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martedì 5 ottobre 2010

IL NOBEL A EDWARDS, TRA SCIENZA E IDEOLOGIA

da Ragionpolitica.it del 5 ottobre 2010

Quando le scoperte scientifiche vengono assolutizzate e poste alla base di un'ideologia totalizzante che non tiene più conto di tutti i fattori in gioco nella realtà, allora è possibile che una notizia come quella dell'assegnazione del premio Nobel per la medicina al fisiologo inglese Robert Edwards, padre della fecondazione in vitro, sia accolta con quell'entusiasmo acritico che ricorda, nei toni e nei modi in cui esso si esprime, i mirabolanti proclami dei rivoluzionari ottocenteschi e novecenteschi che annunciavano di aver creato l'«uomo nuovo», il quale avrebbe dato corso - a sentire i suoi sostenitori - a un'epoca di «magnifiche sorti e progressive» per l'umanità. Sappiamo tutti in che cosa si sono poi trasformati quegli annunci trionfalistici, come tutti conosciamo i luoghi-simbolo nei quali è divenuto evidente che l'unico esito di una simile operazione ideologica, sociale e politica altro non poteva essere che la violenza: l'«uomo nuovo» è morto nei campi di concentramento, è morto nei lager, è morto nei gulag.


Questa è la lezione della storia. Tutti lo sanno, ma tanti fingono di non saperlo. Così plaudono senza riserve e con cieco fideismo alla decisione del comitato che presiede all'assegnazione dei Nobel, dicendo che Edwards ha aiutato milioni di coppie con problemi di fertilità ad avere un figlio. Vero. Peccato che poi non guardino - o non vogliano guardare - al risvolto della medaglia: qual è stato il prezzo pagato per la diffusione delle tecniche di procreazione assistita in vitro? Quanti embrioni prodotti in laboratorio sono stati distrutti a partire dal 1978, cioè dalla data in cui Edwards fece nascere la prima bambina con la FIVET (Fertilizzazione In Vitro con Embryo Transfer)? Quanti embrioni congelati sono divenuti parte di un autentico mercato che non può non essere definito selvaggio? E quanti sono stati oggetto di sperimentazioni? Mettere tra parentesi queste domande o affermare che esse sono il retaggio di un'etica e di una visione della vita ormai superate e inutilizzabili dall'uomo contemporaneo e scientificamente evoluto, significa attribuire ai progressi della tecnica quel carattere di dogmaticità che rischia di trasformarli in ciò che i loro paladini dicono a gran voce di voler contrastare e demolire in maniera definitiva: i principi morali assoluti proclamati dalla religione cattolica.


Con una differenza di non poco conto, che è poi il punto attorno al quale ruota tutta la questione della legittimità etica della fecondazione in vitro: l'embrione umano è cosa o persona? E' mera materia disponibile a qualsiasi manipolazione oppure porta già in sé le tracce dell'anima personale e quindi della pienezza dell'essere umano? Insomma, è oggetto o soggetto? E' qualcosa o qualcuno? La Chiesa, appellandosi alla ragione intesa come capacità di conoscere la realtà e di afferrare i primi principi ad essa sottesi, invita a non trascurare quei numerosi indizi che, individuati dalla stessa ricerca scientifica e dalla biologia dello sviluppo, portano ad affermare che l'embrione può e deve essere trattato come persona sin dal momento del concepimento. All'opposto, coloro che negano ostinatamente tutto ciò dimostrano che il vero atteggiamento oscurantista e preconcetto è il loro, visto che essi rifiutano, in nome di un pregiudizio ideologico, sia le possibilità della ragione umana, sia le scoperte della scienza, sia le evidenze etiche alle quali tali scoperte conducono.


Ciò conferma che il problema non sta nel progresso scientifico in sé considerato, bensì nel tentativo di fare piazza pulita del quadro d'insieme in cui tale progresso si inserisce. Un quadro d'insieme che - ripetiamolo - è costituito non da dogmi religiosi calati dall'alto, bensì da elementi ed evidenze cui la stessa ragione può giungere, in piena autonomia e a prescindere da qualsiasi appartenenza ad una chiesa. Se la scienza, insomma, viene usata ed esaltata come se tutto il resto non ci fosse, e quindi non a fini scientifici bensì ideologici, come grimaldello per tentare di scardinare visioni della vita ritenute nemiche e opprimenti, allora è chiaro che le porte sono spalancate a qualsiasi atto arbitrario. Se si decide a tavolino che l'embrione non deve essere considerato e trattato come una persona, con la stessa dignità e gli stessi diritti di questa, è palese che il sopruso ai suoi danni è sempre dietro l'angolo. Se, infine, la domanda decisiva sull'essenza dell'embrione viene liquidata come ultima propaggine di un'inservibile metafisica, quello che si ottiene non è il diradarsi dei sogni della religione, bensì l'inaridimento della ragione e la produzione di nuovi incubi per l'umanità. La questione antropologica, cacciata dalla porta, tornerà a bussare alle finestre degli idolatri della provetta senza se e senza ma.


Gianteo Bordero

mercoledì 24 marzo 2010

ELEZIONI REGIONALI E VOTO CATTOLICO. LE PAROLE CHIARE DEL CARDINAL BAGNASCO

da Ragionpolitica.it del 24 marzo 2010

Il presidente dei vescovi italiani, cardinale Angelo Bagnasco, ha parlato chiaro. Nella sua prolusione al Consiglio Permanente della Cei, collegando la dura condanna dell'aborto - espressa con termini talmente forti da non lasciare spazio a interpretazioni di sorta - alla scadenza elettorale di domenica e lunedì prossimi, il porporato ha lanciato un messaggio esplicito ai cattolici. Un messaggio che va ben oltre il richiamo generico al rispetto dei valori che stanno a cuore alla Chiesa. Non si tratta tanto di un'indicazione di voto, quanto di un monito a non concedere la propria preferenza ai partiti che si oppongono più o meno apertamente a quei «principi non negoziabili» («La dignità della persona umana, incomprimibile rispetto a qualsiasi condizionamento; l'indisponibilità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale; la libertà religiosa e la libertà educativa e scolastica; la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna») che Papa Benedetto XVI ha più volte indicato come i cardini su cui può reggersi una politica autenticamente umana.


Affermando poi che è su tali principi che «si impiantano e vengono garantiti altri indispensabili valori come il diritto al lavoro e alla casa, la libertà di impresa finalizzata al bene comune, l'accoglienza verso gli immigrati rispettosa delle leggi e volta a favorire l'integrazione, il rispetto del creato, la libertà dalla malavita in particolare quella organizzata», il cardinale ha fatto piazza pulita di un diffuso malinteso: quello secondo il quale possono essere collocati sullo stesso piano, senza ordine gerarchico, i valori promossi dal magistero morale e sociale della Chiesa. Sulla base di tale malinteso, negli anni successivi alla fine della Democrazia Cristiana e della Prima Repubblica, è stato propagandato il luogo comune per cui sarebbe sostanzialmente equivalente, per un cattolico, votare per il centrodestra (raffigurato come più attento ai valori bioetici) o per il centrosinistra (dipinto come paladino dei valori sociali). Attraverso questa vulgata, in realtà, si è voluto mascherare il fatto che la gauche italiana esprimeva, come esprime oggi, posizioni che sono in netto contrasto con i capisaldi della dottrina cristiana in materia di vita, famiglia, libertà di educazione. In sostanza, si è voluto far credere che i cattolici che votavano per una sinistra laicista e ormai intrisa di posizioni radicaleggianti, potevano benissimo mettere tra parentesi, nel nome della presunta promozione di valori quali la solidarietà, l'attenzione agli ultimi, la tutela del lavoro - come se il centrodestra fosse nemico di tali sacrosanti valori! - la difesa dei principi non negoziabili in campo bioetico. Oggi, con le sue parole, il cardinal Bagnasco pone fine a questo maldestro tentativo di falsificazione della realtà.


Le dichiarazioni del presidente della Cei, del resto, non nascono dal nulla. Esse trovano un solido fondamento teologico nell'ultima enciclica di Benedetto XVI, la Caritas in veritate. In questo documento il Papa ha indicato la questione bioetico-antropologica come la nuova, grande questione sociale dei nostri tempi: «Occorre affermare - ha scritto - che la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica, nel senso che essa implica il modo stesso non solo di concepire, ma anche di manipolare la vita, sempre più posta dalle biotecnologie nelle mani dell'uomo». Nel momento in cui si afferma l'idea che la vita umana sia un prodotto della tecnica, che ne può disporre a piacimento a partire dal momento del concepimento fino a quello della morte, il Pontefice ricorda che lo sviluppo dei popoli «è legato intimamente allo sviluppo di ogni singolo uomo» e che esso «degenera se l'umanità ritiene di potersi ri-creare avvalendosi dei "prodigi" della tecnologia». Quindi anche i temi classici della dottrina sociale della Chiesa vanno oggi riletti alla luce dell'affermarsi di una «mentalità prometeica» che rischia di cancellare, di fatto, lo stesso soggetto protagonista dello sviluppo sociale: l'uomo così come lo abbiamo conosciuto da migliaia di anni a questa parte.


E' per questo che la bioetica non può non diventare la nuova frontiera dell'impegno dei cattolici in un ambito, come quello della politica, chiamato non di rado a legiferare su questioni (aborto, procreazione medicalmente assistita, fine vita) attorno alle quali si gioca non soltanto la partita tra schieramenti, ma anche e soprattutto il destino delle nostre società. E' questo il cuore del messaggio con cui il cardinal Bagnasco, alla vigilia di un voto importante come quello del 28 e 29 marzo, ha voluto richiamare l'attenzione dei cattolici, affinché abbiano chiara l'importanza di un «evento qualitativamente importante che in nessun caso converrà trascurare», perché «in esso si trasferiscono non poche delle preoccupazioni cui si è fatto riferimento».

Gianteo Bordero

giovedì 10 dicembre 2009

RU486. IL GOVERNO VIGILERÀ SUL RISPETTO DELLA LEGGE 194

da Ragionpolitica.it del 10 dicembre 2009

Costerà 33 euro la pillola RU486, che da mercoledì è ufficialmente in commercio nel nostro paese. 33 euro, dunque, per comprare l'illusione che l'aborto sia soffice e indolore e che il bimbo che si porta in grembo sia un accidente di stagione che può essere curato «farmacologicamente», inghiottendo una pillola come quando si ha il mal di testa o il raffreddore. Nessuno può negare, infatti, che sia questa la mitologia che è stata creata attorno alla RU486 sin da quando i gruppi radicali e la lobby abortista hanno iniziato a perorarne la causa anche in Italia, promettendo un'interruzione volontaria di gravidanza «soft» e «sostenibile», che avrebbe sgravato la donna del peso ingombrante dell'intervento chirurgico. Negli auspici dei sostenitori della pillola, la sua introduzione in commercio avrebbe rappresentato il modo migliore non soltanto per aggirare i dettami della 194, ma anche per rendere tale normativa un ferro vecchio, un arnese del passato, una legge vigente sulla carta ma abrogata de facto dalla nuova metodologia «fai-da-te», espressione suprema del motto sessantottino: «L'utero è mio e me lo gestisco io».


Purtroppo per gli ideologi dell'aborto senza se e senza ma, il corso degli eventi ha preso una piega diversa da quella che essi auspicavano. Certo, l'AIFA, l'Agenzia Italiana del Farmaco, ha dato via libera alla commercializzazione della pillola, ma ha dovuto tenere conto, nella sua delibera, non soltanto di quanto previsto dalla legge 194, ma anche di quanto sancito negli ultimi anni dal Consiglio Superiore di Sanità in seguito alle controverse sperimentazioni messe in atto in alcune Regioni: l'aborto «farmacologico» deve avvenire «in un ospedale pubblico o in altra struttura prevista dalla legge, e la donna deve essere ivi trattenuta fino ad aborto avvenuto» (parere del Consiglio Superiore di Sanità del 20 dicembre 2005). Così l'AIFA ha dovuto stabilire che la vendita e la somministrazione della pillola, come pure l'intero processo di interruzione volontaria di gravidanza, non possono avvenire al di fuori delle strutture pubbliche o di quelle convenzionate. Un boccone amaro per tutti coloro che sognavano la legalizzazione dell'aborto domestico, tra le quattro mura di casa, nella più completa privacy e solitudine.


Nonostante ciò permane ancora, nella delibera dell'Agenzia del Farmaco che ha dato via libera alla RU486, un punto di incertezza. Il ministro Maurizio Sacconi, nel suo parere espresso il 27 novembre su esplicita richiesta della Commissione Sanità del Senato al termine dell'indagine conoscitiva sulla pillola abortiva, aveva sottolineato che l'obbligo di ricovero, così come previsto dalla 194, deve essere di carattere «ordinario», e non avvenire in regime di day hospital. Il ministro, constatato che nella delibera dell'AIFA del 30 luglio non compariva la parola «ordinario», temendo aggiramenti della legge del 1978 aveva chiesto all'Agenzia, prima dell'immissione in commercio della pillola, una nuova delibera al fine di meglio chiarire questo punto decisivo. Ma l'AIFA, il 2 dicembre, non ha ritenuto necessario tale chiarimento e non ha fatto altro che confermare quanto già previsto a fine luglio.


E' per questi motivi che Sacconi mercoledì ha dichiarato che, qualora non dovesse essere garantito il regime effettivo di ricovero ospedaliero, «il governo prenderà iniziative a tutela della legge 194. Segnaleremo all'EMEA (European Medicines Agency, ndr) gli eventuali problemi di compatibilità della pillola con la legge nazionale». È dunque necessario «un monitoraggio molto intenso dell'AIFA dal punto di vista della farmacovigilanza, e del ministero per verificare l'effettiva compatibilità con la legge 194». Il ricovero è fondamentale - ha precisato il ministro - «perché non si tratta di una pillola anticoncezionale, ma di un farmaco che ha possibili complicanze, e la tutela della salute della donna impone dei criteri rigidi che la 194 già disponeva». I numeri sembrano dargli ragione: sono ben 29 i decessi segnalati dall'azienda produttrice, 17 dei quali per l'uso abortivo della RU486. Dalle statistiche, inoltre, risulta che l'aborto chimico uccide 10 volte di più rispetto a quello chirurgico. Vigilanza massima, dunque, da parte delle istituzioni.


Gianteo Bordero

domenica 6 dicembre 2009

IL PDL PRESENTA AL SENATO UN DISEGNO DI LEGGE SUI DIRITTI DEL CONCEPITO

da Ragionpolitica.it del 5 dicembre 2009

Il Popolo della Libertà rilancia sul tema del diritto alla vita, e lo fa depositando in Senato un disegno di legge che prevede la modifica dell'articolo 1 del Codice Civile. Tale articolo, nella sua formulazione attuale, stabilisce che «La capacità giuridica si acquista dal momento della nascita» e che «I diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all'evento della nascita». La proposta del Pdl, illustrata giovedì durante una conferenza stampa a cui hanno preso parte il presidente del gruppo a Palazzo Madama, Maurizio Gasparri, il vicepresidente vicario, Gaetano Quagliariello, la vicepresidente Laura Bianconi e il presidente del Movimento per la Vita, Carlo Casini, chiede che la norma del Codice Civile venga così modificata: «Ogni essere umano ha la capacità giuridica fin dal momento del concepimento» e «I diritti patrimoniali che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all'evento della nascita». Nella conferenza stampa di presentazione del ddl il presidente Gasparri ha affermato che si tratta di «un testo molto brave» ma di «una questione grande». Si chiede infatti di sancire nella legislazione italiana la capacità giuridica dell'embrione e quindi di riconoscere al concepito la titolarità dei diritti che ineriscono all'individuo in quanto persona.


Il disegno di legge del Pdl riprende un'analoga proposta legislativa di iniziativa popolare depositata alla Camera dei Deputati il 20 luglio 1995 dal Movimento per la Vita. Essa fu sottoscritta da 400 professori universitari di diritto, biologia e genetica e da 197 mila cittadini, e supportata da una petizione firmata da oltre 1 milione e 400 mila persone. Tale proposta, però, non fu discussa nel corso di quella legislatura (la dodicesima) e neppure in quella successiva. Venne poi ripresentata da molti deputati e senatori nel corso della quattordicesima legislatura, ma anche in quell'occasione non fu mai calendarizzata per la discussione. Da qui la scelta del gruppo del Popolo della Libertà a Palazzo Madama di riportarla all'attenzione delle Camere in un momento in cui i temi bioetici sono nuovamente divenuti centrali nel dibattito politico nazionale: basti pensare, da ultimo, alla controversa vicenda della commercializzazione della pillola abortiva RU486, che da molti viene considerata come lo strumento per introdurre in Italia l'aborto «fai-da-te». Sono tentativi - ha affermato durante la conferenza stampa Quagliariello - «di scardinare la legge 194 del 1978». Per questo - ha detto ancora - «per tenere salda la trincea bisogna fissarne una più avanzata... Altrimenti rischiamo la deriva».


Nella dettagliata relazione che accompagna il disegno di legge i proponenti fanno riferimento alla legislazione internazionale in materia, innanzitutto alla Convenzione universale sui diritti del fanciullo, approvata il 20 novembre 1989. Al nono punto del Preambolo, la Convenzione stabilisce che «Il fanciullo, a causa della sua immaturità, ha bisogno di una protezione speciale, anche giuridica, sia prima che dopo la nascita». Secondo questo importante documento - che ha trasformato in atto giuridicamente vincolante, per i 193 Stati che l'hanno ratificata, la precedente dichiarazione del 20 novembre 1959 - è quindi possibile applicare anche all'embrione e al feto umano la definizione di bambino. La relazione del Pdl sottolinea poi le «solide acquisizioni della moderna scienza biologica e genetica, secondo le quali la vita umana individuale inizia nel momento del concepimento» e cita numerosi pareri sullo Statuto dell'embrione espressi dal Comitato Nazionale di Bioetica, tutti concordi nell'affermare il «dovere morale di trattare l'embrione umano, fin dalla fecondazione, secondo i criteri di rispetto e tutela che si devono adottare nei confronti degli individui umani a cui si attribuisce comunemente la caratteristica di persone».


Per quanto riguarda la legislazione italiana, la relazione prende in esame l'articolo 22 della Costituzione, il quale stabilisce che «Nessuno può essere privato della capacità giuridica», non chiarendo poi se quel «nessuno» possa essere riferito anche al nascituro. Occorre quindi far riferimento all'articolo 1 del Codice Civile, proprio quello oggetto di richiesta di modifica da parte del Popolo della Libertà. In realtà - spiega la relazione allegata al disegno di legge - esiste già una norma che riconosce i diritti del concepito e lo considera come soggetto titolare di personalità giuridica, ma essa non possiede la medesima portata generale del Codice Civile: è l'articolo 1 della legge 40 del 2004 sulla fecondazione assistita, «che assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito». Perciò è opportuno - affermano i presentatori del ddl - «rinforzare e rendere esteso anche in ambiti diversi dalla procreazione medicalmente assistita il principio proclamato dalla legge 40».


Ma quali sono le ricadute che l'approvazione del ddl in questione avrebbe, in particolare per ciò che riguarda la legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza? Secondo i senatori del Pdl, coloro che affermano che il disegno di legge sarebbe in contrasto con la vigente normativa sull'aborto partono da un'interpretazione della 194 «assolutamente inaccettabile»: quella per cui la base della legge «sarebbe la negazione dell'identità umana del concepito». E' questa lettura forzata della 194 che ha portato - spiegano - a porre l'accento, in tutti questi anni, soltanto sulla donna, ignorando totalmente «gli interessi e i diritti del concepito». In realtà la legge del 1978, già a partire dall'articolo 1, stabilisce che lo Stato «tutela la vita umana dal suo inizio», che «l'interruzione volontaria della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite» e che «lo Stato, le Regioni e gli Enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l'aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite». In tal senso - affermano i proponenti - il riconoscimento formale della soggettività giuridica del concepito, prevista dal ddl, «è anche un modo per motivare meglio il coraggio delle madri, dei padri e delle famiglie, nonché l'impegno della società in ogni sua articolazione per rimuovere le difficoltà che potrebbero orientare una donna verso l'interruzione volontaria di gravidanza», come espressamente previsto dall'articolo 5 della stessa legge 194. Che non dev'essere abrogata, ma applicata nella sua interezza - cosa che, fino ad oggi, spesso non è avvenuta. E' in questa direzione che muove il disegno di legge del Popolo della Libertà.


Gianteo Bordero

giovedì 26 novembre 2009

NO ALL'ABORTO FAI-DA-TE

da Ragionpolitica.it del 26 novembre 2009

Una cosa dev'essere chiara nel dibattito sulla pillola RU486: fino a che sarà vigente la legge 194 del 1978 sull'interruzione volontaria di gravidanza (IVG), ogni nuova tecnica abortiva che si vorrà introdurre nel nostro paese non dovrà aggirare in nessun caso il dettato di tale normativa. Il quale prevede - ricordiamolo - che l'aborto non può e non deve essere utilizzato come strumento contraccettivo ex post, né come mezzo di controllo e limitazione delle nascite (articolo 1); che l'interruzione volontaria della gravidanza è ammessa solo ed esclusivamente qualora sia in pericolo la salute della donna (articolo 6); che l'intervento abortivo può avvenire soltanto in strutture pubbliche e in strutture comunque convenzionate con lo Stato (articolo 8); che tutte le IVG che avvengono al di fuori delle regole stabilite dalla legge del 1978 sono da considerarsi a tutti gli effetti come un reato, punito con la reclusione, a seconda dei casi, da sei mesi a otto anni (articoli 17-19).


Ora, il problema che si è posto e che si pone con la RU486, come ha rilevato la Commissione Sanità del Senato (che al termine dell'indagine conoscitiva sulla pillola abortiva ha chiesto il blocco della procedura di immissione in commercio in attesa di un parere vincolante da parte del ministero della Sanità), è dunque quello di stabilire in maniera certa se la sua somministrazione possa o no essere compatibile con la legge 194. Nel caso lo fosse, sarà compito degli enti a ciò preposti predisporre un rigido e rigoroso protocollo attuativo che faccia sì che la procedura di IVG mediante l'assunzione della RU486 si svolga per intero all'interno delle strutture ospedaliere pubbliche o nelle cliniche convenzionate, evitando in tutti i modi che negli ospedali abbia luogo soltanto la somministrazione della pillola e che la donna venga poi abbandonata al suo destino e abortisca in solitudine, con gravi rischi per la sua salute fisica e psichica. Nel caso invece di un parere negativo espresso dal ministero della Sanità, l'AIFA (Agenzia italiana del farmaco) non potrebbe fare altro che prenderne atto e bloccare in via definitiva la commercializzazione della RU486.


Come ha spiegato ieri il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, «la coerenza con la legge 194 si realizza solo se c'è il ricovero ospedaliero ordinario per tutto il ciclo fino all'interruzione verificata della gravidanza. Questo significa che bisognerà dar vita ad un monitoraggio rigoroso, perché nei fatti non si verifichi l'elusione sistematica della normativa vigente». Parole che riecheggiano quelle pronunciate dallo stesso Sacconi il 1° ottobre scorso, durante la sua audizione nell'ambito dell'indagine conoscitiva svolta dalla XII Commissione del Senato: allora il ministro, ricordando le sperimentazioni avviate in Italia sulla base di protocolli regionali, citò i due pareri espressi, rispettivamente nel 2004 e nel 2005, dal Consiglio Superiore di Sanità, nei quali si affermava chiaramente che «alla luce delle conoscenze disponibili, i rischi per l'interruzione farmacologica della gravidanza si possono considerare equivalenti ai rischi dell'interruzione chirurgica solo se l'interruzione di gravidanza avviene totalmente in ambiente ospedaliero». Per questo l'aborto farmacologico deve avvenire - secondo il Consiglio Superiore di Sanità - «in un ospedale pubblico o in altra struttura prevista dalla legge, e la donna deve essere ivi trattenuta fino ad aborto avvenuto».


La palla passa dunque al ministero della Sanità, che si esprimerà, come ha fatto sapere il sottosegretario Eugenia Roccella, in tempi brevi. L'orientamento, a quanto si apprende, è quello di dare via libera alla RU486, stabilendo però l'obbligo, «per chi decide di intraprendere l'aborto farmacologico e per le strutture stesse, di garantire il ricovero dall'assunzione della pillola all'espulsione del feto». Stando così le cose, non si capisce perché dalle file dell'opposizione si siano levate e si levino ancora in queste ore grida e accuse contro la maggioranza e contro il governo (la capogruppo del Pd Anna Finocchiaro ha parlato di una «cinica battaglia che strumentalizza un bene primario come la salute delle donne», mentre per l'ex ministro Livia Turco quella del centrodestra è una «furia oscurantista che blocca la commercializzazione di un medicinale già utilizzato da milioni di donne, da molti anni»). Forse la sinistra si augurava che l'immissione in commercio della RU486 significasse una deregulation dell'interruzione volontaria di gravidanza e che l'introduzione della pillola aprisse la strada all'aborto fai-da-te, solitario e indolore. Purtroppo per la guache nostrana, non è questa la strada scelta dal centrodestra e dal governo Berlusconi, che rimangono fedeli - a differenza della sinistra più o meno libertaria - alle disposizioni della legge 194.


Gianteo Bordero

sabato 3 ottobre 2009

LEGGE 194 E PILLOLA RU486

da Ragionpolitica.it del 3 ottobre 2009

Hanno preso il via il 1° ottobre, presso la Commissione Sanità del Senato, le audizioni nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulla pillola abortiva RU486. Era stata la stessa Commissione, il 22 settembre, a dare il via libera all'indagine, in seguito alla decisione dell'AIFA (Agenzia italiana del farmaco) di acconsentire, nella seduta del 31 luglio, alla commercializzazione della pillola, anche se limitata alla sola somministrazione nelle strutture pubbliche. Le audizioni sono finalizzate a raccogliere informazioni circa «la procedura di aborto farmacologico mediante la RU486», per giungere ad una «valutazione della coerenza delle procedure proposte con la legislazione vigente», ossia con la legge 194 del 1978 recante norme «per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza». L'indagine avrà per oggetto anche l'«organizzazione dei percorsi clinici» e la «valutazione dei dati epidemiologici anche in relazione agli studi internazionali sul rapporto rischio/benefici».


Il primo ad essere ascoltato, giovedì, è stato il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. Nel suo intervento, egli ha rilavato come il punto centrale, il vero nodo politico di tutta la questione, sia proprio quello riguardante la compatibilità della RU486 con la legge 194. Tale legge, infatti, secondo il ministro, «esprime una precisa ratio», che è quella della «tutela sociale della maternità»: il quadro normativo che emerge dalla 194, nel suo complesso, è «contrario all'aborto». Questo, infatti, giuridicamente «è considerato un illecito penale - e non un diritto individuale - a cui vengono poste delle precise eccezioni». Come recita il primo articolo della legge, «lo Stato tutela la vita umana dal suo inizio... L'interruzione volontaria della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le Regioni e gli Enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite». Insomma, lungi dal legittimare l'interruzione di gravidanza come una sorta di diritto naturale, la legge del 1978 mostra in modo chiaro che l'aborto è una eccezione che può avere luogo soltanto quando vi siano seri pericoli per la salute della donna. Tant'è vero che la 194 - ha spiegato il ministro - prevede che gli interventi abortivi abbiano luogo soltanto nelle strutture pubbliche, o comunque presso strutture autorizzate dallo Stato. Questa impostazione di fondo della legge ha fatto sì che, anno dopo anno, il numero degli aborti in Italia diminuisse in maniera non irrilevante. Si tratta di una tendenza - ha affermato Sacconi - «che vogliamo mantenere, e se possibile accentuare, o comunque non invertire».


Se il quadro relativo alla legge 194 è dunque chiaro, come chiare sono le condizioni e le regole all'interno delle quali può avere luogo l'interruzione volontaria di gravidanza, altrettanto non si può dire riguardo alla RU486. Il ministro ha infatti ricordato, nel corso dell'audizione, i casi di sperimentazione avviati in Italia, sulla base di protocolli regionali, a partire dal 2005. In particolare, il responsabile del Welfare ha citato quello iniziato il 1° settembre di quell'anno presso l'ospedale Sant'Anna di Torino. E ha ricordato che tre settimane dopo, il 21 settembre, l'allora ministro della Salute, Francesco Storace, sospese la sperimentazione su indicazione degli ispettori dell'AIFA, i quali avevano accertato delle irregolarità: «Gli ispettori avevano verificato - ha affermato Sacconi - che le donne tornavano a casa dopo l'assunzione della prima pillola per poi tornare in ospedale per la somministrazione del secondo farmaco. Con queste modalità non si poteva garantire, secondo il parere espresso dal Consiglio Superiore di Sanità, che le condizioni di sicurezza per le pazienti fossero equivalenti a quelle fornite con il metodo tradizionale». La sperimentazione, al Sant'Anna, riprese in seguito alla revisione del protocollo secondo le indicazioni del ministero e del Consiglio Superiore di Sanità, per poi essere definitivamente sospesa il 28 settembre 2006, dopo aver accertato che ben 269 donne su 329 non avevano rispettato il protocollo.


La necessità del ricovero in strutture ospedaliere per l'aborto farmacologico si basa su due precisi pareri forniti dal Consiglio Superiore di Sanità. Il primo è quello del 18 marzo 2004, secondo cui «alla luce delle conoscenze disponibili, i rischi per l'interruzione farmacologica della gravidanza si possono considerare equivalenti ai rischi dell'interruzione chirurgica solo se l'interruzione di gravidanza avviene totalmente in ambiente ospedaliero». Tra le motivazioni addotte dal Consiglio vi era la «non prevedibilità del momento in cui avviene l'aborto». Il secondo parere è del 20 dicembre 2005: esso ribadisce con ancora maggiore chiarezza che l'aborto farmacologico deve avvenire «in un ospedale pubblico o in altra struttura prevista dalla legge, e la donna deve essere ivi trattenuta fino ad aborto avvenuto».


Purtroppo - ha detto Sacconi - «l'aborto farmacologico, in tutti i paesi in cui è stato introdotto, presenta uno scarto tra l'uso stabilito nei protocolli e l'uso reale, la prassi medica concreta». Per questo sarà necessario, oltre alla verifica dei parametri di sicurezza del metodo farmacologico rispetto a quanto prevede la legge 194 (in particolare, secondo il ministro, «il rispetto della settimana di riflessione, l'effettiva possibilità che l'espulsione non avvenga in ambito ospedaliero, la maggiore o minore efficacia del metodo»), anche un attento, serrato monitoraggio che consenta di verificare il grado di effettività del rispetto della legge stessa. «Qualora questa effettività non si realizzasse - ha concluso Sacconi - si porrebbe la necessità di interventi finalizzati al rispetto di una normativa internazionalmente apprezzata... Le istituzioni non potrebbero assistere passive ad una eventuale, diffusa violazione o elusione del contenuto sostanziale di una legge dello Stato».


Gianteo Bordero

sabato 1 agosto 2009

IL MITO DELL'ABORTO INDOLORE

da Ragionpolitica.it del 1° agosto 2009

«Abortirai senza dolore». E' questo, in sostanza, il messaggio che viene lanciato alle donne italiane dalla decisione dell'AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) di acconsentire alla commercializzazione della pillola RU486. Siamo dunque arrivati al completo rovesciamento del principio biblico espresso nelle parole rivolte da Dio ad Eva dopo la caduta: «Donna, partorirai con dolore». Parole che contengono una verità che non può essere cancellata neppure attraverso le moderne (e benvenute) tecniche di alleviamento della sofferenza per le madri: il parto, la nascita, il venire al mondo è fatica, porta cioè con sé il peso di una condizione umana imperfetta, sottoposta alla caducità e alla contraddizione, alle doglie, al travaglio. L'umanità non sboccia, non fiorisce, non entra nel mondo se non attraverso questo dolore, questa fatica, questo travaglio. E' la dinamica che accomuna l'uomo al resto del creato, al seme che deve in qualche modo morire per portare frutto, alle stagioni della terra che riproducono ogni volta il misterioso avvenimento del nuovo inizio, del rifiorire, del germogliare.

E però la consapevolezza di questa dinamica è anche ciò che eleva l'uomo al di sopra delle altre creature: perché l'uomo - come diceva don Giussani - «è l'unico punto della natura in cui la natura stessa prende coscienza di sé». L'uomo, cioè, è l'unico livello del creato che ha potuto mettere a tema la sua condizione, ricercarne le origini, indagarne le cause, ipotizzarne i fini; ha potuto studiarla, analizzarla, e perfino intervenire su di essa (il principio del progresso nasce proprio dalla presa d'atto della debolezza, della fragilità, dell'imperfezione, e dal desiderio di superarle). Ma non ha potuto modificarla nella sostanza, non ha potuto cioè valicare il limite ontologico che la rende soggetta al dolore, alla caducità, infine alla morte. Quanto più la ricerca scientifica e tecnologica ha compiuto passi da gigante nell'alleviare il dolore, nel garantire un'aspettativa di vita sempre più ampia, nel curare malattie un tempo mortali, tanto più essa si è dovuta scontrare con l'impossibilità di dominare per intero questi fenomeni. Rispettare questo limite ultimo è il discrimine che separa una scienza che è realmente al servizio dell'uomo in carne ed ossa da una scienza che all'uomo fa soltanto violenza. Perché è la violenza, in ultima analisi, il prodotto del tentativo di trasformare la persona in un mezzo (una cavia?) per raggiungere un fine che non potrà essere raggiunto: modificare alla radice la natura dell'uomo. Questo è il punto in cui la scienza e la tecnica divengono ideologia, astrazione che si ritorce contro coloro che si dice di voler aiutare.

La pillola RU486, a detta dei suoi sostenitori, dovrebbe garantire alle donne che ne facciano richiesta un aborto sicuro e indolore, «fai da te», senza passare sotto i ferri del chirurgo. A parte il fatto che i dati disponibili rivelano che dal 1988 sono stati almeno 29 i casi di decesso accertati in seguito all'assunzione della pillola, e che sorgeranno inevitabilmente problemi di compatibilità tra la somministrazione della stessa e la legge 194 che disciplina le interruzioni volontarie di gravidanza avendo di mira la salvaguardia della salute della donna, ci preme innanzitutto sottolineare l'idea implicita nel grande battage mediatico a supporto dell'introduzione della RU486: considerare la gravidanza alla stregua di una malattia che può essere curata per via farmacologica come qualsiasi altro disturbo. Basta leggere le dichiarazioni rese dall'inventore della pillola, l'endocrinologo francese Emilie-Etienne Baulieu, per rendersene conto: «Se si seguono le istruzioni, 3 compresse di RU486 e una di prostaglandina dopo due giorni, non c'è nessun pericolo» (La Stampa, 31 luglio 2009). Come se fossimo di fronte a un mal di stomaco o a un'influenza: 3 compresse della medicina X, un'altra compressa della medicina Y e il problema è risolto.

Ora, è evidente che non ci troviamo di fronte ad una necessità dettata dai progressi della ricerca scientifica. Abbiamo davanti, al contrario, una pura pretesa ideologica, che - come ogni pretesa ideologica - censura un aspetto importante della realtà nel nome di un altro aspetto, che da parte si trasforma in tutto, generando - come detto - violenza. In questo caso, potremmo perfino dire che si censura la realtà tout court (la vita del nascituro e la salute della madre) a tutto vantaggio di una non meglio definita «tranquillità» della donna nell'abortire. Una tranquillità che non esiste e che non potrà mai esistere, come dimostrano le testimonianze di tante giovani che hanno fatto uso della pillola senza imbattersi in problemi immediati, ma che dal giorno dopo l'uccisione (altro che «espulsione»!) del feto sono cadute in terribili depressioni ed esaurimenti nervosi, dovuti alla micidiale miscela del dramma dell'aborto sommato alla solitudine nella quale questo si consuma in seguito all'assunzione della RU486. Insomma, se la giustificazione con la quale si vuole legittimare il ricorso alla pillola abortiva è quella di «aiutare» la donna a non soffrire evitandole l'intervento chirurgico, è chiaro che si tratta di una scusa che non tiene: oltre a presentare più rischi dal punto di vista della salute fisica, l'aborto farmacologico è una minaccia ancor più grande per la salute psichica della donna, abbandonata a se stessa da una cultura nichilista che non ha neppure più il coraggio di guardare in faccia i frutti delle sue battaglie: tragedie, altro che «conquiste».

Gianteo Bordero

sabato 4 aprile 2009

LA LEGGE 40 NON E' UNA LEGGE «CATTOLICA»

da Ragionpolitica.it del 4 aprile 2009

Gennaio 2004. La legge sulla procreazione assistita proposta dalla maggioranza di centrodestra sta per giungere alla Camera dei Deputati per l'approvazione finale, dopo che al Senato si è riscontrata una convergenza che è andata oltre il recinto della Casa della Libertà ed ha coinvolto in modo particolare l'ala rutelliana e, in parte, quella ex popolare della Margherita. Le critiche alla normativa già fioccano abbondanti, amplificate da larga parte dei mezzi di comunicazione. L'accusa più comune è che si tratti di una legge scritta prendendo a modello il Catechismo della Chiesa cattolica, di una legge «oscurantista» e «medievale», che lede i diritti delle donne impedendo loro di soddisfare il legittimo desiderio di maternità. Sono i giorni in cui affila le armi quello che diverrà, qualche mese più tardi, il comitato referendario anti-legge 40.

Dal 19 al 22 del mese si svolge, a Roma, la riunione del Consiglio permanente della Cei, la Conferenza Episcopale italiana. Come al solito, la prolusione è affidata al presidente, il cardinale Camillo Ruini. Ad un certo punto del suo intervento il porporato parla del voto avvenuto qualche giorno prima a Palazzo Madama e delle polemiche che ne sono seguite, e afferma: «Sono stati rievocati, in particolare, i rischi della contrapposizione tra cattolici e laici e le accuse, nei confronti dei cattolici, di chiudersi nella difesa del passato e di voler imporre a tutti, attraverso una legge dello Stato, i propri punti di vista confessionali. In realtà, non si tratta di una legge "cattolica", dato che essa, sotto diversi e assai importanti profili, non corrisponde all'insegnamento etico della Chiesa». La legge 40, dunque, secondo il presidente dei vescovi italiani, non è «una legge cattolica». Parole, queste, che saranno troppo presto dimenticate, sacrificate sull'altare di una propaganda che tenterà in tutti i modi di presentare la normativa varata dal parlamento come una diretta emanazione delle volontà del Vaticano e della Cei, come l'imposizione di un dogma di fede alla Repubblica italiana, come una palese violazione della laicità dello Stato.

Eppure, sarebbe stato sufficiente prendere in mano il Catechismo della Chiesa cattolica per trovare conferma di quanto affermato dal cardinal Ruini. Nella parte dedicata al «dono del figlio», all'articolo 2377, il Catechismo afferma esplicitamente, a proposito delle tecniche di fecondazione omologa (quelle consentite dalla legge 40): «Tali tecniche sono, forse, meno pregiudizievoli (di quelle di fecondazione eterologa, ndr), ma rimangono moralmente inaccettabili. Dissociano infatti l'atto sessuale dall'atto procreatore. L'atto che fonda l'esistenza del figlio non è più un atto con il quale due persone si donano l'una all'altra, bensì un atto che "affida la vita e l'identità dell'embrione al potere dei medici e dei biologi e instaura un dominio della tecnica sull'origine e sul destino della persona umana. Una siffatta relazione di dominio è in sé contraria alla dignità e all'uguaglianza che deve essere comune a genitori e figli" (Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Donum Vitae)». Il successivo articolo 2378 spiega quindi che «il figlio non è qualcosa di dovuto, ma un dono». Per questo egli «non può essere considerato un oggetto di proprietà: a ciò condurrebbe il riconoscimento di un preteso "diritto al figlio"».

Bastano questi brevi richiami per comprendere che la posizione della Chiesa in materia di procreazione assistita è chiara e che la legge 40, nel momento in cui va a regolamentare l'accesso alla fecondazione omologa, si pone in contrasto con una esplicita norma morale prevista dal Catechismo. Ne discende che il giudizio complessivo della Conferenza Episcopale italiana sulla normativa in questione non fu mosso dalla necessità di difendere una legge «cattolica» (perché di ciò, come abbiamo visto, non si trattava e non si tratta), ma dal riconoscimento che tale legge costituiva un compromesso accettabile tra il dovere di tutela dell'embrione e le richieste di accesso alle nuove tecniche di fecondazione. E fu questa valutazione realistica e laica a motivare la battaglia dei vescovi italiani in favore dell'astensione ai referendum abrogativi del giugno 2005. Una battaglia finalizzata a salvaguardare quello che, agli occhi della Cei, appariva allora come un bicchiere mezzo pieno, che rischiava di essere svuotato da un'eventuale vittoria del fronte del «sì».

Di tutto ciò si dovrebbero ricordare tutti coloro che oggi parlano della legge 40 come di una ossequiosa genuflessione del parlamento alla Chiesa e ai suoi dogmi: se così fosse stato, anche la fecondazione omologa avrebbe dovuto cadere sotto la mannaia del legislatore. Ciò, invece, non accadde: non vi fu alcuna penna vaticana a dirigere la mano del legislatore: furono senatori e deputati liberamente eletti dal popolo, esercitando il compito a cui erano stati chiamati, a decidere secondo coscienza, e altrettanto liberamente, di scrivere una normativa che essi ritenevano giusta ed equilibrata. Una normativa che può piacere o non piacere, ma che almeno deve essere trattata per quello che è: una legge laica di uno Stato laico, non la trasposizione del Catechismo nel nostro ordinamento repubblicano.


Gianteo Bordero

martedì 10 marzo 2009

MANCUSO FA A PEZZI LA RAGIONE... E LA FEDE

da Ragionpolitica.it del 10 marzo 2009

Il teologo Vito Mancuso, oggi firma de La Repubblica dopo esser transitato dal Foglio di Giuliano Ferrara, scrive un articolo su Chiesa e bioetica che fa letteralmente a pezzi duemila anni di tradizione non soltanto magisteriale, ma sic et simpliciter filosofica per quanto attiene ai rapporti tra fede e ragione. A Mancuso non va giù il fatto che, nei tempi attuali, la Chiesa prenda posizione sulle materie riguardanti la vita e la morte partendo proprio dal dato della ragione, quindi in maniera laica, aperta perciò all'ascolto della realtà in tutti i suoi aspetti, anche quelli rilevati dalla scienza e dalle nuove tecnologie, senza per questo rinunciare a interpretare il tutto alla luce dei fondamenti della fede. Mancuso lascia intendere che questo modo di procedere, velato dal richiamo alla razionalità comune a tutti gli uomini, sia in realtà un'astuta forma di dogmatismo rigido e inflessibile, al quale il credente nulla può opporre se non la sua personale dissidenza nei confronti delle gerarchie. Che la ragione possa giungere (faticosamente e a tentoni, com'è nella sua stessa natura) ad afferrare delle evidenze e delle certezze anche in campo bioetico, a Mancuso sembra una presunzione di assolutezza che contrasta con l'autentica libertà.

Scrive il teologo: «Il richiamo alla ragione da parte delle gerarchie cattoliche dovrebbe indurre a una maggiore relatività del proprio punto di vista di fronte alla complessità dell'inizio e della fine della vita alle prese con le possibilità aperte dal progresso scientifico». Come dire: se proprio la Chiesa vuole occuparsi delle materie bioetiche facendo appello alla razionalità, allora riconosca apertis verbis che la sua è una posizione «relativa», che non ha pretese né di verità né di certezza. Perché - prosegue il ragionamento di Mancuso - potrebbe accadere che fra cento anni le scoperte della scienza facciano apparire le posizioni attuali del magistero come pezzi d'antiquariato, come segno di un'incapacità a leggere i mutamenti dei tempi e le acquisizioni delle tecniche. In sostanza: potrebbe essere lo stesso progresso a dimostrare senza possibilità di smentita la relatività (e quindi la parzialità) delle odierne convinzioni della Chiesa sulla vita e sulla morte.

Da quanto afferma Mancuso emerge una disarmante riduzione del concetto stesso di ragione, che, da lume naturale con il quale incamminarsi nella grande avventura della scoperta della verità e del significato del reale, diviene, molto più limitatamente, un semplice strumento per «esercitare il dubbio». Come se ciò fosse maggiormente corrispondente a tutto il carico di attese, domande, desideri che l'uomo porta con sé. Come se il viaggio del singolo nel mare del tempo e dello spazio non avesse approdo, ma fosse destinato a vorticare su se stesso a causa dell'incerto vento del dubbio. Si badi bene: qui non si tratta di negare il dubbio come possibilità della ragione, ma di rivendicare ad essa, come prima istanza, la capacità di attingere al vero, di giungere ad un assoluto attraverso i mille e poi mille relativi incontrati nel cammino di ricerca. Altrimenti, la ricerca si avvita su se stessa, in un circolo senza fine e senza meta.

Ridotta la ragione, il discorso di Mancuso non può non ridurre anche la fede. Il genuino pensiero cristiano si è sempre mosso nel solco dell'et-et nell'affrontare il rapporto tra fede e ragione, delimitandone i campi d'azione e le dinamiche senza per questo porle in contrapposizione e in alternativa (si veda, a tal proposito, la seconda parte della lectio magistralis di Benedetto XVI a Ratisbona), ma valorizzandone i reciproci contributi e le reciproche interazioni. E' chiaro che un depotenziamento della ragione come capacità di verità e di certezza non può non portare con sé anche un impoverimento della concezione della fede e dei suoi fondamenti. Così Mancuso, dopo aver evocato e invocato il dubbio e la relatività delle argomentazioni di ragione in materia di vita e di morte ed esser giunto alla conclusione che «fra cento anni i principi bioetici affermati oggi con granitica sicurezza dalla Chiesa... finiranno per essere rivisti come lo sono stati i principi della morale sociale», quando passa a parlare di fede dimentica una delle verità basilari del Credo cattolico recitato ogni domenica in tutte le chiese del mondo. Il teologo esalta la libertà nella fede e della fede e da ciò fa discendere un'assoluta libertà di autodeterminazione del singolo anche nel campo della bioetica. Come se Dio non ci fosse. Come se non fosse il creatore «del cielo e della terra» e quindi anche dell'uomo. E come se l'uomo da Dio non dipendesse.

Il risultato è che, nella lettura di Mancuso, le verità della fede finiscono per cozzare con la libertà dell'uomo di autodeterminarsi. Venendo a mancare il termine medio (cioè la ragione umana capace del vero), fede e libertà vanno ognuna per la propria strada, come due rette parallele destinate a non incontrarsi mai, se non in un occasionale sentimentalismo volontaristico esposto a tutti i venti del tempo e delle mode come «povera foglia frale».


Gianteo Bordero

martedì 10 febbraio 2009

SENZ'ACQUA E SENZA CAREZZE. LA MORTE DI ELUANA

da Ragionpolitica.it del 10 febbraio 2009

Ogni giorno acqua, luce e carezze. Per 14 degli ultimi 17 anni l'esistenza di Eluana Englaro, anche grazie alla dedizione generosa delle Suore Misericordine (nomen omen) di Lecco, è andata avanti poggiando su questi tre sostegni, ciascuno a suo modo vitale: il nutrimento fisico, il calore della realtà, l'affetto delle persone. Per 14 anni Eluana ha vissuto così: mangiando e bevendo (con l'aiuto del sondino, anche se mai ha perso la capacità di deglutire); uscendo, spinta in carrozzella, per la passeggiata in giardino; ricevendo le attenzioni che una donna nel fiore dei suoi anni meritava di ricevere. Per 14 anni la vita di Eluana è dipesa, nella discrezione accogliente della casa di cura «Beato Luigi Talamoni», da questi quasi impercettibili gesti d'amore, piccoli all'apparenza ma grandi nella loro concreta affermazione della bontà dell'esistenza. Per 14 anni Eluana, in stato vegetativo persistente, è stata amata, accolta, accudita come la più degna delle persone, perché è proprio laddove la vita fisica appare più debole, bisognosa e menomata che emerge potente il suo valore incalcolabile. Per 14 anni è stata celebrata ogni giorno, per Eluana, la festa della vita, perché chi apre gli occhi, respira, mangia, beve, tossisce, dorme, è vivo e come tale va trattato. Per 14 anni la stanza e il letto e il cuscino di Eluana, e tutto ciò che attorno ad essi si è svolto, sono stati la vittoria della vita sulla morte.

Anche quando qualcuno ha pensato che quella non fosse più un'esistenza degna; anche quando qualcuno ha iniziato a dire che la vita di Eluana era finita la sera ormai lontana del 18 gennaio 1992; anche quando qualche avvocato senza scrupoli ha cercato in tutti i modi di infilarsi tra le maglie della legge per arrivare ad ottenere una sentenza di morte; anche quando la donna Eluana è divenuta il «caso Eluana», tanto nelle aule di tribunale quanto nei salotti della tv e nelle pagine dei giornali; anche quando gli avvoltoi dei «nuovi diritti» si sono scagliati su Eluana trasformandola, suo malgrado, nella leva per forzare la porta sbarrata dell'eutanasia; anche quando, per meglio supportare la battaglia per la «dolce morte», su Eluana sono state dette e scritte e ripetute a ogni piè sospinto cose non vere sul suo stato effettivo; anche quando la propaganda potente e strafottente dei dotti, dei sapienti e dei vati del pensiero dominante ha preso campo sul racconto realistico dei fatti; anche quando l'ideologia ha cancellato l'Eluana in carne ed ossa per renderci un'Eluana dipinta ad uso e consumo del nichilismo a la page.

Poi sono venute le sentenze, anzi la sentenza, l'unica che in dieci anni abbia detto sì alla «richiesta» di papà Beppino. L'inizio della fine. La condanna a morte. E poi la ricerca della «struttura», non più una casa dolce, sicura e accogliente, ma un freddo spazio di «attuazione del protocollo». E poi la notte del viaggio che ha portato via Eluana dal suo mondo, cioè dall'acqua, dalla luce e dalle carezze. Da Lecco a Udine. Dalle Misericordine alla «Quiete». Dalla casa della vita alla casa della morte. E poi il professor Amato De Monte, anestesista, che fa il viaggio in ambulanza, rimane sconvolto perché forse capisce che Eluana non è un «sacco di patate», come qualcuno l'aveva descritta, e che soffrirà, eppure davanti alle telecamere, per rassicurare innanzitutto se stesso, dichiara: «E' morta 17 anni fa». E poi il presidente della Repubblica che non firma il decreto sacrosanto e coraggioso del governo per salvare la vita di Eluana. E poi gli ultimi giorni. Niente più acqua né cibo. Niente più sole del giardino. Niente più coccole e tenerezze delle suore. E poi l'ultimo, disperato tentativo del presidente del Consiglio e del ministro Sacconi, la corsa contro il tempo per approvare il disegno di legge.

E poi la notizia che arriva, fredda come una lama. Una riga d'agenzia: Eluana è morta. Se n'è andata prima del previsto, dicono. Al capezzale non c'era papà Beppino, non c'era la mamma Saturna. Non c'erano le Misericordine. Non c'era l'affetto, ma solo l'effetto tragico e crudele del «protocollo» di morte. La sentenza è eseguita. Summus ius, summa iniuria. Più che il diritto di morte, è la morte del diritto.

Così ieri sera, per la prima volta dopo 14 anni, Eluana non si è addormentata tra le carezze piene di bellezza e di verità delle suore. Per tanti di coloro che hanno voluto e cercato e combattuto per arrivare a questo punto, è la fine di tutto (nichilismo chiama nichilismo). Per quelli che hanno tenuto accesa una luce nelle loro case e nelle strade in segno di speranza, piccole fiammelle di un'Italia che ama e rispetta e difende la vita, è l'inizio di un nuovo cammino e di una nuova tenerezza. Come ha detto l'«ateo laico molto imprudente» (così s'è definito lui) Enzo Jannacci al Corriere della Sera qualche giorno fa: «Interrompere una vita è allucinante e bestiale. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza». E' questa carezza che da ieri sera custodisce Eluana. La cinica cattiveria degli uomini ha infierito abbastanza su di lei.

Gianteo Bordero

sabato 7 febbraio 2009

IL PEGGIOR PRESIDENZIALISMO

da Ragionpolitica.it del 7 febbraio 2009

L'Italia è da ieri una Repubblica presidenziale. Non è stata alcuna riforma della Costituzione a sancirlo, e neppure il popolo italiano si è espresso in tal senso con una pubblica consultazione. La trasformazione è avvenuta de facto, materialmente, nel momento in cui Giorgio Napolitano ha dapprima inviato una lettera al governo per scoraggiarlo dal varare il decreto finalizzato a impedire che a Eluana Englaro siano definitivamente sospese la nutrizione e l'idratazione, e poi, una volta che l'esecutivo ha comunque proceduto all'approvazione del decreto, ha fatto mancare la sua controfirma per renderlo operativo e trasmetterlo alle Camere.

C'è chi (guarda caso gli stessi che non vogliono vedere intralci nella procedura che condurrà alla morte di Eluana), in queste ore, ripete come un disco incantato che il capo dello Stato si è mosso «all'interno del quadro dei poteri che gli assegna la Carta costituzionale» e che ad aver compiuto atti addirittura «eversivi» della democrazia è stato il governo. E' un'affermazione che non sta in piedi. Innanzitutto l'invio della lettera è quanto meno «irrituale». Come ha detto ieri in conferenza stampa il presidente del Consiglio, «con la lettera si è introdotta una innovazione, quella cioè che il capo dello Stato, in corso d'opera di un Consiglio dei ministri, può intervenire anticipando la decisione del Consiglio circa la sussistenza, per un qualsiasi provvedimento, dei requisiti di necessità ed urgenza».

Ma l'errore più clamoroso compiuto dal presidente della Repubblica è stato il secondo, cioè la scelta di non controfirmare il decreto governativo sottolineando che esso non possiederebbe i caratteri di necessità ed urgenza previsti dalla Costituzione. Eppure è la stessa Costituzione, al secondo comma dell'articolo 77, a sancire in modo chiaro che la valutazione della necessità ed urgenza dei decreti legge spetta allo stesso governo. In questo modo, Napolitano ha di fatto espropriato l'esecutivo di una sua prerogativa, si è fatto egli stesso governo, cioè sede decisionale ultima dell'ordinamento repubblicano. In linguaggio tecnico, tutto ciò si chiama «presidenzialismo», quello che la sinistra descrive come anticamera del «regime», della «dittatura», del ritorno del «fascismo» ogni volta che il centrodestra ne parla e lo propone, ma che evidentemente è il benvenuto quando torna comodo agli eredi del Partito Comunista italiano.

Il capo dello Stato, nella sua lettera al presidente del Consiglio, ha poi affermato che «non è intervenuto nessun fatto nuovo che possa configurarsi come caso straordinario di necessità ed urgenza ai sensi dell'articolo 77 della Costituzione, se non l'impulso pur comprensibilmente suscitato dalla pubblicità e drammaticità di un singolo caso». Qui siamo veramente al paradosso: per Eluana, ieri mattina, è iniziata la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione che la porterà all'atroce morte per fame e per sete. Inoltre la procura di Udine, negli ultimi giorni, ha ricevuto lettere, ricorsi, reclami perché, a detta dei mittenti, non si sarebbero valutati, nel corso del processo, elementi e testimonianze che smentirebbero la presunta volontà di Eluana di non essere tenuta in vita in uno stato vegetativo. Se questi non sono «fatti nuovi», signor presidente della Repubblica, quali dovremmo ritenere tali?

E infine, sempre nella missiva al governo, Napolitano si è richiamato, così come la Corte di Cassazione nella sua sentenza, all'articolo 32 della Costituzione, il quale, al secondo comma, afferma che «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge». Così il presidente della Repubblica si accoda alla vulgata «laicisticamente corretta», quella secondo cui l'idratazione e l'alimentazione sarebbero di fatto equiparabili a cure e terapie. Ha letto, il capo dello Stato, la direttiva emanata a dicembre dal ministro Sacconi, nella quale si stabilisce chiaramente che nutrire una persona gravemente disabile (come Eluana) non costituisce accanimento terapeutico? E poi, se proprio si vuole citare il secondo comma dell'articolo 32, lo si citi per intero; esso infatti così prosegue: «La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». E' evidente, dal combinato disposto delle due frasi, che questa norma costituzionale non autorizza in alcun modo la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione, riconosciute in ogni foro internazionale come diritti inalienabili della persona, di quella disabile in particolare.

Come si vede, l'azione del capo dello Stato in questa vicenda è segnata da diverse forzature. Alla fine, crediamo che sia prevalsa la personale opinione del presidente sopra ogni altra cosa. Ciò sarebbe ammissibile se fossimo in una Repubblica presidenziale. Ma qui non c'è nessun presidente eletto dal popolo ed è invece il governo che può «adottare provvedimenti provvisori con forza di legge», e lo può fare «sotto la sua responsabilità». Da ieri esiste un precedente che rischia di mettere in discussione anche questo potere del governo, forse l'unico che gli consente veramente di svolgere in maniera efficace il suo compito.

Gianteo Bordero

sabato 20 dicembre 2008

IL CORAGGIO DI SACCONI

da Ragionpolitica.it del 18 dicembre 2008

La notizia è questa: checché ne dica la casta dei vari Grillo, Di Pietro, Travaglio, Flores D'Arcais e compagnia, checché ne pensi una certa magistratura che interpreta il suo ruolo come quello del custode unico e insostituibile dell'etica pubblica, dalla politica può ancora venire qualcosa di buono per il paese. Cioè per la vita del popolo italiano. Seguendo l'insegnamento della migliore e tanto bistrattata prima Repubblica, che educava i giovani impegnati nei partiti democratici e liberali al tanto vituperato «primato della politica», il ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, Maurizio Sacconi, ha diffuso ieri l'altro una direttiva destinata a lasciare il segno oltre la contingenza storica cui essa si riferisce.

Il caso è noto: dopo la recente sentenza definitiva della Corte di Cassazione, a Eluana Englaro potrebbero essere sospese l'idratazione e la nutrizione da un momento all'altro. Ciò comporterebbe, per la donna, una lunga agonia e ad un'atroce morte di fame e di sete. Il perché si sia giunti a questo punto è ormai risaputo: «Eluana è già morta», «Eluana è un vegetale», «Meglio una morte degna che una vita indegna» ripetono da tempo, a ogni pie' sospinto, i tanti Umberto Veronesi sparsi per la Penisola, convinti, in forza della loro suprema Scienza, di poter essere i giudici insindacabili della vita e della morte delle persone. Il problema, però, sorge nel momento in cui diventa necessario individuare un ospedale, una clinica, una struttura che accetti di ospitare tra le sue mura gli ultimi giorni di Eluana, che lasci morire la giovane «come un vegetale» privato del sostegno vitale. Si fa avanti una clinica friulana. Che, in accordo con la famiglia e con i medici e gli avvocati di questa, prepara il «ricovero», quello che i giornali chiamano «l'ultimo viaggio di Eluana».

E' di fronte a questa situazione che Maurizio Sacconi decide di intervenire con i suoi poteri di ministro emettendo una direttiva che parla chiaro: interrompere la nutrizione e l'idratazione di una persona in «stato vegetativo persistente» rappresenta un atto oggettivo di abbandono del malato. Sacconi si rifà, per motivare la sua direttiva, a un parere espresso il 30 settembre 2005 dal Comitato nazionale di bioetica e alla Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, approvata dall'Onu il 13 dicembre 2006. Nel primo documento si afferma che la somministrazione di cibo e acqua, venga essa fornita per vie naturali o artificiali, «è il sostentamento ordinario di base». Nutrizione ed idratazione, secondo il Comitato di bioetica, «vanno considerati atti dovuti eticamente (oltre che deontologicamente e giuridicamente) in quanto indispensabili per garantire le condizioni fisiologiche di base per vivere». Nella Convenzione delle Nazioni Unite si stabilisce, poi, che gli Stati membri «riconoscono che le persone con disabilità hanno il diritto di godere del migliore stato di salute possibile, senza discriminazioni fondate sulla disabilità». Per questo è compito dei governi «prevenire il rifiuto discriminatorio di assistenza medica o di prestazione di cure e servizi sanitari o di cibo e liquidi in ragione della disabilità». In forza di ciò il ministro invita le Regioni «ad adottare le misure necessarie affinché le strutture sanitarie pubbliche e private si uniformino ai principi sopra esposti e a quanto previsto dall'articolo 25 della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità».

Come prevedibile, la direttiva approntata da Sacconi innesca subito la solita ridda di polemiche: forti critiche al ministro vengono dalla stampa laicista, dal magistrato che ha emesso l'ultima sentenza, dal dottore di Eluana, dalla lobby dei medici favorevoli alla «dolce morte», dai partiti della sinistra e chi più ne ha ne metta. L'accusa è quella di voler impedire alla giustizia di fare il suo corso, di voler imporre un'etica di Stato, di voler accontentare il Vaticano. Nessuno, però, che si chieda se la decisione di Sacconi corrisponda o meno a un oggettivo interesse pubblico, che come tale deve essere tutelato dalla politica: quello di salvaguardare la vita come bene primario e indisponibile, impedendo che essa venga trattata non secondo il criterio della giustizia e del diritto, ma in base all'arbitrio e ai dettami contingenti della cultura dominante. Noi riteniamo che il ministro abbia fatto quello che un rappresentante del popolo e delle istituzioni deve fare: intervenire, usando i mezzi di cui per legge dispone, per riaffermare il principio dell'interesse generale e del bene comune di fronte ai tentativi di poteri non eletti di trasformare una visione patentemente di parte in un dogma etico per tutti. L'alternativa è ritenere che la vita sia un bene relativo, con tutte le conseguenze e le ricadute del caso in termini di rispetto della persona, soprattutto di quella più debole e indifesa. Come Eluana. Sarebbe, questa, vera civiltà?

Gianteo Bordero


sabato 15 novembre 2008

ELUANA E IL CHIODO FISSO DEI NICHILISTI

da Ragionpolitica.it del 15 novembre 2008

«E voi materialisti, col vostro chiodo fisso che Dio è morto è l'uomo è solo in questo abisso», cantava Francesco Guccini qualche anno fa in uno dei suoi brani più belli, Cirano. Oggi, dopo la terribile sentenza della Corte di Cassazione che ha legittimato la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione per Eluana Englaro, dovremmo aggiornare la strofa del cantautore di Pavana togliendo di mezzo i «materialisti» e scrivendo la parolina magica: «nichilisti». Il materialismo, infatti, alla materia qualche dignità la riconosceva. Il nichilismo neppure quello: se avesse rispetto della materia non condannerebbe una giovane donna a morire di fame e di sete, tra sofferenze prolungate e indescrivibili; accetterebbe il fatto che vi possa essere una vita che è definibile come tale anche se menomata; non tratterebbe il corpo di Eluana alla stregua di un qualcosa di cui liberarsi al più presto.

Il nichilismo, come uno schiacciasassi, passa sopra a tutto. Che sia «gaio» o che sia «tragico», sempre conduce nella stessa direzione: il burrone dell'insignificanza, il deserto del non senso. Perché, se si ammettesse anche soltanto lontanamente la possibilità di un significato dell'esistere, il corpo di Eluana sarebbe guardato sotto una nuova luce, la sua vicenda sarebbe letta con altre lenti, la sua presenza tra noi spalancherebbe le porte dell'uomo interiore al mistero che sempre la vita è. Sempre. Nella gioia e nel dolore, nel sorriso e nel pianto, nella salute e nella malattia, la vita rimane degna di essere vissuta. Non lo dice soltanto la Chiesa cattolica, checché ne pensi il professor Veronesi, il quale, su Repubblica, afferma che chi si oppone all'interruzione dell'alimentazione per Eluana lo fa basandosi «su posizioni di fede». Lo dice anche la ragione. Lo dice quel maestro della cultura laica occidentale, Immanuel Kant, quando riconosce che la vita deve essere considerata come un fine in sé, e quindi come un bene indisponibile all'arbitrio dell'uomo sull'altro uomo. Ma parlare di ragione ai nichilisti è come parlare di libertà ai dittatori...

Non scandalizzi il paragone, perché quando la ragione viene tolta di mezzo ciò che subentra porta sempre - sempre ha portato nel corso della storia - alla violenza e al sopruso. E la sentenza della Corte di Cassazione è, nella sostanza, priva di ragione, perché l'unica cosa di cui tiene conto è una presunta volontà di Eluana di non voler vivere in quello che viene chiamato «stato vegetativo»: tutto il resto, in primis il fatto che Eluana viva (anche se ancora una volta Umberto Veronesi, oncologo di fama nonché senatore del Partito Democratico, sostiene che «Eluana è morta 16 anni fa»), passa arbitrariamente in secondo piano. Compresa la circostanza che Eluana sia ancora, a tutti gli effetti, una persona, e non, come tanti in queste ore ripetono, un vegetale.

Quando la persona viene degradata, con un cinismo saccente e presuntuoso, a «vegetale», a che cosa ci troviamo di fronte? A un atto di civiltà? A un progresso sociale? Oppure ad una barbarie e ad un regresso che ci riportano al vero secolo buio della nostra storia, cioè il Novecento dei totalitarismi? E non è forse, a ben vedere, una sottile forma di totalitarismo anche il fatto che sia una magistratura che si crede onnisciente e onnipotente ad avere l'ultima parola sulla vita e sulla morte delle persone? E' «ragionevole» tutto ciò? No, non è ragionevole.

Ma nichilismo e ragione sono come il «ferro ligneo» di cui parlava Heidegger: una contraddizione in termini. Perché tutto ciò che la ragione suggerisce all'uomo, tutta l'apertura al significato di cui essa è capace, tutta la profondità delle domande che essa pone al cuore della persona, tutto ciò il nichilismo lo spazza via, col risultato inevitabile descritto da Guccini: l'uomo viene lasciato solo «in quest'abisso». E' l'anticamera della disperazione, la cancellazione della voglia di vivere, lo svuotamento del carico di attese e di speranze che ognuno porta con sé, nel profondo dell'io, laddove nessun Veronesi può arrivare a vedere col suo microscopio, laddove non può entrare la volontà di potenza dei magistrati, laddove l'unico e ultimo giudizio è quello di colui che l'uomo l'ha creato dal nulla, non di coloro che nel nulla vorrebbero ricacciarlo.

Al culmine della sua lunga malattia e della sua sofferenza, dal letto di dolore dal quale poteva osservare, attraverso i vetri della stanza, un albero di pioppo, scriveva il poeta Clemente Rebora: «Vibra nel vento con tutte le sue foglie/ il pioppo severo:/ spasima l'anima in tutte le sue doglie/ nell'ansia del pensiero:/ dal tronco in rami per fronde si esprime/ tutte al ciel tese con raccolte cime:/ fermo rimane il tronco del mistero,/ e il tronco si inabissa ov'è più vero». Strappare l'albero dell'esistenza dalle sue radici fa seccare ogni possibilità di significato e di amore per l'essere, per la realtà, per la vita.


Gianteo Bordero

venerdì 14 novembre 2008

SI' ALLA VITA, NO ALLA CONDANNA A MORTE DI ELUANA ENGLARO

La magistratura italiana, al culmine della sua volontà di onniscienza e di onnipotenza, s’è arrogata il diritto di decidere della vita e della morte delle persone. In questo caso di una persona, Eluana Englaro, che solo un cinismo senza confini può definire e considerare alla stregua di un “vegetale”. La dignità dell’esistenza umana è tale dal concepimento al suo termine naturale. Non lo dice soltanto la Chiesa, ma il vertice stesso della cultura occidentale, che con Kant ha riconosciuto che la vita è sempre un fine in sé, e quindi un bene indisponibile all’arbitrio dell’uomo sull’altro uomo.

E’ chiaro a che cosa vada incontro la nostra società nel momento in cui viene di fatto introdotto il diritto di sospendere a un malato non le cure, non l’accanimento terapeutico, ma l’alimentazione e l’idratazione: si va diritti verso la barbarie, verso la negazione della civiltà, verso la riduzione della dignità umana a mera espressione verbale priva di contenuto oggettivo. La sentenza della Corte di Cassazione non rappresenta, come affermano tanti in queste ore, un “progresso sociale”, ma soltanto l’ennesima offesa alla dignità della vita, alla sua maestà, al suo infinito mistero.

Gianteo Bordero

giovedì 13 novembre 2008

LA DIGNITA' DELLA VITA IMPERFETTA

    La coscienza occidentale, dilacerata in questi ultimi anni dai dilemmi bioetici, è oggi messa nuovamente alla prova da un'imprevedibile coincidenza di fatti: negli stessi giorni in cui, negli Stati Uniti, si apprende che il presidente eletto Barack Obama ha intenzione di rilanciare la ricerca sulle cellule staminali embrionali bloccata da George W. Bush, in Italia la Corte di Cassazione dà il definitivo via libera alla sospensione dell'alimentazione per Eluana Englaro, la giovane donna di Lecco in coma da diciassette anni a seguito di un grave incidente stradale. Nel giro di poche ore, dunque, accade che si incrocino due vicende che indicano a un tempo il massimo di potenza dell'uomo (la capacità di manipolazione della vita nascente) e il massimo di impotenza (l'ineluttabilità della morte), con l'ulteriore paradosso per cui coloro che vorrebbero a tutti i costi il massimo di deregulation nella ricerca genetica sugli embrioni (la vita a tutti i costi) sono gli stessi che ritengono legittima quando non doverosa l'interruzione dell'alimentazione per Eluana (la morte a tutti i costi).
      Come si vede, non c'è una logica, e forse neppure vi può essere, di fronte a fatti della realtà che sfidano ogni capacità umana di comprensione e di semplificazione. Il dramma nasce dal fatto che, sottraendo al massimo di potenza (manipolazione embrionale) il massimo di impotenza (inevitabilità della morte), non si ottiene la cifra zero, cioè tranquillità della coscienza e quieto vivere, ma un punto interrogativo che interpella l'interiorità profonda di ciascuno. Si può far finta che questo punto di domanda non vi sia e rinunciare in partenza a scoprire ciò che si nasconde dietro di esso. Oppure si può prendere sul serio l'enigma, cercare di guardare al di là delle nebbie, anche se ciò significa mettere a nudo il proprio essere uomini, fare i conti con ciò che sfugge al nostro dominio e al nostro controllo, intraprendere la navigazione in un mare senza confini abbandonando il piccolo porto delle solite quattro certezze.
        A questo interrogativo il grande intellettuale francese Emmanuel Mounier, il fondatore della rivista Espirit, ha dato una risposta che merita oggi di essere nuovamente presa in considerazione. Una risposta che nasce, nonostante Mounier fosse un apprezzato filosofo, non dalla speculazione razionale, dalla deduzione sillogistica, dalla logica matematica, ma dall'esperienza. L'esperienza del dramma e del dolore. La dura esperienza di una figlia menomata a vita dalla meningite. Quell'esistenza imperfetta, piagata, dimezzata, il filosofo e la moglie la accolgono come tale. E non grazie a qualche teoria più o meno convincente, ma in forza di una intuizione straordinaria, la stessa che fa dire al cattolico Mounier: «Occorre soffrire perché la verità nasca dalla carne e non si cristallizzi in dottrina». Non perché la sofferenza sia un bene in sé, ma perché può spalancare all'uomo le porte di ciò che sta al di là del visibile e del tangibile. Così la vita della bambina, da apparente maledizione, diventa una benedizione per la vita dei suoi genitori. E Mounier può scrivere alla moglie: «Che senso avrebbe tutto questo se la nostra bambina fosse soltanto carne malata, un po' di vita dolorante, e non invece una piccola ostia che ci supera tutti, un'immensità di mistero e di amore che ci abbaglierebbe se lo vedessimo faccia a faccia?». Da allora la piccola Françoise avrebbe avuto il posto d'onore alla tavola dei Mounier. E la stessa tavola frequentata da tanti intellettuali, uomini di cultura, scrittori, sarebbe divenuta il luogo in cui l'apparente maestà del sapere umano si inchina di fronte alla vera maestà della vita, quella che l'uomo non possiede, che non può misurare, ma solo accogliere e abbracciare.
          Il nostro tempo ci ha abituati a fuggire - e spesso a disprezzare - l'imperfezione, la menomazione, la malformazione. Perciò l'apparente contraddizione di cui parlavamo poc'anzi e a cui stiamo assistendo in questi giorni (quella tra il massimo della potenza e il massimo dell'impotenza umane) si dissolve di fronte alla constatazione che tanto la manipolazione dell'embrione quanto la sospensione dell'alimentazione per Eluana portano con sé un tragico rifiuto del mistero, di ciò che per Mounier era diventato il luogo del miracolo. Non il miracolo della guarigione, ma il miracolo dell'accoglienza della vita e, soprattutto, del suo significato. Quello che sfugge ai calcoli, agli esperimenti e alla volontà di onnipotenza, ma che è ben vivo in chi apre il suo cuore a quella dimensione che sta oltre ciò che si può produrre in laboratorio, oltre ciò che si può sopprimere staccando una macchina o interrompendo la nutrizione. La vita oltre la vita. E oltre la morte.
            Gianteo Bordero

            martedì 7 ottobre 2008

            NO AL REGISTRO COMUNALE DELLE UNIONI CIVILI

            Intervento tenuto durante il Consiglio comunale di Sestri Levante del 6 ottobre 2008

            Signora Presidente, colleghi Consiglieri,

            la mozione del Consigliere Gueglio sul registro delle unioni di fatto ci riporta indietro nel tempo, ai giorni andati del Governo Prodi, quando dalla pancia di quella compagine tanto variegata quanto litigiosa che fu l’Unione uscì il famoso disegno di legge che prese il nome di “Di.Co”, ossia “Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi”. Tale disegno di legge venne a galla dopo che, per vicissitudini tutte interne all’allora maggioranza parlamentare, fu abbandonato il modello legislativo ispirato ai “PACS” (“Patti Civili di Solidarietà”) francesi. Ma neanche i “Di.Co” ebbero vita facile, a causa dell’opposizione ferma e risoluta di Clemente Mastella, che nel gennaio del 2007 minacciò l’uscita del suo partito, l’Udeur, dalla maggioranza e dal Governo nel caso in cui questi avessero portato avanti il progetto presentato dai ministri Pollastrini e Bindi.

            Mastella approfittò della crisi dell’Esecutivo verificatasi nel mese successivo, originata dalla mancata fiducia parlamentare dell’Unione alla politica estera di D’Alema, per far espungere i “Di.Co” dal nuovo programma di dodici punti con cui Romano Prodi si presentò alle Camere per ottenerne nuovamente la fiducia. I Di.Co caddero così nel dimenticatoio e il Parlamento riprese il lavoro da zero, elaborando in Commissione Giustizia del Senato un testo chiamato “CUS” (“Contratti di Unione Solidale”), che giace immobile a Palazzo Madama dal giorno della definitiva caduta del Governo Prodi, avvenuta alla fine dello scorso gennaio. Ma lasciamo da parte l’Unione e Mastella (un uomo nei confronti del quale gli italiani tutti dovrebbero serbare gratitudine e riconoscenza per essere stato in qualche modo all’origine della consunzione finale dell’Esecutivo prodiano) e torniamo a noi.

            Come dicevamo all’inizio, il Consigliere Gueglio, con la sua mozione, ci riporta indietro nel tempo. Ci riporta all’epoca in cui la sinistra “antagonista”, entrata nella stanza dei bottoni, si fece portavoce, nel Governo e nelle aule parlamentari, dei cosiddetti “nuovi diritti civili”, presentati come il punto più avanzato del progressismo contemporaneo, la nuova frontiera della lotta di classe, l’ultima Thule delle “magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria.

            Oggi che i partiti confluiti nella Sinistra Arcobaleno sono rimasti esclusi dal Parlamento a seguito del disastroso risultato elettorale del 13 e 14 aprile scorsi, dalle lettere inviate ai giornali e pubblicate sui blog dagli stessi elettori di Rifondazione Comunista, dei Comunisti Italiani, di Sinistra Democratica, apprendiamo che quella che i dirigenti ritenevano essere la chiave per ottenere nuovo consenso è stata invece percepita dai militanti come una pietra d’inciampo. Come un fastidioso tributo alla mentalità del tempo (come, del resto, un tributo alla mentalità del tempo appare la partecipazione dell’ex deputato comunista Vladimiro Guadagno, alias Luxuria, alla trasmissione televisiva “L’Isola dei Famosi”). O, peggio, come un diversivo per coprire il fallimento dell’esperienza governativa della sinistra massimalista su temi ben più scottanti, come l’economia e le pensioni, e più imbarazzanti, come la politica estera e il ripetuto voto favorevole del Prc, del Pdci e dei Verdi al rifinanziamento delle missioni militari all’estero.

            In una lettera inviata al leader di Sinistra Democratica, Fabio Mussi, un operaio di Piombino, ad esempio, scriveva: “Non vi seguo più. Ormai vi occupate soltanto – e qui utilizzerò vocaboli alternativi per evitare quelli volgari e offensivi contenuti nella missiva – di omosessuali e di immigrati”. I cosiddetti “nuovi diritti”, dunque, tra cui i “Di.Co” in oggetto, ritenuti dai dirigenti della sinistra antagonista come un fiore all’occhiello di una politica genuinamente progressista, non hanno fatto breccia nell’elettorato tradizionale del Prc, dei Comunisti Italiani, di Sinistra Democratica. Potremmo dire, gettando un occhio alle molte analisi del voto politico del 13 e 14 aprile scorsi, che il proletariato ha tradito la sinistra perché la sinistra ha tradito il proletariato. Come ha riconosciuto anche Fausto Bertinotti durante il suo acceso discorso all’ultimo congresso di Rifondazione Comunista - cito testualmente - “quando un operaio tesserato per la Fiom va a votare Lega non bisogna considerarlo uno sciocco: è un preciso segnale per indicare che è stata tradita un’attesa”.

            Perché vede, Consigliere Gueglio – e qui entriamo in medias res -, tra le questioni spacciate per temi capitali dall’intellighenzia della sinistra e dai capi dei suoi partiti e invece ritenute problemi minori dal suo elettorato, c’è pure quella delle unioni civili e dell’istituzione di un registro ad hoc per le coppie di fatto. Lo dice l’Istat, lo certificano le statistiche: chi sceglie la convivenza, nella maggior parte dei casi, o lo fa proprio per dare una forma meno impegnativa e meno vincolante (in termini di doveri e di diritti) alla sua unione, oppure vive tale condizione come situazione prematrimoniale. Per quanto riguarda il primo caso, occorre domandarsi, allora, quale senso abbia istituzionalizzare per via legislativa legami che nascono proprio in contrapposizione con tutto ciò che sa di “contrattualizzazione” del rapporto di coppia, di assunzione di responsabilità verso terzi e verso lo Stato. Per quanto riguarda il secondo caso, invece, basti citare gli ultimi dati Istat disponibili, dai quali apprendiamo che il 34,1% di coloro che si sono sposati negli ultimi cinque anni aveva una convivenza alle spalle.

            Anche dal punto di vista giuridico, poi, occorre fare una riflessione di metodo prima ancora che di merito: quando si progetta una legge o si ipotizza un regolamento come quello in discussione questa sera, è necessario innanzitutto identificare quale sia l’esigenza sociale che li renderebbe necessari. Per quanto riguarda le convivenze, spesso si invoca da un lato un presunto “vuoto legislativo” e, dall’altro lato, la “realtà di fatto” nella quale si troverebbero alcune centinaia di migliaia di coppie. In entrambi i casi, però, le argomentazioni non sembrano fondate. Il diritto, infatti, non esiste per “riempire dei vuoti”, né, soprattutto, per offrire una veste giuridica a tutto ciò che esiste. Deve invece trovare la sua ragione d’essere nella ricerca della giustizia.

            Al tempo stesso, prima di approvare una nuova legge o un regolamento, in particolare su temi così sensibili, occorre verificare se non sia possibile raggiungere gli stessi risultati per altra via, attraverso strumenti del diritto privato o iniziative autonome delle parti. Già oggi, infatti, sono numerose sia le norme che assegnano un ruolo al convivente (per esempio, nel decidere sul prelievo di organi), sia le tutele previste dalla giurisprudenza (come per il subentro nel contratto d’affitto) sia, infine, le possibilità offerte dal diritto privato (dal testamento alle polizze assicurative).

            Nel caso poi dell’istituzione di un registro delle coppie di fatto nei Comuni, occorre aggiungere due dati imprescindibili, su cui invito il Consigliere Gueglio a riflettere. Primo dato: laddove sono stati creati, i registri delle unioni civili non hanno, per così dire, avuto successo. Vediamo alcuni esempi concreti di città in cui tali registri sono stati istituiti:
            Bolzano: 0 coppie iscritte
            Arezzo: 1 coppia
            Empoli: 2 coppie
            Firenze: 20 coppie
            Pisa: 34 coppie
            Rosignano: 0 coppie
            Scandicci: 1 coppia

            Come si vede, sono numeri non certo esaltanti. Lo riconosce anche Davide Santandrea, presidente dell’associazione “Nuova Gay Lesbica Nazionale”, quando afferma che “i registri delle unioni civili tanto divulgati da Arcigay si sono manifestati un vero flop”. Questo per lo stesso motivo di cui parlavamo poc’anzi, ossia perché chi sceglie la convivenza, nella maggior parte dei casi, lo fa proprio per rimanere meno vincolato all’altra persona in termini non certo d’affetto, ma di doveri pubblici e di pubblici diritti.

            Il secondo dato su cui invito il Consigliere Gueglio a riflettere è che la disciplina di una materia così importante dovrebbe essere lasciata al Parlamento, al potere legislativo nazionale. Come ha dichiarato un esponente del Partito Democratico, Franco Monaco, all’Unità del 19 dicembre 2007, giorno successivo alla bocciatura, da parte del Consiglio Comunale di Roma, di una pratica volta a istituire nella Capitale il registro delle unioni civili: “E’ il Parlamento che deve occuparsi di una materia così seria e delicata”. E continuava: “Non mi pare saggio che i Comuni pretendano di anticipare e magari forzare la mano su soluzioni che, prive di aggancio legislativo, si rivelerebbero improvvisate, precarie e motivo di divisione invece che di coesione sociale”.

            Per tutti questi motivi sono in disaccordo con il Consigliere Gueglio, che questa sera, dopo la mozione riguardante la “Culla per la vita” di cui ci siamo occupati alla fine di luglio, ha posto alla nostra attenzione un tema certamente rilevante in se stesso, ma che, nelle stesse parole di Gueglio, ha assunto la caratterizzazione di bandiera ideologica che va oltre i dati del buon senso e della realtà.

            Concludo precisando che dire “no” ai Di.Co e al registro comunale delle unioni civili non significa negare l’esigenza di addivenire, attraverso strumenti idonei quali apposite norme di diritto privato, ad una più puntuale tutela di diritti individuali; significa piuttosto optare per il primato della famiglia fondata sul matrimonio; significa prediligere politiche che valorizzino i nuclei familiari, vero cardine della nostra società e della nostra bimillenaria cultura; significa dire “sì” alla nostra tradizione, che non è qualcosa di rancido e di ammuffito, ma è un corpo vivo a cui ancora oggi sentiamo, con gratitudine, di appartenere.


            Gianteo Bordero
            Vice-presidente del Consiglio comunale di Sestri Levante
            Consigliere comunale del gruppo "Pdl-Lega-Udc-Per Ianni sindaco"

            sabato 2 agosto 2008

            IN DIFESA DELLA "CULLA PER LA VITA"

            Intervento tenuto durante il Consiglio comunale di Sestri Levante del 30/07/2008

            Signora Presidente, colleghi Consiglieri,

            “Chi salva una vita, salva il mondo intero”. E’ quanto disse, una volta, Oskar Schindler, l’imprenditore che durante la seconda guerra mondiale mise in salvo migliaia di ebrei destinati a morte certa nei lager nazisti. Queste parole di Schindler mi sono tornate alla mente, per contrasto, quando ho letto il testo della mozione presentata dal Consigliere Gueglio in merito alla “Culla per la vita” che il 10 maggio scorso è stata inaugurata nella nostra città, presso l’Opera della Madonnina del Grappa.

            Quella culla, nata per dare alle madri in difficoltà una possibilità in più di salvezza ed accoglienza per il figlio che esse non desiderano, o non possono, tenere con sé, Gueglio la definisce un “macabro loculo”, una “offesa alla civiltà”, un “segno non d’amore ma di barbarie”.

            Eppure tutti noi abbiamo sentito più volte il Consigliere Gueglio, sia nel corso della campagna elettorale che durante la prima seduta del nostro Consiglio, caratterizzare la sua proposta politica secondo una prospettiva che egli ha definito, e definisce, “umanistica”.

            Mi chiedo allora, dopo aver letto il testo della mozione ed aver ascoltato le parole di Gueglio questa sera, che cosa egli intenda per “umanesimo” e se nella sua idea di “umanesimo” rientri quel principio morale universale, quella legge naturale che ognuno di noi porta scritta dentro di sé, per cui la vita umana deve essere sempre considerata come un bene indisponibile, un valore assoluto, come un “fine in sé e mai come un mezzo”, secondo l’espressione coniata da un grande filosofo laico e moderno, Immanuel Kant.

            E’ in forza di questo principio morale universale che anche una sola vita, la più reietta, la più debole, la più menomata, la più apparentemente insignificante, come quella di un bimbo rifiutato dalla madre che lo ha messo al mondo, merita di essere difesa e accolta: perché è un valore in sé, un valore che supera e trascende le ideologie con cui troppo spesso si è tentato – e si tenta - di ingabbiare la realtà riducendola a schemi mentali. Schemi che risultano essere, alla fine, soltanto prigioni abitate da mostri e da incubi: la storia del Novecento, il secolo delle ideologie applicate alla storia, sta lì a dimostrarlo con i suoi lager, i suoi gulag, con la mattanza di milioni e milioni di vittime, tra cui milioni di bambini innocenti.

            Amare la vita, difendere la vita, rispettare la vita è dunque, oltre che un dovere morale e un imperativo categorico, anche un compito che ci è stato assegnato dalla vicenda del secolo passato, definito in maniera impropria, da uno storico, il “secolo breve”. E noi potremmo aggiungere: tanto breve quanto tragico.

            Per questo va oggi guardata con favore - e mi permetta di dirlo, Consigliere Gueglio, va almeno considerata con rispetto, anche verbale – ogni iniziativa volta alla tutela della vita, specialmente quella più debole, come è nel caso di un bambino abbandonato dalla madre. Abbandonato il più delle volte non in quello che lei, Consigliere Gueglio, ha definito un “macabro loculo”, ma nei cassonetti dell’immondizia, alla stregua di un rifiuto di cui liberarsi, di uno scarto dell’esistenza da mandare in discarica.

            Per questo va salutata con riconoscenza la “Culla per la vita”. Promossa dal Movimento per la vita e dai Centri di aiuto alla vita, essa fa parte di un insieme di attività ed iniziative finalizzate a garantire il diritto alla maternità delle donne: nei 303 Centri di aiuto alla vita presenti su tutto il territorio nazionale vengono forniti ascolto, assistenza e consulenza non soltanto alle gestanti, ma anche alle mamme in difficoltà.

            Tutto ciò nel rispetto e in applicazione dell’articolo 2 della legge 194 del 1978, secondo il quale “i consultori, sulla base di appositi regolamenti o convenzioni, possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge (ossia, come recita l’articolo 1, “evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite”) della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita”.

            Nel 2007 le gestanti assistite dai Centri di aiuto alla vita in Italia sono state 10.292, mentre le altre donne assistite sono state 14.187, complessivamente 24.479 donne, delle quali il 42% gestanti. In Liguria i Centri operativi sono 9: nel 2007 essi hanno aiutato 318 bambini nati. Inoltre, sono state assistite 458 gestanti oltre ad altre 309 donne. La “Culla per la vita” di Sestri Levante è la terza in Liguria, dopo quelle di Albenga e dell’ospedale Galliera di Genova. La culla è dotata di uno sportello esterno collegato ad un sensore sonoro che avvisa i responsabili dell’Opera della Madonnina del Grappa, i quali, in caso di presenza del neonato, avvisano a loro volta il Pronto Soccorso pediatrico dell’Asl 4.

            Tutto secondo le regole e le leggi, dunque. Non vi è nessun “affronto”, come invece ha affermato il Consigliere Gueglio, “alla civiltà giuridica”. Anzi, ricordo che una sentenza del Tribunale di Casale Monferrato (la 58/95), fra le motivazioni per l’archiviazione dell’esposto presentato contro l’installazione della “Culla per la vita” in quella città, afferma che questo servizio sociale di accoglienza dei neonati a rischio di abbandono “può rappresentare l’extrema ratio in condizioni di assoluta ignoranza e disperazione ed evitare la commissione di gravi reati, di cui talora tratta la cronaca quotidiana”.

            La “Culla per vita” non è neppure, come afferma ancora Gueglio, un “affronto alla laicità dello Stato”, non soltanto per il richiamo, fatto in precedenza, all’articolo 2 della legge 194, ma anche perché la vera laicità, la laicità positiva, non è quella che fa coincidere lo spazio pubblico con lo spazio esclusivo dello Stato, ma quella che riconosce anche ad enti ed associazioni assistenziali private un ruolo pubblico, cioè un ruolo di servizio al bene comune. La vera laicità, ancora, non è quella senza valori e senza principi, ma quella che rispetta i valori e i principi sui quali un popolo ha costruito la sua storia, la sua identità, le sue leggi.

            Infine la “Culla per la vita” non è neppure un “affronto alla civiltà” tout court. Perché la civiltà non è, e non può essere, l’abbandono di un bimbo appena nato in un cassonetto; non è, e non può essere, il rifiuto della vita e il pensiero della vita come rifiuto; non è, e non può essere, il rigetto del dono dell’esistenza; non è, e non può essere, la teorizzazione, cercata e perseguita, della maternità come problema e come ostacolo sociale, come invece sembra trasparire da un comunicato stampa del Coordinamento donne di Sestri Levante del 7 maggio scorso.

            A chi scrive e pensa che la vita e la maternità siano qualcosa da cui difendersi e da limitare con ogni mezzo, vorrei ricordare una frase dello scrittore inglese G.K. Chesterton, datata 1904: “La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Ma verranno attizzati fuochi per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l'incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile: questo immenso universo che ci fissa in volto. Guarderemo l'erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili”. E la nascita, desiderata o meno, è sempre un prodigio. Un prodigio da accogliere, proteggere, abbracciare.

            Gianteo Bordero

            Vice-presidente del Consiglio comunale di Sestri Levante
            Consigliere comunale del gruppo "Pdl-Lega-Udc-Per Ianni sindaco"