da Ragionpolitica.it del 10 dicembre 2009
Costerà 33 euro la pillola RU486, che da mercoledì è ufficialmente in commercio nel nostro paese. 33 euro, dunque, per comprare l'illusione che l'aborto sia soffice e indolore e che il bimbo che si porta in grembo sia un accidente di stagione che può essere curato «farmacologicamente», inghiottendo una pillola come quando si ha il mal di testa o il raffreddore. Nessuno può negare, infatti, che sia questa la mitologia che è stata creata attorno alla RU486 sin da quando i gruppi radicali e la lobby abortista hanno iniziato a perorarne la causa anche in Italia, promettendo un'interruzione volontaria di gravidanza «soft» e «sostenibile», che avrebbe sgravato la donna del peso ingombrante dell'intervento chirurgico. Negli auspici dei sostenitori della pillola, la sua introduzione in commercio avrebbe rappresentato il modo migliore non soltanto per aggirare i dettami della 194, ma anche per rendere tale normativa un ferro vecchio, un arnese del passato, una legge vigente sulla carta ma abrogata de facto dalla nuova metodologia «fai-da-te», espressione suprema del motto sessantottino: «L'utero è mio e me lo gestisco io».
Purtroppo per gli ideologi dell'aborto senza se e senza ma, il corso degli eventi ha preso una piega diversa da quella che essi auspicavano. Certo, l'AIFA, l'Agenzia Italiana del Farmaco, ha dato via libera alla commercializzazione della pillola, ma ha dovuto tenere conto, nella sua delibera, non soltanto di quanto previsto dalla legge 194, ma anche di quanto sancito negli ultimi anni dal Consiglio Superiore di Sanità in seguito alle controverse sperimentazioni messe in atto in alcune Regioni: l'aborto «farmacologico» deve avvenire «in un ospedale pubblico o in altra struttura prevista dalla legge, e la donna deve essere ivi trattenuta fino ad aborto avvenuto» (parere del Consiglio Superiore di Sanità del 20 dicembre 2005). Così l'AIFA ha dovuto stabilire che la vendita e la somministrazione della pillola, come pure l'intero processo di interruzione volontaria di gravidanza, non possono avvenire al di fuori delle strutture pubbliche o di quelle convenzionate. Un boccone amaro per tutti coloro che sognavano la legalizzazione dell'aborto domestico, tra le quattro mura di casa, nella più completa privacy e solitudine.
Nonostante ciò permane ancora, nella delibera dell'Agenzia del Farmaco che ha dato via libera alla RU486, un punto di incertezza. Il ministro Maurizio Sacconi, nel suo parere espresso il 27 novembre su esplicita richiesta della Commissione Sanità del Senato al termine dell'indagine conoscitiva sulla pillola abortiva, aveva sottolineato che l'obbligo di ricovero, così come previsto dalla 194, deve essere di carattere «ordinario», e non avvenire in regime di day hospital. Il ministro, constatato che nella delibera dell'AIFA del 30 luglio non compariva la parola «ordinario», temendo aggiramenti della legge del 1978 aveva chiesto all'Agenzia, prima dell'immissione in commercio della pillola, una nuova delibera al fine di meglio chiarire questo punto decisivo. Ma l'AIFA, il 2 dicembre, non ha ritenuto necessario tale chiarimento e non ha fatto altro che confermare quanto già previsto a fine luglio.
E' per questi motivi che Sacconi mercoledì ha dichiarato che, qualora non dovesse essere garantito il regime effettivo di ricovero ospedaliero, «il governo prenderà iniziative a tutela della legge 194. Segnaleremo all'EMEA (European Medicines Agency, ndr) gli eventuali problemi di compatibilità della pillola con la legge nazionale». È dunque necessario «un monitoraggio molto intenso dell'AIFA dal punto di vista della farmacovigilanza, e del ministero per verificare l'effettiva compatibilità con la legge 194». Il ricovero è fondamentale - ha precisato il ministro - «perché non si tratta di una pillola anticoncezionale, ma di un farmaco che ha possibili complicanze, e la tutela della salute della donna impone dei criteri rigidi che la 194 già disponeva». I numeri sembrano dargli ragione: sono ben 29 i decessi segnalati dall'azienda produttrice, 17 dei quali per l'uso abortivo della RU486. Dalle statistiche, inoltre, risulta che l'aborto chimico uccide 10 volte di più rispetto a quello chirurgico. Vigilanza massima, dunque, da parte delle istituzioni.
Gianteo Bordero
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giovedì 10 dicembre 2009
giovedì 26 novembre 2009
NO ALL'ABORTO FAI-DA-TE
da Ragionpolitica.it del 26 novembre 2009
Una cosa dev'essere chiara nel dibattito sulla pillola RU486: fino a che sarà vigente la legge 194 del 1978 sull'interruzione volontaria di gravidanza (IVG), ogni nuova tecnica abortiva che si vorrà introdurre nel nostro paese non dovrà aggirare in nessun caso il dettato di tale normativa. Il quale prevede - ricordiamolo - che l'aborto non può e non deve essere utilizzato come strumento contraccettivo ex post, né come mezzo di controllo e limitazione delle nascite (articolo 1); che l'interruzione volontaria della gravidanza è ammessa solo ed esclusivamente qualora sia in pericolo la salute della donna (articolo 6); che l'intervento abortivo può avvenire soltanto in strutture pubbliche e in strutture comunque convenzionate con lo Stato (articolo 8); che tutte le IVG che avvengono al di fuori delle regole stabilite dalla legge del 1978 sono da considerarsi a tutti gli effetti come un reato, punito con la reclusione, a seconda dei casi, da sei mesi a otto anni (articoli 17-19).
Ora, il problema che si è posto e che si pone con la RU486, come ha rilevato la Commissione Sanità del Senato (che al termine dell'indagine conoscitiva sulla pillola abortiva ha chiesto il blocco della procedura di immissione in commercio in attesa di un parere vincolante da parte del ministero della Sanità), è dunque quello di stabilire in maniera certa se la sua somministrazione possa o no essere compatibile con la legge 194. Nel caso lo fosse, sarà compito degli enti a ciò preposti predisporre un rigido e rigoroso protocollo attuativo che faccia sì che la procedura di IVG mediante l'assunzione della RU486 si svolga per intero all'interno delle strutture ospedaliere pubbliche o nelle cliniche convenzionate, evitando in tutti i modi che negli ospedali abbia luogo soltanto la somministrazione della pillola e che la donna venga poi abbandonata al suo destino e abortisca in solitudine, con gravi rischi per la sua salute fisica e psichica. Nel caso invece di un parere negativo espresso dal ministero della Sanità, l'AIFA (Agenzia italiana del farmaco) non potrebbe fare altro che prenderne atto e bloccare in via definitiva la commercializzazione della RU486.
Come ha spiegato ieri il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, «la coerenza con la legge 194 si realizza solo se c'è il ricovero ospedaliero ordinario per tutto il ciclo fino all'interruzione verificata della gravidanza. Questo significa che bisognerà dar vita ad un monitoraggio rigoroso, perché nei fatti non si verifichi l'elusione sistematica della normativa vigente». Parole che riecheggiano quelle pronunciate dallo stesso Sacconi il 1° ottobre scorso, durante la sua audizione nell'ambito dell'indagine conoscitiva svolta dalla XII Commissione del Senato: allora il ministro, ricordando le sperimentazioni avviate in Italia sulla base di protocolli regionali, citò i due pareri espressi, rispettivamente nel 2004 e nel 2005, dal Consiglio Superiore di Sanità, nei quali si affermava chiaramente che «alla luce delle conoscenze disponibili, i rischi per l'interruzione farmacologica della gravidanza si possono considerare equivalenti ai rischi dell'interruzione chirurgica solo se l'interruzione di gravidanza avviene totalmente in ambiente ospedaliero». Per questo l'aborto farmacologico deve avvenire - secondo il Consiglio Superiore di Sanità - «in un ospedale pubblico o in altra struttura prevista dalla legge, e la donna deve essere ivi trattenuta fino ad aborto avvenuto».
La palla passa dunque al ministero della Sanità, che si esprimerà, come ha fatto sapere il sottosegretario Eugenia Roccella, in tempi brevi. L'orientamento, a quanto si apprende, è quello di dare via libera alla RU486, stabilendo però l'obbligo, «per chi decide di intraprendere l'aborto farmacologico e per le strutture stesse, di garantire il ricovero dall'assunzione della pillola all'espulsione del feto». Stando così le cose, non si capisce perché dalle file dell'opposizione si siano levate e si levino ancora in queste ore grida e accuse contro la maggioranza e contro il governo (la capogruppo del Pd Anna Finocchiaro ha parlato di una «cinica battaglia che strumentalizza un bene primario come la salute delle donne», mentre per l'ex ministro Livia Turco quella del centrodestra è una «furia oscurantista che blocca la commercializzazione di un medicinale già utilizzato da milioni di donne, da molti anni»). Forse la sinistra si augurava che l'immissione in commercio della RU486 significasse una deregulation dell'interruzione volontaria di gravidanza e che l'introduzione della pillola aprisse la strada all'aborto fai-da-te, solitario e indolore. Purtroppo per la guache nostrana, non è questa la strada scelta dal centrodestra e dal governo Berlusconi, che rimangono fedeli - a differenza della sinistra più o meno libertaria - alle disposizioni della legge 194.
Gianteo Bordero
Una cosa dev'essere chiara nel dibattito sulla pillola RU486: fino a che sarà vigente la legge 194 del 1978 sull'interruzione volontaria di gravidanza (IVG), ogni nuova tecnica abortiva che si vorrà introdurre nel nostro paese non dovrà aggirare in nessun caso il dettato di tale normativa. Il quale prevede - ricordiamolo - che l'aborto non può e non deve essere utilizzato come strumento contraccettivo ex post, né come mezzo di controllo e limitazione delle nascite (articolo 1); che l'interruzione volontaria della gravidanza è ammessa solo ed esclusivamente qualora sia in pericolo la salute della donna (articolo 6); che l'intervento abortivo può avvenire soltanto in strutture pubbliche e in strutture comunque convenzionate con lo Stato (articolo 8); che tutte le IVG che avvengono al di fuori delle regole stabilite dalla legge del 1978 sono da considerarsi a tutti gli effetti come un reato, punito con la reclusione, a seconda dei casi, da sei mesi a otto anni (articoli 17-19).
Ora, il problema che si è posto e che si pone con la RU486, come ha rilevato la Commissione Sanità del Senato (che al termine dell'indagine conoscitiva sulla pillola abortiva ha chiesto il blocco della procedura di immissione in commercio in attesa di un parere vincolante da parte del ministero della Sanità), è dunque quello di stabilire in maniera certa se la sua somministrazione possa o no essere compatibile con la legge 194. Nel caso lo fosse, sarà compito degli enti a ciò preposti predisporre un rigido e rigoroso protocollo attuativo che faccia sì che la procedura di IVG mediante l'assunzione della RU486 si svolga per intero all'interno delle strutture ospedaliere pubbliche o nelle cliniche convenzionate, evitando in tutti i modi che negli ospedali abbia luogo soltanto la somministrazione della pillola e che la donna venga poi abbandonata al suo destino e abortisca in solitudine, con gravi rischi per la sua salute fisica e psichica. Nel caso invece di un parere negativo espresso dal ministero della Sanità, l'AIFA (Agenzia italiana del farmaco) non potrebbe fare altro che prenderne atto e bloccare in via definitiva la commercializzazione della RU486.
Come ha spiegato ieri il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, «la coerenza con la legge 194 si realizza solo se c'è il ricovero ospedaliero ordinario per tutto il ciclo fino all'interruzione verificata della gravidanza. Questo significa che bisognerà dar vita ad un monitoraggio rigoroso, perché nei fatti non si verifichi l'elusione sistematica della normativa vigente». Parole che riecheggiano quelle pronunciate dallo stesso Sacconi il 1° ottobre scorso, durante la sua audizione nell'ambito dell'indagine conoscitiva svolta dalla XII Commissione del Senato: allora il ministro, ricordando le sperimentazioni avviate in Italia sulla base di protocolli regionali, citò i due pareri espressi, rispettivamente nel 2004 e nel 2005, dal Consiglio Superiore di Sanità, nei quali si affermava chiaramente che «alla luce delle conoscenze disponibili, i rischi per l'interruzione farmacologica della gravidanza si possono considerare equivalenti ai rischi dell'interruzione chirurgica solo se l'interruzione di gravidanza avviene totalmente in ambiente ospedaliero». Per questo l'aborto farmacologico deve avvenire - secondo il Consiglio Superiore di Sanità - «in un ospedale pubblico o in altra struttura prevista dalla legge, e la donna deve essere ivi trattenuta fino ad aborto avvenuto».
La palla passa dunque al ministero della Sanità, che si esprimerà, come ha fatto sapere il sottosegretario Eugenia Roccella, in tempi brevi. L'orientamento, a quanto si apprende, è quello di dare via libera alla RU486, stabilendo però l'obbligo, «per chi decide di intraprendere l'aborto farmacologico e per le strutture stesse, di garantire il ricovero dall'assunzione della pillola all'espulsione del feto». Stando così le cose, non si capisce perché dalle file dell'opposizione si siano levate e si levino ancora in queste ore grida e accuse contro la maggioranza e contro il governo (la capogruppo del Pd Anna Finocchiaro ha parlato di una «cinica battaglia che strumentalizza un bene primario come la salute delle donne», mentre per l'ex ministro Livia Turco quella del centrodestra è una «furia oscurantista che blocca la commercializzazione di un medicinale già utilizzato da milioni di donne, da molti anni»). Forse la sinistra si augurava che l'immissione in commercio della RU486 significasse una deregulation dell'interruzione volontaria di gravidanza e che l'introduzione della pillola aprisse la strada all'aborto fai-da-te, solitario e indolore. Purtroppo per la guache nostrana, non è questa la strada scelta dal centrodestra e dal governo Berlusconi, che rimangono fedeli - a differenza della sinistra più o meno libertaria - alle disposizioni della legge 194.
Gianteo Bordero
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sabato 3 ottobre 2009
LEGGE 194 E PILLOLA RU486
da Ragionpolitica.it del 3 ottobre 2009
Hanno preso il via il 1° ottobre, presso la Commissione Sanità del Senato, le audizioni nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulla pillola abortiva RU486. Era stata la stessa Commissione, il 22 settembre, a dare il via libera all'indagine, in seguito alla decisione dell'AIFA (Agenzia italiana del farmaco) di acconsentire, nella seduta del 31 luglio, alla commercializzazione della pillola, anche se limitata alla sola somministrazione nelle strutture pubbliche. Le audizioni sono finalizzate a raccogliere informazioni circa «la procedura di aborto farmacologico mediante la RU486», per giungere ad una «valutazione della coerenza delle procedure proposte con la legislazione vigente», ossia con la legge 194 del 1978 recante norme «per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza». L'indagine avrà per oggetto anche l'«organizzazione dei percorsi clinici» e la «valutazione dei dati epidemiologici anche in relazione agli studi internazionali sul rapporto rischio/benefici».
Il primo ad essere ascoltato, giovedì, è stato il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. Nel suo intervento, egli ha rilavato come il punto centrale, il vero nodo politico di tutta la questione, sia proprio quello riguardante la compatibilità della RU486 con la legge 194. Tale legge, infatti, secondo il ministro, «esprime una precisa ratio», che è quella della «tutela sociale della maternità»: il quadro normativo che emerge dalla 194, nel suo complesso, è «contrario all'aborto». Questo, infatti, giuridicamente «è considerato un illecito penale - e non un diritto individuale - a cui vengono poste delle precise eccezioni». Come recita il primo articolo della legge, «lo Stato tutela la vita umana dal suo inizio... L'interruzione volontaria della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le Regioni e gli Enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite». Insomma, lungi dal legittimare l'interruzione di gravidanza come una sorta di diritto naturale, la legge del 1978 mostra in modo chiaro che l'aborto è una eccezione che può avere luogo soltanto quando vi siano seri pericoli per la salute della donna. Tant'è vero che la 194 - ha spiegato il ministro - prevede che gli interventi abortivi abbiano luogo soltanto nelle strutture pubbliche, o comunque presso strutture autorizzate dallo Stato. Questa impostazione di fondo della legge ha fatto sì che, anno dopo anno, il numero degli aborti in Italia diminuisse in maniera non irrilevante. Si tratta di una tendenza - ha affermato Sacconi - «che vogliamo mantenere, e se possibile accentuare, o comunque non invertire».
Se il quadro relativo alla legge 194 è dunque chiaro, come chiare sono le condizioni e le regole all'interno delle quali può avere luogo l'interruzione volontaria di gravidanza, altrettanto non si può dire riguardo alla RU486. Il ministro ha infatti ricordato, nel corso dell'audizione, i casi di sperimentazione avviati in Italia, sulla base di protocolli regionali, a partire dal 2005. In particolare, il responsabile del Welfare ha citato quello iniziato il 1° settembre di quell'anno presso l'ospedale Sant'Anna di Torino. E ha ricordato che tre settimane dopo, il 21 settembre, l'allora ministro della Salute, Francesco Storace, sospese la sperimentazione su indicazione degli ispettori dell'AIFA, i quali avevano accertato delle irregolarità: «Gli ispettori avevano verificato - ha affermato Sacconi - che le donne tornavano a casa dopo l'assunzione della prima pillola per poi tornare in ospedale per la somministrazione del secondo farmaco. Con queste modalità non si poteva garantire, secondo il parere espresso dal Consiglio Superiore di Sanità, che le condizioni di sicurezza per le pazienti fossero equivalenti a quelle fornite con il metodo tradizionale». La sperimentazione, al Sant'Anna, riprese in seguito alla revisione del protocollo secondo le indicazioni del ministero e del Consiglio Superiore di Sanità, per poi essere definitivamente sospesa il 28 settembre 2006, dopo aver accertato che ben 269 donne su 329 non avevano rispettato il protocollo.
La necessità del ricovero in strutture ospedaliere per l'aborto farmacologico si basa su due precisi pareri forniti dal Consiglio Superiore di Sanità. Il primo è quello del 18 marzo 2004, secondo cui «alla luce delle conoscenze disponibili, i rischi per l'interruzione farmacologica della gravidanza si possono considerare equivalenti ai rischi dell'interruzione chirurgica solo se l'interruzione di gravidanza avviene totalmente in ambiente ospedaliero». Tra le motivazioni addotte dal Consiglio vi era la «non prevedibilità del momento in cui avviene l'aborto». Il secondo parere è del 20 dicembre 2005: esso ribadisce con ancora maggiore chiarezza che l'aborto farmacologico deve avvenire «in un ospedale pubblico o in altra struttura prevista dalla legge, e la donna deve essere ivi trattenuta fino ad aborto avvenuto».
Purtroppo - ha detto Sacconi - «l'aborto farmacologico, in tutti i paesi in cui è stato introdotto, presenta uno scarto tra l'uso stabilito nei protocolli e l'uso reale, la prassi medica concreta». Per questo sarà necessario, oltre alla verifica dei parametri di sicurezza del metodo farmacologico rispetto a quanto prevede la legge 194 (in particolare, secondo il ministro, «il rispetto della settimana di riflessione, l'effettiva possibilità che l'espulsione non avvenga in ambito ospedaliero, la maggiore o minore efficacia del metodo»), anche un attento, serrato monitoraggio che consenta di verificare il grado di effettività del rispetto della legge stessa. «Qualora questa effettività non si realizzasse - ha concluso Sacconi - si porrebbe la necessità di interventi finalizzati al rispetto di una normativa internazionalmente apprezzata... Le istituzioni non potrebbero assistere passive ad una eventuale, diffusa violazione o elusione del contenuto sostanziale di una legge dello Stato».
Gianteo Bordero
Hanno preso il via il 1° ottobre, presso la Commissione Sanità del Senato, le audizioni nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulla pillola abortiva RU486. Era stata la stessa Commissione, il 22 settembre, a dare il via libera all'indagine, in seguito alla decisione dell'AIFA (Agenzia italiana del farmaco) di acconsentire, nella seduta del 31 luglio, alla commercializzazione della pillola, anche se limitata alla sola somministrazione nelle strutture pubbliche. Le audizioni sono finalizzate a raccogliere informazioni circa «la procedura di aborto farmacologico mediante la RU486», per giungere ad una «valutazione della coerenza delle procedure proposte con la legislazione vigente», ossia con la legge 194 del 1978 recante norme «per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza». L'indagine avrà per oggetto anche l'«organizzazione dei percorsi clinici» e la «valutazione dei dati epidemiologici anche in relazione agli studi internazionali sul rapporto rischio/benefici».
Il primo ad essere ascoltato, giovedì, è stato il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. Nel suo intervento, egli ha rilavato come il punto centrale, il vero nodo politico di tutta la questione, sia proprio quello riguardante la compatibilità della RU486 con la legge 194. Tale legge, infatti, secondo il ministro, «esprime una precisa ratio», che è quella della «tutela sociale della maternità»: il quadro normativo che emerge dalla 194, nel suo complesso, è «contrario all'aborto». Questo, infatti, giuridicamente «è considerato un illecito penale - e non un diritto individuale - a cui vengono poste delle precise eccezioni». Come recita il primo articolo della legge, «lo Stato tutela la vita umana dal suo inizio... L'interruzione volontaria della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le Regioni e gli Enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite». Insomma, lungi dal legittimare l'interruzione di gravidanza come una sorta di diritto naturale, la legge del 1978 mostra in modo chiaro che l'aborto è una eccezione che può avere luogo soltanto quando vi siano seri pericoli per la salute della donna. Tant'è vero che la 194 - ha spiegato il ministro - prevede che gli interventi abortivi abbiano luogo soltanto nelle strutture pubbliche, o comunque presso strutture autorizzate dallo Stato. Questa impostazione di fondo della legge ha fatto sì che, anno dopo anno, il numero degli aborti in Italia diminuisse in maniera non irrilevante. Si tratta di una tendenza - ha affermato Sacconi - «che vogliamo mantenere, e se possibile accentuare, o comunque non invertire».
Se il quadro relativo alla legge 194 è dunque chiaro, come chiare sono le condizioni e le regole all'interno delle quali può avere luogo l'interruzione volontaria di gravidanza, altrettanto non si può dire riguardo alla RU486. Il ministro ha infatti ricordato, nel corso dell'audizione, i casi di sperimentazione avviati in Italia, sulla base di protocolli regionali, a partire dal 2005. In particolare, il responsabile del Welfare ha citato quello iniziato il 1° settembre di quell'anno presso l'ospedale Sant'Anna di Torino. E ha ricordato che tre settimane dopo, il 21 settembre, l'allora ministro della Salute, Francesco Storace, sospese la sperimentazione su indicazione degli ispettori dell'AIFA, i quali avevano accertato delle irregolarità: «Gli ispettori avevano verificato - ha affermato Sacconi - che le donne tornavano a casa dopo l'assunzione della prima pillola per poi tornare in ospedale per la somministrazione del secondo farmaco. Con queste modalità non si poteva garantire, secondo il parere espresso dal Consiglio Superiore di Sanità, che le condizioni di sicurezza per le pazienti fossero equivalenti a quelle fornite con il metodo tradizionale». La sperimentazione, al Sant'Anna, riprese in seguito alla revisione del protocollo secondo le indicazioni del ministero e del Consiglio Superiore di Sanità, per poi essere definitivamente sospesa il 28 settembre 2006, dopo aver accertato che ben 269 donne su 329 non avevano rispettato il protocollo.
La necessità del ricovero in strutture ospedaliere per l'aborto farmacologico si basa su due precisi pareri forniti dal Consiglio Superiore di Sanità. Il primo è quello del 18 marzo 2004, secondo cui «alla luce delle conoscenze disponibili, i rischi per l'interruzione farmacologica della gravidanza si possono considerare equivalenti ai rischi dell'interruzione chirurgica solo se l'interruzione di gravidanza avviene totalmente in ambiente ospedaliero». Tra le motivazioni addotte dal Consiglio vi era la «non prevedibilità del momento in cui avviene l'aborto». Il secondo parere è del 20 dicembre 2005: esso ribadisce con ancora maggiore chiarezza che l'aborto farmacologico deve avvenire «in un ospedale pubblico o in altra struttura prevista dalla legge, e la donna deve essere ivi trattenuta fino ad aborto avvenuto».
Purtroppo - ha detto Sacconi - «l'aborto farmacologico, in tutti i paesi in cui è stato introdotto, presenta uno scarto tra l'uso stabilito nei protocolli e l'uso reale, la prassi medica concreta». Per questo sarà necessario, oltre alla verifica dei parametri di sicurezza del metodo farmacologico rispetto a quanto prevede la legge 194 (in particolare, secondo il ministro, «il rispetto della settimana di riflessione, l'effettiva possibilità che l'espulsione non avvenga in ambito ospedaliero, la maggiore o minore efficacia del metodo»), anche un attento, serrato monitoraggio che consenta di verificare il grado di effettività del rispetto della legge stessa. «Qualora questa effettività non si realizzasse - ha concluso Sacconi - si porrebbe la necessità di interventi finalizzati al rispetto di una normativa internazionalmente apprezzata... Le istituzioni non potrebbero assistere passive ad una eventuale, diffusa violazione o elusione del contenuto sostanziale di una legge dello Stato».
Gianteo Bordero
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sabato 1 agosto 2009
IL MITO DELL'ABORTO INDOLORE
da Ragionpolitica.it del 1° agosto 2009
«Abortirai senza dolore». E' questo, in sostanza, il messaggio che viene lanciato alle donne italiane dalla decisione dell'AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) di acconsentire alla commercializzazione della pillola RU486. Siamo dunque arrivati al completo rovesciamento del principio biblico espresso nelle parole rivolte da Dio ad Eva dopo la caduta: «Donna, partorirai con dolore». Parole che contengono una verità che non può essere cancellata neppure attraverso le moderne (e benvenute) tecniche di alleviamento della sofferenza per le madri: il parto, la nascita, il venire al mondo è fatica, porta cioè con sé il peso di una condizione umana imperfetta, sottoposta alla caducità e alla contraddizione, alle doglie, al travaglio. L'umanità non sboccia, non fiorisce, non entra nel mondo se non attraverso questo dolore, questa fatica, questo travaglio. E' la dinamica che accomuna l'uomo al resto del creato, al seme che deve in qualche modo morire per portare frutto, alle stagioni della terra che riproducono ogni volta il misterioso avvenimento del nuovo inizio, del rifiorire, del germogliare.
E però la consapevolezza di questa dinamica è anche ciò che eleva l'uomo al di sopra delle altre creature: perché l'uomo - come diceva don Giussani - «è l'unico punto della natura in cui la natura stessa prende coscienza di sé». L'uomo, cioè, è l'unico livello del creato che ha potuto mettere a tema la sua condizione, ricercarne le origini, indagarne le cause, ipotizzarne i fini; ha potuto studiarla, analizzarla, e perfino intervenire su di essa (il principio del progresso nasce proprio dalla presa d'atto della debolezza, della fragilità, dell'imperfezione, e dal desiderio di superarle). Ma non ha potuto modificarla nella sostanza, non ha potuto cioè valicare il limite ontologico che la rende soggetta al dolore, alla caducità, infine alla morte. Quanto più la ricerca scientifica e tecnologica ha compiuto passi da gigante nell'alleviare il dolore, nel garantire un'aspettativa di vita sempre più ampia, nel curare malattie un tempo mortali, tanto più essa si è dovuta scontrare con l'impossibilità di dominare per intero questi fenomeni. Rispettare questo limite ultimo è il discrimine che separa una scienza che è realmente al servizio dell'uomo in carne ed ossa da una scienza che all'uomo fa soltanto violenza. Perché è la violenza, in ultima analisi, il prodotto del tentativo di trasformare la persona in un mezzo (una cavia?) per raggiungere un fine che non potrà essere raggiunto: modificare alla radice la natura dell'uomo. Questo è il punto in cui la scienza e la tecnica divengono ideologia, astrazione che si ritorce contro coloro che si dice di voler aiutare.
La pillola RU486, a detta dei suoi sostenitori, dovrebbe garantire alle donne che ne facciano richiesta un aborto sicuro e indolore, «fai da te», senza passare sotto i ferri del chirurgo. A parte il fatto che i dati disponibili rivelano che dal 1988 sono stati almeno 29 i casi di decesso accertati in seguito all'assunzione della pillola, e che sorgeranno inevitabilmente problemi di compatibilità tra la somministrazione della stessa e la legge 194 che disciplina le interruzioni volontarie di gravidanza avendo di mira la salvaguardia della salute della donna, ci preme innanzitutto sottolineare l'idea implicita nel grande battage mediatico a supporto dell'introduzione della RU486: considerare la gravidanza alla stregua di una malattia che può essere curata per via farmacologica come qualsiasi altro disturbo. Basta leggere le dichiarazioni rese dall'inventore della pillola, l'endocrinologo francese Emilie-Etienne Baulieu, per rendersene conto: «Se si seguono le istruzioni, 3 compresse di RU486 e una di prostaglandina dopo due giorni, non c'è nessun pericolo» (La Stampa, 31 luglio 2009). Come se fossimo di fronte a un mal di stomaco o a un'influenza: 3 compresse della medicina X, un'altra compressa della medicina Y e il problema è risolto.
Ora, è evidente che non ci troviamo di fronte ad una necessità dettata dai progressi della ricerca scientifica. Abbiamo davanti, al contrario, una pura pretesa ideologica, che - come ogni pretesa ideologica - censura un aspetto importante della realtà nel nome di un altro aspetto, che da parte si trasforma in tutto, generando - come detto - violenza. In questo caso, potremmo perfino dire che si censura la realtà tout court (la vita del nascituro e la salute della madre) a tutto vantaggio di una non meglio definita «tranquillità» della donna nell'abortire. Una tranquillità che non esiste e che non potrà mai esistere, come dimostrano le testimonianze di tante giovani che hanno fatto uso della pillola senza imbattersi in problemi immediati, ma che dal giorno dopo l'uccisione (altro che «espulsione»!) del feto sono cadute in terribili depressioni ed esaurimenti nervosi, dovuti alla micidiale miscela del dramma dell'aborto sommato alla solitudine nella quale questo si consuma in seguito all'assunzione della RU486. Insomma, se la giustificazione con la quale si vuole legittimare il ricorso alla pillola abortiva è quella di «aiutare» la donna a non soffrire evitandole l'intervento chirurgico, è chiaro che si tratta di una scusa che non tiene: oltre a presentare più rischi dal punto di vista della salute fisica, l'aborto farmacologico è una minaccia ancor più grande per la salute psichica della donna, abbandonata a se stessa da una cultura nichilista che non ha neppure più il coraggio di guardare in faccia i frutti delle sue battaglie: tragedie, altro che «conquiste».
Gianteo Bordero
«Abortirai senza dolore». E' questo, in sostanza, il messaggio che viene lanciato alle donne italiane dalla decisione dell'AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) di acconsentire alla commercializzazione della pillola RU486. Siamo dunque arrivati al completo rovesciamento del principio biblico espresso nelle parole rivolte da Dio ad Eva dopo la caduta: «Donna, partorirai con dolore». Parole che contengono una verità che non può essere cancellata neppure attraverso le moderne (e benvenute) tecniche di alleviamento della sofferenza per le madri: il parto, la nascita, il venire al mondo è fatica, porta cioè con sé il peso di una condizione umana imperfetta, sottoposta alla caducità e alla contraddizione, alle doglie, al travaglio. L'umanità non sboccia, non fiorisce, non entra nel mondo se non attraverso questo dolore, questa fatica, questo travaglio. E' la dinamica che accomuna l'uomo al resto del creato, al seme che deve in qualche modo morire per portare frutto, alle stagioni della terra che riproducono ogni volta il misterioso avvenimento del nuovo inizio, del rifiorire, del germogliare.
E però la consapevolezza di questa dinamica è anche ciò che eleva l'uomo al di sopra delle altre creature: perché l'uomo - come diceva don Giussani - «è l'unico punto della natura in cui la natura stessa prende coscienza di sé». L'uomo, cioè, è l'unico livello del creato che ha potuto mettere a tema la sua condizione, ricercarne le origini, indagarne le cause, ipotizzarne i fini; ha potuto studiarla, analizzarla, e perfino intervenire su di essa (il principio del progresso nasce proprio dalla presa d'atto della debolezza, della fragilità, dell'imperfezione, e dal desiderio di superarle). Ma non ha potuto modificarla nella sostanza, non ha potuto cioè valicare il limite ontologico che la rende soggetta al dolore, alla caducità, infine alla morte. Quanto più la ricerca scientifica e tecnologica ha compiuto passi da gigante nell'alleviare il dolore, nel garantire un'aspettativa di vita sempre più ampia, nel curare malattie un tempo mortali, tanto più essa si è dovuta scontrare con l'impossibilità di dominare per intero questi fenomeni. Rispettare questo limite ultimo è il discrimine che separa una scienza che è realmente al servizio dell'uomo in carne ed ossa da una scienza che all'uomo fa soltanto violenza. Perché è la violenza, in ultima analisi, il prodotto del tentativo di trasformare la persona in un mezzo (una cavia?) per raggiungere un fine che non potrà essere raggiunto: modificare alla radice la natura dell'uomo. Questo è il punto in cui la scienza e la tecnica divengono ideologia, astrazione che si ritorce contro coloro che si dice di voler aiutare.
La pillola RU486, a detta dei suoi sostenitori, dovrebbe garantire alle donne che ne facciano richiesta un aborto sicuro e indolore, «fai da te», senza passare sotto i ferri del chirurgo. A parte il fatto che i dati disponibili rivelano che dal 1988 sono stati almeno 29 i casi di decesso accertati in seguito all'assunzione della pillola, e che sorgeranno inevitabilmente problemi di compatibilità tra la somministrazione della stessa e la legge 194 che disciplina le interruzioni volontarie di gravidanza avendo di mira la salvaguardia della salute della donna, ci preme innanzitutto sottolineare l'idea implicita nel grande battage mediatico a supporto dell'introduzione della RU486: considerare la gravidanza alla stregua di una malattia che può essere curata per via farmacologica come qualsiasi altro disturbo. Basta leggere le dichiarazioni rese dall'inventore della pillola, l'endocrinologo francese Emilie-Etienne Baulieu, per rendersene conto: «Se si seguono le istruzioni, 3 compresse di RU486 e una di prostaglandina dopo due giorni, non c'è nessun pericolo» (La Stampa, 31 luglio 2009). Come se fossimo di fronte a un mal di stomaco o a un'influenza: 3 compresse della medicina X, un'altra compressa della medicina Y e il problema è risolto.
Ora, è evidente che non ci troviamo di fronte ad una necessità dettata dai progressi della ricerca scientifica. Abbiamo davanti, al contrario, una pura pretesa ideologica, che - come ogni pretesa ideologica - censura un aspetto importante della realtà nel nome di un altro aspetto, che da parte si trasforma in tutto, generando - come detto - violenza. In questo caso, potremmo perfino dire che si censura la realtà tout court (la vita del nascituro e la salute della madre) a tutto vantaggio di una non meglio definita «tranquillità» della donna nell'abortire. Una tranquillità che non esiste e che non potrà mai esistere, come dimostrano le testimonianze di tante giovani che hanno fatto uso della pillola senza imbattersi in problemi immediati, ma che dal giorno dopo l'uccisione (altro che «espulsione»!) del feto sono cadute in terribili depressioni ed esaurimenti nervosi, dovuti alla micidiale miscela del dramma dell'aborto sommato alla solitudine nella quale questo si consuma in seguito all'assunzione della RU486. Insomma, se la giustificazione con la quale si vuole legittimare il ricorso alla pillola abortiva è quella di «aiutare» la donna a non soffrire evitandole l'intervento chirurgico, è chiaro che si tratta di una scusa che non tiene: oltre a presentare più rischi dal punto di vista della salute fisica, l'aborto farmacologico è una minaccia ancor più grande per la salute psichica della donna, abbandonata a se stessa da una cultura nichilista che non ha neppure più il coraggio di guardare in faccia i frutti delle sue battaglie: tragedie, altro che «conquiste».
Gianteo Bordero
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