da Ragionpolitica.it del 1° agosto 2009
«Abortirai senza dolore». E' questo, in sostanza, il messaggio che viene lanciato alle donne italiane dalla decisione dell'AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) di acconsentire alla commercializzazione della pillola RU486. Siamo dunque arrivati al completo rovesciamento del principio biblico espresso nelle parole rivolte da Dio ad Eva dopo la caduta: «Donna, partorirai con dolore». Parole che contengono una verità che non può essere cancellata neppure attraverso le moderne (e benvenute) tecniche di alleviamento della sofferenza per le madri: il parto, la nascita, il venire al mondo è fatica, porta cioè con sé il peso di una condizione umana imperfetta, sottoposta alla caducità e alla contraddizione, alle doglie, al travaglio. L'umanità non sboccia, non fiorisce, non entra nel mondo se non attraverso questo dolore, questa fatica, questo travaglio. E' la dinamica che accomuna l'uomo al resto del creato, al seme che deve in qualche modo morire per portare frutto, alle stagioni della terra che riproducono ogni volta il misterioso avvenimento del nuovo inizio, del rifiorire, del germogliare.
E però la consapevolezza di questa dinamica è anche ciò che eleva l'uomo al di sopra delle altre creature: perché l'uomo - come diceva don Giussani - «è l'unico punto della natura in cui la natura stessa prende coscienza di sé». L'uomo, cioè, è l'unico livello del creato che ha potuto mettere a tema la sua condizione, ricercarne le origini, indagarne le cause, ipotizzarne i fini; ha potuto studiarla, analizzarla, e perfino intervenire su di essa (il principio del progresso nasce proprio dalla presa d'atto della debolezza, della fragilità, dell'imperfezione, e dal desiderio di superarle). Ma non ha potuto modificarla nella sostanza, non ha potuto cioè valicare il limite ontologico che la rende soggetta al dolore, alla caducità, infine alla morte. Quanto più la ricerca scientifica e tecnologica ha compiuto passi da gigante nell'alleviare il dolore, nel garantire un'aspettativa di vita sempre più ampia, nel curare malattie un tempo mortali, tanto più essa si è dovuta scontrare con l'impossibilità di dominare per intero questi fenomeni. Rispettare questo limite ultimo è il discrimine che separa una scienza che è realmente al servizio dell'uomo in carne ed ossa da una scienza che all'uomo fa soltanto violenza. Perché è la violenza, in ultima analisi, il prodotto del tentativo di trasformare la persona in un mezzo (una cavia?) per raggiungere un fine che non potrà essere raggiunto: modificare alla radice la natura dell'uomo. Questo è il punto in cui la scienza e la tecnica divengono ideologia, astrazione che si ritorce contro coloro che si dice di voler aiutare.
La pillola RU486, a detta dei suoi sostenitori, dovrebbe garantire alle donne che ne facciano richiesta un aborto sicuro e indolore, «fai da te», senza passare sotto i ferri del chirurgo. A parte il fatto che i dati disponibili rivelano che dal 1988 sono stati almeno 29 i casi di decesso accertati in seguito all'assunzione della pillola, e che sorgeranno inevitabilmente problemi di compatibilità tra la somministrazione della stessa e la legge 194 che disciplina le interruzioni volontarie di gravidanza avendo di mira la salvaguardia della salute della donna, ci preme innanzitutto sottolineare l'idea implicita nel grande battage mediatico a supporto dell'introduzione della RU486: considerare la gravidanza alla stregua di una malattia che può essere curata per via farmacologica come qualsiasi altro disturbo. Basta leggere le dichiarazioni rese dall'inventore della pillola, l'endocrinologo francese Emilie-Etienne Baulieu, per rendersene conto: «Se si seguono le istruzioni, 3 compresse di RU486 e una di prostaglandina dopo due giorni, non c'è nessun pericolo» (La Stampa, 31 luglio 2009). Come se fossimo di fronte a un mal di stomaco o a un'influenza: 3 compresse della medicina X, un'altra compressa della medicina Y e il problema è risolto.
Ora, è evidente che non ci troviamo di fronte ad una necessità dettata dai progressi della ricerca scientifica. Abbiamo davanti, al contrario, una pura pretesa ideologica, che - come ogni pretesa ideologica - censura un aspetto importante della realtà nel nome di un altro aspetto, che da parte si trasforma in tutto, generando - come detto - violenza. In questo caso, potremmo perfino dire che si censura la realtà tout court (la vita del nascituro e la salute della madre) a tutto vantaggio di una non meglio definita «tranquillità» della donna nell'abortire. Una tranquillità che non esiste e che non potrà mai esistere, come dimostrano le testimonianze di tante giovani che hanno fatto uso della pillola senza imbattersi in problemi immediati, ma che dal giorno dopo l'uccisione (altro che «espulsione»!) del feto sono cadute in terribili depressioni ed esaurimenti nervosi, dovuti alla micidiale miscela del dramma dell'aborto sommato alla solitudine nella quale questo si consuma in seguito all'assunzione della RU486. Insomma, se la giustificazione con la quale si vuole legittimare il ricorso alla pillola abortiva è quella di «aiutare» la donna a non soffrire evitandole l'intervento chirurgico, è chiaro che si tratta di una scusa che non tiene: oltre a presentare più rischi dal punto di vista della salute fisica, l'aborto farmacologico è una minaccia ancor più grande per la salute psichica della donna, abbandonata a se stessa da una cultura nichilista che non ha neppure più il coraggio di guardare in faccia i frutti delle sue battaglie: tragedie, altro che «conquiste».
Gianteo Bordero
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sabato 1 agosto 2009
mercoledì 8 luglio 2009
IL VUOTO E LA VIOLENZA
da Ragionpolitica.it del 7 luglio 2009
Abbiamo sempre sostenuto, su queste pagine, che dietro l'etichetta dell'«idealità» appiccicata sopra la battaglia dei movimenti antagonisti contro la globalizzazione si nascondeva soltanto uno spaventoso vuoto di idee, di principi e di valori. Abbiamo scritto che si trattava, in ultima istanza, di una pura espressione del nichilismo che sembra per molti versi dominare il nostro tempo. E abbiamo detto, infine, che l'unico esito possibile di questa rivolta sarebbe stato quello della violenza: distruggere per distruggere, senza altra motivazione oltre alla volontà perversa di fare a pezzi il reale in quanto tale.
La chiara conferma di tutto ciò l'abbiamo in questi giorni che precedono il G8 dell'Aquila, con gli arresti scattati lunedì (a Torino, Bologna, Padova, L'Aquila) per 21 protagonisti della guerriglia urbana che ebbe luogo lo scorso 19 maggio a Torino in occasione del G8 dell'Università; con il fermo, avvenuto martedì mattina nel capoluogo abruzzese, di 5 no global francesi che viaggiavano nei pressi della «zona rossa» su una ruolotte carica di mazze ferrate e mazze da baseball; con il blocco della tangenziale est di Roma da parte di circa 20 manifestanti con casco e volto coperto; con il fermo di 36 antagonisti dediti ad atti di vandalismo in Via Cilicia, Via Ostiense, in zona Tiburtina e sulle sponde del Tevere; infine con l'occupazione, da parte dell'Onda studentesca, di diversi rettorati (tra gli altri: Torino, Bologna, Napoli, Pisa, Venezia). Insomma, un piccolo bollettino di guerra il cui bilancio potrebbe, nelle prossime ore, salire ancora.
Come al solito, le reazioni scomposte dei leader no global non si sono fatte attendere. Luca Casarini ha guidato un corteo di protesta di fronte alla questura di Padova, dove è trattenuto un esponente del centro sociale «Pedro» accusato di essere tra gli organizzatori degli scontri con la Polizia del 19 maggio. Casarini ha affermato che si tratta di «arresti preventivi di stampo fascista, un'operazione politica fatta prima del G8», e che «dietro quanto accaduto c'è la mano dei servizi segreti italiani... Chiunque ci sia dietro pagherà molto caro quello che sta succedendo». Per Francesco Caruso, ex deputato di Rifondazione Comunista, gli arresti avrebbero come unico scopo quello di «criminalizzare il movimento no global, disperdere i gruppi che avevano già raggiunto L'Aquila... E' una tipica tattica fascista: durante il fascismo prima delle manifestazioni del Duce si arrestavano in città tutti gli antifascisti per liberarli il giorno dopo a giochi chiusi». Infine Vittorio Agnoletto, già europarlamentare rifondarolo, vede nelle azioni condotte dalla Digos «un chiaro messaggio da parte del governo, che così facendo alimenta ed esaspera il clima di tensione verso l'evento, come aveva fatto a Genova, otto anni fa». Tutte queste dichiarazioni rappresentano la riproposizione della trita e ritrita teoria della «strategia della tensione» attuata dallo Stato «fascista» per mettere a tacere i dissidenti che difendono la libertà di fronte all'autoritarismo del potere.
Se vogliamo dirla senza giri di parole, la verità è esattamente l'opposto di quella che sostengono con foga degna di miglior causa i vari capi no global: chi alimenta la tensione, in questi giorni, non è certo lo Stato, bensì i vari movimenti antagonisti che ormai considerano il G8 l'appuntamento principe non per esporre idee e progetti alternativi a quelli dei «grandi della Terra», ma per devastare, sfasciare, aggredire, distruggere. Per sfogare una rabbia che non nasce di certo da motivazioni politiche, ma da una profonda noia esistenziale che i centri sociali, invece che attenuare, esasperano all'ennesima potenza. Un nichilismo, come dicevamo all'inizio, che viene dirottato verso i lidi della contestazione fine a se stessa contro il mondo in quanto tale, di cui i capi delle nazioni più importanti divengono, loro malgrado, simbolo supremo.
Non può quindi esservi giustificazione alcuna per gli atti di vandalismo, di violenza, di devastazione a cui stiamo assistendo, e bene hanno fatto e fanno i responsabili della sicurezza nazionale a tenere alta la guardia di fronte agli episodi di cui abbiamo parlato in precedenza, messi in atto da bande «organizzate in modo paramilitare», secondo le parole del procuratore di Torino, Caselli. La storia recente dei vertici del G8, ben esposta in un articolo apparso martedì su Il Velino, impone la massima allerta dinanzi a chi non si è dato altra missione oltre a quella della distruzione dell'esistente in nome non più dell'utopia e del «mondo migliore», bensì del nulla assoluto.
Gianteo Bordero
Abbiamo sempre sostenuto, su queste pagine, che dietro l'etichetta dell'«idealità» appiccicata sopra la battaglia dei movimenti antagonisti contro la globalizzazione si nascondeva soltanto uno spaventoso vuoto di idee, di principi e di valori. Abbiamo scritto che si trattava, in ultima istanza, di una pura espressione del nichilismo che sembra per molti versi dominare il nostro tempo. E abbiamo detto, infine, che l'unico esito possibile di questa rivolta sarebbe stato quello della violenza: distruggere per distruggere, senza altra motivazione oltre alla volontà perversa di fare a pezzi il reale in quanto tale.
La chiara conferma di tutto ciò l'abbiamo in questi giorni che precedono il G8 dell'Aquila, con gli arresti scattati lunedì (a Torino, Bologna, Padova, L'Aquila) per 21 protagonisti della guerriglia urbana che ebbe luogo lo scorso 19 maggio a Torino in occasione del G8 dell'Università; con il fermo, avvenuto martedì mattina nel capoluogo abruzzese, di 5 no global francesi che viaggiavano nei pressi della «zona rossa» su una ruolotte carica di mazze ferrate e mazze da baseball; con il blocco della tangenziale est di Roma da parte di circa 20 manifestanti con casco e volto coperto; con il fermo di 36 antagonisti dediti ad atti di vandalismo in Via Cilicia, Via Ostiense, in zona Tiburtina e sulle sponde del Tevere; infine con l'occupazione, da parte dell'Onda studentesca, di diversi rettorati (tra gli altri: Torino, Bologna, Napoli, Pisa, Venezia). Insomma, un piccolo bollettino di guerra il cui bilancio potrebbe, nelle prossime ore, salire ancora.
Come al solito, le reazioni scomposte dei leader no global non si sono fatte attendere. Luca Casarini ha guidato un corteo di protesta di fronte alla questura di Padova, dove è trattenuto un esponente del centro sociale «Pedro» accusato di essere tra gli organizzatori degli scontri con la Polizia del 19 maggio. Casarini ha affermato che si tratta di «arresti preventivi di stampo fascista, un'operazione politica fatta prima del G8», e che «dietro quanto accaduto c'è la mano dei servizi segreti italiani... Chiunque ci sia dietro pagherà molto caro quello che sta succedendo». Per Francesco Caruso, ex deputato di Rifondazione Comunista, gli arresti avrebbero come unico scopo quello di «criminalizzare il movimento no global, disperdere i gruppi che avevano già raggiunto L'Aquila... E' una tipica tattica fascista: durante il fascismo prima delle manifestazioni del Duce si arrestavano in città tutti gli antifascisti per liberarli il giorno dopo a giochi chiusi». Infine Vittorio Agnoletto, già europarlamentare rifondarolo, vede nelle azioni condotte dalla Digos «un chiaro messaggio da parte del governo, che così facendo alimenta ed esaspera il clima di tensione verso l'evento, come aveva fatto a Genova, otto anni fa». Tutte queste dichiarazioni rappresentano la riproposizione della trita e ritrita teoria della «strategia della tensione» attuata dallo Stato «fascista» per mettere a tacere i dissidenti che difendono la libertà di fronte all'autoritarismo del potere.
Se vogliamo dirla senza giri di parole, la verità è esattamente l'opposto di quella che sostengono con foga degna di miglior causa i vari capi no global: chi alimenta la tensione, in questi giorni, non è certo lo Stato, bensì i vari movimenti antagonisti che ormai considerano il G8 l'appuntamento principe non per esporre idee e progetti alternativi a quelli dei «grandi della Terra», ma per devastare, sfasciare, aggredire, distruggere. Per sfogare una rabbia che non nasce di certo da motivazioni politiche, ma da una profonda noia esistenziale che i centri sociali, invece che attenuare, esasperano all'ennesima potenza. Un nichilismo, come dicevamo all'inizio, che viene dirottato verso i lidi della contestazione fine a se stessa contro il mondo in quanto tale, di cui i capi delle nazioni più importanti divengono, loro malgrado, simbolo supremo.
Non può quindi esservi giustificazione alcuna per gli atti di vandalismo, di violenza, di devastazione a cui stiamo assistendo, e bene hanno fatto e fanno i responsabili della sicurezza nazionale a tenere alta la guardia di fronte agli episodi di cui abbiamo parlato in precedenza, messi in atto da bande «organizzate in modo paramilitare», secondo le parole del procuratore di Torino, Caselli. La storia recente dei vertici del G8, ben esposta in un articolo apparso martedì su Il Velino, impone la massima allerta dinanzi a chi non si è dato altra missione oltre a quella della distruzione dell'esistente in nome non più dell'utopia e del «mondo migliore», bensì del nulla assoluto.
Gianteo Bordero
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sabato 15 novembre 2008
ELUANA E IL CHIODO FISSO DEI NICHILISTI
da Ragionpolitica.it del 15 novembre 2008
«E voi materialisti, col vostro chiodo fisso che Dio è morto è l'uomo è solo in questo abisso», cantava Francesco Guccini qualche anno fa in uno dei suoi brani più belli, Cirano. Oggi, dopo la terribile sentenza della Corte di Cassazione che ha legittimato la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione per Eluana Englaro, dovremmo aggiornare la strofa del cantautore di Pavana togliendo di mezzo i «materialisti» e scrivendo la parolina magica: «nichilisti». Il materialismo, infatti, alla materia qualche dignità la riconosceva. Il nichilismo neppure quello: se avesse rispetto della materia non condannerebbe una giovane donna a morire di fame e di sete, tra sofferenze prolungate e indescrivibili; accetterebbe il fatto che vi possa essere una vita che è definibile come tale anche se menomata; non tratterebbe il corpo di Eluana alla stregua di un qualcosa di cui liberarsi al più presto.
Il nichilismo, come uno schiacciasassi, passa sopra a tutto. Che sia «gaio» o che sia «tragico», sempre conduce nella stessa direzione: il burrone dell'insignificanza, il deserto del non senso. Perché, se si ammettesse anche soltanto lontanamente la possibilità di un significato dell'esistere, il corpo di Eluana sarebbe guardato sotto una nuova luce, la sua vicenda sarebbe letta con altre lenti, la sua presenza tra noi spalancherebbe le porte dell'uomo interiore al mistero che sempre la vita è. Sempre. Nella gioia e nel dolore, nel sorriso e nel pianto, nella salute e nella malattia, la vita rimane degna di essere vissuta. Non lo dice soltanto la Chiesa cattolica, checché ne pensi il professor Veronesi, il quale, su Repubblica, afferma che chi si oppone all'interruzione dell'alimentazione per Eluana lo fa basandosi «su posizioni di fede». Lo dice anche la ragione. Lo dice quel maestro della cultura laica occidentale, Immanuel Kant, quando riconosce che la vita deve essere considerata come un fine in sé, e quindi come un bene indisponibile all'arbitrio dell'uomo sull'altro uomo. Ma parlare di ragione ai nichilisti è come parlare di libertà ai dittatori...
Non scandalizzi il paragone, perché quando la ragione viene tolta di mezzo ciò che subentra porta sempre - sempre ha portato nel corso della storia - alla violenza e al sopruso. E la sentenza della Corte di Cassazione è, nella sostanza, priva di ragione, perché l'unica cosa di cui tiene conto è una presunta volontà di Eluana di non voler vivere in quello che viene chiamato «stato vegetativo»: tutto il resto, in primis il fatto che Eluana viva (anche se ancora una volta Umberto Veronesi, oncologo di fama nonché senatore del Partito Democratico, sostiene che «Eluana è morta 16 anni fa»), passa arbitrariamente in secondo piano. Compresa la circostanza che Eluana sia ancora, a tutti gli effetti, una persona, e non, come tanti in queste ore ripetono, un vegetale.
Quando la persona viene degradata, con un cinismo saccente e presuntuoso, a «vegetale», a che cosa ci troviamo di fronte? A un atto di civiltà? A un progresso sociale? Oppure ad una barbarie e ad un regresso che ci riportano al vero secolo buio della nostra storia, cioè il Novecento dei totalitarismi? E non è forse, a ben vedere, una sottile forma di totalitarismo anche il fatto che sia una magistratura che si crede onnisciente e onnipotente ad avere l'ultima parola sulla vita e sulla morte delle persone? E' «ragionevole» tutto ciò? No, non è ragionevole.
Ma nichilismo e ragione sono come il «ferro ligneo» di cui parlava Heidegger: una contraddizione in termini. Perché tutto ciò che la ragione suggerisce all'uomo, tutta l'apertura al significato di cui essa è capace, tutta la profondità delle domande che essa pone al cuore della persona, tutto ciò il nichilismo lo spazza via, col risultato inevitabile descritto da Guccini: l'uomo viene lasciato solo «in quest'abisso». E' l'anticamera della disperazione, la cancellazione della voglia di vivere, lo svuotamento del carico di attese e di speranze che ognuno porta con sé, nel profondo dell'io, laddove nessun Veronesi può arrivare a vedere col suo microscopio, laddove non può entrare la volontà di potenza dei magistrati, laddove l'unico e ultimo giudizio è quello di colui che l'uomo l'ha creato dal nulla, non di coloro che nel nulla vorrebbero ricacciarlo.
Al culmine della sua lunga malattia e della sua sofferenza, dal letto di dolore dal quale poteva osservare, attraverso i vetri della stanza, un albero di pioppo, scriveva il poeta Clemente Rebora: «Vibra nel vento con tutte le sue foglie/ il pioppo severo:/ spasima l'anima in tutte le sue doglie/ nell'ansia del pensiero:/ dal tronco in rami per fronde si esprime/ tutte al ciel tese con raccolte cime:/ fermo rimane il tronco del mistero,/ e il tronco si inabissa ov'è più vero». Strappare l'albero dell'esistenza dalle sue radici fa seccare ogni possibilità di significato e di amore per l'essere, per la realtà, per la vita.
Gianteo Bordero
«E voi materialisti, col vostro chiodo fisso che Dio è morto è l'uomo è solo in questo abisso», cantava Francesco Guccini qualche anno fa in uno dei suoi brani più belli, Cirano. Oggi, dopo la terribile sentenza della Corte di Cassazione che ha legittimato la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione per Eluana Englaro, dovremmo aggiornare la strofa del cantautore di Pavana togliendo di mezzo i «materialisti» e scrivendo la parolina magica: «nichilisti». Il materialismo, infatti, alla materia qualche dignità la riconosceva. Il nichilismo neppure quello: se avesse rispetto della materia non condannerebbe una giovane donna a morire di fame e di sete, tra sofferenze prolungate e indescrivibili; accetterebbe il fatto che vi possa essere una vita che è definibile come tale anche se menomata; non tratterebbe il corpo di Eluana alla stregua di un qualcosa di cui liberarsi al più presto.
Il nichilismo, come uno schiacciasassi, passa sopra a tutto. Che sia «gaio» o che sia «tragico», sempre conduce nella stessa direzione: il burrone dell'insignificanza, il deserto del non senso. Perché, se si ammettesse anche soltanto lontanamente la possibilità di un significato dell'esistere, il corpo di Eluana sarebbe guardato sotto una nuova luce, la sua vicenda sarebbe letta con altre lenti, la sua presenza tra noi spalancherebbe le porte dell'uomo interiore al mistero che sempre la vita è. Sempre. Nella gioia e nel dolore, nel sorriso e nel pianto, nella salute e nella malattia, la vita rimane degna di essere vissuta. Non lo dice soltanto la Chiesa cattolica, checché ne pensi il professor Veronesi, il quale, su Repubblica, afferma che chi si oppone all'interruzione dell'alimentazione per Eluana lo fa basandosi «su posizioni di fede». Lo dice anche la ragione. Lo dice quel maestro della cultura laica occidentale, Immanuel Kant, quando riconosce che la vita deve essere considerata come un fine in sé, e quindi come un bene indisponibile all'arbitrio dell'uomo sull'altro uomo. Ma parlare di ragione ai nichilisti è come parlare di libertà ai dittatori...
Non scandalizzi il paragone, perché quando la ragione viene tolta di mezzo ciò che subentra porta sempre - sempre ha portato nel corso della storia - alla violenza e al sopruso. E la sentenza della Corte di Cassazione è, nella sostanza, priva di ragione, perché l'unica cosa di cui tiene conto è una presunta volontà di Eluana di non voler vivere in quello che viene chiamato «stato vegetativo»: tutto il resto, in primis il fatto che Eluana viva (anche se ancora una volta Umberto Veronesi, oncologo di fama nonché senatore del Partito Democratico, sostiene che «Eluana è morta 16 anni fa»), passa arbitrariamente in secondo piano. Compresa la circostanza che Eluana sia ancora, a tutti gli effetti, una persona, e non, come tanti in queste ore ripetono, un vegetale.
Quando la persona viene degradata, con un cinismo saccente e presuntuoso, a «vegetale», a che cosa ci troviamo di fronte? A un atto di civiltà? A un progresso sociale? Oppure ad una barbarie e ad un regresso che ci riportano al vero secolo buio della nostra storia, cioè il Novecento dei totalitarismi? E non è forse, a ben vedere, una sottile forma di totalitarismo anche il fatto che sia una magistratura che si crede onnisciente e onnipotente ad avere l'ultima parola sulla vita e sulla morte delle persone? E' «ragionevole» tutto ciò? No, non è ragionevole.
Ma nichilismo e ragione sono come il «ferro ligneo» di cui parlava Heidegger: una contraddizione in termini. Perché tutto ciò che la ragione suggerisce all'uomo, tutta l'apertura al significato di cui essa è capace, tutta la profondità delle domande che essa pone al cuore della persona, tutto ciò il nichilismo lo spazza via, col risultato inevitabile descritto da Guccini: l'uomo viene lasciato solo «in quest'abisso». E' l'anticamera della disperazione, la cancellazione della voglia di vivere, lo svuotamento del carico di attese e di speranze che ognuno porta con sé, nel profondo dell'io, laddove nessun Veronesi può arrivare a vedere col suo microscopio, laddove non può entrare la volontà di potenza dei magistrati, laddove l'unico e ultimo giudizio è quello di colui che l'uomo l'ha creato dal nulla, non di coloro che nel nulla vorrebbero ricacciarlo.
Al culmine della sua lunga malattia e della sua sofferenza, dal letto di dolore dal quale poteva osservare, attraverso i vetri della stanza, un albero di pioppo, scriveva il poeta Clemente Rebora: «Vibra nel vento con tutte le sue foglie/ il pioppo severo:/ spasima l'anima in tutte le sue doglie/ nell'ansia del pensiero:/ dal tronco in rami per fronde si esprime/ tutte al ciel tese con raccolte cime:/ fermo rimane il tronco del mistero,/ e il tronco si inabissa ov'è più vero». Strappare l'albero dell'esistenza dalle sue radici fa seccare ogni possibilità di significato e di amore per l'essere, per la realtà, per la vita.
Gianteo Bordero
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