da Ragionpolitica.it del 16 dicembre 2010
L'annunciato «Terzo Polo» assomiglia all'Araba Fenice: tutti ne parlano, ma nessuno sa in realtà di che cosa effettivamente si tratti. L'unica certezza al riguardo è che non ci sono certezze. L'alleanza tra Casini, Fini, Rutelli e Lombardo nasce infatti all'insegna della confusione. Centrismo come dice l'Udc? Nuovo centrodestra come vaticina Futuro e Libertà? Area di responsabilità come auspica l'Api? Chi vivrà vedrà...
Quello che però già oggi si può dire è che questa coalizione sorge sotto la stella della cocente sconfitta subìta alla Camera dei deputati in occasione del voto di fiducia di martedì, quando un Silvio Berlusconi dato ormai politicamente per morto ha fornito l'ennesima dimostrazione di forza e vitalità. Come inizio non c'è male. E niente può fugare l'impressione che la riunione convocata mercoledì per annunciare con toni altisonanti la nascita del «Polo della Nazione» sia servita, molto più prosaicamente, soltanto a dare ossigeno al vero sconfitto della votazione a Montecitorio, cioè Gianfranco Fini. Il quale, fallito l'assalto al presidente del Consiglio, al termine della sua lunga marcia antiberlusconiana si è ritrovato sull'orlo del precipizio, con un piede già nel vuoto e l'altro pericolosamente malfermo sul ciglio del burrone. Per salvarlo è dunque arrivata la Croce Rossa dell'Udc. Con la conseguenza che domani Casini potrà a buon titolo rivendicare la leadership del Terzo Polo, mentre il fondatore di Fli dovrà ingoiare di buon grado il rospo di essere ancora una volta il numero due. Complimenti davvero, onorevole Fini.
Andando al di là di questa motivazione contingente, tattica più che strategica, poco o nulla di politicamente sostanzioso si può dire al riguardo del sedicente «Nuovo Polo», salvo contestare proprio la definizione di «nuovo» che ad esso è stata assegnata. Che cosa c'è di «nuovo», infatti, in una coalizione i cui leader (o almeno alcuni di essi, e già questa mancanza di unità la dice lunga sul respiro politico di questa alleanza) ripetono un giorno sì e l'altro pure che il bipolarismo italiano ha fallito e che è un modello da archiviare quanto prima? Che cosa c'è di «nuovo» nell'invocare ad ogni piè sospinto la cancellazione dell'attuale legge elettorale, che grazie al premio di maggioranza consente quel minimo di governabilità che è sempre mancato agli esecutivi della nostra Repubblica? Che cosa, ancora, c'è di «nuovo» nel riproporre quell'assetto istituzionale esasperatamente partitocentrico che gli italiani hanno dimostrato di voler superare già dai primi anni Novanta del secolo scorso? Se proprio vogliono darsi un nome adeguato alla cosa, i protagonisti di questa nuova aggregazione possono definirsi come «Polo della Nostalgia».
Se l'adesione di Fini era di fatto obbligata per tentare di sopravvivere, e se l'Api di Rutelli naviga costantemente sotto l'1% dei consensi, una parola va detta sulla scelta di Pier Ferdinando Casini, il cui intestardirsi in un progetto palesemente antistorico e di piccolo cabotaggio lascia quanto meno a desiderare e fa sorgere più di un interrogativo circa i veri scopi che l'Udc si prefigge con la sua azione. Se fine supremo del partito di Casini fosse quello di dare forza alla presenza dei cattolici in politica e respiro al popolarismo europeo di matrice cristiana, egli ci avrebbe pensato non una, ma cento volte prima di imbarcare Gianfranco Fini, che - come ha scritto un lettore di Avvenire in una missiva pubblicata giovedì - «non appartiene alla cultura politica "di centro" e calpesta i "principi non negoziabili" dell'agire politico del cattolico». Inoltre, ovunque in Europa i partiti appartenenti al Ppe sono rigorosamente collocati nel centrodestra, in alternativa alla socialdemocrazia e al centrosinistra. Sarà forse anche per questo che una figura di spicco della Chiesa come il cardinale Camillo Ruini, intervenendo alcuni giorni fa ad un convegno sui 150 anni dell'unità d'Italia, ha ribadito che il bipolarismo, la legge elettorale di impianto maggioritario, il rafforzamento dei poteri del governo all'interno della prossima articolazione federale dello Stato devono essere i punti cardine del nuovo assetto istituzionale del Paese. Punti che proprio il partito di Casini contrasta alla radice. Alla luce di tutto ciò, la domanda sorge dunque spontanea: dove va l'Udc con il suo «Terzo Polo»?
Gianteo Bordero
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giovedì 16 dicembre 2010
martedì 14 dicembre 2010
LA VITTORIA DI BERLUSCONI, LA SCONFITTA DI FINI
da Ragionpolitica.it del 14 dicembre 2010
Il berlusconicidio è fallito. Silvio vince, resta in sella, ottiene una fiducia alla Camera che solo quindici giorni fa sembrava impossibile conquistare, almeno a sentire giornali, tv e opposizioni varie. Lo davano ancora una volta per morto, e ancora una volta devono prendere atto che il Cavaliere è come i gatti: ha sette vite, e proprio quando lo si dà per perso rieccolo fare nuovamente capolino in piena salute. E' la conferma che dopo sedici anni la maggior parte del ceto politico e intellettuale, della grande stampa e degli opinion makers, non ha ancora compreso l'uomo Berlusconi, la forza della sua leadership, la robustezza di ciò a cui egli ha dato politicamente vita dal 1994, con il consenso maggioritario del popolo italiano.
Ancora ieri bastava ascoltare i tg e i programmi di approfondimento per sentire gli esponenti della galassia antiberlusconiana annunciare l'imminente Caporetto del presidente del Consiglio, la sua disfatta finale, l'archiviazione di un ciclo, la fine di un'epoca, il tramonto di un progetto politico, la rovinosa caduta da cavallo di un condottiero stanco e non più in grado di guidare il suo esercito prossimo all'umiliazione.
Invece Silvio è ancora in piedi. E il valore simbolico della votazione alla Camera va ben oltre il valore numerico. Oggi vincere o perdere a Montecitorio, anche se solo per un voto o per un pugno di voti, non era la stessa cosa. Perché in ballo non c'era solamente la sopravvivenza di un governo, ma anche e soprattutto il significato di simbolo che era stato attribuito a questa giornata. Di mezzo, cioè, c'era l'aria da nuovo 25 aprile iniettata in dosi industriali dall'esercito antiberlusconiano al gran completo, a partire dal Pd e dall'Idv per arrivare a Fini, passando per le truppe di complemento giornalistiche, La Repubblica, Il Fatto, L'Unità e simili. Tutti insieme hanno creato un clima torrido da liberazione dal tiranno, certi che questo sarebbe stato il gran giorno, la volta buona, la data da segnare in rosso sul calendario e da tramandare ai posteri, il momento catartico, l'istante in cui il sogno si materializza e diventa realtà.
Tutto questo non si è avverato, e chi ha seminato vento ora raccoglierà tempesta. Perché il pallino del gioco è tornato saldo nelle mani di Berlusconi. Perché la sua figura ne esce rafforzata. Perché la sua leadership sul centrodestra si è rivelata a prova di bomba, cioè a prova di giochi di Palazzo, tradimenti e congiure varie. Come diceva Machiavelli, citato ieri sul Corriere della Sera da Pierluigi Battista, «per esperienzia si vede molte essere state le coniure, e poche aver avuto buon fine», con conseguenze disastrose per i «coniurati». «Se le controffensive non riescono - ha chiosato Battista in riferimento alla mozione di sfiducia promossa da Futuro e Libertà - gli effetti sono disastrosi per chi ha attaccato con troppa e velleitaria frettolosità. La sfiducia a Berlusconi voleva dire infliggere il colpo definitivo al premier. Ma se quel colpo va a vuoto, il contraccolpo sarebbe violentissimo per chi fallisce l'obiettivo».
E' Gianfranco Fini, dunque, il vero sconfitto del voto alla Camera. E' lui che ha perso la partita della vita. E' lui che ha puntato tutto sulla sfiducia al presidente del Consiglio. E' lui che ha dimostrato una totale mancanza di saggezza e lungimiranza politica con la sua strategia antiberlusconiana messa in campo da un anno e mezzo a questa parte. E' lui che ha flirtato con i nemici storici del Cavaliere per tentare di mettere insieme i numeri per farlo cadere. E' lui che più di tutti ne ha chiesto le dimissioni in questi ultimi mesi. Ed è lui, quindi, che paga e pagherà il prezzo più salato di questa sconfitta che fa finalmente piazza pulita di tutto il fango gettato addosso a Berlusconi dai pasdaran di Futuro e Libertà. Il fango passa, il governo resta. Silvio vince, Gianfranco perde. Vince l'interesse nazionale, perdono i personalismi senza costrutto.
Gianteo Bordero
Il berlusconicidio è fallito. Silvio vince, resta in sella, ottiene una fiducia alla Camera che solo quindici giorni fa sembrava impossibile conquistare, almeno a sentire giornali, tv e opposizioni varie. Lo davano ancora una volta per morto, e ancora una volta devono prendere atto che il Cavaliere è come i gatti: ha sette vite, e proprio quando lo si dà per perso rieccolo fare nuovamente capolino in piena salute. E' la conferma che dopo sedici anni la maggior parte del ceto politico e intellettuale, della grande stampa e degli opinion makers, non ha ancora compreso l'uomo Berlusconi, la forza della sua leadership, la robustezza di ciò a cui egli ha dato politicamente vita dal 1994, con il consenso maggioritario del popolo italiano.
Ancora ieri bastava ascoltare i tg e i programmi di approfondimento per sentire gli esponenti della galassia antiberlusconiana annunciare l'imminente Caporetto del presidente del Consiglio, la sua disfatta finale, l'archiviazione di un ciclo, la fine di un'epoca, il tramonto di un progetto politico, la rovinosa caduta da cavallo di un condottiero stanco e non più in grado di guidare il suo esercito prossimo all'umiliazione.
Invece Silvio è ancora in piedi. E il valore simbolico della votazione alla Camera va ben oltre il valore numerico. Oggi vincere o perdere a Montecitorio, anche se solo per un voto o per un pugno di voti, non era la stessa cosa. Perché in ballo non c'era solamente la sopravvivenza di un governo, ma anche e soprattutto il significato di simbolo che era stato attribuito a questa giornata. Di mezzo, cioè, c'era l'aria da nuovo 25 aprile iniettata in dosi industriali dall'esercito antiberlusconiano al gran completo, a partire dal Pd e dall'Idv per arrivare a Fini, passando per le truppe di complemento giornalistiche, La Repubblica, Il Fatto, L'Unità e simili. Tutti insieme hanno creato un clima torrido da liberazione dal tiranno, certi che questo sarebbe stato il gran giorno, la volta buona, la data da segnare in rosso sul calendario e da tramandare ai posteri, il momento catartico, l'istante in cui il sogno si materializza e diventa realtà.
Tutto questo non si è avverato, e chi ha seminato vento ora raccoglierà tempesta. Perché il pallino del gioco è tornato saldo nelle mani di Berlusconi. Perché la sua figura ne esce rafforzata. Perché la sua leadership sul centrodestra si è rivelata a prova di bomba, cioè a prova di giochi di Palazzo, tradimenti e congiure varie. Come diceva Machiavelli, citato ieri sul Corriere della Sera da Pierluigi Battista, «per esperienzia si vede molte essere state le coniure, e poche aver avuto buon fine», con conseguenze disastrose per i «coniurati». «Se le controffensive non riescono - ha chiosato Battista in riferimento alla mozione di sfiducia promossa da Futuro e Libertà - gli effetti sono disastrosi per chi ha attaccato con troppa e velleitaria frettolosità. La sfiducia a Berlusconi voleva dire infliggere il colpo definitivo al premier. Ma se quel colpo va a vuoto, il contraccolpo sarebbe violentissimo per chi fallisce l'obiettivo».
E' Gianfranco Fini, dunque, il vero sconfitto del voto alla Camera. E' lui che ha perso la partita della vita. E' lui che ha puntato tutto sulla sfiducia al presidente del Consiglio. E' lui che ha dimostrato una totale mancanza di saggezza e lungimiranza politica con la sua strategia antiberlusconiana messa in campo da un anno e mezzo a questa parte. E' lui che ha flirtato con i nemici storici del Cavaliere per tentare di mettere insieme i numeri per farlo cadere. E' lui che più di tutti ne ha chiesto le dimissioni in questi ultimi mesi. Ed è lui, quindi, che paga e pagherà il prezzo più salato di questa sconfitta che fa finalmente piazza pulita di tutto il fango gettato addosso a Berlusconi dai pasdaran di Futuro e Libertà. Il fango passa, il governo resta. Silvio vince, Gianfranco perde. Vince l'interesse nazionale, perdono i personalismi senza costrutto.
Gianteo Bordero
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venerdì 12 novembre 2010
QUANDO FINI ERA CONTRO I RIBALTONI
da Ragionpolitica.it del 12 novembre 2010
«In Costituzione la norma antiribaltone». «Se il governo perde la maggioranza si va alle urne». Firmato Gianfranco Fini. Peccato soltanto che si tratti di dichiarazioni risalenti all'anno di grazia 2005. Quattordicesima legislatura. Terzo governo Berlusconi. Maggioranza di centrodestra formato Casa delle Libertà: Forza Italia, An, Lega e Udc. Intervistato dal Gazzettino di Venezia, l'allora vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri analizza la situazione politica, che vede all'ordine del giorno le dimissioni di Marco Follini da segretario dell'Udc e le conseguenti voci su un possibile passaggio di quest'ultimo al centrosinistra. Domanda dell'intervistatore, Giorgio Gasco, a Fini: «Lei ha appena detto che c'è in giro qualcuno che ha governato per quattro anni e ora si chiama fuori, all'ultimo giro. Insomma, i voltagabbana. Pensava a Follini?». Risposta: «Pensavo a quelli che, eletti col centrodestra, poi si sono collocati nel centrosinistra, magari attraverso quel grande riciclatore, quella lavanderia della politica, che è Mastella dell'Udeur». A futura memoria. Passando poi all'esame del più importante provvedimento in votazione alle Camere in quella fase, e cioè la riforma costituzionale che sarebbe poi stata bocciata dal referendum dell'anno successivo, affermava l'allora presidente di An: «La revisione (della Costituzione, ndr) conterrà la norma antiribaltone, così che se il governo perde la maggioranza si va alle urne, evitando di replicare le storture di Prodi e D'Alema».
Chissà se oggi l'onorevole Fini condivide ancora queste parole da lui stesso pronunciate. Sono infatti tali e tante le giravolte di idee e di posizioni politiche a cui egli ci ha abituati da un po' di tempo a questa parte (immigrazione, temi etici, Costituzione, ecc...), che è lecito nutrire qualche dubbio anche in merito al tema in oggetto. Chi ha avuto occasione di seguire il dibattito tra il presidente della Camera e Massimo D'Alema organizzato qualche tempo fa ad Asolo dalle fondazioni FareFuturo e Italianieuropei se ne sarà reso conto: il feeling tra i due andava ben oltre la personale stima reciproca, che entrambi non hanno mai nascosto. Si trattava invece di una liaison politica a tutti gli effetti. Per quanto riguarda D'Alema, non c'è da stupirsi: stiamo parlando del maggior teorico - e pratico - del ribaltone che vi sia in circolazione, avendo egli già organizzato quello del post Berlusconi nel 1994, che portò alla nascita del governo Dini, e avendo realizzato quello del 1998 con il quale cacciò da Palazzo Chigi il suo compagno di schieramento Romano Prodi e si insediò personalmente alla guida dell'esecutivo. Quello che oggi lascia perplessi - per usare un eufemismo - non è dunque la tendenza dalemiana a reiterare i tentativi del passato con manovre finalizzate a trasformare gli sconfitti dalle urne in vincitori con giochi di Palazzo, quanto la china intrapresa da Fini in merito alla nascita di governi non legittimati dal voto popolare.
Ce lo ricordiamo tutti il segretario del Msi tuonare contro la Prima Repubblica, contro il consociativismo e contro la partitocrazia. Ce lo ricordiamo tutti il presidente di An strenuo difensore del bipolarismo e del rispetto della volontà popolare contro ogni ritorno al passato. E più vivi sono questi ricordi, più stride con la memoria l'immagine che oggi Fini fornisce di sé con le sue scelte, con quel suo tatticismo esasperato, con quel riportare in auge le peggiori liturgie politiche del tempo che fu, i riti fumosi di un'epoca che gli italiani non rimpiangono. Tant'è vero che, come ha sottolineato di recente il direttore responsabile de Il Giornale, Alessandro Sallusti, il Fini in versione Alleanza Nazionale, alleato di Berlusconi, era riuscito a portare il suo partito al 15% dei consensi, mentre oggi il Fini nella versione antiberlusconiana di Futuro e Libertà non ne raccoglie - sondaggi alla mano - neppure la metà nella migliore delle ipotesi, e ancora meno ne raccoglierebbe se decidesse di lanciarsi in spericolate alleanze con coloro che egli ha sempre combattuto e contrastato.
Insomma, il «nuovo Fini», come già ci è capitato di osservare, potrà pure piacere un sacco all'intellighenzia politicamente corretta, ai maitre-a-penser della sinistra radical chic, ai benpensanti che leggono Repubblica e ai giustizialisti che leggono Il Fatto, agli antiberlusconiani in servizio permanente effettivo. Ma il rischio più che concreto - per lui - è che a non seguirlo siano proprio molti dei suoi estimatori di un tempo, quel popolo della destra che vedeva in Fini una bandiera della coerenza, della fedeltà ai patti e alle alleanze, della chiarezza politica, dei valori tradizionali, e che oggi non si riconosce più in un politico che sembra rinnegare, gettandolo a mare, tutto ciò che egli ha costruito negli ultimi vent'anni.
Gianteo Bordero
«In Costituzione la norma antiribaltone». «Se il governo perde la maggioranza si va alle urne». Firmato Gianfranco Fini. Peccato soltanto che si tratti di dichiarazioni risalenti all'anno di grazia 2005. Quattordicesima legislatura. Terzo governo Berlusconi. Maggioranza di centrodestra formato Casa delle Libertà: Forza Italia, An, Lega e Udc. Intervistato dal Gazzettino di Venezia, l'allora vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri analizza la situazione politica, che vede all'ordine del giorno le dimissioni di Marco Follini da segretario dell'Udc e le conseguenti voci su un possibile passaggio di quest'ultimo al centrosinistra. Domanda dell'intervistatore, Giorgio Gasco, a Fini: «Lei ha appena detto che c'è in giro qualcuno che ha governato per quattro anni e ora si chiama fuori, all'ultimo giro. Insomma, i voltagabbana. Pensava a Follini?». Risposta: «Pensavo a quelli che, eletti col centrodestra, poi si sono collocati nel centrosinistra, magari attraverso quel grande riciclatore, quella lavanderia della politica, che è Mastella dell'Udeur». A futura memoria. Passando poi all'esame del più importante provvedimento in votazione alle Camere in quella fase, e cioè la riforma costituzionale che sarebbe poi stata bocciata dal referendum dell'anno successivo, affermava l'allora presidente di An: «La revisione (della Costituzione, ndr) conterrà la norma antiribaltone, così che se il governo perde la maggioranza si va alle urne, evitando di replicare le storture di Prodi e D'Alema».
Chissà se oggi l'onorevole Fini condivide ancora queste parole da lui stesso pronunciate. Sono infatti tali e tante le giravolte di idee e di posizioni politiche a cui egli ci ha abituati da un po' di tempo a questa parte (immigrazione, temi etici, Costituzione, ecc...), che è lecito nutrire qualche dubbio anche in merito al tema in oggetto. Chi ha avuto occasione di seguire il dibattito tra il presidente della Camera e Massimo D'Alema organizzato qualche tempo fa ad Asolo dalle fondazioni FareFuturo e Italianieuropei se ne sarà reso conto: il feeling tra i due andava ben oltre la personale stima reciproca, che entrambi non hanno mai nascosto. Si trattava invece di una liaison politica a tutti gli effetti. Per quanto riguarda D'Alema, non c'è da stupirsi: stiamo parlando del maggior teorico - e pratico - del ribaltone che vi sia in circolazione, avendo egli già organizzato quello del post Berlusconi nel 1994, che portò alla nascita del governo Dini, e avendo realizzato quello del 1998 con il quale cacciò da Palazzo Chigi il suo compagno di schieramento Romano Prodi e si insediò personalmente alla guida dell'esecutivo. Quello che oggi lascia perplessi - per usare un eufemismo - non è dunque la tendenza dalemiana a reiterare i tentativi del passato con manovre finalizzate a trasformare gli sconfitti dalle urne in vincitori con giochi di Palazzo, quanto la china intrapresa da Fini in merito alla nascita di governi non legittimati dal voto popolare.
Ce lo ricordiamo tutti il segretario del Msi tuonare contro la Prima Repubblica, contro il consociativismo e contro la partitocrazia. Ce lo ricordiamo tutti il presidente di An strenuo difensore del bipolarismo e del rispetto della volontà popolare contro ogni ritorno al passato. E più vivi sono questi ricordi, più stride con la memoria l'immagine che oggi Fini fornisce di sé con le sue scelte, con quel suo tatticismo esasperato, con quel riportare in auge le peggiori liturgie politiche del tempo che fu, i riti fumosi di un'epoca che gli italiani non rimpiangono. Tant'è vero che, come ha sottolineato di recente il direttore responsabile de Il Giornale, Alessandro Sallusti, il Fini in versione Alleanza Nazionale, alleato di Berlusconi, era riuscito a portare il suo partito al 15% dei consensi, mentre oggi il Fini nella versione antiberlusconiana di Futuro e Libertà non ne raccoglie - sondaggi alla mano - neppure la metà nella migliore delle ipotesi, e ancora meno ne raccoglierebbe se decidesse di lanciarsi in spericolate alleanze con coloro che egli ha sempre combattuto e contrastato.
Insomma, il «nuovo Fini», come già ci è capitato di osservare, potrà pure piacere un sacco all'intellighenzia politicamente corretta, ai maitre-a-penser della sinistra radical chic, ai benpensanti che leggono Repubblica e ai giustizialisti che leggono Il Fatto, agli antiberlusconiani in servizio permanente effettivo. Ma il rischio più che concreto - per lui - è che a non seguirlo siano proprio molti dei suoi estimatori di un tempo, quel popolo della destra che vedeva in Fini una bandiera della coerenza, della fedeltà ai patti e alle alleanze, della chiarezza politica, dei valori tradizionali, e che oggi non si riconosce più in un politico che sembra rinnegare, gettandolo a mare, tutto ciò che egli ha costruito negli ultimi vent'anni.
Gianteo Bordero
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lunedì 8 novembre 2010
FINI. E QUESTO SAREBBE IL LEADER DEL FUTURO?
da Ragionpolitica.it dell'8 novembre 2010
E questo sarebbe il nuovo? Questo sarebbe il coraggio di un grande leader? Ma ci faccia il piacere, onorevole Fini. Raschiando via dal suo discorso alla convention di Futuro e Libertà i quintali di chiacchiere senza costrutto e di retorica da vecchia politique politicienne, quello che resta è da un lato la sua richiesta a Berlusconi di aprire una crisi parlamentare al buio, come ai tempi peggiori della Prima Repubblica (a proposito, Fli non doveva inaugurare a Perugia la Terza?) e, dall'altro lato, la sua mancanza di coraggio nel trarre le conseguenze logiche delle sue stesse parole, votando la sfiducia al governo Berlusconi, in cui non si riconosce più, nelle sede a ciò preposta, cioè - come lei dovrebbe ben sapere, anche se domenica ha fatto finta di dimenticarsene - il parlamento. Altro che ruggito del leone! La sua è soltanto una fuga dalla piena assunzione di responsabilità, la dissociazione - tipica anche in questo caso della peggior politica politicante - tra il dire e il fare. Del resto, come diceva Manzoni, il coraggio se uno non ce l'ha non può darselo. Al suo confronto il tanto vituperato Clemente Mastella, che dopo essersi dimesso da ministro andò in Senato per votare la sfiducia al governo Prodi, svetta come un gigante di coerenza e di credibilità.
Esageriamo? Sono i fatti stessi a darci ragione. Anzi, i non fatti, cioè quello che non accade. Se secondo lei il Berlusconi IV è al capolinea e non è più in grado di mettere in atto scelte utili per il Paese, c'è una sola strada maestra da percorrere. Innanzitutto, prima di invocare le dimissioni di Berlusconi, si dimetta lei da presidente di Montecitorio, visto che ormai è chiara a tutti l'assoluta insostenibilità della sua posizione di terza carica dello Stato che invece di rappresentare in modo imparziale tutta la Camera, come stabilisce lo stesso regolamento oltre che il comune buon senso, si fa attore di parte, promuovendo scissioni, dando vita a un nuovo partito, gettando fango su quello dal quale proviene, lavorando attivamente e in prima fila per rivoltare come un calzino il quadro politico uscito da libere elezioni. Poi, dopo essersi dimesso, da capo parlamentare della sua nuova - si fa per dire - creatura, sfili anche lei sotto il banco della presidenza della Camera e voti di fronte ai rappresentanti del popolo la sfiducia al governo. Questo sì che sarebbe un atto di coraggio, da vero leader quale lei aspira ad essere.
Ma lei non farà nessuna delle due cose. Ritirerà la delegazione di Fli dall'esecutivo e poi, come ha annunciato a Perugia, si terrà le mani libere, votando di volta in volta, senza vincolo di maggioranza, i provvedimenti sottoposti all'attenzione delle Camere. Così, oltre a creare il caos parlamentare e la paralisi dell'azione di governo, facendo pagare al Paese il prezzo salato della sua personale ambizione politica, riporterà indietro le lancette della nostra storia repubblicana, riproponendo la deleteria prassi delle maggioranze variabili slegate da qualsiasi rapporto organico con l'esecutivo. Lei, che per decenni è stato il fautore di una svolta presidenziale per l'Italia in nome della governabilità e dell'ammodernamento delle nostre istituzioni, si comporta ora come un qualsiasi segretario del pentapartito che fu. Tutto questo non in nome del ritorno alla politica da lei invocato dal palco della convention di Futuro e Libertà, ma per un mero calcolo tattico.
Perché è chiaro che lei, onorevole Fini, non sta facendo politica, alta politica - checché ne dicano i suoi pasdaran che sembrano affetti da quello stesso culto cieco della personalità rimproverato agli esponenti e ai militanti del Pdl - bensì un logorante, cinico e sterile tatticismo fine a se stesso. Come altro spiegare, ad esempio, il fatto che solo un mese fa Fli aveva votato, alla Camera e al Senato, la fiducia all'esecutivo sui cinque punti programmatici illustrati dal presidente del Consiglio, mentre oggi scopriamo che questi punti sono diventati «punticini», il «compitino» assegnato a ogni parlamentare, e che serve una «nuova agenda» di governo, anzi serve un nuovo governo con una nuova maggioranza?
Quando lei ha camminato in proprio in chiave antiberlusconiana, in questi ultimi sedici anni, non ha avuto grande fortuna. L'episodio dell'Elefantino con Mario Segni, naufragato miseramente causa disarmante mancanza di voti, è li a dimostrarlo. Non sappiamo come finirà la sua nuova avventura. Questa volta lei gode dell'ampio consenso dei media e della sinistra, di Scalfari e di D'Alema. Dubitiamo fortemente che le basterà per realizzare i suoi sogni di gloria. Non si illuda: non saranno i voti della gauche a benedire quella «nuova destra, moderna ed europea» che Fli dice di voler costruire. Quanto ai voti del centrodestra, nella stragrande maggioranza dei casi continueranno ad andare, come peraltro documentato dai sondaggi, verso colui che il centrodestra ha creato e fatto crescere in questi anni. Chiaramente non si tratta di lei, ma di colui dal quale sono dipese, dal '94 ad oggi, anche le sue fortune politiche.
Gianteo Bordero
E questo sarebbe il nuovo? Questo sarebbe il coraggio di un grande leader? Ma ci faccia il piacere, onorevole Fini. Raschiando via dal suo discorso alla convention di Futuro e Libertà i quintali di chiacchiere senza costrutto e di retorica da vecchia politique politicienne, quello che resta è da un lato la sua richiesta a Berlusconi di aprire una crisi parlamentare al buio, come ai tempi peggiori della Prima Repubblica (a proposito, Fli non doveva inaugurare a Perugia la Terza?) e, dall'altro lato, la sua mancanza di coraggio nel trarre le conseguenze logiche delle sue stesse parole, votando la sfiducia al governo Berlusconi, in cui non si riconosce più, nelle sede a ciò preposta, cioè - come lei dovrebbe ben sapere, anche se domenica ha fatto finta di dimenticarsene - il parlamento. Altro che ruggito del leone! La sua è soltanto una fuga dalla piena assunzione di responsabilità, la dissociazione - tipica anche in questo caso della peggior politica politicante - tra il dire e il fare. Del resto, come diceva Manzoni, il coraggio se uno non ce l'ha non può darselo. Al suo confronto il tanto vituperato Clemente Mastella, che dopo essersi dimesso da ministro andò in Senato per votare la sfiducia al governo Prodi, svetta come un gigante di coerenza e di credibilità.
Esageriamo? Sono i fatti stessi a darci ragione. Anzi, i non fatti, cioè quello che non accade. Se secondo lei il Berlusconi IV è al capolinea e non è più in grado di mettere in atto scelte utili per il Paese, c'è una sola strada maestra da percorrere. Innanzitutto, prima di invocare le dimissioni di Berlusconi, si dimetta lei da presidente di Montecitorio, visto che ormai è chiara a tutti l'assoluta insostenibilità della sua posizione di terza carica dello Stato che invece di rappresentare in modo imparziale tutta la Camera, come stabilisce lo stesso regolamento oltre che il comune buon senso, si fa attore di parte, promuovendo scissioni, dando vita a un nuovo partito, gettando fango su quello dal quale proviene, lavorando attivamente e in prima fila per rivoltare come un calzino il quadro politico uscito da libere elezioni. Poi, dopo essersi dimesso, da capo parlamentare della sua nuova - si fa per dire - creatura, sfili anche lei sotto il banco della presidenza della Camera e voti di fronte ai rappresentanti del popolo la sfiducia al governo. Questo sì che sarebbe un atto di coraggio, da vero leader quale lei aspira ad essere.
Ma lei non farà nessuna delle due cose. Ritirerà la delegazione di Fli dall'esecutivo e poi, come ha annunciato a Perugia, si terrà le mani libere, votando di volta in volta, senza vincolo di maggioranza, i provvedimenti sottoposti all'attenzione delle Camere. Così, oltre a creare il caos parlamentare e la paralisi dell'azione di governo, facendo pagare al Paese il prezzo salato della sua personale ambizione politica, riporterà indietro le lancette della nostra storia repubblicana, riproponendo la deleteria prassi delle maggioranze variabili slegate da qualsiasi rapporto organico con l'esecutivo. Lei, che per decenni è stato il fautore di una svolta presidenziale per l'Italia in nome della governabilità e dell'ammodernamento delle nostre istituzioni, si comporta ora come un qualsiasi segretario del pentapartito che fu. Tutto questo non in nome del ritorno alla politica da lei invocato dal palco della convention di Futuro e Libertà, ma per un mero calcolo tattico.
Perché è chiaro che lei, onorevole Fini, non sta facendo politica, alta politica - checché ne dicano i suoi pasdaran che sembrano affetti da quello stesso culto cieco della personalità rimproverato agli esponenti e ai militanti del Pdl - bensì un logorante, cinico e sterile tatticismo fine a se stesso. Come altro spiegare, ad esempio, il fatto che solo un mese fa Fli aveva votato, alla Camera e al Senato, la fiducia all'esecutivo sui cinque punti programmatici illustrati dal presidente del Consiglio, mentre oggi scopriamo che questi punti sono diventati «punticini», il «compitino» assegnato a ogni parlamentare, e che serve una «nuova agenda» di governo, anzi serve un nuovo governo con una nuova maggioranza?
Quando lei ha camminato in proprio in chiave antiberlusconiana, in questi ultimi sedici anni, non ha avuto grande fortuna. L'episodio dell'Elefantino con Mario Segni, naufragato miseramente causa disarmante mancanza di voti, è li a dimostrarlo. Non sappiamo come finirà la sua nuova avventura. Questa volta lei gode dell'ampio consenso dei media e della sinistra, di Scalfari e di D'Alema. Dubitiamo fortemente che le basterà per realizzare i suoi sogni di gloria. Non si illuda: non saranno i voti della gauche a benedire quella «nuova destra, moderna ed europea» che Fli dice di voler costruire. Quanto ai voti del centrodestra, nella stragrande maggioranza dei casi continueranno ad andare, come peraltro documentato dai sondaggi, verso colui che il centrodestra ha creato e fatto crescere in questi anni. Chiaramente non si tratta di lei, ma di colui dal quale sono dipese, dal '94 ad oggi, anche le sue fortune politiche.
Gianteo Bordero
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giovedì 14 ottobre 2010
FINIANI. SE QUESTO È IL «FUTURO»...
da Ragionpolitica.it del 14 ottobre 2010
Se stiamo ai fatti di questi giorni, appare evidente come Futuro e Libertà non si configuri come la «nuova destra, moderna ed europea», bensì come il partito del «vecchio», come un movimento nostalgico dei riti e delle liturgie politiche della Prima Repubblica. Un esempio su tutti può confermarlo: mentre Fli dichiara la sua fedeltà e la sua lealtà al governo, si muove in parlamento per dare vita a maggioranze alternative su temi rilevanti come la riforma della legge elettorale. E' stato lo stesso presidente della Camera a chiedere nei giorni scorsi, con una lettera inviata al presidente del Senato, che tale riforma sia incardinata al più presto a Montecitorio, nonostante Palazzo Madama se ne stia occupando già da tempo e i lavori siano giunti a buon punto, come ha spiegato il relatore Lucio Malan (Pdl). Fini, nella sua doppia e sempre più ingombrante veste di leader di partito e di numero uno della Camera, è consapevole infatti che mentre al Senato il suo gruppo non risulta decisivo, nell'altro ramo del parlamento Futuro e Libertà potrebbe determinare la formazione di maggioranze diverse da quella attuale.
Tattica o strategica che sia, questa mossa di Fli rimette in campo un'idea di parlamentarismo che certo non guarda al futuro, e che riporta invece indietro nel tempo le lancette della storia repubblicana dell'Italia. Pensare che possa esistere una maggioranza parlamentare diversa e in qualche caso alternativa alla maggioranza di governo significa aderire a quel modello assemblearista che ha provocato solo guai laddove esso ha trovato applicazione concreta, primi tra tutti l'instabilità degli esecutivi e l'impossibilità di una programmazione riformatrice di lungo periodo. Nel moderno parlamentarismo, come più volte abbiamo sottolineato, compito principale della maggioranza uscita vincitrice dal voto è quello di esprimere un governo e di sostenerne le proposte, non quello di porsi in posizione di terzietà rispetto ad esso. L'Italia ha intrapreso con chiarezza questa strada nel momento in cui sulla scheda elettorale (all'interno dei simboli di partito) e nei programmi consegnati al momento della presentazione ufficiale delle liste è comparso anche il nome del candidato alla presidenza del Consiglio: ciò lega inscindibilmente, facendole di fatto coincidere, maggioranza parlamentare e maggioranza di governo. Questo, del resto, è quello che accade in tutti i sistemi istituzionali dove il parlamentarismo, non degradando in assemblearismo, garantisce quella «democrazia governante» che è il frutto maturo delle conquiste costituzionali dell'epoca moderna. Coloro che oggi dichiarano di voler abrogare la vigente legge elettorale mostrano in sostanza, volenti o nolenti, di voler cancellare anche quel poco di stabilità degli esecutivi che il nostro Paese ha conquistato in quella che è stata chiamata «Seconda Repubblica».
Questa prospettiva non coincide in alcun modo con il bene e con gli interessi dell'Italia, e neppure con ciò che i cittadini si aspettano dalla politica: tutt'al più è funzionale ai giochi di potere di questo o quel gruppuscolo smanioso di contare di più nei Palazzi con meno voti nelle urne. Se veramente si vuole guardare avanti e modernizzare definitivamente le nostre istituzioni, occorrerebbe fare il contrario di quanto sostengono i fautori della riforma elettorale anti-Porcellum e delle maggioranze variabili: impegnarsi affinché quelli che ad oggi sono princìpi sanciti solo da una legge ordinaria (quale è quella elettorale) e dalla Costituzione materiale del Paese possano diventare parte integrante anche della Costituzione formale. Del resto, come ha scritto il presidente del Consiglio nel suo messaggio per la commemorazione in Senato di Francesco Cossiga, la Costituzione non è «un dogma, ma una carta delle regole democratiche che riconosce essa stessa per prima, al suo stesso interno, la possibilità di adattare ai tempi le istituzioni dello Stato». Si tratta, in sostanza, di cristallizzare nella Carta l'evoluzione istituzionale già avvenuta de facto negli ultimi sedici anni, dando al governo quel che è del governo e mettendo una pietra tombale sulle degenerazioni partitocratiche a cui abbiamo assistito in passato e che rischiano oggi di tornare sulla scena, magari mascherate sotto l'etichetta del «futuro».
Gianteo Bordero
Se stiamo ai fatti di questi giorni, appare evidente come Futuro e Libertà non si configuri come la «nuova destra, moderna ed europea», bensì come il partito del «vecchio», come un movimento nostalgico dei riti e delle liturgie politiche della Prima Repubblica. Un esempio su tutti può confermarlo: mentre Fli dichiara la sua fedeltà e la sua lealtà al governo, si muove in parlamento per dare vita a maggioranze alternative su temi rilevanti come la riforma della legge elettorale. E' stato lo stesso presidente della Camera a chiedere nei giorni scorsi, con una lettera inviata al presidente del Senato, che tale riforma sia incardinata al più presto a Montecitorio, nonostante Palazzo Madama se ne stia occupando già da tempo e i lavori siano giunti a buon punto, come ha spiegato il relatore Lucio Malan (Pdl). Fini, nella sua doppia e sempre più ingombrante veste di leader di partito e di numero uno della Camera, è consapevole infatti che mentre al Senato il suo gruppo non risulta decisivo, nell'altro ramo del parlamento Futuro e Libertà potrebbe determinare la formazione di maggioranze diverse da quella attuale.
Tattica o strategica che sia, questa mossa di Fli rimette in campo un'idea di parlamentarismo che certo non guarda al futuro, e che riporta invece indietro nel tempo le lancette della storia repubblicana dell'Italia. Pensare che possa esistere una maggioranza parlamentare diversa e in qualche caso alternativa alla maggioranza di governo significa aderire a quel modello assemblearista che ha provocato solo guai laddove esso ha trovato applicazione concreta, primi tra tutti l'instabilità degli esecutivi e l'impossibilità di una programmazione riformatrice di lungo periodo. Nel moderno parlamentarismo, come più volte abbiamo sottolineato, compito principale della maggioranza uscita vincitrice dal voto è quello di esprimere un governo e di sostenerne le proposte, non quello di porsi in posizione di terzietà rispetto ad esso. L'Italia ha intrapreso con chiarezza questa strada nel momento in cui sulla scheda elettorale (all'interno dei simboli di partito) e nei programmi consegnati al momento della presentazione ufficiale delle liste è comparso anche il nome del candidato alla presidenza del Consiglio: ciò lega inscindibilmente, facendole di fatto coincidere, maggioranza parlamentare e maggioranza di governo. Questo, del resto, è quello che accade in tutti i sistemi istituzionali dove il parlamentarismo, non degradando in assemblearismo, garantisce quella «democrazia governante» che è il frutto maturo delle conquiste costituzionali dell'epoca moderna. Coloro che oggi dichiarano di voler abrogare la vigente legge elettorale mostrano in sostanza, volenti o nolenti, di voler cancellare anche quel poco di stabilità degli esecutivi che il nostro Paese ha conquistato in quella che è stata chiamata «Seconda Repubblica».
Questa prospettiva non coincide in alcun modo con il bene e con gli interessi dell'Italia, e neppure con ciò che i cittadini si aspettano dalla politica: tutt'al più è funzionale ai giochi di potere di questo o quel gruppuscolo smanioso di contare di più nei Palazzi con meno voti nelle urne. Se veramente si vuole guardare avanti e modernizzare definitivamente le nostre istituzioni, occorrerebbe fare il contrario di quanto sostengono i fautori della riforma elettorale anti-Porcellum e delle maggioranze variabili: impegnarsi affinché quelli che ad oggi sono princìpi sanciti solo da una legge ordinaria (quale è quella elettorale) e dalla Costituzione materiale del Paese possano diventare parte integrante anche della Costituzione formale. Del resto, come ha scritto il presidente del Consiglio nel suo messaggio per la commemorazione in Senato di Francesco Cossiga, la Costituzione non è «un dogma, ma una carta delle regole democratiche che riconosce essa stessa per prima, al suo stesso interno, la possibilità di adattare ai tempi le istituzioni dello Stato». Si tratta, in sostanza, di cristallizzare nella Carta l'evoluzione istituzionale già avvenuta de facto negli ultimi sedici anni, dando al governo quel che è del governo e mettendo una pietra tombale sulle degenerazioni partitocratiche a cui abbiamo assistito in passato e che rischiano oggi di tornare sulla scena, magari mascherate sotto l'etichetta del «futuro».
Gianteo Bordero
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lunedì 4 ottobre 2010
LA DIFFERENZA BERLUSCONIANA
da Ragionpolitica.it del 4 ottobre 2010
Il quadro che emerge dal dibattito pubblico di questi ultimi giorni delinea chiaramente due schieramenti caratterizzati da due modi alternativi di intendere la politica: da un lato Silvio Berlusconi e l'asse Pdl-Lega, con la centralità attribuita alla «politica del fare», al rispetto del programma presentato ai cittadini e alla premiership indicata nel simbolo elettorale, dall'altro lato un agglomerato di forze la cui unica volontà sembra essere quella di riportare in auge un modello fondato sul primato dei partiti nel decidere a tavolino, nelle «secrete stanze» dei palazzi romani, le sorti del governo del Paese. Così, mentre a Milano, alla Festa della Libertà, il presidente del Consiglio illustra i risultati raggiunti dal suo esecutivo per garantire la tenuta del Sistema-Italia e parla delle riforme ancora necessarie (in primis quella della giustizia) per rendere lo Stato veramente «amico» dei cittadini, altrove si discetta di questioni che tutt'al più possono interessare soltanto la cerchia ristretta dei dirigenti di partito al fine della loro sopravvivenza politica.
C'è un abisso che separa il tono e l'ispirazione di fondo del discorso del premier alla kermesse milanese del Pdl e le dichiarazioni di coloro i quali, invece che delineare proposte alternative sui vari capitoli di governo, non sanno fare altro che invocare una nuova legge elettorale al solo scopo di mettere fuori dai giochi il Cavaliere dando vita a meccanismi tecnici per anestetizzare il responso delle urne e la volontà popolare. Basta prendere in esame le dichiarazioni domenicali dell'onorevole Bocchino per rendersene conto. Il capogruppo di Futuro e Libertà alla Camera, che solo pochi giorni fa aveva votato a Montecitorio la fiducia all'esecutivo sui cinque punti illustrati in aula dal presidente del Consiglio, ieri si è detto pronto a dare vita a un governo alternativo a quello di Berlusconi al sol fine di modificare l'attuale normativa elettorale, cancellando il premio di maggioranza che oggi garantisce alla coalizione uscita vincitrice dalle urne i numeri sufficienti per mettere in atto il proprio programma.
Da una parte, dunque, vi è - continua ad esservi - la novità berlusconiana inaugurata nel 1994, fondata sul rapporto diretto tra leader e popolo, sulla scelta del premier da parte del corpo elettorale sulla base di una definita e chiara agenda di governo, mentre dall'altra si riaffaccia sulla scena la nostalgia del vecchio sistema che ha caratterizzato gli ultimi decenni della Prima Repubblica e che è stato alla base della sua consunzione politica: una partitocrazia autoreferenziale, interessata solamente alla sopravvivenza della «Casta» e di fatto sciolta, in nome dell'assenza del vincolo di mandato prevista dalla Costituzione del '48, da ogni legame diretto con il popolo votante. Come ha dichiarato in una nota il coordinatore nazionale del Pdl Sandro Bondi, se la proposta dell'onorevole Bocchino diventasse realtà «si formerebbe un fronte trasversale costituito anche dalla sinistra e dall'Udc, plastica esemplificazione del trasformismo parlamentare, della manipolazione più sfrontata della volontà popolare, della volontà di affossare il bipolarismo per ritornare agli amati riti della partitocrazia».
Non è casuale, così, che prima del suo intervento alla Festa della Libertà il presidente del Consiglio abbia deciso di riproporre il video nel quale egli annunciava la sua «discesa in campo», come non è casuale che il premier, al termine del suo discorso, abbia riletto una pagina del suo primo incontro pubblico con gli elettori, nella quale è riassunto il credo politico attorno al quale ha preso forma quel popolo che si è ritrovato prima in Forza Italia e poi nel Pdl. Quel popolo che da sedici anni a questa parte non ha mai fatto venire meno la sua fiducia in Berlusconi, riconoscendo in lui l'unica possibilità per uscire dalle secche della partitocrazia e per dare vita ad una politica nuova, capace di restituire al Paese il senso della sua missione, la consapevolezza delle sue radici, l'orgoglio per la sua storia. Un messaggio che oggi conserva ancora intatta la sua forza d'urto per il presente e per il futuro, mentre tutt'attorno si danno convegno i nostalgici non soltanto del «vecchio», ma anche del «peggio».
Gianteo Bordero
Il quadro che emerge dal dibattito pubblico di questi ultimi giorni delinea chiaramente due schieramenti caratterizzati da due modi alternativi di intendere la politica: da un lato Silvio Berlusconi e l'asse Pdl-Lega, con la centralità attribuita alla «politica del fare», al rispetto del programma presentato ai cittadini e alla premiership indicata nel simbolo elettorale, dall'altro lato un agglomerato di forze la cui unica volontà sembra essere quella di riportare in auge un modello fondato sul primato dei partiti nel decidere a tavolino, nelle «secrete stanze» dei palazzi romani, le sorti del governo del Paese. Così, mentre a Milano, alla Festa della Libertà, il presidente del Consiglio illustra i risultati raggiunti dal suo esecutivo per garantire la tenuta del Sistema-Italia e parla delle riforme ancora necessarie (in primis quella della giustizia) per rendere lo Stato veramente «amico» dei cittadini, altrove si discetta di questioni che tutt'al più possono interessare soltanto la cerchia ristretta dei dirigenti di partito al fine della loro sopravvivenza politica.
C'è un abisso che separa il tono e l'ispirazione di fondo del discorso del premier alla kermesse milanese del Pdl e le dichiarazioni di coloro i quali, invece che delineare proposte alternative sui vari capitoli di governo, non sanno fare altro che invocare una nuova legge elettorale al solo scopo di mettere fuori dai giochi il Cavaliere dando vita a meccanismi tecnici per anestetizzare il responso delle urne e la volontà popolare. Basta prendere in esame le dichiarazioni domenicali dell'onorevole Bocchino per rendersene conto. Il capogruppo di Futuro e Libertà alla Camera, che solo pochi giorni fa aveva votato a Montecitorio la fiducia all'esecutivo sui cinque punti illustrati in aula dal presidente del Consiglio, ieri si è detto pronto a dare vita a un governo alternativo a quello di Berlusconi al sol fine di modificare l'attuale normativa elettorale, cancellando il premio di maggioranza che oggi garantisce alla coalizione uscita vincitrice dalle urne i numeri sufficienti per mettere in atto il proprio programma.
Da una parte, dunque, vi è - continua ad esservi - la novità berlusconiana inaugurata nel 1994, fondata sul rapporto diretto tra leader e popolo, sulla scelta del premier da parte del corpo elettorale sulla base di una definita e chiara agenda di governo, mentre dall'altra si riaffaccia sulla scena la nostalgia del vecchio sistema che ha caratterizzato gli ultimi decenni della Prima Repubblica e che è stato alla base della sua consunzione politica: una partitocrazia autoreferenziale, interessata solamente alla sopravvivenza della «Casta» e di fatto sciolta, in nome dell'assenza del vincolo di mandato prevista dalla Costituzione del '48, da ogni legame diretto con il popolo votante. Come ha dichiarato in una nota il coordinatore nazionale del Pdl Sandro Bondi, se la proposta dell'onorevole Bocchino diventasse realtà «si formerebbe un fronte trasversale costituito anche dalla sinistra e dall'Udc, plastica esemplificazione del trasformismo parlamentare, della manipolazione più sfrontata della volontà popolare, della volontà di affossare il bipolarismo per ritornare agli amati riti della partitocrazia».
Non è casuale, così, che prima del suo intervento alla Festa della Libertà il presidente del Consiglio abbia deciso di riproporre il video nel quale egli annunciava la sua «discesa in campo», come non è casuale che il premier, al termine del suo discorso, abbia riletto una pagina del suo primo incontro pubblico con gli elettori, nella quale è riassunto il credo politico attorno al quale ha preso forma quel popolo che si è ritrovato prima in Forza Italia e poi nel Pdl. Quel popolo che da sedici anni a questa parte non ha mai fatto venire meno la sua fiducia in Berlusconi, riconoscendo in lui l'unica possibilità per uscire dalle secche della partitocrazia e per dare vita ad una politica nuova, capace di restituire al Paese il senso della sua missione, la consapevolezza delle sue radici, l'orgoglio per la sua storia. Un messaggio che oggi conserva ancora intatta la sua forza d'urto per il presente e per il futuro, mentre tutt'attorno si danno convegno i nostalgici non soltanto del «vecchio», ma anche del «peggio».
Gianteo Bordero
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giovedì 30 settembre 2010
CENTRODESTRA. L'ORA DELLA RESPONSABILITÀ
da Ragionpolitica.it del 30 settembre 2010
Che Fli e Mpa fossero determinanti per la tenuta della maggioranza era già stato evidente, di fatto, in occasione del voto del 4 agosto sulla mozione di sfiducia al sottosegretario Caliendo, quando l'astensione dei gruppi che fanno capo a Gianfranco Fini e Raffaele Lombardo fece fermare l'asticella di Pdl e Lega a quota 299. La vera notizia dell'importante giornata politica di mercoledì è invece l'annuncio della prossima costituzione in partito di Futuro e Libertà per l'Italia. Si consuma così la definitiva scissione dal Popolo della Libertà, con una scelta che incide sullo scenario politico generale dopo che la nascita dei gruppi di Fli alla Camera e al Senato aveva già modificato quello parlamentare.
Futuro e Libertà, come hanno affermato chiaramente i suoi esponenti di punta, vuole porsi come la «terza gamba» dello schieramento di centrodestra, partecipare ai vertici di maggioranza, contrattare di volta in volta i provvedimenti da sottoporre all'attenzione del parlamento. E' evidente che ciò muta lo schema attorno al quale, sino ad oggi, è ruotata la coalizione che dal 2008 si trova alla guida del Paese, ossia l'asse tra Pdl e Lega Nord, che ha garantito due anni di governo stabile, efficace ed efficiente. Gianfranco Fini vuole giocare in proprio la sua partita, ripropone il modulo «a tre punte», rilancia la sua leadership come autonoma e distinta - seppur ad oggi ancora alleata - da Berlusconi. Così i parlamentari di Fli, mentre ripetono che rimarranno fedeli al programma elettorale presentato agli italiani e sottoscritto anche dal loro leader, possono allo stesso tempo dichiarare che su tutto il resto è necessario un confronto di merito con gli altri gruppi del centrodestra.
Si tratta dunque di verificare - e solo i prossimi passaggi parlamentari ce lo potranno dire - se alla forte maggioranza numerica uscita dal voto di fiducia alla Camera (ancora più ampia di quella registrata al momento dell'insediamento dell'esecutivo) corrisponda ancora un'altrettanto forte maggioranza politica, solida e coesa sui punti qualificanti dell'azione di governo illustrati dal presidente del Consiglio nel suo intervento a Montecitorio. Quello che è in ogni caso da evitare è un'opera di lento ma costante logoramento, messa magari in atto nelle Commissioni attraverso una pioggia di emendamenti ai provvedimenti presentati dall'esecutivo o alle leggi proposte da Pdl e Lega (è auspicabile, insomma, che non vada in scena la replica di quanto accaduto col ddl sulle intercettazioni). Ancor più da evitare è quella che il capogruppo del Popolo della Libertà alla Camera, Fabrizio Cicchitto, ha definito come «guerriglia mediatica», ossia i quotidiani ed ininterrotti attacchi rivolti contro il premier e contro il partito di maggioranza relativa da cui gli stessi esponenti di Futuro e Libertà provengono. E' su questo campo, insomma, che si potrà valutare se l'annunciata lealtà di Fli è veramente tale oppure se essa è soltanto un proclama retorico finalizzato a prendere tempo e a indebolire, cuocendoli a fuoco lento in vista delle prossime elezioni, Berlusconi, il Pdl e la Lega. Se i finiani diventano partito e dicono in quanto partito di sostenere il governo, hanno un dovere politico di correttezza e responsabilità che non deve più lasciare spazio al gioco al massacro messo in campo negli scorsi mesi: non si può, in nome del proprio tornaconto più o meno immediato, scherzare col fuoco di una situazione nazionale e internazionale che richiede un esecutivo solido, compatto, determinato a portare il Paese al di là di una crisi che ancora fa sentire i suoi effetti.
Alla luce della notizia della prossima nascita del partito di Futuro e Libertà, una riflessione va infine fatta sull'opportunità che Gianfranco Fini mantenga il suo incarico istituzionale alla guida di Montecitorio. Già nei mesi scorsi abbiamo sottolineato l'anomalia di un presidente della Camera che si fa protagonista attivo - sia nella sostanza che nella forma - del confronto politico, prima con un quotidiano controcanto alle dichiarazioni del presidente del Consiglio, poi promuovendo una scissione del gruppo parlamentare da cui anch'egli proviene per dar vita a una nuova formazione, infine annunciando la trasformazione di questo nuovo gruppo in partito vero e proprio di cui egli non potrà che essere il leader, anche qualora formalmente la guida del nuovo soggetto fosse affidata ad altri. E' chiaro che in una situazione del genere Fini non appaia e non sia più una figura super partes come dovrebbe essere quella del presidente della Camera. Nessuno ha chiesto e chiede a Fini di cancellare le sue opinioni politiche, ma quello a cui abbiamo assistito e a cui stiamo assistendo va ben oltre il confine che passa tra l'espressione delle proprie idee e l'esercizio di un ruolo politico di primo piano. Se Fini, come pare, vuole fare politica attiva e porsi alla guida di un nuovo partito, si dimetta. Sarebbe un elemento di chiarezza per evitare che il caos aumenti sotto il cielo di Roma.
Gianteo Bordero
Che Fli e Mpa fossero determinanti per la tenuta della maggioranza era già stato evidente, di fatto, in occasione del voto del 4 agosto sulla mozione di sfiducia al sottosegretario Caliendo, quando l'astensione dei gruppi che fanno capo a Gianfranco Fini e Raffaele Lombardo fece fermare l'asticella di Pdl e Lega a quota 299. La vera notizia dell'importante giornata politica di mercoledì è invece l'annuncio della prossima costituzione in partito di Futuro e Libertà per l'Italia. Si consuma così la definitiva scissione dal Popolo della Libertà, con una scelta che incide sullo scenario politico generale dopo che la nascita dei gruppi di Fli alla Camera e al Senato aveva già modificato quello parlamentare.
Futuro e Libertà, come hanno affermato chiaramente i suoi esponenti di punta, vuole porsi come la «terza gamba» dello schieramento di centrodestra, partecipare ai vertici di maggioranza, contrattare di volta in volta i provvedimenti da sottoporre all'attenzione del parlamento. E' evidente che ciò muta lo schema attorno al quale, sino ad oggi, è ruotata la coalizione che dal 2008 si trova alla guida del Paese, ossia l'asse tra Pdl e Lega Nord, che ha garantito due anni di governo stabile, efficace ed efficiente. Gianfranco Fini vuole giocare in proprio la sua partita, ripropone il modulo «a tre punte», rilancia la sua leadership come autonoma e distinta - seppur ad oggi ancora alleata - da Berlusconi. Così i parlamentari di Fli, mentre ripetono che rimarranno fedeli al programma elettorale presentato agli italiani e sottoscritto anche dal loro leader, possono allo stesso tempo dichiarare che su tutto il resto è necessario un confronto di merito con gli altri gruppi del centrodestra.
Si tratta dunque di verificare - e solo i prossimi passaggi parlamentari ce lo potranno dire - se alla forte maggioranza numerica uscita dal voto di fiducia alla Camera (ancora più ampia di quella registrata al momento dell'insediamento dell'esecutivo) corrisponda ancora un'altrettanto forte maggioranza politica, solida e coesa sui punti qualificanti dell'azione di governo illustrati dal presidente del Consiglio nel suo intervento a Montecitorio. Quello che è in ogni caso da evitare è un'opera di lento ma costante logoramento, messa magari in atto nelle Commissioni attraverso una pioggia di emendamenti ai provvedimenti presentati dall'esecutivo o alle leggi proposte da Pdl e Lega (è auspicabile, insomma, che non vada in scena la replica di quanto accaduto col ddl sulle intercettazioni). Ancor più da evitare è quella che il capogruppo del Popolo della Libertà alla Camera, Fabrizio Cicchitto, ha definito come «guerriglia mediatica», ossia i quotidiani ed ininterrotti attacchi rivolti contro il premier e contro il partito di maggioranza relativa da cui gli stessi esponenti di Futuro e Libertà provengono. E' su questo campo, insomma, che si potrà valutare se l'annunciata lealtà di Fli è veramente tale oppure se essa è soltanto un proclama retorico finalizzato a prendere tempo e a indebolire, cuocendoli a fuoco lento in vista delle prossime elezioni, Berlusconi, il Pdl e la Lega. Se i finiani diventano partito e dicono in quanto partito di sostenere il governo, hanno un dovere politico di correttezza e responsabilità che non deve più lasciare spazio al gioco al massacro messo in campo negli scorsi mesi: non si può, in nome del proprio tornaconto più o meno immediato, scherzare col fuoco di una situazione nazionale e internazionale che richiede un esecutivo solido, compatto, determinato a portare il Paese al di là di una crisi che ancora fa sentire i suoi effetti.
Alla luce della notizia della prossima nascita del partito di Futuro e Libertà, una riflessione va infine fatta sull'opportunità che Gianfranco Fini mantenga il suo incarico istituzionale alla guida di Montecitorio. Già nei mesi scorsi abbiamo sottolineato l'anomalia di un presidente della Camera che si fa protagonista attivo - sia nella sostanza che nella forma - del confronto politico, prima con un quotidiano controcanto alle dichiarazioni del presidente del Consiglio, poi promuovendo una scissione del gruppo parlamentare da cui anch'egli proviene per dar vita a una nuova formazione, infine annunciando la trasformazione di questo nuovo gruppo in partito vero e proprio di cui egli non potrà che essere il leader, anche qualora formalmente la guida del nuovo soggetto fosse affidata ad altri. E' chiaro che in una situazione del genere Fini non appaia e non sia più una figura super partes come dovrebbe essere quella del presidente della Camera. Nessuno ha chiesto e chiede a Fini di cancellare le sue opinioni politiche, ma quello a cui abbiamo assistito e a cui stiamo assistendo va ben oltre il confine che passa tra l'espressione delle proprie idee e l'esercizio di un ruolo politico di primo piano. Se Fini, come pare, vuole fare politica attiva e porsi alla guida di un nuovo partito, si dimetta. Sarebbe un elemento di chiarezza per evitare che il caos aumenti sotto il cielo di Roma.
Gianteo Bordero
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lunedì 27 settembre 2010
L'«AFFAIRE MONTECARLO»? REALTÀ, NON PATACCA
da Ragionpolitica.it del 27 settembre 2010
Con il videomessaggio diffuso nel tardo pomeriggio di sabato, Gianfranco Fini - non sappiamo se volontariamente o meno - ha fatto piazza pulita di tutti i giudizi che una parte della sinistra, molti media antiberlusconiani e tanti tra gli stessi esponenti di Futuro e Libertà avevano espresso sull'inchiesta del Giornale e di Libero a proposito della casa di Montecarlo. Dossieraggio orchestrato dal Cavaliere e dal suo entourage, uso distorto dei servizi segreti da parte di Berlusconi medesimo, patacche confezionate ad arte dai soliti «ambienti vicini al presidente del Consiglio» e chi più ne ha ne metta: tutto spazzato via, di fatto, dalle dichiarazioni della terza carica dello Stato, che non soltanto ha affermato apertis verbis che la «lealtà istituzionale dei servizi di intelligence è fuori discussione», con sommo dispiacere - immaginiamo - dei pasdaran di Fli, ma è arrivato al punto di collegare la sua permanenza alla guida della Camera alla verità sul quartierino nel Principato. Verità che, per quanto concerne il ruolo svolto nella vicenda da suo «cognato» Giancarlo Tulliani, egli dice di non conoscere ancora, pur avendo avuto dal Tulliani stesso ripetute rassicurazioni al proposito: «Anche io mi chiedo - ha detto - chi è il vero proprietario della casa di Montecarlo. È Giancarlo Tulliani, come tanti pensano? Non lo so. Gliel'ho chiesto con insistenza: egli ha sempre negato con forza, pubblicamente e in privato. Restano i dubbi? Certamente, anche a me. E se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario e che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a lasciare la presidenza della Camera».
Parole, contenuti e toni assai diversi da quelli usati da Fini ancora di recente, nell'intervista rilasciata a Enrico Mentana per il Tg de La7, quando egli aveva affermato che «nel momento in cui si saprà la verità sulla casa di Montecarlo ci sarà da ridere». Adesso è l'inquilino di Montecitorio il primo a non ridere e a prendere sul serio la questione, tanto da mettere in ballo il suo incarico istituzionale.
In attesa di sviluppi - anche se, a dire il vero, una parola chiara è già venuta dalla lettera inviata dal ministro della Giustizia di Santa Lucia al suo premier in merito alla presenza di Tulliani nelle società off shore che rilevarono da An l'appartamento monegasco - resta il fatto che il tramonto della teoria del dossieraggio e dello zampino dei servizi segreti è un colpo duro da assorbire per coloro che speravano di rovesciare le responsabilità dell'intera vicenda su Berlusconi e di caricare sul groppone del presidente del Concislio anche l'accusa di golpismo e di uso privato delle strutture dello Stato per eliminare dalla scena un avversario politico. Chi credeva di poter formulare l'ennesimo accorato appello «in difesa della democrazia in pericolo» e, in nome di ciò, invocare una santa alleanza antiberlusconiana per rovesciare l'attuale quadro politico, ha dovuto riporre le sue illusioni nel cassetto.
Una parola, in particolare, va detta su coloro i quali, a sinistra, pensavano di poter lucrare politicamente dalla teoria del complotto ordito dall'uomo di Arcore per dar vita, nel nome dell'«emergenza democratica», a nuovi scenari, completamente diversi da quelli sanciti - essi sì democraticamente - dal voto popolare dell'aprile 2008. Qui siamo veramente, per ciò che concerne la gauche nostrana, alle «comiche finali», a un teatrino che mette a nudo, in maniera a dir poco imbarazzante, il vuoto pneumatico di idee, di identità, di leadership e di programmi del Pd e dei suoi alleati, costretti ad affidare i loro destini a colui che un tempo era l'innominabile capo di un impresentabile partito la cui sede ideale veniva individuata nelle fogne. Perso ogni contatto con la realtà, la sinistra si affida ormai soltanto ai sogni, costi quel che costi.
Ora la parola torna alla politica. Mercoledì il presidente del Consiglio interverrà alla Camera per esporre i punti sui quali si concentrerà l'azione di governo da qui alla fine della legislatura. Sarà quella la sede in cui ognuno dovrà parlare chiaro ed assumersi le sue responsabilità di fronte al parlamento e di fronte agli elettori. In questo senso, se qualcuno avesse avuto in animo di usare la teoria del dossieraggio sulla casa di Montecarlo come un alibi per scelte di rottura, venuto meno questo argomento egli ora dovrà motivare le sue decisioni, quali che siano, su basi esclusivamente politiche, senza tirare in ballo il fantasma della Spectre o simili amenità di cui nessuno avverte il bisogno.
Gianteo Bordero
Con il videomessaggio diffuso nel tardo pomeriggio di sabato, Gianfranco Fini - non sappiamo se volontariamente o meno - ha fatto piazza pulita di tutti i giudizi che una parte della sinistra, molti media antiberlusconiani e tanti tra gli stessi esponenti di Futuro e Libertà avevano espresso sull'inchiesta del Giornale e di Libero a proposito della casa di Montecarlo. Dossieraggio orchestrato dal Cavaliere e dal suo entourage, uso distorto dei servizi segreti da parte di Berlusconi medesimo, patacche confezionate ad arte dai soliti «ambienti vicini al presidente del Consiglio» e chi più ne ha ne metta: tutto spazzato via, di fatto, dalle dichiarazioni della terza carica dello Stato, che non soltanto ha affermato apertis verbis che la «lealtà istituzionale dei servizi di intelligence è fuori discussione», con sommo dispiacere - immaginiamo - dei pasdaran di Fli, ma è arrivato al punto di collegare la sua permanenza alla guida della Camera alla verità sul quartierino nel Principato. Verità che, per quanto concerne il ruolo svolto nella vicenda da suo «cognato» Giancarlo Tulliani, egli dice di non conoscere ancora, pur avendo avuto dal Tulliani stesso ripetute rassicurazioni al proposito: «Anche io mi chiedo - ha detto - chi è il vero proprietario della casa di Montecarlo. È Giancarlo Tulliani, come tanti pensano? Non lo so. Gliel'ho chiesto con insistenza: egli ha sempre negato con forza, pubblicamente e in privato. Restano i dubbi? Certamente, anche a me. E se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario e che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a lasciare la presidenza della Camera».
Parole, contenuti e toni assai diversi da quelli usati da Fini ancora di recente, nell'intervista rilasciata a Enrico Mentana per il Tg de La7, quando egli aveva affermato che «nel momento in cui si saprà la verità sulla casa di Montecarlo ci sarà da ridere». Adesso è l'inquilino di Montecitorio il primo a non ridere e a prendere sul serio la questione, tanto da mettere in ballo il suo incarico istituzionale.
In attesa di sviluppi - anche se, a dire il vero, una parola chiara è già venuta dalla lettera inviata dal ministro della Giustizia di Santa Lucia al suo premier in merito alla presenza di Tulliani nelle società off shore che rilevarono da An l'appartamento monegasco - resta il fatto che il tramonto della teoria del dossieraggio e dello zampino dei servizi segreti è un colpo duro da assorbire per coloro che speravano di rovesciare le responsabilità dell'intera vicenda su Berlusconi e di caricare sul groppone del presidente del Concislio anche l'accusa di golpismo e di uso privato delle strutture dello Stato per eliminare dalla scena un avversario politico. Chi credeva di poter formulare l'ennesimo accorato appello «in difesa della democrazia in pericolo» e, in nome di ciò, invocare una santa alleanza antiberlusconiana per rovesciare l'attuale quadro politico, ha dovuto riporre le sue illusioni nel cassetto.
Una parola, in particolare, va detta su coloro i quali, a sinistra, pensavano di poter lucrare politicamente dalla teoria del complotto ordito dall'uomo di Arcore per dar vita, nel nome dell'«emergenza democratica», a nuovi scenari, completamente diversi da quelli sanciti - essi sì democraticamente - dal voto popolare dell'aprile 2008. Qui siamo veramente, per ciò che concerne la gauche nostrana, alle «comiche finali», a un teatrino che mette a nudo, in maniera a dir poco imbarazzante, il vuoto pneumatico di idee, di identità, di leadership e di programmi del Pd e dei suoi alleati, costretti ad affidare i loro destini a colui che un tempo era l'innominabile capo di un impresentabile partito la cui sede ideale veniva individuata nelle fogne. Perso ogni contatto con la realtà, la sinistra si affida ormai soltanto ai sogni, costi quel che costi.
Ora la parola torna alla politica. Mercoledì il presidente del Consiglio interverrà alla Camera per esporre i punti sui quali si concentrerà l'azione di governo da qui alla fine della legislatura. Sarà quella la sede in cui ognuno dovrà parlare chiaro ed assumersi le sue responsabilità di fronte al parlamento e di fronte agli elettori. In questo senso, se qualcuno avesse avuto in animo di usare la teoria del dossieraggio sulla casa di Montecarlo come un alibi per scelte di rottura, venuto meno questo argomento egli ora dovrà motivare le sue decisioni, quali che siano, su basi esclusivamente politiche, senza tirare in ballo il fantasma della Spectre o simili amenità di cui nessuno avverte il bisogno.
Gianteo Bordero
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lunedì 9 agosto 2010
LO «STRAPPO BIOETICO» DEI FINIANI
da Ragionpolitica.it del 9 agosto 2010
Giurano che loro si atterranno al programma di governo presentato agli elettori nell'aprile 2008, ma poi, alla prova dei fatti, dimostrano l'esatto contrario. E' già accaduto negli scorsi mesi sui temi dell'immigrazione e della giustizia, e accade di nuovo oggi sulle questioni bioetiche. I finiani, per bocca del vice capogruppo alla Camera di Futuro e Libertà, l'onorevole Benedetto Della Vedova, annunciano una iniziativa per «riprendere in mano il tema di una legge civile sulle coppie di fatto anche gay, senza confinarlo nella maggioranza ma allargandolo a tutte le forze parlamentari». Ma non finisce qui. Perché, sempre secondo Della Vedova, è necessario apportare modifiche anche alla legge sulla procreazione assistita votata dal centrodestra nel 2004, definita «assurda» dall'ex radicale e oggi deputato finiano. Infine, per completare il tutto, ecco la proposta di un «disarmo bilaterale» in materia di testamento biologico, visto che il Popolo della Libertà «ha prodotto solo proposte confessionali su questo tema».
Niente di nuovo sotto il sole, si dirà. Queste non sono soltanto le posizioni di Della Vedova, ma anche quelle espresse a più riprese, negli anni scorsi, dall'onorevole Fini, che non ha mai nascosto la propria idiosincrasia per l'approccio del centrodestra alle questioni bioetiche. Basti ad esempio ricordare la scelta - peraltro molto contestata all'interno del suo partito - dell'allora capo di Alleanza Nazionale in merito al referendum sulla fecondazione assistita del 2005, in occasione del quale egli decise, in nome di una non ben definita idea di «laicità», di appoggiare i quesiti che puntavano a scardinare l'impianto della normativa varata dalla Casa delle Libertà. Una normativa che - ricordiamolo - non vietava il ricorso alle tecniche procreative medicalmente assistite, ma ne disciplinava in modo rigoroso le condizioni e le modalità. Dunque, non un provvedimento «confessionale», al punto che l'allora presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini, pur considerandola una sorta di «male minore» ed invitando per questo i credenti all'astensione referendaria, disse chiaramente che non si trattava di una «legge cattolica».
Se quindi, per un verso, le proposte di Fini e dei finiani in materia bioetica non rappresentano una novità, per un altro verso è evidente che il rimetterle in campo oggi - in un momento così delicato per le sorti della legislatura e dopo l'annuncio del presidente del Consiglio di una mozione programmatica sulla quale chiedere la fiducia del parlamento alla ripresa settembrina - rivela una chiara volontà di rottura che fa a pugni con le dichiarazioni di fedeltà al centrodestra e al mandato ricevuto dagli elettori due anni e mezzo fa. Dissotterrare la questione delle coppie di fatto, della fecondazione assistita, del testamento biologico in un frangente come quello attuale significa infatti cercare un pretesto per prendere ancora una volta le distanze dalla maggioranza: l'ennesima mossa tattica nascosta sotto la solita giustificazione del «dibattito culturale» e dell'espressione del «legittimo dissenso».
Certi temi, proprio per la loro rilevanza, per la loro delicatezza e per i loro risvolti etici, andrebbero affrontati nei modi e nei tempi opportuni, con un confronto degno di tal nome, e non dovrebbero essere utilizzati strumentalmente come la quotidiana occasione per differenziarsi, per mostrarsi diversi, infine per prendersi gli applausi della sinistra e di tutti i media politicamente corretti. Un'operazione di piccolo cabotaggio che contrasta con la grandezza delle questioni sul tappeto.
A questo proposito ci piace ricordare, proprio per il loro valore di coraggiosa opposizione alla politically correctness, le parole pronunciate dal presidente del Consiglio durante la conferenza stampa con la quale, nei tragici giorni che portarono alla morte di Eluana Englaro, annunciò il decreto del governo volto a salvare la vita della giovane donna - decreto poi respinto dal capo dello Stato: «Se non avessimo prodotto ogni sforzo nelle nostre possibilità per evitare la morte di una persona che è in pericolo di vita e che non è in morte cerebrale, ma è una persona che respira in modo autonomo, una persona viva, le cui cellule cerebrali sono vive, una persona in uno stato vegetativo che potrebbe variare come diverse volte si è visto, io, dal mio punto di vista personale, rispondendo alla mia coscienza, mi sentirei responsabile di un'omissione di soccorso nei confronti di una persona in pericolo di vita». La decisione di Berlusconi, accompagnata da queste sue parole, ha segnato lo spartiacque tra il «dibattito culturale» astratto e l'azione concreta in favore della vita e a sua difesa, divenuta parte del Dna del Popolo della Libertà. Rimarcare oggi le posizioni opposte - per di più, come abbiamo visto, come mero tatticismo - vuol dire certificare la propria rottura tanto con l'azione di governo del Pdl quanto con i suoi fondamenti culturali. Basterebbe riconoscerlo con chiarezza ed agire di conseguenza, senza ulteriori indugi finalizzati soltanto a guadagnare tempo per sé facendolo perdere al governo e alla maggioranza votata dai cittadini.
Gianteo Bordero
Giurano che loro si atterranno al programma di governo presentato agli elettori nell'aprile 2008, ma poi, alla prova dei fatti, dimostrano l'esatto contrario. E' già accaduto negli scorsi mesi sui temi dell'immigrazione e della giustizia, e accade di nuovo oggi sulle questioni bioetiche. I finiani, per bocca del vice capogruppo alla Camera di Futuro e Libertà, l'onorevole Benedetto Della Vedova, annunciano una iniziativa per «riprendere in mano il tema di una legge civile sulle coppie di fatto anche gay, senza confinarlo nella maggioranza ma allargandolo a tutte le forze parlamentari». Ma non finisce qui. Perché, sempre secondo Della Vedova, è necessario apportare modifiche anche alla legge sulla procreazione assistita votata dal centrodestra nel 2004, definita «assurda» dall'ex radicale e oggi deputato finiano. Infine, per completare il tutto, ecco la proposta di un «disarmo bilaterale» in materia di testamento biologico, visto che il Popolo della Libertà «ha prodotto solo proposte confessionali su questo tema».
Niente di nuovo sotto il sole, si dirà. Queste non sono soltanto le posizioni di Della Vedova, ma anche quelle espresse a più riprese, negli anni scorsi, dall'onorevole Fini, che non ha mai nascosto la propria idiosincrasia per l'approccio del centrodestra alle questioni bioetiche. Basti ad esempio ricordare la scelta - peraltro molto contestata all'interno del suo partito - dell'allora capo di Alleanza Nazionale in merito al referendum sulla fecondazione assistita del 2005, in occasione del quale egli decise, in nome di una non ben definita idea di «laicità», di appoggiare i quesiti che puntavano a scardinare l'impianto della normativa varata dalla Casa delle Libertà. Una normativa che - ricordiamolo - non vietava il ricorso alle tecniche procreative medicalmente assistite, ma ne disciplinava in modo rigoroso le condizioni e le modalità. Dunque, non un provvedimento «confessionale», al punto che l'allora presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini, pur considerandola una sorta di «male minore» ed invitando per questo i credenti all'astensione referendaria, disse chiaramente che non si trattava di una «legge cattolica».
Se quindi, per un verso, le proposte di Fini e dei finiani in materia bioetica non rappresentano una novità, per un altro verso è evidente che il rimetterle in campo oggi - in un momento così delicato per le sorti della legislatura e dopo l'annuncio del presidente del Consiglio di una mozione programmatica sulla quale chiedere la fiducia del parlamento alla ripresa settembrina - rivela una chiara volontà di rottura che fa a pugni con le dichiarazioni di fedeltà al centrodestra e al mandato ricevuto dagli elettori due anni e mezzo fa. Dissotterrare la questione delle coppie di fatto, della fecondazione assistita, del testamento biologico in un frangente come quello attuale significa infatti cercare un pretesto per prendere ancora una volta le distanze dalla maggioranza: l'ennesima mossa tattica nascosta sotto la solita giustificazione del «dibattito culturale» e dell'espressione del «legittimo dissenso».
Certi temi, proprio per la loro rilevanza, per la loro delicatezza e per i loro risvolti etici, andrebbero affrontati nei modi e nei tempi opportuni, con un confronto degno di tal nome, e non dovrebbero essere utilizzati strumentalmente come la quotidiana occasione per differenziarsi, per mostrarsi diversi, infine per prendersi gli applausi della sinistra e di tutti i media politicamente corretti. Un'operazione di piccolo cabotaggio che contrasta con la grandezza delle questioni sul tappeto.
A questo proposito ci piace ricordare, proprio per il loro valore di coraggiosa opposizione alla politically correctness, le parole pronunciate dal presidente del Consiglio durante la conferenza stampa con la quale, nei tragici giorni che portarono alla morte di Eluana Englaro, annunciò il decreto del governo volto a salvare la vita della giovane donna - decreto poi respinto dal capo dello Stato: «Se non avessimo prodotto ogni sforzo nelle nostre possibilità per evitare la morte di una persona che è in pericolo di vita e che non è in morte cerebrale, ma è una persona che respira in modo autonomo, una persona viva, le cui cellule cerebrali sono vive, una persona in uno stato vegetativo che potrebbe variare come diverse volte si è visto, io, dal mio punto di vista personale, rispondendo alla mia coscienza, mi sentirei responsabile di un'omissione di soccorso nei confronti di una persona in pericolo di vita». La decisione di Berlusconi, accompagnata da queste sue parole, ha segnato lo spartiacque tra il «dibattito culturale» astratto e l'azione concreta in favore della vita e a sua difesa, divenuta parte del Dna del Popolo della Libertà. Rimarcare oggi le posizioni opposte - per di più, come abbiamo visto, come mero tatticismo - vuol dire certificare la propria rottura tanto con l'azione di governo del Pdl quanto con i suoi fondamenti culturali. Basterebbe riconoscerlo con chiarezza ed agire di conseguenza, senza ulteriori indugi finalizzati soltanto a guadagnare tempo per sé facendolo perdere al governo e alla maggioranza votata dai cittadini.
Gianteo Bordero
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venerdì 30 luglio 2010
ALTRO CHE "CACCIATO"... È FINI AD ESSERSI MESSO FUORI DAL PDL
da Ragionpolitica.it del 30 luglio 2010
Diciamolo chiaro: non è l'Ufficio di Presidenza del Popolo della Libertà ad aver «cacciato» Fini, ma è Fini che si è messo fuori dal Pdl da almeno un anno e mezzo a questa parte. E non si è messo fuori con il suo «dissenso», bensì con la sua certosina, quotidiana opera di opposizione e demolizione del programma politico che pure egli aveva sottoscritto alla vigilia delle elezioni del 2008. Un fatto ancor più grave se si tiene conto che il cosiddetto «cofondatore» ha portato avanti questa sua azione distruttrice dall'alto della presidenza della Camera, e quindi rivestendo un incarico istituzionale di primo piano. E se tutti coloro che a sinistra solitamente si riempiono la bocca di «rispetto delle istituzioni» e dei «sacri principi costituzionali» ora tacciono silenti, è soltanto perché Gianfranco Fini, con la sua azione, ha ridato fiato ad una minoranza parlamentare che definire debole è eufemistico. Ne ha ricevuto in cambio le lodi sperticate dell'intellighenzia gauchista a corto di eroi. Rimarrà memorabile, in tal senso, l'editoriale di Eugenio Scalfari all'indomani del primo Congresso nazionale del Pdl: «Meno male che c'è Fini».
Nessun partito serio, sulla faccia della terra, può accettare che un suo esponente di spicco, un giorno sì e l'altro pure, impegni tutte le sue energie per smontare pezzo dopo pezzo le idee, i programmi, i progetti di legge che di questo stesso partito costituiscono l'ossatura, la pietra d'angolo, le fondamenta. Dovrebbe essere lui stesso a rendersi conto che forse ha sbagliato casa politica e ad andarsene, senza bisogno che siano gli altri, esaurita ormai ogni immaginabile dose di pazienza, a ricordarglielo e a pregarlo di accomodarsi alla porta. Se Fini non lo ha fatto non è perché fosse incosciente di ciò, ma perché ha voluto deliberatamente operare - con le sue prese di posizione, con l'azione di logoramento condotta dai suoi seguaci e con la guerriglia interna portata innanzi dai vari Granata e Bocchino - per indebolire dall'interno il Popolo della Libertà, il governo e la leadership berlusconiana. Era un gioco al massacro che qualsiasi partito degno di tal nome avrebbe prima o poi interrotto. E anche il Pd, che oggi parla di epurazione e simili amenità, prima di aprire bocca ripensi al trattamento riservato non più di due anni or sono al senatore Riccardo Villari, peraltro «colpevole» soltanto di essere stato legittimamente eletto alla presidenza della Vigilanza Rai. La sinistra, in questo campo come in altri, non ha proprio titolo per dare lezioni ad alcuno.
La dura presa di posizione di Berlusconi e dell'Ufficio di Presidenza del Pdl rappresenta, al contrario di quanto vogliono far credere i finiani e la gauche al gran completo, un atto di chiarezza e di coraggio. Chiarezza perché contribuisce a porre fine al caos interno al Popolo della Libertà dovuto ai continui smarcamenti e prese di distanze da parte della componente che si riconosce nel presidente di Montecitorio, che si costituirà ora come gruppo autonomo alla Camera e al Senato. Coraggio perché da un punto di vista esclusivamente tattico e di quieto vivere sarebbe stato forse più comodo, per il presidente del Consiglio, proseguire con la politica del compromesso a tutti i costi con Fini e i suoi, come nel caso del ddl sulle intercettazioni. Ma è chiaro che ciò non avrebbe portato nulla di buono né per quanto concerne l'efficacia dell'azione di governo e la realizzazione del programma né per quel che riguarda il rafforzamento del partito di maggioranza relativa. Perciò, come ha affermato il vice presidente vicario dei senatori del Popolo della Libertà, Gaetano Quagliariello, anche in questa vicenda «Berlusconi ha dimostrato di essere un leader, perché ha scelto la strada più difficile: quella della chiarezza. L'alternativa sarebbe stata una lenta consunzione». Non ci sono più alibi. Fini, adesso, è chiamato ad assumersi per intero le sue responsabilità a viso aperto.
Gianteo Bordero
Diciamolo chiaro: non è l'Ufficio di Presidenza del Popolo della Libertà ad aver «cacciato» Fini, ma è Fini che si è messo fuori dal Pdl da almeno un anno e mezzo a questa parte. E non si è messo fuori con il suo «dissenso», bensì con la sua certosina, quotidiana opera di opposizione e demolizione del programma politico che pure egli aveva sottoscritto alla vigilia delle elezioni del 2008. Un fatto ancor più grave se si tiene conto che il cosiddetto «cofondatore» ha portato avanti questa sua azione distruttrice dall'alto della presidenza della Camera, e quindi rivestendo un incarico istituzionale di primo piano. E se tutti coloro che a sinistra solitamente si riempiono la bocca di «rispetto delle istituzioni» e dei «sacri principi costituzionali» ora tacciono silenti, è soltanto perché Gianfranco Fini, con la sua azione, ha ridato fiato ad una minoranza parlamentare che definire debole è eufemistico. Ne ha ricevuto in cambio le lodi sperticate dell'intellighenzia gauchista a corto di eroi. Rimarrà memorabile, in tal senso, l'editoriale di Eugenio Scalfari all'indomani del primo Congresso nazionale del Pdl: «Meno male che c'è Fini».
Nessun partito serio, sulla faccia della terra, può accettare che un suo esponente di spicco, un giorno sì e l'altro pure, impegni tutte le sue energie per smontare pezzo dopo pezzo le idee, i programmi, i progetti di legge che di questo stesso partito costituiscono l'ossatura, la pietra d'angolo, le fondamenta. Dovrebbe essere lui stesso a rendersi conto che forse ha sbagliato casa politica e ad andarsene, senza bisogno che siano gli altri, esaurita ormai ogni immaginabile dose di pazienza, a ricordarglielo e a pregarlo di accomodarsi alla porta. Se Fini non lo ha fatto non è perché fosse incosciente di ciò, ma perché ha voluto deliberatamente operare - con le sue prese di posizione, con l'azione di logoramento condotta dai suoi seguaci e con la guerriglia interna portata innanzi dai vari Granata e Bocchino - per indebolire dall'interno il Popolo della Libertà, il governo e la leadership berlusconiana. Era un gioco al massacro che qualsiasi partito degno di tal nome avrebbe prima o poi interrotto. E anche il Pd, che oggi parla di epurazione e simili amenità, prima di aprire bocca ripensi al trattamento riservato non più di due anni or sono al senatore Riccardo Villari, peraltro «colpevole» soltanto di essere stato legittimamente eletto alla presidenza della Vigilanza Rai. La sinistra, in questo campo come in altri, non ha proprio titolo per dare lezioni ad alcuno.
La dura presa di posizione di Berlusconi e dell'Ufficio di Presidenza del Pdl rappresenta, al contrario di quanto vogliono far credere i finiani e la gauche al gran completo, un atto di chiarezza e di coraggio. Chiarezza perché contribuisce a porre fine al caos interno al Popolo della Libertà dovuto ai continui smarcamenti e prese di distanze da parte della componente che si riconosce nel presidente di Montecitorio, che si costituirà ora come gruppo autonomo alla Camera e al Senato. Coraggio perché da un punto di vista esclusivamente tattico e di quieto vivere sarebbe stato forse più comodo, per il presidente del Consiglio, proseguire con la politica del compromesso a tutti i costi con Fini e i suoi, come nel caso del ddl sulle intercettazioni. Ma è chiaro che ciò non avrebbe portato nulla di buono né per quanto concerne l'efficacia dell'azione di governo e la realizzazione del programma né per quel che riguarda il rafforzamento del partito di maggioranza relativa. Perciò, come ha affermato il vice presidente vicario dei senatori del Popolo della Libertà, Gaetano Quagliariello, anche in questa vicenda «Berlusconi ha dimostrato di essere un leader, perché ha scelto la strada più difficile: quella della chiarezza. L'alternativa sarebbe stata una lenta consunzione». Non ci sono più alibi. Fini, adesso, è chiamato ad assumersi per intero le sue responsabilità a viso aperto.
Gianteo Bordero
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lunedì 26 luglio 2010
LA PRETESTUOSA ED IRRESPONSABILE GUERRIGLIA DEI FINIANI
da Ragionpolitica.it del 26 luglio 2010
Per il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano parlano i fatti, cioè l'impegno costante del governo Berlusconi e del ministero guidato da Roberto Maroni nel contrasto alle mafie e alla criminalità organizzata. Un impegno che ha prodotto risultati straordinari, mai prima d'ora ottenuti da nessun altro esecutivo nella storia della Repubblica. Le accuse mosse nei giorni scorsi dall'onorevole finiano Fabio Granata, dunque, sono prive di fondamento, sono letteralmente fuori dalla realtà.
L'impressione è che le truppe d'assalto che si ritrovano nelle posizioni del presidente della Camera cerchino quotidianamente un pretesto qualsiasi per condurre innanzi la loro battaglia di logoramento contro il governo che pure essi formalmente appoggiano, contro la leadership berlusconiana e contro gli ex An che in essa si riconoscono. Qui, come ha osservato il presidente dei deputati del Popolo della Libertà, Fabrizio Cicchitto, non siamo più nel campo del «legittimo dissenso» all'interno del Pdl, ma ci troviamo di fronte ad una strategia della «guerriglia» che ha come unico obiettivo quello di destabilizzare l'attuale quadro politico, creare il caos nel partito di maggioranza relativa e indebolire l'esecutivo votato dagli italiani alle elezioni dell'aprile 2008.
Questa strategia è un clamoroso regalo fatto a una sinistra per certi versi inesistente, in crisi di idee, di programmi e di progetti di governo, ma che gode immensamente nel trovare un appiglio insperato per attaccare la maggioranza, nel dare fiato, attraverso i suoi giornali e i tg amici, ad ogni parola che esce dalla bocca delle nuove reclute dell'esercito antiberlusconiano. E chissenefrega se questa è l'ennesima conferma dell'inconsistenza dell'opposizione parlamentare della gauche, di fatto costretta a glorificare qualche ex missino, fino all'altro ieri odiato e rappresentato come la peste bubbonica, per dimostrare di esserci ancora e di lottare contro il tiranno di Arcore... Tanto basta per invocare fantomatici governi di transizione, inedite coalizioni della legalità, improbabili maggioranze alternative. Con soli due punti all'ordine del giorno: cacciare Berlusconi e riscrivere una legge elettorale che, tolto il premio di maggioranza, riconsegni ai manovrieri di palazzo il pallino della politica italiana. Sono due obiettivi su cui oggi convergono sia i partiti del centrosinistra sia - almeno così pare - la pattuglia finiana.
Quello che si ripropone è dunque, in ultima analisi, lo scontro tra il rispetto della volontà popolare espressa in libere elezioni e il ritorno a un passato in cui i governi venivano fatti e disfatti in men che si dica nelle secrete stanze romane, magari da uomini con tanto «senso istituzionale» ma con pochi voti, abili a ottenere con accordi tra notabili ciò che essi non avrebbero potuto avere attraverso il voto degli italiani. Se essere «berlusconiani» significa credere che la volontà degli elettori conti ancora qualcosa e che la democrazia non la fanno gli illuminati, i benpensanti e i profeti del politicamente corretto - ovunque essi alberghino - bensì il voto del popolo, allora ben venga - anzi s'accresca - il «berlusconismo», ultimo baluardo contro insopportabili operazioni di palazzo che, oltre a riportare indietro le lancette dell'orologio, non fanno altro che allontanare l'uomo comune dalla politica, cioè dal governo della polis, con esiti che non potranno non essere nefasti per il paese.
Gianteo Bordero
Per il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano parlano i fatti, cioè l'impegno costante del governo Berlusconi e del ministero guidato da Roberto Maroni nel contrasto alle mafie e alla criminalità organizzata. Un impegno che ha prodotto risultati straordinari, mai prima d'ora ottenuti da nessun altro esecutivo nella storia della Repubblica. Le accuse mosse nei giorni scorsi dall'onorevole finiano Fabio Granata, dunque, sono prive di fondamento, sono letteralmente fuori dalla realtà.
L'impressione è che le truppe d'assalto che si ritrovano nelle posizioni del presidente della Camera cerchino quotidianamente un pretesto qualsiasi per condurre innanzi la loro battaglia di logoramento contro il governo che pure essi formalmente appoggiano, contro la leadership berlusconiana e contro gli ex An che in essa si riconoscono. Qui, come ha osservato il presidente dei deputati del Popolo della Libertà, Fabrizio Cicchitto, non siamo più nel campo del «legittimo dissenso» all'interno del Pdl, ma ci troviamo di fronte ad una strategia della «guerriglia» che ha come unico obiettivo quello di destabilizzare l'attuale quadro politico, creare il caos nel partito di maggioranza relativa e indebolire l'esecutivo votato dagli italiani alle elezioni dell'aprile 2008.
Questa strategia è un clamoroso regalo fatto a una sinistra per certi versi inesistente, in crisi di idee, di programmi e di progetti di governo, ma che gode immensamente nel trovare un appiglio insperato per attaccare la maggioranza, nel dare fiato, attraverso i suoi giornali e i tg amici, ad ogni parola che esce dalla bocca delle nuove reclute dell'esercito antiberlusconiano. E chissenefrega se questa è l'ennesima conferma dell'inconsistenza dell'opposizione parlamentare della gauche, di fatto costretta a glorificare qualche ex missino, fino all'altro ieri odiato e rappresentato come la peste bubbonica, per dimostrare di esserci ancora e di lottare contro il tiranno di Arcore... Tanto basta per invocare fantomatici governi di transizione, inedite coalizioni della legalità, improbabili maggioranze alternative. Con soli due punti all'ordine del giorno: cacciare Berlusconi e riscrivere una legge elettorale che, tolto il premio di maggioranza, riconsegni ai manovrieri di palazzo il pallino della politica italiana. Sono due obiettivi su cui oggi convergono sia i partiti del centrosinistra sia - almeno così pare - la pattuglia finiana.
Quello che si ripropone è dunque, in ultima analisi, lo scontro tra il rispetto della volontà popolare espressa in libere elezioni e il ritorno a un passato in cui i governi venivano fatti e disfatti in men che si dica nelle secrete stanze romane, magari da uomini con tanto «senso istituzionale» ma con pochi voti, abili a ottenere con accordi tra notabili ciò che essi non avrebbero potuto avere attraverso il voto degli italiani. Se essere «berlusconiani» significa credere che la volontà degli elettori conti ancora qualcosa e che la democrazia non la fanno gli illuminati, i benpensanti e i profeti del politicamente corretto - ovunque essi alberghino - bensì il voto del popolo, allora ben venga - anzi s'accresca - il «berlusconismo», ultimo baluardo contro insopportabili operazioni di palazzo che, oltre a riportare indietro le lancette dell'orologio, non fanno altro che allontanare l'uomo comune dalla politica, cioè dal governo della polis, con esiti che non potranno non essere nefasti per il paese.
Gianteo Bordero
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mercoledì 21 luglio 2010
LEGGE SULLE INTERCETTAZIONI. CHI TRADISCE IL PROGRAMMA...
da Ragionpolitica.it del 21 luglio 2010
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il Guardasigilli Angelino Alfano, seppur con modi e toni diversi, lo hanno detto chiaro: il testo del disegno di legge sulle intercettazioni uscito dalla Commissione Giustizia di Montecitorio, che passa ora alla discussione e alla votazione in aula, non corrisponde a quanto previsto dal programma presentato dal Popolo della Libertà alla vigilia delle elezioni politiche del 2008: «Limitazione dell'uso delle intercettazioni telefoniche e ambientali al contrasto dei reati più gravi; divieto della diffusione e della pubblicazione delle intercettazioni telefoniche ed ambientali, con pesanti sanzioni a carico di tutti coloro che concorrono alla diffusione e pubblicazione».
La cosiddetta «ala finiana» all'interno del Pdl ha condotto infatti, in questi mesi, un continuo ed estenuante gioco al ribasso, edulcorando e svuotando, giorno dopo giorno, un provvedimento a cui gli italiani, con il loro voto, avevano dato ampio e maggioritario sostegno. Si trattava di porre un significativo argine a un malcostume che ormai da molti anni ammorba la vita democratica del paese, con sistematiche violazioni del segreto istruttorio e conseguente messa alla gogna e sputtanamento della vita privata di persone colpevoli unicamente di aver parlato al telefono con soggetti sottoposti ad indagine da parte della magistratura. E invece, in nome di un conclamato legalitarismo ideologico - derivazione diretta del giustizialismo che ancora alberga in certi settori della destra italiana - e, soprattutto, in nome di una battaglia di logoramento politico contro il presidente del Consiglio, i finiani hanno fatto di tutto per giungere ad un compromesso al ribasso - l'unico possibile nelle attuali circostanze politiche, ha spiegato il ministro Alfano - che vanifica de facto le buone e sacrosante intenzioni espresse dal programma del 2008.
Il presidente della Camera ha salutato le modifiche al testo approvate martedì come una vittoria del parlamento e come una garanzia di rispetto del dettato costituzionale. Il primo punto mostra come Fini abbia ormai abbandonato il suo cavallo di battaglia presidenzialista per sposare una visione del parlamentarismo che molto assomiglia a quell'assemblearismo che ha prodotto soltanto ingovernabilità ovunque esso abbia avuto corso - nella prima Repubblica italiana e nella quarta Repubblica francese, ad esempio. Per quanto riguarda il secondo punto, resta da capire come potrà essere veramente rispettato, dopo l'emendamento voluto dai seguaci della terza carica dello Stato, l'articolo della Carta costituzionale che definisce come «inviolabili» la «libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione».
Ma l'aspetto più grave in tutta questa vicenda è quello, cui già abbiamo accennato, del tradimento delle promesse elettorali che è stato consumato da chi, grazie a quello stesso programma e grazie alla vittoria del 2008 su di esso fondata, ha potuto non soltanto essere eletto, ma anche accedere a importanti cariche istituzionali che molto probabilmente non avrebbe mai potuto occupare con le proprie sole forze. Tutto ciò contrasta con uno dei capisaldi che sin dal 1994 è stato alla base della grande avventura politica di Silvio Berlusconi e del suo successo: il rispetto degli impegni assunti con gli elettori («Pacta sunt servanda»), fondamento di quella «nuova moralità della politica» che ha permesso al nostro paese di uscire - almeno in parte - dalle secche dell'assemblearismo, del consociativismo e dei conseguenti giochi di palazzo portati avanti da questa o quella corrente, e di evolvere materialmente verso un parlamentarismo moderno e maturo, in cui le Camere non sono «terze» rispetto al governo, ma hanno come compito primario quello di esprimere una maggioranza chiamata a sostenere l'attività e le iniziative legislative dell'esecutivo. Se c'è una cosa di cui oggi c'è bisogno, come ha ricordato più volte il presidente del Consiglio, è una consacrazione anche formale della nuova Costituzione materiale nata con la seconda Repubblica, di certo non il ritorno a vecchie liturgie che creano soltanto confusione, instabilità di sistema e disaffezione dei cittadini nei confronti della politica.
Gianteo Bordero
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il Guardasigilli Angelino Alfano, seppur con modi e toni diversi, lo hanno detto chiaro: il testo del disegno di legge sulle intercettazioni uscito dalla Commissione Giustizia di Montecitorio, che passa ora alla discussione e alla votazione in aula, non corrisponde a quanto previsto dal programma presentato dal Popolo della Libertà alla vigilia delle elezioni politiche del 2008: «Limitazione dell'uso delle intercettazioni telefoniche e ambientali al contrasto dei reati più gravi; divieto della diffusione e della pubblicazione delle intercettazioni telefoniche ed ambientali, con pesanti sanzioni a carico di tutti coloro che concorrono alla diffusione e pubblicazione».
La cosiddetta «ala finiana» all'interno del Pdl ha condotto infatti, in questi mesi, un continuo ed estenuante gioco al ribasso, edulcorando e svuotando, giorno dopo giorno, un provvedimento a cui gli italiani, con il loro voto, avevano dato ampio e maggioritario sostegno. Si trattava di porre un significativo argine a un malcostume che ormai da molti anni ammorba la vita democratica del paese, con sistematiche violazioni del segreto istruttorio e conseguente messa alla gogna e sputtanamento della vita privata di persone colpevoli unicamente di aver parlato al telefono con soggetti sottoposti ad indagine da parte della magistratura. E invece, in nome di un conclamato legalitarismo ideologico - derivazione diretta del giustizialismo che ancora alberga in certi settori della destra italiana - e, soprattutto, in nome di una battaglia di logoramento politico contro il presidente del Consiglio, i finiani hanno fatto di tutto per giungere ad un compromesso al ribasso - l'unico possibile nelle attuali circostanze politiche, ha spiegato il ministro Alfano - che vanifica de facto le buone e sacrosante intenzioni espresse dal programma del 2008.
Il presidente della Camera ha salutato le modifiche al testo approvate martedì come una vittoria del parlamento e come una garanzia di rispetto del dettato costituzionale. Il primo punto mostra come Fini abbia ormai abbandonato il suo cavallo di battaglia presidenzialista per sposare una visione del parlamentarismo che molto assomiglia a quell'assemblearismo che ha prodotto soltanto ingovernabilità ovunque esso abbia avuto corso - nella prima Repubblica italiana e nella quarta Repubblica francese, ad esempio. Per quanto riguarda il secondo punto, resta da capire come potrà essere veramente rispettato, dopo l'emendamento voluto dai seguaci della terza carica dello Stato, l'articolo della Carta costituzionale che definisce come «inviolabili» la «libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione».
Ma l'aspetto più grave in tutta questa vicenda è quello, cui già abbiamo accennato, del tradimento delle promesse elettorali che è stato consumato da chi, grazie a quello stesso programma e grazie alla vittoria del 2008 su di esso fondata, ha potuto non soltanto essere eletto, ma anche accedere a importanti cariche istituzionali che molto probabilmente non avrebbe mai potuto occupare con le proprie sole forze. Tutto ciò contrasta con uno dei capisaldi che sin dal 1994 è stato alla base della grande avventura politica di Silvio Berlusconi e del suo successo: il rispetto degli impegni assunti con gli elettori («Pacta sunt servanda»), fondamento di quella «nuova moralità della politica» che ha permesso al nostro paese di uscire - almeno in parte - dalle secche dell'assemblearismo, del consociativismo e dei conseguenti giochi di palazzo portati avanti da questa o quella corrente, e di evolvere materialmente verso un parlamentarismo moderno e maturo, in cui le Camere non sono «terze» rispetto al governo, ma hanno come compito primario quello di esprimere una maggioranza chiamata a sostenere l'attività e le iniziative legislative dell'esecutivo. Se c'è una cosa di cui oggi c'è bisogno, come ha ricordato più volte il presidente del Consiglio, è una consacrazione anche formale della nuova Costituzione materiale nata con la seconda Repubblica, di certo non il ritorno a vecchie liturgie che creano soltanto confusione, instabilità di sistema e disaffezione dei cittadini nei confronti della politica.
Gianteo Bordero
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domenica 7 settembre 2008
L'ORDINE DEL GIORNO
La concessione del voto agli immigrati, dice il presidente del Consiglio mettendo i puntini sulle i dopo le dichiarazioni possibiliste del presidente della Camera, «non è all'ordine del giorno». Non è cioè nell'agenda del governo, come - del resto - non è neppure nel suo programma. Dichiarazione breve ma assai efficace, quella del premier. Con tutti i problemi legati alla sicurezza e all'immigrazione che il Berlusconi IV si trova a dover affrontare - e che, fino ad ora, ha affrontato egregiamente - ci mancava soltanto la stucchevole discussione sul diritto dei migranti a diventare elettori prima ancora che cittadini. No, grazie.
Il patto stipulato con gli italiani il 13 e 14 aprile non prevede scartamenti dal programma e, tanto meno, bonarie concessioni al politicamente corretto che già tanti danni ha fatto nel nostro paese, nelle nostre città. Al contrario - e l'azione di governo di questi quattro mesi lo dimostra - è necessario procedere speditamente e senza indugi oltre la cortina fumogena del politically correct, diradando le nebbie create da un'ideologia che negli ultimi lustri ha fatto del pensiero dominante in Italia una notte in cui tutte le vacche sono grigie e in cui ogni cosa si equivale. Il volto concreto di questo cedimento al politicamente corretto è la sinistra in tutte le sue declinazioni: assistenzialista, ambientalista, comunista, eccetera. Una sinistra che i cittadini, con il loro voto, hanno mandato senza appello all'opposizione o hanno spedito direttamente fuori dalle aule parlamentari assieme alle sue ideologie buoniste, multiculturaliste, arcobaleniste. Che bisogno c'è, dunque, di andare a dissotterrare ciò che la storia ha già sepolto e consegnato al passato? «Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti», dice il Vangelo. Ergo: lasciamo che i cadaveri politici seppelliscano le loro defunte ideologie. E così sia.
L'ordine del giorno del governo, come ha ricordato il premier, è un altro. E va in tutt'altra direzione. Al sentimento anti-Stato della sinistra il centrodestra risponde ridando allo Stato dignità, autorità e autorevolezza (Napoli docet); alla politica delle porte aperte e - conseguentemente - delle città insicure contrappone la politica delle porte sotto controllo e dell'Esercito al servizio della sicurezza dei cittadini; allo sfascio sessantottino della scuola oppone il ritorno alla disciplina, alla serietà, all'educazione; all'indulgenza verso l'assenteismo e i fannulloni dice «stop» e mette in campo la nuova parola d'ordine: meritocrazia.
Il Berlusconi IV ha scelto di essere e di presentarsi ai cittadini come la squadra che affronta le emergenze e risolve i problemi, differenziandosi dai suoi predecessori anche per la sobrietà della parola, evitando di alimentare sterili e inconcludenti dibattiti sul nulla, forieri di chiacchiericcio parapolitico ma vuoti di sostanza e di utilità. L'alternativa è il ritorno allo stile dell'Unione durante il governo Prodi: parole (e litigi) tante, fatti zero. Siccome l'indice di gradimento popolare di quella maggioranza e di quel governo è stato il più basso di tutta la nostra storia repubblicana, è chiaro che la strada da percorrere è quella opposta: parole (e litigi) pochi, fatti tanti. Questa è la via battuta finora dal centrodestra, ripagata sia dai risultati ottenuti sul campo che dall'apprezzamento degli italiani, la cui fiducia nei confronti dell'esecutivo è ancora salda e solida. Non v'è motivo, dunque, di cambiare rotta e di concedere spazio a ciò che, nell'esperienza di governo 2001-2006, ha rappresentato per l'allora Casa della Libertà motivo di divisione, incomprensione e, infine, di logoramento. Le parole che gli elettori hanno impresso col loro voto sull'agenda dell'esecutivo non sono quelle care a Veltroni, ma quelle di un programma che su immigrazione e cittadinanza parla una lingua diversa. Indietro non si torna.
Gianteo Bordero
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