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venerdì 28 gennaio 2011

GLI AFFANNI DI BERSANI

da Ragionpolitica.it del 28 gennaio 2011

Povero Bersani! Politico generoso ma senza carisma nel tempo delle leadership personali, egli viene di volta in volta eclissato da chi, nel Partito Democratico o nell'area del centrosinistra, si rivela dotato di un qualche appeal capace di esercitare una forte presa sull'opinione pubblica e sull'elettorato della gauche. Si chiami costui Matteo Renzi, Nichi Vendola, Walter Veltroni o Roberto Saviano, l'effetto è sempre lo stesso: l'attuale segretario del maggior partito dell'opposizione, che in via teorica potrebbe e dovrebbe legittimamente aspirare a diventare il leader indiscusso di tutto lo «schieramento avverso» al centrodestra, di fatto non riesce invece a porsi e proporsi come figura di riferimento dell'intero centrosinistra, e neppure dello stesso Pd.


Lo confermano due eventi accaduti negli ultimi giorni: da un lato il discorso di Walter Veltroni al Lingotto e soprattutto l'accoglienza che ad esso è stata riservata da Repubblica, dall'altro lato la denuncia di Roberto Saviano a proposito delle irregolarità nelle primarie napoletane del Pd per la scelta del candidato sindaco. Nel primo caso un editoriale di Eugenio Scalfari ha in sostanza riconosciuto all'iniziativa del già sindaco di Roma e già segretario democrat il merito di aver riportato il partito al centro della scena, svegliandolo dal torpore nel quale esso si trovava: Veltroni, secondo il fondatore di Repubblica, «ha parlato da leader, con la passione e l'eloquenza d'un leader ed anche con il senso di unità e di generosità che un leader deve avere, il desiderio di fare squadra, di rilanciare una scommessa all'insegna del cambiamento». E ancora: rispetto a Bersani, a D'Alema, a Franceschini, Veltroni «possiede un "in più" che nessuno degli altri ha: è capace di evocare un sogno». E' il «carisma», che «potrà funzionare oppure no», ma nel Pd Walter «oggi è il solo che possieda quel requisito». Un talento che Scalfari di fatto contrappone al «parlare paesano e colloquiale» di Bersani, il cui intervento al Lingotto dopo quello di Veltroni «faceva uno strano effetto, di quelli che spesso Crozza provoca quando lo imita a Ballarò». Bravo, buono, intelligente e pragmatico l'attuale segretario - dice in sostanza il padre di Repubblica - ma privo di quelle doti di leadership carismatica espresse dal suo predecessore. Considerato il peso che il quotidiano di Largo Fochetti ha nell'indirizzare gli umori dell'elettorato del Pd e del centrosinistra, è facile dedurre che per Bersani non si prospettino tempi tranquilli.


Cosa, questa, confermata anche dalla vicenda delle primarie napoletane e dalla «discesa in campo» di Roberto Saviano per chiederne l'annullamento. L'autore di Gomorra ha parlato di un risultato della consultazione distorto e inficiato da infiltrazioni esterne al partito, con l'attivismo di personaggi poco raccomandabili, «faccendieri che cercano voti e li comprano per poter poi chiedere in cambio, al candidato, poteri e favori». Voti comprati dai clan? «Non proprio, ma dagli eterni mediatori che vivono nello spazio tra la politica, l'impresa e la criminalità». Non certo una bella immagine, quella descritta da Saviano: «Le primarie di Napoli sono state davvero un grande caos, forse addirittura un'occasione persa e una brutta figura». La soluzione? Azzerare tutto e proporre alla città la candidatura del magistrato anti-camorra Raffaele Cantone. Risultato: Saviano chiama e Bersani risponde, congelando la proclamazione del vincitore delle primarie, commissariando il partito a Napoli e cancellando la prevista assemblea nazionale nel capoluogo campano. La domanda sorge spontanea: chi detta davvero la linea all'interno del Pd? La risposta oggi sembrerebbe essere: tutti tranne Bersani.


Su Saviano, in particolare, occorre sottolineare, anche alla luce dell'articolo in difesa dei pm milanesi pubblicato il 28 gennaio da Repubblica, che la sua influenza diretta sull'elettorato del Pd e indiretta sulla sua dirigenza può avere come conseguenza quella di cristallizzare in maniera irreversibile la figura dei democratici come «partito dei giudici», o peggio come «partito delle procure». Verrebbe così vanificato ogni sforzo compiuto dagli esponenti più riformisti per affrancarsi da quel giustizialismo che non a torto è stato descritto come la caratteristica principale del post-comunismo italiano a partire da Mani Pulite. Sarebbe un passo indietro che condannerebbe il Pd nella ridotta giacobina, archiviandone definitivamente ogni ambizione di proporsi all'elettorato come partito di governo dotato di un progetto complessivo per il sistema-Paese.

Gianteo Bordero

martedì 4 gennaio 2011

IL MA-ANCHISMO, MALATTIA CONGENITA DEL PD

da Ragionpolitica.it del 4 gennaio 2011

Sulla vicenda Fiat bene Marchionne, ma anche la Fiom ha le sue ragioni. Sulle alleanze porte aperte al Terzo Polo, ma anche alla sinistra di Nichi Vendola. Sulle primarie non si torna indietro, ma occorre anche una riflessione sulla loro utilità. L'elenco potrebbe continuare, ma ci fermiamo ai tre temi di maggiore attualità. La sostanza è sempre la stessa: non c'è argomento all'ordine del giorno nel dibattito politico italiano su cui il Partito Democratico riesca ad assumere una posizione netta ed univoca, o di qua o di là: o con l'ad di Fiat o con i metalmeccanici Cgil, o per una strategia di centro-sinistra col trattino o per una riedizione sotto altre forme dell'Unione prodiana, o per le primarie o contro le primarie. E meno male che il «ma-anchismo» avrebbe dovuto essere archiviato assieme al suo fondatore e massimo propugnatore, l'ex segretario e candidato premier nel 2008, Walter Veltroni. Invece pare che questa perniciosa malattia politica sia congenita al partito che avrebbe dovuto rappresentare il nuovo volto della sinistra italiana, il salto in avanti verso una gauche moderna ed europea, dall'identità ben definita e con un programma chiaro, capace di contendere il governo del Paese al centrodestra berlusconiano.


Ma passano i giorni, passano gli anni, passano i segretari, e di questa identità e di questo programma non vi è neppure l'ombra. E' evidente, dunque, che non è soltanto un problema di persone, ma anche e soprattutto di Dna. Un problema, cioè, che riguarda l'essenza stessa e l'autocoscienza del maggiore partito di opposizione. Su questo punto, la confusione regna sovrana oggi così come regnava sovrana al momento della nascita del Pd. Romano Prodi e Arturo Parisi lo immaginavano e ne parlavano come lo spazio fisico del dossettismo realizzato, il luogo nel quale avrebbero dovuto finalmente fondersi, motivati dalla comune coscienza politica incardinata nella Costituzione del '48 e nell'antifascismo, cattolici e (post) comunisti; altri, come Massimo D'Alema e Franco Marini, lo consideravano un inevitabile matrimonio d'interesse nel quale le distinzioni culturali tra i due contraenti avrebbero dovuto rimanere tali; altri ancora, come Walter Veltroni, lo presentavano come il naviglio agile e leggero capace di andare oltre le appartenenze del passato ed intraprendere così la navigazione nel mare aperto del riformismo contemporaneo. Con prospettive così radicalmente diverse alle spalle - ognuna delle quali comportante scelte strategiche tra loro assai divergenti - era inevitabile che, senza una previa chiarificazione in proposito, il Partito Democratico finisse con l'impantanarsi nella palude che i suoi stessi fondatori avevano contribuito a creare. E così è accaduto.


Oggi, dunque, a più di tre anni di distanza dalla sua nascita, il Pd è di fatto costretto, nella perdurante incertezza circa la sua identità e la sua missione nel Paese e tra le forze presenti nel panorama politico nazionale, a oscillare perennemente tra posizioni di retroguardia, dettate dal retaggio ideologico dei partiti che in esso sono confluiti, e posizioni più moderne e all'avanguardia, che caratterizzano - o hanno caratterizzato negli anni scorsi - le più avanzate esperienze di governo della sinistra in Europa. Chi ha seguito, ormai più di un anno fa, il dibattito innescato da un articolo sul Messaggero in cui Romano Prodi imputava al nuovo laburismo blairiano di essere all'origine della perdita di identità della sinistra europea e la causa del suo cedimento a destra, può ritrovare ancora oggi la tensione tra queste due prospettive nel quotidiano dibattito politico interno al Pd. Un partito i cui segretari pro tempore, per non scontentare nessuno - né i «modernisti» né i «tradizionalisti» né coloro che stanno in posizione mediana - e per tenere in piedi la vacillante costruzione democrat, finiscono col dare ragione un po' agli uni e un po' agli altri, oppure a tutti contemporaneamente, e torto a nessuno. Con tanti saluti alla chiarezza, al programma e alla costruzione di un'alternativa credibile di governo. E con l'inevitabile conseguenza di rimanere ostaggi del «ma-anchismo», che ad oggi appare come l'unico tratto certo dell'identità del Pd.


Gianteo Bordero

martedì 21 dicembre 2010

PD IN STATO CONFUSIONALE

da Ragionpolitica.it del 21 dicembre 2010

La confusione regna sovrana nel Pd. Solo poche settimane fa il segretario Pier Luigi Bersani aveva incontrato Nichi Vendola per stringere un patto elettorale che prevedeva le primarie di coalizione e, negli stessi giorni, aveva confermato l'alleanza con l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Oggi ecco il cambio di rotta. Basta sinistra e basta primarie. La nuova proposta è quella di un accordo con il nascente Terzo Polo formato da Udc, Fli, Api e Mpa. Un accordo che di politico, a ben vedere, avrebbe ben poco, e rischierebbe di risolversi nell'ennesimo sforzo per costruire un'armata Brancaleone senza altro contenuto concreto oltre al vecchio e mai domo antiberlusconismo. In casa democrat sono convinti di risolvere tutti i problemi con l'aritmetica: seduti a tavolino, calcolatrice alla mano, i vari Bersani, D'Alema e Franceschini fanno di calcolo e si convincono che la somma di Pd + Udc + Fli + Mpa risulterà superiore a quella ottenuta mettendo insieme Pd + Sel + Idv.


Peccato soltanto che non facciano i conti, come del resto è loro usanza, con la realtà. Cioè con il loro elettorato. Che, come emerge da numerosi sondaggi (Repubblica esclusa, guarda caso), preferirebbe di gran lunga andare alle urne in compagnia del governatore pugliese e dell'ex pm piuttosto che con i moderati Casini e Rutelli e con l'ex fascista Fini. Tanto più che, in una ipotetica alleanza con il Terzo Polo, al primato numerico del Partito Democratico non corrisponderebbe un altrettanto chiaro primato politico, con tanti saluti alla vocazione maggioritaria sotto la cui stella era nato il Pd. Sarebbe una curiosa riedizione del centro-sinistra col trattino, ma priva di quel collante, quel minimo di coerenza politica di fondo che procurò molte fortune a questa formula nei passati decenni della nostra storia repubblicana. In questo caso avremmo al massimo un matrimonio d'interessi senza una comune cultura politica. Avremmo la somma di ambizioni particolari di corto respiro e non un progetto organico di governo del Paese.


Ha dunque buon gioco Nichi Vendola a denunciare la debolezza costitutiva di tale progetto, a sottolinearne lo scollamento dai problemi reali dell'Italia, a evidenziare il carattere non politico di un'operazione che sembra finalizzata più a garantire rendite di posizione immediate alla classe dirigente del Partito Democratico che non a proporre al popolo della sinistra una forte alternativa programmatica al centrodestra. Curiosamente, assistiamo qui ad un inaspettato rovesciamento di ruoli: non sono più i «moderati» - si fa per dire - del Pd, bensì i partiti più radicali della sinistra a invocare un'uscita dall'antiberlusconismo fine a se stesso come criterio per costruire le coalizioni. E' il presidente della Regione Puglia a chiedere un ritorno alla politica e ai contenuti, mentre l'ex margheritino Dario Franceschini usa toni estremistici da Cln contro il presidente del Consiglio per giustificare le scelte del suo partito.


Di certo archiviare le primarie e fare del Pd la seconda gamba di una strana alleanza con i nemici di un tempo segnerebbe a suo modo una svolta rispetto alle prospettive con cui il partito era nato e si era mosso sino ad ora. Una svolta che però è soltanto tattica, e a cui non corrisponde un altrettanto significativo cambio di rotta per ciò che concerne l'autocoscienza del Pd, la definizione della sua identità, la rielaborazione della sua cultura politica, se mai ne ha avuto una. Se una simile operazione dovesse andare in porto - ed è lecito nutrire più di un dubbio in proposito, considerate le ultime dichiarazioni di Casini - il risultato sarebbe quello di regalare la golden share della sinistra a Vendola e quella del centro (o meglio del «centrino», per dirla con Paolo Bonaiuti) a Udc & CO: così sarebbe definitivamente compiuta la lunga marcia del Pd verso la totale irrilevanza nel panorama politico italiano.

Gianteo Bordero

mercoledì 1 dicembre 2010

SE IL PARTITO DEMOCRATICO TEME LA DEMOCRAZIA…

da Ragionpolitica.it del 1° dicembre 2010

Un partito che si fregia del titolo «democratico» e che, allo stesso tempo, teme l'espressione massima della democrazia, cioè il voto popolare? Succede anche questo, in Italia, sul finire dell'anno di grazia 2010. Il gioco è semplice: dichiarare con teatrale sussiego che nell'attuale frangente le elezioni sarebbero una sciagura per il Paese al sol fine di non ammettere che la vera sciagura in caso di chiamata alle urne dei cittadini sarebbe quella che, per l'ennesima volta, toccherebbe in sorte a lor signori. A D'Alema, a Veltroni, a Bersani, tutte facce della stessa medaglia, figure intercambiabili di un postcomunismo italiano che, a conti fatti, non ha mai del tutto rinunciato all'antico vizietto di considerare il responso popolare come un fattore secondario rispetto al fine primario della presa del potere. E se il fine giustifica i mezzi, ben venga anche un governo non eletto, un ribaltone che sovverta la volontà del popolo, un compromesso storico con l'innominabile nemico di un tempo. Tutto fa brodo per insediarsi a Palazzo.


Gira che ti rigira, questo è il succo della questione. Questo è il senso, neppure troppo velato, delle dichiarazioni rilasciate in questi giorni dai massimi esponenti del Pd, a partire dall'intervista a D'Alema pubblicata domenica sul Messaggero. Guai a portare il Paese al voto in un momento come questo! Guai a esporre l'Italia al vento della speculazione internazionale! Per carità, argomenti validi se utilizzati da chi, avendo ottenuto il consenso maggioritario dei cittadini e trovandosi sulle spalle l'onore e l'onere di governare e di tenere la barra dritta in mezzo ai marosi della crisi, richiama tutte le forze di maggioranza al senso di responsabilità, invitandole a non gettare il Paese nell'instabilità e nel caos in nome di pur legittime ambizioni personali. Ma usati da partiti che stanno all'opposizione e che in teoria, in un sistema democratico, dovrebbero volere al più presto una legittimazione popolare per diventare maggioranza e mettere in atto un diverso programma e una ricetta alternativa di governo, questi stessi argomenti assumono tutt'altro sapore. Tanto più se si hanno sotto mano sondaggi che vedono la principale forza dello schieramento di minoranza in costante affanno. E tanto più se la coalizione di governo, nonostante tutto quello che è capitato in seno al partito di maggioranza relativa negli ultimi mesi, continua a risultare la più gradita dagli italiani.


E allora è chiaro che la proposta dei vertici del Partito Democratico di dare vita ad un esecutivo che tenga insieme Bersani, Fini, Di Pietro e Casini non ha, non può avere altro fine se non quello di evitare il ricorso alle urne. Anche perché un governo di tal fatta non potrebbe mai, ragionevolmente, dare quelle risposte in nome delle quali esso viene invocato dallo stratega D'Alema: quali miracolose ricette anticrisi e quale ardito programma di incisive riforme sociali potrebbero avere in comune Fli, Udc, Pd e Idv? In realtà, essendo non una visione condivisa del Paese bensì l'antiberlusconismo l'unica forma politica di questa nuova versione del Cln, è evidente che la sola riforma che questo coacervo di forze potrebbe mettere in opera è quella della legge elettorale, per cancellare il premio di maggioranza e impedire un altro giro di valzer del Cavaliere a Palazzo Chigi. Altro che preoccupazione per l'economia! Altro che amor di patria in un momento difficile!


E se poi finisse che le manovre di Palazzo non vanno in porto e ci saranno davvero le elezioni anticipate? Nessun problema, sempre lo statista D'Alema ha già pronta la soluzione: allargare il Cln anche a Nichi Vendola e alla sua sinistra dura e pura, che di resistenza se ne intende, pensando così di assestare il colpo finale al duce di Arcore. Il leader Massimo fa la somma a tavolino dei voti che vanno da Fli a Sel, ma come spesso gli accade fa i conti senza l'oste: il popolo italiano e quella maggioranza silenziosa dei moderati che già in più di un'occasione hanno dimostrato di non credere nella «gioiosa macchina da guerra», e che non crederebbero neppure alla sua ennesima riedizione.

Gianteo Bordero

giovedì 25 novembre 2010

UNIVERSITÀ. IL PD SCHERZA COL FUOCO

da Ragionpolitica.it del 25 novembre 2010

Pur di abbattere il governo Berlusconi, il Partito Democratico è pronto a fare anche i proverbiali patti col diavolo. Non soltanto alleandosi con l'ex odiato e deprecato fascista Fini, ma anche assecondando la protesta studentesca che sta andando in scena in questi giorni nei modi e nelle forme che tutti hanno potuto e possono vedere. La logica democratica richiederebbe che un partito, per salire al governo del Paese, godesse della legittimazione popolare, che passasse attraverso libere elezioni ed ottenesse il consenso maggioritario dei cittadini. Peccato soltanto che ciò oggi risulti, per il Pd, un miraggio lontano come i Tartari del famoso romanzo di Dino Buzzati. E allora? E allora meglio ricorrere ai mezzi alternativi, ai metodi spicci, come ha fatto Bersani unendosi alla protesta degli studenti e salendo con loro sul tetto dell'università nella convinzione di alimentare un'onda di ribellione che, negli auspici dei Democratici, dovrebbe gonfiarsi fino a sommergere e a spazzare via come uno tsunami Berlusconi, il suo governo e la maggioranza che lo sostiene. Come ha osservato il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto, il Pd - in compagnia del movimento estremista per eccellenza, l'Idv - «cavalca la protesta arrivando allo spettacolo grottesco di salire sui tetti, mentre c'è una componente eversiva di questa protesta che ieri ha preso d'assalto il Senato». Ed ha aggiunto, rivolto a Bersani e al suo partito: «Voi state lisciando il pelo a un movimento minoritario ed estremista che provocherà danni seri al Paese».


E' proprio così: in assenza di una proposta politica in grado di porsi come seria e credibile alternativa di governo, incapace di elaborare una piattaforma programmatica all'altezza delle sfide che l'Italia si trova a dover affrontare in questo complesso frangente storico, il Partito Democratico ha scelto ancora una volta la strada dell'estremismo, del peggior conservatorismo sociale, dell'anacronistica difesa di quei privilegi (nel campo della scuola, dell'università, del welfare, solo per citare alcuni casi macroscopici) che negli scorsi decenni hanno portato il nostro Paese ad accumulare debito pubblico, parassitismo, clientelismo e inefficienze varie, con le deleterie conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.


Alla luce dell'atteggiamento tenuto da Bersani e dalla dirigenza democrat in questi giorni, è chiaro che la formula del Pd come «partito riformista», tanto evocata e ripetuta ad ogni piè sospinto a meri fini di propaganda, appare a conti fatti come un ossimoro. Il Pd non è il nuovo, non è la strada italiana alla moderna socialdemocrazia, ma è la somma di tutto ciò che è vecchio, dei privilegi acquisiti, dell'ipertrofia statalista. Esageriamo? Ma se il punto cardine della riforma universitaria della Gelmini è la meritocrazia, come altro definire il tipo di opposizione che sta portando avanti il Partito Democratico, se non come bieca conservazione dello status quo? E questo è solo l'ultimo episodio in ordine di tempo, perché se andiamo ad analizzare la risposta politica data nel corso degli anni dal Pd ai provvedimenti innovatori messi in campo dai governi Berlusconi, l'elenco potrebbe allungarsi a dismisura, a partire dalla pervicace e preconcetta ostilità alle riforme in materia di lavoro e di welfare ispirate alle proposte di Marco Biagi e realizzate grazie alla coraggiosa iniziativa di Maurizio Sacconi.


Insomma, gli anni passano ma i post-comunisti non cambiano mai: sempre arroccati in difesa dell'indifendibile, sempre schierati al fianco dei nemici del rinnovamento, sempre incapaci di rompere una volta per tutte con il loro passato che non vuole passare. D'Alema, Veltroni, Franceschini, Bersani sono, alla fine dei conti, le facce di una stessa medaglia, l'espressione di una medesima cultura - se così si può chiamare - ancora fondata sull'antagonismo e sull'odio preconcetto nei confronti dell'avversario. Addirittura con un'aggravante rispetto al Pci, che per lo meno manteneva un realistico (anche se opportunistico) senso delle istituzioni e sapeva prendere le distanze (ancorché nei modi e nei tempi tipici di un partito legato a doppio filo con l'Unione Sovietica) dai movimenti di lotta violenta. Cosa che il Pd oggi non sembra in grado di fare, preferendo invece scherzare col fuoco pur di cancellare dalla scena politica il nemico Silvio.

Gianteo Bordero

martedì 19 ottobre 2010

D'ALEMA, ICONA DELLA SINISTRA CHE HA DIVORZIATO DALLA REALTÀ

da Ragionpolitica.it del 19 ottobre 2010

Possibile che la sinistra non impari mai dai suoi errori? Possibile, anzi certificato dai fatti. L'ultimo esempio, in ordine di tempo, lo ha fornito lunedì sera a Otto e Mezzo Massimo D'Alema. Non un esponente qualsiasi della gauche nostrana, dunque, bensì colui che più di chiunque altro ne rappresenta oggi, in qualche modo, l'icona, avendo vissuto da protagonista la storia del passaggio dal Pci al Pds, poi ai Ds e infine al Pd, ed essendo diventato, nei modi che tutti conosciamo, il primo presidente del Consiglio proveniente dal Partito Comunista italiano.


Interrogato da Lilli Gruber a proposito della situazione politica del Paese, D'Alema ha ancora una volta fatto venire a galla, con le sue analisi che si pretendono argute e raffinate, il vero vizio capitale che caratterizza l'attuale sinistra. Un vizio che essa ha ereditato, senza alcun significativo mutamento di rotta, dal Pci: quel senso di superiorità culturale, politica e morale che l'ha condannata in passato, la condanna oggi e la condannerà in futuro, se le cose non cambieranno, a non saper entrare in connessione profonda con il popolo italiano, da essa ritenuto perennemente immaturo, bue, facile a lasciarsi incantare dalle sirene dell'uomo della provvidenza di turno. Ascoltare per credere. Ha affermato D'Alema: «Purtroppo un certo numero di italiani sembra disposto ad accettare l'anomalia» rappresentata da Berlusconi. Già, purtroppo - per l'illuminato leader Massimo e per i suoi colleghi di partito e di schieramento - tanti nostri connazionali, nel momento in cui sono chiamati a entrare in cabina elettorale per affidare a qualcuno le chiavi del governo del Paese, mettono la loro croce sul nome dell'impresentabile uomo di Arcore e non sui gloriosi simboli della gloriosa sinistra italiana.


Ora, se fossimo all'anno zero dell'avventura politica di Berlusconi, le affermazioni di D'Alema si potrebbero comprendere. Invece sono sedici anni - sedici - che la storia va avanti così, e che ad ogni vittoria del Cavaliere e ad ogni sua esperienza a Palazzo Chigi i suoi avversari non sanno fare altro che ripetere senza posa la solita teoria del popolo incapace di intendere e di volere, di distinguere tra il Bene (la sinistra) e il Male (la destra berlusconiana). Pensando di mettersi la coscienza a posto sol scaricando ogni colpa sui cittadini elettori, i post-comunisti hanno così evitato, ed evitano tuttora, di fare i conti con i propri errori, con la propria miopia politica, con la propria siderale distanza dal sentire della gente comune. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: antiberlusconismo monomaniacale, assenza di una seria e credibile proposta programmatica di governo, astrattismo assoluto riguardo alle soluzioni con cui affrontare i problemi del Paese.


Però - potrebbe obiettare qualcuno - è stato lo stesso D'Alema, sempre a Otto e Mezzo, ad annunciare che il nuovo numero della sua rivista, Italianieuropei, ha messo al centro il tema del lavoro e del conflitto sociale come punto di ripartenza della sinistra. Ecco, appunto: non si ascolta in presa diretta il popolo, i bisogni dei cittadini in carne ed ossa, dei povericristi che ogni mattina si spezzano la schiena in fabbrica per sbarcare il lunario e mandare avanti la famiglia; si pontifica invece dall'alto, ex cathedra, tra un convegno e l'altro, dalle patinate pagine di una rivista che tutt'al più finisce in mano agli intellettuali dei salotti buoni, alla gente che piace all'establishment culturale più o meno radical-chic. Non certo agli operai, alle manovalanze, a quello che un tempo era chiamato, non senza enfasi, il «popolo della sinistra». Un popolo a cui oggi dà invece risposte concrete, come ha documentato su La Stampa del 10 ottobre Luca Ricolfi, il governo di centrodestra, il governo del tanto odiato Silvio Berlusconi: «Cassa integrazione in deroga, estensione degli assegni di disoccupazione, social card, sussidi alle famiglie e ai non autosufficienti - ha scritto tra le altre cose Ricolfi - sono misure che hanno attenuato sensibilmente l'impatto della crisi, come mostra piuttosto inequivocabilmente la serie storica Isae delle famiglie in difficoltà, calate proprio nel momento più basso della congiuntura (fra la metà del 2008 e la metà del 2009)». D'Alema e i dotti analisti e politologi vicini alla sinistra possono ironizzare quanto vogliono sulla «politica del fare» di cui mena vanto il presidente del Consiglio, ma a dare ragione a Berlusconi sono, appunto, i fatti, come quelli riportati dall'editorialista del quotidiano torinese.


E se spostiamo la nostra attenzione sul prediletto di Baffino, Pier Luigi Bersani, le cose non cambiano. Ospite dieci giorni fa di Annozero, il segretario del Pd, dopo una lunga intervista a una cassaintegrata della Omsa che raccontava le sue tante difficoltà in questo periodo di crisi e chiedeva risposte ai politici presenti in studio, non ha saputo fare di meglio che spostare sùbito il discorso su Santoro e sul contenzioso col direttore generale della Rai. Altro che lavoro! Altro che disagio sociale! Meglio occuparsi delle grane del milionario conduttore tv. E poi si chiedono perché il Partito Democratico sia in crisi di consensi e gli italiani abbiano voltato le spalle alla sinistra: perché è la sinistra, e in particolare il Pd, ad aver voltato le spalle agli italiani.

Gianteo Bordero

martedì 12 ottobre 2010

IL PD SENZA VOCAZIONE MAGGIORITARIA

da Ragionpolitica.it del 12 ottobre 2010

Al di là della guerra personale tra Massimo D'Alema e Walter Veltroni, specchio delle lotte intestine che da sempre caratterizzano la storia della sinistra italiana, vi è un dato politico di prim'ordine sul quale è necessario riflettere per comprendere l'attuale stato delle cose nel Partito Democratico. Con l'ascesa alla segreteria di Pier Luigi Bersani e la contestuale archiviazione di quella «vocazione maggioritaria» che era stata indicata dall'ex sindaco di Roma, nel suo ormai celebre discorso del Lingotto, come prospettiva strategica essenziale del nuovo soggetto politico, il Pd si trova oggi in un ginepraio che lo costringe ad inseguire all'un tempo i centristi di Pier Ferdinando Casini e di Francesco Rutelli, la sinistra di Nichi Vendola, l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Si tratta, con ogni evidenza, di partiti che esprimono visioni politiche inconciliabili tra loro su temi decisivi dell'agenda di governo, come l'economia, la giustizia, la politica estera, solo per citarne alcuni tra i più rilevanti. Ciò obbliga di fatto il Pd a mantenere una posizione incerta ed ondivaga, attenta a non creare strappi con alcuno dei potenziali alleati che Bersani intende coinvolgere in vista delle prossime elezioni politiche (esemplare, in tal senso, è la frenata di questi giorni del vertice del partito dopo le aperture di Piero Fassino riguardo alla necessità di armare gli aerei italiani impegnati in Afghanistan al fine di garantire maggiore sicurezza al nostro contingente).


Il risultato di questa scelta operata dall'attuale segretario è sotto gli occhi di tutti, ed è confermata senza tema di smentita dai sondaggi effettuati nelle ultime settimane dai principali istituti demoscopici: il Pd cala, mentre gli altri partiti o rimangono stabili oppure, nella maggior parte dei casi, aumentano i loro consensi. Ciò è la conseguenza inevitabile della decisione di Bersani di gettare a mare la strategia veltroniana, tendente a dare vita ad un bipolarismo forte fondato su due partiti di governo solidi e a dimensione nazionale, e di tornare di fatto al vecchio sistema di alleanze onnicomprensive che ha caratterizzato il centrosinistra italiano negli ultimi sedici anni. In particolare, come ha osservato Fabio Martini in un bell'articolo su La Stampa del 12 ottobre, si assiste ad un significativo rafforzamento, nelle intenzioni di voto, della sinistra radicale: il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo viene dato dall'Ipsos al 3,8%, Rifondazione Comunista e i Comunisti Italiani, oggi raggruppati in un'unica lista, ondeggiano tra il 2 e il 2,5%, Sinistra e Libertà di Nichi Vendola è salita al 5%, mentre l'Italia dei Valori si attesta sul 7,5%. In totale, si tratta di un'area che potrebbe raccogliere (il condizionale è d'obbligo, visto che allo stato attuale delle cose ci si muove ancora nel campo del voto d'opinione) quasi il 20% dei consensi degli italiani. Solo due anni fa, alle elezioni politiche del 2008, con Veltroni regnante, la sinistra radicale capitanata da Fausto Bertinotti si era fermata a quota 3,1% (con l'Idv allora alleata del Pd). Sempre in quell'occasione, il Partito Democratico raggiunse il 33%, mentre oggi viene dato sotto quota 25%.


La risposta di Bersani a questa allarmante situazione è, o almeno sembra essere, soltanto l'offerta di alleanza a questo o a quel partito di centro o di sinistra, al sol fine di fare numero e creare una massa critica da contrapporre al centrodestra alle prossime elezioni. Pur affermando un giorno sì e l'altro pure che egli non è intenzionato a rimettere in pista la formula dell'Unione prodiana, il segretario del Pd si muove di fatto lungo questa direttrice che privilegia l'alchimia politica rispetto alla definizione di un programma di governo chiaro e distinto, attorno al quale aggregare poi, in un secondo tempo, chi in esso si riconosce senza se e senza ma. Inoltre è evidente, seguendo la logica che sembra ispirare Bersani, che l'unico collante capace di tenere insieme forze tanto diverse e distanti tra loro può essere, ancora una volta, solo e soltanto il mai tramontato antiberlusconismo. Che cosa infatti può unire oggi il Pd, Vendola, Di Pietro e l'Udc? La risposta è scontata, e conferma che la tanto deprecata (a parole) Unione è poi (in concreto) la stella polare che guida l'azione del segretario democratico. Almeno Veltroni era riuscito a suscitare la speranza di una novità nel centrosinistra, mentre ora l'impressione è quella di assistere ad un film già visto, ad un indigesto remake di seconda mano di fronte al quale la figura dell'ex sindaco di Roma giganteggia non soltanto per risultati ottenuti, ma anche per coraggio e visione politica. E con ciò è detto tutto.

Gianteo Bordero

venerdì 6 agosto 2010

IL CLN DI BERSANI È FIGLIO DELL'ODIO E DEL NICHILISMO POLITICO

da Ragionpolitica.it del 6 agosto 2010

Senza politica, senza identità, senza progettualità. Senza l'abc che costituisce il fondamento di ogni partito degno di tal nome. Tenuto in piedi soltanto da un'ossessione: Silvio Berlusconi. Questo è il Pd oggi. Il Pd di Pierluigi Bersani e di Rosy Bindi, che sui giornali si dichiarano disponibili a tutto e pronti a qualsiasi alleanza pur di abbattere il nuovo tiranno. «Dobbiamo liberarci di Berlusconi, per questo non vado troppo per il sottile e mi rivolgo a tutti», dice senza tanti giri di parole il segretario a Repubblica. «Personalmente non avrei preclusioni verso nessuno, da Fini a Di Pietro, a Vendola», aggiunge la pasionaria della Val di Chiana intervistata da La Stampa.


Ed eccolo, dunque, il nuovo Comitato di Liberazione Nazionale auspicato dai vertici del Partito Democratico: una grande ammucchiata pseudo-resistenziale che tenga dentro chiunque abbia un motivo di risentimento, di rabbia, di odio nei confronti del Cavaliere Nero. Chiunque abbia intenzione di «normalizzare» lo scenario italiano eliminando dal panorama politico la cosiddetta «anomalia berlusconiana».


Secondo questa prospettiva, l'uomo di Arcore non va sconfitto democraticamente, cioè attraverso il voto dei cittadini, partendo da una proposta alternativa fatta di contenuti culturali, di programmi di governo, di diversi progetti politici. No. Egli va rimosso dalla scena in nome di una negatività assoluta, di un disprezzo ontologico totale e di una conseguente volontà distruttrice. Che cosa vi sia alla base di questa visione - se così possiamo chiamarla - è presto detto: un nichilismo politico che talvolta oltrepassa gli steccati divisori degli schieramenti, e che è potenzialmente in grado di tenere insieme quelli che a prima vista potrebbero apparire come uomini e storie opposti e incompatibili, ma che in realtà sono accomunati dall'incapacità di dare vita a proposte positive di governo dopo la fine delle ideologie novecentesche e delle grandi narrazioni che, nel bene e nel male, avevano costituito l'ossatura della politica italiana nel secolo passato.


Conseguenza diretta di questo nichilismo è una concezione del potere autoreferenziale e fine a se stessa, in cui di fatto scompare - anche se viene evocato a parole - ogni riferimento agli interessi vitali della nazione, sostituito da un frenetico tatticismo di palazzo che nulla di buono produce per il Paese. Questa idea del potere si manifesta, ad esempio, nelle manovre per dare vita a governi che non tengano in alcun conto la volontà popolare espressa in libere elezioni, ma che garantiscano comunque la sopravvivenza di pezzi del ceto politicante che da tempo non godono più della fiducia e del consenso degli elettori. E poco importa se è la tanto evocata Costituzione a stabilire che in Italia «la sovranità appartiene al popolo»: il gorgo nichilista tutto inghiotte, tutto dimentica, tutto calpesta. Rimane soltanto il potere per il potere e la lotta disperata per ottenerlo.


Alla luce di tutto ciò, non esagera il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, quando afferma che le parole pronunciate dal segretario del Partito Democratico a proposito della necessità di «liberarsi di Berlusconi» non soltanto sono inaccettabili, ma contengono in sé una «inaudita violenza». Perché la violenza è uno sbocco sempre possibile del nichilismo e dell'odio, del disprezzo totale di una realtà che va in direzione opposta ai propri desideri. Credevamo, dopo le gesta di Tartaglia, di esserci lasciati il peggio alle spalle. Forse non è così.

Gianteo Bordero

mercoledì 28 luglio 2010

ALLARME VENDOLA PER IL PD

da Ragionpolitica.it del 28 luglio 2010

E' allarme rosso nel Pd. In tutti i sensi. Non soltanto perché le ultime rilevazioni statistiche registrano un calo di consensi per il partito - e questa non è di per sé una novità - ma anche e soprattutto per le reazioni positive dell'elettorato democrat all'autocandidatura di Nichi Vendola a leader del centrosinistra per la corsa alle prossime elezioni politiche. Una nomination che il presidente della Regione Puglia ha lanciato in grande stile, nei giorni scorsi, proprio in nome del ritorno a una politica autenticamente «rossa», che egli vede ora del tutto assente nel Partito Democratico. Anche se, allo stato attuale delle cose, non è dato sapere con precisione quali siano concretamente le proposte di Vendola per ridare fiato alla suddetta politica «di sinistra», l'impatto che ha fatto registrare la sua iniziativa sull'elettorato gauchista non è da sottovalutare.


Lo mostra con chiarezza un sondaggio condotto da Ipr Markenting per La Repubblica su un campione di elettori del centrosinistra, dal quale emergono numeri che faranno preoccupare più di un dirigente del Pd. Alla domanda «se domani si dovesse votare alle primarie del centrosinistra per scegliere il candidato premier, lei chi voterebbe tra Pierluigi Bersani e Nichi Vendola?», hanno dichiarato di preferire il secondo al primo non soltanto i simpatizzanti dei partiti della cosiddetta «sinistra radicale» (64% a 36%) - da cui Vendola proviene - e dell'Italia dei Valori (56% a 44%), ma anche coloro che alle ultime elezioni hanno votato per il Pd: 52% a 48% per il presidente pugliese. Il segretario del Partito Democratico prevale soltanto tra gli elettori di centrosinistra indecisi: 59% a 41%. Un risultato ancor più netto viene fuori dalle risposte al successivo quesito del sondaggio: «Secondo lei, in caso di nuove elezioni, chi avrebbe più possibilità di battere Silvio Berlusconi?». Qui la forbice si allarga ulteriormente, e tra gli stessi supporter del Pd Vendola ha la meglio col 53% rispetto al 29% di Bersani (18% coloro che non hanno espresso un'opinione).


Sono dati allarmanti per i vertici del Partito Democratico. Soprattutto per la maggioranza interna che sostiene Bersani. La quale, nei giorni scorsi, dopo la «discesa in campo» di Nichi, aveva giudicato la cosa con troppa sufficienza e superficialità di giudizio, ripetendo ad ogni piè sospinto che lo statuto del Pd prevede che il candidato premier ha da essere lo stesso segretario del partito. In tal senso erano arrivate le dichiarazioni di più di un esponente della maggioranza - D'Alema in primis - e ancora martedì Matteo Orfini, membro della segreteria, dichiarava a Libero: «Quando ci saranno le primarie le faremo e batteremo Vendola». Evidentemente non la pensano allo stesso modo, almeno per ora, gli elettori interpellati da Ipr Marketing.


Non che Bersani riscuota un giudizio negativo riguardo alla sua azione politica - chi ha risposto al sondaggio di Repubblica lo giudica «competente e preparato», «affidabile», «onesto», un buon «mediatore», e la fiducia complessiva nei suoi confronti è al 77% tra gli elettori di centrosinistra, una percentuale più alta di quella fatta registrare dallo stesso Vendola. Il fatto preoccupante è che proprio sulla questione della leadership della coalizione, cioè una questione cruciale per i destini della gauche nostrana, il segretario del maggior partito della futura alleanza che affronterà il centrodestra venga ritenuto non adeguato - o comunque non abbastanza - alla sfida. E questo è un problema serio per il Pd. Perché lo obbliga a dover andare alla ricerca di figure alternative, forti e carismatiche, di cui oggi però non si vede traccia. Con una minoranza interna che evoca un «nuovo Prodi» e una maggioranza per ora costretta a difendere d'ufficio una candidatura a premier - quella di Bersani - in cui pochi sembrano effettivamente credere.


Gianteo Bordero

giovedì 15 luglio 2010

D'ALEMA. QUANDO IL PALAZZO SOSTITUISCE GLI ELETTORI

da Ragionpolitica.it del 15 luglio 2010

A Massimo D'Alema, intervistato da Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera, sfugge un concetto basilare che sta a fondamento delle moderne democrazie: i governi non li fanno i «migliori», gli «illuminati», i «filosofi della politica», gli «intellettuali» più o meno organici (alla sinistra), bensì nascono dalla volontà del popolo espressa mediante libere elezioni. All'ex segretario diessino questo evidentemente non piace: basti pensare al modo in cui entrò a Palazzo Chigi nel 1998 dopo aver mandato gambe all'aria il governo Prodi scelto dagli elettori due anni prima: fuori Bertinotti e dentro qualche transfuga del centrodestra allora all'opposizione... e il gioco è fatto. Oggi, a dodici anni di distanza, Baffino è ancora lì a discettare della necessità di dare al paese un altro esecutivo sempre attraverso gli stessi metodi d'allora: non il voto degli italiani, non il rispetto della volontà popolare, che D'Alema mostra di non tenere in grande considerazione, bensì le manovre di Palazzo, le alchimie tra partiti, le formule da piccolo chimico della politologia.


E allora via con la «fase nuova», le «larghe intese», l'«appello alla responsabilità». Tutto questo per dire cosa? Per ottenere cosa, alla fine dei conti? Un ritorno al governo del partito postcomunista senza passare per la strada maestra delle elezioni, che in questo momento - come peraltro accade da un po' di anni a questa parte - punirebbero in maniera severa una sinistra senza arte né parte, priva di un leader autorevole, di un programma chiaro, di un progetto potenzialmente vincente. E' il solito vizietto degli eredi del Pci, a cui la democrazia sta bene fino a quando premia loro, ma che diventa insopportabile ingiustizia quando manda al governo l'altra parte, di solito definita «nemica del popolo» - e non si capisce bene perché, se è lo stesso popolo ad averla votata. Del resto, i figli di Berlinguer sono così: talmente convinti della loro superiorità politica, morale, antropologica e culturale da ritenersi loro i veri interpreti, i maieuti della volontà di un popolo bue, immaturo, e che, se lasciato a se stesso, produce solo disastri su disastri.


D'Alema ci informa poi per l'ennesima volta - ormai abbiamo perso il conto - che «la lunga fase della parabola berlusconiana è finita». Sono dieci anni che sentiamo gli esponenti della sinistra ripetere che Berlusconi è in declino, è sul viale del tramonto, è a fine corsa, non ha più benzina nel motore, ha fallito e gli italiani gli hanno voltato le spalle e via strologando... La storia dimostra la lungimiranza di certi illuminati giudizi che i dirigenti della gauche nostrana e i maître à penser dell'antiberlusconismo militante hanno propalato per due lustri dipingendo ogni giorno come se fosse l'ultimo dell'esperienza politica del Cavaliere. E' proprio questa lontananza, questo distacco dalla realtà ad aver condotto la sinistra a quella marginalità politica che oggi è sotto gli occhi di tutti e che spinge D'Alema a ipotizzare strane soluzioni per ottenere coi metodi della vecchia politica politicante ciò che il suo partito non potrebbe avere passando attraverso le urne.


E che cosa dovrebbe fare questo fantomatico governo di larghe intese, ovviamente non più guidato dall'impresentabile Berlusconi? Al primo posto, e non a caso, Baffino mette la riforma della legge elettorale. Perché l'attuale, a suo dire, «produce un bipolarismo fondato su una personalizzazione distorta della politica». Basta, dunque, con il bipolarismo muscolare, meglio tornare al vecchio sogno dalemiano del modello tedesco, rimettendo al centro i partiti al posto delle leadership, le nomenklature al posto del rapporto diretto tra leader e popolo, infine gli apparati al posto degli elettori. Solo così, infatti, D'Alema e altre figure di spicco - diciamo così - del panorama politico nazionale potrebbero aspirare a guidare governi frutto sì di maggioranze parlamentari, ma figli sciagurati della sommatoria di minoranze elettorali.


Gianteo Bordero

lunedì 26 aprile 2010

TU QUOQUE, BERSANI!

da Ragionpolitica.it del 26 aprile 2010

Che delusione Pierluigi Bersani! Proprio nei giorni in cui il presidente del Consiglio invoca, in sintonia con il capo dello Stato, uno spirito costituente capace di andare oltre le divisioni partitiche per «scrivere insieme una nuova pagina di storia della nostra democrazia e della nostra Italia», il segretario del Pd non trova di meglio da fare che proporre per l'ennesima volta una sorta di CLN contro la «deriva populista» che, a suo dire, Berlusconi vorrebbe imporre alle istituzioni democratiche del nostro paese.


La risposta negativa di Bersani al premier, ribadita in un'intervista su Repubblica, oltre che mostrare l'incapacità del Partito Democratico di rompere in maniera definitiva con quell'antiberlusconismo duro e puro che da sedici anni a questa parte paralizza ogni autentico processo di rinnovamento della sinistra italiana, mette in luce un'imbarazzante incomprensione delle parole pronunciate sabato alla Scala di Milano dal capo dello Stato. Parole che contengono un'interessante novità nell'interpretazione delle vicende che portarono alla nascita della Repubblica e che dischiudono, dal punto di vista politico, una prospettiva che potrebbe consentire - se davvero tutti i partiti la facessero propria - il superamento di una sterile retorica di parte e quindi la riscoperta di un terreno comune sulla base del quale dare vita ad un diverso modo di concepire e sviluppare il confronto tra le forze politiche.


Quando afferma che «il 25 aprile è non solo Festa della Liberazione: è Festa della riunificazione d'Italia», Napolitano fa infatti appello ad uno spirito nazionale e ad un sentimento patriottico che dovrebbero essere comun denominatore di tutti i protagonisti della vita politica e che li dovrebbero spingere, nel momento in cui i principi di libertà e democrazia sanciti dalla Costituzione sono fatti propri da tutti i partiti rappresentati in parlamento, a non concepire la lotta politica come una sorta di perenne guerra civile, ma come un confronto che, per quanto aspro, non punta alla delegittimazione totale dell'avversario dipingendolo come un nuovo Duce contro il quale organizzare una nuova Resistenza. Che significa tutto ciò? Che sarebbe ora di finirla con una lettura faziosa della Liberazione, utilizzata in modo strumentale per colpire il nemico di turno e cancellarlo dal novero degli amanti della democrazia. Tanto più che - come ha ricordato ancora il capo dello Stato - «nel più ampio e condiviso sentimento della Nazione, nel grande alveo della guerra patriottica si raccolsero forze che non erano state partecipi dell'antifascismo militante e fresche energie rappresentative di nuove, giovanissime generazioni. E questa caratterizzazione più ricca, e sempre meno di parte, della Resistenza si rispecchiò più tardi nel confronto costituente, nel disegno e nei principi della Costituzione repubblicana». Per questo «si tratta di celebrare il 25 aprile nel suo profondo significato nazionale».


Vallo a spiegare a Bersani, tutto intento, con un tempismo degno di miglior causa, a organizzare il nuovo «patto repubblicano» contro il presidente del Consiglio, nella convinzione di poter in questo modo sconfiggere il Cavaliere alle prossime elezioni, tenendo insieme il Partito Democratico, Di Pietro, la sinistra radicale, l'Udc e tutti gli antiberlusconiani d'Italia, in una riedizione - se possibile ancor più vasta - di quell'Unione prodiana che ha già dimostrato tutta la sua inconsistenza politica e tutta la sua incapacità di governo del paese. Possibile che passino gli anni, passino i segretari del Pd, passino le sconfitte e il maggior partito della sinistra non riesca a proporre altro che il solito, stantio progetto del Comitato di Liberazione Nazionale contro l'uomo di Arcore? Non uno straccio di idea, nessuna disponibilità al confronto, le consuete alchimie per mettere in piedi un'alleanza dove convivano tutto e il suo contrario. E' evidente che si tratta dell'opposto di quello spirito nazionale richiamato dal presidente della Repubblica. Stavolta è chiaro chi sia a far spallucce di fronte alle ragionevoli e sagge parole dell'inquilino del Colle.


Gianteo Bordero

mercoledì 14 aprile 2010

SCONFITTA DOPO SCONFITTA

da Ragionpolitica.it del 14 aprile 2010

Dopo sessantacinque anni capitola anche una delle ultime roccaforti rosse: il centrodestra strappa al centrosinistra il Comune di Mantova. E' il simbolo da un lato del processo di rafforzamento sul territorio dell'asse Pdl-Lega, dall'altro della crisi sempre più profonda in cui versa la gauche italiana. Una crisi che viene da lontano (essa ha avuto inizio nel momento in cui si è affermata l'idea che l'unico collante per sconfiggere il centrodestra fosse l'antiberlusconismo duro e puro) ma che negli ultimi due anni è emersa in tutta la sua portata. Il centrosinistra ha perso, nell'ordine: nel 2008 le elezioni politiche e le regionali in Friuli e in Abruzzo; nel 2009 le elezioni regionali in Sardegna, le europee e le amministrative; infine, nel 2010, le regionali e le amministrative del 28 e 29 marzo scorsi. Un panorama desolante: in ventiquattro mesi è cambiata radicalmente la geografia politica del paese, e quello che fino agli inizi del 2008 sarebbe apparso anche al più pessimista tra i sostenitori della sinistra come uno scenario da incubo, è invece divenuto realtà.


A poco è servito, al maggior partito dell'attuale opposizione - cioè quello che dovrebbe essere il motore del centrosinistra, il suo cuore pulsante - avvicendare ben tre segretari in due anni: Veltroni, Franceschini, Bersani. Perché al cambiamento del nome del leader non è corrisposto alcun cambiamento della cosa, cioè della rotta politica del partito. Soprattutto, nessuno dei tre capi del Pd è stato veramente in grado di far uscire il soggetto erede dei Ds e della Margherita dalle secche nelle quali l'avevano condotto più di due lustri di fede cieca nel mito delle varie Unioni, Ulivi, Grandi Alleanze Democratiche, messe in piedi sotto lo stellone di Prodi senza alcun fondamento programmatico oltre all'avversione totale e quasi teologica al Cavaliere. Ci aveva provato Veltroni, e sappiamo tutti che triste fine abbia fatto la sua «nuova stagione»; Franceschini, memore della lezione, si era rigettato nell'antiberlusconismo più becero, nella speranza di salvare la poltrona al congresso del 2009: niente, perché essere stato il vice di Walter era una colpa inescusabile agli occhi della vecchia guardia del partito; infine è arrivato Bersani, con la promessa di «dare un senso a questa storia»: sono passati già sei mesi e di questo «senso» non c'è traccia alcuna. Si vedono soltanto le solite sconfitte elettorali, le solite liti interne, la solita caccia al segretario di turno, e soprattutto si vede la solita incapacità di andare alle radici della crisi e di agire di conseguenza, dando vita coraggiosamente a una moderna sinistra di stampo europeo che rompa con i vecchi schemi del passato. Certo, è un'operazione che richiede tempo e paziente tessitura politica, ma a furia di rimandare al domani la gauche italiana sta perdendo tutti gli appuntamenti con la storia.


E sui treni persi dal Pd e dai suoi alleati ci sale invece il centrodestra: ci salgono Berlusconi e Bossi, il Popolo della Libertà e la Lega Nord, che riescono a fare breccia in fasce sempre più ampie dell'elettorato e perfino in quei settori un tempo appannaggio esclusivo della sinistra. Una sinistra che non è più capace di parlare a quello che per decenni è stato il suo popolo, che non ha programmi e soluzioni da proporre ai suoi tradizionali simpatizzanti, che ha perso il contatto con gli italiani e con i loro problemi quotidiani. Tutta ripiegata su se stessa e concentrata unicamente sulle formule aritmetiche di coalizione con cui tentare di tornare ad essere competitiva con il centrodestra, senza più visione e senza più anima genuinamente popolare, la gauche nostrana sembra incamminata su un sentiero senza via d'uscita. Prova ne sia, da ultimo, l'accusa di populismo rivolta al Pdl e alla Lega: è l'ennesima resa a quell'atteggiamento radical-chic che negli ultimi lustri ha trasformato i partiti di sinistra in soggetti autoreferenziali, in gruppi ristretti di personale politico che non sono stati più in grado di attingere alla linfa vitale del rapporto con il loro popolo, che ha iniziato a guardare da un'altra parte e a cercare altri leader da cui farsi rappresentare.


Gianteo Bordero

lunedì 12 aprile 2010

I SASSOLINI DI PRODI

da Ragionpolitica.it del 12 aprile 2010

Di sassolini da togliersi dalle scarpe Romano Prodi ne avrebbe parecchi. Unico leader della sinistra che sia stato in grado, negli ultimi quindici anni, di sconfiggere per due volte il centrodestra - seppur di misura e mettendo insieme coalizioni tanto larghe quanto politicamente fragili e incapaci di reggere alla prova del governo - egli ha oggi più di un motivo per servire il piatto freddo della vendetta a quei sedicenti alleati che, tanto nel 1998 quanto nel 2008, si adoperarono in tutti i modi per dargli il benservito. Il Professore lo può fare, come si suol dire, tenendo il coltello dalla parte del manico, visto che dopo la caduta del suo secondo esecutivo la gauche italiana è sprofondata in uno stato di crisi dal quale non sembra in grado di riemergere. E se è indubbio che all'origine di tale stato confusionale vi sia anche il malcontento generale per il modo con cui Prodi ha portato avanti la sua azione quando si trovava alla guida del centrosinistra, è altrettanto evidente che coloro che sono venuti dopo di lui non hanno certo brillato per capacità di visione politica e di proposta programmatica. Così l'ex presidente del Consiglio ha oggi buon gioco nel prendere di mira l'attuale classe dirigente del Partito Democratico, tanto più dopo il deludente risultato ottenuto alle Regionali del 28 e 29 marzo scorsi.


Ed è proprio da qui, dalla recente debacle elettorale del Pd, che Prodi prende le mosse per sferrare un attacco a tutto campo contro i suoi nemici storici all'interno del partito che egli ha contribuito a fondare. Lo fa con una lettera al Messaggero - giornale di cui è editorialista - nella quale, senza tanti giri di parole, afferma che «il risultato delle elezioni è stato inferiore alle attese e la comune interpretazione di questo risultato è che la struttura del partito stesso sia diventata fortemente autoreferenziale, con rapporti troppo deboli con il territorio e con i problemi quotidiani degli italiani, messi in secondo piano dai ristretti obiettivi dei dirigenti e delle correnti». Un'interpretazione, questa, evidentemente fatta propria dal Professore. Che infatti parte proprio da essa per avanzare la sua proposta per una profonda riforma organizzativa del Pd, che prevede, in sostanza, l'azzeramento senza se e senza ma dell'attuale classe dirigente e l'elezione tramite primarie di venti segretari regionali che andrebbero poi a costituire l'esecutivo nazionale del partito. Spetterebbe quindi a questi venti coordinatori regionali il compito di «eleggere il segretario nazionale», «decidere sulle grandi strategie politiche del partito» e «le candidature per le rappresentanze parlamentari».


E' dunque una rivoluzione in piena regola quella invocata da Prodi dalle colonne del Messaggero. Una rivoluzione che però ha il sapore più di una resa dei conti interna che di una genuina proposta (cioè avanzata senza secondi fini) per ridare slancio al maggior partito d'opposizione. Gli indizi che suggeriscono una tale lettura delle parole del fondatore dell'Ulivo sono contenuti nelle durissime espressioni che egli dedica ai notabili del Pd. Parla infatti della necessità di «cancellare gli organi nazionali che si sono dimostrati inefficaci», invoca per il futuro l'esclusione dall'esecutivo del partito delle «infinite code di benemeriti e aventi diritto, compresi gli ex segretari e gli ex presidenti del Consiglio». Ogni malcelato riferimento a Veltroni e D'Alema non è puramente casuale. E Bersani? Sembra essercene anche per lui quando il Professore scrive, in riferimento all'attuale discussione sulle riforme istituzionali, che «non si può continuare con dibattiti senza fine nei quali si ritorna sempre al punto di partenza e ogni decisione viene sentita come provvisoria, per cui, ad esempio, dopo aver optato per il cancellierato si ritorna al semipresidenzialismo e dal semipresidenzialismo si finisce con la scelta di non cambiare nulla».


Insomma, «gl'è tutto da rifare», come avrebbe detto il grande Gino Bartali. Peccato soltanto che a invocare il rinnovamento sia uno dei protagonisti - se non il principale - della non certo esaltante stagione che ha portato al declino del centrosinistra italiano e del suo partito-guida. Prodi, in sostanza, non si può certo chiamare fuori dalla scena che lui stesso ha contribuito a creare da quindici anni a questa parte. Perciò, alla fine, l'impressione è che in ballo vi siano soltanto rivendicazioni personali, regolamenti di conti interni e, come accennato in precedenza, vendette servite a freddo al momento opportuno, cogliendo la palla al balzo di una sconfitta elettorale. Tant'è vero che il Professore non avanza nuove proposte programmatiche da sottoporre all'attenzione degli italiani, non suggerisce - come invece sarebbe auspicabile - nuove idee per il governo del paese. Si concentra unicamente sull'organizzazione interna del Pd, cioè su un aspetto di scarsissimo interesse per i cittadini, e lancia frecce avvelenate contro i suoi detrattori di un tempo. E questo la dice lunga sulle reali intenzioni di un leader deluso e tradito che si è seduto sulla sponda del fiume e attende il passaggio, elezione dopo elezione, del cadavere politico dei suoi amici-nemici.


Gianteo Bordero

giovedì 8 aprile 2010

PD, SE CI SEI BATTI UN COLPO

da Ragionpolitica.it dell'8 aprile 2010

Mentre la maggioranza, uscita rafforzata dall'esito del voto regionale, macina politica a pieno ritmo e mette in cantiere un grande progetto di riforme a tutto campo da realizzarsi negli ultimi tre anni di legislatura, il Partito Democratico sembra scomparso dalla scena. Pd, non pervenuto. Sarà per la delusione conseguente alle elezioni del 28 e 29 marzo scorsi; sarà perché Bersani e suoi hanno dovuto riporre ancora una volta nel cassetto il sogno della spallata a Berlusconi; sarà per l'emorragia di consensi registrata perfino nei tradizionali feudi rossi; sarà per lo stordimento di fronte alla ripresa in grande stile dell'iniziativa politica da parte dell'asse Pdl-Lega... Fatto sta che il maggior partito d'opposizione, da un po' di giorni a questa parte, è diventato quasi afono: qualche dichiarazione d'ufficio del segretario, il solito inconcludente dibattito interno, pochi titoli di giornale e per lo più relegati nelle pagine interne. Insomma, il Pd non fa più notizia. Forse perché la notizia non c'è.


Prima delle elezioni ragionali il partito di Bersani sembrava destinato, stando alle dichiarazioni dei suoi esponenti, a spaccare il mondo, a infliggere una pesante sconfitta al Cavaliere e a indebolirne così il governo, a riproporsi come il perno politico di una nuova alleanza di centrosinistra in grado di contendere allo schieramento avversario la vittoria alle elezioni generali del 2013. In realtà già questa era mera propaganda senza costrutto, perché sin dalla fase della definizione delle candidature per la guida delle Regioni il Pd non aveva certo brillato per capacità d'iniziativa e per autorevolezza nella conduzione del centrosinistra. Alcuni esempi: nel Lazio aveva di fatto subìto la candidatura della radicale Bonino, in Puglia aveva visto morire nella culla delle primarie il progetto dalemiano di un'alleanza con l'Udc di Casini e aveva dovuto ingoiare per la seconda volta la nomination di Vendola, in Calabria aveva tentennato fino all'ultimo sul da farsi, non riuscendo a trovare un accordo con l'Idv. Insomma, se queste erano le premesse, era oggettivamente difficile credere che le conseguenze sarebbero state diverse. Invece i dirigenti del Pd annunciavano giorni radiosi per le sorti del partito e della sinistra, parlavano - come usanza da dieci anni a questa parte - di imminente declino del berlusconismo, pronosticavano un ampio malcontento dell'elettorato di centrodestra nei confronti del governo, e via profetizzando...


Per un verso era quindi inevitabile che dopo una smentita così clamorosa delle loro previsioni e dei loro vaticini gli illuminati del Pd si rinchiudessero silenti nelle «secrete stanze» del Nazareno per tentare di metabolizzare la sconfitta e di trovare una plausibile spiegazione ad essa. Per un altro verso, però, l'atteggiamento mostrato in questi giorni dai vertici democratici (da ultimo i tentennamenti a proposito del dialogo con la maggioranza sulle riforme, con dichiarazioni tutte all'insegna del «sì, però», «ma», «forse», «vedremo», «chi lo sa», ecc..) deve far riflettere sullo stato di crisi permanente di un partito che, nonostante i ripetuti cambi di leadership, gli annunci di rinnovamento, di nuove stagioni e di svolte epocali, non riesce ad esprimere nulla che assomigli - neanche lontanamente - a una linea politica degna di tal nome, a una strategia capace di rendere competitivo il centrosinistra sul piano dei programmi e delle proposte andando oltre l'antiberlusconismo di maniera, a un progetto di ampio respiro che riparta dal rapporto col territorio per mettersi in sintonia con le esigenze del paese.


Così, col Pd in stato comatoso, il campo è sgombro per le scorribande dei vari Di Pietro, Vendola, Grillo, che possono tranquillamente andare a caccia di voti in libera uscita da un partito senza idee, senza coraggio, senza prospettive. Se Bersani pensava di ottenere dalle regionali la conferma della possibilità di rifare una grande Unione di centrosinistra sotto la regia democratica e in chiave anti-Cavaliere, ha sbagliato i suoi conti. Non soltanto perché - vedi il caso Piemonte - anche la riedizione della formula prodiana potrebbe non essere sufficiente a vincere, ma anche e soprattutto perché i suoi sedicenti alleati hanno ben compreso che le loro fortune presenti e future dipendono dalle sfortune del Pd, cioè dal suo progressivo indebolimento e cedimento strutturale. Oggi il segretario del Partito Democratico ha un'occasione d'oro per uscire dalle sabbie mobili: sedersi senza indugi al tavolo delle riforme con la maggioranza e diventare co-protagonista del cambiamento delle istituzioni e dell'ammodernamento dello Stato. Se sceglierà la strada opposta, condannerà se stesso e il Pd alla definitiva irrilevanza politica, aprendo la via alla dissoluzione finale del partito. E' l'ultima chiamata.


Gianteo Bordero

mercoledì 10 marzo 2010

IL DISASTRO POLITICO DEL PD

da Ragionpolitica.it del 10 marzo 2010

Che il Partito Democratico sia «ammanettato a Di Pietro», come ha affermato qualche giorno fa il presidente del Consiglio, è confermato in pieno dalle sue ultime mosse. Due su tutte: la decisione di seguire l'ex pm nella protesta di piazza contro il decreto interpretativo della legge elettorale varato dal governo venerdì scorso e la scelta di imboccare la strada dell'ostruzionismo parlamentare, con la presentazione di 1700 emendamenti al disegno di legge sul legittimo impedimento - cosa che ha di fatto obbligato l'esecutivo ad apporre la questione di fiducia sul provvedimento al Senato. Cade così definitivamente la maschera «riformista» con la quale Bersani si era presentato al momento del suo insediamento alla guida del Pd, annunciando la chiusura della stagione dell'antiberlusconismo fine a se stesso portato avanti da Dario Franceschini. E, contestualmente, appare con chiarezza il vero volto di un partito che a tutt'oggi non riesce ad avere altra ragione sociale oltre all'avversione preconcetta, rancorosa ed in sostanza pre-politica all'uomo di Arcore.


Stante dunque la completa assenza di serie proposte programmatiche, che ha come prima conseguenza quella di rendere impossibile un confronto costruttivo con la maggioranza sul merito dei provvedimenti, è inevitabile che il Partito Democratico finisca schiacciato nella morsa del leader dell'Idv, che persegue con imperturbabile costanza la sua linea di delegittimazione totale del premier, gridando un giorno sì e l'altro pure al ritorno del fascismo nel nostro paese e denunciando una improbabile reincarnazione del Duce nel corpo del Cavaliere. Come ha osservato Vittorio Macioce su Il Giornale del 9 marzo, oggi «tutta la politica di questa magnifica opposizione si riduce a tre parole: piazza, tribunali e ostruzionismo».


Il problema, per il Pd, è che nella gara a chi è più antiberlusconiano, a chi riesce a intercettare quella fetta di elettorato convinta che il presidente del Consiglio rappresenti l'esatto contrario della democrazia e sia quindi un cancro da estirpare per salvaguardare le regole costituzionali a fondamento della Repubblica, sarà sempre più bravo e più credibile Di Pietro, che almeno ha il merito - se così possiamo chiamarlo - di non mostrarsi ondivago e incerto, agli occhi dell'opinione pubblica, nella caccia al dittatore e ai suoi complici più o meno occulti. Per questo, ad esempio, l'ex pm ha ragione - ovviamente dal suo punto di vista - quando denuncia l'ipocrisia del Partito Democratico nella vicenda della critica al decreto legge elettorale varato dal governo e firmato dal presidente della Repubblica: se di «attentato alla democrazia e alla Costituzione» si tratta - ragiona il leader dell'Idv - è chiaro che pesanti responsabilità per l'accaduto debbono essere attribuite anche al capo dello Stato. Tanto più che egli non soltanto ha dato il suo via libera al provvedimento governativo, ma ha anche spiegato pubblicamente, con una lettera su internet, le ragioni che lo hanno spinto a compiere tale gesto. Stracciandosi le vesti per il decreto ma tenendo fuori dalle polemiche l'inquilino del Colle, il Pd si arrampica sugli specchi e dimostra, infine, di non essere credibile né quando annuncia svolte epocali rispetto al suo atavico antiberlusconismo, né quando prova a battere Di Pietro sul terreno della contestazione radicale del Cavaliere.


Insomma, un vero disastro politico, che oggi il partito di Bersani tenta di nascondere in tutti i modi possibili, anche cavalcando in maniera a dir poco irresponsabile la vicenda della mancata ammissione della lista del Pdl nella provincia di Roma, come se correre in queste condizioni rappresentasse una vittoria della democrazia e garantisse il diritto dei cittadini di scegliere coloro dai quali vogliono essere governati. Come spiegare tale atteggiamento del Partito Democratico? «La speranza, o l'illusione, della classe dirigente del Pd - ha scritto ancora Macioce - è tornare al 1994, chiudere in una parentesi il berlusconismo e ricominciare da capo. È chiaramente una follia umana e politica, ma ha finito per condizionare il Dna della sinistra, la sua cultura, i suoi orizzonti, la sua visione del mondo. Questa è una sinistra che da quasi vent'anni non produce nulla di nuovo ed è impermeabile a tutto». Una sinistra, dunque, che da più di tre lustri è ferma al punto di partenza, priva di vitalità, prigioniera di un vuoto politico ed esistenziale che fa tornare alla mente le parole di Dino Buzzati nel Deserto dei Tartari: «Guai se potesse vedere se stesso, come sarà un giorno, là dove la strada finisce, fermo sulla riva del mare di piombo, sotto un cielo grigio e uniforme e intorno né una casa né un uomo né un albero, neanche un filo d'erba, tutto così da immemorabile tempo».

Gianteo Bordero

lunedì 8 marzo 2010

DA NAPOLITANO UNA LEZIONE DI POLITICA E DIRITTO COSTITUZIONALE AL PD

da Ragionpolitica.it dell'8 marzo 2009

Curioso destino, quello di Giorgio Napolitano. Eletto presidente della Repubblica da una sola parte politica (il centrosinistra prodiano nel 2006), oggi egli si ritrova più o meno esplicitamente accusato, dagli stessi che lo mandarono al Quirinale, di intelligenza con il nemico. Il motivo del risentimento è noto: la decisione del capo dello Stato di firmare il decreto legge interpretativo delle norme elettorali varato venerdì dal governo Berlusconi. Se le critiche - per usare un gentile eufemismo - rivolte all'inquilino del Colle da Antonio Di Pietro erano in qualche modo da mettere in conto, stessa cosa non può dirsi dell'atteggiamento incerto ed ondivago del Partito Democratico, che, come il duca di Barnabò di una celebre canzoncina per bambini, si è collocato a mezza via tra il (debole) sostegno a Napolitano e la (forte) tentazione di seguire il leader dell'Idv sulla strada della delegittimazione totale di chiunque fosse coinvolto nell'affaire del decreto governativo. Un atteggiamento, questo del Pd, che non solo ha rivelato una volta di più la congenita fragilità politica del partito di Bersani - incapace di lasciare spazio a una linea genuinamente «istituzionale», ragionevole e di buon senso, e costantemente in preda ai mai sopiti istinti antipolitici e antiberlusconiani - ma ha anche spinto il capo dello Stato a procedere da sé nella difesa delle ragioni che lo hanno spinto a dare il via libera al decreto.


Il presidente della Repubblica lo ha fatto attraverso una lettera pubblicata sabato pomeriggio sul sito internet del Quirinale, con la quale ha risposto alle mail di due cittadini, una favorevole al decreto, l'altra contraria. Il messaggio di Napolitano, di cui molto si è parlato in questi ultimi giorni, è importante non soltanto per ciò che attiene al fatto di specie, ma anche perché impartisce al centrosinistra una lezione di politica e di diritto costituzionale di cui Bersani & CO. farebbero bene a tener conto nel prosieguo del loro cammino, onde evitare ulteriori brutte figure e di finire in uno stato di totale soggezione politica a Di Pietro.


Dopo aver spiegato che sarebbe stata insostenibile una competizione elettorale dalla quale fosse rimasto escluso il partito di maggioranza relativa, il capo dello Stato innanzitutto ricorda agli smemorati dello schieramento gauchista che erano stati proprio loro, nei giorni precedenti il varo del decreto, ad annunciare di non voler vincere «per abbandono dell'avversario» o «a tavolino». Per questo, in quelle ore - scrive Napolitano - «si era da più parti parlato della necessità di una "soluzione politica"», ma «senza chiarire in che senso ciò andasse inteso». Come dire: cari signori della sinistra che oggi urlate allo scandalo, eravate stati proprio voi a dire di non voler gareggiare in solitaria. Perché, dunque, non mi avete indicato una strada percorribile? E perché vi stracciate le vesti nel momento in cui io firmo un atto che consenta una competizione «con la piena partecipazione dei diversi schieramenti»?


Ma non è tutto. Perché il capo dello Stato, preso atto che in piena campagna elettorale raggiungere un accordo tra le coalizioni è risultato di fatto impossibile, prosegue con rigore il suo affondo. E scrive che, anche qualora si fosse trovata la suddetta «soluzione politica», essa «avrebbe pur sempre dovuto tradursi in una soluzione normativa», cioè in un «provvedimento legislativo che intervenisse tempestivamente». E quel provvedimento, dati i tempi ristretti a cui si era giunti, altro non poteva essere che un decreto. Come dire, anche qui: se davvero tutti coloro che hanno dichiarato di avere a cuore un'elezione non falsata dalla mancata partecipazione del Pdl fossero in buona fede, avrebbero dovuto sapere che la Carta costituzionale, in casi d'urgenza, prevede un solo strumento: quello del decreto legge. Perché dunque scendere in piazza, urlare al regime e parlare di «attentato alla Costituzione» e simili amenità? Soprattutto quando nessuno è stato in grado di indicare «quale altra soluzione, comunque inevitabilmente legislativa - rimarca con puntiglio Napolitano - potesse essere ancora più esente da vizi e dubbi di costituzionalità»?


Due a zero e palla al centro. Di fronte agli argomenti usati dal capo dello Stato si scioglie come neve al sole il tentativo del Pd e del suo segretario di caricare tutta la responsabilità del decreto legge sulle spalle del governo. L'idea che Napolitano abbia «subìto» l'atto governativo è smentita dalle stesse parole del presidente della Repubblica, che rivendica il fatto di aver rigettato la prima ipotesi di decreto prospettatagli dall'esecutivo giovedì sera e di non aver poi riscontrato profili di incostituzionalità nel testo definitivo del provvedimento. Scrive in conclusione l'inquilino del Colle: «Io sono deciso a tenere ferma una linea di indipendente e imparziale svolgimento del ruolo, e di rigoroso esercizio delle prerogative, che la Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica, nei limiti segnati dalla stessa Carta e in spirito di leale cooperazione istituzionale». Ad essersi incartato - per così dire - non è dunque il capo dello Stato, ma un Partito Democratico che, come ha affermato domenica Berlusconi, rischia per l'ennesima volta di finire «ammanettato a Di Pietro», al suo massimalismo e al suo scarso, se non nullo, senso delle istituzioni.

Gianteo Bordero

sabato 6 marzo 2010

IL PD IN UN VICOLO CIECO

da Ragionpolitica.it del 6 marzo 2010

Invece delle «forze armate per fermare il dittatore», come auspicava il solito Antonio Di Pietro, venerdì sera è arrivata la firma del presidente della Repubblica al decreto legge del governo finalizzato a garantire il regolare svolgimento delle elezioni regionali del 28 e 29 marzo. Così la sinistra, che negli ultimi giorni aveva gridato all'abuso di potere, al golpe strisciante, all'imminente attentato alla democrazia messo in atto dal Cavaliere Nero, si ritrova oggi, per l'ennesima volta, con il proverbiale pugno di mosche in mano, costretta nuovamente a ricorrere alla piazza per mascherare la sua inconsistenza politica e la sua incapacità di confrontarsi seriamente e responsabilmente con le forze di maggioranza.


Il discorso vale in particolar modo per il Partito Democratico di Pier Luigi Bersani, che ha mantenuto un atteggiamento di chiusura preconcetta alle proposte del centrodestra, con la tacita speranza di poter trarre profitto dal caos sorto in seguito alla bocciatura della lista del Pdl nella Provincia di Roma e del listino di Formigoni in Lombardia ed ottenere così un successo a tavolino, in una gara senza competitori, in due Regioni chiave per stabilire vincitori e vinti della consultazione di fine marzo. Ha fatto ancora una volta capolino il solito vizietto post-comunista di gareggiare azzoppando gli avversari o escludendoli dall'agone. L'inebriante odore della conquista del potere fine a se stessa ha avuto la meglio sulle voci sagge e ragionevoli (su tutte quella di Massimo Cacciari) che consigliavano alla dirigenza del Pd di considerare gli effetti di un voto di fatto falsato dalla mancata partecipazione del partito di maggioranza relativa.


Così Bersani si è infilato in un vicolo cieco. Messosi al traino di Di Pietro nei giorni precedenti il varo del decreto legge, oggi si ritrova nella sgradevole situazione di dover da un lato prendere le distanze dal suo alleato di ferro quando arriva a chiedere addirittura l'impeachment per Giorgio Napolitano - definito dall'ex pm «correo, non arbitro imparziale» - e dall'altro lato di garantire comunque l'adesione del Pd alla manifestazione di piazza annunciata per il prossimo sabato, dove è prevedibile che il capo dello Stato continuerà ad essere preso di mira dal popolo viola e dai militanti della sinistra, e dove il leader dell'Idv giocherà ancora una volta con astuzia il suo ruolo incontrastato di arruffapopoli per conquistare consensi in vista del voto.


Sono questi i risultati inevitabili di una strategia confusa, incerta e sempre oscillante tra il «vorrei ma non posso» di un rapporto non perennemente guerreggiato con la maggioranza e la tentazione di cedere agli istinti belluini di una piazza antipolitica e antiberlusconiana considerata come un serbatoio di voti irrinunciabile per il Pd. Nei giorni scorsi, subito dopo l'annuncio dell'esclusione delle liste del Pdl, il partito di Bersani era convinto di poter cavalcare la cresta dell'onda e di navigare col vento in poppa verso un inaspettato trionfo alle elezioni di fine marzo, soprattutto in una Regione come la Lombardia, da sempre feudo indiscusso del centrodestra. Oggi, dopo il sì del presidente della Repubblica al decreto del governo, la riammissione del listino di Formigoni e l'immediata offensiva di piazza di Di Pietro, l'entusiasmo lascia il passo alla delusione e alla disillusione: i nodi vengono al pettine e il Partito Democratico è costretto a tornare coi piedi per terra, a fare i conti con le sue contraddizioni e con l'incapacità congenita di porsi come soggetto che traccia la rotta stabile di una coalizione e che rinuncia a farsi guidare dalla prima nave pirata di passaggio.


Gianteo Bordero

lunedì 1 marzo 2010

IL PD IN VIOLA

da Ragionpolitica.it del 1° marzo 2010

Commentando l'adesione del Pd alla manifestazione del cosiddetto «popolo viola» svoltasi sabato a Roma, Maria Teresa Meli ha scritto sul Corriere della Sera (28 febbraio) che «il Partito Democratico sotto elezioni riscopre l'antiberlusconismo». In realtà, non si tratta di una riscoperta, bensì dell'emersione di un sentimento che non ha mai cessato, da sedici anni a questa parte, di battere forte nel cuore e nella mente dei rappresentanti del centrosinistra italiano. Un sentimento che ne ha caratterizzato e ne caratterizza ancora oggi le scelte strategiche di fondo, come quella di tentare di rimettere in piedi una larga alleanza che vada da Rutelli e Casini fino alla sinistra di Vendola, unicamente nel nome della cacciata del Cavaliere, senza alcun comune denominatore programmatico e politico degno di tal nome.


Del resto, bastava leggere gli slogan che campeggiavano sugli striscioni di piazza del Popolo per capire che la «nuova opposizione» a Berlusconi - se così possiamo chiamarla - è ancora una volta tenuta insieme soltanto dall'odio, dal disprezzo e dal rancore nei confronti del presidente del Consiglio, dipinto alla stregua di un incallito criminale e descritto dal solito Di Pietro come capo di un governo «fascista e piduista». Il sogno del «popolo viola» e dei partiti presenti sabato all'adunata romana, quindi anche del Pd, è uno soltanto, sempre lo stesso, ben rappresentato da numerosi cartelli issati dai manifestanti: vedere l'uomo di Arcore in ceppi, rinchiuso nelle patrie galere, costretto ai lavori forzati come il peggiore dei delinquenti.


«I have a dream», recitavano le gigantografie con la caricatura del premier con la divisa da carcerato, la palla al piede e la piccozza in spalla. Solo due anni fa lo stesso memorabile motto di Martin Luther King era stato usato per tutt'altri scopi dall'allora leader del Partito Democratico, Walter Veltroni, che al Lingotto di Torino, acclamato come il salvatore della patria dopo la disastrosa esperienza di governo dell'Unione prodiana, aveva provato a mettere fine alla stagione dell'antiberlusconismo ideologico e a tratteggiare una sinistra diversa, non più prigioniera della sua perenne ossessione ad personam e capace di proporre al paese un'agenda autenticamente e sanamente riformista. Sappiamo tutti com'è andato a finire quel tentativo. E la distanza che separa il progetto di una gauche italiana moderna e responsabile dalla situazione attuale è tutta in questo passaggio dall'«I have a dream» di Veltroni all'«I have a dream» della manifestazione di sabato: gli spiriti animali della sinistra hanno avuto la meglio sulla paziente tessitura politica, la pancia ha prevalso sulla ragione, il tornaconto immediato sulla prospettiva strategica, l'antipolitica sulla politica. E così sia.


Tutto ciò è avvenuto e avviene con l'assenso di un segretario come Pier Luigi Bersani, che solo pochi mesi fa aveva detto «no» all'adesione ufficiale del Partito Democratico al «No-B day» - la prima uscita del «popolo viola» - in nome di una opposizione diversa da quella condotta da Di Pietro. Sembrava un gesto coraggioso, quello di Bersani, che lasciava finalmente intravedere la possibilità di un'uscita del Pd dal giustizialismo duro e puro e di un confronto costruttivo tra centrodestra e centrosinistra sulle grandi questioni di interesse nazionale. E' bastato poco per capire che si trattava dell'ennesima dichiarazione di intenti a cui non avrebbe fatto seguito alcuna svolta politica concreta: tant'è vero che, pressato dalle scadenze elettorali, per mettere al sicuro innanzitutto la sua poltrona, il segretario del Pd si è premurato di stringere un patto di ferro con l'ex pm in vista delle ragionali, suggellando poi tale alleanza, con tanto di baci e abbracci a Tonino, durante il congresso dell'Idv.


Tutto ciò dimostra che, nella sostanza, non vi è alcuna «riscoperta» dell'antiberlusconismo, per il semplice fatto che non c'è mai stato un autentico, riscontrabile abbandono dello stesso da parte del partito post-comunista italiano. Come si è visto anche nel caso dell'inchiesta sulla Protezione Civile, con la richiesta di dimissioni di Bertolaso giocata da Bersani come carta contro il governo, alla fine nel Pd prevale sempre il richiamo della foresta giustizialista e anti-Cavaliere. E' la memoria degli anni di Mani Pulite che si fa sentire, è la stessa ragione sociale degli eredi del Pci nella Seconda Repubblica che reclama il suo spazio, condizionandone ogni mossa, ogni pensiero, ogni scelta strategica.


Gianteo Bordero

mercoledì 3 febbraio 2010

IL PD E LA NOSTALGIA DI ROMANO

da Ragionpolitica.it del 3 febbraio 2010

Ah, Romano, Romano! Alla fine ha avuto ragione Corrado Guzzanti, che in una sua sopraffina imitazione raffigurava il Professore, dopo la caduta del suo governo, fermo a una stazione ad attendere al varco i dirigenti del centrosinistra: «Io sto fermo, aspetto, non mi muovo, perché verrà anche il suo bel momento che dovran tornare qui da me, proprio qui, alla stazione dove mi han mandato, a dire: "Romano, perdonaci, abbiam sbagliato, ti abbiamo fregato già due volte, ti chiediam perdono ma solo tu puoi battere il Berlusconi. Ti preghiamo, bisogna rifar l'Ulivo!"». Anche se non in questa forma, quello che è accaduto negli ultimi giorni all'interno dello schieramento di centrosinistra è, nella sostanza, quanto previsto in tempi non sospetti dal Prodi in versione Guzzanti.


Vediamo i fatti: finisce nella polvere il sindaco di Bologna, Flavio Delbono - peraltro caldamente sponsorizzato dall'ex presidente del Consiglio al momento della candidatura - per una storia di amanti e uso privato di risorse pubbliche ai tempi in cui era vicepresidente della Regione. Risultato: dopo neanche un anno di amministrazione, Delbono getta la spugna e dà le dimissioni. Non è la prima volta che un sindaco di centrosinistra lascia l'incarico a causa di scandali e inchieste varie - visto che nella guache nostrana, paladina del dogma giustizialista e della presunzione di colpevolezza, basta un qualsiasi sospetto o un avviso di garanzia per essere costretti a dare le dimissioni. Ma qui siamo a Bologna, cioè nella storica capitale del governo locale rosso, nel luogo simbolo del «modello Emilia», delle cooperative, della «buona amministrazione» in salsa Pci-Pds-Ds. Insomma, nel cuore di quel sistema di potere che la sinistra italiana ha sempre vantato orgogliosamente come un fiore all'occhiello, come il frutto migliore della sua azione politica. E' chiaro, quindi, che con la rovinosa e improvvisa caduta di Delbono rischia di andare in frantumi anche il mito del buongoverno comunista e postcomunista in terra emiliana. Uno smacco che in questo momento il Partito Democratico, alle prese con le solite grane interne e con la non facile campagna elettorale per le elezioni regionali, non si può permettere.


E allora ecco la geniale - si fa per dire - trovata: chiedere a lui, al Bolognese per eccellenza, al salvatore della patria gauchista per antonomasia, all'indimenticato condottiero delle vittorie contro il centrodestra, di venire ancora una volta in soccorso della nave alla deriva. Perché perdere Bologna oggi vorrebbe dire perdere quel poco che resta della sinistra in Italia. Solo che non è facile convincere chi è stato presidente dell'IRI, presidente del Consiglio, presidente della Commissione europea, ad accettare il «sacrificio» di passare dalle stanze dei bottoni nazionali e internazionali a una piccola e stretta - seppur importante - poltrona di sindaco. Soprattutto quando colui che ora viene corteggiato, acclamato e invocato come l'unica àncora di salvezza per il Pd nel capoluogo emiliano è lo stesso che per due volte è stato disarcionato dalla guida del governo dai dirigenti dello stesso partito, dal fuoco amico dei vari D'Alema e Veltroni, sempre divisi su tutto ma uniti, seppur in tempi diversi, nel mandare gambe all'aria l'esecutivo del Professore.


E così Prodi dice «no». Non perché, come ha più volte dichiarato nel recente passato, voglia «continuare a fare il nonno». E neppure perché non voglia rinunciare al suo attuale impegno per l'ONU in Africa o alle sue lezioni cinesi di economia politica. Queste sono, evidentemente, motivazioni di facciata. La verità è che il Professore, consapevole dello stato di crisi in cui versa il centrosinistra e dell'evidente assenza di un leader unico e riconosciuto della coalizione, aspetta tempi migliori - ovviamente per lui - per l'ennesimo, grande ritorno sulla scena. Intanto ora può già godersi lo spettacolo dei dirigenti del Partito Democratico che, col capo cosparso di cenere e la lacrimuccia sul viso, in processione come pie donne, lo pregano di farsi nuovamente presente, di non lasciare solo il popolo adorante, di dare ancora una possibilità, da buon cattolico ancorché adulto, a chi lo ha tradito ed ora si rende conto di essere privo non tanto di una bussola, quanto dell'unica colla capace di tenere insieme tutti coloro che, per un motivo o per l'altro, si definiscono antiberlusconiani. Come ai vecchi tempi.


Gianteo Bordero

sabato 30 gennaio 2010

BERSANI-DI PIETRO. RITORNO AL PASSATO

da Ragionpolitica.it del 30 gennaio 2010

Gira che ti rigira, alla fine il segretario del Partito Democratico ha deciso di riannodare i legami con l'Italia dei Valori in vista delle elezioni regionali del prossimo marzo. Una scelta per certi versi scontata, se si tiene conto del fatto che senza l'apporto del voto dipietrista il Pd rischia di capitolare in numerose Regioni nelle quali oggi è al governo e che i sondaggi più recenti danno in bilico tra centrosinistra e centrodestra. Così, dopo le liti dei mesi scorsi, dopo le ripetute prese di distanza di molti esponenti democratici dai toni e dai contenuti delle battaglie condotte dall'ex pm, improntate a un antiberlusconismo totale e dogmatico dal quale Bersani aveva annunciato di volersi affrancare, ecco che, come se nulla fosse accaduto, i leader dei due partiti si sono presentati insieme in conferenza stampa per annunciare un nuovo patto politico. Un accordo che - precisano - non riguarderà soltanto la prossima scadenza elettorale, ma anche il prosieguo della legislatura, in vista della creazione di una larga alleanza di centrosinistra capace di contendere al centrodestra la vittoria alle politiche del 2013.


Si tratta non soltanto di una sconfessione in piena regola della strategia annunciata a parole da Bersani nella fase pre-congressuale del Partito Democratico e finalizzata a dare vita ad un nuovo centro-sinistra fondato sull'asse tra Pd e Udc, con un'Italia dei Valori relegata al ruolo di gregario, ma anche di un ritorno al passato senza se e senza ma. In primis un ritorno all'alleanza stipulata da Veltroni con Di Pietro alla vigilia delle elezioni politiche del 2008, che ha avuto come conseguenza quella di regalare all'ex pm una corposa rappresentanza parlamentare e di consentirgli, con l'estrema sinistra rimasta fuori dal Palazzo, di autonominarsi, agli occhi dell'opinione pubblica, rappresentante unico della gauche massimalista. Ma è anche un ritorno de facto all'Unione prodiana, cioè - in sostanza - alla volontà di mettere insieme forze che hanno come solo denominatore comune l'avversione a Berlusconi. Idee, contenuti e proposte passano così in secondo piano, anzi divengono ininfluenti alla luce dell'unico punto programmatico capace di tenere uniti partiti tanto diversi tra loro: abbattere il Cavaliere Nero, costi quel che costi.


A soli quattro mesi dal suo insediamento alla segreteria del Pd, Bersani si trova dunque in un evidente stato confusionale: a parole dice di voler seguire una determinata direzione (quella del riformismo socialdemocratico e del confronto con la maggioranza sui grandi temi dell'agenda di governo) ma poi, nei fatti, sceglie di percorrere quella opposta (l'arroccamento nell'antiberlusconismo ideologico, chiuso ad ogni ipotesi di collaborazione istituzionale tra i due schieramenti). L'impressione è che il leader del Partito Democratico non sappia che pesci prendere e che, temendo una pesante sconfitta alle regionali, potenzialmente devastante per le sorti della sua segreteria, sia alla disperata ricerca di alleati con i quali mettere assieme i numeri necessari per rendere sopportabile e in qualche modo digeribile il risultato delle urne. L'elaborazione di una proposta politica seria e credibile, quindi, lascia nuovamente spazio alla mera aritmetica elettorale, cioè alla volontà di conquista del potere fine a se stessa. Come se non avesse insegnato nulla, ai dirigenti del Pd, l'esperienza degli ultimi sedici anni, a partire dalla bocciatura della «gioiosa macchina da guerra» di Achille Occhetto nel 1994. I postcomunisti sembrano aver dimenticato persino gli insegnamenti del loro maestro di un tempo, quel Karl Marx il quale profeticamente affermò che «la storia si ripete sempre due volte: la prima volta in tragedia, la seconda in farsa». Dopo il fallimento dell'Unione prodiana, giunta al minimo storico dei consensi tra gli stessi elettori di sinistra a causa della sua insostenibilità e assurdità politica, il rischio è proprio quello descritto dall'autore del Capitale: arrivare alle comiche finali della sinistra in Italia.


Bersani, infatti, siglando un nuovo patto di reciproca fedeltà con un partito che in alcun modo, a causa del suo stesso Dna, può essere partecipe di un progetto di modernizzazione del paese, non si rende conto di sacrificare sull'altare della convenienza e del tornaconto immediato del partito quel poco di prospettiva riformista lasciata intravedere al momento della sua elezione a leader del Pd. Siamo alle solite: niente di nuovo sul fronte gauchista. Con l'aggravante che questa volta, considerato il progressivo stato di disgregazione interna del Partito Democratico (si pensi, ad esempio, all'addio di Rutelli, Lanzillotta, Dellai, Carra, Lusetti), i fili che il segretario ha riannodato con Di Pietro rischiano di trasformarsi nel cappio capace di soffocare definitivamente il già affannoso e stentato respiro del Pd. Perché l'ex pm, come un avvoltoio, è pronto a fare caccia grossa nell'elettorato orfano del «grande partito» che fu.


Gianteo Bordero