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giovedì 7 gennaio 2010

NÉ OROSCOPI NÉ PREVISIONI ECONOMICHE. LA LIBERTÀ VIENE PRIMA

da Ragionpolitica.it del 5 gennaio 2010

Benedetto XVI ha fatto dell'Angelus domenicale un'occasione per proporre e riproporre in poche parole - cinque minuti soltanto di discorso - le verità fondamentali del cristianesimo presentate dalle letture e dalla liturgia del giorno. E' il modello perfetto dell'omelia, che va al cuore dell'annuncio cristiano e lo offre con gioia e semplicità, ma senza edulcorazione alcuna, all'uomo del nostro tempo. Così la scorsa domenica, prima del 2010, il Papa ha parlato del procedere del tempo storico (un nuovo anno che incomincia, con le attese e le speranze che l'accompagnano) alla luce della scansione del tempo liturgico (il tempo di Natale che per la Chiesa si conclude con la memoria del battesimo di Gesù). E ha mostrato come quest'ultimo sia in grado di illuminare e riempire di significato il primo. In altre parole: il mistero cristiano dell'incarnazione, del «Verbo che si è fatto carne», svela il senso del cammino storico dell'umanità e di ogni singola persona. La storia di Dio entra nella storia dell'uomo, il tempo divino entra nella dinamica del tempo umano, e quindi dell'esistenza degli individui e dei popoli, non per cancellarne la drammaticità, bensì per accompagnarla con discrezione verso il suo fine ultimo.


Il cristianesimo, così, supera da un lato la «generica religiosità» e, dall'altro, il «fatalismo». Perché qui non siamo di fronte a un Dio ignoto e senza volto, e neppure a un Destino oscuro che prestabilisce e predetermina ogni passo della storia umana e della vita della persona. Per l'annuncio cristiano, infatti - ricorda Benedetto XVI richiamandosi alle tre letture bibliche del 3 gennaio - «Dio non è soltanto creatore dell'universo - aspetto comune anche ad altre religioni - ma è Padre, che "ci ha scelti prima della creazione del mondo, predestinandoci ad essere per lui figli adottivi"». E' per questo che Egli «è arrivato fino al punto inconcepibile di farsi uomo». Da qui sgorga la vera speranza dell'umanità: «La storia ha un senso, perché è abitata dalla Sapienza di Dio».


Ma ciò non comporta in alcun modo una riduzione o una contrazione della libertà dell'uomo: non sono tolte, come per magia, le asperità del cammino, la fatica del vivere e dello scegliere; non è spazzata via la possibilità di un rifiuto, il voltare le spalle all'incontro con il Nazareno. Né è fatta fuori la responsabilità, cioè il dovere di rispondere alla chiamata di Cristo. Allo stesso modo, non è cancellata la gioia che nasce dal dire «sì», dall'aderire al mistero d'amore di un Dio che dona tutto se stesso per la salvezza dell'uomo, per la sua felicità. In sostanza: «Il disegno divino - dice il Papa - non si compie automaticamente, perché è un progetto d'amore, e l'amore genera libertà e chiede libertà. Il Regno di Dio viene certamente, anzi, è già presente nella storia e, grazie alla venuta di Cristo, ha già vinto la forza negativa del maligno. Ma ogni uomo e donna è responsabile di accoglierlo nella propria vita, giorno per giorno».


Ed è qui, sul terreno della libertà, che si incontrano infine il tempo storico e il tempo liturgico, l'inizio del 2010 e il Natale di Gesù. Circondati dagli oroscopi e dai vaticini di maghi ed astrologi, sommersi dalle previsioni degli economisti, sembra che il percorso del nuovo anno sia già segnato in partenza e che sia in balìa di un Fato tanto rigido quanto lontano da ogni possibilità di modifica da parte del singolo e delle comunità. Certo - afferma Benedetto XVI - «i problemi non mancano, nella Chiesa e nel mondo, come pure nella vita quotidiana delle famiglie. Ma, grazie a Dio, la nostra speranza non fa conto su improbabili pronostici e nemmeno sulle previsioni economiche, pur importanti. La nostra speranza è in Dio». Queste e le precedenti parole del Papa non sono soltanto la riaffermazione di una secolare verità di fede, ma anche la riproposizione del confortante principio laico - e se vogliamo illuminista - secondo cui alla libera iniziativa, alla responsabilità, alla creatività dell'uomo, e non alla superstizione e al Destino «cinico e baro», sono in buona parte affidate le sorti della società e del mondo. Nessuna crisi è mai veramente definitiva, se l'uomo non perde se stesso e non taglia le sue radici.

Gianteo Bordero

martedì 1 dicembre 2009

I MINARETI, I DIRITTI E LA STORIA

da Ragionpolitica.it del 1° dicembre 2009

Fateci caso: molti di coloro che oggi si stracciano le vesti per il risultato del referendum svizzero sui minareti, affermando che si tratta di una violazione del principio di libertà religiosa, sono gli stessi che, all'indomani della sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo sul crocifisso, plaudirono a tale decisione in nome della medesima libertà religiosa, che sarebbe violata dalla presenza del simbolo del cristianesimo nelle aule scolastiche. In sostanza: la Svizzera che nega la possibilità di costruire nuovi minareti sarebbe da condannare, mentre la Corte europea che vieta l'esposizione del crocifisso negli uffici pubblici da prendere a modello. C'è qualche cosa che non torna in questo modo di ragionare: l'impressione è che, in questa strana Europa dei nostri tempi, il principio della libertà religiosa debba applicarsi a tutti e a tutto fuorché al cristianesimo. Cioè alla religione che ha plasmato la stessa Europa, la sua cultura, la sua civiltà, la sua società, e che ha dato il la alla codificazione di quei diritti di libertà di cui oggi - giustamente - andiamo tutti orgogliosi.


La contraddizione nasce dal fatto che la classe intellettuale europea e il pensiero oggi dominante nelle élites del Vecchio Continente ci hanno abituati ad una concezione dei diritti talmente astratta da perdere di vista la realtà concreta della storia, la vita quotidiana delle persone, le relazioni tra i popoli, tra le culture, tra le religioni. Si pensa cioè di risolvere ogni problema affermando a priori, in via teorica, alcuni principi di libertà, e si ritiene, con ciò, di essersi messi al riparo da ogni conflitto, da ogni scontro, da ogni incomprensione. Si tratta di una forma mentis che, lungi dal raggiungere gli scopi che si prefigge, finisce col produrre esiti contrari a quelli pomposamente annunciati a parole. E' il dramma di quello che il grande Antonio Rosmini definiva «astrattismo», cioè di quell'approccio che sacrifica sull'altare della ragione astratta l'esperienza reale degli uomini e dei popoli, le loro radici spirituali, le loro tradizioni. Col risultato di creare un malcontento e un risentimento popolare diffuso nei confronti di chi tale astrattismo applica con le sue leggi, le sue direttive, le sue sentenze: lo vediamo oggi nel pronunciamento del popolo svizzero contro i minareti e nelle manifestazioni a difesa del crocifisso a cui stiamo assistendo in Italia, e lo abbiamo visto negli anni scorsi nei referendum che hanno bocciato una Costituzione europea priva del richiamo alle radici cristiane.


L'astrattismo applicato alla libertà religiosa, che ha portato con sé, come corollario, l'idea secondo cui ogni religione è buona e nessuna possiede la verità assoluta, ha avuto come conseguenza quella di far perdere di vista il fatto che le religioni non sono dottrine iperuraniche senza alcun addentellato con la realtà, ma si declinano in chiave storica, dando vita a particolari tipi di società, a diverse concezioni della persona e dei suoi diritti, a differenti usi e costumi. Se si avesse l'onestà intellettuale di guardare a tutto ciò senza presumere di essersi messi l'anima in pace attraverso la semplice, formalistica e aprioristica affermazione della libertà religiosa, forse si riuscirebbe anche a capire la differenza che passa tra una moschea e una chiesa, tra un minareto e un campanile. E, soprattutto, si comprenderebbe perché la stessa libertà religiosa è un concetto pressoché sconosciuto all'islam e fatto invece proprio dal cristianesimo.


Si scoprirebbe, così, che quanto più una religione ha il senso della storia e della realtà umana, tanto più essa riesce a garantire quella libertà che le religioni a-storiche faticano ad accettare e riconoscere. Tant'è vero che è dal cristianesimo - nel quale l'uomo non aderisce in prima battuta a una dottrina, ma a un fatto storico come l'incarnazione di Dio in Gesù Cristo - che è nata la stessa idea di diritti universali che ineriscono a ogni persona in quanto tale e che non sono nella disponibilità del potere umano. Laddove Dio si fa uomo ed entra nella storia c'è vera libertà perché c'è la possibilità di accettare o meno il rapporto con la Persona, mentre laddove Dio coincide con una serie di dettami senza tempo e il fedele è letteralmente un semplice «sottomesso», la libertà rimane sempre su un altro binario rispetto all'esperienza degli uomini e dei popoli. Il rapporto con le comunità musulmane europee, a cui noi riconosciamo quelle libertà fondamentali che il cristianesimo ha instillato nella nostra cultura e nel nostro diritto, sarà sempre più problematico fino a quando esso verrà affrontato a partire dal presupposto sbagliato: quello secondo cui islam e cristianesimo si equivalgono nella loro relatività.


Gianteo Bordero

martedì 3 novembre 2009

SE L'EUROPA RINNEGA SE STESSA

da Ragionpolitica.it del 3 novembre 2009

Vogliono rubarci l'anima, strapparci via dalle nostre radici, cancellare la nostra storia. Nel nome della tolleranza e di una falsa e deformata idea di libertà e democrazia vogliono spolpare la nostra identità. Vogliono oscurare la fede dei nostri padri e dei nostri nonni. Con le poche pagine di una sentenza vogliono condannare venti secoli del nostro cammino di civiltà. E pretendono di farlo, come si suol dire, «in punta di diritto», cioè avendo come fine la giustizia. Infatti, secondo i giudici della Corte europea dei diritti dell'uomo che hanno condannato l'Italia per la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche, «l'esposizione nelle classi delle scuole statali di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo» non può garantire «il pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una "società democratica"». Inoltre tale esposizione rappresenterebbe «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione della «libertà di religione degli alunni».


Povera Europa, ridotta ad affidare la tutela dei diritti umani ad un'élite di giuristi che rinnega l'essenza stessa dell'identità europea, nella convinzione che una presunta neutralità religiosa possa portare vantaggi in termini di convivenza col «diverso», di crescita della qualità civile, di progresso sociale del Vecchio Continente. Una tesi talmente astratta che ogni volta che essa è stata messa in pratica concretamente - si veda il caso francese - ha prodotto soltanto disastri, acuendo i conflitti e lasciando campo libero ad un laicismo nichilista e sbracato le cui nefaste conseguenze oggi si iniziano soltanto ad intravvedere. Arrivare ad imporre all'Italia il pagamento di un'ammenda di 5.000 euro come risarcimento per «danni morali» al figlio della donna che ha presentato ricorso presso la Corte di Strasburgo a causa della presenza del crocifisso a scuola, è veramente uno dei punti più bassi mai raggiunti da un'Europa che sembra incamminata a passo svelto verso il più drammatico tradimento di se stessa, della sua storia, delle sue fondamenta spirituali.


Ma, più di tutto, quello che lascia sgomenti di fronte alla sentenza della Corte europea è la totale incomprensione del significato più profondo della presenza del crocifisso nei luoghi pubblici: che non è innanzitutto quello di propagandare una religione; non è quello di indottrinare gli «infedeli»; non è quello di affermare il predominio di un credo sulle istituzioni laiche. Quel pezzo di legno con la figura del Cristo morente può essere invece guardato, rispettato e amato da tutti, credenti o non credenti, devoti o atei, perché in esso si concentra la misteriosa esperienza di un uomo che si è detto Dio non attraverso una manifestazione di potenza, e quindi di potere e di predominio, non con le spade e con gli eserciti, non con l'uccisione del nemico, bensì attraverso il dono di sé, l'umiliazione, la debolezza, attraversando fino in fondo la condizione umana, assumendo su di sé il vertice della sofferenza, offrendo se stesso come sacrificio «per la salvezza di molti».


I giudici europei non hanno compreso che qui non siamo di fronte a una religione, a una dottrina, a un insieme di precetti, ma a un fatto. Un fatto che sfida la coscienza e la libertà di ognuno senza nulla imporre. Un fatto che, a partire dalla Gerusalemme di 2000 anni fa, nel corso della storia - e in modo così particolare nella storia europea - è stato capace di generare una civiltà dove la persona è difesa, tutelata e valorizzata proprio in forza dell'evento sorgivo della croce. Perciò il crocifisso non è la «violazione dei diritti», ma è la fonte del rispetto che ad essi si deve, in ogni tempo ed in ogni spazio.

Gianteo Bordero

martedì 18 agosto 2009

IN DIFESA DELL'ORA DI RELIGIONE

da Ragionpolitica.it del 18 agosto 2009

Bene ha fatto, il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, ad annunciare ricorso contro la recente sentenza dell'onnipresente TAR del Lazio che ha dichiarato illegittima l'attribuzione di crediti formativi a coloro che frequentano l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole italiane. Il Tribunale Amministrativo non soltanto è entrato a gamba tesa in una materia regolata da un Trattato internazionale (il Concordato tra Stato e Chiesa), su cui hanno competenza, secondo la Costituzione, il parlamento, il governo e il presidente della Repubblica, ma ha anche «condito» la sua decisione con considerazioni di carattere ideologico inaccettabili per un paese la cui storia e la cui identità non possono essere né studiate né comprese senza il riferimento alle sue radici cristiane. Si legge nelle motivazioni della sentenza: «Un insegnamento di carattere etico e religioso, strettamente attinente alla fede individuale, non può assolutamente essere oggetto di una valutazione sul piano del profitto scolastico, proprio per il rischio di valutazioni di valore proporzionalmente ancorate alla misura della fede stessa». E ancora: «L'attribuzione di un credito formativo ad una scelta di carattere religioso degli studenti e dei loro genitori, quale quella di avvalersi dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, dà luogo ad una precisa forma di discriminazione, dato che lo Stato italiano non assicura identicamente la possibilità per tutti i cittadini di conseguire un credito formativo nelle proprie confessioni ovvero per chi dichiara di non professare alcuna religione in Etica Morale Pubblica».

Il grossolano errore commesso dai giudici del TAR è stato quello di far coincidere, nella sentenza, il significato della parola «religione» con quello della parola «fede», usandole in sostanza come sinonimi intercambiabili. Se è vero che non può esistere, in uno Stato laico e liberale, la valutazione scolastica della fede dell'individuo, non è altrettanto vero che contrastano con la laicità e con la libertà del singolo lo studio e l'approfondimento delle radici spirituali e morali (cioè religiose) del popolo a cui egli appartiene. Anzi, si potrebbe persino affermare che senza la conoscenza di tali radici - nella loro componente intrinsecamente religiosa - ne perderebbe in qualità il complesso dell'offerta formativa della scuola, perché sarebbe come affrontare lo studio di una lingua senza conoscerne l'«abc», il vocabolario e la grammatica. A differenza della fede, che comporta la fiducia convinta in una dottrina e l'adesione consapevole a un complesso di verità, di dogmi, di riti, la religione esprime innanzitutto la tensione primordiale dell'uomo - di qualsiasi uomo - verso l'Infinito, alla ricerca di una spiegazione totale della realtà e della vita (del nascere come del morire). Se quindi è vero che non tutti gli uomini hanno fede, è altrettanto vero che tutti gli uomini, in tutti i tempi e a tutte le latitudini, vengono al mondo con un desiderio incommensurabile di ricercare, dentro e oltre le apparenze, un significato esaustivo dell'esistenza, un punto di fuga che renda possibile la comprensione del gran disegno della realtà. Questo punto di fuga è ciò che - per riprendere le parole di Tommaso D'Aquino - «tutti chiamano Dio».

Dunque, se la fede può rappresentare l'approdo del cammino religioso del singolo, e resta per questo un fatto personale (più che privato), la religione in sé considerata è un elemento ontologico che accomuna tutti: proprio per questo suo aspetto essa è stata, sin dagli albori della storia dell'uomo, un fattore di sviluppo civile, sociale e culturale (le prime espressioni culturali di cui abbiamo notizia sono con tutta evidenza manifestazioni del sentimento religioso dei popoli primitivi). In questo senso, si può pacificamente affermare che senza religione non è data alcuna forma di civiltà e che, quindi, ignorare la storia religiosa e i fondamenti religiosi (spirituali e morali) del proprio popolo non può in alcun modo rappresentare un punto di merito per uno studente: l'offerta formativa non può perciò prescindere dalla religione. Ciò non vuol dire imporre a tutti una «fede» che per sua stessa natura non può essere imposta, ma significa compiere un gesto di alto valore educativo; un gesto doveroso, da parte di una nazione, nei confronti di se stessa - del suo passato, del suo presente e del suo futuro: non ci può essere autentico sviluppo se non abbeverandosi alla fonte da cui ha preso forma e consistenza una storia di popolo.

Per tutti questi motivi è davvero incomprensibile, come ha scritto in una nota il ministro Gelmini commentando la sentenza del TAR e annunciando il ricorso al Consiglio di Stato, che «solo la religione cattolica non debba contribuire alla valutazione globale dello studente tra tutte le attività che danno luogo a crediti formativi». Essa, infatti «esprime un patrimonio di storia, di valori e di tradizioni talmente importante che la sua unicità deve essere riconosciuta e tutelata».

Gianteo Bordero

venerdì 19 settembre 2008

DA RATISBONA A PARIGI


Nel suo incontro con il mondo della cultura francese, avvenuto a Parigi lo scorso venerdì presso il Collège des Bernardins, Benedetto XVI è tornato a parlare di un tema a lui molto caro: le origini della teologia occidentale e le radici della cultura europea. Due realtà indissolubilmente legate non soltanto dalla storia, ma anche dal comune orientamento nei confronti del sapere e della razionalità. Il punto in cui ciò appare chiaro, secondo il Papa, è costituito dall'esperienza del monachesimo occidentale. Come noto, è grazie ai monasteri se la gran parte dell'immenso tesoro rappresentato dalla cultura classica è giunta fino all'epoca moderna, attraverso una paziente opera di trascrizione e trasmissione di quei testi dai quali avrebbero tratto linfa vitale prima la teologia medievale e poi il pensiero umanistico. Eppure - ha affermato il Papa - scopo primario dei monaci non era, in prima battuta, quello di compiere un'operazione culturale: «Non era loro intenzione di creare una cultura e nemmeno di conservare una cultura del passato». Che cosa li muoveva, dunque? Sta nella risposta a questa domanda la chiave per comprendere il legame tra teologia e cultura europea e per leggere ancora una volta sotto una nuova luce la questione della razionalità e del suo rapporto col fatto religioso.

A Ratisbona, nella tanto discussa lectio magistralis del 12 settembre 2006, Benedetto XVI aveva messo a tema «fede e ragione» ed aveva sostenuto la tesi secondo cui tra di esse esiste un legame talmente profondo che «non agire secondo ragione» è contrario persino «alla natura di Dio». Questa affermazione non è in primis un dato di fede, ma una conquista della stessa ragione, sulla base delle categorie fornite dal pensiero greco. Da qui Ratzinger aveva preso le mosse per un'analisi dei rapporti tra filosofia greca e cristianesimo, criticando le tre grandi ondate della dis-ellenizzazione del pensiero occidentale, avvenute con la Riforma, con la teologia liberale del XIX e XX secolo e, da ultimo, più di recente, col diffondersi dell'idea secondo cui «la sintesi con l'ellenismo, compiutasi nella Chiesa antica, sarebbe stata una prima inculturazione, che non dovrebbe vincolare le altre culture». Tutto questo per arrivare a dire che, assieme alla dis-ellenizzazione, nell'epoca moderna si è avuto, in particolare col razionalismo scientista, un oggettivo restringimento dell'orizzonte conoscitivo della ragione, alla quale è stata di fatto preclusa la possibilità di attingere al senso ultimo e trascendente del reale, in nome di un'autolimitazione alla conoscenza del mero dato verificabile nell'esperimento. Da qui l'invito finale del Papa ad aprirsi «alla vastità della ragione», a non «rifiutarne la grandezza». Perché la vera razionalità non è quella che esclude dal suo campo d'indagine la fede, ma quella che ad essa si apre come propria, estrema possibilità di compimento.

Questo a Ratisbona. Ora, due anni dopo, a Parigi, Benedetto compie un altro passo e ci dice che ciò che ha storicamente fondato sia la teologia occidentale che il pensiero europeo non è stato un progetto culturale calato - per così dire - dall'alto, bensì un condiviso desiderio esistenziale di verità. Lo stesso che spinse i monaci a compiere la loro formidabile opera di trasmissione e commento dei testi antichi: «Quaerere Deum», cercare Dio. Ha detto il Papa: «Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa». Che c'entra, questo, con il lavoro culturale? C'entra, perché la ricerca di Dio non era un cammino «in un deserto senza strade», ma aveva come via maestra la Parola. Una via che «nei libri delle Sacre Scritture era aperta davanti agli uomini». Da qui il passaggio fondamentale: «La ricerca di Dio richiede quindi per intrinseca esigenza una cultura della parola». Per questo in ogni monastero erano presenti i libri, era presente la biblioteca: essa «indica le vie verso la parola». Conclusione del Papa: la cultura della parola (e quindi della sua interpretazione), che sarebbe poi stata alla base del sapere europeo così come è giunto fino a noi, si è sviluppata non come alternativa a Dio, ma partendo proprio dalla ricerca di Lui.

Il messaggio finale è che teologia e cultura europee potranno ritrovare forza, attrattiva e freschezza nella misura in cui saranno capaci di rimettersi in cammino, come i monaci, alla ricerca di Dio. Cioè alla ricerca della verità, del senso ultimo delle cose, di ciò che dà fondamento alla realtà. I tempi - ha detto Benedetto XVI a Parigi - sono certamente cambiati rispetto a quelli in cui ebbe a svilupparsi il monachesimo occidentale. Ma rimane, seppure il più delle volte nascosta, come se non avesse parole per esprimersi, la domanda su Dio: «Quaerere Deum - cercare Dio e lasciarsi trovare da Lui: questo oggi non è meno necessario che in tempi passati. Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell'umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi. Ciò che ha fondato la cultura dell'Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarLo, rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura».

Gianteo Bordero

mercoledì 27 agosto 2008

IL MEETING, DON GIUSSANI E IL CARDINAL BAGNASCO


Il Meeting di Rimini è tante cose: gli incontri, la cultura, la politica, i dibattiti, le feste, la musica, gli stand, i volontari e chi più ne ha ne metta. Ma è ancora, e soprattutto, un'altra cosa. O, meglio, un'altra persona: don Giussani. E' cioè lo slancio a mettere in gioco se stessi e la propria fede non soltanto nel caldo nido accogliente del proprio gruppo, della propria parrocchia o del proprio movimento, ma anche nel paragone con il mondo, con ciò che succede ogni giorno sulla terra, nella grande avventura quotidiana dello studio e del lavoro. Insomma: nella vita in quanto tale, non frammentata e non divisa in compartimenti stagni e non comunicanti tra loro. Don Giussani amava ripetere, riprendendo una frase di San Paolo: «Vagliate tutto e trattenete il valore». Ossia: vivete tutto, osservate tutto, ascoltate tutto (tutto quello che accade nella realtà) e usate la vostra fede e la vostra ragione come strumento, come metro di giudizio per trattenere ciò che veramente conta.

Da qui, da questo impeto, nacque il Meeting nel 1980. E oggi, 28 anni dopo, è il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza Episcopale italiana, a mostrare nel suo intervento, intitolato «La Chiesa, un popolo che si fa storia», come l'intuizione di don Giussani esprima non soltanto il punto di vista di Comunione e Liberazione, ma si radichi nell'essenza stessa del cristianesimo. Bagnasco non nomina mai don Giussani né Cl, non fa alcuna apologia né concessione alla retorica. Ma si capisce che la sua lezione punta a mettere in rilievo il fatto che quello che il «Gius» ha testimoniato e insegnato non è cosa per pochi, ma per tutti. Lo si vede in tre passaggi decisivi del discorso del cardinale, che riprendono tre «cavalli di battaglia» di don Giussani:

1) Il cristianesimo non è «una sorta di gnosi, di conoscenza misterica per pochi iniziati», dice il presidente della Cei. E' invece «la conseguenza di un incontro decisivo che cambia la vita del credente. E' il frutto di un'amicizia personale con Cristo, un'amicizia che si rinnova ogni giorno; credere non significa aderire ad una dottrina, ma vivere riferiti a Lui».

2) Il cristiano è ontologicamente, in forza di questo incontro, «sale della terra» e «luce del mondo». L'immagine del sale «suggerisce l'incarnazione nel mondo», mentre quella della luce «suggerisce la visibilità della presenza cristiana». E oggi è ancora vero quello che il fondatore di Cl intuì sin dagli anni '50. Dice Bagnasco: «Oggi, come in altri periodi della storia, si vuole che la Chiesa rimanga in chiesa. Il culto e la carità sono apprezzati anche dalla mentalità laicista: in fondo - si pensa - la preghiera non fa male a nessuno e la carità fa bene a tutti. In altri termini, si vorrebbe negare la dimensione pubblica della fede concedendone la possibilità nel privato. A tutti si riconosce come sacra la libertà di coscienza, ma dai cattolici a volte si pretende che essi prescindano dalla fede che forma la loro coscienza».

3) E se, da un lato, spesso è negato ai cristiani il diritto a manifestare liberamente e integralmente la propria fede (vediamo che cosa sta accadendo in India in questi giorni), dall'altro essi devono pure farsi carico, soprattutto in questo frangente storico caratterizzato dal predominio del relativismo, della «difesa della ragione». Dichiara il cardinale: «Affermare l'efficacia della ragione non è totalmente altro dall'annuncio evangelico; non significa diminuire il Vangelo per impicciarsi di argomenti di competenza altrui. E' intrinsecamente connesso: fede e ragione si richiamano a vicenda, sono implicati reciprocamente nell'unità della persona». Per questo «certi valori - come nel campo della vita umana e della famiglia, della concezione della persona, della libertà e dello Stato - anche se sono illuminati dalla fede, sono innanzitutto bagaglio della buona ragione».

Tutto l'intervento di Bagnasco ruota, insomma, attorno al cuore dell'annuncio cristiano, lo stesso che don Giussani, nei suoi lunghi anni di presenza nella Chiesa e nella società, ha testimoniato senza posa: il cristianesimo è vita e storia, è la pienezza dell'umano che si realizza in un popolo, la comunione tra coloro che, nell'incontro con Cristo, hanno ritrovato a un tempo se stessi e la verità del mondo.

Gianteo Bordero