliano Ferrara commentando la posizione dei terzopolisti) è la conferma che nella testa dei centristi il primato non spetta alla tenuta del Sistema-Paese, ma soltanto alla mai sopita ed immarcescibile ossessione antiberlusconiana.
Gianteo Bordero
I giochetti di Palazzo e le alchimie da Prima Repubblica dovrebbero lasciare spazio, nell'attuale frangente, al senso di responsabilità di fronte ai rischi di attacco al nostro Paese da parte della speculazione finanziaria internazionale. Come ha ricordato qualche giorno fa il presidente del Consiglio, la solidità politica dell'esecutivo è la conditio sine qua non per rimanere al riparo da manovre simili a quelle che hanno colpito altri Stati del Vecchio Continente nei mesi scorsi.
Come ormai unanimemente riconosciuto nelle più prestigiose sedi europee e mondiali, il governo Berlusconi ha avuto il merito, con la politica di rigore portata avanti in questi due anni dal ministro Giulio Tremonti, di tenere i conti in ordine e di impostare una coraggiosa linea d'intervento volta alla riduzione dei costi dell'apparato statale, all'eliminazione degli sprechi e al contenimento del deficit. Quest'azione del ministro dell'Economia è stata possibile proprio perché essa si inseriva nel quadro di un esecutivo forte, capace di resistere al canto delle sirene della spesa pubblica, di non lasciarsi ammaliare dal mito del deficit spending come strumento per mantenere il consenso sociale.
E' stata, questa, una politica di alto profilo e di grande responsabilità, che gli italiani hanno mostrato di apprezzare, consapevoli dei rischi a cui il Paese sarebbe andato incontro qualora fosse stata messa in campo una strategia diversa quando non opposta. Del resto, sin dalla campagna elettorale del 2008 il Popolo della Libertà aveva detto chiaro e tondo che sarebbe arrivata la crisi e, con essa, anni difficili e di vacche magre, mentre il Partito Democratico si esercitava a proporre ai cittadini un libro dei sogni che, per essere attuato, avrebbe comportato un aumento sconsiderato della spesa pubblica, con tutte le esiziali conseguenze del caso. Votando il centrodestra e il governo Berlusconi, gli elettori hanno detto sì alla sua politica economica, dimostrandosi per l'ennesima volta più realisti e più maturi di tanti loro rappresentanti ancora legati ai bei tempi andati della lira e delle cosiddette «svalutazioni competitive».
Dunque, se l'Italia non ha fatto la fine della Grecia e non è stata inghiottita dalla speculazione finanziaria, ciò è dovuto al combinato disposto di stabilità politica e stabilità economica garantita dall'esecutivo Berlusconi in questi due anni. Questo elemento dovrebbe esser tenuto bene a mente da tutti coloro che, da un po' di mesi a questa parte, giocano una partita allo sfascio della maggioranza parlamentare soltanto nominalmente in ragione di un'altra politica (quale?) e di un altro programma di governo (quale?), mentre di fatto operano solo sulla base di personali ambizioni di potere. Ambizioni che, per quanto legittime, dovrebbero cedere il passo al senso di responsabilità nazionale, quella vera e non quella declamata al sol fine di ipotizzare scenari ambigui e confusi, la cui unica ragion d'essere è la volontà di escludere dalla scena colui che è stato liberamente scelto dai cittadini per guidare il Paese.
Oggi, a una settimana dal decisivo voto di fiducia alle Camere del 14 dicembre, dev'essere chiaro che una eventuale interruzione del cammino del governo Berlusconi, che ha fin qui operato molto bene nel difficile contesto dato, non potrà non essere intestata a coloro che hanno preferito anteporre all'interesse generale dell'Italia (come detto, la stabilità politica ed economica) il proprio particulare. A coloro che hanno rimesso in pista i peggiori tatticismi del passato e i peggiori rituali della vecchia partitocrazia, con l'unico scopo di abbattere un solo uomo e indebolire la sua leadership nella quale la maggioranza dei cittadini si è riconosciuta nel 2008 e nelle successive elezioni europee ed amministrative del 2009 e 2010. Invocare un governo sostenuto anche da Pdl e Lega e magari guidato da uno degli uomini più vicini al Cavaliere («TTB, Tutti Tranne Berlusconi», come ha scritto Il Foglio di Giuliano Ferrara commentando la posizione dei terzopolisti) è la conferma che nella testa dei centristi il primato non spetta alla tenuta del Sistema-Paese, ma soltanto alla mai sopita ed immarcescibile ossessione antiberlusconiana.
Gianteo Bordero
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giovedì 18 novembre 2010
COSÌ VINCE L’ANTIMAFIA DEI FATTI
da Ragionpolitica.it del 18 novembre 2010
Una grande vittoria dello Stato, delle forze di Polizia, del ministero dell'Interno, del governo Berlusconi. La cattura di Antonio Iovine, uno dei capi storici del clan dei Casalesi, «delfino» del boss Francesco Schiavone, rappresenta l'ennesimo duro colpo inferto alla criminalità organizzata negli ultimi due anni. E' l'arresto che accorcia ulteriormente la lista dei latitanti più pericolosi: ventiquattro mesi fa si era partiti da trenta, oggi ne mancano soltanto due: Matteo Messina Denaro e Michele Zagaria. Un risultato straordinario, che ormai senza ombra di dubbio fa dell'ultimo biennio quello più efficace e più fruttuoso nella lotta alle cosche, ai clan, alle 'ndrine. I numeri parlano da soli: 6.754 mafiosi arrestati, di cui 410 latitanti; più di 660 operazioni di polizia giudiziaria; 29.700 beni sequestrati per un valore di quasi 15 miliardi di euro; 5.900 beni confiscati, pari a 3 miliardi di euro. Un'azione capillare e mai prima d'ora così incisiva. Un coordinamento straordinario tra le varie istituzioni coinvolte.
Lo Stato, insomma, è tornato a fare lo Stato. Ha fatto sentire la sua presenza nei territori infestati dalla criminalità organizzata. Ha inviato l'esercito nei luoghi simbolo della malavita per non far sentire i cittadini abbandonati a se stessi, per non lasciare che la paura continuasse a inghiottire intere comunità, per non perpetuare la drammatica realtà di pezzi d'Italia controllati totalmente dalle cosche. Ha dato un segnale chiaro e inequivocabile anche col rafforzamento del carcere duro per i boss, col Piano straordinario antimafia varato dal governo e approvato pochi mesi fa dal parlamento (contenente misure quali la creazione dell'Agenzia per la gestione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, il Codice delle leggi antimafia, l'introduzione di nuovi strumenti di aggressione ai patrimoni mafiosi e all'ecomafia), con la firma del Protocollo per la lotta alla criminalità organizzata assieme a Confindustria. Tanti provvedimenti che vanno in un'unica direzione: contrastare la malavita in ogni modo possibile e in tutti i settori nei quali essa ha infiltrazioni. E' una battaglia dura, durissima, contro un nemico con cento facce e mille diramazioni. Ma decisivo è appunto mostrare e dimostrare che lo Stato c'è, che le istituzioni ci sono, che la volontà di sradicare le mafie si concretizza in atti concreti.
Questa, come è stato detto, è l'antimafia dei fatti e non l'antimafia delle chiacchiere. L'antimafia che combatte ogni giorno la criminalità sul campo e non nei salotti. L'antimafia di tanti eroi ignoti e silenziosi, dei servitori fedeli dello Stato, dei valorosi uomini delle squadre «catturandi», e non di coloro che affollano le tribune mediatiche in cerca di gloria personale. E' l'antimafia di cui c'è bisogno, non quella che ha bisogno della ribalta perché così fa più chic. E' l'antimafia che unisce gli italiani, non quella che li divide sulla base di rozzi stereotipi ideologici, per cui se sei di centrodestra non hai diritto alla patente di perfetto antimafioso, mentre se sei di sinistra sei per ciò stesso un paladino della lotta ai clan. E' l'antimafia che vogliamo, non quella che tentano di imporci certi giornali e tv come strumento di lotta politica. A proposito, tra i principali quotidiani oggi in edicola l'unico che s'è scordato - diciamo così - di dare ampio risalto in prima pagina all'arresto di Iovine è stata l'Unità. Chissà perché...
Gianteo Bordero
Una grande vittoria dello Stato, delle forze di Polizia, del ministero dell'Interno, del governo Berlusconi. La cattura di Antonio Iovine, uno dei capi storici del clan dei Casalesi, «delfino» del boss Francesco Schiavone, rappresenta l'ennesimo duro colpo inferto alla criminalità organizzata negli ultimi due anni. E' l'arresto che accorcia ulteriormente la lista dei latitanti più pericolosi: ventiquattro mesi fa si era partiti da trenta, oggi ne mancano soltanto due: Matteo Messina Denaro e Michele Zagaria. Un risultato straordinario, che ormai senza ombra di dubbio fa dell'ultimo biennio quello più efficace e più fruttuoso nella lotta alle cosche, ai clan, alle 'ndrine. I numeri parlano da soli: 6.754 mafiosi arrestati, di cui 410 latitanti; più di 660 operazioni di polizia giudiziaria; 29.700 beni sequestrati per un valore di quasi 15 miliardi di euro; 5.900 beni confiscati, pari a 3 miliardi di euro. Un'azione capillare e mai prima d'ora così incisiva. Un coordinamento straordinario tra le varie istituzioni coinvolte.
Lo Stato, insomma, è tornato a fare lo Stato. Ha fatto sentire la sua presenza nei territori infestati dalla criminalità organizzata. Ha inviato l'esercito nei luoghi simbolo della malavita per non far sentire i cittadini abbandonati a se stessi, per non lasciare che la paura continuasse a inghiottire intere comunità, per non perpetuare la drammatica realtà di pezzi d'Italia controllati totalmente dalle cosche. Ha dato un segnale chiaro e inequivocabile anche col rafforzamento del carcere duro per i boss, col Piano straordinario antimafia varato dal governo e approvato pochi mesi fa dal parlamento (contenente misure quali la creazione dell'Agenzia per la gestione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, il Codice delle leggi antimafia, l'introduzione di nuovi strumenti di aggressione ai patrimoni mafiosi e all'ecomafia), con la firma del Protocollo per la lotta alla criminalità organizzata assieme a Confindustria. Tanti provvedimenti che vanno in un'unica direzione: contrastare la malavita in ogni modo possibile e in tutti i settori nei quali essa ha infiltrazioni. E' una battaglia dura, durissima, contro un nemico con cento facce e mille diramazioni. Ma decisivo è appunto mostrare e dimostrare che lo Stato c'è, che le istituzioni ci sono, che la volontà di sradicare le mafie si concretizza in atti concreti.
Questa, come è stato detto, è l'antimafia dei fatti e non l'antimafia delle chiacchiere. L'antimafia che combatte ogni giorno la criminalità sul campo e non nei salotti. L'antimafia di tanti eroi ignoti e silenziosi, dei servitori fedeli dello Stato, dei valorosi uomini delle squadre «catturandi», e non di coloro che affollano le tribune mediatiche in cerca di gloria personale. E' l'antimafia di cui c'è bisogno, non quella che ha bisogno della ribalta perché così fa più chic. E' l'antimafia che unisce gli italiani, non quella che li divide sulla base di rozzi stereotipi ideologici, per cui se sei di centrodestra non hai diritto alla patente di perfetto antimafioso, mentre se sei di sinistra sei per ciò stesso un paladino della lotta ai clan. E' l'antimafia che vogliamo, non quella che tentano di imporci certi giornali e tv come strumento di lotta politica. A proposito, tra i principali quotidiani oggi in edicola l'unico che s'è scordato - diciamo così - di dare ampio risalto in prima pagina all'arresto di Iovine è stata l'Unità. Chissà perché...
Gianteo Bordero
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venerdì 12 novembre 2010
QUANDO FINI ERA CONTRO I RIBALTONI
da Ragionpolitica.it del 12 novembre 2010
«In Costituzione la norma antiribaltone». «Se il governo perde la maggioranza si va alle urne». Firmato Gianfranco Fini. Peccato soltanto che si tratti di dichiarazioni risalenti all'anno di grazia 2005. Quattordicesima legislatura. Terzo governo Berlusconi. Maggioranza di centrodestra formato Casa delle Libertà: Forza Italia, An, Lega e Udc. Intervistato dal Gazzettino di Venezia, l'allora vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri analizza la situazione politica, che vede all'ordine del giorno le dimissioni di Marco Follini da segretario dell'Udc e le conseguenti voci su un possibile passaggio di quest'ultimo al centrosinistra. Domanda dell'intervistatore, Giorgio Gasco, a Fini: «Lei ha appena detto che c'è in giro qualcuno che ha governato per quattro anni e ora si chiama fuori, all'ultimo giro. Insomma, i voltagabbana. Pensava a Follini?». Risposta: «Pensavo a quelli che, eletti col centrodestra, poi si sono collocati nel centrosinistra, magari attraverso quel grande riciclatore, quella lavanderia della politica, che è Mastella dell'Udeur». A futura memoria. Passando poi all'esame del più importante provvedimento in votazione alle Camere in quella fase, e cioè la riforma costituzionale che sarebbe poi stata bocciata dal referendum dell'anno successivo, affermava l'allora presidente di An: «La revisione (della Costituzione, ndr) conterrà la norma antiribaltone, così che se il governo perde la maggioranza si va alle urne, evitando di replicare le storture di Prodi e D'Alema».
Chissà se oggi l'onorevole Fini condivide ancora queste parole da lui stesso pronunciate. Sono infatti tali e tante le giravolte di idee e di posizioni politiche a cui egli ci ha abituati da un po' di tempo a questa parte (immigrazione, temi etici, Costituzione, ecc...), che è lecito nutrire qualche dubbio anche in merito al tema in oggetto. Chi ha avuto occasione di seguire il dibattito tra il presidente della Camera e Massimo D'Alema organizzato qualche tempo fa ad Asolo dalle fondazioni FareFuturo e Italianieuropei se ne sarà reso conto: il feeling tra i due andava ben oltre la personale stima reciproca, che entrambi non hanno mai nascosto. Si trattava invece di una liaison politica a tutti gli effetti. Per quanto riguarda D'Alema, non c'è da stupirsi: stiamo parlando del maggior teorico - e pratico - del ribaltone che vi sia in circolazione, avendo egli già organizzato quello del post Berlusconi nel 1994, che portò alla nascita del governo Dini, e avendo realizzato quello del 1998 con il quale cacciò da Palazzo Chigi il suo compagno di schieramento Romano Prodi e si insediò personalmente alla guida dell'esecutivo. Quello che oggi lascia perplessi - per usare un eufemismo - non è dunque la tendenza dalemiana a reiterare i tentativi del passato con manovre finalizzate a trasformare gli sconfitti dalle urne in vincitori con giochi di Palazzo, quanto la china intrapresa da Fini in merito alla nascita di governi non legittimati dal voto popolare.
Ce lo ricordiamo tutti il segretario del Msi tuonare contro la Prima Repubblica, contro il consociativismo e contro la partitocrazia. Ce lo ricordiamo tutti il presidente di An strenuo difensore del bipolarismo e del rispetto della volontà popolare contro ogni ritorno al passato. E più vivi sono questi ricordi, più stride con la memoria l'immagine che oggi Fini fornisce di sé con le sue scelte, con quel suo tatticismo esasperato, con quel riportare in auge le peggiori liturgie politiche del tempo che fu, i riti fumosi di un'epoca che gli italiani non rimpiangono. Tant'è vero che, come ha sottolineato di recente il direttore responsabile de Il Giornale, Alessandro Sallusti, il Fini in versione Alleanza Nazionale, alleato di Berlusconi, era riuscito a portare il suo partito al 15% dei consensi, mentre oggi il Fini nella versione antiberlusconiana di Futuro e Libertà non ne raccoglie - sondaggi alla mano - neppure la metà nella migliore delle ipotesi, e ancora meno ne raccoglierebbe se decidesse di lanciarsi in spericolate alleanze con coloro che egli ha sempre combattuto e contrastato.
Insomma, il «nuovo Fini», come già ci è capitato di osservare, potrà pure piacere un sacco all'intellighenzia politicamente corretta, ai maitre-a-penser della sinistra radical chic, ai benpensanti che leggono Repubblica e ai giustizialisti che leggono Il Fatto, agli antiberlusconiani in servizio permanente effettivo. Ma il rischio più che concreto - per lui - è che a non seguirlo siano proprio molti dei suoi estimatori di un tempo, quel popolo della destra che vedeva in Fini una bandiera della coerenza, della fedeltà ai patti e alle alleanze, della chiarezza politica, dei valori tradizionali, e che oggi non si riconosce più in un politico che sembra rinnegare, gettandolo a mare, tutto ciò che egli ha costruito negli ultimi vent'anni.
Gianteo Bordero
«In Costituzione la norma antiribaltone». «Se il governo perde la maggioranza si va alle urne». Firmato Gianfranco Fini. Peccato soltanto che si tratti di dichiarazioni risalenti all'anno di grazia 2005. Quattordicesima legislatura. Terzo governo Berlusconi. Maggioranza di centrodestra formato Casa delle Libertà: Forza Italia, An, Lega e Udc. Intervistato dal Gazzettino di Venezia, l'allora vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri analizza la situazione politica, che vede all'ordine del giorno le dimissioni di Marco Follini da segretario dell'Udc e le conseguenti voci su un possibile passaggio di quest'ultimo al centrosinistra. Domanda dell'intervistatore, Giorgio Gasco, a Fini: «Lei ha appena detto che c'è in giro qualcuno che ha governato per quattro anni e ora si chiama fuori, all'ultimo giro. Insomma, i voltagabbana. Pensava a Follini?». Risposta: «Pensavo a quelli che, eletti col centrodestra, poi si sono collocati nel centrosinistra, magari attraverso quel grande riciclatore, quella lavanderia della politica, che è Mastella dell'Udeur». A futura memoria. Passando poi all'esame del più importante provvedimento in votazione alle Camere in quella fase, e cioè la riforma costituzionale che sarebbe poi stata bocciata dal referendum dell'anno successivo, affermava l'allora presidente di An: «La revisione (della Costituzione, ndr) conterrà la norma antiribaltone, così che se il governo perde la maggioranza si va alle urne, evitando di replicare le storture di Prodi e D'Alema».
Chissà se oggi l'onorevole Fini condivide ancora queste parole da lui stesso pronunciate. Sono infatti tali e tante le giravolte di idee e di posizioni politiche a cui egli ci ha abituati da un po' di tempo a questa parte (immigrazione, temi etici, Costituzione, ecc...), che è lecito nutrire qualche dubbio anche in merito al tema in oggetto. Chi ha avuto occasione di seguire il dibattito tra il presidente della Camera e Massimo D'Alema organizzato qualche tempo fa ad Asolo dalle fondazioni FareFuturo e Italianieuropei se ne sarà reso conto: il feeling tra i due andava ben oltre la personale stima reciproca, che entrambi non hanno mai nascosto. Si trattava invece di una liaison politica a tutti gli effetti. Per quanto riguarda D'Alema, non c'è da stupirsi: stiamo parlando del maggior teorico - e pratico - del ribaltone che vi sia in circolazione, avendo egli già organizzato quello del post Berlusconi nel 1994, che portò alla nascita del governo Dini, e avendo realizzato quello del 1998 con il quale cacciò da Palazzo Chigi il suo compagno di schieramento Romano Prodi e si insediò personalmente alla guida dell'esecutivo. Quello che oggi lascia perplessi - per usare un eufemismo - non è dunque la tendenza dalemiana a reiterare i tentativi del passato con manovre finalizzate a trasformare gli sconfitti dalle urne in vincitori con giochi di Palazzo, quanto la china intrapresa da Fini in merito alla nascita di governi non legittimati dal voto popolare.
Ce lo ricordiamo tutti il segretario del Msi tuonare contro la Prima Repubblica, contro il consociativismo e contro la partitocrazia. Ce lo ricordiamo tutti il presidente di An strenuo difensore del bipolarismo e del rispetto della volontà popolare contro ogni ritorno al passato. E più vivi sono questi ricordi, più stride con la memoria l'immagine che oggi Fini fornisce di sé con le sue scelte, con quel suo tatticismo esasperato, con quel riportare in auge le peggiori liturgie politiche del tempo che fu, i riti fumosi di un'epoca che gli italiani non rimpiangono. Tant'è vero che, come ha sottolineato di recente il direttore responsabile de Il Giornale, Alessandro Sallusti, il Fini in versione Alleanza Nazionale, alleato di Berlusconi, era riuscito a portare il suo partito al 15% dei consensi, mentre oggi il Fini nella versione antiberlusconiana di Futuro e Libertà non ne raccoglie - sondaggi alla mano - neppure la metà nella migliore delle ipotesi, e ancora meno ne raccoglierebbe se decidesse di lanciarsi in spericolate alleanze con coloro che egli ha sempre combattuto e contrastato.
Insomma, il «nuovo Fini», come già ci è capitato di osservare, potrà pure piacere un sacco all'intellighenzia politicamente corretta, ai maitre-a-penser della sinistra radical chic, ai benpensanti che leggono Repubblica e ai giustizialisti che leggono Il Fatto, agli antiberlusconiani in servizio permanente effettivo. Ma il rischio più che concreto - per lui - è che a non seguirlo siano proprio molti dei suoi estimatori di un tempo, quel popolo della destra che vedeva in Fini una bandiera della coerenza, della fedeltà ai patti e alle alleanze, della chiarezza politica, dei valori tradizionali, e che oggi non si riconosce più in un politico che sembra rinnegare, gettandolo a mare, tutto ciò che egli ha costruito negli ultimi vent'anni.
Gianteo Bordero
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lunedì 8 novembre 2010
FINI. E QUESTO SAREBBE IL LEADER DEL FUTURO?
da Ragionpolitica.it dell'8 novembre 2010
E questo sarebbe il nuovo? Questo sarebbe il coraggio di un grande leader? Ma ci faccia il piacere, onorevole Fini. Raschiando via dal suo discorso alla convention di Futuro e Libertà i quintali di chiacchiere senza costrutto e di retorica da vecchia politique politicienne, quello che resta è da un lato la sua richiesta a Berlusconi di aprire una crisi parlamentare al buio, come ai tempi peggiori della Prima Repubblica (a proposito, Fli non doveva inaugurare a Perugia la Terza?) e, dall'altro lato, la sua mancanza di coraggio nel trarre le conseguenze logiche delle sue stesse parole, votando la sfiducia al governo Berlusconi, in cui non si riconosce più, nelle sede a ciò preposta, cioè - come lei dovrebbe ben sapere, anche se domenica ha fatto finta di dimenticarsene - il parlamento. Altro che ruggito del leone! La sua è soltanto una fuga dalla piena assunzione di responsabilità, la dissociazione - tipica anche in questo caso della peggior politica politicante - tra il dire e il fare. Del resto, come diceva Manzoni, il coraggio se uno non ce l'ha non può darselo. Al suo confronto il tanto vituperato Clemente Mastella, che dopo essersi dimesso da ministro andò in Senato per votare la sfiducia al governo Prodi, svetta come un gigante di coerenza e di credibilità.
Esageriamo? Sono i fatti stessi a darci ragione. Anzi, i non fatti, cioè quello che non accade. Se secondo lei il Berlusconi IV è al capolinea e non è più in grado di mettere in atto scelte utili per il Paese, c'è una sola strada maestra da percorrere. Innanzitutto, prima di invocare le dimissioni di Berlusconi, si dimetta lei da presidente di Montecitorio, visto che ormai è chiara a tutti l'assoluta insostenibilità della sua posizione di terza carica dello Stato che invece di rappresentare in modo imparziale tutta la Camera, come stabilisce lo stesso regolamento oltre che il comune buon senso, si fa attore di parte, promuovendo scissioni, dando vita a un nuovo partito, gettando fango su quello dal quale proviene, lavorando attivamente e in prima fila per rivoltare come un calzino il quadro politico uscito da libere elezioni. Poi, dopo essersi dimesso, da capo parlamentare della sua nuova - si fa per dire - creatura, sfili anche lei sotto il banco della presidenza della Camera e voti di fronte ai rappresentanti del popolo la sfiducia al governo. Questo sì che sarebbe un atto di coraggio, da vero leader quale lei aspira ad essere.
Ma lei non farà nessuna delle due cose. Ritirerà la delegazione di Fli dall'esecutivo e poi, come ha annunciato a Perugia, si terrà le mani libere, votando di volta in volta, senza vincolo di maggioranza, i provvedimenti sottoposti all'attenzione delle Camere. Così, oltre a creare il caos parlamentare e la paralisi dell'azione di governo, facendo pagare al Paese il prezzo salato della sua personale ambizione politica, riporterà indietro le lancette della nostra storia repubblicana, riproponendo la deleteria prassi delle maggioranze variabili slegate da qualsiasi rapporto organico con l'esecutivo. Lei, che per decenni è stato il fautore di una svolta presidenziale per l'Italia in nome della governabilità e dell'ammodernamento delle nostre istituzioni, si comporta ora come un qualsiasi segretario del pentapartito che fu. Tutto questo non in nome del ritorno alla politica da lei invocato dal palco della convention di Futuro e Libertà, ma per un mero calcolo tattico.
Perché è chiaro che lei, onorevole Fini, non sta facendo politica, alta politica - checché ne dicano i suoi pasdaran che sembrano affetti da quello stesso culto cieco della personalità rimproverato agli esponenti e ai militanti del Pdl - bensì un logorante, cinico e sterile tatticismo fine a se stesso. Come altro spiegare, ad esempio, il fatto che solo un mese fa Fli aveva votato, alla Camera e al Senato, la fiducia all'esecutivo sui cinque punti programmatici illustrati dal presidente del Consiglio, mentre oggi scopriamo che questi punti sono diventati «punticini», il «compitino» assegnato a ogni parlamentare, e che serve una «nuova agenda» di governo, anzi serve un nuovo governo con una nuova maggioranza?
Quando lei ha camminato in proprio in chiave antiberlusconiana, in questi ultimi sedici anni, non ha avuto grande fortuna. L'episodio dell'Elefantino con Mario Segni, naufragato miseramente causa disarmante mancanza di voti, è li a dimostrarlo. Non sappiamo come finirà la sua nuova avventura. Questa volta lei gode dell'ampio consenso dei media e della sinistra, di Scalfari e di D'Alema. Dubitiamo fortemente che le basterà per realizzare i suoi sogni di gloria. Non si illuda: non saranno i voti della gauche a benedire quella «nuova destra, moderna ed europea» che Fli dice di voler costruire. Quanto ai voti del centrodestra, nella stragrande maggioranza dei casi continueranno ad andare, come peraltro documentato dai sondaggi, verso colui che il centrodestra ha creato e fatto crescere in questi anni. Chiaramente non si tratta di lei, ma di colui dal quale sono dipese, dal '94 ad oggi, anche le sue fortune politiche.
Gianteo Bordero
E questo sarebbe il nuovo? Questo sarebbe il coraggio di un grande leader? Ma ci faccia il piacere, onorevole Fini. Raschiando via dal suo discorso alla convention di Futuro e Libertà i quintali di chiacchiere senza costrutto e di retorica da vecchia politique politicienne, quello che resta è da un lato la sua richiesta a Berlusconi di aprire una crisi parlamentare al buio, come ai tempi peggiori della Prima Repubblica (a proposito, Fli non doveva inaugurare a Perugia la Terza?) e, dall'altro lato, la sua mancanza di coraggio nel trarre le conseguenze logiche delle sue stesse parole, votando la sfiducia al governo Berlusconi, in cui non si riconosce più, nelle sede a ciò preposta, cioè - come lei dovrebbe ben sapere, anche se domenica ha fatto finta di dimenticarsene - il parlamento. Altro che ruggito del leone! La sua è soltanto una fuga dalla piena assunzione di responsabilità, la dissociazione - tipica anche in questo caso della peggior politica politicante - tra il dire e il fare. Del resto, come diceva Manzoni, il coraggio se uno non ce l'ha non può darselo. Al suo confronto il tanto vituperato Clemente Mastella, che dopo essersi dimesso da ministro andò in Senato per votare la sfiducia al governo Prodi, svetta come un gigante di coerenza e di credibilità.
Esageriamo? Sono i fatti stessi a darci ragione. Anzi, i non fatti, cioè quello che non accade. Se secondo lei il Berlusconi IV è al capolinea e non è più in grado di mettere in atto scelte utili per il Paese, c'è una sola strada maestra da percorrere. Innanzitutto, prima di invocare le dimissioni di Berlusconi, si dimetta lei da presidente di Montecitorio, visto che ormai è chiara a tutti l'assoluta insostenibilità della sua posizione di terza carica dello Stato che invece di rappresentare in modo imparziale tutta la Camera, come stabilisce lo stesso regolamento oltre che il comune buon senso, si fa attore di parte, promuovendo scissioni, dando vita a un nuovo partito, gettando fango su quello dal quale proviene, lavorando attivamente e in prima fila per rivoltare come un calzino il quadro politico uscito da libere elezioni. Poi, dopo essersi dimesso, da capo parlamentare della sua nuova - si fa per dire - creatura, sfili anche lei sotto il banco della presidenza della Camera e voti di fronte ai rappresentanti del popolo la sfiducia al governo. Questo sì che sarebbe un atto di coraggio, da vero leader quale lei aspira ad essere.
Ma lei non farà nessuna delle due cose. Ritirerà la delegazione di Fli dall'esecutivo e poi, come ha annunciato a Perugia, si terrà le mani libere, votando di volta in volta, senza vincolo di maggioranza, i provvedimenti sottoposti all'attenzione delle Camere. Così, oltre a creare il caos parlamentare e la paralisi dell'azione di governo, facendo pagare al Paese il prezzo salato della sua personale ambizione politica, riporterà indietro le lancette della nostra storia repubblicana, riproponendo la deleteria prassi delle maggioranze variabili slegate da qualsiasi rapporto organico con l'esecutivo. Lei, che per decenni è stato il fautore di una svolta presidenziale per l'Italia in nome della governabilità e dell'ammodernamento delle nostre istituzioni, si comporta ora come un qualsiasi segretario del pentapartito che fu. Tutto questo non in nome del ritorno alla politica da lei invocato dal palco della convention di Futuro e Libertà, ma per un mero calcolo tattico.
Perché è chiaro che lei, onorevole Fini, non sta facendo politica, alta politica - checché ne dicano i suoi pasdaran che sembrano affetti da quello stesso culto cieco della personalità rimproverato agli esponenti e ai militanti del Pdl - bensì un logorante, cinico e sterile tatticismo fine a se stesso. Come altro spiegare, ad esempio, il fatto che solo un mese fa Fli aveva votato, alla Camera e al Senato, la fiducia all'esecutivo sui cinque punti programmatici illustrati dal presidente del Consiglio, mentre oggi scopriamo che questi punti sono diventati «punticini», il «compitino» assegnato a ogni parlamentare, e che serve una «nuova agenda» di governo, anzi serve un nuovo governo con una nuova maggioranza?
Quando lei ha camminato in proprio in chiave antiberlusconiana, in questi ultimi sedici anni, non ha avuto grande fortuna. L'episodio dell'Elefantino con Mario Segni, naufragato miseramente causa disarmante mancanza di voti, è li a dimostrarlo. Non sappiamo come finirà la sua nuova avventura. Questa volta lei gode dell'ampio consenso dei media e della sinistra, di Scalfari e di D'Alema. Dubitiamo fortemente che le basterà per realizzare i suoi sogni di gloria. Non si illuda: non saranno i voti della gauche a benedire quella «nuova destra, moderna ed europea» che Fli dice di voler costruire. Quanto ai voti del centrodestra, nella stragrande maggioranza dei casi continueranno ad andare, come peraltro documentato dai sondaggi, verso colui che il centrodestra ha creato e fatto crescere in questi anni. Chiaramente non si tratta di lei, ma di colui dal quale sono dipese, dal '94 ad oggi, anche le sue fortune politiche.
Gianteo Bordero
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giovedì 14 ottobre 2010
FINIANI. SE QUESTO È IL «FUTURO»...
da Ragionpolitica.it del 14 ottobre 2010
Se stiamo ai fatti di questi giorni, appare evidente come Futuro e Libertà non si configuri come la «nuova destra, moderna ed europea», bensì come il partito del «vecchio», come un movimento nostalgico dei riti e delle liturgie politiche della Prima Repubblica. Un esempio su tutti può confermarlo: mentre Fli dichiara la sua fedeltà e la sua lealtà al governo, si muove in parlamento per dare vita a maggioranze alternative su temi rilevanti come la riforma della legge elettorale. E' stato lo stesso presidente della Camera a chiedere nei giorni scorsi, con una lettera inviata al presidente del Senato, che tale riforma sia incardinata al più presto a Montecitorio, nonostante Palazzo Madama se ne stia occupando già da tempo e i lavori siano giunti a buon punto, come ha spiegato il relatore Lucio Malan (Pdl). Fini, nella sua doppia e sempre più ingombrante veste di leader di partito e di numero uno della Camera, è consapevole infatti che mentre al Senato il suo gruppo non risulta decisivo, nell'altro ramo del parlamento Futuro e Libertà potrebbe determinare la formazione di maggioranze diverse da quella attuale.
Tattica o strategica che sia, questa mossa di Fli rimette in campo un'idea di parlamentarismo che certo non guarda al futuro, e che riporta invece indietro nel tempo le lancette della storia repubblicana dell'Italia. Pensare che possa esistere una maggioranza parlamentare diversa e in qualche caso alternativa alla maggioranza di governo significa aderire a quel modello assemblearista che ha provocato solo guai laddove esso ha trovato applicazione concreta, primi tra tutti l'instabilità degli esecutivi e l'impossibilità di una programmazione riformatrice di lungo periodo. Nel moderno parlamentarismo, come più volte abbiamo sottolineato, compito principale della maggioranza uscita vincitrice dal voto è quello di esprimere un governo e di sostenerne le proposte, non quello di porsi in posizione di terzietà rispetto ad esso. L'Italia ha intrapreso con chiarezza questa strada nel momento in cui sulla scheda elettorale (all'interno dei simboli di partito) e nei programmi consegnati al momento della presentazione ufficiale delle liste è comparso anche il nome del candidato alla presidenza del Consiglio: ciò lega inscindibilmente, facendole di fatto coincidere, maggioranza parlamentare e maggioranza di governo. Questo, del resto, è quello che accade in tutti i sistemi istituzionali dove il parlamentarismo, non degradando in assemblearismo, garantisce quella «democrazia governante» che è il frutto maturo delle conquiste costituzionali dell'epoca moderna. Coloro che oggi dichiarano di voler abrogare la vigente legge elettorale mostrano in sostanza, volenti o nolenti, di voler cancellare anche quel poco di stabilità degli esecutivi che il nostro Paese ha conquistato in quella che è stata chiamata «Seconda Repubblica».
Questa prospettiva non coincide in alcun modo con il bene e con gli interessi dell'Italia, e neppure con ciò che i cittadini si aspettano dalla politica: tutt'al più è funzionale ai giochi di potere di questo o quel gruppuscolo smanioso di contare di più nei Palazzi con meno voti nelle urne. Se veramente si vuole guardare avanti e modernizzare definitivamente le nostre istituzioni, occorrerebbe fare il contrario di quanto sostengono i fautori della riforma elettorale anti-Porcellum e delle maggioranze variabili: impegnarsi affinché quelli che ad oggi sono princìpi sanciti solo da una legge ordinaria (quale è quella elettorale) e dalla Costituzione materiale del Paese possano diventare parte integrante anche della Costituzione formale. Del resto, come ha scritto il presidente del Consiglio nel suo messaggio per la commemorazione in Senato di Francesco Cossiga, la Costituzione non è «un dogma, ma una carta delle regole democratiche che riconosce essa stessa per prima, al suo stesso interno, la possibilità di adattare ai tempi le istituzioni dello Stato». Si tratta, in sostanza, di cristallizzare nella Carta l'evoluzione istituzionale già avvenuta de facto negli ultimi sedici anni, dando al governo quel che è del governo e mettendo una pietra tombale sulle degenerazioni partitocratiche a cui abbiamo assistito in passato e che rischiano oggi di tornare sulla scena, magari mascherate sotto l'etichetta del «futuro».
Gianteo Bordero
Se stiamo ai fatti di questi giorni, appare evidente come Futuro e Libertà non si configuri come la «nuova destra, moderna ed europea», bensì come il partito del «vecchio», come un movimento nostalgico dei riti e delle liturgie politiche della Prima Repubblica. Un esempio su tutti può confermarlo: mentre Fli dichiara la sua fedeltà e la sua lealtà al governo, si muove in parlamento per dare vita a maggioranze alternative su temi rilevanti come la riforma della legge elettorale. E' stato lo stesso presidente della Camera a chiedere nei giorni scorsi, con una lettera inviata al presidente del Senato, che tale riforma sia incardinata al più presto a Montecitorio, nonostante Palazzo Madama se ne stia occupando già da tempo e i lavori siano giunti a buon punto, come ha spiegato il relatore Lucio Malan (Pdl). Fini, nella sua doppia e sempre più ingombrante veste di leader di partito e di numero uno della Camera, è consapevole infatti che mentre al Senato il suo gruppo non risulta decisivo, nell'altro ramo del parlamento Futuro e Libertà potrebbe determinare la formazione di maggioranze diverse da quella attuale.
Tattica o strategica che sia, questa mossa di Fli rimette in campo un'idea di parlamentarismo che certo non guarda al futuro, e che riporta invece indietro nel tempo le lancette della storia repubblicana dell'Italia. Pensare che possa esistere una maggioranza parlamentare diversa e in qualche caso alternativa alla maggioranza di governo significa aderire a quel modello assemblearista che ha provocato solo guai laddove esso ha trovato applicazione concreta, primi tra tutti l'instabilità degli esecutivi e l'impossibilità di una programmazione riformatrice di lungo periodo. Nel moderno parlamentarismo, come più volte abbiamo sottolineato, compito principale della maggioranza uscita vincitrice dal voto è quello di esprimere un governo e di sostenerne le proposte, non quello di porsi in posizione di terzietà rispetto ad esso. L'Italia ha intrapreso con chiarezza questa strada nel momento in cui sulla scheda elettorale (all'interno dei simboli di partito) e nei programmi consegnati al momento della presentazione ufficiale delle liste è comparso anche il nome del candidato alla presidenza del Consiglio: ciò lega inscindibilmente, facendole di fatto coincidere, maggioranza parlamentare e maggioranza di governo. Questo, del resto, è quello che accade in tutti i sistemi istituzionali dove il parlamentarismo, non degradando in assemblearismo, garantisce quella «democrazia governante» che è il frutto maturo delle conquiste costituzionali dell'epoca moderna. Coloro che oggi dichiarano di voler abrogare la vigente legge elettorale mostrano in sostanza, volenti o nolenti, di voler cancellare anche quel poco di stabilità degli esecutivi che il nostro Paese ha conquistato in quella che è stata chiamata «Seconda Repubblica».
Questa prospettiva non coincide in alcun modo con il bene e con gli interessi dell'Italia, e neppure con ciò che i cittadini si aspettano dalla politica: tutt'al più è funzionale ai giochi di potere di questo o quel gruppuscolo smanioso di contare di più nei Palazzi con meno voti nelle urne. Se veramente si vuole guardare avanti e modernizzare definitivamente le nostre istituzioni, occorrerebbe fare il contrario di quanto sostengono i fautori della riforma elettorale anti-Porcellum e delle maggioranze variabili: impegnarsi affinché quelli che ad oggi sono princìpi sanciti solo da una legge ordinaria (quale è quella elettorale) e dalla Costituzione materiale del Paese possano diventare parte integrante anche della Costituzione formale. Del resto, come ha scritto il presidente del Consiglio nel suo messaggio per la commemorazione in Senato di Francesco Cossiga, la Costituzione non è «un dogma, ma una carta delle regole democratiche che riconosce essa stessa per prima, al suo stesso interno, la possibilità di adattare ai tempi le istituzioni dello Stato». Si tratta, in sostanza, di cristallizzare nella Carta l'evoluzione istituzionale già avvenuta de facto negli ultimi sedici anni, dando al governo quel che è del governo e mettendo una pietra tombale sulle degenerazioni partitocratiche a cui abbiamo assistito in passato e che rischiano oggi di tornare sulla scena, magari mascherate sotto l'etichetta del «futuro».
Gianteo Bordero
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lunedì 4 ottobre 2010
LA DIFFERENZA BERLUSCONIANA
da Ragionpolitica.it del 4 ottobre 2010
Il quadro che emerge dal dibattito pubblico di questi ultimi giorni delinea chiaramente due schieramenti caratterizzati da due modi alternativi di intendere la politica: da un lato Silvio Berlusconi e l'asse Pdl-Lega, con la centralità attribuita alla «politica del fare», al rispetto del programma presentato ai cittadini e alla premiership indicata nel simbolo elettorale, dall'altro lato un agglomerato di forze la cui unica volontà sembra essere quella di riportare in auge un modello fondato sul primato dei partiti nel decidere a tavolino, nelle «secrete stanze» dei palazzi romani, le sorti del governo del Paese. Così, mentre a Milano, alla Festa della Libertà, il presidente del Consiglio illustra i risultati raggiunti dal suo esecutivo per garantire la tenuta del Sistema-Italia e parla delle riforme ancora necessarie (in primis quella della giustizia) per rendere lo Stato veramente «amico» dei cittadini, altrove si discetta di questioni che tutt'al più possono interessare soltanto la cerchia ristretta dei dirigenti di partito al fine della loro sopravvivenza politica.
C'è un abisso che separa il tono e l'ispirazione di fondo del discorso del premier alla kermesse milanese del Pdl e le dichiarazioni di coloro i quali, invece che delineare proposte alternative sui vari capitoli di governo, non sanno fare altro che invocare una nuova legge elettorale al solo scopo di mettere fuori dai giochi il Cavaliere dando vita a meccanismi tecnici per anestetizzare il responso delle urne e la volontà popolare. Basta prendere in esame le dichiarazioni domenicali dell'onorevole Bocchino per rendersene conto. Il capogruppo di Futuro e Libertà alla Camera, che solo pochi giorni fa aveva votato a Montecitorio la fiducia all'esecutivo sui cinque punti illustrati in aula dal presidente del Consiglio, ieri si è detto pronto a dare vita a un governo alternativo a quello di Berlusconi al sol fine di modificare l'attuale normativa elettorale, cancellando il premio di maggioranza che oggi garantisce alla coalizione uscita vincitrice dalle urne i numeri sufficienti per mettere in atto il proprio programma.
Da una parte, dunque, vi è - continua ad esservi - la novità berlusconiana inaugurata nel 1994, fondata sul rapporto diretto tra leader e popolo, sulla scelta del premier da parte del corpo elettorale sulla base di una definita e chiara agenda di governo, mentre dall'altra si riaffaccia sulla scena la nostalgia del vecchio sistema che ha caratterizzato gli ultimi decenni della Prima Repubblica e che è stato alla base della sua consunzione politica: una partitocrazia autoreferenziale, interessata solamente alla sopravvivenza della «Casta» e di fatto sciolta, in nome dell'assenza del vincolo di mandato prevista dalla Costituzione del '48, da ogni legame diretto con il popolo votante. Come ha dichiarato in una nota il coordinatore nazionale del Pdl Sandro Bondi, se la proposta dell'onorevole Bocchino diventasse realtà «si formerebbe un fronte trasversale costituito anche dalla sinistra e dall'Udc, plastica esemplificazione del trasformismo parlamentare, della manipolazione più sfrontata della volontà popolare, della volontà di affossare il bipolarismo per ritornare agli amati riti della partitocrazia».
Non è casuale, così, che prima del suo intervento alla Festa della Libertà il presidente del Consiglio abbia deciso di riproporre il video nel quale egli annunciava la sua «discesa in campo», come non è casuale che il premier, al termine del suo discorso, abbia riletto una pagina del suo primo incontro pubblico con gli elettori, nella quale è riassunto il credo politico attorno al quale ha preso forma quel popolo che si è ritrovato prima in Forza Italia e poi nel Pdl. Quel popolo che da sedici anni a questa parte non ha mai fatto venire meno la sua fiducia in Berlusconi, riconoscendo in lui l'unica possibilità per uscire dalle secche della partitocrazia e per dare vita ad una politica nuova, capace di restituire al Paese il senso della sua missione, la consapevolezza delle sue radici, l'orgoglio per la sua storia. Un messaggio che oggi conserva ancora intatta la sua forza d'urto per il presente e per il futuro, mentre tutt'attorno si danno convegno i nostalgici non soltanto del «vecchio», ma anche del «peggio».
Gianteo Bordero
Il quadro che emerge dal dibattito pubblico di questi ultimi giorni delinea chiaramente due schieramenti caratterizzati da due modi alternativi di intendere la politica: da un lato Silvio Berlusconi e l'asse Pdl-Lega, con la centralità attribuita alla «politica del fare», al rispetto del programma presentato ai cittadini e alla premiership indicata nel simbolo elettorale, dall'altro lato un agglomerato di forze la cui unica volontà sembra essere quella di riportare in auge un modello fondato sul primato dei partiti nel decidere a tavolino, nelle «secrete stanze» dei palazzi romani, le sorti del governo del Paese. Così, mentre a Milano, alla Festa della Libertà, il presidente del Consiglio illustra i risultati raggiunti dal suo esecutivo per garantire la tenuta del Sistema-Italia e parla delle riforme ancora necessarie (in primis quella della giustizia) per rendere lo Stato veramente «amico» dei cittadini, altrove si discetta di questioni che tutt'al più possono interessare soltanto la cerchia ristretta dei dirigenti di partito al fine della loro sopravvivenza politica.
C'è un abisso che separa il tono e l'ispirazione di fondo del discorso del premier alla kermesse milanese del Pdl e le dichiarazioni di coloro i quali, invece che delineare proposte alternative sui vari capitoli di governo, non sanno fare altro che invocare una nuova legge elettorale al solo scopo di mettere fuori dai giochi il Cavaliere dando vita a meccanismi tecnici per anestetizzare il responso delle urne e la volontà popolare. Basta prendere in esame le dichiarazioni domenicali dell'onorevole Bocchino per rendersene conto. Il capogruppo di Futuro e Libertà alla Camera, che solo pochi giorni fa aveva votato a Montecitorio la fiducia all'esecutivo sui cinque punti illustrati in aula dal presidente del Consiglio, ieri si è detto pronto a dare vita a un governo alternativo a quello di Berlusconi al sol fine di modificare l'attuale normativa elettorale, cancellando il premio di maggioranza che oggi garantisce alla coalizione uscita vincitrice dalle urne i numeri sufficienti per mettere in atto il proprio programma.
Da una parte, dunque, vi è - continua ad esservi - la novità berlusconiana inaugurata nel 1994, fondata sul rapporto diretto tra leader e popolo, sulla scelta del premier da parte del corpo elettorale sulla base di una definita e chiara agenda di governo, mentre dall'altra si riaffaccia sulla scena la nostalgia del vecchio sistema che ha caratterizzato gli ultimi decenni della Prima Repubblica e che è stato alla base della sua consunzione politica: una partitocrazia autoreferenziale, interessata solamente alla sopravvivenza della «Casta» e di fatto sciolta, in nome dell'assenza del vincolo di mandato prevista dalla Costituzione del '48, da ogni legame diretto con il popolo votante. Come ha dichiarato in una nota il coordinatore nazionale del Pdl Sandro Bondi, se la proposta dell'onorevole Bocchino diventasse realtà «si formerebbe un fronte trasversale costituito anche dalla sinistra e dall'Udc, plastica esemplificazione del trasformismo parlamentare, della manipolazione più sfrontata della volontà popolare, della volontà di affossare il bipolarismo per ritornare agli amati riti della partitocrazia».
Non è casuale, così, che prima del suo intervento alla Festa della Libertà il presidente del Consiglio abbia deciso di riproporre il video nel quale egli annunciava la sua «discesa in campo», come non è casuale che il premier, al termine del suo discorso, abbia riletto una pagina del suo primo incontro pubblico con gli elettori, nella quale è riassunto il credo politico attorno al quale ha preso forma quel popolo che si è ritrovato prima in Forza Italia e poi nel Pdl. Quel popolo che da sedici anni a questa parte non ha mai fatto venire meno la sua fiducia in Berlusconi, riconoscendo in lui l'unica possibilità per uscire dalle secche della partitocrazia e per dare vita ad una politica nuova, capace di restituire al Paese il senso della sua missione, la consapevolezza delle sue radici, l'orgoglio per la sua storia. Un messaggio che oggi conserva ancora intatta la sua forza d'urto per il presente e per il futuro, mentre tutt'attorno si danno convegno i nostalgici non soltanto del «vecchio», ma anche del «peggio».
Gianteo Bordero
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giovedì 30 settembre 2010
CENTRODESTRA. L'ORA DELLA RESPONSABILITÀ
da Ragionpolitica.it del 30 settembre 2010
Che Fli e Mpa fossero determinanti per la tenuta della maggioranza era già stato evidente, di fatto, in occasione del voto del 4 agosto sulla mozione di sfiducia al sottosegretario Caliendo, quando l'astensione dei gruppi che fanno capo a Gianfranco Fini e Raffaele Lombardo fece fermare l'asticella di Pdl e Lega a quota 299. La vera notizia dell'importante giornata politica di mercoledì è invece l'annuncio della prossima costituzione in partito di Futuro e Libertà per l'Italia. Si consuma così la definitiva scissione dal Popolo della Libertà, con una scelta che incide sullo scenario politico generale dopo che la nascita dei gruppi di Fli alla Camera e al Senato aveva già modificato quello parlamentare.
Futuro e Libertà, come hanno affermato chiaramente i suoi esponenti di punta, vuole porsi come la «terza gamba» dello schieramento di centrodestra, partecipare ai vertici di maggioranza, contrattare di volta in volta i provvedimenti da sottoporre all'attenzione del parlamento. E' evidente che ciò muta lo schema attorno al quale, sino ad oggi, è ruotata la coalizione che dal 2008 si trova alla guida del Paese, ossia l'asse tra Pdl e Lega Nord, che ha garantito due anni di governo stabile, efficace ed efficiente. Gianfranco Fini vuole giocare in proprio la sua partita, ripropone il modulo «a tre punte», rilancia la sua leadership come autonoma e distinta - seppur ad oggi ancora alleata - da Berlusconi. Così i parlamentari di Fli, mentre ripetono che rimarranno fedeli al programma elettorale presentato agli italiani e sottoscritto anche dal loro leader, possono allo stesso tempo dichiarare che su tutto il resto è necessario un confronto di merito con gli altri gruppi del centrodestra.
Si tratta dunque di verificare - e solo i prossimi passaggi parlamentari ce lo potranno dire - se alla forte maggioranza numerica uscita dal voto di fiducia alla Camera (ancora più ampia di quella registrata al momento dell'insediamento dell'esecutivo) corrisponda ancora un'altrettanto forte maggioranza politica, solida e coesa sui punti qualificanti dell'azione di governo illustrati dal presidente del Consiglio nel suo intervento a Montecitorio. Quello che è in ogni caso da evitare è un'opera di lento ma costante logoramento, messa magari in atto nelle Commissioni attraverso una pioggia di emendamenti ai provvedimenti presentati dall'esecutivo o alle leggi proposte da Pdl e Lega (è auspicabile, insomma, che non vada in scena la replica di quanto accaduto col ddl sulle intercettazioni). Ancor più da evitare è quella che il capogruppo del Popolo della Libertà alla Camera, Fabrizio Cicchitto, ha definito come «guerriglia mediatica», ossia i quotidiani ed ininterrotti attacchi rivolti contro il premier e contro il partito di maggioranza relativa da cui gli stessi esponenti di Futuro e Libertà provengono. E' su questo campo, insomma, che si potrà valutare se l'annunciata lealtà di Fli è veramente tale oppure se essa è soltanto un proclama retorico finalizzato a prendere tempo e a indebolire, cuocendoli a fuoco lento in vista delle prossime elezioni, Berlusconi, il Pdl e la Lega. Se i finiani diventano partito e dicono in quanto partito di sostenere il governo, hanno un dovere politico di correttezza e responsabilità che non deve più lasciare spazio al gioco al massacro messo in campo negli scorsi mesi: non si può, in nome del proprio tornaconto più o meno immediato, scherzare col fuoco di una situazione nazionale e internazionale che richiede un esecutivo solido, compatto, determinato a portare il Paese al di là di una crisi che ancora fa sentire i suoi effetti.
Alla luce della notizia della prossima nascita del partito di Futuro e Libertà, una riflessione va infine fatta sull'opportunità che Gianfranco Fini mantenga il suo incarico istituzionale alla guida di Montecitorio. Già nei mesi scorsi abbiamo sottolineato l'anomalia di un presidente della Camera che si fa protagonista attivo - sia nella sostanza che nella forma - del confronto politico, prima con un quotidiano controcanto alle dichiarazioni del presidente del Consiglio, poi promuovendo una scissione del gruppo parlamentare da cui anch'egli proviene per dar vita a una nuova formazione, infine annunciando la trasformazione di questo nuovo gruppo in partito vero e proprio di cui egli non potrà che essere il leader, anche qualora formalmente la guida del nuovo soggetto fosse affidata ad altri. E' chiaro che in una situazione del genere Fini non appaia e non sia più una figura super partes come dovrebbe essere quella del presidente della Camera. Nessuno ha chiesto e chiede a Fini di cancellare le sue opinioni politiche, ma quello a cui abbiamo assistito e a cui stiamo assistendo va ben oltre il confine che passa tra l'espressione delle proprie idee e l'esercizio di un ruolo politico di primo piano. Se Fini, come pare, vuole fare politica attiva e porsi alla guida di un nuovo partito, si dimetta. Sarebbe un elemento di chiarezza per evitare che il caos aumenti sotto il cielo di Roma.
Gianteo Bordero
Che Fli e Mpa fossero determinanti per la tenuta della maggioranza era già stato evidente, di fatto, in occasione del voto del 4 agosto sulla mozione di sfiducia al sottosegretario Caliendo, quando l'astensione dei gruppi che fanno capo a Gianfranco Fini e Raffaele Lombardo fece fermare l'asticella di Pdl e Lega a quota 299. La vera notizia dell'importante giornata politica di mercoledì è invece l'annuncio della prossima costituzione in partito di Futuro e Libertà per l'Italia. Si consuma così la definitiva scissione dal Popolo della Libertà, con una scelta che incide sullo scenario politico generale dopo che la nascita dei gruppi di Fli alla Camera e al Senato aveva già modificato quello parlamentare.
Futuro e Libertà, come hanno affermato chiaramente i suoi esponenti di punta, vuole porsi come la «terza gamba» dello schieramento di centrodestra, partecipare ai vertici di maggioranza, contrattare di volta in volta i provvedimenti da sottoporre all'attenzione del parlamento. E' evidente che ciò muta lo schema attorno al quale, sino ad oggi, è ruotata la coalizione che dal 2008 si trova alla guida del Paese, ossia l'asse tra Pdl e Lega Nord, che ha garantito due anni di governo stabile, efficace ed efficiente. Gianfranco Fini vuole giocare in proprio la sua partita, ripropone il modulo «a tre punte», rilancia la sua leadership come autonoma e distinta - seppur ad oggi ancora alleata - da Berlusconi. Così i parlamentari di Fli, mentre ripetono che rimarranno fedeli al programma elettorale presentato agli italiani e sottoscritto anche dal loro leader, possono allo stesso tempo dichiarare che su tutto il resto è necessario un confronto di merito con gli altri gruppi del centrodestra.
Si tratta dunque di verificare - e solo i prossimi passaggi parlamentari ce lo potranno dire - se alla forte maggioranza numerica uscita dal voto di fiducia alla Camera (ancora più ampia di quella registrata al momento dell'insediamento dell'esecutivo) corrisponda ancora un'altrettanto forte maggioranza politica, solida e coesa sui punti qualificanti dell'azione di governo illustrati dal presidente del Consiglio nel suo intervento a Montecitorio. Quello che è in ogni caso da evitare è un'opera di lento ma costante logoramento, messa magari in atto nelle Commissioni attraverso una pioggia di emendamenti ai provvedimenti presentati dall'esecutivo o alle leggi proposte da Pdl e Lega (è auspicabile, insomma, che non vada in scena la replica di quanto accaduto col ddl sulle intercettazioni). Ancor più da evitare è quella che il capogruppo del Popolo della Libertà alla Camera, Fabrizio Cicchitto, ha definito come «guerriglia mediatica», ossia i quotidiani ed ininterrotti attacchi rivolti contro il premier e contro il partito di maggioranza relativa da cui gli stessi esponenti di Futuro e Libertà provengono. E' su questo campo, insomma, che si potrà valutare se l'annunciata lealtà di Fli è veramente tale oppure se essa è soltanto un proclama retorico finalizzato a prendere tempo e a indebolire, cuocendoli a fuoco lento in vista delle prossime elezioni, Berlusconi, il Pdl e la Lega. Se i finiani diventano partito e dicono in quanto partito di sostenere il governo, hanno un dovere politico di correttezza e responsabilità che non deve più lasciare spazio al gioco al massacro messo in campo negli scorsi mesi: non si può, in nome del proprio tornaconto più o meno immediato, scherzare col fuoco di una situazione nazionale e internazionale che richiede un esecutivo solido, compatto, determinato a portare il Paese al di là di una crisi che ancora fa sentire i suoi effetti.
Alla luce della notizia della prossima nascita del partito di Futuro e Libertà, una riflessione va infine fatta sull'opportunità che Gianfranco Fini mantenga il suo incarico istituzionale alla guida di Montecitorio. Già nei mesi scorsi abbiamo sottolineato l'anomalia di un presidente della Camera che si fa protagonista attivo - sia nella sostanza che nella forma - del confronto politico, prima con un quotidiano controcanto alle dichiarazioni del presidente del Consiglio, poi promuovendo una scissione del gruppo parlamentare da cui anch'egli proviene per dar vita a una nuova formazione, infine annunciando la trasformazione di questo nuovo gruppo in partito vero e proprio di cui egli non potrà che essere il leader, anche qualora formalmente la guida del nuovo soggetto fosse affidata ad altri. E' chiaro che in una situazione del genere Fini non appaia e non sia più una figura super partes come dovrebbe essere quella del presidente della Camera. Nessuno ha chiesto e chiede a Fini di cancellare le sue opinioni politiche, ma quello a cui abbiamo assistito e a cui stiamo assistendo va ben oltre il confine che passa tra l'espressione delle proprie idee e l'esercizio di un ruolo politico di primo piano. Se Fini, come pare, vuole fare politica attiva e porsi alla guida di un nuovo partito, si dimetta. Sarebbe un elemento di chiarezza per evitare che il caos aumenti sotto il cielo di Roma.
Gianteo Bordero
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lunedì 27 settembre 2010
L'«AFFAIRE MONTECARLO»? REALTÀ, NON PATACCA
da Ragionpolitica.it del 27 settembre 2010
Con il videomessaggio diffuso nel tardo pomeriggio di sabato, Gianfranco Fini - non sappiamo se volontariamente o meno - ha fatto piazza pulita di tutti i giudizi che una parte della sinistra, molti media antiberlusconiani e tanti tra gli stessi esponenti di Futuro e Libertà avevano espresso sull'inchiesta del Giornale e di Libero a proposito della casa di Montecarlo. Dossieraggio orchestrato dal Cavaliere e dal suo entourage, uso distorto dei servizi segreti da parte di Berlusconi medesimo, patacche confezionate ad arte dai soliti «ambienti vicini al presidente del Consiglio» e chi più ne ha ne metta: tutto spazzato via, di fatto, dalle dichiarazioni della terza carica dello Stato, che non soltanto ha affermato apertis verbis che la «lealtà istituzionale dei servizi di intelligence è fuori discussione», con sommo dispiacere - immaginiamo - dei pasdaran di Fli, ma è arrivato al punto di collegare la sua permanenza alla guida della Camera alla verità sul quartierino nel Principato. Verità che, per quanto concerne il ruolo svolto nella vicenda da suo «cognato» Giancarlo Tulliani, egli dice di non conoscere ancora, pur avendo avuto dal Tulliani stesso ripetute rassicurazioni al proposito: «Anche io mi chiedo - ha detto - chi è il vero proprietario della casa di Montecarlo. È Giancarlo Tulliani, come tanti pensano? Non lo so. Gliel'ho chiesto con insistenza: egli ha sempre negato con forza, pubblicamente e in privato. Restano i dubbi? Certamente, anche a me. E se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario e che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a lasciare la presidenza della Camera».
Parole, contenuti e toni assai diversi da quelli usati da Fini ancora di recente, nell'intervista rilasciata a Enrico Mentana per il Tg de La7, quando egli aveva affermato che «nel momento in cui si saprà la verità sulla casa di Montecarlo ci sarà da ridere». Adesso è l'inquilino di Montecitorio il primo a non ridere e a prendere sul serio la questione, tanto da mettere in ballo il suo incarico istituzionale.
In attesa di sviluppi - anche se, a dire il vero, una parola chiara è già venuta dalla lettera inviata dal ministro della Giustizia di Santa Lucia al suo premier in merito alla presenza di Tulliani nelle società off shore che rilevarono da An l'appartamento monegasco - resta il fatto che il tramonto della teoria del dossieraggio e dello zampino dei servizi segreti è un colpo duro da assorbire per coloro che speravano di rovesciare le responsabilità dell'intera vicenda su Berlusconi e di caricare sul groppone del presidente del Concislio anche l'accusa di golpismo e di uso privato delle strutture dello Stato per eliminare dalla scena un avversario politico. Chi credeva di poter formulare l'ennesimo accorato appello «in difesa della democrazia in pericolo» e, in nome di ciò, invocare una santa alleanza antiberlusconiana per rovesciare l'attuale quadro politico, ha dovuto riporre le sue illusioni nel cassetto.
Una parola, in particolare, va detta su coloro i quali, a sinistra, pensavano di poter lucrare politicamente dalla teoria del complotto ordito dall'uomo di Arcore per dar vita, nel nome dell'«emergenza democratica», a nuovi scenari, completamente diversi da quelli sanciti - essi sì democraticamente - dal voto popolare dell'aprile 2008. Qui siamo veramente, per ciò che concerne la gauche nostrana, alle «comiche finali», a un teatrino che mette a nudo, in maniera a dir poco imbarazzante, il vuoto pneumatico di idee, di identità, di leadership e di programmi del Pd e dei suoi alleati, costretti ad affidare i loro destini a colui che un tempo era l'innominabile capo di un impresentabile partito la cui sede ideale veniva individuata nelle fogne. Perso ogni contatto con la realtà, la sinistra si affida ormai soltanto ai sogni, costi quel che costi.
Ora la parola torna alla politica. Mercoledì il presidente del Consiglio interverrà alla Camera per esporre i punti sui quali si concentrerà l'azione di governo da qui alla fine della legislatura. Sarà quella la sede in cui ognuno dovrà parlare chiaro ed assumersi le sue responsabilità di fronte al parlamento e di fronte agli elettori. In questo senso, se qualcuno avesse avuto in animo di usare la teoria del dossieraggio sulla casa di Montecarlo come un alibi per scelte di rottura, venuto meno questo argomento egli ora dovrà motivare le sue decisioni, quali che siano, su basi esclusivamente politiche, senza tirare in ballo il fantasma della Spectre o simili amenità di cui nessuno avverte il bisogno.
Gianteo Bordero
Con il videomessaggio diffuso nel tardo pomeriggio di sabato, Gianfranco Fini - non sappiamo se volontariamente o meno - ha fatto piazza pulita di tutti i giudizi che una parte della sinistra, molti media antiberlusconiani e tanti tra gli stessi esponenti di Futuro e Libertà avevano espresso sull'inchiesta del Giornale e di Libero a proposito della casa di Montecarlo. Dossieraggio orchestrato dal Cavaliere e dal suo entourage, uso distorto dei servizi segreti da parte di Berlusconi medesimo, patacche confezionate ad arte dai soliti «ambienti vicini al presidente del Consiglio» e chi più ne ha ne metta: tutto spazzato via, di fatto, dalle dichiarazioni della terza carica dello Stato, che non soltanto ha affermato apertis verbis che la «lealtà istituzionale dei servizi di intelligence è fuori discussione», con sommo dispiacere - immaginiamo - dei pasdaran di Fli, ma è arrivato al punto di collegare la sua permanenza alla guida della Camera alla verità sul quartierino nel Principato. Verità che, per quanto concerne il ruolo svolto nella vicenda da suo «cognato» Giancarlo Tulliani, egli dice di non conoscere ancora, pur avendo avuto dal Tulliani stesso ripetute rassicurazioni al proposito: «Anche io mi chiedo - ha detto - chi è il vero proprietario della casa di Montecarlo. È Giancarlo Tulliani, come tanti pensano? Non lo so. Gliel'ho chiesto con insistenza: egli ha sempre negato con forza, pubblicamente e in privato. Restano i dubbi? Certamente, anche a me. E se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario e che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a lasciare la presidenza della Camera».
Parole, contenuti e toni assai diversi da quelli usati da Fini ancora di recente, nell'intervista rilasciata a Enrico Mentana per il Tg de La7, quando egli aveva affermato che «nel momento in cui si saprà la verità sulla casa di Montecarlo ci sarà da ridere». Adesso è l'inquilino di Montecitorio il primo a non ridere e a prendere sul serio la questione, tanto da mettere in ballo il suo incarico istituzionale.
In attesa di sviluppi - anche se, a dire il vero, una parola chiara è già venuta dalla lettera inviata dal ministro della Giustizia di Santa Lucia al suo premier in merito alla presenza di Tulliani nelle società off shore che rilevarono da An l'appartamento monegasco - resta il fatto che il tramonto della teoria del dossieraggio e dello zampino dei servizi segreti è un colpo duro da assorbire per coloro che speravano di rovesciare le responsabilità dell'intera vicenda su Berlusconi e di caricare sul groppone del presidente del Concislio anche l'accusa di golpismo e di uso privato delle strutture dello Stato per eliminare dalla scena un avversario politico. Chi credeva di poter formulare l'ennesimo accorato appello «in difesa della democrazia in pericolo» e, in nome di ciò, invocare una santa alleanza antiberlusconiana per rovesciare l'attuale quadro politico, ha dovuto riporre le sue illusioni nel cassetto.
Una parola, in particolare, va detta su coloro i quali, a sinistra, pensavano di poter lucrare politicamente dalla teoria del complotto ordito dall'uomo di Arcore per dar vita, nel nome dell'«emergenza democratica», a nuovi scenari, completamente diversi da quelli sanciti - essi sì democraticamente - dal voto popolare dell'aprile 2008. Qui siamo veramente, per ciò che concerne la gauche nostrana, alle «comiche finali», a un teatrino che mette a nudo, in maniera a dir poco imbarazzante, il vuoto pneumatico di idee, di identità, di leadership e di programmi del Pd e dei suoi alleati, costretti ad affidare i loro destini a colui che un tempo era l'innominabile capo di un impresentabile partito la cui sede ideale veniva individuata nelle fogne. Perso ogni contatto con la realtà, la sinistra si affida ormai soltanto ai sogni, costi quel che costi.
Ora la parola torna alla politica. Mercoledì il presidente del Consiglio interverrà alla Camera per esporre i punti sui quali si concentrerà l'azione di governo da qui alla fine della legislatura. Sarà quella la sede in cui ognuno dovrà parlare chiaro ed assumersi le sue responsabilità di fronte al parlamento e di fronte agli elettori. In questo senso, se qualcuno avesse avuto in animo di usare la teoria del dossieraggio sulla casa di Montecarlo come un alibi per scelte di rottura, venuto meno questo argomento egli ora dovrà motivare le sue decisioni, quali che siano, su basi esclusivamente politiche, senza tirare in ballo il fantasma della Spectre o simili amenità di cui nessuno avverte il bisogno.
Gianteo Bordero
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lunedì 9 agosto 2010
LO «STRAPPO BIOETICO» DEI FINIANI
da Ragionpolitica.it del 9 agosto 2010
Giurano che loro si atterranno al programma di governo presentato agli elettori nell'aprile 2008, ma poi, alla prova dei fatti, dimostrano l'esatto contrario. E' già accaduto negli scorsi mesi sui temi dell'immigrazione e della giustizia, e accade di nuovo oggi sulle questioni bioetiche. I finiani, per bocca del vice capogruppo alla Camera di Futuro e Libertà, l'onorevole Benedetto Della Vedova, annunciano una iniziativa per «riprendere in mano il tema di una legge civile sulle coppie di fatto anche gay, senza confinarlo nella maggioranza ma allargandolo a tutte le forze parlamentari». Ma non finisce qui. Perché, sempre secondo Della Vedova, è necessario apportare modifiche anche alla legge sulla procreazione assistita votata dal centrodestra nel 2004, definita «assurda» dall'ex radicale e oggi deputato finiano. Infine, per completare il tutto, ecco la proposta di un «disarmo bilaterale» in materia di testamento biologico, visto che il Popolo della Libertà «ha prodotto solo proposte confessionali su questo tema».
Niente di nuovo sotto il sole, si dirà. Queste non sono soltanto le posizioni di Della Vedova, ma anche quelle espresse a più riprese, negli anni scorsi, dall'onorevole Fini, che non ha mai nascosto la propria idiosincrasia per l'approccio del centrodestra alle questioni bioetiche. Basti ad esempio ricordare la scelta - peraltro molto contestata all'interno del suo partito - dell'allora capo di Alleanza Nazionale in merito al referendum sulla fecondazione assistita del 2005, in occasione del quale egli decise, in nome di una non ben definita idea di «laicità», di appoggiare i quesiti che puntavano a scardinare l'impianto della normativa varata dalla Casa delle Libertà. Una normativa che - ricordiamolo - non vietava il ricorso alle tecniche procreative medicalmente assistite, ma ne disciplinava in modo rigoroso le condizioni e le modalità. Dunque, non un provvedimento «confessionale», al punto che l'allora presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini, pur considerandola una sorta di «male minore» ed invitando per questo i credenti all'astensione referendaria, disse chiaramente che non si trattava di una «legge cattolica».
Se quindi, per un verso, le proposte di Fini e dei finiani in materia bioetica non rappresentano una novità, per un altro verso è evidente che il rimetterle in campo oggi - in un momento così delicato per le sorti della legislatura e dopo l'annuncio del presidente del Consiglio di una mozione programmatica sulla quale chiedere la fiducia del parlamento alla ripresa settembrina - rivela una chiara volontà di rottura che fa a pugni con le dichiarazioni di fedeltà al centrodestra e al mandato ricevuto dagli elettori due anni e mezzo fa. Dissotterrare la questione delle coppie di fatto, della fecondazione assistita, del testamento biologico in un frangente come quello attuale significa infatti cercare un pretesto per prendere ancora una volta le distanze dalla maggioranza: l'ennesima mossa tattica nascosta sotto la solita giustificazione del «dibattito culturale» e dell'espressione del «legittimo dissenso».
Certi temi, proprio per la loro rilevanza, per la loro delicatezza e per i loro risvolti etici, andrebbero affrontati nei modi e nei tempi opportuni, con un confronto degno di tal nome, e non dovrebbero essere utilizzati strumentalmente come la quotidiana occasione per differenziarsi, per mostrarsi diversi, infine per prendersi gli applausi della sinistra e di tutti i media politicamente corretti. Un'operazione di piccolo cabotaggio che contrasta con la grandezza delle questioni sul tappeto.
A questo proposito ci piace ricordare, proprio per il loro valore di coraggiosa opposizione alla politically correctness, le parole pronunciate dal presidente del Consiglio durante la conferenza stampa con la quale, nei tragici giorni che portarono alla morte di Eluana Englaro, annunciò il decreto del governo volto a salvare la vita della giovane donna - decreto poi respinto dal capo dello Stato: «Se non avessimo prodotto ogni sforzo nelle nostre possibilità per evitare la morte di una persona che è in pericolo di vita e che non è in morte cerebrale, ma è una persona che respira in modo autonomo, una persona viva, le cui cellule cerebrali sono vive, una persona in uno stato vegetativo che potrebbe variare come diverse volte si è visto, io, dal mio punto di vista personale, rispondendo alla mia coscienza, mi sentirei responsabile di un'omissione di soccorso nei confronti di una persona in pericolo di vita». La decisione di Berlusconi, accompagnata da queste sue parole, ha segnato lo spartiacque tra il «dibattito culturale» astratto e l'azione concreta in favore della vita e a sua difesa, divenuta parte del Dna del Popolo della Libertà. Rimarcare oggi le posizioni opposte - per di più, come abbiamo visto, come mero tatticismo - vuol dire certificare la propria rottura tanto con l'azione di governo del Pdl quanto con i suoi fondamenti culturali. Basterebbe riconoscerlo con chiarezza ed agire di conseguenza, senza ulteriori indugi finalizzati soltanto a guadagnare tempo per sé facendolo perdere al governo e alla maggioranza votata dai cittadini.
Gianteo Bordero
Giurano che loro si atterranno al programma di governo presentato agli elettori nell'aprile 2008, ma poi, alla prova dei fatti, dimostrano l'esatto contrario. E' già accaduto negli scorsi mesi sui temi dell'immigrazione e della giustizia, e accade di nuovo oggi sulle questioni bioetiche. I finiani, per bocca del vice capogruppo alla Camera di Futuro e Libertà, l'onorevole Benedetto Della Vedova, annunciano una iniziativa per «riprendere in mano il tema di una legge civile sulle coppie di fatto anche gay, senza confinarlo nella maggioranza ma allargandolo a tutte le forze parlamentari». Ma non finisce qui. Perché, sempre secondo Della Vedova, è necessario apportare modifiche anche alla legge sulla procreazione assistita votata dal centrodestra nel 2004, definita «assurda» dall'ex radicale e oggi deputato finiano. Infine, per completare il tutto, ecco la proposta di un «disarmo bilaterale» in materia di testamento biologico, visto che il Popolo della Libertà «ha prodotto solo proposte confessionali su questo tema».
Niente di nuovo sotto il sole, si dirà. Queste non sono soltanto le posizioni di Della Vedova, ma anche quelle espresse a più riprese, negli anni scorsi, dall'onorevole Fini, che non ha mai nascosto la propria idiosincrasia per l'approccio del centrodestra alle questioni bioetiche. Basti ad esempio ricordare la scelta - peraltro molto contestata all'interno del suo partito - dell'allora capo di Alleanza Nazionale in merito al referendum sulla fecondazione assistita del 2005, in occasione del quale egli decise, in nome di una non ben definita idea di «laicità», di appoggiare i quesiti che puntavano a scardinare l'impianto della normativa varata dalla Casa delle Libertà. Una normativa che - ricordiamolo - non vietava il ricorso alle tecniche procreative medicalmente assistite, ma ne disciplinava in modo rigoroso le condizioni e le modalità. Dunque, non un provvedimento «confessionale», al punto che l'allora presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini, pur considerandola una sorta di «male minore» ed invitando per questo i credenti all'astensione referendaria, disse chiaramente che non si trattava di una «legge cattolica».
Se quindi, per un verso, le proposte di Fini e dei finiani in materia bioetica non rappresentano una novità, per un altro verso è evidente che il rimetterle in campo oggi - in un momento così delicato per le sorti della legislatura e dopo l'annuncio del presidente del Consiglio di una mozione programmatica sulla quale chiedere la fiducia del parlamento alla ripresa settembrina - rivela una chiara volontà di rottura che fa a pugni con le dichiarazioni di fedeltà al centrodestra e al mandato ricevuto dagli elettori due anni e mezzo fa. Dissotterrare la questione delle coppie di fatto, della fecondazione assistita, del testamento biologico in un frangente come quello attuale significa infatti cercare un pretesto per prendere ancora una volta le distanze dalla maggioranza: l'ennesima mossa tattica nascosta sotto la solita giustificazione del «dibattito culturale» e dell'espressione del «legittimo dissenso».
Certi temi, proprio per la loro rilevanza, per la loro delicatezza e per i loro risvolti etici, andrebbero affrontati nei modi e nei tempi opportuni, con un confronto degno di tal nome, e non dovrebbero essere utilizzati strumentalmente come la quotidiana occasione per differenziarsi, per mostrarsi diversi, infine per prendersi gli applausi della sinistra e di tutti i media politicamente corretti. Un'operazione di piccolo cabotaggio che contrasta con la grandezza delle questioni sul tappeto.
A questo proposito ci piace ricordare, proprio per il loro valore di coraggiosa opposizione alla politically correctness, le parole pronunciate dal presidente del Consiglio durante la conferenza stampa con la quale, nei tragici giorni che portarono alla morte di Eluana Englaro, annunciò il decreto del governo volto a salvare la vita della giovane donna - decreto poi respinto dal capo dello Stato: «Se non avessimo prodotto ogni sforzo nelle nostre possibilità per evitare la morte di una persona che è in pericolo di vita e che non è in morte cerebrale, ma è una persona che respira in modo autonomo, una persona viva, le cui cellule cerebrali sono vive, una persona in uno stato vegetativo che potrebbe variare come diverse volte si è visto, io, dal mio punto di vista personale, rispondendo alla mia coscienza, mi sentirei responsabile di un'omissione di soccorso nei confronti di una persona in pericolo di vita». La decisione di Berlusconi, accompagnata da queste sue parole, ha segnato lo spartiacque tra il «dibattito culturale» astratto e l'azione concreta in favore della vita e a sua difesa, divenuta parte del Dna del Popolo della Libertà. Rimarcare oggi le posizioni opposte - per di più, come abbiamo visto, come mero tatticismo - vuol dire certificare la propria rottura tanto con l'azione di governo del Pdl quanto con i suoi fondamenti culturali. Basterebbe riconoscerlo con chiarezza ed agire di conseguenza, senza ulteriori indugi finalizzati soltanto a guadagnare tempo per sé facendolo perdere al governo e alla maggioranza votata dai cittadini.
Gianteo Bordero
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mercoledì 14 aprile 2010
SCONFITTA DOPO SCONFITTA
da Ragionpolitica.it del 14 aprile 2010
Dopo sessantacinque anni capitola anche una delle ultime roccaforti rosse: il centrodestra strappa al centrosinistra il Comune di Mantova. E' il simbolo da un lato del processo di rafforzamento sul territorio dell'asse Pdl-Lega, dall'altro della crisi sempre più profonda in cui versa la gauche italiana. Una crisi che viene da lontano (essa ha avuto inizio nel momento in cui si è affermata l'idea che l'unico collante per sconfiggere il centrodestra fosse l'antiberlusconismo duro e puro) ma che negli ultimi due anni è emersa in tutta la sua portata. Il centrosinistra ha perso, nell'ordine: nel 2008 le elezioni politiche e le regionali in Friuli e in Abruzzo; nel 2009 le elezioni regionali in Sardegna, le europee e le amministrative; infine, nel 2010, le regionali e le amministrative del 28 e 29 marzo scorsi. Un panorama desolante: in ventiquattro mesi è cambiata radicalmente la geografia politica del paese, e quello che fino agli inizi del 2008 sarebbe apparso anche al più pessimista tra i sostenitori della sinistra come uno scenario da incubo, è invece divenuto realtà.
A poco è servito, al maggior partito dell'attuale opposizione - cioè quello che dovrebbe essere il motore del centrosinistra, il suo cuore pulsante - avvicendare ben tre segretari in due anni: Veltroni, Franceschini, Bersani. Perché al cambiamento del nome del leader non è corrisposto alcun cambiamento della cosa, cioè della rotta politica del partito. Soprattutto, nessuno dei tre capi del Pd è stato veramente in grado di far uscire il soggetto erede dei Ds e della Margherita dalle secche nelle quali l'avevano condotto più di due lustri di fede cieca nel mito delle varie Unioni, Ulivi, Grandi Alleanze Democratiche, messe in piedi sotto lo stellone di Prodi senza alcun fondamento programmatico oltre all'avversione totale e quasi teologica al Cavaliere. Ci aveva provato Veltroni, e sappiamo tutti che triste fine abbia fatto la sua «nuova stagione»; Franceschini, memore della lezione, si era rigettato nell'antiberlusconismo più becero, nella speranza di salvare la poltrona al congresso del 2009: niente, perché essere stato il vice di Walter era una colpa inescusabile agli occhi della vecchia guardia del partito; infine è arrivato Bersani, con la promessa di «dare un senso a questa storia»: sono passati già sei mesi e di questo «senso» non c'è traccia alcuna. Si vedono soltanto le solite sconfitte elettorali, le solite liti interne, la solita caccia al segretario di turno, e soprattutto si vede la solita incapacità di andare alle radici della crisi e di agire di conseguenza, dando vita coraggiosamente a una moderna sinistra di stampo europeo che rompa con i vecchi schemi del passato. Certo, è un'operazione che richiede tempo e paziente tessitura politica, ma a furia di rimandare al domani la gauche italiana sta perdendo tutti gli appuntamenti con la storia.
E sui treni persi dal Pd e dai suoi alleati ci sale invece il centrodestra: ci salgono Berlusconi e Bossi, il Popolo della Libertà e la Lega Nord, che riescono a fare breccia in fasce sempre più ampie dell'elettorato e perfino in quei settori un tempo appannaggio esclusivo della sinistra. Una sinistra che non è più capace di parlare a quello che per decenni è stato il suo popolo, che non ha programmi e soluzioni da proporre ai suoi tradizionali simpatizzanti, che ha perso il contatto con gli italiani e con i loro problemi quotidiani. Tutta ripiegata su se stessa e concentrata unicamente sulle formule aritmetiche di coalizione con cui tentare di tornare ad essere competitiva con il centrodestra, senza più visione e senza più anima genuinamente popolare, la gauche nostrana sembra incamminata su un sentiero senza via d'uscita. Prova ne sia, da ultimo, l'accusa di populismo rivolta al Pdl e alla Lega: è l'ennesima resa a quell'atteggiamento radical-chic che negli ultimi lustri ha trasformato i partiti di sinistra in soggetti autoreferenziali, in gruppi ristretti di personale politico che non sono stati più in grado di attingere alla linfa vitale del rapporto con il loro popolo, che ha iniziato a guardare da un'altra parte e a cercare altri leader da cui farsi rappresentare.
Gianteo Bordero
Dopo sessantacinque anni capitola anche una delle ultime roccaforti rosse: il centrodestra strappa al centrosinistra il Comune di Mantova. E' il simbolo da un lato del processo di rafforzamento sul territorio dell'asse Pdl-Lega, dall'altro della crisi sempre più profonda in cui versa la gauche italiana. Una crisi che viene da lontano (essa ha avuto inizio nel momento in cui si è affermata l'idea che l'unico collante per sconfiggere il centrodestra fosse l'antiberlusconismo duro e puro) ma che negli ultimi due anni è emersa in tutta la sua portata. Il centrosinistra ha perso, nell'ordine: nel 2008 le elezioni politiche e le regionali in Friuli e in Abruzzo; nel 2009 le elezioni regionali in Sardegna, le europee e le amministrative; infine, nel 2010, le regionali e le amministrative del 28 e 29 marzo scorsi. Un panorama desolante: in ventiquattro mesi è cambiata radicalmente la geografia politica del paese, e quello che fino agli inizi del 2008 sarebbe apparso anche al più pessimista tra i sostenitori della sinistra come uno scenario da incubo, è invece divenuto realtà.
A poco è servito, al maggior partito dell'attuale opposizione - cioè quello che dovrebbe essere il motore del centrosinistra, il suo cuore pulsante - avvicendare ben tre segretari in due anni: Veltroni, Franceschini, Bersani. Perché al cambiamento del nome del leader non è corrisposto alcun cambiamento della cosa, cioè della rotta politica del partito. Soprattutto, nessuno dei tre capi del Pd è stato veramente in grado di far uscire il soggetto erede dei Ds e della Margherita dalle secche nelle quali l'avevano condotto più di due lustri di fede cieca nel mito delle varie Unioni, Ulivi, Grandi Alleanze Democratiche, messe in piedi sotto lo stellone di Prodi senza alcun fondamento programmatico oltre all'avversione totale e quasi teologica al Cavaliere. Ci aveva provato Veltroni, e sappiamo tutti che triste fine abbia fatto la sua «nuova stagione»; Franceschini, memore della lezione, si era rigettato nell'antiberlusconismo più becero, nella speranza di salvare la poltrona al congresso del 2009: niente, perché essere stato il vice di Walter era una colpa inescusabile agli occhi della vecchia guardia del partito; infine è arrivato Bersani, con la promessa di «dare un senso a questa storia»: sono passati già sei mesi e di questo «senso» non c'è traccia alcuna. Si vedono soltanto le solite sconfitte elettorali, le solite liti interne, la solita caccia al segretario di turno, e soprattutto si vede la solita incapacità di andare alle radici della crisi e di agire di conseguenza, dando vita coraggiosamente a una moderna sinistra di stampo europeo che rompa con i vecchi schemi del passato. Certo, è un'operazione che richiede tempo e paziente tessitura politica, ma a furia di rimandare al domani la gauche italiana sta perdendo tutti gli appuntamenti con la storia.
E sui treni persi dal Pd e dai suoi alleati ci sale invece il centrodestra: ci salgono Berlusconi e Bossi, il Popolo della Libertà e la Lega Nord, che riescono a fare breccia in fasce sempre più ampie dell'elettorato e perfino in quei settori un tempo appannaggio esclusivo della sinistra. Una sinistra che non è più capace di parlare a quello che per decenni è stato il suo popolo, che non ha programmi e soluzioni da proporre ai suoi tradizionali simpatizzanti, che ha perso il contatto con gli italiani e con i loro problemi quotidiani. Tutta ripiegata su se stessa e concentrata unicamente sulle formule aritmetiche di coalizione con cui tentare di tornare ad essere competitiva con il centrodestra, senza più visione e senza più anima genuinamente popolare, la gauche nostrana sembra incamminata su un sentiero senza via d'uscita. Prova ne sia, da ultimo, l'accusa di populismo rivolta al Pdl e alla Lega: è l'ennesima resa a quell'atteggiamento radical-chic che negli ultimi lustri ha trasformato i partiti di sinistra in soggetti autoreferenziali, in gruppi ristretti di personale politico che non sono stati più in grado di attingere alla linfa vitale del rapporto con il loro popolo, che ha iniziato a guardare da un'altra parte e a cercare altri leader da cui farsi rappresentare.
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sabato 6 febbraio 2010
IL RITORNO AL NUCLEARE È UNA QUESTIONE D'INTERESSE NAZIONALE
da Ragionpolitica.it del 6 febbraio 2010
Bene ha fatto, il governo, a impugnare dinanzi alla Corte Costituzionale le leggi regionali di Campania, Puglia e Basilicata che impediscono l'installazione di impianti nucleari in quei territori. La proposta di impugnazione è venuta dal ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, secondo il quale tale atto è «necessario per ragioni di diritto e di merito». Per quanto riguarda il primo aspetto - ha spiegato il ministro - «le tre leggi intervengono autonomamente in una materia concorrente con lo Stato (produzione, trasporto e distribuzione di energia elettrica) e non riconoscono l'esclusiva competenza dello Stato in materia di tutela dell'ambiente, della sicurezza interna e della concorrenza (articolo 117, secondo comma della Costituzione)». Venendo invece alla questione di merito, Scajola ha affermato che «il ritorno al nucleare è un punto fondamentale del programma del governo Berlusconi, indispensabile per garantire la sicurezza energetica, ridurre i costi dell'energia per le famiglie e per le imprese, combattere il cambiamento climatico riducendo le emissioni di gas serra secondo gli impegni presi in ambito europeo».
E' importante cercare di comprendere i due assunti politico-ideologici che stanno alla base delle leggi regionali contro cui l'esecutivo ha deciso di fare ricorso. In primo luogo vi è un'idea distorta e parziale del federalismo, secondo la quale le Regioni rappresentano una sorta di «Stato in miniatura», cioè un Ente in tutto identico, salvo che nell'estensione territoriale, allo Stato centrale. Questa concezione affonda le sue radici nella riforma del Titolo V della Costituzione approvata in fretta e furia dal centrosinistra al termine della XIII legislatura (1996-2001) per tentare di ingraziarsi l'elettorato leghista in vista delle elezioni politiche del 13 maggio 2001. Tale riforma, lungi dal mettere in atto un sano federalismo, ben inserito e bilanciato nel quadro dell'unità nazionale, con la nuova formulazione dell'articolo 117 della Carta costituzionale da un lato ha assegnato alle Regioni la potestà legislativa su «ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato», dall'altro lato ha previsto una lunga serie di materie concorrenti: si è creata così una grande confusione di competenze tra Stato e Regioni, con prevedibili e inevitabili ricorsi alla Consulta, ma soprattutto è stata legittimata l'idea di una sostanziale equivalenza tra il potere legislativo del parlamento centrale e quello dei parlamentini (ormai veri e propri parlamenti) regionali. La conseguenza di tutto ciò è stata che, più che a un vero federalismo (quello in cui alla previsione di più poteri per le Regioni corrisponde un rafforzamento dei poteri di controllo e indirizzo dello Stato centrale e del governo), si è dato vita ad un mero «regionalismo» trasformatosi non di rado, in questi due lustri, in «centralismo» o «statalismo» regionale.
Ma l'esito culturalmente e politicamente più grave del «pasticciaccio brutto» della riforma del Titolo V è stato quello di mettere in secondo piano l'interesse nazionale, cioè l'interesse dell'Italia in quanto tale, oltre le sue partizioni territoriali. Si è creato così un corto circuito tra territorio e Stato, tra dimensione locale e dimensione nazionale, i cui frutti avvelenati sono oggi sotto gli occhi di tutti: si pensi, oltre al caso odierno del nucleare, anche a episodi come quello dell'opposizione alla Tav in Val di Susa e, più in generale, alla realizzazione di infrastrutture e grandi opere necessarie all'ammodernamento del paese e foriere di sviluppo e benessere per tutta la nazione.
Venendo poi alla seconda ragione che sta alla base del «no» di Campania, Puglia e Basilicata all'impianto di stabilimenti nucleari sul loro territorio, essa è da individuare in un atavico e cieco dogma ideologico che ancora permea ampi settori della gauche italiana (tant'è vero che queste tre Regioni sono amministrate da giunte di centrosinistra): il dogma secondo cui «nucleare» è sinonimo di disastri ambientali, inquinamento e distruzione della Natura. A poco valgono gli sviluppi tecnologici che oggi garantiscono impianti sicuri e ad emissioni zero. A poco valgono le dichiarazioni di ambientalisti storici come Chicco Testa, James Lovelock e Stephen Tindale, che sono diventati sostenitori della produzione di energia elettrica da fonte nucleare come strumento per contenere l'inquinamento atmosferico. A poco valgono le analisi storiche sulle vere cause (scarsa o nulla manutenzione e crisi irreversibile del sistema sovietico) che portarono alla catastrofe di Chernobyl. Ancora, a poco vale ricordare che i referendum anti-nucleare del 1987 non prevedevano in alcun modo l'abolizione o la chiusura delle centrali. E a poco, infine, vale rilevare come anche per quanto riguarda il problema dello smaltimento delle scorie siano ormai stati fatti molti passi in avanti dal punto di vista della sicurezza (in Spagna - è notizia di questi giorni - addirittura tredici cittadine si sono candidate ad ospitare il nuovo grande deposito di scorie che il governo vuole realizzare). Questi sono tutti dati di realtà totalmente ignorati da chi pone al primo posto - per convenienza politica immediata o per incapacità di mettere in discussione vecchie convinzioni - l'astrattezza ideologica, il mantra propagandistico, il pregiudizio comodo e politicamente corretto.
Per tutti questi motivi diventa ancora più importante la scelta del governo Berlusconi di impugnare le tre leggi regionali citate e di procedere innanzi, senza tentennamenti, sulla strada del ritorno al nucleare. In nome del principio di realtà e della salvaguardia dell'interesse nazionale. A tal proposito, il ministro Scajola ha annunciato che nella prossima riunione del Consiglio dei ministri, che si svolgerà il 10 febbraio, «ci sarà l'approvazione definitiva del decreto legislativo recante misure sulla definizione dei criteri per la localizzazione delle centrali nucleari». Avanti tutta.
Gianteo Bordero
Bene ha fatto, il governo, a impugnare dinanzi alla Corte Costituzionale le leggi regionali di Campania, Puglia e Basilicata che impediscono l'installazione di impianti nucleari in quei territori. La proposta di impugnazione è venuta dal ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, secondo il quale tale atto è «necessario per ragioni di diritto e di merito». Per quanto riguarda il primo aspetto - ha spiegato il ministro - «le tre leggi intervengono autonomamente in una materia concorrente con lo Stato (produzione, trasporto e distribuzione di energia elettrica) e non riconoscono l'esclusiva competenza dello Stato in materia di tutela dell'ambiente, della sicurezza interna e della concorrenza (articolo 117, secondo comma della Costituzione)». Venendo invece alla questione di merito, Scajola ha affermato che «il ritorno al nucleare è un punto fondamentale del programma del governo Berlusconi, indispensabile per garantire la sicurezza energetica, ridurre i costi dell'energia per le famiglie e per le imprese, combattere il cambiamento climatico riducendo le emissioni di gas serra secondo gli impegni presi in ambito europeo».
E' importante cercare di comprendere i due assunti politico-ideologici che stanno alla base delle leggi regionali contro cui l'esecutivo ha deciso di fare ricorso. In primo luogo vi è un'idea distorta e parziale del federalismo, secondo la quale le Regioni rappresentano una sorta di «Stato in miniatura», cioè un Ente in tutto identico, salvo che nell'estensione territoriale, allo Stato centrale. Questa concezione affonda le sue radici nella riforma del Titolo V della Costituzione approvata in fretta e furia dal centrosinistra al termine della XIII legislatura (1996-2001) per tentare di ingraziarsi l'elettorato leghista in vista delle elezioni politiche del 13 maggio 2001. Tale riforma, lungi dal mettere in atto un sano federalismo, ben inserito e bilanciato nel quadro dell'unità nazionale, con la nuova formulazione dell'articolo 117 della Carta costituzionale da un lato ha assegnato alle Regioni la potestà legislativa su «ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato», dall'altro lato ha previsto una lunga serie di materie concorrenti: si è creata così una grande confusione di competenze tra Stato e Regioni, con prevedibili e inevitabili ricorsi alla Consulta, ma soprattutto è stata legittimata l'idea di una sostanziale equivalenza tra il potere legislativo del parlamento centrale e quello dei parlamentini (ormai veri e propri parlamenti) regionali. La conseguenza di tutto ciò è stata che, più che a un vero federalismo (quello in cui alla previsione di più poteri per le Regioni corrisponde un rafforzamento dei poteri di controllo e indirizzo dello Stato centrale e del governo), si è dato vita ad un mero «regionalismo» trasformatosi non di rado, in questi due lustri, in «centralismo» o «statalismo» regionale.
Ma l'esito culturalmente e politicamente più grave del «pasticciaccio brutto» della riforma del Titolo V è stato quello di mettere in secondo piano l'interesse nazionale, cioè l'interesse dell'Italia in quanto tale, oltre le sue partizioni territoriali. Si è creato così un corto circuito tra territorio e Stato, tra dimensione locale e dimensione nazionale, i cui frutti avvelenati sono oggi sotto gli occhi di tutti: si pensi, oltre al caso odierno del nucleare, anche a episodi come quello dell'opposizione alla Tav in Val di Susa e, più in generale, alla realizzazione di infrastrutture e grandi opere necessarie all'ammodernamento del paese e foriere di sviluppo e benessere per tutta la nazione.
Venendo poi alla seconda ragione che sta alla base del «no» di Campania, Puglia e Basilicata all'impianto di stabilimenti nucleari sul loro territorio, essa è da individuare in un atavico e cieco dogma ideologico che ancora permea ampi settori della gauche italiana (tant'è vero che queste tre Regioni sono amministrate da giunte di centrosinistra): il dogma secondo cui «nucleare» è sinonimo di disastri ambientali, inquinamento e distruzione della Natura. A poco valgono gli sviluppi tecnologici che oggi garantiscono impianti sicuri e ad emissioni zero. A poco valgono le dichiarazioni di ambientalisti storici come Chicco Testa, James Lovelock e Stephen Tindale, che sono diventati sostenitori della produzione di energia elettrica da fonte nucleare come strumento per contenere l'inquinamento atmosferico. A poco valgono le analisi storiche sulle vere cause (scarsa o nulla manutenzione e crisi irreversibile del sistema sovietico) che portarono alla catastrofe di Chernobyl. Ancora, a poco vale ricordare che i referendum anti-nucleare del 1987 non prevedevano in alcun modo l'abolizione o la chiusura delle centrali. E a poco, infine, vale rilevare come anche per quanto riguarda il problema dello smaltimento delle scorie siano ormai stati fatti molti passi in avanti dal punto di vista della sicurezza (in Spagna - è notizia di questi giorni - addirittura tredici cittadine si sono candidate ad ospitare il nuovo grande deposito di scorie che il governo vuole realizzare). Questi sono tutti dati di realtà totalmente ignorati da chi pone al primo posto - per convenienza politica immediata o per incapacità di mettere in discussione vecchie convinzioni - l'astrattezza ideologica, il mantra propagandistico, il pregiudizio comodo e politicamente corretto.
Per tutti questi motivi diventa ancora più importante la scelta del governo Berlusconi di impugnare le tre leggi regionali citate e di procedere innanzi, senza tentennamenti, sulla strada del ritorno al nucleare. In nome del principio di realtà e della salvaguardia dell'interesse nazionale. A tal proposito, il ministro Scajola ha annunciato che nella prossima riunione del Consiglio dei ministri, che si svolgerà il 10 febbraio, «ci sarà l'approvazione definitiva del decreto legislativo recante misure sulla definizione dei criteri per la localizzazione delle centrali nucleari». Avanti tutta.
Gianteo Bordero
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giovedì 21 gennaio 2010
REGIONALI. IL VERO VALORE AGGIUNTO DEL CENTRODESTRA È BERLUSCONI
da Ragionpolitica.it del 21 gennaio 2010
E' stato detto e scritto, nei giorni scorsi, che le alleanze in vista delle prossime elezioni regionali devono essere stipulate sulla base di accordi locali che vadano al di là delle rigide logiche di schieramento nazionale. Questa affermazione, che contiene indubbi elementi di verità, non coglie però tutti i fattori in gioco nella battaglia che i partiti si apprestano a combattere. Innanzitutto è chiaro che i risultati che usciranno dalle urne il prossimo 23 marzo saranno valutati dagli osservatori, dall'opinione pubblica e dagli stessi dirigenti partitici come una cartina di tornasole dei rapporti di forza, a livello nazionale, tra e negli schieramenti: ciò che conterà, alla fine, sarà in primis il numero di amministrazioni regionali che un polo sarà riuscito a strappare all'altro, e poi la formazione politica (e persino, all'interno di essa, la «corrente») a cui appartiene il nuovo governatore. Se dunque l'esito del voto di marzo, come tutti candidamente lasciano intendere, sarà valutato secondo una prospettiva nazionale (le regionali sono considerate come una sorta di elezioni di mid-term per saggiare la tenuta dell'attuale maggioranza di governo) è evidente che anche la fase di definizione delle alleanze non può sfuggire del tutto a questa logica. Tanto più che non ci troviamo di fronte ad elezioni in sperduti Comuni e piccole Province, bensì in Enti che, per poteri esercitati, fondi erogati e «poltrone» disponibili, possono di fatto essere accostati alle Amministrazioni centrali.
Ciò che mette in crisi lo schema consolidatosi negli ultimi quindici anni in occasione delle regionali è la presenza sulla scena di un partito, l'Unione di Centro, che ha già manifestato senza giri di parole la sua intenzione di scegliere caso per caso i compagni di viaggio, senza alcun vincolo di schieramento nazionale, ma avendo come fine ultimo da un lato quello di alzare il prezzo dell'accordo laddove essa potrebbe risultare decisiva, dall'altro quello di creare scompiglio nel centrodestra e nel centrosinistra in vista della destrutturazione dell'attuale bipolarismo auspicata da Pier Ferdinando Casini. Così, se per un verso ciò a cui i due poli guardano è la proiezione a livello nazionale del risultato delle regionali, per un altro verso essi sono costretti a ingoiare la minestra della «logica locale» laddove l'Udc è l'ago della bilancia per assegnare all'uno o all'altro la palma del vincitore. Se non fosse in campo il partito di Casini, e se esso non fosse in alcune situazioni decisivo, probabilmente nessuno, soprattutto in un centrodestra che i sondaggi danno ancora largamente maggioritario rispetto al centrosinistra, si sentirebbe in dovere di far ricorso al caro, vecchio argomento dell'«ottica locale». E' un modo garbato per nobilitare una scelta che sarebbe solo ed esclusivamente dettata dalla realpolitik.
Un altro elemento di cui tenere conto è il fatto che il presidente del Consiglio ha già manifestato la sua volontà di imprimere alla campagna elettorale per le regionali una forte caratterizzazione governativa, mostrando i risultati ed i successi ottenuti dall'esecutivo in quasi due anni di attività. Berlusconi vuole partecipare attivamente alla campagna e, come già accaduto in passato, la sua presenza itinerante per lo Stivale può senza dubbio rappresentare quel valore aggiunto in grado sia di mobilitare quella parte di elettorato di centrodestra che tradizionalmente si reca con entusiasmo alle urne solo se in ballo c'è una vera partita politica nazionale, sia di calamitare i molti incerti rilevati in queste settimane dai sondaggi, sia di andare a pescare nell'elettorato centrista laddove l'Udc stringerà accordi con il centrosinistra, che in molti casi verranno percepiti come innaturali rispetto al Dna di principi e valori del partito.
Se da un lato, dunque, per ragioni di realismo politico può essere accettato in alcuni casi il sostegno dell'Unione di Centro ai candidati del centrodestra, soprattutto in quelle Regioni che alla fine dei conti saranno decisive per poter parlare di vittoria o sconfitta sul piano nazionale, dall'altro lato non bisogna dimenticare che spesso, con Berlusconi in campo, ad essere decisive non sono state la somma algebrica dei voti sulla carta e le strategie studiate a tavolino, ma le formidabili campagne politiche del Cavaliere nelle città italiane, il contatto diretto del leader con il suo popolo, la forza attrattiva e imprevedibile di colui al quale gli elettori continuano ad assegnare, da tre lustri a questa parte, un consenso senza pari nella storia della Repubblica.
Gianteo Bordero
E' stato detto e scritto, nei giorni scorsi, che le alleanze in vista delle prossime elezioni regionali devono essere stipulate sulla base di accordi locali che vadano al di là delle rigide logiche di schieramento nazionale. Questa affermazione, che contiene indubbi elementi di verità, non coglie però tutti i fattori in gioco nella battaglia che i partiti si apprestano a combattere. Innanzitutto è chiaro che i risultati che usciranno dalle urne il prossimo 23 marzo saranno valutati dagli osservatori, dall'opinione pubblica e dagli stessi dirigenti partitici come una cartina di tornasole dei rapporti di forza, a livello nazionale, tra e negli schieramenti: ciò che conterà, alla fine, sarà in primis il numero di amministrazioni regionali che un polo sarà riuscito a strappare all'altro, e poi la formazione politica (e persino, all'interno di essa, la «corrente») a cui appartiene il nuovo governatore. Se dunque l'esito del voto di marzo, come tutti candidamente lasciano intendere, sarà valutato secondo una prospettiva nazionale (le regionali sono considerate come una sorta di elezioni di mid-term per saggiare la tenuta dell'attuale maggioranza di governo) è evidente che anche la fase di definizione delle alleanze non può sfuggire del tutto a questa logica. Tanto più che non ci troviamo di fronte ad elezioni in sperduti Comuni e piccole Province, bensì in Enti che, per poteri esercitati, fondi erogati e «poltrone» disponibili, possono di fatto essere accostati alle Amministrazioni centrali.
Ciò che mette in crisi lo schema consolidatosi negli ultimi quindici anni in occasione delle regionali è la presenza sulla scena di un partito, l'Unione di Centro, che ha già manifestato senza giri di parole la sua intenzione di scegliere caso per caso i compagni di viaggio, senza alcun vincolo di schieramento nazionale, ma avendo come fine ultimo da un lato quello di alzare il prezzo dell'accordo laddove essa potrebbe risultare decisiva, dall'altro quello di creare scompiglio nel centrodestra e nel centrosinistra in vista della destrutturazione dell'attuale bipolarismo auspicata da Pier Ferdinando Casini. Così, se per un verso ciò a cui i due poli guardano è la proiezione a livello nazionale del risultato delle regionali, per un altro verso essi sono costretti a ingoiare la minestra della «logica locale» laddove l'Udc è l'ago della bilancia per assegnare all'uno o all'altro la palma del vincitore. Se non fosse in campo il partito di Casini, e se esso non fosse in alcune situazioni decisivo, probabilmente nessuno, soprattutto in un centrodestra che i sondaggi danno ancora largamente maggioritario rispetto al centrosinistra, si sentirebbe in dovere di far ricorso al caro, vecchio argomento dell'«ottica locale». E' un modo garbato per nobilitare una scelta che sarebbe solo ed esclusivamente dettata dalla realpolitik.
Un altro elemento di cui tenere conto è il fatto che il presidente del Consiglio ha già manifestato la sua volontà di imprimere alla campagna elettorale per le regionali una forte caratterizzazione governativa, mostrando i risultati ed i successi ottenuti dall'esecutivo in quasi due anni di attività. Berlusconi vuole partecipare attivamente alla campagna e, come già accaduto in passato, la sua presenza itinerante per lo Stivale può senza dubbio rappresentare quel valore aggiunto in grado sia di mobilitare quella parte di elettorato di centrodestra che tradizionalmente si reca con entusiasmo alle urne solo se in ballo c'è una vera partita politica nazionale, sia di calamitare i molti incerti rilevati in queste settimane dai sondaggi, sia di andare a pescare nell'elettorato centrista laddove l'Udc stringerà accordi con il centrosinistra, che in molti casi verranno percepiti come innaturali rispetto al Dna di principi e valori del partito.
Se da un lato, dunque, per ragioni di realismo politico può essere accettato in alcuni casi il sostegno dell'Unione di Centro ai candidati del centrodestra, soprattutto in quelle Regioni che alla fine dei conti saranno decisive per poter parlare di vittoria o sconfitta sul piano nazionale, dall'altro lato non bisogna dimenticare che spesso, con Berlusconi in campo, ad essere decisive non sono state la somma algebrica dei voti sulla carta e le strategie studiate a tavolino, ma le formidabili campagne politiche del Cavaliere nelle città italiane, il contatto diretto del leader con il suo popolo, la forza attrattiva e imprevedibile di colui al quale gli elettori continuano ad assegnare, da tre lustri a questa parte, un consenso senza pari nella storia della Repubblica.
Gianteo Bordero
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domenica 22 novembre 2009
AVANTI CON LE RIFORME
da Ragionpolitica.it del 21 novembre 2009
Con gli indicatori economici che iniziano a segnalare con regolarità l'inizio dell'uscita dell'Italia dalla crisi, e avviandosi quindi a conclusione la fase della gestione dell'emergenza protrattasi per dodici mesi, il governo Berlusconi può finalmente imprimere un'accelerata alla realizzazione dell'agenda riformatrice contenuta nel programma presentato agli elettori il 13 e 14 aprile del 2008. Non che nell'ultimo anno l'esecutivo non abbia messo in campo importanti provvedimenti «di sistema»: basti pensare, ad esempio, alla riforma della Pubblica Amministrazione fortemente voluta dal ministro Brunetta, all'avvio dell'iter che condurrà alla piena attuazione del federalismo fiscale, al disegno di legge sullo sviluppo promosso dal ministro Scajola, agli interventi in campo scolastico del ministro Gelmini, alla riforma del codice di procedura civile - solo per citarne alcuni tra i più rilevanti. Ma oggi, con il barometro della situazione economica che ha smesso di segnare tempesta (si vedano, da ultimo, i dati Istat relativi alla produzione industriale), vi sono le condizioni oggettive per mettere mano a nodi ancora insoluti, che non potevano essere sciolti mentre il governo era impegnato a tener dritta la barra del timone in mezzo ai marosi della crisi - un compito gravoso che però è stato svolto in maniera ferma e responsabile, con risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti: il paese ha reagito meglio di molti altri al periodo di grave difficoltà che ha investito l'intero pianeta, e anche grazie agli interventi studiati dall'esecutivo ha potuto evitare di vedere la crisi economica trasformarsi in una pericolosa e potenzialmente devastante crisi sociale.
Tra le riforme che il Berlusconi IV metterà in cantiere nei prossimi mesi spiccano per importanza quelle relative a tre grandi capitoli di governo: la fiscalità, la giustizia e le istituzioni. Per quanto riguarda il primo punto, è stato lo stesso presidente del Consiglio, pochi giorni fa, ad annunciare che, con l'uscita dalla fase acuta della crisi, l'esecutivo si dedicherà, sempre «compatibilmente con la situazione dei conti pubblici», da un lato ad una prima riduzione dell'Irap e, dall'altro lato, alla messa in cantiere del cosiddetto «quoziente familiare», in base al quale le tasse che il singolo dovrà pagare allo Stato saranno calcolate anche tenendo conto della composizione del nucleo familiare. Sul secondo tema, quello della giustizia, è già stato presentato al Senato il disegno di legge per ridurre i tempi dei processi, vera e propria piaga che affligge il sistema giudiziario italiano, mentre sono già in fase di discussione, nelle commissioni parlamentari, la riforma del processo penale e dell'avvocatura. A questi provvedimenti seguirà, come ha dichiarato venerdì il capo del governo nel suo messaggio alla sesta conferenza nazionale dell'Avvocatura, «l'indispensabile riforma costituzionale della giustizia, che porrà in condizione di effettiva parità l'accusa e la difesa nel processo». E sempre in tema di modifiche costituzionali - terzo capitolo di intervento riformista del governo - è ferma intenzione dell'esecutivo e della maggioranza portare avanti un progetto di ammodernamento delle istituzioni ripartendo da alcune proposte già contenute nella riforma costituzionale del 2001-2006, poi naufragata col referendum del giugno di quell'anno: rafforzamento dei poteri del premier, sfiducia costruttiva, riduzione del numero dei parlamentari. E, soprattutto, sarà sul tappeto la questione, già sollevata in modo esplicito da Berlusconi, dell'elezione diretta del capo del governo.
E' evidente che si tratta di riforme che avranno un forte impatto nei vari settori oggetto di intervento. Riforme - come detto in precedenza - «di sistema» che, per poter essere realizzate, richiedono due precondizioni politiche fondamentali: una maggioranza unita e determinata nel portare a termine il programma di governo e un forte sostegno dell'elettorato. Sulla prima questione, dopo giorni incerti e confusi, un punto fermo è stato posto dal presidente del Consiglio con la nota ufficiale del 18 novembre: smentendo categoricamente le insistenti voci di elezioni anticipate, Berlusconi ha affermato: «Il mandato che abbiamo ricevuto dagli elettori è di governare per i cinque anni della legislatura, ed è questo l'impegno che stiamo già portando avanti con determinazione e che intendiamo concludere nell'interesse del paese. La maggioranza che sostiene il governo è solida anche al di là di una dialettica interna che comunque ne accentua le capacità ideative». Sul secondo punto, quello che riguarda il consenso popolare, i sondaggi degli ultimi giorni da un lato confermano la tenuta del gradimento dei cittadini per l'azione di governo, dall'altro segnalano una crescita della fiducia nel principale partito di maggioranza, il Popolo della Libertà, che secondo l'ultima rilevazione effettuata dall'Istituto Piepoli per il quotidiano Libero riscuote il 38,5% dei consensi, con un +3,2% rispetto alle elezioni europee del giugno scorso.
E' chiaro, in conclusione, che le condizioni politiche ed economiche per poter procedere sul cammino delle riforme ci sono tutte. Quindi, avanti senza indugi per continuare l'opera di buongoverno iniziata un anno e mezzo fa.
Gianteo Bordero
Con gli indicatori economici che iniziano a segnalare con regolarità l'inizio dell'uscita dell'Italia dalla crisi, e avviandosi quindi a conclusione la fase della gestione dell'emergenza protrattasi per dodici mesi, il governo Berlusconi può finalmente imprimere un'accelerata alla realizzazione dell'agenda riformatrice contenuta nel programma presentato agli elettori il 13 e 14 aprile del 2008. Non che nell'ultimo anno l'esecutivo non abbia messo in campo importanti provvedimenti «di sistema»: basti pensare, ad esempio, alla riforma della Pubblica Amministrazione fortemente voluta dal ministro Brunetta, all'avvio dell'iter che condurrà alla piena attuazione del federalismo fiscale, al disegno di legge sullo sviluppo promosso dal ministro Scajola, agli interventi in campo scolastico del ministro Gelmini, alla riforma del codice di procedura civile - solo per citarne alcuni tra i più rilevanti. Ma oggi, con il barometro della situazione economica che ha smesso di segnare tempesta (si vedano, da ultimo, i dati Istat relativi alla produzione industriale), vi sono le condizioni oggettive per mettere mano a nodi ancora insoluti, che non potevano essere sciolti mentre il governo era impegnato a tener dritta la barra del timone in mezzo ai marosi della crisi - un compito gravoso che però è stato svolto in maniera ferma e responsabile, con risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti: il paese ha reagito meglio di molti altri al periodo di grave difficoltà che ha investito l'intero pianeta, e anche grazie agli interventi studiati dall'esecutivo ha potuto evitare di vedere la crisi economica trasformarsi in una pericolosa e potenzialmente devastante crisi sociale.
Tra le riforme che il Berlusconi IV metterà in cantiere nei prossimi mesi spiccano per importanza quelle relative a tre grandi capitoli di governo: la fiscalità, la giustizia e le istituzioni. Per quanto riguarda il primo punto, è stato lo stesso presidente del Consiglio, pochi giorni fa, ad annunciare che, con l'uscita dalla fase acuta della crisi, l'esecutivo si dedicherà, sempre «compatibilmente con la situazione dei conti pubblici», da un lato ad una prima riduzione dell'Irap e, dall'altro lato, alla messa in cantiere del cosiddetto «quoziente familiare», in base al quale le tasse che il singolo dovrà pagare allo Stato saranno calcolate anche tenendo conto della composizione del nucleo familiare. Sul secondo tema, quello della giustizia, è già stato presentato al Senato il disegno di legge per ridurre i tempi dei processi, vera e propria piaga che affligge il sistema giudiziario italiano, mentre sono già in fase di discussione, nelle commissioni parlamentari, la riforma del processo penale e dell'avvocatura. A questi provvedimenti seguirà, come ha dichiarato venerdì il capo del governo nel suo messaggio alla sesta conferenza nazionale dell'Avvocatura, «l'indispensabile riforma costituzionale della giustizia, che porrà in condizione di effettiva parità l'accusa e la difesa nel processo». E sempre in tema di modifiche costituzionali - terzo capitolo di intervento riformista del governo - è ferma intenzione dell'esecutivo e della maggioranza portare avanti un progetto di ammodernamento delle istituzioni ripartendo da alcune proposte già contenute nella riforma costituzionale del 2001-2006, poi naufragata col referendum del giugno di quell'anno: rafforzamento dei poteri del premier, sfiducia costruttiva, riduzione del numero dei parlamentari. E, soprattutto, sarà sul tappeto la questione, già sollevata in modo esplicito da Berlusconi, dell'elezione diretta del capo del governo.
E' evidente che si tratta di riforme che avranno un forte impatto nei vari settori oggetto di intervento. Riforme - come detto in precedenza - «di sistema» che, per poter essere realizzate, richiedono due precondizioni politiche fondamentali: una maggioranza unita e determinata nel portare a termine il programma di governo e un forte sostegno dell'elettorato. Sulla prima questione, dopo giorni incerti e confusi, un punto fermo è stato posto dal presidente del Consiglio con la nota ufficiale del 18 novembre: smentendo categoricamente le insistenti voci di elezioni anticipate, Berlusconi ha affermato: «Il mandato che abbiamo ricevuto dagli elettori è di governare per i cinque anni della legislatura, ed è questo l'impegno che stiamo già portando avanti con determinazione e che intendiamo concludere nell'interesse del paese. La maggioranza che sostiene il governo è solida anche al di là di una dialettica interna che comunque ne accentua le capacità ideative». Sul secondo punto, quello che riguarda il consenso popolare, i sondaggi degli ultimi giorni da un lato confermano la tenuta del gradimento dei cittadini per l'azione di governo, dall'altro segnalano una crescita della fiducia nel principale partito di maggioranza, il Popolo della Libertà, che secondo l'ultima rilevazione effettuata dall'Istituto Piepoli per il quotidiano Libero riscuote il 38,5% dei consensi, con un +3,2% rispetto alle elezioni europee del giugno scorso.
E' chiaro, in conclusione, che le condizioni politiche ed economiche per poter procedere sul cammino delle riforme ci sono tutte. Quindi, avanti senza indugi per continuare l'opera di buongoverno iniziata un anno e mezzo fa.
Gianteo Bordero
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martedì 15 settembre 2009
GLI SCENARI E LA REALTÀ
da Ragionpolitica.it del 15 settembre 2009
Tutti coloro che in questi giorni s'ingegnano a ipotizzare nuovi scenari e a descrivere come imminente un mutamento sostanziale del quadro politico italiano partono da due premesse fallaci, che conducono inevitabilmente a formulare deduzioni del tutto prive di fondamento in re. L'inconsistente sillogismo formulato dai novelli cultori della sfera di cristallo risulta così schematizzabile: premessa maggiore: «E' iniziato il declino di Silvio Berlusconi»; premessa minore: «In parlamento esiste una maggioranza alternativa a quella attuale». Conseguenza: «Occorre tenersi pronti per dare vita a un nuovo governo sostenuto da una nuova aggregazione di stampo centrista, che raccolga frammenti del Pdl e del Pd e li unisca ai voti dell'Udc, togliendo di mezzo la Lega Nord».
Per capire che le possibilità di riuscita di un simile disegno fantapolitico sono nulle ci vuol poco. Primo: se sono attendibili tutti gli ultimi sondaggi riguardanti il tasso di gradimento che riscuote tra gli italiani il presidente del Consiglio (il più recente registra il 68,6% di fiducia), è evidente che il suddetto «declino di Berlusconi» esiste soltanto nella mente di coloro che ne parlano, e che, evocandolo a ogni piè sospinto, sperano di trasformare l'acqua dell'analisi politologica nel vino della realtà politica. I fatti dicono tutt'altro: dicono che il premier continua a lavorare alacremente per portare a realizzazione il programma di governo presentato agli elettori e per fronteggiare le emergenze che l'esecutivo si è trovato dinanzi nell'ultimo anno - crisi economica e ricostruzione in Abruzzo su tutte. I risultati positivi di tale azione sono sotto gli occhi di tutti: basti ad esempio pensare che oggi, a soli cinque mesi dal sisma che ha colpito l'Aquila e i borghi limitrofi, il presidente del Consiglio consegnerà le prime nuove case ai terremotati.
Secondo: affermare, come ha fatto Pier Ferdinando Casini domenica a Chianciano, che «ci vogliono dieci minuti per mettere in piedi una maggioranza senza la Lega», significa non rendersi conto di quanto le cose, nel sistema politico italiano, siano cambiate rispetto ai tempi della prima Repubblica, quando la guida dell'esecutivo non era decisa dagli elettori, ma era affidata alle mediazioni tra partiti, i quali chiedevano il voto ai cittadini per poi poterne disporre a proprio uso e consumo nel chiuso delle stanze del potere, facendo e disfacendo a proprio piacimento governi (spesso balneari) e maggioranze (il più delle volte variabili). Il 13 e 14 aprile 2008 gli elettori si sono trovati sulla scheda un'alleanza che comprendeva due partiti, il Popolo della Libertà e la Lega Nord, che si presentavano insieme per ottenere la fiducia necessaria per attuare un programma comune. Perciò non sono immaginabili, nell'attuale legislatura, né un governo né una maggioranza diversi da quelli attuali: ciò rappresenterebbe un chiaro tradimento della volontà popolare e un regresso verso quella «Repubblica dei partiti» che ha lasciato il passo, con l'ingresso sulla scena politica di Silvio Berlusconi, alla «Repubblica dei cittadini», le cui fondamenta sono il rispetto del voto espresso dagli elettori e del programma di governo ad essi proposto.
Oggi la realtà, che lo si voglia o no, è che esistono sia un governo autorevolmente ed efficacemente guidato dal suo capo, sia una maggioranza parlamentare solida e affiatata: entrambi hanno dimostrato, in questi sedici mesi, di bene operare, lasciando poco spazio al chiacchiericcio inconcludente, tanto caro ai retroscenisti, e concentrandosi invece sui veri problemi del paese. Se riaffiorano ora strampalate ipotesi di grandi centri, governissimi trasversali, esecutivi istituzionali e chi più ne ha ne metta, non è certo perché sia alle porte una crisi dell'asse politico uscito vincitore nel 2008, ma semmai perché tale asse continua il suo cammino e non dà segni di cedimento nonostante gli attacchi quotidiani al suo leader e al suo fedele alleato e nonostante le campagne mediatico-giudiziarie orchestrate ad arte, segno della mai sopita tentazione di imporre all'Italia il giogo di un governo non scelto dagli elettori e di una maggioranza studiata a tavolino dai poteri forti, da qualche gruppo editoriale, da settori politicizzati della magistratura.
Gianteo Bordero
Tutti coloro che in questi giorni s'ingegnano a ipotizzare nuovi scenari e a descrivere come imminente un mutamento sostanziale del quadro politico italiano partono da due premesse fallaci, che conducono inevitabilmente a formulare deduzioni del tutto prive di fondamento in re. L'inconsistente sillogismo formulato dai novelli cultori della sfera di cristallo risulta così schematizzabile: premessa maggiore: «E' iniziato il declino di Silvio Berlusconi»; premessa minore: «In parlamento esiste una maggioranza alternativa a quella attuale». Conseguenza: «Occorre tenersi pronti per dare vita a un nuovo governo sostenuto da una nuova aggregazione di stampo centrista, che raccolga frammenti del Pdl e del Pd e li unisca ai voti dell'Udc, togliendo di mezzo la Lega Nord».
Per capire che le possibilità di riuscita di un simile disegno fantapolitico sono nulle ci vuol poco. Primo: se sono attendibili tutti gli ultimi sondaggi riguardanti il tasso di gradimento che riscuote tra gli italiani il presidente del Consiglio (il più recente registra il 68,6% di fiducia), è evidente che il suddetto «declino di Berlusconi» esiste soltanto nella mente di coloro che ne parlano, e che, evocandolo a ogni piè sospinto, sperano di trasformare l'acqua dell'analisi politologica nel vino della realtà politica. I fatti dicono tutt'altro: dicono che il premier continua a lavorare alacremente per portare a realizzazione il programma di governo presentato agli elettori e per fronteggiare le emergenze che l'esecutivo si è trovato dinanzi nell'ultimo anno - crisi economica e ricostruzione in Abruzzo su tutte. I risultati positivi di tale azione sono sotto gli occhi di tutti: basti ad esempio pensare che oggi, a soli cinque mesi dal sisma che ha colpito l'Aquila e i borghi limitrofi, il presidente del Consiglio consegnerà le prime nuove case ai terremotati.
Secondo: affermare, come ha fatto Pier Ferdinando Casini domenica a Chianciano, che «ci vogliono dieci minuti per mettere in piedi una maggioranza senza la Lega», significa non rendersi conto di quanto le cose, nel sistema politico italiano, siano cambiate rispetto ai tempi della prima Repubblica, quando la guida dell'esecutivo non era decisa dagli elettori, ma era affidata alle mediazioni tra partiti, i quali chiedevano il voto ai cittadini per poi poterne disporre a proprio uso e consumo nel chiuso delle stanze del potere, facendo e disfacendo a proprio piacimento governi (spesso balneari) e maggioranze (il più delle volte variabili). Il 13 e 14 aprile 2008 gli elettori si sono trovati sulla scheda un'alleanza che comprendeva due partiti, il Popolo della Libertà e la Lega Nord, che si presentavano insieme per ottenere la fiducia necessaria per attuare un programma comune. Perciò non sono immaginabili, nell'attuale legislatura, né un governo né una maggioranza diversi da quelli attuali: ciò rappresenterebbe un chiaro tradimento della volontà popolare e un regresso verso quella «Repubblica dei partiti» che ha lasciato il passo, con l'ingresso sulla scena politica di Silvio Berlusconi, alla «Repubblica dei cittadini», le cui fondamenta sono il rispetto del voto espresso dagli elettori e del programma di governo ad essi proposto.
Oggi la realtà, che lo si voglia o no, è che esistono sia un governo autorevolmente ed efficacemente guidato dal suo capo, sia una maggioranza parlamentare solida e affiatata: entrambi hanno dimostrato, in questi sedici mesi, di bene operare, lasciando poco spazio al chiacchiericcio inconcludente, tanto caro ai retroscenisti, e concentrandosi invece sui veri problemi del paese. Se riaffiorano ora strampalate ipotesi di grandi centri, governissimi trasversali, esecutivi istituzionali e chi più ne ha ne metta, non è certo perché sia alle porte una crisi dell'asse politico uscito vincitore nel 2008, ma semmai perché tale asse continua il suo cammino e non dà segni di cedimento nonostante gli attacchi quotidiani al suo leader e al suo fedele alleato e nonostante le campagne mediatico-giudiziarie orchestrate ad arte, segno della mai sopita tentazione di imporre all'Italia il giogo di un governo non scelto dagli elettori e di una maggioranza studiata a tavolino dai poteri forti, da qualche gruppo editoriale, da settori politicizzati della magistratura.
Gianteo Bordero
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domenica 30 agosto 2009
LO STATO DEI RAPPORTI GOVERNO-CHIESA
da Ragionpolitica.it del 29 agosto 2009
Con una nota diffusa venerdì da Palazzo Chigi, il presidente del Consiglio ha stigmatizzato la scelta de Il Giornale di sbattere in prima pagina, con titolo di apertura e relativo editoriale di Vittorio Feltri, una vicenda riguardante la vita privata del direttore del quotidiano della CEI Avvenire, Dino Boffo. Nel comunicato stampa, il premier ha sottolineato che «il principio del rispetto della vita privata è sacro e deve valere sempre e comunque per tutti». E ha aggiunto: «Ho reagito con determinazione a quello che in questi mesi è stato fatto contro di me usando fantasiosi gossip che riguardavano la mia vita privata presentata in modo artefatto e non veritiero. Per le stesse ragioni di principio non posso assolutamente condividere ciò che pubblica oggi Il Giornale nei confronti del direttore di Avvenire e me ne dissocio».
Pensiamo che alla base della nota del presidente del Consiglio vi sia anche la volontà di mantenere i buoni rapporti esistenti con i vertici ecclesiali. Non c'è infatti mai stato, nella storia dell'Italia repubblicana, un governo così amico della Chiesa come l'attuale, che ha fatto della difesa e della promozione delle radici cristiane del paese uno dei fiori all'occhiello della sua azione. La maggioranza berlusconiana, dal 2001, ha prodotto diverse leggi in sintonia con l'insegnamento della Chiesa nelle materie della vita e della famiglia. Ha contribuito a far naufragare il referendum del 2005 sulla procreazione assistita. Più di recente, si è prodigata fino all'ultimo, nei modi che tutti conoscono, per riuscire a salvare la vita di Eluana Englaro, condannata a morte da una sentenza della magistratura che ha dichiarato legittima la sospensione della nutrizione e dell'idratazione. Insomma, sull'impegno del governo Berlusconi nelle materie che toccano da vicino il magistero papale e sullo stato dei rapporti tra il presidente del Consiglio e le più alte gerarchie vaticane non si possono nutrire dubbi (per averne conferma basta leggere alcuni passaggi dell'intervista rilasciata il 28 agosto dal segretario di Stato di Benedetto XVI, cardinal Tarcisio Bertone, all'Osservatore Romano).
Non è difficile comprendere quanto sia importante mantenere questi buoni rapporti: nella nostra storia repubblicana non ha mai rappresentato un punto di forza, per una maggioranza parlamentare o per un governo, dare l'impressione di una contrapposizione con la Chiesa italiana, sia nei suoi vertici che nella sua «base». E non soltanto per motivi elettorali e di consenso, ma anche e soprattutto perché ciò che la Chiesa rappresenta viene percepito ancora oggi, da un'ampia maggioranza di cittadini, come parte non secondaria dell'identità nazionale. E anche molti tra coloro che non si professano credenti ritengono che la storia e la dottrina cristiane siano un punto di riferimento imprescindibile per pensarsi parte del popolo italiano.
Non c'è bisogno di andare troppo indietro nel tempo per avere contezza delle conseguenze politicamente esiziali che discendono da un atteggiamento anche solo in apparenza ostile alla Chiesa: basti pensare all'esecutivo di Romano Prodi e ai frutti prodotti dalle quotidiane dichiarazioni anti-cattoliche di suoi esponenti di spicco, dai tentativi di varare leggi in palese contrasto con la cultura cristiana che ha permeato il popolo italiano, dalle reiterate minacce dei Radicali di una nuova breccia di Porta Pia attraverso l'abolizione del Concordato, dalle professioni di «cattolicesimo adulto» dell'allora presidente del Consiglio e della sua ministra Rosy Bindi, dall'incapacità di garantire al Papa di parlare in una università italiana... I risultati di tale politica non furono certo memorabili.
Perciò è importante che tutti i rappresentanti del centrodestra ed anche i cosiddetti «giornali d'area» non forniscano all'opinione pubblica e ai media politicamente e culturalmente avversi, con dichiarazioni ad effetto o con aggressive campagne di stampa, l'alibi per descrivere una battaglia in corso tra la maggioranza e i vertici ecclesiali. Occorre semmai raddoppiare gli sforzi per mostrare come l'attuale esecutivo, a differenza di quello che l'ha preceduto, si stia impegnando concretamente sui temi della vita, della famiglia, dell'economia sociale di mercato, il tutto secondo il motto «la persona prima di tutto», che riassume in poche parole il senso e il messaggio della dottrina sociale della Chiesa. In questa direzione vanno sia gli apprezzati interventi dei ministri Maurizio Sacconi prima e Giulio Tremonti poi al Meeting di Rimini, sia la nota che Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello, rispettivamente presidente e vice-presidente del gruppo del Pdl al Senato, hanno scritto in risposta alle dichiarazioni del presidente della Camera, Gianfranco Fini, in merito alla legge sul testamento biologico.
Gianteo Bordero
Con una nota diffusa venerdì da Palazzo Chigi, il presidente del Consiglio ha stigmatizzato la scelta de Il Giornale di sbattere in prima pagina, con titolo di apertura e relativo editoriale di Vittorio Feltri, una vicenda riguardante la vita privata del direttore del quotidiano della CEI Avvenire, Dino Boffo. Nel comunicato stampa, il premier ha sottolineato che «il principio del rispetto della vita privata è sacro e deve valere sempre e comunque per tutti». E ha aggiunto: «Ho reagito con determinazione a quello che in questi mesi è stato fatto contro di me usando fantasiosi gossip che riguardavano la mia vita privata presentata in modo artefatto e non veritiero. Per le stesse ragioni di principio non posso assolutamente condividere ciò che pubblica oggi Il Giornale nei confronti del direttore di Avvenire e me ne dissocio».
Pensiamo che alla base della nota del presidente del Consiglio vi sia anche la volontà di mantenere i buoni rapporti esistenti con i vertici ecclesiali. Non c'è infatti mai stato, nella storia dell'Italia repubblicana, un governo così amico della Chiesa come l'attuale, che ha fatto della difesa e della promozione delle radici cristiane del paese uno dei fiori all'occhiello della sua azione. La maggioranza berlusconiana, dal 2001, ha prodotto diverse leggi in sintonia con l'insegnamento della Chiesa nelle materie della vita e della famiglia. Ha contribuito a far naufragare il referendum del 2005 sulla procreazione assistita. Più di recente, si è prodigata fino all'ultimo, nei modi che tutti conoscono, per riuscire a salvare la vita di Eluana Englaro, condannata a morte da una sentenza della magistratura che ha dichiarato legittima la sospensione della nutrizione e dell'idratazione. Insomma, sull'impegno del governo Berlusconi nelle materie che toccano da vicino il magistero papale e sullo stato dei rapporti tra il presidente del Consiglio e le più alte gerarchie vaticane non si possono nutrire dubbi (per averne conferma basta leggere alcuni passaggi dell'intervista rilasciata il 28 agosto dal segretario di Stato di Benedetto XVI, cardinal Tarcisio Bertone, all'Osservatore Romano).
Non è difficile comprendere quanto sia importante mantenere questi buoni rapporti: nella nostra storia repubblicana non ha mai rappresentato un punto di forza, per una maggioranza parlamentare o per un governo, dare l'impressione di una contrapposizione con la Chiesa italiana, sia nei suoi vertici che nella sua «base». E non soltanto per motivi elettorali e di consenso, ma anche e soprattutto perché ciò che la Chiesa rappresenta viene percepito ancora oggi, da un'ampia maggioranza di cittadini, come parte non secondaria dell'identità nazionale. E anche molti tra coloro che non si professano credenti ritengono che la storia e la dottrina cristiane siano un punto di riferimento imprescindibile per pensarsi parte del popolo italiano.
Non c'è bisogno di andare troppo indietro nel tempo per avere contezza delle conseguenze politicamente esiziali che discendono da un atteggiamento anche solo in apparenza ostile alla Chiesa: basti pensare all'esecutivo di Romano Prodi e ai frutti prodotti dalle quotidiane dichiarazioni anti-cattoliche di suoi esponenti di spicco, dai tentativi di varare leggi in palese contrasto con la cultura cristiana che ha permeato il popolo italiano, dalle reiterate minacce dei Radicali di una nuova breccia di Porta Pia attraverso l'abolizione del Concordato, dalle professioni di «cattolicesimo adulto» dell'allora presidente del Consiglio e della sua ministra Rosy Bindi, dall'incapacità di garantire al Papa di parlare in una università italiana... I risultati di tale politica non furono certo memorabili.
Perciò è importante che tutti i rappresentanti del centrodestra ed anche i cosiddetti «giornali d'area» non forniscano all'opinione pubblica e ai media politicamente e culturalmente avversi, con dichiarazioni ad effetto o con aggressive campagne di stampa, l'alibi per descrivere una battaglia in corso tra la maggioranza e i vertici ecclesiali. Occorre semmai raddoppiare gli sforzi per mostrare come l'attuale esecutivo, a differenza di quello che l'ha preceduto, si stia impegnando concretamente sui temi della vita, della famiglia, dell'economia sociale di mercato, il tutto secondo il motto «la persona prima di tutto», che riassume in poche parole il senso e il messaggio della dottrina sociale della Chiesa. In questa direzione vanno sia gli apprezzati interventi dei ministri Maurizio Sacconi prima e Giulio Tremonti poi al Meeting di Rimini, sia la nota che Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello, rispettivamente presidente e vice-presidente del gruppo del Pdl al Senato, hanno scritto in risposta alle dichiarazioni del presidente della Camera, Gianfranco Fini, in merito alla legge sul testamento biologico.
Gianteo Bordero
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giovedì 11 giugno 2009
I BALLOTTAGGI DEL 21 E 22 GIUGNO
da Ragionpolitica.it dell'11 giugno 2009
Saranno 38 i ballottaggi che si svolgeranno domenica 21 e lunedì 22 giugno. 22 coinvolgeranno gli elettori delle Province, 16 quelli dei Comuni capoluogo. Per quanto concerne le prime, 10 sono nel nord Italia, 6 nel centro e le restanti 6 nel sud. 5 al nord, 5 al centro e 6 al sud per quanto riguarda invece le amministrazioni comunali. Dopo il primo turno dello scorso fine settimana, questi ballottaggi rivestono un'importanza particolare, perché potrebbero sancire un ulteriore salto in avanti dell'asse Popolo della Libertà-Lega Nord nel processo di radicamento nelle amministrazioni locali, anche in zone da tempo appannaggio del centrosinistra.
LE PROVINCE
Occorre innanzitutto ricordare che, laddove avrà luogo il ballottaggio, le amministrazioni provinciali uscenti sono tutte di centrosinistra: ogni vittoria del centrodestra rappresenterà quindi un doppio successo. Vediamo nel dettaglio, Regione per Regione, le sfide che si giocheranno.
Partendo da nord-ovest, in Liguria, a Savona, il candidato del centrodestra, Angelo Vaccarezza, ha mancato per pochi voti il successo al primo turno e riparte dal 49,5% contro il 38% dello sfidante di centrosinistra, Michele Boffa. In Piemonte è partita aperta a Torino, dove l'uscente Antonino Saitta ha pochi punti di vantaggio (+2,8%) su Claudia Porchietto, sostenuta da Pdl e Lega; ad Alessandria è avanti il candidato di centrodestra, Francesco Stradella, su Paolo Filippi, uscente del centrosinistra (46,6% a 43,3%). In Lombardia, una sfida molto importante si gioca a Milano, dove il candidato del centrodestra, Guido Podestà, ha anch'egli sfiorato la vittoria al primo turno (49,8%) e ora affronta il ballottaggio contro l'uscente Filippo Penati (38,8%). In Veneto, a Venezia, Francesca Zaccariotto di Pdl-Lega ha ottenuto il 48,3% dei voti e se la vedrà con l'uscente Davide Zoggia (41,9%); a Belluno Gianpaolo Bottacin, del centrodestra, è al 47,1%, mentre l'uscente Sergio Reolon è al 41,1%; a Rovigo Antonello Contiero (centrodestra) è avanti di 12 punti sull'avversaria di centrosinistra, Tiziana Virgili (48,7% a 36,7%). In Emilia Romagna, «zona rossa» per eccellenza, dove Pdl e Lega hanno già strappato al centrosinistra Piacenza, i giochi sono ancora aperti a Rimini (dove il candidato di centrodestra, Marco Lombardi, ha ottenuto il 42,5% dei consensi e può contendere la vittoria all'avversario Stefano Vitali, sostenuto da tutta la sinistra al gran completo, che il 6 e 7 giugno si è fermata al 48,3%) e a Parma, anche se con una forbice maggiore (Giampaolo Lavagetto del centrodestra è al 40%, l'uscente Vincenzo Bernazzoli al 49%); più complessa, per il centrodestra, la partita di Ferrara, dove il candidato del Pdl, Mauro Malaguti, parte con uno svantaggio di 22,5% percentuali rispetto a Marcella Zappaterra (27,2% a 49,7%): occorre però tenere conto che qui la Lega correva con un suo candidato, Davide Verri, che ha raccolto il 15% dei consensi, quindi l'esito della sfida è meno scontato rispetto alle apparenze.
Scendendo nel centro Italia, in Toscana, unica Regione che finora ha confermato tutte le amministrazioni provinciali della gauche, sarà ballottaggio nella roccaforte della sinistra Prato (dove Cristina Attucci del centrodestra affronta con il 41,5% Lamberto Gestri del centrosinistra, al 47,7%), ad Arezzo (Lucia Tanti del centrodestra parte dal 39,2% contro il 49,8% di Roberto Vasai, appoggiato da Pd, Idv e Sl) e a Grosseto (l'ex sindaco Alessandro Antichi, sostenuto da Pdl-Lega-Udc, è al 41,7%, mentre Leonardo Marras del centrosinistra al 47,7%). Nelle Marche, ad Ascoli Piceno, Piero Celani del centrodestra è al 40,9%, Emilio Mandozzi del centrosinistra al 30,5%; nella nuova Provincia di Fermo, Saturnino Di Ruscio (centrodestra) ha ottenuto il 41,8% dei voti e se la vedrà con Fabrizio Cesetti (centrosinistra), che è al 44,8%. Nel Lazio, la partita è ancora aperta a Frosinone (Antonello Iannarilli, centrodestra, è al 44,4%, e l'avversario Gian Franco Schietroma, centrosinistra, al 39%) e a Rieti (Felice Costini del centrodestra è al 45%, mentre l'uscente Fabio Melilli è al 44,4%).
E veniamo al sud. In Campania, Abruzzo e Molise il centrodestra ha già dato cappotto al centrosinistra (6 amministrazioni provinciali strappate agli avversari e 1 confermata). In Puglia ha già cambiato segno politico Bari, e sarà ballottaggio a Brindisi, Lecce e Taranto. Nel primo caso Michele Saccomanno del centrodestra affronta con il 43,9% Massimo Ferrarese del centrosinistra, al 44,4%; nel secondo il centrodestra, con Antonio Gabellone, è al 41,3%, mentre il centrosinistra al 36,7% con Loredana Capone (da segnalare che qui la candidata Adriana Poli Bortone, sostenuta da Udc e da numerose liste civiche, ha ottenuto il 21,9% dei consensi); nel terzo caso, infine, Domenico Rana del centrodestra è avanti, col 34,8%, sull'uscente Giovanni Florido, al 33,9% (anche qui il candidato dell'Udc, della Lega d'Azione Meridionale di Giancarlo Cito, del Partito Pensionati, della Fiamma Tricolore, ossia Giuseppe Tarantino, ha superato quota 20%, accaparrandosi il 23,8% dei voti). E chiudiamo con la Calabria, dove il ballottaggio avrà luogo a Cosenza e a Crotone: a Cosenza il candidato del centrodestra Giuseppe Gentile partirà dal 37,2% per sfidare l'uscente Gerardo Oliverio, che ha raggiunto il 46,9%; a Crotone Stanislao Zurlo del centrodestra, con il 29,6%, sfiderà Ubaldo Schifino del Pd (33,1%) - da notare che qui l'uscente Sergio Iritale, appoggiato da altre liste di sinistra, si è fermato al 20,5%.
I COMUNI
E veniamo ai Comuni capoluogo che andranno al ballottaggio. Anche qui, partendo da un nord-ovest che si già colorato d'azzurro a Biella, Verbania, Bergamo, Pavia, troviamo in Lombardia Cremona: il candidato di Pdl-Lega, Oreste Perri, è in vantaggio di qualche punto percentuale sull'uscente Gian Carlo Corada (45% a 41,6%). In Veneto, a Padova, il candidato del centrodestra Marco Marin sfiderà con il 44,8% l'uscente sindaco-sceriffo Flavio Zanonato, salito all'onore delle cronache per aver fatto erigere il famigerato «Muro» di via Anelli, invasa da spacciatori, prostitute e tossicodipendenti. In Emilia Romagna torneranno alle urne Bologna, Ferrara e Forlì. Nella città felsinea Alfredo Cazzola (centrodestra, 29,1%) se la dovrà vedere con Sergio Delbono, il candidato prodiano del centrosinistra, che si è fermato al 49,4% - da sottolineare che Giorgio Guazzaloca, ex sindaco di centrodestra prima dell'arrivo di Sergio Cofferati, ha raccolto con la sua lista civica, appoggiata anche dall'Udc, il 12,7% dei consensi; a Ferrara Giorgio Dragotto del Pdl (la Lega qui correva da sola) parte con 20 punti di svantaggio su Tiziano Tagliani del centrosinistra (25,5% contro 45,7%); situazione meno difficile, per il centrodestra, a Forlì, dove il candidato di Pdl-Lega-Udc, Alessandro Rondoni, col 40,3% affronterà Roberto Balzani del centrosinistra, al 49,4%.
Nel centro Italia, in Toscana, assisteremo a un ballottaggio fino a poco tempo fa impensabile in due roccaforti rosse come Firenze e Prato. Nella città gigliata il candidato del centrodestra, l'ex portiere della nazionale di calcio Giovanni Galli, col 32% sfiderà l'«Obama fiorentino», il giovane Matteo Renzi già presidente della Provincia, che al primo turno ha ottenuto il 47,5% dei consensi. A Prato, la distanza che separa il candidato del centrodestra, il valente imprenditore nel settore tessile e dell'abbigliamento, Roberto Cenni, da Massimo Carlesi del centrosinistra, è di soli due punti percentuali (45% a 47,5%). Nelle Marche si voterà ad Ancona (Giacomo Bugaro di Pdl-Lega è al 33,7%, Fiorello Gramillano del centrosinistra al 40,9%) e ad Ascoli Piceno (si contenderanno la guida della città Guido Castelli del centrodestra, che parte dal 43,2%, e Antonio Canzian del centrosinistra, 34,4%). In Umbria, a Terni, l'ex presidente della Corte Costituzionale Antonio Baldassarre, sostenuto dal Pdl e da una lista civica, tenterà di colmare il divario che lo separa da Leopoldo Di Girolamo del centrosinistra (37,1% a 49,4%).
Scendiamo al sud e troviamo, in Campania, Avellino, dove partono praticamente alla pari (313 voti di differenza, 42,9% contro 42,0%) Massimo Preziosi del centrodestra+Udc e l'uscente di centrosinistra Giuseppe Galasso. In Basilicata sarà ballottaggio a Potenza: qui 11 punti percentuali separano Giuseppe Molinari del centrodestra (35,3%) dall'uscente Vito Santarsiero del centrosinistra (46,4%). In Puglia si torna alle urne in tutte e tre le città capoluogo che sono andate al voto il 6 e 7 giugno: Bari, Brindisi, Foggia. A Bari, dove peraltro non sono state ancora assegnate tutte le schede e mancano all'appello 3 sezioni su 345, Simeone Di Cagno Abbrescia del centrodestra (46%) sfiderà l'uscente di centrosinistra Michele Emiliano (49%); a Brindisi l'uscente di centrodestra Domenico Mennitti (37%) se la dovrà vedere con Salvatore Brigante del centrosinistra (32,6%); a Foggia Enrico Santaniello del centrodestra è avanti di 15 punti percentuali su Gianni Mongelli del centrosinistra (41,9% contro 26,4%), con il candidato dell'Udc, Anna Lucia Lambresa, che ha raggiunto quota 18,5%. Finiamo con la Sicilia, dove il ballottaggio sarà a Caltanissetta, unico Comune capoluogo della Regione insulare ad essere andato al voto: qui si contrapporranno Michele Campisi del centrodestra (39%) e Fiorella Falci del centrosinistra (28,2%) - l'alleanza Udc-Mpa ha ottenuto il 19% dei consensi.
CONCLUSIONE
Come il lettore avrà potuto osservare, si tratta in moltissimi casi di partite ancora aperte, che il centrodestra deve giocare fino in fondo e con il massimo impegno, per consolidare la vittoria del 6 e 7 giugno, che ha già portato in dote all'alleanza Pdl-Lega 26 Province e 9 Comuni capoluogo. In numerose realtà tra quelle elencate saranno decisivi i voti dell'Udc, che ha scelto la strategia dell'«ago della bilancia», ma con cui occorre confrontarsi, caso per caso, e vedere se è possibile un'intesa amministrativa nel nome del buon governo. In conclusione occorre ricordare, come ha scritto nella sua lettera di ringraziamento agli elettori Silvio Berlusconi, che quello del ballottaggio è un «appuntamento a cui non bisogna mancare». Anche se sarà il primo week-end estivo, la posta in gioco è tale da sollecitare una partecipazione alta e convinta al voto.
Gianteo Bordero
Saranno 38 i ballottaggi che si svolgeranno domenica 21 e lunedì 22 giugno. 22 coinvolgeranno gli elettori delle Province, 16 quelli dei Comuni capoluogo. Per quanto concerne le prime, 10 sono nel nord Italia, 6 nel centro e le restanti 6 nel sud. 5 al nord, 5 al centro e 6 al sud per quanto riguarda invece le amministrazioni comunali. Dopo il primo turno dello scorso fine settimana, questi ballottaggi rivestono un'importanza particolare, perché potrebbero sancire un ulteriore salto in avanti dell'asse Popolo della Libertà-Lega Nord nel processo di radicamento nelle amministrazioni locali, anche in zone da tempo appannaggio del centrosinistra.
LE PROVINCE
Occorre innanzitutto ricordare che, laddove avrà luogo il ballottaggio, le amministrazioni provinciali uscenti sono tutte di centrosinistra: ogni vittoria del centrodestra rappresenterà quindi un doppio successo. Vediamo nel dettaglio, Regione per Regione, le sfide che si giocheranno.
Partendo da nord-ovest, in Liguria, a Savona, il candidato del centrodestra, Angelo Vaccarezza, ha mancato per pochi voti il successo al primo turno e riparte dal 49,5% contro il 38% dello sfidante di centrosinistra, Michele Boffa. In Piemonte è partita aperta a Torino, dove l'uscente Antonino Saitta ha pochi punti di vantaggio (+2,8%) su Claudia Porchietto, sostenuta da Pdl e Lega; ad Alessandria è avanti il candidato di centrodestra, Francesco Stradella, su Paolo Filippi, uscente del centrosinistra (46,6% a 43,3%). In Lombardia, una sfida molto importante si gioca a Milano, dove il candidato del centrodestra, Guido Podestà, ha anch'egli sfiorato la vittoria al primo turno (49,8%) e ora affronta il ballottaggio contro l'uscente Filippo Penati (38,8%). In Veneto, a Venezia, Francesca Zaccariotto di Pdl-Lega ha ottenuto il 48,3% dei voti e se la vedrà con l'uscente Davide Zoggia (41,9%); a Belluno Gianpaolo Bottacin, del centrodestra, è al 47,1%, mentre l'uscente Sergio Reolon è al 41,1%; a Rovigo Antonello Contiero (centrodestra) è avanti di 12 punti sull'avversaria di centrosinistra, Tiziana Virgili (48,7% a 36,7%). In Emilia Romagna, «zona rossa» per eccellenza, dove Pdl e Lega hanno già strappato al centrosinistra Piacenza, i giochi sono ancora aperti a Rimini (dove il candidato di centrodestra, Marco Lombardi, ha ottenuto il 42,5% dei consensi e può contendere la vittoria all'avversario Stefano Vitali, sostenuto da tutta la sinistra al gran completo, che il 6 e 7 giugno si è fermata al 48,3%) e a Parma, anche se con una forbice maggiore (Giampaolo Lavagetto del centrodestra è al 40%, l'uscente Vincenzo Bernazzoli al 49%); più complessa, per il centrodestra, la partita di Ferrara, dove il candidato del Pdl, Mauro Malaguti, parte con uno svantaggio di 22,5% percentuali rispetto a Marcella Zappaterra (27,2% a 49,7%): occorre però tenere conto che qui la Lega correva con un suo candidato, Davide Verri, che ha raccolto il 15% dei consensi, quindi l'esito della sfida è meno scontato rispetto alle apparenze.
Scendendo nel centro Italia, in Toscana, unica Regione che finora ha confermato tutte le amministrazioni provinciali della gauche, sarà ballottaggio nella roccaforte della sinistra Prato (dove Cristina Attucci del centrodestra affronta con il 41,5% Lamberto Gestri del centrosinistra, al 47,7%), ad Arezzo (Lucia Tanti del centrodestra parte dal 39,2% contro il 49,8% di Roberto Vasai, appoggiato da Pd, Idv e Sl) e a Grosseto (l'ex sindaco Alessandro Antichi, sostenuto da Pdl-Lega-Udc, è al 41,7%, mentre Leonardo Marras del centrosinistra al 47,7%). Nelle Marche, ad Ascoli Piceno, Piero Celani del centrodestra è al 40,9%, Emilio Mandozzi del centrosinistra al 30,5%; nella nuova Provincia di Fermo, Saturnino Di Ruscio (centrodestra) ha ottenuto il 41,8% dei voti e se la vedrà con Fabrizio Cesetti (centrosinistra), che è al 44,8%. Nel Lazio, la partita è ancora aperta a Frosinone (Antonello Iannarilli, centrodestra, è al 44,4%, e l'avversario Gian Franco Schietroma, centrosinistra, al 39%) e a Rieti (Felice Costini del centrodestra è al 45%, mentre l'uscente Fabio Melilli è al 44,4%).
E veniamo al sud. In Campania, Abruzzo e Molise il centrodestra ha già dato cappotto al centrosinistra (6 amministrazioni provinciali strappate agli avversari e 1 confermata). In Puglia ha già cambiato segno politico Bari, e sarà ballottaggio a Brindisi, Lecce e Taranto. Nel primo caso Michele Saccomanno del centrodestra affronta con il 43,9% Massimo Ferrarese del centrosinistra, al 44,4%; nel secondo il centrodestra, con Antonio Gabellone, è al 41,3%, mentre il centrosinistra al 36,7% con Loredana Capone (da segnalare che qui la candidata Adriana Poli Bortone, sostenuta da Udc e da numerose liste civiche, ha ottenuto il 21,9% dei consensi); nel terzo caso, infine, Domenico Rana del centrodestra è avanti, col 34,8%, sull'uscente Giovanni Florido, al 33,9% (anche qui il candidato dell'Udc, della Lega d'Azione Meridionale di Giancarlo Cito, del Partito Pensionati, della Fiamma Tricolore, ossia Giuseppe Tarantino, ha superato quota 20%, accaparrandosi il 23,8% dei voti). E chiudiamo con la Calabria, dove il ballottaggio avrà luogo a Cosenza e a Crotone: a Cosenza il candidato del centrodestra Giuseppe Gentile partirà dal 37,2% per sfidare l'uscente Gerardo Oliverio, che ha raggiunto il 46,9%; a Crotone Stanislao Zurlo del centrodestra, con il 29,6%, sfiderà Ubaldo Schifino del Pd (33,1%) - da notare che qui l'uscente Sergio Iritale, appoggiato da altre liste di sinistra, si è fermato al 20,5%.
I COMUNI
E veniamo ai Comuni capoluogo che andranno al ballottaggio. Anche qui, partendo da un nord-ovest che si già colorato d'azzurro a Biella, Verbania, Bergamo, Pavia, troviamo in Lombardia Cremona: il candidato di Pdl-Lega, Oreste Perri, è in vantaggio di qualche punto percentuale sull'uscente Gian Carlo Corada (45% a 41,6%). In Veneto, a Padova, il candidato del centrodestra Marco Marin sfiderà con il 44,8% l'uscente sindaco-sceriffo Flavio Zanonato, salito all'onore delle cronache per aver fatto erigere il famigerato «Muro» di via Anelli, invasa da spacciatori, prostitute e tossicodipendenti. In Emilia Romagna torneranno alle urne Bologna, Ferrara e Forlì. Nella città felsinea Alfredo Cazzola (centrodestra, 29,1%) se la dovrà vedere con Sergio Delbono, il candidato prodiano del centrosinistra, che si è fermato al 49,4% - da sottolineare che Giorgio Guazzaloca, ex sindaco di centrodestra prima dell'arrivo di Sergio Cofferati, ha raccolto con la sua lista civica, appoggiata anche dall'Udc, il 12,7% dei consensi; a Ferrara Giorgio Dragotto del Pdl (la Lega qui correva da sola) parte con 20 punti di svantaggio su Tiziano Tagliani del centrosinistra (25,5% contro 45,7%); situazione meno difficile, per il centrodestra, a Forlì, dove il candidato di Pdl-Lega-Udc, Alessandro Rondoni, col 40,3% affronterà Roberto Balzani del centrosinistra, al 49,4%.
Nel centro Italia, in Toscana, assisteremo a un ballottaggio fino a poco tempo fa impensabile in due roccaforti rosse come Firenze e Prato. Nella città gigliata il candidato del centrodestra, l'ex portiere della nazionale di calcio Giovanni Galli, col 32% sfiderà l'«Obama fiorentino», il giovane Matteo Renzi già presidente della Provincia, che al primo turno ha ottenuto il 47,5% dei consensi. A Prato, la distanza che separa il candidato del centrodestra, il valente imprenditore nel settore tessile e dell'abbigliamento, Roberto Cenni, da Massimo Carlesi del centrosinistra, è di soli due punti percentuali (45% a 47,5%). Nelle Marche si voterà ad Ancona (Giacomo Bugaro di Pdl-Lega è al 33,7%, Fiorello Gramillano del centrosinistra al 40,9%) e ad Ascoli Piceno (si contenderanno la guida della città Guido Castelli del centrodestra, che parte dal 43,2%, e Antonio Canzian del centrosinistra, 34,4%). In Umbria, a Terni, l'ex presidente della Corte Costituzionale Antonio Baldassarre, sostenuto dal Pdl e da una lista civica, tenterà di colmare il divario che lo separa da Leopoldo Di Girolamo del centrosinistra (37,1% a 49,4%).
Scendiamo al sud e troviamo, in Campania, Avellino, dove partono praticamente alla pari (313 voti di differenza, 42,9% contro 42,0%) Massimo Preziosi del centrodestra+Udc e l'uscente di centrosinistra Giuseppe Galasso. In Basilicata sarà ballottaggio a Potenza: qui 11 punti percentuali separano Giuseppe Molinari del centrodestra (35,3%) dall'uscente Vito Santarsiero del centrosinistra (46,4%). In Puglia si torna alle urne in tutte e tre le città capoluogo che sono andate al voto il 6 e 7 giugno: Bari, Brindisi, Foggia. A Bari, dove peraltro non sono state ancora assegnate tutte le schede e mancano all'appello 3 sezioni su 345, Simeone Di Cagno Abbrescia del centrodestra (46%) sfiderà l'uscente di centrosinistra Michele Emiliano (49%); a Brindisi l'uscente di centrodestra Domenico Mennitti (37%) se la dovrà vedere con Salvatore Brigante del centrosinistra (32,6%); a Foggia Enrico Santaniello del centrodestra è avanti di 15 punti percentuali su Gianni Mongelli del centrosinistra (41,9% contro 26,4%), con il candidato dell'Udc, Anna Lucia Lambresa, che ha raggiunto quota 18,5%. Finiamo con la Sicilia, dove il ballottaggio sarà a Caltanissetta, unico Comune capoluogo della Regione insulare ad essere andato al voto: qui si contrapporranno Michele Campisi del centrodestra (39%) e Fiorella Falci del centrosinistra (28,2%) - l'alleanza Udc-Mpa ha ottenuto il 19% dei consensi.
CONCLUSIONE
Come il lettore avrà potuto osservare, si tratta in moltissimi casi di partite ancora aperte, che il centrodestra deve giocare fino in fondo e con il massimo impegno, per consolidare la vittoria del 6 e 7 giugno, che ha già portato in dote all'alleanza Pdl-Lega 26 Province e 9 Comuni capoluogo. In numerose realtà tra quelle elencate saranno decisivi i voti dell'Udc, che ha scelto la strategia dell'«ago della bilancia», ma con cui occorre confrontarsi, caso per caso, e vedere se è possibile un'intesa amministrativa nel nome del buon governo. In conclusione occorre ricordare, come ha scritto nella sua lettera di ringraziamento agli elettori Silvio Berlusconi, che quello del ballottaggio è un «appuntamento a cui non bisogna mancare». Anche se sarà il primo week-end estivo, la posta in gioco è tale da sollecitare una partecipazione alta e convinta al voto.
Gianteo Bordero
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martedì 19 maggio 2009
L'IMPORTANZA DEL VOTO AMMINISTRATIVO DEL 6 E 7 GIUGNO
da Ragionpolitica.it del 19 maggio 2009
L'attenzione delle pagine politiche dei giornali nazionali sembra incentrarsi quasi esclusivamente, in questi ultimi giorni, sulle previsioni di voto in vista delle europee del 6 e 7 giugno prossimi. Esse rappresentano certamente un banco di prova importante per misurare la temperatura politica del paese a un anno dalle elezioni dell'aprile 2008. In particolare, si attende dalle urne un responso circa la crescita - finora certificata dai sondaggi - dei partiti che compongono la maggioranza di governo (il Popolo della Libertà e la Lega Nord); circa la quantificazione del calo dei consensi per il Partito Democratico rispetto al voto delle politiche; circa l'eventuale ridefinizione dei rapporti di forza all'interno degli schieramenti. In questo senso, le ultime rilevazioni del «Termometro politico» registrano un Pdl che naviga attorno al 40% (+2,5% rispetto allo scorso anno), una Lega al 9,5% (+1,3%), mentre il Pd si attesta sul 26,5% (-6,5%) e l'Italia dei Valori sul 6,6% (+2,3%).
Minore attenzione è invece riservata al voto amministrativo che avrà luogo negli stessi giorni della consultazione europea. Andranno alle urne i cittadini di ben 4.200 Comuni, di cui 216 con popolazione superiore ai 15 mila abitanti (tra questi vi sono 27 capoluoghi di Provincia) e di 64 Province. Tra le città che si recheranno al voto vi sono Bologna, Firenze, Modena, Bari, Padova, Perugia, Cremona, Vercelli, Reggio Emilia, Livorno, Prato, Campobasso, Potenza, Ascoli Piceno, solo per citare le più importanti. Tra le Province: Milano, Torino, Napoli, Bologna, Firenze, Venezia, Padova, Verona, Pescara, Perugia, Brescia. E' evidente che i risultati in queste realtà potrebbero ridisegnare nel profondo la mappa del potere locale in Italia, spostando, in diverse zone del paese, il pendolo da sinistra a destra e consegnando nelle mani dell'alleanza Pdl-Lega, saldamente al comando sul piano del governo nazionale, le chiavi anche di buona parte dei governi territoriali.
Basti pensare, ad esempio, che tra le 64 amministrazioni provinciali da rinnovare ben 50 sono oggi guidate dal centrosinistra e che, come ricordava qualche settimana fa sul Corriere della Sera Paolo Franchi citando un'analisi condotta dal responsabile enti locali del Pd, Paolo Fontanelli, «se gli elettori si comportassero come nelle politiche sarebbe un disastro... Della cinquantina di amministrazioni provinciali attuali, al Pd ne resterebbero 15». Fermo restando che le logiche che presiedono al voto locale spesso non coincidono con quelle del voto nazionale, poiché nel primo caso entrano in gioco fattori che esulano dai grandi temi di interesse generale attorno ai quali ruotano le campagne elettorali per le politiche, è comunque chiaro che quello amministrativo del 6 e 7 giugno prossimi sarà un appuntamento che potrebbe segnare un ulteriore passo in avanti nel processo politico iniziato il 13 e 14 aprile 2008.
In sostanza, una buona performance del centrodestra e un corrispondente arretramento del centrosinistra proprio su quello che da sempre è un suo terreno di conquista - le amministrazioni locali - significherebbe che la crescita dell'alleanza Popolo della Libertà-Lega Nord non rappresenta più, come molti hanno detto e scritto dopo la vittoria dello scorso anno, una folata occasionale di «vento di destra» che spira su una nazione in preda alle paure e all'incertezza, ma è il frutto di un robusto e profondo processo politico in atto in Italia, da nord a sud. Un processo di radicamento sostanziale (e non solo strutturale) del centrodestra nella cosiddetta «pancia del paese» e di contestuale disgregazione della sinistra, divenuta minoranza non soltanto nei numeri, ma anche nello stesso linguaggio e nella stessa cultura politica prevalente.
E' quasi inutile sottolineare che si tratta, per i partiti che compongono l'attuale maggioranza di governo, di una sfida epocale: ad essere in ballo non vi è soltanto, infatti, l'elezione dei sindaci e dei presidenti provinciali, e quindi l'insediamento in spazi di potere prima inesplorati, ma anche e soprattutto la possibilità di consolidare una svolta di sistema impensabile fino a 2 anni fa. Nel 2004 le elezioni amministrative segnarono l'inizio del declino della maggioranza berlusconiana; oggi possono segnare il rafforzamento della sua egemonia politica nel paese.
Gianteo Bordero
L'attenzione delle pagine politiche dei giornali nazionali sembra incentrarsi quasi esclusivamente, in questi ultimi giorni, sulle previsioni di voto in vista delle europee del 6 e 7 giugno prossimi. Esse rappresentano certamente un banco di prova importante per misurare la temperatura politica del paese a un anno dalle elezioni dell'aprile 2008. In particolare, si attende dalle urne un responso circa la crescita - finora certificata dai sondaggi - dei partiti che compongono la maggioranza di governo (il Popolo della Libertà e la Lega Nord); circa la quantificazione del calo dei consensi per il Partito Democratico rispetto al voto delle politiche; circa l'eventuale ridefinizione dei rapporti di forza all'interno degli schieramenti. In questo senso, le ultime rilevazioni del «Termometro politico» registrano un Pdl che naviga attorno al 40% (+2,5% rispetto allo scorso anno), una Lega al 9,5% (+1,3%), mentre il Pd si attesta sul 26,5% (-6,5%) e l'Italia dei Valori sul 6,6% (+2,3%).
Minore attenzione è invece riservata al voto amministrativo che avrà luogo negli stessi giorni della consultazione europea. Andranno alle urne i cittadini di ben 4.200 Comuni, di cui 216 con popolazione superiore ai 15 mila abitanti (tra questi vi sono 27 capoluoghi di Provincia) e di 64 Province. Tra le città che si recheranno al voto vi sono Bologna, Firenze, Modena, Bari, Padova, Perugia, Cremona, Vercelli, Reggio Emilia, Livorno, Prato, Campobasso, Potenza, Ascoli Piceno, solo per citare le più importanti. Tra le Province: Milano, Torino, Napoli, Bologna, Firenze, Venezia, Padova, Verona, Pescara, Perugia, Brescia. E' evidente che i risultati in queste realtà potrebbero ridisegnare nel profondo la mappa del potere locale in Italia, spostando, in diverse zone del paese, il pendolo da sinistra a destra e consegnando nelle mani dell'alleanza Pdl-Lega, saldamente al comando sul piano del governo nazionale, le chiavi anche di buona parte dei governi territoriali.
Basti pensare, ad esempio, che tra le 64 amministrazioni provinciali da rinnovare ben 50 sono oggi guidate dal centrosinistra e che, come ricordava qualche settimana fa sul Corriere della Sera Paolo Franchi citando un'analisi condotta dal responsabile enti locali del Pd, Paolo Fontanelli, «se gli elettori si comportassero come nelle politiche sarebbe un disastro... Della cinquantina di amministrazioni provinciali attuali, al Pd ne resterebbero 15». Fermo restando che le logiche che presiedono al voto locale spesso non coincidono con quelle del voto nazionale, poiché nel primo caso entrano in gioco fattori che esulano dai grandi temi di interesse generale attorno ai quali ruotano le campagne elettorali per le politiche, è comunque chiaro che quello amministrativo del 6 e 7 giugno prossimi sarà un appuntamento che potrebbe segnare un ulteriore passo in avanti nel processo politico iniziato il 13 e 14 aprile 2008.
In sostanza, una buona performance del centrodestra e un corrispondente arretramento del centrosinistra proprio su quello che da sempre è un suo terreno di conquista - le amministrazioni locali - significherebbe che la crescita dell'alleanza Popolo della Libertà-Lega Nord non rappresenta più, come molti hanno detto e scritto dopo la vittoria dello scorso anno, una folata occasionale di «vento di destra» che spira su una nazione in preda alle paure e all'incertezza, ma è il frutto di un robusto e profondo processo politico in atto in Italia, da nord a sud. Un processo di radicamento sostanziale (e non solo strutturale) del centrodestra nella cosiddetta «pancia del paese» e di contestuale disgregazione della sinistra, divenuta minoranza non soltanto nei numeri, ma anche nello stesso linguaggio e nella stessa cultura politica prevalente.
E' quasi inutile sottolineare che si tratta, per i partiti che compongono l'attuale maggioranza di governo, di una sfida epocale: ad essere in ballo non vi è soltanto, infatti, l'elezione dei sindaci e dei presidenti provinciali, e quindi l'insediamento in spazi di potere prima inesplorati, ma anche e soprattutto la possibilità di consolidare una svolta di sistema impensabile fino a 2 anni fa. Nel 2004 le elezioni amministrative segnarono l'inizio del declino della maggioranza berlusconiana; oggi possono segnare il rafforzamento della sua egemonia politica nel paese.
Gianteo Bordero
sabato 18 aprile 2009
COSÌ IL GOVERNO VUOLE SALVARE IL PATRIMONIO ARTISTICO ABRUZZESE
da Ragionpolitica.it del 18 aprile 2009
Una delle ferite più profonde che il terremoto del 6 aprile ha inferto alla città dell'Aquila e ai paesi limitrofi è sicuramente quella relativa ai beni artistici e culturali, di cui la terra abruzzese è così ricca. Già le prime immagini del dopo-sisma mostravano chiese sventrate, campanili collassati su se stessi, edifici storici gravemente lesionati. Opere senza prezzo, che portano su di sé il peso dei secoli e della storia, chiara testimonianza della ricchezza e della vitalità della civiltà italiana. Opere che tutto il mondo ci invidia, meta del turismo culturale proveniente da tutti i continenti. Per tutti questi motivi il restauro, il recupero, la ristrutturazione di questo inestimabile patrimonio nazionale rappresentano una delle priorità per la fase di ricostruzione.
Sin dal giorno del sisma il ministero dei Beni Culturali ha parlato di un autentico «disastro»: ad una prima e sommaria ricognizione non potevano sfuggire allo sguardo il crollo del campanile della chiesa di San Bernardino, della cupola della chiesa di Santa Maria delle Anime, del transetto della basilica di Collemaggio che ospita le reliquie del Papa Celestino V (miracolosamente intatte), del cupolino della chiesa di Sant'Agostino, di parti del palazzo della Prefettura. Inoltre, risultavano da subito inagibili il Museo nazionale d'Abruzzo, le due Soprintendenze ai beni architettonici e artistici, tutti ospitati all'interno della fortezza spagnola dell'Aquila. A sole poche ore di distanza dalla scossa delle 3.32 del 6 aprile il ministero ha quindi costituito una task force di tecnici con alle spalle l'esperienza del dopo-terremoto umbro del 1997; ha individuato un ricovero per le opere recuperate dagli edifici di culto pericolanti; ha attivato uno scrupoloso monitoraggio di tutti i musei, i monumenti e i siti archeologici della zona colpita dal sisma.
Il 7 aprile, in un comunicato, il ministro Sandro Bondi ha annunciato l'impegno suo e del governo «affinché quanto del nostro patrimonio artistico è stato distrutto o danneggiato possa essere al più presto restituito agli abitanti delle zone colpite. Per questo motivo, utilizzeremo tutti i fondi a nostra disposizione per avviare al più presto ogni intervento di ricostruzione dove è ancora possibile». Secondo il ministro «proprio nei momenti più bui in cui tutto appare perso e senza senso, lo Stato deve mostrare la propria forte presenza ponendo attenzione anche su quei simboli dell'arte e della storia nei quali si esalta la nostra identità di popolo». Nello stesso comunicato Bondi rendeva noto che, «considerando prioritaria l'opera di soccorso delle vittime e per non intralciare il lavoro dei tecnici», si sarebbe recato in Abruzzo «quando il sottosegretario per la Protezione Civile, Guido Bertolaso, lo riterrà opportuno».
L'8 aprile, dando seguito ad alcune dichiarazioni del presidente del Consiglio, il ministro ha incaricato il suo Ufficio legislativo di elaborare, d'intesa con il Dipartimento per la Protezione Civile, una norma per facilitare il più possibile le donazioni da parte di privati e di istituzioni nazionali e internazionali per il restauro dei monumenti danneggiati. Il 14, a tal fine, ha attivato un conto corrente postale, con la causale «Salviamo l'arte in Abruzzo». Il giorno successivo il ministero ha annunciato, in affiancamento alle altre iniziative messe in campo, una raccolta fondi ad offerta libera, presso i luoghi d'arte aperti gratuitamente al pubblico in occasione della XI Settimana della Cultura, che si svolgerà dal 18 al 26 del mese corrente.
Giovedì, finalmente, è giunto il giorno della visita del ministro Bondi ai luoghi colpiti dal terremoto (visita che d'ora in poi avrà luogo con cadenza settimanale). Il responsabile dei Beni Culturali ha così potuto constatare di persona l'entità dei danni prodotti dal sisma al patrimonio artistico aquilano. In conferenza stampa, Bondi ha annunciato lo stanziamento, nella prossima riunione del Consiglio dei ministri, di 50 milioni di euro. Una cifra alla quale vanno aggiunti i 15 milioni già stanziati l'8 aprile per il sistema museale dell'Aquila. Il ministro ha precisato che si tratta dei primi fondi, quelli necessari per l'emergenza, ossia per la messa in sicurezza degli edifici artistici pericolanti, sui quali occorre intervenire tempestivamente onde evitarne il crollo. Per le restanti opere, il lavoro di recupero sarà lungo e complesso. A tal fine il ministero sta già pensando ad uno stretto coordinamento con la Chiesa Italiana per ciò che concerne gli edifici di culto; inoltre, come ha reso noto lo stesso Bondi, ospite in serata di Porta a Porta, all'Aquila verrà impiantata una succursale dell'Istituto nazionale di restauro (considerato uno dei migliori al mondo) per seguire da vicino la fase del recupero dei beni artistici colpiti dalla furia della terra.
Il ministro, durante la sua visita, ha infine annunciato che al più presto sarà approntata la lista delle opere che potrà essere sottoposta all'attenzione degli Stati amici dell'Italia che hanno già manifestato l'intenzione di impegnarsi economicamente per la ricostruzione. Il presidente del Consiglio, presente anch'egli all'Aquila, ha specificato che «dove non arriveranno gli amici, lo Stato italiano interverrà con un suo programma tempestivo, con le date di inizio e di fine lavori scritte sui cartelli appesi nei cantieri». Insomma, anche sul fronte del patrimonio artistico l'impegno del governo per fronteggiare il dopo-terremoto è massimo: l'esecutivo farà ogni cosa in suo potere per recuperare i tesori abruzzesi e restituirli al loro splendore.
Gianteo Bordero
Una delle ferite più profonde che il terremoto del 6 aprile ha inferto alla città dell'Aquila e ai paesi limitrofi è sicuramente quella relativa ai beni artistici e culturali, di cui la terra abruzzese è così ricca. Già le prime immagini del dopo-sisma mostravano chiese sventrate, campanili collassati su se stessi, edifici storici gravemente lesionati. Opere senza prezzo, che portano su di sé il peso dei secoli e della storia, chiara testimonianza della ricchezza e della vitalità della civiltà italiana. Opere che tutto il mondo ci invidia, meta del turismo culturale proveniente da tutti i continenti. Per tutti questi motivi il restauro, il recupero, la ristrutturazione di questo inestimabile patrimonio nazionale rappresentano una delle priorità per la fase di ricostruzione.
Sin dal giorno del sisma il ministero dei Beni Culturali ha parlato di un autentico «disastro»: ad una prima e sommaria ricognizione non potevano sfuggire allo sguardo il crollo del campanile della chiesa di San Bernardino, della cupola della chiesa di Santa Maria delle Anime, del transetto della basilica di Collemaggio che ospita le reliquie del Papa Celestino V (miracolosamente intatte), del cupolino della chiesa di Sant'Agostino, di parti del palazzo della Prefettura. Inoltre, risultavano da subito inagibili il Museo nazionale d'Abruzzo, le due Soprintendenze ai beni architettonici e artistici, tutti ospitati all'interno della fortezza spagnola dell'Aquila. A sole poche ore di distanza dalla scossa delle 3.32 del 6 aprile il ministero ha quindi costituito una task force di tecnici con alle spalle l'esperienza del dopo-terremoto umbro del 1997; ha individuato un ricovero per le opere recuperate dagli edifici di culto pericolanti; ha attivato uno scrupoloso monitoraggio di tutti i musei, i monumenti e i siti archeologici della zona colpita dal sisma.
Il 7 aprile, in un comunicato, il ministro Sandro Bondi ha annunciato l'impegno suo e del governo «affinché quanto del nostro patrimonio artistico è stato distrutto o danneggiato possa essere al più presto restituito agli abitanti delle zone colpite. Per questo motivo, utilizzeremo tutti i fondi a nostra disposizione per avviare al più presto ogni intervento di ricostruzione dove è ancora possibile». Secondo il ministro «proprio nei momenti più bui in cui tutto appare perso e senza senso, lo Stato deve mostrare la propria forte presenza ponendo attenzione anche su quei simboli dell'arte e della storia nei quali si esalta la nostra identità di popolo». Nello stesso comunicato Bondi rendeva noto che, «considerando prioritaria l'opera di soccorso delle vittime e per non intralciare il lavoro dei tecnici», si sarebbe recato in Abruzzo «quando il sottosegretario per la Protezione Civile, Guido Bertolaso, lo riterrà opportuno».
L'8 aprile, dando seguito ad alcune dichiarazioni del presidente del Consiglio, il ministro ha incaricato il suo Ufficio legislativo di elaborare, d'intesa con il Dipartimento per la Protezione Civile, una norma per facilitare il più possibile le donazioni da parte di privati e di istituzioni nazionali e internazionali per il restauro dei monumenti danneggiati. Il 14, a tal fine, ha attivato un conto corrente postale, con la causale «Salviamo l'arte in Abruzzo». Il giorno successivo il ministero ha annunciato, in affiancamento alle altre iniziative messe in campo, una raccolta fondi ad offerta libera, presso i luoghi d'arte aperti gratuitamente al pubblico in occasione della XI Settimana della Cultura, che si svolgerà dal 18 al 26 del mese corrente.
Giovedì, finalmente, è giunto il giorno della visita del ministro Bondi ai luoghi colpiti dal terremoto (visita che d'ora in poi avrà luogo con cadenza settimanale). Il responsabile dei Beni Culturali ha così potuto constatare di persona l'entità dei danni prodotti dal sisma al patrimonio artistico aquilano. In conferenza stampa, Bondi ha annunciato lo stanziamento, nella prossima riunione del Consiglio dei ministri, di 50 milioni di euro. Una cifra alla quale vanno aggiunti i 15 milioni già stanziati l'8 aprile per il sistema museale dell'Aquila. Il ministro ha precisato che si tratta dei primi fondi, quelli necessari per l'emergenza, ossia per la messa in sicurezza degli edifici artistici pericolanti, sui quali occorre intervenire tempestivamente onde evitarne il crollo. Per le restanti opere, il lavoro di recupero sarà lungo e complesso. A tal fine il ministero sta già pensando ad uno stretto coordinamento con la Chiesa Italiana per ciò che concerne gli edifici di culto; inoltre, come ha reso noto lo stesso Bondi, ospite in serata di Porta a Porta, all'Aquila verrà impiantata una succursale dell'Istituto nazionale di restauro (considerato uno dei migliori al mondo) per seguire da vicino la fase del recupero dei beni artistici colpiti dalla furia della terra.
Il ministro, durante la sua visita, ha infine annunciato che al più presto sarà approntata la lista delle opere che potrà essere sottoposta all'attenzione degli Stati amici dell'Italia che hanno già manifestato l'intenzione di impegnarsi economicamente per la ricostruzione. Il presidente del Consiglio, presente anch'egli all'Aquila, ha specificato che «dove non arriveranno gli amici, lo Stato italiano interverrà con un suo programma tempestivo, con le date di inizio e di fine lavori scritte sui cartelli appesi nei cantieri». Insomma, anche sul fronte del patrimonio artistico l'impegno del governo per fronteggiare il dopo-terremoto è massimo: l'esecutivo farà ogni cosa in suo potere per recuperare i tesori abruzzesi e restituirli al loro splendore.
Gianteo Bordero
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