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martedì 25 gennaio 2011

DA BAGNASCO UNA LEZIONE DI LAICITÀ AI MORALISTI DELL'ULTIMA ORA

da Ragionpolitica.it del 25 gennaio 2011

Che delusione, per i moralisti dell'ultima ora, la prolusione del cardinal Bagnasco al Consiglio permanente della Cei! Si aspettavano che il presidente dei vescovi italiani vestisse i panni dell'inquisitore e accendesse il rogo con cui bruciare sulla pubblica piazza il Grande Peccatore. Attendevano la condanna, senza se e senza ma, dell'Immorale di Arcore. Loro, i paladini del laicismo totale, fremevano dalla voglia di assistere ad un'ingerenza in grande stile, un'entrata a gamba tesa capace di mettere fuori combattimento l'Uomo dello Scandalo. Invece niente, almeno nei termini auspicati dai novelli adepti del rigore etico e della disciplina morale.


Perché Bagnasco ha parlato chiaro, ma ha detto cose scomode per tutti. Ha richiamato con fermezza alla «misura» e alla «sobrietà» coloro che hanno ricevuto dai cittadini un mandato politico, ma si è chiesto «a che cosa sia dovuta l'ingente mole di strumenti di indagine». Ha descritto poteri «che non solo si guardano con diffidenza, ma si tendono tranelli», e ha ricordato che «la vita di una democrazia si compone di delicati e necessari equilibri, poggia sulla capacità da parte di ciascuno di auto-limitarsi, di mantenersi cioè con sapienza entro i confini invalicabili delle proprie prerogative». Un po' poco per chi, non si sa bene a quel titolo, aveva chiesto al cardinale di contribuire all'opera di delegittimazione totale di Berlusconi.


Il fatto è che - basta leggere il testo integrale della prolusione per rendersene conto - a differenza dei poco credibili sostenitori della «scomunica» del Cavaliere, il presidente della Cei si è espresso, come suo solito, avendo come stella polare delle sue analisi e dei suoi richiami unicamente il bene comune dell'Italia e degli italiani, non la volontà di modificare gli assetti politici del Paese né, tanto meno, il desiderio di delegittimare e distruggere un solo uomo. E ciò dovrebbe essere ben accetto e salutato con favore da tutti coloro che si dicono amanti della laicità e chiedono alla Chiesa di non indicare soluzioni politiche specifiche.


Ma forse è pretendere troppo da chi, in queste ultime settimane, ha pensato che l'inchiesta milanese sul caso Ruby, con tutto ciò che ne è seguito a livello mediatico, fosse l'occasione buona per dare la spallata finale al presidente del Consiglio, per realizzare un sogno lungo diciassette anni, per togliere dalla scena l'ingombrante figura di Berlusconi. Cioè di colui che è stato rappresentato, in questi lustri, come il ricettacolo di tutti i mali del Paese, come l'origine del suo degrado morale (da qual pulpito!), come il luciferino corruttore dei costumi, insomma come il Grande Satana de noantri.


Su questo punto la Chiesa italiana ha dimostrato e dimostra oggi, con il cardinal Bagnasco, di essere molto più laica, sanamente laica, di chi tenta di usare opportunisticamente la morale cristiana come strumento di lotta politica, come clava da scagliare contro il nemico numero uno, salvo poi riporla nel cassetto quando si tratta di affrontare temi decisivi come quelli della vita, della famiglia, dell'educazione. Questioni a proposito delle quali ogni parola proveniente dal Papa e dai vescovi viene classificata come un insopportabile tentativo di imporre indebitamente a tutti, credenti e non, l'etica cattolica. Questo atteggiamento intermittente dei moralisti improvvisati, che negli ultimi giorni hanno fatto a gara per condannare Berlusconi, la dice lunga sulle loro intenzioni e sulla loro credibilità di fondo.


Per questo non ci sembra esagerato affermare che le parole pronunciate lunedì dal presidente della Cei rappresentano una grande lezione di laicità impartita ai novelli Torquemada della sinistra e dei suoi giornali. Gente che fino a ieri inneggiava al sesso libero e alla liberazione dall'etica cristiana, ritenendo ciò un grande passo in avanti per l'umanità e per il suo progresso, e che oggi teorizza - senza peraltro crederci - un uso politico della morale religiosa che la stessa Chiesa, in special modo col grande Papa Ratzinger, stigmatizza e deplora.

Gianteo Bordero

mercoledì 12 gennaio 2011

QUELLA "DESTRA CATTOLICA" PIÙ RATZINGERIANA DI RATZINGER

da Ragionpolitica.it del 12 gennaio 2011

Che delusione l'appello a Benedetto XVI contro lo «spirito di Assisi» firmato da alcuni giornalisti, studiosi e intellettuali cattolici, pubblicato sul Foglio di martedì 11 gennaio! Vogliono insegnare a Ratzinger come si fa il Papa e come si rispetta la Tradizione della Chiesa senza cedere al sincretismo e al relativismo. Vogliono insegnarlo proprio a colui che più di chiunque altro, in questi ultimi anni, ha denunciato con rigore assoluto e altrettanto assoluto vigore la «dittatura del relativismo» come male oscuro della nostra epoca e come sottile ma terribile minaccia alla «fede dei semplici». Vogliono dunque essere - o almeno apparire - più ratzingeriani di Ratzinger, mettendo in guardia nientepopodimeno che l'ex prefetto per la dottrina della fede dalla deriva progressista insita in ogni raduno interreligioso. Vogliono suggerirgli - per usare un eufemismo - di non seguire la strada percorsa dal suo predecessore Giovanni Paolo II, senza peraltro avere il coraggio di indicare esplicitamente il futuro beato (per volontà dello stesso Ratzinger) Karol Wojtyla come fautore del peggior sincretismo.


C'è da capirla, ma non da giustificarla, questa droite caviar cattolica che pretende di giudicare tutto e tutti dall'alto del suo snobismo pre-conciliare, del suo tradizionalismo ideologico che tratta il cristianesimo, anzi il fatto cristiano stesso, come se fosse un elenco di enunciazioni dottrinali astratte, fuori dalla storia, disincarnate, del tutto estrinseche all'esistenza umana con i suoi drammi e le sue domande nel qui ed ora. Credevano, i firmatari dell'appello apparso sul Foglio, che Benedetto XVI sarebbe stato il Papa del riflusso, del ritorno al bel tempo che fu, alla «scomunica» della nuovelle théologie, alla messa all'indice di De Lubac, di Von Balthasar e di Guardini, cioè dei maestri - in particolare gli ultimi due - del teologo Ratzinger. Del Ratzinger orgogliosamente conciliare. Del Ratzinger che sceglie la teologia medievale di san Bonaventura contro il bolso neo-tomismo di fine Ottocento e inizio Novecento. Del Ratzinger che recupera la liturgia tradizionale passando non per lo scismatico Lefebvre, ma per il movimento liturgico tedesco. E' lo stesso Ratzinger, questo, che scrive per Giovanni Paolo II uno dei documenti più duri contro il mito dell'equivalenza veritativa di ogni religione, cioè quella Dominus Jesus che nell'ultimo anno giubilare susciterà tanto scandalo negli ambienti progressisti ed ecclesialmente corretti. E' lo stesso Ratzinger che da Papa liberalizzerà il rito pre-conciliare e cancellerà la scomunica ai vescovi lefebvriani. Ed è, infine, lo stesso Ratzinger che criticherà il raduno interreligioso di Assisi 1986 non in quanto tale, ma per gli equivoci che esso generò nella «opinione pubblica» e soprattutto all'interno del cosiddetto «mondo cattolico».


Ma questo, agli zelanti custodi della vera Tradizione, non basta: il «dialogo» con i rappresentanti delle altre fedi andrebbe tout court archiviato, disprezzato, cancellato. Perché nella loro visione il cristiano, in quanto depositario di una verità sillogistica, deduttiva e - ripetiamolo - estrinseca qual è quella presentata da taluni maitre-a-penser di certa «destra cattolica», non ha bisogno di niente e di nessuno. Non passa per la testa di questi campioni del rigorismo che forse è proprio il mondo, forse sono le altre religioni ad aver bisogno dei cristiani, della loro speranza incarnata, del loro insuperato amore per il prossimo, del loro donarsi ad imitazione di Cristo, per costruire società più umane, più rispettose della dignità e dei diritti della persona, cioè più libere, come ha ricordato pochi giorni fa lo stesso Benedetto XVI nel suo mirabile discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. E ne hanno bisogno tanto più oggi, nel momento in cui il fondamentalismo religioso (islamico e indù in particolare) tenta di trasmettere l'idea - nei modi che tutti abbiamo sotto gli occhi in Egitto, Iraq, Pakistan, Nigeria e molti altri Paesi - secondo cui esiste una legittima violenza anti-umana perpetrata in nome di Dio e l'infedele può essere privato della sua dignità e della sua libertà sotto suggerimento e ordine dell'Altissimo.


Questo è ciò che Ratzinger, da cattolico, combatte da tanti anni. Questo è l'incompreso del discorso di Ratisbona, che non fu, tanto per essere chiari, un manifesto occidentalista, ma una seria proposta di rifondare il «dialogo» religioso sul logos comune a tutti gli uomini. Questo è ciò che non dicono i firmatari di quello che, a ben vedere, non è un «appello», ma una vera e propria «critica» preventiva a Benedetto XVI. Un Papa che nei loro schemi angusti avrebbe dovuto essere l'anti-Assisi, l'anti-Giovanni Paolo II e l'anti-Concilio, e che invece è semplicemente un fedele discepolo di Gesù, che in obbedienza alla Chiesa spende la sua vita per far conoscere Cristo e per corrispondere alla sua chiamata e al suo amore, non alle etichette che di volta in volta gli vengono appiccicate sopra da questa o quella corrente teologica o intellettuale.


Gianteo Bordero

martedì 23 novembre 2010

BENEDETTO XVI, RIFORMATORE INCOMPRESO DALLA CULTURA DOMINANTE

da Ragionpolitica.it del 23 novembre 2010

Il clamore mediatico suscitato dalle anticipazioni del libro-intervista di Peter Seewald a Papa Ratzinger porta con sé la traccia, in molti casi, di un'interpretazione errata del pontificato di Benedetto XVI sin dai suoi inizi. Sul Papa è stato cioè applicato un giudizio superficiale e conformistico che ha impedito alla maggior parte dei media di cogliere il tratto distintivo all'un tempo della personalità di Ratzinger e del suo magistero petrino. Il «panzerkardinal», l'arcigno conservatore refrattario ad ogni tipo di confronto con le questioni poste dalla modernità, il nostalgico del passato e delle sue forme, il novello inquisitore, il freddo teologo tutto ripiegato sui suoi studi, il dottrinario indifferente ai problemi concreti dei cristiani in carne ed ossa: questo e molto altro ancora, sulla stessa lunghezza d'onda, è stato detto e scritto sull'attuale pontefice in questi ultimi anni. Ciò faceva comodo, del resto, a coloro che puntavano ad alimentare una vulgata politicamente e finanche ecclesialmente corretta, volta a dimostrare che era in corso il tentativo, ai massimi livelli della gerarchia, di destrutturare, quando non di cancellare tout court, le cosiddette «conquiste» raggiunte grazie al Vaticano II e all'affermazione, in ambito cattolico, di una teologia e di una pastorale finalmente al passo e all'altezza dei tempi moderni.


Chi ha portato avanti questa operazione non ha dunque saputo cogliere il vero Ratzinger, quello reale e storico e non quello banalizzato e caricaturale presentato ad ogni piè sospinto da giornali e tv. Non ha saputo leggere, ascoltare, approfondire le sue parole e i suoi gesti. Non ha voluto afferrare il filo conduttore di tutto il suo pontificato. Che non è la bieca volontà di tornare al bel tempo che fu, di azzerare il Concilio, di mortificare i «progressisti» e via strologando. No, quello di Benedetto XVI è stato sin dal principio, come abbiamo detto più volte, un papato tutto orientato alla riforma spirituale della Chiesa. Una riforma che non è cambiamento in primis di strutture, di burocrazie vaticane, di strategie pastorali, bensì richiamo costante alla conversione, alla vera fede, al nocciolo dell'esperienza cristiana. Una riforma che, come Ratzinger stesso ha ribadito in più di una occasione, si ottiene innanzitutto non per aggiunta di qualche cosa all'immutabile depositum fidei, ma per sottrazione di ciò che, nel corso del tempo, ha in qualche modo appesantito il cammino della Chiesa nella storia.


Ciò che conta prima di tutto, per Benedetto, è cioè la qualità spirituale dei credenti, la riscoperta del cuore della fede cristiana e l'adesione ad esso. In questa prospettiva è la fede che fonda la morale, è il sì dell'uomo a Cristo che fonda un nuovo modo di vivere. Queste cose Ratzinger le diceva già da cardinale, quando ricordava che il cristianesimo non è in primo luogo una «dottrina che si può ripetere in una scuola di religione», un «seguito di leggi morali», un «certo complesso di riti»: «Tutto questo è secondario, viene dopo. Il cristianesimo è un fatto, un avvenimento». E' il mistero del Dio che si fa compagno di strada dell'uomo, carne e sangue, che assume su di sé la condizione umana fino all'estremo limite della morte. Che per amore, sacrificando se stesso, salva le sue creature dal naufragio nel nulla, nella disperazione, nel vuoto di significato. Da qui, e non da altro, parte la riforma.


E allora si comprendono anche alcune delle risposte che il Papa ha dato a Peter Seewald nel libro in uscita quest'oggi e anticipate dalla stampa nei giorni scorsi. Come quella, tanto fraintesa e subito salutata con tripudio dagli stessi che fino a ieri dipingevano Ratzinger come il peggiore dei Papi possibili, sull'uso del preservativo nel caso in cui una prostituta (o «prostituto», secondo l'originale tedesco) rischi di contagiare il cliente col virus Hiv. «Questo - ha detto il pontefice - può essere il primo passo verso una moralizzazione, un primo atto di responsabilità per sviluppare di nuovo la consapevolezza del fatto che non tutto è permesso e che non si può far tutto ciò che si vuole». Tuttavia «questo non è il modo vero e proprio per vincere l'infezione dell'Hiv. È veramente necessaria una umanizzazione della sessualità». Ora, alla luce di quanto detto poc'anzi, è chiaro che il punto centrale dell'affermazione papale non è la questione del condom, peraltro limitata al caso specifico, bensì quella della «umanizzazione della sessualità». La chiave di volta, cioè, è ancora e sempre la sfida dell'«essere nuovo» da cui tutto, anche la morale, discende. Perché è solo l'«essere nuovo» che il cristianesimo ha portato nel mondo a poter rigenerare l'umanità nei suoi costumi e nelle sue pratiche. Non viceversa.

Gianteo Bordero

lunedì 20 settembre 2010

UN PAPA CHE FA LA STORIA. LA VISITA DI BENEDETTO XVI NEL REGNO UNITO

da Ragionpolitica.it del 20 settembre 2010

Benedetto XVI è un Papa che fa la storia. Come la fecero i grandi Papi riformatori del Medioevo, che seppero riproporre la freschezza e la novità del fatto cristiano in tempi confusi e difficili. La vera riforma - ha spiegato più volte Ratzinger, già da cardinale - non è infatti un cambiamento di struttura, ma è un'opera di purificazione del cuore e della ragione, di disincrostazione e di rimozione di ciò che non è essenziale alla fede cristiana. Questo è stato evidente anche nel viaggio nel Regno Unito, conclusosi domenica con la cerimonia di beatificazione del cardinale John Henry Newman. Una figura che Benedetto ha indicato come simbolo del dialogo fruttuoso tra fede e ragione, come maestro di vera educazione, e soprattutto come uomo che ha saputo rispondere con coraggio e senza riserve alla vocazione di Dio. Tre temi, questi, che hanno fatto da filo conduttore della visita papale, e che suggeriscono un percorso di rinnovamento spirituale nel quale il Pontefice individua il punto di ripartenza non soltanto per la presenza cristiana nel mondo, ma anche per una convivenza sociale solida e feconda, che sappia davvero mettere al centro la persona umana nella sua integralità.


Fede e ragione. La questione del rapporto tra fede e ragione è stata al centro dell'intervento di Benedetto XVI alla Westminster Hall, di fronte alle autorità civili britanniche. Esistono dei principi morali - ha detto il Papa - che sono accessibili alla ragione umana anche «prescindendo dal contenuto della rivelazione», e che possono fornire il «fondamento etico delle scelte politiche». Questo significa che compito della Chiesa e dei cristiani non è tanto quello di indicare dall'alto alla società norme morali a cui può attingere il lume naturale dell'intelletto di ciascuno, credente o meno che sia, quanto quello di «aiutare nel purificare e gettare luce sull'applicazione della ragione nella scoperta dei principi morali oggettivi». Ciò implica da un lato che alla religione venga riconosciuto quel ruolo pubblico che non di rado oggi le viene negato, nelle società secolarizzate, in nome di una concezione della fede come mero fatto privato; dall'altro lato, occorre che anche la religione riconosca il ruolo purificatore della ragione per non cadere preda del settarismo e del fondamentalismo, «forme distorte di religione» che «possono mostrarsi esse stesse causa di seri problemi sociali». La prospettiva indicata da Papa Ratzinger è ancora una volta quella di una sana laicità, alla quale egli richiama sia i non credenti che i credenti: «Il mondo della ragione ed il mondo della fede - il mondo della secolarità razionale e il mondo del credo religioso - hanno bisogno l'uno dell'altro e non dovrebbero avere timore di entrare in un profondo e continuo dialogo, per il bene della nostra civiltà».


L'educazione. Questo tema è stato affrontato dal Pontefice nell'incontro con i rappresentanti delle scuole cattoliche e poi nell'omelia durante la messa di beatificazione del cardinale Newman. Affinché divenga possibile un fruttuoso dialogo tra fede e ragione, è necessario che alla base vi sia un percorso educativo che valorizzi integralmente la persona umana, preparandola a «vivere la vita in pienezza». E' quello per cui si è speso il beato John Henry Newman: «Fermamente contrario - ha detto il Papa - ad ogni approccio riduttivo o utilitaristico, egli cercò di raggiungere un ambiente educativo nel quale la formazione intellettuale, la disciplina morale e l'impegno religioso procedessero assieme». Si tratta di un'educazione alla sapienza intesa non soltanto come sapere intellettuale, ma come apertura alla realtà nel suo complesso e all'ampiezza delle domande che abitano il cuore di ciascuno. E' la dimensione trascendente dello studio e dell'insegnamento che è stata «chiaramente compresa dai monaci che hanno così tanto contribuito alla evangelizzazione di queste isole»: fu il loro impegno a «gettare le fondamenta della nostra cultura e civiltà occidentali».


La vocazione. Oscurato dai media - che hanno preferito in molti casi porre l'accento esclusivamente sulle dichiarazioni del Papa a proposito dei casi di pedofilia nel clero -, è stato forse questo il punto che più stava a cuore a Benedetto XVI per il suo viaggio nel Regno Unito. Lo si è intuito nella veglia di preghiera ad Hyde Park in preparazione alla cerimonia di beatificazione di Newman, quando di fronte a centomila giovani - un numero superiore alle attese, che ha sconfessato i soliti uccelli del malaugurio che annunciavano giorni cupi per il Pontefice in Gran Bretagna - Ratzinger ha parlato del cammino di conversione del cardinale inglese e ha ricordato una delle sue meditazioni: «Dio mi ha creato per offrire a lui un certo specifico servizio. Mi ha affidato un certo lavoro che non ha affidato ad altri». Così diviene chiaro che il dinamismo della fede cristiana non è destinato a rimanere relegato nella sfera privata: l'adesione personale alla verità rivelata, a Cristo che è «via, verità e vita», è per sua natura risposta pubblica ad un compito specifico a cui si è chiamati. Questo è particolarmente urgente in un tempo nel quale «una profonda crisi di fede è sopraggiunta nella società». Rivolgendosi quindi ai giovani, il Papa li ha invitati «ad operare per la diffusione del Regno impregnando la vita temporale dei valori del Vangelo», non avendo paura della chiamata di Dio, ma essendo aperti «alla Sua voce che risuona nel profondo del cuore». Come il cardinale Newman, la cui nota espressione «Cor ad cor loquitur», scelta come motto del viaggio pontificio, «permette di penetrare nella sua comprensione della vita cristiana come chiamata alla santità, sperimentata come l'intenso desiderio del cuore umano di entrare in intima comunione con il Cuore di Dio». La vocazione universale dei cristiani alla santità passa per il «sì» di ciascuno al compito che Dio gli ha assegnato. Così vive il cristianesimo nella storia, e così lo ha riproposto Benedetto XVI nei suoi intensi quattro giorni nel Regno Unito.

Gianteo Bordero

lunedì 13 settembre 2010

RELATIVIZZARE DIO SIGNIFICA RELATIVIZZARE LA DIGNITÀ DELL'UOMO

da Ragionpolitica.it del 13 settembre 2010

E' molto chiaro il messaggio che Benedetto XVI ha voluto lanciare col suo discorso pronunciato durante la presentazione delle lettere credenziali del nuovo ambasciatore della Repubblica Federale di Germania presso la Santa Sede: quando si affievolisce l'affermazione della dignità e della centralità della persona umana, si spalancano le porte a ogni genere di sopruso e si pongono le basi per la disgregazione della società. Tutto nasce, secondo il Papa, dalla dimenticanza del carattere personale del Dio cristiano e dall'affermarsi di una vaga religiosità incapace di fondare una vera cultura della vita, una solida morale, una feconda crescita sociale: «Al posto del Dio personale del cristianesimo, che si rivela nella Bibbia, subentra un essere supremo, misterioso e indeterminato, che ha solo una vaga relazione con la vita personale dell'essere umano». Alla base delle parole del Pontefice vi è la consapevolezza che la storia della nostra civiltà, dell'Europa a cui apparteniamo, è fondata sul principio secondo cui l'essere personale dell'uomo è analogia dell'essere personale di Dio: il Dio cristiano, che per sua stessa essenza è relazione d'amore tra le Persone trinitarie, entra in rapporto con l'uomo creato «a Sua immagine e somiglianza». La creazione è cioè già essa stessa il «tu» rivolto da Dio all'uomo, che rende possibile il «tu» dell'uomo a Dio. Tolto questo legame ontologico, la relazione personale tra creatura e creatore, la dignità umana diventa una variabile dipendente dalle culture, dalle mode, dal potere, dal pensiero dominante nella società.


L'affermarsi di una concezione di Dio impersonale e indeterminata ha conseguenze esiziali, secondo Papa Benedetto, nel campo della giustizia e della legislazione, perché quando diviene prevalente l'idea di un Dio «che non conosce, non sente e non parla, e, più che mai, non ha un volere, il bene e il male alla fine non sono più distinguibili». L'esito di tale convinzione è che «l'uomo perde la sua forza morale e spirituale, necessaria per uno sviluppo complessivo della persona». E «l'agire sociale viene dominato sempre di più dall'interesse privato o dal calcolo del potere, a danno della società». I segnali che mostrano come questa tendenza operi oggi a livello sociale e politico si possono scorgere - dice il Pontefice - nei dibattiti e talvolta anche nelle leggi che toccano temi indissolubilmente legati alla centralità della persona umana e sui quali il magistero cattolico ha definito alcuni principi «non negoziabili»: la vita e la famiglia.


La vita. Secondo Benedetto XVI «le nuove possibilità della biotecnologia e della medicina ci mettono spesso in situazioni difficili che rassomigliano a un camminare sulla punta della cresta. Noi abbiamo il dovere di studiare diligentemente fin dove questi metodi possono fungere d'aiuto per l'uomo e dove invece si tratta di manipolazione dell'uomo, di violazione della sua integrità e dignità. Non possiamo rifiutare questi sviluppi, ma dobbiamo essere molto vigilanti». Il problema non sta dunque nella ricerca e nel progresso delle scienze, bensì nel modo in cui essi vengono usati: a favore dell'uomo o contro l'uomo, a favore della vita o contro la vita. Se non è chiaro quel legame naturale tra Persona di Dio e persona umana che fonda la dignità di quest'ultima, il rischio è quello di iniziare a «distinguere - e spesso ciò accade già nel seno materno - tra vita degna e indegna di vivere», con la conseguenza che «non sarà risparmiata nessun'altra fase della vita, ancor meno l'anzianità e l'infermità».


La famiglia. E' in atto - dice il Papa - un «crescente tentativo di eliminare il concetto cristiano di matrimonio e famiglia dalla coscienza della società». Già altre volte, negli anni scorsi, Benedetto XVI aveva sottolineato che, se il Dio cristiano viene relativizzato, ogni prospettiva umana che contempli il «per sempre» e il dono totale di sé diventa per ciò stesso una contraddizione in termini. E se la persona non è più immagine di Dio, anche la dignità dell'amore umano si frantuma in mille pezzi, fino a svanire. La conseguenza è che la famiglia, testata d'angolo della società, perde la sua centralità, con esiti devastanti a livello sociale. Per questo - ha affermato il Pontefice di fronte al nuovo ambasciatore tedesco - «la Chiesa non può approvare iniziative legislative che implichino una rivalutazione di modelli alternativi della vita di coppia e della famiglia. Esse contribuiscono all'indebolimento dei principi del diritto naturale e così alla relativizzazione di tutta la legislazione e anche alla confusione circa i valori nella società».


La conclusione del Papa è che una comunità democratica e libera, per essere anche veramente umana, non può rinunciare alla verità. Perché senza verità, e senza rispetto della dignità della persona, il rischio è che anche la democrazia e la libertà siano in balìa del potere culturale, economico o politico di volta in volta dominante.


Gianteo Bordero

mercoledì 7 luglio 2010

OCCIDENTE, TERRA DI MISSIONE

da Ragionpolitica.it del 7 luglio 2010

Nei giorni scorsi Benedetto XVI ha istituito il Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione dell'Occidente, e vi ha posto a capo monsignor Rino Fisichella, già presidente della Pontificia Accademia per la vita e rettore dell'università Lateranense. L'annuncio è stato dato dal Papa il 28 giugno nel corso dei primi vespri della solennità dei santi Pietro e Paolo: «Vi sono regioni del mondo - ha spiegato - in cui il Vangelo ha messo da lungo tempo radici, dando luogo ad una vera tradizione cristiana, ma dove negli ultimi secoli, con dinamiche complesse, il processo di secolarizzazione ha prodotto una grave crisi del senso della fede cristiana e dell'appartenenza alla Chiesa. In questa prospettiva - ha proseguito - ho deciso di creare un nuovo organismo, nella forma di Pontificio Consiglio, con il compito precipuo di promuovere una rinnovata evangelizzazione nei paesi dove è già risuonato il primo annuncio della fede e sono presenti Chiese di antica fondazione, ma che stanno vivendo una progressiva secolarizzazione della società e una sorta di "eclissi del senso di Dio", che costituiscono una sfida a trovare mezzi adeguati per riproporre la perenne verità del Vangelo di Cristo».


Una decisione importante, quella di Benedetto XVI, in linea con la sua decennale riflessione a proposito dell'Europa e dell'Occidente. Luoghi che sono tornati ad essere terra di missione, in cui l'incisività della presenza cristiana non può più darsi per scontata come un tempo. Quando il Papa parla di «progressiva secolarizzazione» e di «eclissi del senso di Dio» tornano alla mente le espressioni con le quali il cardinale Ratzinger aveva descritto, nella messa pro eligendo pontifice che aprì il conclave del 2005, la situazione della Chiesa nel mondo attuale, soprattutto in quei contesti nei quali il cristianesimo è radicato da quasi due millenni: qui la «barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata» dalle onde delle correnti ideologiche, e oggi proprio il «lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina appare come l'unico atteggiamento all'altezza dei tempi odierni». E' il dramma della «dittatura del relativismo, che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie».


Occorre però capire che cosa significhi e in che cosa consista questa «nuova evangelizzazione». Innanzitutto non si tratta di proporre nuovi contenuti, ma di testimoniare nuovamente la fede cristiana trasmessa dalla tradizione nei luoghi in cui ci si trova a vivere, nell'ordinarietà della vita quotidiana: un piccolo ma grande eroismo feriale che diventi segno visibile e tangibile della presenza reale di Dio nel mondo, proprio in quei contesti che più sembrano lontani dall'adesione all'annuncio cristiano. Mostrare che la fede fa vivere e riempie di significato ogni meandro dell'esistere proprio laddove la mancanza di un senso totale della vita viene data per scontata, quasi un non detto che però finisce per diventare il criterio orientativo di ogni gesto, di ogni parola, di ogni scelta. E' qui, dove una sorta di tacito nichilismo di massa sembra esser divenuto la concreta professione di fede di tanti, che il cristiano, con la sua testimonianza, col suo stesso essere prima ancora che con il suo dire, può farsi sale della terra e lievito per una nuova fioritura di umanità. Perché il cristiano, prima ancora che una dottrina, porta con sé le tracce dell'incontro col Dio fattosi uomo, che agisce laddove ogni teoria umana non può arrivare: negli abissi dell'anima, nei silenziosi drammi interiori che solo Lui vede e conosce, che solo Lui può redimere.


In secondo luogo, il Pontificio Consiglio non vuole essere in quanto tale la risposta alla secolarizzazione e alla scristianizzazione. Esso è semmai uno strumento, un aiuto affinché siano chiari i termini del problema e possano così esser date indicazioni che ogni comunità e ogni singolo credente potranno poi fare propri. La risposta, dunque, non è la struttura in sé, ma è e resta la fede della Chiesa. Su questo punto il cardinale Ratzinger era stato chiaro nel suo libro-intervista con Vittorio Messori, Rapporto sulla fede. Parlando del «nostro darci da fare zelante per erigere nuove, sofisticate strutture», aveva detto: «Riforma vera non significa tanto arrabattarci per erigere nuove facciate, ma darci da fare per far sparire nella maggiore misura possibile ciò che è nostro, così che meglio appaia ciò che è Suo, del Cristo. È una verità che ben conobbero i santi: i quali, infatti, riformarono in profondo la Chiesa non predisponendo piani per nuove strutture ma riformando se stessi. L'ho già detto, ma non lo si ripeterà mai abbastanza: è di santità, non di management che ha bisogno la Chiesa per rispondere ai bisogni dell'uomo».


Gianteo Bordero

mercoledì 30 giugno 2010

DISINFORMAZIONE CONTINUA SULLA CHIESA E SU PAPA BENEDETTO XVI

da Ragionpolitica.it del 30 giugno 2010

Già tre anni fa scrivemmo che la Chiesa guidata da Papa Benedetto non gode di buona stampa: continui travisamenti delle parole del Pontefice, interpretazioni arbitrarie del suo pensiero, mistificazioni del suo magistero e dei suoi atti di governo. Che le cose stiano ancora oggi così è confermato dal modo con cui la maggior parte dei mass media ha riportato e commentato due episodi accaduti negli ultimi giorni. Dapprima la notizia della non decisione della Corte Suprema americana in merito alla questione della chiamata in causa della Santa Sede nei processi che vedono coinvolti sacerdoti accusati di pedofilia è stata trasformata tout court in una decisione contro il Vaticano, preannunciando - in molti casi non senza soddisfazione - la presenza alla sbarra del Papa e dei suoi collaboratori, che, non si sa come, sarebbero responsabili di fatti accaduti quarant'anni fa. E poi - secondo episodio - è stato completamente stravolto il senso dell'omelia pronunciata da Benedetto XVI durante la celebrazione della festa dei santi Pietro e Paolo. A leggere certi giornali e a sentire certi tg, il Pontefice avrebbe mosso un rabbioso atto d'accusa contro la Chiesa stessa, legittimando così i giudizi che dipingono la barca di Pietro come una banda poco raccomandabile di gente dedita ai peggiori crimini che si possano immaginare. Ratzinger ha detto tutt'altro, ma tant'è che nelle rassegne stampa del giorno egli era diventato il grande inquisitore, il fustigatore della Chiesa matrigna.


Ora, questa sistematica disinformazione in merito alla vita della Chiesa e all'opera del Papa può certamente essere spiegata - ma non giustificata - dicendo che il moderno sistema dell'informazione si nutre di immediatezza, di battute d'agenzia subito rilanciate da internet, di titoli rumorosi a cui non corrispondono contenuti meditati e approfonditi. Si può anche sostenere che molto spesso ai giornalisti manca il tempo materiale per andarsi a leggere un intero discorso pontificio (anche se l'omelia del 29 giugno, ad esempio, non era certo un testo lungo e complesso). Ancora, è possibile affermare che talvolta all'origine della mancata comprensione delle parole papali vi sia una disarmante ignoranza a proposito dei contenuti della dottrina cattolica e della storia ecclesiale, insomma che manchi l'abc per poter correttamente intendere le riflessioni di un fine teologo come Joseph Ratzinger. Può essere, e forse in alcuni casi è così...


Ma non si può negare, di fronte agli articoli pubblicati e ai servizi mandati in onda nei giorni scorsi dai cosiddetti «media laici», che alla base della cattiva informazione sulla Chiesa e su Benedetto XVI vi sia anche una ferma e pervicace volontà di mettere in cattiva luce il cattolicesimo in quanto tale, di fornire all'opinione pubblica un'immagine distorta e negativa dell'esperienza cristiana, di propagandare, come la cara e vecchia stampa massonica anticlericale, il falso per vero all'interno di una lotta ideologica senza quartiere contro una realtà che ha il solo torto di proporre agli uomini di ogni epoca una verità che è «segno di contraddizione» rispetto al pensiero dominante mondano e rispetto al modo solito di concepire i rapporti di potere e il potere stesso, politico, culturale o mediatico che sia. La drammatica testimonianza di monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino, pubblicata su Il Foglio del 29 giungo, è in tal senso emblematica e deve far riflettere. Dice Negri: «Chi oggi attacca la Chiesa ha uno scopo preciso: toglierle il diritto di educare. Nella mia diocesi, da quando i media enfatizzano la pedofilia nel clero, i bambini non vengono più portati negli oratori. A San Marino non abbiamo avuto mai nessuna accusa di pedofilia contro i ministri di Dio. Eppure tutti hanno paura».


Un conto, dunque, è dare le notizie e commentarle, magari in modo distratto o approssimativo, un altro conto è alimentare, come stanno facendo tanti mezzi d'informazione, una caccia alle streghe contro la Chiesa il cui unico obbiettivo è quello di muovere guerra al cattolicesimo, al Papa e infine agli stessi fedeli, ai quali viene più o meno esplicitamente suggerito - per usare un eufemismo - di non fidarsi più delle parrocchie, dei preti, degli oratori, dei catechisti, dei movimenti ecclesiali, come luoghi sani e sicuri in cui mandare i propri figli. Come già abbiamo detto altre volte, nessuno - Benedetto XVI in primis - nega la gravità dello scandalo pedofilia riguardante singoli ecclesiastici, e nemmeno la necessità di un'azione forte per fare chiarezza e contrastarlo, ma è pure evidente che esso viene usato da molti media per alimentare una campagna contro la Chiesa nel suo insieme che dovrebbe essere avversata da chiunque, laico o cristiano, ha a cuore la libertà di pensiero, di religione, di educazione e la sua piena attuazione nelle nostre società cosiddette «civili».


Gianteo Bordero

lunedì 28 giugno 2010

ABUSI CONTRO LA CHIESA

da Ragionpolitica.it del 28 giugno 2010

Profanare le tombe di gloriosi cardinali cattolici e tenere praticamente in ostaggio per quasi mezza giornata un'intera Conferenza Episcopale è il modo peggiore per condurre le indagini sui casi di pedofilia che vedono coinvolti membri del clero. Perché in questo modo si dimostra di voler colpire non tanto i singoli che si sono macchiati di un terribile crimine come quello dell'abuso sessuale sui minori, quanto la Chiesa stessa nel suo insieme. Tant'è vero che l'inchiesta della magistratura belga salita agli onori delle cronache in questi giorni è stata ribattezzata, con accenti inquietanti, «Operazione Chiesa». Un nome che definisce l'oggetto stesso delle indagini e delle accuse, facendo scempio di quel sacrosanto principio di responsabilità individuale che sta alla base di ogni codificazione non totalitaria del diritto penale. Solo così, del resto, è possibile motivare - si fa per dire - le scelte compiute dai magistrati che hanno organizzato il blitz dello scorso venerdì nella cattedrale di Malines e nella sede in cui era riunito l'episcopato belga.


Un atto ancor più grave se si tiene conto dell'atteggiamento di leale collaborazione adottato dalla Chiesa del Belgio, che aveva portato alla nascita di un'apposita Commissione indipendente presieduta dallo psichiatra Peter Adriaenssens, docente all'università di Lovanio, e composta anche da rappresentanti del ministero della Giustizia di Bruxelles. Questa Commissione, negli ultimi anni, aveva raccolto le testimonianze di 475 persone le quali avevano raccontato di essere state vittima di abusi sessuali da parte di sacerdoti. Le testimonianze, adeguatamente vagliate, sarebbero poi state trasmesse alle autorità giudiziarie, nel rispetto di coloro che si erano rivolti alla Commissione affermando chiaramente di non voler far ricorso alla magistratura. Così non sarà, visto che tutti i dossier sono stati sequestrati durante la perquisizione ordinata dalla Procura di Bruxelles. Inevitabili sono giunte lunedì le dimissioni del presidente Adriaenssens e di tutti i membri, poiché «la fiducia tra la giustizia e la Commissione è stata deteriorata e di conseguenza anche la fiducia tra la Commissione e le vittime che si sono rivolte a noi».


La magistratura belga, agendo in questo modo, non fa altro che alimentare quel deleterio clima di caccia alle streghe che da qualche tempo a questa parte circonda la Chiesa cattolica in quanto tale, legittimando la vulgata secondo cui essa altro non sarebbe che una congrega di pedofili, una cricca di pervertiti sessuali, una casta di orchi che ne combinano di tutti i colori tentando poi di sottrarsi alla giustizia. Qui, più che di fronte ad una tesi giudiziaria, sembra di trovarsi di fronte ad un teorema ideologico fondato sul pregiudizio nei confronti di una istituzione. E’ chiaro che in questo clima le inchieste non possono svolgersi con quell'equilibrio e quella misura che casi come quelli in oggetto richiederebbero. Se infatti l'obiettivo finale è colpire la Chiesa più che i singoli autori di un reato, saranno inevitabili le distorsioni, le forzature, gli abusi.


Questo è un dato che non va sottovalutato: esso mostra che le indagini sui preti accusati di pedofilia possono essere usate come benzina che viene gettata sul fuoco per alimentare l'ostilità alla Chiesa e l'odio anti-cattolico ormai ampiamente diffusi anche in Occidente. La collaborazione dei vescovi con le autorità giudiziarie non può essere definita tale se queste stesse autorità mostrano una chiara volontà persecutoria nei confronti della Chiesa.

Gianteo Bordero

lunedì 21 giugno 2010

IL CASO SEPE. TRASPARENZA NEL RISPETTO DEL CONCORDATO

da Ragionpolitica.it del 21 giugno 2010

Trasparenza e collaborazione con le autorità giudiziarie. Queste parole d'ordine di Benedetto XVI di fronte alla vicenda dei preti accusati di pedofilia valgono anche, mutatis mutandis, per altri casi che vedono implicati membri della Chiesa cattolica in inchieste della magistratura. Come, da ultimo, quella sulla cosiddetta «cricca» dei Grandi Eventi, nella quale risulta indagato per concorso in corruzione aggravata il cardinale Crescenzio Sepe, oggi arcivescovo di Napoli e dal 2001 al 2006 prefetto della Congregazione di Propaganda Fide, l'importante organismo della Santa Sede che si occupa del sostegno all'attività missionaria della Chiesa. E' proprio sul ruolo di Sepe al tempo del suo incarico alla guida della Congregazione che si concentra l'attenzione dei pubblici ministeri, secondo i quali il porporato avrebbe gestito in modo illecito il consistente patrimonio immobiliare di Propaganda Fide per ottenere favori da pubblici ufficiali oggi al centro dell'inchiesta della Procura di Perugia. Come Angelo Balducci, all'epoca provveditore alle Opere Pubbliche del Lazio, nonché Gentiluomo di Sua Santità e consultore della stessa Congregazione.


In una lettera inviata ai fedeli della sua diocesi, dopo aver illustrato gli addebiti che gli vengono mossi dalla magistratura, il cardinale ha affermato di aver sempre agito «nella massima trasparenza», «secondo coscienza» e «avendo come unico obiettivo il bene della Chiesa». Si è detto «sereno nella prova», concludendo però la sua missiva con un accenno che non potrà non suscitare altre polemiche: «Accetto la Croce e perdono, dal profondo del cuore, quanti, dentro e fuori la Chiesa, hanno voluto colpirmi». Il probabile riferimento, per ciò che concerne l'intra Ecclesiam, è a tutti coloro che, in questi giorni, non hanno mancato di ricordare la scelta con cui Ratzinger, nel 2006, da poco eletto Papa, «rimosse» Sepe da Propaganda Fide dopo soli cinque anni di prefettura - un caso più unico che raro per quanto riguarda questa Congregazione - e lo destinò alla guida della diocesi di Napoli, chiamando a sostituirlo il cardinale indiano Ivan Dias. Già allora questa decisione di Benedetto XVI suscitò un certo clamore: l'assegnazione ad una diocesi - ancorché importante come quella partenopea - dopo la guida di un dicastero di prim'ordine come quello delle Missioni non poteva certo essere considerata come una promozione. Tanto più che nel corso del Giubileo del 2000 l'allora cardinale Ratzinger aveva manifestato le sue perplessità per l'attivismo del Comitato organizzatore e aveva annoverato se stesso «tra quelle persone che hanno difficoltà a trovarsi in una struttura celebrativa permanente». E chi era alla guida del Comitato? Guarda caso proprio da Sepe. Coincidenze? Forse, ma a più di uno questo episodio tornò alla mente quando, divenuto Papa, Ratzinger chiamò Dias a Roma e inviò Sepe a Napoli.


In attesa degli sviluppi dell'inchiesta perugina, è importante sottolineare che la scelta della trasparenza e della collaborazione da parte della Santa Sede, ribadita anche in questi giorni, non significa sorvolare sulle norme che regolano i rapporti tra il Vaticano e l'Italia, cioè tra due Stati sovrani le cui relazioni sono disciplinate da un Concordato. Come ha ricordato il responsabile della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, in questa vicenda «bisognerà tenere conto anche degli aspetti procedurali e dei profili giurisdizionali impliciti nei corretti rapporti tra Santa Sede e Italia». In sostanza, i magistrati non potranno trascurare, ad esempio, l'articolo 4 del Concordato. Esso prevede, al comma 4, che «gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero». E' chiaro che se il Vaticano si muove con grande senso di responsabilità e invita il cardinal Sepe alla massima disponibilità nei confronti dei magistrati, eguale atteggiamento dovrebbe caratterizzare l'operato dei pubblici ministeri. Anche perché lo stesso Codice di Procedura Penale italiano, all'articolo 200, comma 1, stabilisce che «i ministri di confessioni religiose, i cui statuti non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano, non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio ministero, salvi i casi in cui hanno l'obbligo di riferirne all'autorità giudiziaria».


In forza di tutto ciò, sarebbe auspicabile, da parte dei pm, uno stile sobrio e altrettanto responsabile, evitando di dare la stura a inutili spettacolarizzazioni o a gogne mediatiche contro l'indagato di turno. Se l'interesse supremo della Chiesa, nel caso in oggetto, è tutelare e difendere il prestigio e il buon nome del suo dicastero che si occupa di una realtà decisiva come le missioni, quello dei magistrati dovrebbe essere quello di mostrare una rinnovata sobrietà e misura in un sistema giudiziario che spesso, troppo spesso, all'accertamento puntuale e circostanziato delle accuse ha preferito il clamore di inchieste sui «grandi nomi» tante volte terminate in «grandi flop».

Gianteo Bordero

mercoledì 16 giugno 2010

BENEDETTI SACERDOTI

da Ragionpolitica.it del 16 giugno 2010

Venerdì la conclusione dell'anno sacerdotale indetto da Benedetto XVI, lunedì i funerali di monsignor Luigi Padovese, martire della fede nella difficile realtà turca. La figura del prete cattolico ritorna così al centro del dibattito ecclesiale e non solo. Certamente anche a motivo dello scandalo pedofilia che da qualche mese ha investito una parte - ancorché molto ridotta - del clero, e che è stato usato da molti non soltanto per una campagna in grande stile contro la Chiesa, ma anche per tornare a chiedere con insistenza l'abolizione del celibato sacerdotale. Come se questo fosse la causa delle violenze sui minori da parte dei preti.


Sacerdozio e celibato, invece, nella dottrina cattolica, fanno parte di un unico dinamismo di fede: entrambi rappresentano carnalmente quella dimensione dell'offerta totale di sé che caratterizza nel profondo il fatto cristiano. Innanzitutto l'offerta di Cristo, il suo donarsi fino in fondo agli uomini con la sua passione e morte, con il suo sacrificio che si replica misteriosamente ma realmente durante la celebrazione di ogni messa attraverso l'atto di consacrazione del sacerdote: qui, come ha detto il Papa durante la veglia di preghiera dello scorso giovedì in Piazza San Pietro, di fronte a diverse migliaia di preti, «parliamo in persona Christi. Cristo ci permette di usare il suo "io", parliamo nell'"io" di Cristo, Cristo ci "tira in sé" e ci permette di unirci, ci unisce con il suo "io". E così, tramite questa azione, questo fatto che Egli ci "tira" in se stesso, in modo che il nostro "io" diventa unito al suo, realizza la permanenza, l'unicità del suo Sacerdozio; così Lui è realmente sempre l'unico Sacerdote, e tuttavia molto presente nel mondo, perché "tira" noi in se stesso e così rende presente la sua missione sacerdotale». Essere prete, quindi, è innanzitutto una novità ontologica, un avvenimento spirituale che testimonia in massimo grado quell'unione mistica tra l'uomo e Dio che Gesù ha reso possibile. Non è un mestiere, non è una professione, non è semplicemente una funzione ecclesiale: è un essere nuovo, la risposta a una chiamata elettiva di Dio che si realizza nel sacramento dell'Ordine.


E qui, in questa dimensione sacramentale del sacerdozio cattolico, trova il suo fondamento anche la questione del celibato. Perché nella consacrazione dell'eucaristia il prete non soltanto è «tirato dentro» alla passione e alla morte di Cristo, ma è anche «tirato fuori» verso «il mondo della resurrezione», ha detto Benedetto XVI. Dunque, il fatto che egli divenga in qualche modo un tutt'uno con la persona di Gesù e quindi entri in quello spazio di donazione totale al Padre nella stessa forma virginale vissuta dal Nazareno, rende la sua condizione di celibe anche una «anticipazione» della risurrezione. E' la natura profetica del sacerdozio di cui ormai poco si parla, se non in un senso del tutto improprio, cioè quello della «previsione» del futuro in forza di chissà quale capacità nell'arte divinatoria. Invece la questione è, sotto un certo aspetto, più semplice, ma non per questo banale. Non si tratta di una dote che l'uomo si dà da sé, bensì di un'azione della grazia di Dio che, attraverso la chiamata al celibato, rende visibile tra gli uomini un segno che proietta «questo presente verso il vero presente del futuro, che diventa presente oggi». Cioè Dio, futuro verso cui tutto tende, si fa presente agli uomini, spalancando loro proprio le porte del futuro. Della risurrezione.


Questo è il senso, la ragione ultima del celibato. Che oggi va riscoperto, non messo da parte come un residuo del passato della Chiesa insopportabile per l'uomo contemporaneo. Perché - ha spiegato il Papa - «un grande problema della cristianità del mondo di oggi è che non si pensa più al futuro di Dio: sembra sufficiente solo il presente di questo mondo. Vogliamo avere solo questo mondo, vivere solo in questo mondo. Così chiudiamo le porte alla vera grandezza della nostra esistenza. Il senso del celibato come anticipazione del futuro è proprio aprire queste porte, rendere più grande il mondo, mostrare la realtà del futuro che va vissuto da noi già come presente». E' questa dimensione escatologica che fa del celibato un'anticipazione visibile della misteriosa pienezza del rapporto tra l'uomo e Dio che si realizza definitivamente nel Paradiso. Siamo dunque nel campo di quei «novissimi» della tradizione cristiana che oggi possono risultare ostici per chi è abituato a vedere il prete come un «organizzatore pastorale» o un «operatore sociale», seppur sui generis. E forse è proprio il fatto che certe verità non siano state più respirate dal popolo credente, accantonate in nome di una riduzione sociologica del cristianesimo, ad aver così indebolito gli anticorpi di fronte agli assalti - esterni ed interni - contro il celibato.


Per tutti questi motivi Benedetto XVI ha mostrato come sia necessario da un lato recuperare la coscienza della grandezza del sacerdozio cattolico, dall'altro essere consapevoli del fatto che gli attacchi contro di esso - e contro il celibato - sono non di rado attacchi contro la sua stessa natura. Che è quella di rendere presente Dio nel mondo, tra le cose degli uomini: è - ha concluso il Papa - «un "sì" definitivo, è un lasciarsi prendere in mano da Dio, darsi nelle mani del Signore, nel suo "io"» crocifisso, morto e risorto. Questo rende possibile quell'eroismo ordinario, spesso silenzioso e nascosto, del prete. E che diventa straordinario motivo di scandalo per coloro che, come l'assassino di monsignor Padovese, vedono nella testimonianza dei cristiani e dei loro sacerdoti una minaccia disarmata e disarmante ai criteri orizzontali di potere, mondani e religiosi.

Gianteo Bordero

mercoledì 9 giugno 2010

L'IMPORTANTE VISITA DI BENEDETTO XVI A CIPRO

da Ragionpolitica.it del 9 giugno 2010

La presenza cristiana in Medio Oriente, il rapporto con gli ortodossi, la pace. E' attorno a questi tre temi che è ruotato il viaggio apostolico di Benedetto XVI a Cipro, svoltosi dal 4 al 6 giugno. Era la prima volta che un Pontefice faceva sosta sull'isola che duemila anni or sono fu la prima tappa della grande predicazione di San Paolo alle genti.


Una terra che oggi deve però a fare i conti con la difficile situazione interna (sia dal punto di vista politico che religioso) che si protrae da almeno mezzo secolo, cioè da quando, ottenuta l'indipendenza dalla Gran Bretagna, Cipro è divenuta teatro di tensioni e scontri tra la maggioranza di origine greca (e cristiana) e la minoranza di origine turca (e musulmana). Una divisione documentata dall'esistenza, all'interno del territorio dell'isola, di due Repubbliche: una greco-cipriota, ufficialmente riconosciuta dalla comunità internazionale e membro dell'Unione Europea, e l'altra turco-cipriota, sorta nel 1974 in seguito all'invasione del nord del paese da parte dell'esercito di Ankara. Il simbolo visibile di tale divisione è la «Linea Verde» che taglia in due la città di Nicosia e che delimita la zona cuscinetto tra i quartieri greci e quelli turchi. Oggi presidiata dai Caschi Blu dell'Onu, la barriera è stata definita l'«ultimo muro» che ancora resiste in Europa dopo la caduta di quello di Berlino. Nonostante i vari tentativi messi in campo per raggiungere un compromesso che porti alla nascita di un'unica entità statale di tipo federale, la situazione segna ancora il passo, soprattutto dopo che un mese fa il leader turco-cipriota Mehmet Talat, più aperto al confronto, ha perso le elezioni ed è salito al potere Dervis Eroglu, contrario allo Stato federale e fautore di una più blanda Confederazione tra due Stati.


Di fronte a questo spinoso contesto, Benedetto XVI ha sùbito messo in chiaro, sin dalla conferenza stampa tenuta durante il volo di trasferimento da Roma a Paphos, che la sua visita avrebbe avuto principalmente un carattere spirituale e religioso, e si sarebbe posta come prosecuzione ideale del pellegrinaggio in Terra Santa dello scorso anno e di quello a Malta di un mese fa. Ciò non significa, però, che il Papa abbia fatto finta di niente ed abbia eluso i nodi da sciogliere per un miglioramento dei rapporti tra le diverse comunità presenti sull'isola e in vista di una soluzione ragionevole delle controversie politiche in corso. Egli è anzi andato al cuore dei problemi, ma lo ha fatto a suo modo, ricordando che è proprio un messaggio religioso come quello di cui la Chiesa è latrice che può servire, più di ogni altra cosa, per «preparare maggiormente le anime a trovare l'apertura per la pace». Infatti - ha aggiunto - «queste non sono cose che vengono dall'oggi al domani, ma è molto importante non solo fare i necessari passi politici, ma soprattutto anche preparare le anime per essere capaci di fare i passi politici necessari, creare quell'apertura interiore per la pace, che, alla fine, viene dalla fede in Dio e dalla convinzione che siamo tutti figli di Dio e fratelli e sorelle fra di noi». La Chiesa, insomma, non propone specifiche soluzioni politiche, ma indica agli uomini la via di quel rinnovamento spirituale che solo può garantire un'autentica e duratura pace tra i popoli e le nazioni.


Ciò non significa una irenica neutralità, un lavarsene pilatescamente le mani, soprattutto di fronte a situazioni come quelle denunciate dall'arcivescovo ortodosso Chrysostomos, che ha ricordato da un lato la sistematica violazione dei simboli e delle testimonianze della storia cristiana di Cipro nella parte settentrionale occupata dai musulmani e, dall'altro lato, l'operazione demografica con cui i turchi stanno tentando di diventare maggioranza nel paese. Benedetto XVI era ed è consapevole di tutto ciò, e lo ha detto chiaramente durante la cerimonia di congedo del 6 giugno, all'aeroporto di Larnaca, rivolgendosi con queste parole al presidente della Repubblica Christofias: «Ho potuto vedere di persona qualcosa della triste divisione dell'isola, come pure rendermi conto della perdita di una parte significativa di un'eredità culturale che appartiene a tutta l'umanità. Ho potuto anche ascoltare ciprioti del nord che vorrebbero ritornare in pace alle loro case e ai loro luoghi di culto, e sono stato profondamente toccato dalle loro richieste». Inoltre il Papa, nei suoi discorsi, non ha mai citato la Repubblica turco-cipriota, proprio per non fornire a tale entità alcun appiglio per rivendicare quella legittimazione internazionale a tutt'oggi negatagli. Ma quello che stava a cuore al Pontefice, come detto, non era in primis la disputa politica, bensì l'indicazione di una via spirituale alla pace che proprio i cristiani sono chiamati a costruire per il Medio Oriente, proprio partendo da Cipro.


Infatti l'isola è stata scelta dal Papa come luogo-simbolo per consegnare ai vescovi mediorientali l'Instrumentum Laboris per la prossima assemblea sinodale, che avrà luogo a Roma dal 10 al 24 ottobre 2010, sul tema «La Chiesa cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza». Della presenza e del ruolo dei cattolici oggi nei luoghi che furono la culla del cristianesimo Benedetto XVI ha parlato anche durante la Messa celebrata a Nicosia il 5 giugno, con una splendida omelia sul significato della croce: per le comunità cattoliche mediorientali, che spesso si trovano a vivere come un piccolo gregge in terre fortemente ostili all'annuncio del Vangelo e al messaggio della salvezza, il fatto di non fuggire altrove è già di per se stesso una testimonianza cristiana mirabile, è portare assieme a Cristo la croce. «Dove i cristiani sono in minoranza - ha detto il Papa - dove soffrono privazioni a causa delle tensioni etniche e religiose, un sacerdote, una comunità religiosa, una parrocchia che rimane salda e continua a dar testimonianza a Cristo è un segno straordinario di speranza non solo per i cristiani, ma anche per quanti vivono nella Regione. La loro sola presenza è un'espressione eloquente del Vangelo della pace. Abbracciando la croce loro offerta, i sacerdoti e i religiosi del Medio Oriente possono realmente irradiare la speranza che è al cuore del mistero che celebriamo nella liturgia odierna». Come ha fatto monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico in Anatolia ucciso a Iskenderun, in Turchia, il 4 giugno (le ultime notizie al proposito parlano della possibilità di un omicidio secondo il rituale islamico): «La sua morte - ha affermato Benedetto XVI - è un lucido richiamo alla vocazione che tutti i cristiani condividono ad essere, in ogni circostanza, testimoni coraggiosi di tutto ciò che è buono, nobile e giusto».


Proprio laddove i cristiani sono perseguitati, dove i loro diritti non di rado vengono calpestati, dove la libertà religiosa soccombe di fronte a un fondamentalismo asfissiante e violento, la loro presenza e la loro fedeltà al Vangelo assumono un valore paradigmatico: tale presenza e tale fedeltà divengono, infatti, oasi di vera umanità, di vero amore per il prossimo, di vera pace. Un esempio, questo, di cui tutti dovrebbero tenere conto, a partire dalla comunità internazionale, adoperandosi affinché le tensioni e i conflitti che ormai da tempo caratterizzano il Medio Oriente trovino ragionevole e giusta soluzione. Altrimenti - ha ammonito Papa Ratzinger - il rischio è quello di uno «spargimento maggiore di sangue».


Infine, per quanto riguarda l'altro punto centrale della visita di Benedetto XVI a Cipro, e cioè il rapporto tra cattolici e ortodossi, si è potuto registrare un clima di grande cordialità e comunione tra il Papa e l'arcivescovo Chrysostomos II, con il quale, negli ultimi anni, il Pontefice ha instaurato un dialogo fraterno e fecondo. Lo si è visto chiaramente durante la celebrazione ecumenica presso la chiesa di Agia Kiriaki Chrysopolitissa di Paphos, luogo-simbolo della predicazione paolina che qualche tempo fa la comunità ortodossa - la quale raccoglie la stragrande maggioranza dei cristiani ciprioti - hanno messo a disposizione di cattolici e anglicani, a testimonianza di un deciso e coraggioso cammino verso la piena comunione tra le diverse confessioni cristiane sull'isola. Nel suo discorso - e questo è l'elemento di rilievo da sottolineare - Benedetto XVI ha chiarito che il percorso ecumenico non può fondarsi soltanto sul confronto teologico, ma deve necessariamente partire, come nel caso di Cipro, dalla condivisione della comune eredità nata dalla predicazione apostolica. «Questa - ha detto il Papa - è la comunione, reale, benché imperfetta, che già ora ci unisce, e che ci sospinge a superare le nostre divisioni e a lottare per ripristinare quella piena unione visibile, che è voluta dal Signore per tutti i suoi seguaci». Il Pontefice ha anche annunciato che alla prossima assemblea del Sinodo per il Medio Oriente prenderanno parte i delegati delle altre Chiese cristiane. Una scelta importante, perché l'unità visibile di «tutti i discepoli di Cristo» può rafforzare la «testimonianza del Vangelo nel mondo d'oggi».


Per tutti questi motivi la presenza cristiana a Cipro, ponte tra Oriente ed Occidente, è davvero un segno di speranza non soltanto per i credenti, ma per tutti coloro che lavorano affinché il Medio Oriente possa trovare una pace autentica e stabile, possibile solo se a prevalere sarà quella «pazienza del bene» che il Papa ha indicato come strada maestra per la soluzione dei conflitti.

Gianteo Bordero

venerdì 4 giugno 2010

L'ASSASSINIO DI MONSIGNOR LUIGI PADOVESE

da Ragionpolitica.it del 4 giugno 2010

A poco più di quattro anni di distanza dall'uccisione di don Andrea Santoro per mano di un giovane musulmano, un'altra morte violenta sconvolge la piccola comunità cattolica presente in Turchia: questa volta la vittima è monsignor Luigi Padovese, dal 2004 vicario apostolico dell'Anatolia e attuale presidente della Conferenza Episcopale turca. L'assassino è il ventiseienne Murat Altun, da qualche anno autista e collaboratore di Padovese, che ha accoltellato il prelato nel giardino dell'abitazione di Iskenderun, nel sud del paese. Alla polizia, l'omicida avrebbe dichiarato di aver agito dopo aver avuto una «rivelazione divina». L'avvocato del giovane ha affermato che il suo assistito «soffre di turbe mentali» e per questo si trovava da un po' di tempo sotto cura psicologica. Un dato, quest'ultimo, che porterebbe ad escludere il movente religioso o politico, anche se monsignor Ruggero Franceschini, arcivescovo di Smirne, ha dichiarato che la spiegazione dell'omicidio unicamente come il gesto di uno squilibrato non lo convince appieno: «E' un luogo comune - ha detto Franceschini - che era già stato utilizzato per don Andrea Santoro». «Fra i fedeli e il mondo turco - scrive l'autorevole sito missionario Asianews.it - si fa fatica ad accettare la sola tesi della malattia psichica del giovane, divenuta evidente solo qualche mese fa. Diversi attentati negli anni scorsi sono stati compiuti da giovani definiti instabili, rivelatisi poi in legame con gruppi ultranazionalisti e anti-cristiani». Per questo è necessario che le indagini siano approfondite e non liquidino comodamente e sbrigativamente quanto accaduto con il refrain del «gesto isolato di un folle».


In attesa di sviluppi, una riflessione va fatta su un particolare aspetto richiamato da questa vicenda: si tratta del ruolo svolto dai cattolici in una terra difficile come quella turca, in una società che da qualche anno vive al suo interno una significativa tensione tra il tradizionale kemalismo laico inaugurato da Ataturk e i richiami delle sirene dell'islamismo radicale, le quali lanciano un messaggio che oggi sembra fare breccia tra fasce sempre più ampie della popolazione. Il fatto stesso che al governo del paese si trovi un partito di matrice islamica - ancorché «moderata» - come l'Akp di Erdogan e Gul, che in qualche modo ha segnato un punto di rottura con il passato della Repubblica, la dice lunga sulla forza dei venti che soffiano nella società turca in questo momento. Ebbene, in tale contesto la presenza della minoranza cattolica diviene sempre più un «segno di contraddizione», in quanto portatrice di una visione del mondo e della fede profondamente diversa da certe espressioni con cui oggi l'islam si presenta di fronte al mondo.


Una visione del mondo e della fede per comprendere la quale rimangono decisive le parole pronunciate da Benedetto XVI nella celebre lectio magistralis di Ratisbona del 12 settembre 2006. Il Papa, in quell'occasione, mostrò chiaramente che «la violenza è in contrasto con la natura di Dio e con la natura dell'anima» e, riprendendo le espressioni dell'imperatore bizantino Manuele II Paleologo durante un dialogo su cristianesimo e islam con un persiano colto, affermò che «chi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia». Parole che trovano conferma concreta nel modo in cui monsignor Padovese, e prima di lui don Santoro, hanno portato avanti la loro missione in Turchia: come profeti disarmati di una verità che non si impone agli uomini con la spada e la sopraffazione, ma si propone ad essi con la mitezza dell'annuncio, con la disponibilità all'accoglienza, con lo sguardo semplice di chi vuole portare nel mondo l'amore e la pace, non l'odio e la guerra.


Sia don Santoro che monsignor Padovese erano uomini cosiddetti «del dialogo», non nel senso di un irenismo ipocrita e un tanto al chilo, ma nella fedeltà alle parole del Vangelo: «Vi mando come pecore in mezzo ai lupi». Per questo la loro morte violenta in terra musulmana dovrebbe far riflettere ancora di più tutti coloro che immaginano un confronto con l'islam indolore e non problematico. Prendere atto della differenza, cioè della verità, è il primo modo per costruire la pace. Un gesto che a volte si può pagare anche col sangue e con la vita.

Gianteo Bordero

venerdì 21 maggio 2010

PERCHÉ ALLA CHIESA NON SERVE L'«AGENDA PROGRESSISTA»

da Ragionpolitica.it del 21 maggio 2010

La prima, drammatica scena del film La passione di Cristo di Mel Gibson mostra Gesù che, nell'orto degli ulivi, «sapendo che era giunta la sua ora», implora dal Padre la forza per accettare ciò che di lì a poco gli sarebbe accaduto: la cattura, il processo, la tortura, la condanna, la crocifissione, infine la morte. Anche qui, come già era avvenuto all'inizio della missione pubblica del Nazareno, nei quaranta giorni di preghiera e digiuno nel deserto, compare il Tentatore, Satana. Il quale si rivolge così al Figlio di Dio: «Credi veramente che un uomo possa portare tutto il peso del peccato?». E ancora: «Nessun uomo può portare questo peso, credimi. Salvare le loro anime è troppo faticoso».


E', questo, lo snodo fondamentale della vicenda di Cristo: Gesù sapeva a che cosa sarebbe andato incontro, sapeva che così avrebbe dovuto compiersi la sua missione tra gli uomini, e se, tra mille tormenti e sofferenze interiori, in un primo momento chiede al Padre: «Se è possibile, allontana da me questo calice», subito dopo dice: «Ma sia fatta la tua volontà». E così il Serpente è schiacciato, se ne va sconfitto per ricomparire poi ai piedi della croce del Nazareno per sottoporgli l'ultima, gigantesca tentazione: scendere da quel legno per salvare se stesso, rinunciando all'opera per cui era stato mandato: redimere col suo sangue l'umanità, prendendo su di sé il carico di tutto il male del mondo. Il «sì» totale di Cristo alla volontà del Padre, la sua passione, la sua morte, la sua discesa agli inferi, la sua resurrezione, sono davvero la vittoria di Dio sul Male, come ricorda la bellissima sequenza che la liturgia cristiana intona nel giorno di Pasqua: «Victimae paschali laudes immolent christiani. Agnus redemit oves: Christus innocens Patri reconciliavit peccatores. Mors et Vita duello conflixere mirando: dux vitae mortuus, regnat vivus».


«Il Signore della vita era morto, ora regna vivo». La missione della Chiesa nella storia è annunciare e testimoniare questo avvenimento, questa possibilità di salvezza, custodendo fedelmente qualcosa che non si è data da sola, ma che ha ricevuto in dono: il Sacramento che Gesù le ha affidato per farsi conoscere e incontrare dagli uomini, la Verità fatta carne, la Presenza reale dell'Eterno nel tempo. La Chiesa, in questo senso, non è «padrona» di ciò che essa propone agli uomini, non ne può disporre a piacimento a seconda delle epoche, delle culture e delle mode, non può annacquare il vino del Vangelo con l'acqua del compromesso con la mentalità dominante nel mondo. Perché, qualora ciò accadesse, semplicemente non proporrebbe più Gesù Cristo, ma una sua teoria su di Lui, una sua dottrina, un suo sistema di leggi morali. Questo aspetto è stato evidente anche nei periodi in cui la Chiesa sembrava più compromessa con il «secolo», ed è documentato dal fatto che anche Papi moralmente corrotti e avidi di potere, come ad esempio quelli del IX secolo, mai hanno messo in discussione il «depositum fidei» consegnatogli da Gesù.


Questo è un passaggio decisivo anche per comprendere perché il ritorno sulla scena del dibattito ecclesiale della cosiddetta «agenda progressista», che nelle ultime settimane ha trovato ampio risalto sul Foglio di Giuliano Ferrara, rischia di distogliere l'attenzione dall'unico, vero tema che in ogni tempo, e soprattutto in quelli difficili come l'attuale, è dirimente per la Chiesa cattolica: il tema della fedeltà a Cristo e al compito che Egli le ha assegnato. Tanto più che l'«agenda progressista» sembra andare nella direzione opposta a quella che la Chiesa ha sempre seguito nei momenti di fatica e di tempesta. Chiedere che la riforma avvenga a livello di strutture, di dottrina morale e di diritto canonico («riforma dell'organizzazione del potere della curia romana in chiave collegiale. Rivedere l'obbligo del celibato per il clero. Più considerazione per le coppie omosessuali stabili. Rivisitare la dottrina sui divorziati risposati», come riassume il vaticanista del Foglio, Paolo Rodari) significa dimenticare che, senza un rinnovamento innanzitutto spirituale, senza una profonda riscoperta interiore delle «cose antiche e sempre nuove» - cioè del cuore della fede e dell'annuncio cristiano - e del fatto che queste sono rivelate da Dio e non escogitate dall'uomo, il rischio è quello di ottenere gli effetti opposti a quelli sperati.


Attualizzato e detto in altri termini: pensando di risolvere la drammatica piaga dei «preti pedofili» abolendo l'obbligo del celibato ecclesiastico; ritenendo di poter avvicinare l'uomo contemporaneo alla Chiesa ammettendo al Sacramento i divorziati risposati; credendo che la «monarchia» papale debba essere superata con una più moderna e democratica «collegialità», i progressisti mostrano di non saper cogliere il nocciolo delle questioni, di non capire che la risposta ai problemi della barca di Pietro non può venire - non è mai venuta - dal cedimento alla mentalità e alle lusinghe del mondo, ma soltanto da un maggiore radicamento in quella Verità di cui la Chiesa è depositaria. Per cui, ad esempio, non sarebbe più utile riscoprire il senso profondo ed evangelico del celibato sacerdotale invece che indebolirlo? Non sarebbe più caritatevole una robusta pastorale pre-matrimoniale che aiutasse ad avere chiaro il valore, la sacralità e il fine delle nozze cristiane, invece che prendere atto ex post che tante unioni erano fragili e inconsistenti fin da principio? Non sarebbe più saggio riconoscere che la «monarchia» papale è ciò che ha mantenuto solido il rapporto tra Chiesa e popolo di Dio, anche negli ultimi quarant'anni, mentre molti episcopati nazionali sembravano intenti a costruirsi ciascuno la propria dottrina e il proprio credo, offuscando così il senso della cattolicità?


Diciamolo chiaro: su questi temi i progressisti piangono sul latte versato. Perché se oggi c'è una crisi dell'essere preti, una debolezza del matrimonio e uno svuotamento di tante chiese, è proprio perché certa teologia postconciliare - la loro - ha fatto credere che scendendo a compromessi col pensiero dominante e con i princìpi della modernità sarebbe nata, per la Chiesa, una giornata di sole. E invece, come ebbe a dire Papa Paolo VI, è «venuta una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza». Perché «da qualche fessura è entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio». E il fumo di Satana è lo stesso dell'orto degli ulivi: è la tentazione di rinunciare alla propria missione perché ritenuta troppo gravosa, scomoda e in contrasto col mondo. «Salvare le loro anime è troppo faticoso». Grazie al cielo un grande Papa come Benedetto XVI non si è tirato indietro di fronte alle prove che attendono la Chiesa e che oggi ne segnano il cammino.

Gianteo Bordero

mercoledì 19 maggio 2010

DI FRONTE ALLA SINDONE

da Ragionpolitica.it del 19 maggio 2010

Di fronte alla Sindone. Di fronte a quel telo che racconta la storia di un «uomo dei dolori». Di fronte a quel lenzuolo che, come ha detto Papa Ratzinger, è l'«icona del mistero del Sabato Santo», cioè del mistero del «nascondimento di Dio», che «interpella tutti coloro che si interrogano sulla vita». Nel silenzioso percorso che dai giardini di Palazzo Reale porta fino al Duomo di Torino, ho riletto proprio quelle parole di Benedetto XVI, il testo della meditazione pronunciata dal Pontefice il 2 maggio scorso dinanzi al «sacro lino». Parole che aiutano a comprendere che davvero la Sindone «parla», e che veramente essa ha qualcosa da dire a chi la osserva col cuore carico di domande e di attese. La Sindone parla con le tracce del sangue dell'uomo flagellato, con i segni della corona di spine posta sul suo capo e dei chiodi con i quali egli fu trafitto, con l'impronta della ferita sul costato. Parla di una storia di sofferenza, di un corpo piagato dalle percosse e dalla tortura, di un supplizio tremendo, di un inimmaginabile dolore. Parla di un'umanità sconfitta, di un uomo che muore schiacciato dal peso del male, di un'esistenza distrutta dalla crudeltà.


Per spiegare di che cosa si tratta, Papa Benedetto ha fatto ricorso a un paragone: quello con le tragedie del Novecento, delle due guerre mondiali, dei lager e dei gulag, di Hiroshima e Nagasaki. Ed è arrivato a citare il Nietzsche del «Dio è morto. E noi l'abbiamo ucciso», ricordando che questa celebre espressione «è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana, spesso la ripetiamo nella Via Crucis, forse senza renderci pienamente conto di ciò che diciamo». Sembrerebbe azzardato accostare il Golgota e Auschwitz, eppure davvero essi sono i luoghi in cui raggiunge il suo culmine la domanda delle domande: c'è un senso a tanta sofferenza? Ha un significato un dolore così grande? Esiste una risposta più forte del male? C'è un'ultima parola che vada oltre l'apparentemente invalicabile confine della morte? Dio, se c'è, è veramente provvidente nei confronti dell'uomo?


E' a questo livello profondo e drammatico che si colloca anche la questione della Sindone, non soltanto come reliquia, ma come testimonianza, come «icona». Detto in altri termini: è certamente importante sapere se il «lenzuolo» abbia avvolto realmente l'uomo Gesù di Nazareth (e nessun risultato delle più recenti ricerche scientifiche sembra smentire tale ipotesi), ma ancora più importante è poter aprire la propria vita a ciò che esso rappresenta secondo la tradizione cristiana: un Dio che ha risposto alle domande più incalzanti nel cuore dell'uomo non con una teoria, non con un manuale filosofico, e neppure con una religione, ma offrendo tutto se stesso, condividendo fino in fondo la condizione umana, facendosi uomo, vivendo tra gli uomini, soffrendo, morendo, risorgendo per la loro salvezza. Che è salvezza dalla disperazione, dal nulla che sembra inghiottire tutte le cose, dal male che sembra divorare ogni barlume di felicità.


Se si lasciano scorrere su quei pochi metri di lino le parole e le immagini narrate dai Vangeli, se si scorgono tra gli intrecci del tessuto i momenti del Pretorio, del Calvario e della Croce, la flagellazione, le percosse, gli sputi, la Via Crucis, il grido di Gesù al Padre, la canna con il panno imbevuto d'aceto, gli ultimi istanti della vita del Nazareno, allora «il mistero più oscuro della fede», come ha detto il Papa, può diventare «il segno più luminoso di una speranza che non ha confini», perché nella «terra di nessuno tra la morte e la resurrezione» che è il Sabato Santo è entrato «Uno, l'Unico, che l'ha attraversata con i segni della sua Passione per l'uomo».

Gianteo Bordero

lunedì 17 maggio 2010

«REPUBBLICA» CONFONDE FEDE E CONSENSO

da Ragionpolitica.it del 17 maggio 2010

Gongola La Repubblica, che lunedì titola in prima pagina: «Se declina la fede nella Chiesa». Articolo di commento affidato al sociologo Ilvo Diamanti, che illustra i risultati di un sondaggio condotto da Demos nella settimana tra il 14 e il 21 aprile. Secondo la rilevazione pubblicata dal quotidiano diretto da Ezio Mauro, la fiducia degli italiani nei confronti della Chiesa e del Papa sarebbe calata, nell'ultimo anno, rispettivamente del 3,2 e del 7%, attestandosi oggi nel primo caso al 47,2%, e nel secondo al 46,6%. Un declino che - aggiunge Diamanti - «peraltro dura da anni». Infatti, «rispetto al 2005 (quando è stato eletto Ratzinger) la fiducia nella Chiesa è scesa di 14 punti. Mentre negli ultimi due anni il consenso verso Benedetto XVI si è ridotto di 9 punti percentuali». Evidenti, secondo il sociologo, le cause di questo sensibile calo: oltre allo «scandalo pedofilia» che ha investito il clero negli ultimi mesi, oltre alla «vicenda Boffo» dello scorso settembre, sulla Catholica e sul Pontefice peserebbe anche il dopo-Wojtyla, «il cui credito, nel 2003, era superiore di circa 30 punti» rispetto a quello del suo successore.


Ora, tralasciando il fatto che il sondaggio, come detto poc'anzi, è stato condotto un mese fa e che negli ultimi 30 giorni Benedetto XVI ha ricevuto almeno quattro forti e chiare attestazioni di stima e fiducia da parte del popolo cattolico (a Malta, a Torino, in Portogallo e da ultimo domenica in Piazza San Pietro, in occasione della giornata organizzata dalla Cei e dai movimenti ecclesiali), a lasciare perplessi è soprattutto la grossolana giustapposizione tra fede e consenso che, di fatto, viene messa in campo da La Repubblica: quasi che la prima fosse direttamente proporzionale al secondo. Non è soltanto la storia della Chiesa a smentire questa tesi, ma anche la stessa natura del cristianesimo. Per quanto riguarda il primo punto, anche uno studente alle prime armi sa che, in molti frangenti del suo cammino, la Chiesa è stata un «piccolo gregge» tanto osteggiato dal mondo quanto ricco - e persino straripante - di eroiche testimonianze di santità e di fede indistruttibile. Per quanto riguarda il secondo punto, sono gli stessi Vangeli a suggerire una lettura del fatto cristiano come radicalmente altro dalla mentalità del «secolo», come portatore di un orizzonte di significato che il mondo non può dare. Non si ricordano momenti nei quali Gesù abbia invitato i suoi discepoli a cercare il «consenso», anzi: egli ha detto a chiare lettere ai suoi amici che la fede in Lui sarebbe stata causa di persecuzioni, di offese, di derisione. E la storia è lì a dimostrarlo, checché ne dica La Repubblica.


Misurare la fede sulla base della fiducia «statistica», e giudicare la Chiesa usando gli stessi strumenti adoperati per rilevare il gradimento dei partiti, dei leader politici, delle alte cariche dello Stato e delle altre istituzioni, è dunque un clamoroso errore. La fede, infatti, è altro dal consenso, e la Chiesa è altro dalle strutture di potere mondane. Credere in Gesù non è lo stesso che dare il proprio voto ad un partito, e aderire alla Chiesa non è come iscriversi ad un club o ad un'associazione culturale. Nella fede e nella Chiesa vi è un elemento che trascende le categorie sociologiche, un dato che può essere colto soltanto se si allarga il proprio sguardo a ciò che va oltre le moderne scienze sociali e oltre la moderna idea di ragione come «misura» di tutte le cose. Pensare di ingabbiare in un sondaggio demoscopico realtà che per loro stessa definizione non si fondano sul numero e sulla massa, ma sul mistero dell'anima personale che si apre all'eterno che entra nel tempo, è come - per riprendere le parole del poeta ungherese Attila Jozsef - «coprire con un tetto di tegole una torre aperta all'infinito».


Ancora un esempio tratto dalla storia può servire a chiarire ulteriormente la questione. Quando Gesù viene catturato, processato e poi crocifisso, che fine aveva fatto tutto quello che oggi chiameremmo «consenso delle masse»? Che fine avevano fatto quelle folle che si erano radunate ad ascoltarlo, che lo avevano visto operare miracoli, che lo avevano acclamato come loro re al momento del suo ingresso in Gerusalemme? Scomparse. E non è forse vero che è ancora la folla a chiedere la liberazione di Barabba durante il processo? E che dire degli ultimi istanti della vita di Cristo? Scrive il Vangelo: «Stavano sotto la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala», oltre al «discepolo che egli amava». Dunque, nel silenzio del Golgota, al culmine dell'esperienza terrena di Cristo, non ci sono le masse. Non c'è il consenso. Eppure è proprio in quel silenzio e davanti a quelle poche persone che si compiono due atti decisivi, senza i quali non è possibile comprendere né la Chiesa né la fede cristiana. Primo: Gesù che affida Sua madre, la Vergine Maria, a San Giovanni, consacrando così a Lei la Chiesa nascente. Secondo: la professione di fede del Centurione, che, vedendo il Nazareno spirare in quel modo, disse: «Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!». Qui, e non nei numeri dei sondaggi di Repubblica, sta tutta la misteriosa forza del cristianesimo e della Chiesa.

Gianteo Bordero

venerdì 14 maggio 2010

BENEDETTO XVI A FATIMA. UN VIAGGIO AL CUORE DELLA FEDE

da Ragionpolitica.it del 14 maggio 2010

La «missione profetica» di Fatima non è conclusa. Con queste parole, pronunciate giovedì nel corso della messa celebrata nei luoghi dell'apparizione mariana ai tre pastorelli, Papa Benedetto XVI ha voluto lanciare ai credenti un messaggio chiaro: non è finito il tempo delle sofferenze per la Chiesa; non è finito il tempo della prova e della persecuzione. Una persecuzione che oggi, drammaticamente, «non viene (soltanto) dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa», come lo stesso Pontefice ha affermato martedì durante il viaggio aereo da Roma a Lisbona. Perciò c'è bisogno di purificazione e di preghiera. Perciò è necessario mettersi in ginocchio di fronte a Cristo e alla sua Madre, come i pellegrini che si dirigono verso la basilica di Fatima, per implorare la grazia del perdono, della conversione, del rinnovamento spirituale - fondamento del rinnovamento morale.


Benedetto XVI sta quindi indicando alla Chiesa la strada stretta di cui parlano anche i Vangeli. Al Male non si risponde, non si può rispondere con qualche programma pastorale ben congegnato, con riforme che toccano le strutture ma non incidono sui cuori, con adattamenti più o meno marcati delle norme canoniche alle esigenze dei tempi. L'unica possibilità per un riscatto nasce dall'aprire la propria vita, tutto il proprio essere, al Mistero del Dio cristiano, alla sua onnipotente misericordia, la sola capace di ricostruire ogni giorno un'umanità nuova, di fare quotidianamente del cristiano una nuova creatura: «Io faccio nuove tutte le cose».


Nei discorsi che Papa Ratzinger ha pronunciato in Portogallo è emersa in modo chiaro una invocazione a ritornare ai fondamenti della fede cristiana, partendo proprio dal senso del peccato e dalla realtà della presenza di Satana, troppe volte, negli ultimi decenni, messa tra parentesi come un retaggio del passato da certa teologia e da certa predicazione. Per questo Benedetto XVI, nell'atto di «affidamento e consacrazione dei sacerdoti al cuore immacolato di Maria», ha chiesto alla Madonna l'aiuto per «non venir mai meno alla nostra sublime vocazione, a non cedere ai nostri egoismi, alle lusinghe del mondo ed alle suggestioni del Maligno». E per questo ha indicato ancora una volta ai preti cattolici l'esempio di San Giovanni Maria Vianney, il curato d'Ars che - ha ricordato il Pontefice - «così pregava il buon Dio: "Concedimi la conversione della mia parrocchia, e io accetto di soffrire tutto ciò che Tu vuoi per il resto della vita". E tutto ha fatto per strappare le persone alla propria tiepidezza per ricondurle all'amore».


La Madre di Gesù e il curato d'Ars, dunque. Due modelli che, come del resto i pastorelli di Fatima, rappresentano il contrario di quell'attivismo con cui oggi, all'interno della Chiesa, spesso si pensa di poter esaurire la missione dell'annuncio e della testimonianza. L'evangelizzazione, invece, non può sgorgare se non come gioiosa risposta ad un'iniziativa che non è umana, ma che viene da Dio; non può nascere che dal «sì» alla Sua chiamata, al Suo amore. Perché - ha detto Benedetto XVI mercoledì sera durante la veglia di preghiera a Fatima - «da noi stessi non siamo che un misero roveto, sul quale però è scesa la gloria di Dio». Perciò il primo gesto realmente cristiano è «fissare il nostro sguardo e il nostro cuore in Gesù, come faceva sua Madre, modello insuperabile della contemplazione del Figlio».


E' quello che ha fatto Papa Ratzinger, inginocchiandosi di fronte alla statua della Madonna di Fatima per deporre ai suoi piedi «le preoccupazioni e le attese di questo nostro tempo e le sofferenze dell'umanità ferita, i problemi del mondo». Quanta forza e quanta grandezza in questo prostrarsi del successore di Pietro di fronte alla Madre di Cristo, in questo implorare da lei l'intercessione presso il Figlio! In questo tempo difficile per la Chiesa, poter seguire un Papa così, che chiede innanzitutto per se stesso il dono di «aprirsi sempre di più al mistero della Croce, abbracciandola quale unica speranza e ultima via per guadagnare e radunare nel Crocifisso tutti i suoi fratelli e sorelle in umanità», è davvero una benedizione per tutti i credenti. E' la prova che veramente Dio non lascia mai sola la sua Chiesa e coloro che confidano in Lui.


Gianteo Bordero

mercoledì 12 maggio 2010

È LA SANTITÀ IL VERO RIMEDIO AGLI SCANDALI NELLA CHIESA

da Ragionpolitica.it del 12 maggio 2010

Torino e Fatima. La Sindone e i luoghi dell'apparizione mariana. Sono le tappe attraverso cui si snoda il cammino di Benedetto XVI in questo tempo di prova per la Chiesa. Il Pontefice si inginocchia di fronte al telo che è «icona del mistero» della passione di Gesù e poi nel luogo in cui la Madonna si è manifestata a tre pastorelli per comunicare un «messaggio per tutto il mondo», che «tocca la storia proprio nel suo presente e la illumina». Tutto ciò conferma che Papa Ratzinger non ha scelto una via mediana, la strada del compromesso pastorale e diplomatico, per affrontare lo scandalo dei preti che si sono macchiati di violenze sessuali sui più piccoli. Ma è anche la riprova del fatto che egli non ha voluto indossare i panni comodi del «moralizzatore» secondo le limitate ed ipocrite categorie del mondo, bensì ha ricondotto quanto sta accadendo nella Chiesa in una prospettiva di fede, la sola che - come già accaduto tante volte in passato - può consentire alla barca di Pietro di purificarsi e di rinnovare la sua fedeltà a Gesù.


E la prospettiva della fede è quella che Benedetto XVI ha indicato nella sua splendida e coraggiosa lettera del 19 marzo scorso ai cattolici irlandesi, e che ha ribadito martedì con una illuminante risposta ad una domanda postagli durante il viaggio aereo da Roma a Lisbona. E' stato chiesto al Papa se sia possibile inquadrare nella visione della terza parte del segreto di Fatima «le sofferenze della Chiesa di oggi, per i peccati degli abusi sessuali sui minori». Il Pontefice ha risposto affermando che nel segreto «sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano. Perciò è vero che oltre il momento indicato nella visione, si parla, si vede la necessità di una passione della Chiesa». Ed ha aggiunto: «Quanto alle novità che possiamo oggi scoprire in questo messaggio, vi è anche il fatto che non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall'interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa. Anche questo si è sempre saputo, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa e che la Chiesa quindi ha profondo bisogno di ri-imparare la penitenza, di accettare la purificazione, di imparare da una parte il perdono, ma anche la necessità della giustizia. Il perdono non sostituisce la giustizia».


Con queste parole Benedetto XVI ripropone con forza e chiarezza, ed anche con una certa durezza, la sola questione realmente importante, e in fondo decisiva, di fronte al dramma che ha investito la Chiesa in un questo frangente della sua storia: la questione della santità. La santità dei cristiani e, in primo luogo, di coloro che, come scrisse l'allora cardinale Ratzinger nelle meditazioni per la Via Crucis del 2005 - testi che peraltro andrebbero ripresi per meglio comprendere anche le attuali parole del Papa - «nel sacerdozio dovrebbero appartenere completamente a Gesù». Santità che non significa in prima battuta coerenza morale, bensì, in un senso molto più profondo ed esistenzialmente radicale, dono totale della propria vita a Cristo, cioè al Dio-uomo che per primo ha offerto tutto se stesso come vittima sacrificale per la salvezza degli uomini. Come il seme che - per riprendere un'immagine evangelica - non porta frutto se prima non muore, così il cristiano non porta nel mondo la vita del Dio fattosi uomo se prima non muore a se stesso, cioè alla propria superbia, al calcolo cinico di potere, se non rinuncia alla propria misura per far spazio alla misura di Dio, che si chiama carità.


Così, di rimando, diviene chiaro che il peccato non è innanzitutto violazione di una regola, ma è, molto più gravemente, infedeltà alla fedeltà del Dio cristiano. Ancora, citiamo dalla Via Crucis del 2005, nona stazione: «Che cosa può dirci la terza caduta di Gesù sotto il peso della croce? Forse ci fa pensare alla caduta dell'uomo in generale, all'allontanamento di molti da Cristo, alla deriva verso un secolarismo senza Dio. Ma non dobbiamo pensare anche a quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa? Il tradimento dei discepoli... è certamente il più grande dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore. Non ci rimane altro che rivolgergli, dal più profondo dell'animo, il grido: "Kyrie, eleison", "Signore, salvaci"».


Come i grandi Papi dei tempi difficili della Chiesa, Benedetto XVI va dunque al cuore dei problemi, non cerca scappatoie o scorciatoie, e di fronte agli scandali dovuti al peccato dei membri del clero propone l'unico vero rimedio efficace: la penitenza, la purificazione, il perdono e la giustizia. Questa è la vera riforma, che viene prima di ogni altra: è il richiamo al cammino della santità, lo stesso con cui la Chiesa, nella storia, ha risposto agli attacchi e alle persecuzioni che venivano dall'esterno e, come ci ricorda oggi Benedetto, anche dall'interno.


Gianteo Bordero

lunedì 19 aprile 2010

I PRIMI CINQUE ANNI DI UN PONTIFICATO BENEDETTO

da Ragionpolitica.it del 19 aprile 2010

Nomen omen. Oggi, a cinque anni di distanza dall'inizio del pontificato di Papa Ratzinger, possiamo affermare con certezza che l'elezione al soglio di Pietro dell'ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ha rappresentato, per la Chiesa, per i cattolici e per coloro che guardano al cristianesimo senza pregiudizi di sorta, un'autentica benedizione. Non soltanto a motivo dei gesti compiuti, delle parole pronunciate, delle importanti decisioni assunte in questo lustro, ma anche e soprattutto perché Benedetto XVI ha saputo - e sa - guidare con sapienza, fermezza ed umiltà la barca di Pietro in anni burrascosi, in un tempo difficile per la Chiesa, per la fede e per il mondo: come ha osservato Gian Guido Vecchi in un bell'articolo apparso domenica sul Corriere della Sera, Ratzinger è stato «come il kybernetes di Aristotele, il timoniere che governa la nave e sa mantenere il "giusto mezzo". Che non è una mediocre e facile equidistanza, ma all'opposto la cosa più difficile: seguire la rotta mentre la barca è sballottata dalla tempesta».


Tutto ciò è stato evidente sin dagli albori dell'attuale pontificato: mentre un certo trionfalismo venato di sentimentalismo accompagnava la fine del lungo regno di Giovanni Paolo II, e mentre molte analisi parziali e superficiali, nei giorni della sede vacante e del pre-conclave, terminavano con l'auspicio di una replica pedissequa del papato wojtyliano, Ratzinger fu l'unico che seppe rompere questo clima di ingenuo ottimismo, ricordando a tutti, con la sua omelia durante la messa pro eligendo pontifice, che quello che stavano attraversando la Chiesa e i credenti era un tempo confuso e tormentato: il futuro Papa affermò infatti che negli ultimi decenni «la piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata» e «gettata da un estremo all'altro dalle correnti ideologiche, dalle mode del pensiero». E aggiunse: «Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare "qua e là da qualsiasi vento di dottrina", appare come l'unico atteggiamento all'altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie». Un monito duro, che faceva il paio, per quanto riguarda l'aspetto interno alla Chiesa, con le clamorose espressioni contenute nelle meditazioni per la Via Crucis del 2005: «Quanta sporcizia c'è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! Quanto poco rispettiamo il sacramento della riconciliazione, nel quale egli ci aspetta, per rialzarci dalle nostre cadute!».


Se i media, una certa opinione pubblica e alcuni settori del cosiddetto «mondo cattolico» avessero preso sul serio da sùbito queste parole di Ratzinger, avrebbero evitato, nel corso degli ultimi cinque anni, di trasmettere un'immagine falsata del suo pontificato: l'immagine cioè di Benedetto XVI rigido conservatore, uomo del passato, nostalgico del bel tempo che fu, intento solamente a riportare indietro di quarant'anni, se non di secoli, le lancette della storia della Chiesa. Avrebbero compreso che quello del teologo tedesco è un papato che si muove sostanzialmente lungo le coordinate della riforma, ossia della sempre urgente presa di coscienza del fatto che la fede cristiana, fondata sull'incarnazione, passione, morte e risurrezione del Dio fattosi uomo in Gesù di Nazareth, richiede, in ogni tempo e in ogni luogo, la conversione del cuore della persona in carne ed ossa, quindi dentro le circostanze storiche che essa si trova a vivere. Come già Joseph Ratzinger scriveva nelle sue opere giovanili, la rivelazione della verità eterna implica sempre un soggetto a cui essa è rivolta: e questo soggetto, l'uomo, non vive al di fuori del tempo e dello spazio, ma si colloca all'interno di una storia, dentro la quale egli è chiamato a testimoniare la novità e la sempiterna freschezza dell'avvenimento cristiano, a diventare «creatura nuova», ad essere infine «segno di contraddizione». In questo senso vale la tradizionale espressione latina secondo cui «Ecclesia semper reformanda»: la Chiesa - come il cristiano - ha bisogno ogni giorno di dire il suo «sì» alla chiamata di Dio, di rinnovare la sua fedeltà e la sua gratitudine al suo Fondatore, di affidare a Lui le fatiche, le angosce e le difficoltà del cammino, di chiedere perdono per i peccati commessi, di essere purificata grazie alla potenza redentrice del Padre.


Tutto il pontificato di Benedetto XVI si è mosso e si muove lungo questa direttrice. E ciò è ancor più evidente oggi, nella risposta che il Papa ha saputo fornire di fronte allo scandalo dei preti coinvolti in casi di pedofilia, da ultimo con la decisione di incontrare, durante il suo viaggio apostolico a Malta, alcune vittime di abusi. La scelta della cosiddetta «linea dura» e della trasparenza, lungi dal rappresentare un cedimento o una tacita resa di fronte alla deformante campagna d'odio che punta a delegittimare la Chiesa intera raffigurandola come una congrega di pedofili, nasce dalla profonda consapevolezza che «la penitenza è grazia; è una grazia che noi riconosciamo il nostro peccato, è una grazia che conosciamo di aver bisogno di rinnovamento, di cambiamento, di una trasformazione del nostro essere... Noi cristiani, anche negli ultimi tempi, abbiamo spesso evitato la parola penitenza, ci appariva troppo dura. Adesso, sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter fare penitenza è grazia. E vediamo che è necessario far penitenza, cioè riconoscere quanto è sbagliato nella nostra vita, aprirsi al perdono, prepararsi al perdono, lasciarsi trasformare» (Omelia tenuta da Benedetto XVI il 15 aprile 2010 di fronte ai membri della Pontificia Commissione Biblica).


La vera riforma, dunque, è proprio questa: è Dio che ri-forma ogni giorno, con la Sua grazia, la Chiesa e il cuore dei fedeli; ed è la disponibilità della Chiesa e dei fedeli a riconoscere il proprio peccato e a lasciarsi abbracciare dalla misericordia divina, che «fa nuove tutte le cose». Prima ancora che aggiornamento delle istituzioni e delle strutture ecclesiastiche, insomma, l'autentica riforma è la capacità di inginocchiarsi di fronte all'Onnipotente chiedendo a Lui il miracolo del cambiamento e la forza per una testimonianza coraggiosa in mezzo ai marosi della storia. Non a caso, durante la messa domenicale celebrata a Malta, Benedetto XVI ha rievocato la figura di San Pietro, che «durante la passione del Signore, lo ha rinnegato tre volte. Ora, dopo la resurrezione, Gesù lo invita tre volte a dichiarare il suo amore, offrendo in tal modo salvezza e perdono, e allo stesso tempo affidandogli la sua missione». Tutti i primi cinque anni di pontificato di Papa Ratzinger sono stati - e sono - un incessante richiamo a questa verità della fede, a questa quotidiana possibilità di salvezza per ogni uomo. Se la Chiesa seguirà il vicario di Cristo nella strada che egli sta coraggiosamente percorrendo, uscirà dalla tempesta di questi tempi ancora più forte e con una coscienza ancora più chiara della sua vocazione e della sua missione nella storia.


Gianteo Bordero