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martedì 10 febbraio 2009

SENZ'ACQUA E SENZA CAREZZE. LA MORTE DI ELUANA

da Ragionpolitica.it del 10 febbraio 2009

Ogni giorno acqua, luce e carezze. Per 14 degli ultimi 17 anni l'esistenza di Eluana Englaro, anche grazie alla dedizione generosa delle Suore Misericordine (nomen omen) di Lecco, è andata avanti poggiando su questi tre sostegni, ciascuno a suo modo vitale: il nutrimento fisico, il calore della realtà, l'affetto delle persone. Per 14 anni Eluana ha vissuto così: mangiando e bevendo (con l'aiuto del sondino, anche se mai ha perso la capacità di deglutire); uscendo, spinta in carrozzella, per la passeggiata in giardino; ricevendo le attenzioni che una donna nel fiore dei suoi anni meritava di ricevere. Per 14 anni la vita di Eluana è dipesa, nella discrezione accogliente della casa di cura «Beato Luigi Talamoni», da questi quasi impercettibili gesti d'amore, piccoli all'apparenza ma grandi nella loro concreta affermazione della bontà dell'esistenza. Per 14 anni Eluana, in stato vegetativo persistente, è stata amata, accolta, accudita come la più degna delle persone, perché è proprio laddove la vita fisica appare più debole, bisognosa e menomata che emerge potente il suo valore incalcolabile. Per 14 anni è stata celebrata ogni giorno, per Eluana, la festa della vita, perché chi apre gli occhi, respira, mangia, beve, tossisce, dorme, è vivo e come tale va trattato. Per 14 anni la stanza e il letto e il cuscino di Eluana, e tutto ciò che attorno ad essi si è svolto, sono stati la vittoria della vita sulla morte.

Anche quando qualcuno ha pensato che quella non fosse più un'esistenza degna; anche quando qualcuno ha iniziato a dire che la vita di Eluana era finita la sera ormai lontana del 18 gennaio 1992; anche quando qualche avvocato senza scrupoli ha cercato in tutti i modi di infilarsi tra le maglie della legge per arrivare ad ottenere una sentenza di morte; anche quando la donna Eluana è divenuta il «caso Eluana», tanto nelle aule di tribunale quanto nei salotti della tv e nelle pagine dei giornali; anche quando gli avvoltoi dei «nuovi diritti» si sono scagliati su Eluana trasformandola, suo malgrado, nella leva per forzare la porta sbarrata dell'eutanasia; anche quando, per meglio supportare la battaglia per la «dolce morte», su Eluana sono state dette e scritte e ripetute a ogni piè sospinto cose non vere sul suo stato effettivo; anche quando la propaganda potente e strafottente dei dotti, dei sapienti e dei vati del pensiero dominante ha preso campo sul racconto realistico dei fatti; anche quando l'ideologia ha cancellato l'Eluana in carne ed ossa per renderci un'Eluana dipinta ad uso e consumo del nichilismo a la page.

Poi sono venute le sentenze, anzi la sentenza, l'unica che in dieci anni abbia detto sì alla «richiesta» di papà Beppino. L'inizio della fine. La condanna a morte. E poi la ricerca della «struttura», non più una casa dolce, sicura e accogliente, ma un freddo spazio di «attuazione del protocollo». E poi la notte del viaggio che ha portato via Eluana dal suo mondo, cioè dall'acqua, dalla luce e dalle carezze. Da Lecco a Udine. Dalle Misericordine alla «Quiete». Dalla casa della vita alla casa della morte. E poi il professor Amato De Monte, anestesista, che fa il viaggio in ambulanza, rimane sconvolto perché forse capisce che Eluana non è un «sacco di patate», come qualcuno l'aveva descritta, e che soffrirà, eppure davanti alle telecamere, per rassicurare innanzitutto se stesso, dichiara: «E' morta 17 anni fa». E poi il presidente della Repubblica che non firma il decreto sacrosanto e coraggioso del governo per salvare la vita di Eluana. E poi gli ultimi giorni. Niente più acqua né cibo. Niente più sole del giardino. Niente più coccole e tenerezze delle suore. E poi l'ultimo, disperato tentativo del presidente del Consiglio e del ministro Sacconi, la corsa contro il tempo per approvare il disegno di legge.

E poi la notizia che arriva, fredda come una lama. Una riga d'agenzia: Eluana è morta. Se n'è andata prima del previsto, dicono. Al capezzale non c'era papà Beppino, non c'era la mamma Saturna. Non c'erano le Misericordine. Non c'era l'affetto, ma solo l'effetto tragico e crudele del «protocollo» di morte. La sentenza è eseguita. Summus ius, summa iniuria. Più che il diritto di morte, è la morte del diritto.

Così ieri sera, per la prima volta dopo 14 anni, Eluana non si è addormentata tra le carezze piene di bellezza e di verità delle suore. Per tanti di coloro che hanno voluto e cercato e combattuto per arrivare a questo punto, è la fine di tutto (nichilismo chiama nichilismo). Per quelli che hanno tenuto accesa una luce nelle loro case e nelle strade in segno di speranza, piccole fiammelle di un'Italia che ama e rispetta e difende la vita, è l'inizio di un nuovo cammino e di una nuova tenerezza. Come ha detto l'«ateo laico molto imprudente» (così s'è definito lui) Enzo Jannacci al Corriere della Sera qualche giorno fa: «Interrompere una vita è allucinante e bestiale. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza». E' questa carezza che da ieri sera custodisce Eluana. La cinica cattiveria degli uomini ha infierito abbastanza su di lei.

Gianteo Bordero

sabato 7 febbraio 2009

IL PEGGIOR PRESIDENZIALISMO

da Ragionpolitica.it del 7 febbraio 2009

L'Italia è da ieri una Repubblica presidenziale. Non è stata alcuna riforma della Costituzione a sancirlo, e neppure il popolo italiano si è espresso in tal senso con una pubblica consultazione. La trasformazione è avvenuta de facto, materialmente, nel momento in cui Giorgio Napolitano ha dapprima inviato una lettera al governo per scoraggiarlo dal varare il decreto finalizzato a impedire che a Eluana Englaro siano definitivamente sospese la nutrizione e l'idratazione, e poi, una volta che l'esecutivo ha comunque proceduto all'approvazione del decreto, ha fatto mancare la sua controfirma per renderlo operativo e trasmetterlo alle Camere.

C'è chi (guarda caso gli stessi che non vogliono vedere intralci nella procedura che condurrà alla morte di Eluana), in queste ore, ripete come un disco incantato che il capo dello Stato si è mosso «all'interno del quadro dei poteri che gli assegna la Carta costituzionale» e che ad aver compiuto atti addirittura «eversivi» della democrazia è stato il governo. E' un'affermazione che non sta in piedi. Innanzitutto l'invio della lettera è quanto meno «irrituale». Come ha detto ieri in conferenza stampa il presidente del Consiglio, «con la lettera si è introdotta una innovazione, quella cioè che il capo dello Stato, in corso d'opera di un Consiglio dei ministri, può intervenire anticipando la decisione del Consiglio circa la sussistenza, per un qualsiasi provvedimento, dei requisiti di necessità ed urgenza».

Ma l'errore più clamoroso compiuto dal presidente della Repubblica è stato il secondo, cioè la scelta di non controfirmare il decreto governativo sottolineando che esso non possiederebbe i caratteri di necessità ed urgenza previsti dalla Costituzione. Eppure è la stessa Costituzione, al secondo comma dell'articolo 77, a sancire in modo chiaro che la valutazione della necessità ed urgenza dei decreti legge spetta allo stesso governo. In questo modo, Napolitano ha di fatto espropriato l'esecutivo di una sua prerogativa, si è fatto egli stesso governo, cioè sede decisionale ultima dell'ordinamento repubblicano. In linguaggio tecnico, tutto ciò si chiama «presidenzialismo», quello che la sinistra descrive come anticamera del «regime», della «dittatura», del ritorno del «fascismo» ogni volta che il centrodestra ne parla e lo propone, ma che evidentemente è il benvenuto quando torna comodo agli eredi del Partito Comunista italiano.

Il capo dello Stato, nella sua lettera al presidente del Consiglio, ha poi affermato che «non è intervenuto nessun fatto nuovo che possa configurarsi come caso straordinario di necessità ed urgenza ai sensi dell'articolo 77 della Costituzione, se non l'impulso pur comprensibilmente suscitato dalla pubblicità e drammaticità di un singolo caso». Qui siamo veramente al paradosso: per Eluana, ieri mattina, è iniziata la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione che la porterà all'atroce morte per fame e per sete. Inoltre la procura di Udine, negli ultimi giorni, ha ricevuto lettere, ricorsi, reclami perché, a detta dei mittenti, non si sarebbero valutati, nel corso del processo, elementi e testimonianze che smentirebbero la presunta volontà di Eluana di non essere tenuta in vita in uno stato vegetativo. Se questi non sono «fatti nuovi», signor presidente della Repubblica, quali dovremmo ritenere tali?

E infine, sempre nella missiva al governo, Napolitano si è richiamato, così come la Corte di Cassazione nella sua sentenza, all'articolo 32 della Costituzione, il quale, al secondo comma, afferma che «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge». Così il presidente della Repubblica si accoda alla vulgata «laicisticamente corretta», quella secondo cui l'idratazione e l'alimentazione sarebbero di fatto equiparabili a cure e terapie. Ha letto, il capo dello Stato, la direttiva emanata a dicembre dal ministro Sacconi, nella quale si stabilisce chiaramente che nutrire una persona gravemente disabile (come Eluana) non costituisce accanimento terapeutico? E poi, se proprio si vuole citare il secondo comma dell'articolo 32, lo si citi per intero; esso infatti così prosegue: «La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». E' evidente, dal combinato disposto delle due frasi, che questa norma costituzionale non autorizza in alcun modo la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione, riconosciute in ogni foro internazionale come diritti inalienabili della persona, di quella disabile in particolare.

Come si vede, l'azione del capo dello Stato in questa vicenda è segnata da diverse forzature. Alla fine, crediamo che sia prevalsa la personale opinione del presidente sopra ogni altra cosa. Ciò sarebbe ammissibile se fossimo in una Repubblica presidenziale. Ma qui non c'è nessun presidente eletto dal popolo ed è invece il governo che può «adottare provvedimenti provvisori con forza di legge», e lo può fare «sotto la sua responsabilità». Da ieri esiste un precedente che rischia di mettere in discussione anche questo potere del governo, forse l'unico che gli consente veramente di svolgere in maniera efficace il suo compito.

Gianteo Bordero

sabato 20 dicembre 2008

IL CORAGGIO DI SACCONI

da Ragionpolitica.it del 18 dicembre 2008

La notizia è questa: checché ne dica la casta dei vari Grillo, Di Pietro, Travaglio, Flores D'Arcais e compagnia, checché ne pensi una certa magistratura che interpreta il suo ruolo come quello del custode unico e insostituibile dell'etica pubblica, dalla politica può ancora venire qualcosa di buono per il paese. Cioè per la vita del popolo italiano. Seguendo l'insegnamento della migliore e tanto bistrattata prima Repubblica, che educava i giovani impegnati nei partiti democratici e liberali al tanto vituperato «primato della politica», il ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, Maurizio Sacconi, ha diffuso ieri l'altro una direttiva destinata a lasciare il segno oltre la contingenza storica cui essa si riferisce.

Il caso è noto: dopo la recente sentenza definitiva della Corte di Cassazione, a Eluana Englaro potrebbero essere sospese l'idratazione e la nutrizione da un momento all'altro. Ciò comporterebbe, per la donna, una lunga agonia e ad un'atroce morte di fame e di sete. Il perché si sia giunti a questo punto è ormai risaputo: «Eluana è già morta», «Eluana è un vegetale», «Meglio una morte degna che una vita indegna» ripetono da tempo, a ogni pie' sospinto, i tanti Umberto Veronesi sparsi per la Penisola, convinti, in forza della loro suprema Scienza, di poter essere i giudici insindacabili della vita e della morte delle persone. Il problema, però, sorge nel momento in cui diventa necessario individuare un ospedale, una clinica, una struttura che accetti di ospitare tra le sue mura gli ultimi giorni di Eluana, che lasci morire la giovane «come un vegetale» privato del sostegno vitale. Si fa avanti una clinica friulana. Che, in accordo con la famiglia e con i medici e gli avvocati di questa, prepara il «ricovero», quello che i giornali chiamano «l'ultimo viaggio di Eluana».

E' di fronte a questa situazione che Maurizio Sacconi decide di intervenire con i suoi poteri di ministro emettendo una direttiva che parla chiaro: interrompere la nutrizione e l'idratazione di una persona in «stato vegetativo persistente» rappresenta un atto oggettivo di abbandono del malato. Sacconi si rifà, per motivare la sua direttiva, a un parere espresso il 30 settembre 2005 dal Comitato nazionale di bioetica e alla Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, approvata dall'Onu il 13 dicembre 2006. Nel primo documento si afferma che la somministrazione di cibo e acqua, venga essa fornita per vie naturali o artificiali, «è il sostentamento ordinario di base». Nutrizione ed idratazione, secondo il Comitato di bioetica, «vanno considerati atti dovuti eticamente (oltre che deontologicamente e giuridicamente) in quanto indispensabili per garantire le condizioni fisiologiche di base per vivere». Nella Convenzione delle Nazioni Unite si stabilisce, poi, che gli Stati membri «riconoscono che le persone con disabilità hanno il diritto di godere del migliore stato di salute possibile, senza discriminazioni fondate sulla disabilità». Per questo è compito dei governi «prevenire il rifiuto discriminatorio di assistenza medica o di prestazione di cure e servizi sanitari o di cibo e liquidi in ragione della disabilità». In forza di ciò il ministro invita le Regioni «ad adottare le misure necessarie affinché le strutture sanitarie pubbliche e private si uniformino ai principi sopra esposti e a quanto previsto dall'articolo 25 della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità».

Come prevedibile, la direttiva approntata da Sacconi innesca subito la solita ridda di polemiche: forti critiche al ministro vengono dalla stampa laicista, dal magistrato che ha emesso l'ultima sentenza, dal dottore di Eluana, dalla lobby dei medici favorevoli alla «dolce morte», dai partiti della sinistra e chi più ne ha ne metta. L'accusa è quella di voler impedire alla giustizia di fare il suo corso, di voler imporre un'etica di Stato, di voler accontentare il Vaticano. Nessuno, però, che si chieda se la decisione di Sacconi corrisponda o meno a un oggettivo interesse pubblico, che come tale deve essere tutelato dalla politica: quello di salvaguardare la vita come bene primario e indisponibile, impedendo che essa venga trattata non secondo il criterio della giustizia e del diritto, ma in base all'arbitrio e ai dettami contingenti della cultura dominante. Noi riteniamo che il ministro abbia fatto quello che un rappresentante del popolo e delle istituzioni deve fare: intervenire, usando i mezzi di cui per legge dispone, per riaffermare il principio dell'interesse generale e del bene comune di fronte ai tentativi di poteri non eletti di trasformare una visione patentemente di parte in un dogma etico per tutti. L'alternativa è ritenere che la vita sia un bene relativo, con tutte le conseguenze e le ricadute del caso in termini di rispetto della persona, soprattutto di quella più debole e indifesa. Come Eluana. Sarebbe, questa, vera civiltà?

Gianteo Bordero


sabato 15 novembre 2008

ELUANA E IL CHIODO FISSO DEI NICHILISTI

da Ragionpolitica.it del 15 novembre 2008

«E voi materialisti, col vostro chiodo fisso che Dio è morto è l'uomo è solo in questo abisso», cantava Francesco Guccini qualche anno fa in uno dei suoi brani più belli, Cirano. Oggi, dopo la terribile sentenza della Corte di Cassazione che ha legittimato la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione per Eluana Englaro, dovremmo aggiornare la strofa del cantautore di Pavana togliendo di mezzo i «materialisti» e scrivendo la parolina magica: «nichilisti». Il materialismo, infatti, alla materia qualche dignità la riconosceva. Il nichilismo neppure quello: se avesse rispetto della materia non condannerebbe una giovane donna a morire di fame e di sete, tra sofferenze prolungate e indescrivibili; accetterebbe il fatto che vi possa essere una vita che è definibile come tale anche se menomata; non tratterebbe il corpo di Eluana alla stregua di un qualcosa di cui liberarsi al più presto.

Il nichilismo, come uno schiacciasassi, passa sopra a tutto. Che sia «gaio» o che sia «tragico», sempre conduce nella stessa direzione: il burrone dell'insignificanza, il deserto del non senso. Perché, se si ammettesse anche soltanto lontanamente la possibilità di un significato dell'esistere, il corpo di Eluana sarebbe guardato sotto una nuova luce, la sua vicenda sarebbe letta con altre lenti, la sua presenza tra noi spalancherebbe le porte dell'uomo interiore al mistero che sempre la vita è. Sempre. Nella gioia e nel dolore, nel sorriso e nel pianto, nella salute e nella malattia, la vita rimane degna di essere vissuta. Non lo dice soltanto la Chiesa cattolica, checché ne pensi il professor Veronesi, il quale, su Repubblica, afferma che chi si oppone all'interruzione dell'alimentazione per Eluana lo fa basandosi «su posizioni di fede». Lo dice anche la ragione. Lo dice quel maestro della cultura laica occidentale, Immanuel Kant, quando riconosce che la vita deve essere considerata come un fine in sé, e quindi come un bene indisponibile all'arbitrio dell'uomo sull'altro uomo. Ma parlare di ragione ai nichilisti è come parlare di libertà ai dittatori...

Non scandalizzi il paragone, perché quando la ragione viene tolta di mezzo ciò che subentra porta sempre - sempre ha portato nel corso della storia - alla violenza e al sopruso. E la sentenza della Corte di Cassazione è, nella sostanza, priva di ragione, perché l'unica cosa di cui tiene conto è una presunta volontà di Eluana di non voler vivere in quello che viene chiamato «stato vegetativo»: tutto il resto, in primis il fatto che Eluana viva (anche se ancora una volta Umberto Veronesi, oncologo di fama nonché senatore del Partito Democratico, sostiene che «Eluana è morta 16 anni fa»), passa arbitrariamente in secondo piano. Compresa la circostanza che Eluana sia ancora, a tutti gli effetti, una persona, e non, come tanti in queste ore ripetono, un vegetale.

Quando la persona viene degradata, con un cinismo saccente e presuntuoso, a «vegetale», a che cosa ci troviamo di fronte? A un atto di civiltà? A un progresso sociale? Oppure ad una barbarie e ad un regresso che ci riportano al vero secolo buio della nostra storia, cioè il Novecento dei totalitarismi? E non è forse, a ben vedere, una sottile forma di totalitarismo anche il fatto che sia una magistratura che si crede onnisciente e onnipotente ad avere l'ultima parola sulla vita e sulla morte delle persone? E' «ragionevole» tutto ciò? No, non è ragionevole.

Ma nichilismo e ragione sono come il «ferro ligneo» di cui parlava Heidegger: una contraddizione in termini. Perché tutto ciò che la ragione suggerisce all'uomo, tutta l'apertura al significato di cui essa è capace, tutta la profondità delle domande che essa pone al cuore della persona, tutto ciò il nichilismo lo spazza via, col risultato inevitabile descritto da Guccini: l'uomo viene lasciato solo «in quest'abisso». E' l'anticamera della disperazione, la cancellazione della voglia di vivere, lo svuotamento del carico di attese e di speranze che ognuno porta con sé, nel profondo dell'io, laddove nessun Veronesi può arrivare a vedere col suo microscopio, laddove non può entrare la volontà di potenza dei magistrati, laddove l'unico e ultimo giudizio è quello di colui che l'uomo l'ha creato dal nulla, non di coloro che nel nulla vorrebbero ricacciarlo.

Al culmine della sua lunga malattia e della sua sofferenza, dal letto di dolore dal quale poteva osservare, attraverso i vetri della stanza, un albero di pioppo, scriveva il poeta Clemente Rebora: «Vibra nel vento con tutte le sue foglie/ il pioppo severo:/ spasima l'anima in tutte le sue doglie/ nell'ansia del pensiero:/ dal tronco in rami per fronde si esprime/ tutte al ciel tese con raccolte cime:/ fermo rimane il tronco del mistero,/ e il tronco si inabissa ov'è più vero». Strappare l'albero dell'esistenza dalle sue radici fa seccare ogni possibilità di significato e di amore per l'essere, per la realtà, per la vita.


Gianteo Bordero

venerdì 14 novembre 2008

SI' ALLA VITA, NO ALLA CONDANNA A MORTE DI ELUANA ENGLARO

La magistratura italiana, al culmine della sua volontà di onniscienza e di onnipotenza, s’è arrogata il diritto di decidere della vita e della morte delle persone. In questo caso di una persona, Eluana Englaro, che solo un cinismo senza confini può definire e considerare alla stregua di un “vegetale”. La dignità dell’esistenza umana è tale dal concepimento al suo termine naturale. Non lo dice soltanto la Chiesa, ma il vertice stesso della cultura occidentale, che con Kant ha riconosciuto che la vita è sempre un fine in sé, e quindi un bene indisponibile all’arbitrio dell’uomo sull’altro uomo.

E’ chiaro a che cosa vada incontro la nostra società nel momento in cui viene di fatto introdotto il diritto di sospendere a un malato non le cure, non l’accanimento terapeutico, ma l’alimentazione e l’idratazione: si va diritti verso la barbarie, verso la negazione della civiltà, verso la riduzione della dignità umana a mera espressione verbale priva di contenuto oggettivo. La sentenza della Corte di Cassazione non rappresenta, come affermano tanti in queste ore, un “progresso sociale”, ma soltanto l’ennesima offesa alla dignità della vita, alla sua maestà, al suo infinito mistero.

Gianteo Bordero

giovedì 13 novembre 2008

LA DIGNITA' DELLA VITA IMPERFETTA

    La coscienza occidentale, dilacerata in questi ultimi anni dai dilemmi bioetici, è oggi messa nuovamente alla prova da un'imprevedibile coincidenza di fatti: negli stessi giorni in cui, negli Stati Uniti, si apprende che il presidente eletto Barack Obama ha intenzione di rilanciare la ricerca sulle cellule staminali embrionali bloccata da George W. Bush, in Italia la Corte di Cassazione dà il definitivo via libera alla sospensione dell'alimentazione per Eluana Englaro, la giovane donna di Lecco in coma da diciassette anni a seguito di un grave incidente stradale. Nel giro di poche ore, dunque, accade che si incrocino due vicende che indicano a un tempo il massimo di potenza dell'uomo (la capacità di manipolazione della vita nascente) e il massimo di impotenza (l'ineluttabilità della morte), con l'ulteriore paradosso per cui coloro che vorrebbero a tutti i costi il massimo di deregulation nella ricerca genetica sugli embrioni (la vita a tutti i costi) sono gli stessi che ritengono legittima quando non doverosa l'interruzione dell'alimentazione per Eluana (la morte a tutti i costi).
      Come si vede, non c'è una logica, e forse neppure vi può essere, di fronte a fatti della realtà che sfidano ogni capacità umana di comprensione e di semplificazione. Il dramma nasce dal fatto che, sottraendo al massimo di potenza (manipolazione embrionale) il massimo di impotenza (inevitabilità della morte), non si ottiene la cifra zero, cioè tranquillità della coscienza e quieto vivere, ma un punto interrogativo che interpella l'interiorità profonda di ciascuno. Si può far finta che questo punto di domanda non vi sia e rinunciare in partenza a scoprire ciò che si nasconde dietro di esso. Oppure si può prendere sul serio l'enigma, cercare di guardare al di là delle nebbie, anche se ciò significa mettere a nudo il proprio essere uomini, fare i conti con ciò che sfugge al nostro dominio e al nostro controllo, intraprendere la navigazione in un mare senza confini abbandonando il piccolo porto delle solite quattro certezze.
        A questo interrogativo il grande intellettuale francese Emmanuel Mounier, il fondatore della rivista Espirit, ha dato una risposta che merita oggi di essere nuovamente presa in considerazione. Una risposta che nasce, nonostante Mounier fosse un apprezzato filosofo, non dalla speculazione razionale, dalla deduzione sillogistica, dalla logica matematica, ma dall'esperienza. L'esperienza del dramma e del dolore. La dura esperienza di una figlia menomata a vita dalla meningite. Quell'esistenza imperfetta, piagata, dimezzata, il filosofo e la moglie la accolgono come tale. E non grazie a qualche teoria più o meno convincente, ma in forza di una intuizione straordinaria, la stessa che fa dire al cattolico Mounier: «Occorre soffrire perché la verità nasca dalla carne e non si cristallizzi in dottrina». Non perché la sofferenza sia un bene in sé, ma perché può spalancare all'uomo le porte di ciò che sta al di là del visibile e del tangibile. Così la vita della bambina, da apparente maledizione, diventa una benedizione per la vita dei suoi genitori. E Mounier può scrivere alla moglie: «Che senso avrebbe tutto questo se la nostra bambina fosse soltanto carne malata, un po' di vita dolorante, e non invece una piccola ostia che ci supera tutti, un'immensità di mistero e di amore che ci abbaglierebbe se lo vedessimo faccia a faccia?». Da allora la piccola Françoise avrebbe avuto il posto d'onore alla tavola dei Mounier. E la stessa tavola frequentata da tanti intellettuali, uomini di cultura, scrittori, sarebbe divenuta il luogo in cui l'apparente maestà del sapere umano si inchina di fronte alla vera maestà della vita, quella che l'uomo non possiede, che non può misurare, ma solo accogliere e abbracciare.
          Il nostro tempo ci ha abituati a fuggire - e spesso a disprezzare - l'imperfezione, la menomazione, la malformazione. Perciò l'apparente contraddizione di cui parlavamo poc'anzi e a cui stiamo assistendo in questi giorni (quella tra il massimo della potenza e il massimo dell'impotenza umane) si dissolve di fronte alla constatazione che tanto la manipolazione dell'embrione quanto la sospensione dell'alimentazione per Eluana portano con sé un tragico rifiuto del mistero, di ciò che per Mounier era diventato il luogo del miracolo. Non il miracolo della guarigione, ma il miracolo dell'accoglienza della vita e, soprattutto, del suo significato. Quello che sfugge ai calcoli, agli esperimenti e alla volontà di onnipotenza, ma che è ben vivo in chi apre il suo cuore a quella dimensione che sta oltre ciò che si può produrre in laboratorio, oltre ciò che si può sopprimere staccando una macchina o interrompendo la nutrizione. La vita oltre la vita. E oltre la morte.
            Gianteo Bordero