da Ragionpolitica.it del 6 novembre 2010
Guido Bertolaso va in pensione. L'11 novembre lascerà la direzione della Protezione civile e l'incarico di sottosegretario del governo Berlusconi. E' una «brutta notizia», come ha affermato il presidente del Consiglio durante la conferenza stampa tenuta venerdì al termine del Consiglio dei ministri, auspicando allo stesso tempo che la collaborazione con lui possa continuare in altre forme.
In questi anni Bertolaso è stato soprannominato «l'uomo delle emergenze», chiamato a gestire le situazioni più difficili e complicate conseguenti alle calamità naturali (dalle alluvioni ai terremoti alle frane agli incendi), e a intervenire in circostanze di degrado non più sostenibili (ad esempio la questione dei rifiuti in Campania). Ma la definizione che più si attaglia al capo della Protezione civile è quella che lui stesso ha dato di sé: un «servitore dello Stato». Perché Guido Bertolaso questo ha rappresentato da circa quindici anni a questa parte: il simbolo, il volto, la presenza tangibile dello Stato nei luoghi colpiti e martoriati dalla furia della terra e/o dall'incuria degli uomini. Egli ha portato lo Stato dove lo Stato non c'era o risultava non pervenuto.
Chi l'ha criticato e lo critica per il dilatarsi dei poteri che nel corso degli anni si sono stratificati attorno alla Protezione civile da lui guidata, non tiene conto di questo dato sistemico con cui Bertolaso, sin dal suo primo incarico ricevuto durante il governo Prodi nel 1996, ha dovuto fare i conti: la drammatica debolezza dello Stato in molte parti della Penisola. Una debolezza, quando non un'assenza, dovuta al fatto che per molti decenni, e in maniera più accentuata a cominciare dagli anni Sessanta del secolo scorso, lo Stato - si perdoni la ripetizione - è stato assorbito quasi per intero dai partiti (la «Repubblica dei partiti», come la chiamava Pietro Scoppola), con conseguente indebolimento della dimensione istituzionale degli organismi preposti al governo del Paese. Partito indica infatti una parte, mentre l'istituzione rappresenta tutti, rappresenta la nazione nel suo insieme. E un conto è lavorare per una parte, un conto è lavorare nel e per l'interesse generale.
Guido Bertolaso non è stato e non è uomo di parte, ma in tutto e per tutto uomo delle istituzioni, che è un altro modo per dire «servitore dello Stato». E proprio per questo Silvio Berlusconi lo ha chiamato a ricoprire l'incarico di sottosegretario nel suo quarto governo: non soltanto perché il capo della Protezione civile è, come il presidente del Consiglio, «uomo del fare», ma anche e soprattutto perché egli ben rappresenta, incarnandolo in sé, il programma con il quale la coalizione di centrodestra si è presentata agli elettori nel 2008, riassunto in quel «Rialzati, Italia» che significava e significa la volontà di lavorare per dare forma ad uno Stato degno di tal nome, più efficiente, più vicino al cittadino, capace di far sentire la sua presenza laddove le circostanze lo richiedano. Lo stesso Berlusconi, del resto, ha più volte affermato, anche di recente, di non intendere la sua missione politica come un impegno di parte e quindi di partito, ma come dedizione all'insieme, a tutto il popolo italiano, allo Stato in quanto casa comune dei cittadini.
Lo spirito con cui Bertolaso ha operato in questi anni, e in ragione del quale si è creata una particolare sintonia con il premier, è dunque una ricchezza per il nostro Paese, è ciò che serve all'Italia per continuare nel cammino verso la costruzione di uno Stato nel quale tutti possano riconoscersi e di cui tutti possano andare orgogliosi. Chi conosce i volontari della Protezione civile che negli ultimi lustri, in ogni parte dello Stivale e nelle condizioni più difficili, hanno lavorato con Bertolaso, sa di che cosa stiamo parlando. Il resto - le inchieste, il fango mediatico, i giudizi affrettati, i presunti scandali - lo lasciamo ai professionisti del giustizialismo e dell'ideologia anti-italiana che purtroppo alberga in tanta parte degli opinion makers nostrani. Anche perché al clamore iniziale delle recenti inchieste non ha fatto finora seguito alcuna sentenza, e perché già in passato abbiamo assistito alla condanna preventiva e alla delegittimazione pubblica di fedeli servitori dello Stato rivelatisi poi, alla prova dei fatti, totalmente estranei alle accuse mosse nei loro confronti.
Gianteo Bordero
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sabato 6 novembre 2010
mercoledì 18 agosto 2010
giovedì 29 ottobre 2009
DALLA CAMERA IL PRIMO SÌ AL «GIORNO DELLA MEMORIA DEI CADUTI IN MISSIONI INTERNAZIONALI»
da Ragionpolitica.it del 29 ottobre 2009
Martedì è arrivato dalla Camera dei Deputati il primo sì al progetto di legge che istituisce il «Giorno della memoria delle vittime di Nassiriya e di tutti i militari e civili italiani caduti in missioni internazionali». I voti favorevoli sono stati 492, 22 gli astenuti. Il testo votato a Montecitorio fissa quale data per la celebrazione del ricordo il 12 novembre, anniversario della strage di Nassiriya del 2003, nella quale, in seguito all'attentato suicida condotto dai terroristi islamici, persero la vita dodici carabinieri e cinque soldati dell'esercito impegnati nell'Operazione «Antica Babilonia», oltre che due civili di una troupe sul posto per girare un documentario. La legge prevede che, in occasione della ricorrenza, «le amministrazioni pubbliche possono organizzare cerimonie commemorative e celebrative e possono favorire, in particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, la promozione e l'organizzazione di studi, di convegni e di momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione su quanto accaduto e sul valore del sacrificio dei caduti nelle missioni internazionali per la pace».
Quella assunta dalla Camera è una decisione che riveste due importanti significati: il primo è quello che riguarda il dovere della memoria, del necessario ricordo di tutti coloro che, impegnati nelle missioni internazioni di peace-keeping, sono morti sotto i colpi del terrorismo: giovani che hanno servito la nazione fino all'estremo sacrificio della vita; soldati che, oltre ad una elevata professionalità ormai riconosciuta dai maggiori partner internazionali dell'Italia, possedevano un altrettanto elevato senso di umanità che consentiva loro di essere visti dalle popolazioni locali non come nemici e invasori, ma come amici e liberatori. Un dato, quest'ultimo, che ci deve ancora oggi far tenere bene in mente la carica di odio e di disprezzo totale della vita che è insita nel fondamentalismo islamico, in qualsiasi Stato e a qualunque latitudine esso tenti di portare a compimento i suoi disegni di distruzione della civiltà. «Distruggere per distruggere - osservava Gianni Baget Bozzo nel settembre 2003 - è la tecnica politica del nichilismo, e il terrorismo islamico lo manifesta con grande chiarezza».
Il secondo significato insito nel testo approvato a Montecitorio è quello culturale ed educativo: sollecitare l'organizzazione di momenti di studio e approfondimento nelle scuole vuol dire favorire l'affermazione di un rinnovato sentimento di appartenenza alla patria, con tutto ciò che esso comporta in termini di conoscenza della nostra identità, della nostra storia, dei valori che stanno alla base della nostra civiltà. Che ciò avvenga proprio attraverso un Giorno del ricordo dei nostri militari caduti nelle missioni internazionali può rappresentare un punto di svolta dopo i lunghi decenni della demonizzazione della figura del soldato, punta dell'iceberg di una più vasta operazione di delegittimazione del concetto stesso di patria e di contestuale esaltazione di un pacifismo «politicamente corretto» che di certo non ha contribuito a far crescere nei giovani l'amore per la nazione e l'orgoglio dell'essere italiani.
Da questo punto di vista, non è casuale che l'iniziativa legislativa per istituire il Giorno della memoria provenga dalla coalizione di centrodestra e dal governo Berlusconi, ossia da chi, in questi ultimi anni, in particolar modo a partire dall'11 settembre 2001, ha fatto della difesa della civiltà occidentale e della promozione dei valori di libertà e democrazia il cardine della sua politica estera. Una politica dell'impegno al fianco dell'Occidente, contrapposta a quella del disimpegno praticata dai governi della sinistra, in particolare dal governo Prodi. Che la cultura dell'identità italiana e dell'appartenenza alla civiltà occidentale si possa oggi diffondere, anche grazie al Giorno della memoria, nelle scuole della Penisola è un altro contributo importante che il centrodestra dà alla nascita di un nuovo sentimento nazionale, più che mai necessario in tempi difficili come quelli che stiamo attraversando.
Gianteo Bordero
Martedì è arrivato dalla Camera dei Deputati il primo sì al progetto di legge che istituisce il «Giorno della memoria delle vittime di Nassiriya e di tutti i militari e civili italiani caduti in missioni internazionali». I voti favorevoli sono stati 492, 22 gli astenuti. Il testo votato a Montecitorio fissa quale data per la celebrazione del ricordo il 12 novembre, anniversario della strage di Nassiriya del 2003, nella quale, in seguito all'attentato suicida condotto dai terroristi islamici, persero la vita dodici carabinieri e cinque soldati dell'esercito impegnati nell'Operazione «Antica Babilonia», oltre che due civili di una troupe sul posto per girare un documentario. La legge prevede che, in occasione della ricorrenza, «le amministrazioni pubbliche possono organizzare cerimonie commemorative e celebrative e possono favorire, in particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, la promozione e l'organizzazione di studi, di convegni e di momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione su quanto accaduto e sul valore del sacrificio dei caduti nelle missioni internazionali per la pace».
Quella assunta dalla Camera è una decisione che riveste due importanti significati: il primo è quello che riguarda il dovere della memoria, del necessario ricordo di tutti coloro che, impegnati nelle missioni internazioni di peace-keeping, sono morti sotto i colpi del terrorismo: giovani che hanno servito la nazione fino all'estremo sacrificio della vita; soldati che, oltre ad una elevata professionalità ormai riconosciuta dai maggiori partner internazionali dell'Italia, possedevano un altrettanto elevato senso di umanità che consentiva loro di essere visti dalle popolazioni locali non come nemici e invasori, ma come amici e liberatori. Un dato, quest'ultimo, che ci deve ancora oggi far tenere bene in mente la carica di odio e di disprezzo totale della vita che è insita nel fondamentalismo islamico, in qualsiasi Stato e a qualunque latitudine esso tenti di portare a compimento i suoi disegni di distruzione della civiltà. «Distruggere per distruggere - osservava Gianni Baget Bozzo nel settembre 2003 - è la tecnica politica del nichilismo, e il terrorismo islamico lo manifesta con grande chiarezza».
Il secondo significato insito nel testo approvato a Montecitorio è quello culturale ed educativo: sollecitare l'organizzazione di momenti di studio e approfondimento nelle scuole vuol dire favorire l'affermazione di un rinnovato sentimento di appartenenza alla patria, con tutto ciò che esso comporta in termini di conoscenza della nostra identità, della nostra storia, dei valori che stanno alla base della nostra civiltà. Che ciò avvenga proprio attraverso un Giorno del ricordo dei nostri militari caduti nelle missioni internazionali può rappresentare un punto di svolta dopo i lunghi decenni della demonizzazione della figura del soldato, punta dell'iceberg di una più vasta operazione di delegittimazione del concetto stesso di patria e di contestuale esaltazione di un pacifismo «politicamente corretto» che di certo non ha contribuito a far crescere nei giovani l'amore per la nazione e l'orgoglio dell'essere italiani.
Da questo punto di vista, non è casuale che l'iniziativa legislativa per istituire il Giorno della memoria provenga dalla coalizione di centrodestra e dal governo Berlusconi, ossia da chi, in questi ultimi anni, in particolar modo a partire dall'11 settembre 2001, ha fatto della difesa della civiltà occidentale e della promozione dei valori di libertà e democrazia il cardine della sua politica estera. Una politica dell'impegno al fianco dell'Occidente, contrapposta a quella del disimpegno praticata dai governi della sinistra, in particolare dal governo Prodi. Che la cultura dell'identità italiana e dell'appartenenza alla civiltà occidentale si possa oggi diffondere, anche grazie al Giorno della memoria, nelle scuole della Penisola è un altro contributo importante che il centrodestra dà alla nascita di un nuovo sentimento nazionale, più che mai necessario in tempi difficili come quelli che stiamo attraversando.
Gianteo Bordero
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martedì 13 ottobre 2009
IL GOVERNO SCELTO DAL POPOLO
da Ragionpolitica.it del 13 ottobre 2009
Intervenendo il 9 ottobre alla trasmissione Otto e Mezzo, il parlamentare dell'Udc Bruno Tabacci ha annunciato di voler presentare un ricorso presso la Corte Costituzionale finalizzato a eliminare dalla scheda delle elezioni politiche l'indicazione del nome del candidato premier: secondo Tabacci ciò sarebbe in contrasto con la Costituzione italiana, la quale prevede, all'articolo 92, che il presidente del Consiglio dei ministri non sia eletto direttamente dal popolo, ma venga nominato dal presidente della Repubblica. Il deputato dell'Unione di Centro ha affermato che l'Italia è, a tutt'oggi, una Repubblica parlamentare e non presidenziale: da qui la sua iniziativa di fronte alla Consulta per sanare quella che egli ritiene un'inammissibile anomalia.
Tabacci ha però omesso di ricordare (come invece ha fatto il ministro Raffaele Fitto, presente anch'egli alla trasmissione condotta da Lilli Gruber) che a partire dal momento dell'avvento del bipolarismo nel nostro paese, e cioè, in sostanza, dall'ingresso in politica di Silvio Berlusconi nel 1994, vi è stata de facto un'evoluzione in senso presidenziale della cosiddetta «Costituzione materiale» dell'Italia. Detta in altri termini: se vi è stato un cambiamento costituzionale sostanziale nel passaggio dalla Prima Repubblica (quella che Pietro Scoppola aveva chiamato la «Repubblica dei partiti») alla Seconda - un passaggio per certi versi anticipato dai referendum maggioritari del 1993 - esso è consistito proprio nella centralità assunta, nel nuovo sistema, dalla figura dei leader dei due schieramenti in campo, che ha trasformato materialmente il voto ai partiti in un voto alla persona alla guida della coalizione, e quindi in una scelta di fatto diretta del presidente del Consiglio da parte degli elettori. Che tale modifica sostanziale abbia avuto luogo non in seguito ad una revisione costituzionale operata dal parlamento, bensì grazie all'iniziativa politica di Berlusconi, non può essere usato come un argomento per riportare le lancette della storia italiana indietro di tre lustri e ritornare ad un sistema nel quale la scelta del capo del governo è affidata alla mediazione tra partiti e non al corpo elettorale.
Inoltre, è necessario tenere a mente che le drammatiche circostanze che spinsero Berlusconi a un impegno diretto in politica, e cioè la cancellazione dei partiti democratici per mano della magistratura milanese, rischiavano di trasformare la stessa Costituzione formale, che all'articolo 1 stabilisce che «la sovranità appartiene al popolo», in carta straccia, e di consegnare a un potere non eletto le chiavi della legittimità politica e istituzionale della Repubblica. In quest'ottica, l'iniziativa berlusconiana si pose in totale continuità con la prospettiva democratica indicata dalla Carta costituzionale nel già richiamato articolo 1, facendola evolvere in una direzione resasi ormai improcrastinabile in seguito alla crisi di consenso e di rappresentanza delle forze politiche della Prima Repubblica (tale crisi fu precedente a Tangentopoli e fu proprio la debolezza del sistema ad essa conseguente a rendere possibile il fatto che l'azione disgregatrice delle indagini di Mani Pulite non trovasse dinanzi a sé alcun ostacolo).
In un'Italia che chiedeva a gran voce il passaggio a quella che è stata chiamata «democrazia governante», ossia ad un sistema che superasse gli avvitamenti autoreferenziali e assemblearistici della Prima Repubblica, i quali avevano finito col penalizzare la dimensione del buon governo della cosa pubblica privilegiando invece il tornaconto immediato dei partiti e delle loro clientele, la risposta alternativa a quella fornita dal circolo mediatico-giudiziario non poteva essere la riproposizione tout court del vecchio modello: occorreva dare al corpo elettorale la possibilità di esprimere in modo diretto la scelta del presidente del Consiglio, collegando così in modo più stretto il governo ai cittadini. Se non è stato possibile giungere anche ad una formalizzazione costituzionale di tale passaggio epocale nella storia politica italiana, e quindi ad una modifica della Carta per via parlamentare, è perché, come osservava Gianni Baget Bozzo in un articolo pubblicato su La Stampa il 21 agosto 2007, «i partiti del centrosinistra detengono ancora il principio della sacralità della Costituzione come frutto dell'antifascismo e non tengono conto che quella storia è ormai superata per il paese». Tant'è vero che proprio in nome di questa sacralità la sinistra organizzò il referendum costituzionale del 2006 per cancellare la riforma approvata nelle aule parlamentari dalla maggioranza di centrodestra nella legislatura iniziata nel 2001.
Ora, con la bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta si è riaperto il problema, perché è stata rigettata la lettura materiale della Costituzione fatta propria dagli avvocati difensori del lodo, i quali partendo da essa hanno tentato, purtroppo invano, di fondare la definizione del presidente del Consiglio come «primus super pares», che gode cioè di una legittimazione popolare di cui gli altri ministri non godono, in forza del fatto che il suo nome appare sulla scheda elettorale. Anche in ragione di ciò, è dunque evidente che oggi è più che mai necessario addivenire a una modifica anche formale della Costituzione per sancire in via definitiva il legame diretto tra popolo e governo, tra corpo elettorale e presidente del Consiglio, che è il portato più rilevante del «berlusconismo» per ciò che attiene alla forma politica dello Stato italiano. Non è più possibile rimandare sine die la formalizzazione costituzionale di ciò che gli italiani hanno già riformato materialmente da almeno quindici anni. Come ha affermato lo stesso Berlusconi intervenendo domenica alla Festa della Libertà di Benevento, «dobbiamo trovare il modo di riportare il nostro paese sulla strada di una vera e compiuta democrazia, dando ai cittadini la possibilità di scegliere coloro da cui vogliono essere governati».
Gianteo Bordero
Intervenendo il 9 ottobre alla trasmissione Otto e Mezzo, il parlamentare dell'Udc Bruno Tabacci ha annunciato di voler presentare un ricorso presso la Corte Costituzionale finalizzato a eliminare dalla scheda delle elezioni politiche l'indicazione del nome del candidato premier: secondo Tabacci ciò sarebbe in contrasto con la Costituzione italiana, la quale prevede, all'articolo 92, che il presidente del Consiglio dei ministri non sia eletto direttamente dal popolo, ma venga nominato dal presidente della Repubblica. Il deputato dell'Unione di Centro ha affermato che l'Italia è, a tutt'oggi, una Repubblica parlamentare e non presidenziale: da qui la sua iniziativa di fronte alla Consulta per sanare quella che egli ritiene un'inammissibile anomalia.
Tabacci ha però omesso di ricordare (come invece ha fatto il ministro Raffaele Fitto, presente anch'egli alla trasmissione condotta da Lilli Gruber) che a partire dal momento dell'avvento del bipolarismo nel nostro paese, e cioè, in sostanza, dall'ingresso in politica di Silvio Berlusconi nel 1994, vi è stata de facto un'evoluzione in senso presidenziale della cosiddetta «Costituzione materiale» dell'Italia. Detta in altri termini: se vi è stato un cambiamento costituzionale sostanziale nel passaggio dalla Prima Repubblica (quella che Pietro Scoppola aveva chiamato la «Repubblica dei partiti») alla Seconda - un passaggio per certi versi anticipato dai referendum maggioritari del 1993 - esso è consistito proprio nella centralità assunta, nel nuovo sistema, dalla figura dei leader dei due schieramenti in campo, che ha trasformato materialmente il voto ai partiti in un voto alla persona alla guida della coalizione, e quindi in una scelta di fatto diretta del presidente del Consiglio da parte degli elettori. Che tale modifica sostanziale abbia avuto luogo non in seguito ad una revisione costituzionale operata dal parlamento, bensì grazie all'iniziativa politica di Berlusconi, non può essere usato come un argomento per riportare le lancette della storia italiana indietro di tre lustri e ritornare ad un sistema nel quale la scelta del capo del governo è affidata alla mediazione tra partiti e non al corpo elettorale.
Inoltre, è necessario tenere a mente che le drammatiche circostanze che spinsero Berlusconi a un impegno diretto in politica, e cioè la cancellazione dei partiti democratici per mano della magistratura milanese, rischiavano di trasformare la stessa Costituzione formale, che all'articolo 1 stabilisce che «la sovranità appartiene al popolo», in carta straccia, e di consegnare a un potere non eletto le chiavi della legittimità politica e istituzionale della Repubblica. In quest'ottica, l'iniziativa berlusconiana si pose in totale continuità con la prospettiva democratica indicata dalla Carta costituzionale nel già richiamato articolo 1, facendola evolvere in una direzione resasi ormai improcrastinabile in seguito alla crisi di consenso e di rappresentanza delle forze politiche della Prima Repubblica (tale crisi fu precedente a Tangentopoli e fu proprio la debolezza del sistema ad essa conseguente a rendere possibile il fatto che l'azione disgregatrice delle indagini di Mani Pulite non trovasse dinanzi a sé alcun ostacolo).
In un'Italia che chiedeva a gran voce il passaggio a quella che è stata chiamata «democrazia governante», ossia ad un sistema che superasse gli avvitamenti autoreferenziali e assemblearistici della Prima Repubblica, i quali avevano finito col penalizzare la dimensione del buon governo della cosa pubblica privilegiando invece il tornaconto immediato dei partiti e delle loro clientele, la risposta alternativa a quella fornita dal circolo mediatico-giudiziario non poteva essere la riproposizione tout court del vecchio modello: occorreva dare al corpo elettorale la possibilità di esprimere in modo diretto la scelta del presidente del Consiglio, collegando così in modo più stretto il governo ai cittadini. Se non è stato possibile giungere anche ad una formalizzazione costituzionale di tale passaggio epocale nella storia politica italiana, e quindi ad una modifica della Carta per via parlamentare, è perché, come osservava Gianni Baget Bozzo in un articolo pubblicato su La Stampa il 21 agosto 2007, «i partiti del centrosinistra detengono ancora il principio della sacralità della Costituzione come frutto dell'antifascismo e non tengono conto che quella storia è ormai superata per il paese». Tant'è vero che proprio in nome di questa sacralità la sinistra organizzò il referendum costituzionale del 2006 per cancellare la riforma approvata nelle aule parlamentari dalla maggioranza di centrodestra nella legislatura iniziata nel 2001.
Ora, con la bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta si è riaperto il problema, perché è stata rigettata la lettura materiale della Costituzione fatta propria dagli avvocati difensori del lodo, i quali partendo da essa hanno tentato, purtroppo invano, di fondare la definizione del presidente del Consiglio come «primus super pares», che gode cioè di una legittimazione popolare di cui gli altri ministri non godono, in forza del fatto che il suo nome appare sulla scheda elettorale. Anche in ragione di ciò, è dunque evidente che oggi è più che mai necessario addivenire a una modifica anche formale della Costituzione per sancire in via definitiva il legame diretto tra popolo e governo, tra corpo elettorale e presidente del Consiglio, che è il portato più rilevante del «berlusconismo» per ciò che attiene alla forma politica dello Stato italiano. Non è più possibile rimandare sine die la formalizzazione costituzionale di ciò che gli italiani hanno già riformato materialmente da almeno quindici anni. Come ha affermato lo stesso Berlusconi intervenendo domenica alla Festa della Libertà di Benevento, «dobbiamo trovare il modo di riportare il nostro paese sulla strada di una vera e compiuta democrazia, dando ai cittadini la possibilità di scegliere coloro da cui vogliono essere governati».
Gianteo Bordero
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sabato 19 settembre 2009
L'IDEALE E LA PATRIA
da Ragionpolitica.it del 19 settembre 2009
Finché si continuerà a ridurre la questione della presenza dei nostri soldati in Afghanistan a un mero problema di strategia (sia militare che politica), il livello del dibattito su un tema così drammatico e spinoso rimarrà giocoforza basso. E monco. E nessuno, alla fine, capirà perché i nostri uomini continuino a rimanere in una terra lontana e irta di pericoli, mettendo a rischio ogni giorno l'incolumità e la vita. Se c'è una cosa che si può dire dopo la tragedia di Kabul è che, di fronte alla morte, alla violenza e al terrore, di fronte all'esistenza spezzata dei nostri militari, le discettazioni strategiche non bastano. Perché non si dà la vita per una strategia. E i soldati italiani morti a Kabul, come emerge dal racconto commosso dei loro cari e dei loro famigliari, non erano in Afghanistan per amor di strategia. Ma per amor di patria. Hanno dato la vita per la patria. La nostra e quella di un popolo che faticosamente cerca la piena, vera libertà.
Gli analisti, gli esperti e i professori di geopolitica ci hanno spiegato ieri, e ci spiegheranno nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, ogni aspetto tecnico, tattico e strategico della questione afghana, metteranno sul bilancino i pro e i contro della prosecuzione della nostra missione. Disegneranno scenari, indicheranno possibilità, consiglieranno mosse e contromosse. Ma al popolo italiano, alle mogli, ai figli, ai padri e alle madri, ai parenti delle vittime in primis, ciò che innanzitutto interessa è scoprire il senso più profondo, le ragioni più grandi che giustifichino - nella misura in cui ciò è possibile - il sacrificio della vita nel fiore dell'età, in un paese straniero, in una guerra contro un nemico invisibile. Se esiste, questo senso, se esistono, queste ragioni, che esse vengano dette, ricordate, proclamate dinnanzi all'intera nazione, che ha sete di ascoltare una parola che riporti al centro della scena ciò che veramente conta: il significato di una morte come quella di Roberto, Andrea, Davide, Matteo, Gian Domenico e Massimiliano.
Eroi, si è detto. Ma eroi innanzitutto nella vita, prima ancora che nella morte. Eroi nella normalità e nella generosità del servizio alla loro patria. Eroi e patria, dunque. Ritornano le parole dell'epopea italiana. Le parole del Piave, delle trincee, delle pietraie del Carso, le parole che una dozzinale ideologia internazionalista, pseudo-pacifista e antinazionale ha cancellato per decenni dal vocabolario della nostra storia, della nostra comune coscienza di italiani. Ma che sono scritte, e oggi lo vediamo, nel nostro DNA di popolo, e non possiamo scrollarcele di dosso come se niente fosse, salvo perdere un pezzo di noi stessi, della nostra identità, del nostro essere nazione. Non si tratta di esaltare la guerra, di addolcirne la brutalità, ma di riscoprire che l'uomo non è un mucchio d'ossa senza significato e senza scopo, non è un ammasso di cellule destinate al degrado e alla decomposizione, non è un meccanismo cerebrale finalizzato al calcolo e alla misura del tangibile, ma è capace dell'Ideale, è capace di porre al di sopra della sua stessa esistenza un principio più grande al quale offrire il proprio tempo, il proprio cuore, la propria vita. Ideale - si badi - e non ideologia: tra l'Ideale e l'ideologia c'è la stessa differenza che intercorre tra amore e odio. Sono due principi opposti, perché l'Ideale è qualche cosa che non si sceglie a priori, ma che fa parte delle corde più profonde del nostro essere, e viene a galla come in un'alba di verità e di scoperta di sé, mentre l'ideologia è l'applicazione di uno schema mentale alla realtà, che alla realtà finisce per fare violenza.
E allora, se c'è un motivo valido, in fondo l'unico, per onorare i nostri caduti e per rimanere in Afghanistan, è proprio questo: l'Ideale, la patria, la nazione, l'amore per la propria terra e per i valori che il popolo a cui si appartiene ha trasmesso, e l'impegno per affermare questo ideale, questo amore e questi valori in un paese per troppo tempo schiacciato dalla violenza, dall'oppressione e dal fanatismo. Solo chi è libero può portare la libertà. Questo ci dice la tragedia di Kabul. Questa è la ragione per restarci.
Gianteo Bordero
Finché si continuerà a ridurre la questione della presenza dei nostri soldati in Afghanistan a un mero problema di strategia (sia militare che politica), il livello del dibattito su un tema così drammatico e spinoso rimarrà giocoforza basso. E monco. E nessuno, alla fine, capirà perché i nostri uomini continuino a rimanere in una terra lontana e irta di pericoli, mettendo a rischio ogni giorno l'incolumità e la vita. Se c'è una cosa che si può dire dopo la tragedia di Kabul è che, di fronte alla morte, alla violenza e al terrore, di fronte all'esistenza spezzata dei nostri militari, le discettazioni strategiche non bastano. Perché non si dà la vita per una strategia. E i soldati italiani morti a Kabul, come emerge dal racconto commosso dei loro cari e dei loro famigliari, non erano in Afghanistan per amor di strategia. Ma per amor di patria. Hanno dato la vita per la patria. La nostra e quella di un popolo che faticosamente cerca la piena, vera libertà.
Gli analisti, gli esperti e i professori di geopolitica ci hanno spiegato ieri, e ci spiegheranno nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, ogni aspetto tecnico, tattico e strategico della questione afghana, metteranno sul bilancino i pro e i contro della prosecuzione della nostra missione. Disegneranno scenari, indicheranno possibilità, consiglieranno mosse e contromosse. Ma al popolo italiano, alle mogli, ai figli, ai padri e alle madri, ai parenti delle vittime in primis, ciò che innanzitutto interessa è scoprire il senso più profondo, le ragioni più grandi che giustifichino - nella misura in cui ciò è possibile - il sacrificio della vita nel fiore dell'età, in un paese straniero, in una guerra contro un nemico invisibile. Se esiste, questo senso, se esistono, queste ragioni, che esse vengano dette, ricordate, proclamate dinnanzi all'intera nazione, che ha sete di ascoltare una parola che riporti al centro della scena ciò che veramente conta: il significato di una morte come quella di Roberto, Andrea, Davide, Matteo, Gian Domenico e Massimiliano.
Eroi, si è detto. Ma eroi innanzitutto nella vita, prima ancora che nella morte. Eroi nella normalità e nella generosità del servizio alla loro patria. Eroi e patria, dunque. Ritornano le parole dell'epopea italiana. Le parole del Piave, delle trincee, delle pietraie del Carso, le parole che una dozzinale ideologia internazionalista, pseudo-pacifista e antinazionale ha cancellato per decenni dal vocabolario della nostra storia, della nostra comune coscienza di italiani. Ma che sono scritte, e oggi lo vediamo, nel nostro DNA di popolo, e non possiamo scrollarcele di dosso come se niente fosse, salvo perdere un pezzo di noi stessi, della nostra identità, del nostro essere nazione. Non si tratta di esaltare la guerra, di addolcirne la brutalità, ma di riscoprire che l'uomo non è un mucchio d'ossa senza significato e senza scopo, non è un ammasso di cellule destinate al degrado e alla decomposizione, non è un meccanismo cerebrale finalizzato al calcolo e alla misura del tangibile, ma è capace dell'Ideale, è capace di porre al di sopra della sua stessa esistenza un principio più grande al quale offrire il proprio tempo, il proprio cuore, la propria vita. Ideale - si badi - e non ideologia: tra l'Ideale e l'ideologia c'è la stessa differenza che intercorre tra amore e odio. Sono due principi opposti, perché l'Ideale è qualche cosa che non si sceglie a priori, ma che fa parte delle corde più profonde del nostro essere, e viene a galla come in un'alba di verità e di scoperta di sé, mentre l'ideologia è l'applicazione di uno schema mentale alla realtà, che alla realtà finisce per fare violenza.
E allora, se c'è un motivo valido, in fondo l'unico, per onorare i nostri caduti e per rimanere in Afghanistan, è proprio questo: l'Ideale, la patria, la nazione, l'amore per la propria terra e per i valori che il popolo a cui si appartiene ha trasmesso, e l'impegno per affermare questo ideale, questo amore e questi valori in un paese per troppo tempo schiacciato dalla violenza, dall'oppressione e dal fanatismo. Solo chi è libero può portare la libertà. Questo ci dice la tragedia di Kabul. Questa è la ragione per restarci.
Gianteo Bordero
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martedì 28 luglio 2009
L'IDENTITÀ DELLA NAZIONE
da Ragionpolitica.it del 28 luglio 2009
Festeggiare il 150° anniversario dell'Unità d'Italia non vuol dire soltanto organizzare eventi, mostre, convegni, ma significa anche e soprattutto rimettere al centro dell'attenzione la questione dell'identità nazionale, dell'essere patria, dell'appartenere ad una storia comune. Ridurre tutto il dibattito al problema del calendario delle iniziative e ai relativi finanziamenti significa restringere l'orizzonte al «fare» dimenticandosi dell'«essere», perdendo di vista, in ultima analisi, l'oggetto stesso delle celebrazioni. E' questo il senso dell'intervento (Il Giornale, 26 luglio) con cui il ministro dei Beni Culturali e coordinatore del Popolo della Libertà, Sandro Bondi, ha voluto prendere posizione nel dibattito innescato dall'articolo di Ernesto Galli della Loggia pubblicato sul Corriere della Sera il 20 luglio e intitolato «Noi italiani senza memoria», di cui ha già trattato su queste pagine Raffaele Iannuzzi, il 23 luglio.
Ciò che è prevalso in questo dibattito, accanto ad alcune analisi superficiali e ad altre improntate alla riproposizione di luoghi comuni sulle presunte colpe del «leghismo» nel processo di disgregazione della patria, è stato un pessimismo diffuso circa lo stato di salute del sentimento nazionale degli italiani, dediti - a detta dei più - a coltivare il proprio «orticello» senza curarsi dell'insieme, lasciando campo libero alle tendenze particolaristiche ed egoistiche. Un'analisi che, se da un lato contiene elementi di verità, dall'altro lato rischia - come si suol dire - di gettare via il bambino con l'acqua sporca, non cogliendo gli elementi che ancora oggi consentono di pronunciare la parola «Italia» non come un mero flatus vocis, ma come espressione di una realtà comune e condivisa.
Perciò il ministro Bondi ha sottolineato, nel suo intervento, che se per un verso occorre essere consapevoli «dei nodi insoluti che restano nella storia italiana dalla sua fondazione, tanto che l'identità degli italiani si fortifica per contrasti», per l'altro verso è necessario riconoscere che «nonostante i lai degli intellettuali, l'Italia comunque esiste... Esiste perché trova radici in ambiti prepolitici, come la lingua e il patrimonio culturale e spirituale che abbiamo alle spalle». Insomma, «questa identità è complessa e spesso si fonda per antinomie, ma non per questo è meno solida e non a caso permette da 150 anni che il patto sociale tra italiani ricchi e poveri, del nord e del sud, giovani e vecchi, colti e incolti, resista». Al di là di ogni pessimismo e di ogni disfattismo di maniera sui difetti degli italiani e sulle contraddizioni della loro storia, tutti sono chiamati a prendere atto che persiste, seppur spesso in maniera inconsapevole e non tematizzata, un sentimento d'appartenenza nazionale, l'orgoglio di fare parte di una storia che viene da lontano, la certezza della bontà dei valori che questa storia ci ha trasmesso. Lo abbiamo visto di recente, secondo Bondi, nel dopo-terremoto in Abruzzo, quando sono venuti e galla «segni concreti di un'appartenenza comunitaria a un determinato luogo», con una «solidarietà che spiega e rinnova più di qualunque dichiarazione il sentimento di unità nazionale».
Del resto, se oggi questo sentimento risulta talvolta affievolito, se la parola «patria» viene ritenuta da molti ormai inservibile, è perché negli ultimi decenni la storiografia di sinistra e non solo, in modo del tutto funzionale al mantenimento dell'assetto politico che aveva preso forma in Italia dopo la guerra civile e dopo la Liberazione (con la reciproca legittimazione di democristiani e comunisti imposta da Yalta), ha diffuso la vulgata secondo la quale parlare di nazione e di patria significava perpetrare i fantasmi del Ventennio fascista, e quindi significava minare nelle fondamenta i presupposti dell'arco costituzionale su cui si reggeva il sistema politico post-bellico. Come ha osservato Gianni Baget Bozzo su queste pagine nel gennaio 2007, è stato per merito della «discesa in campo» di Silvio Berlusconi e grazie alla sua decisione di chiamare il nuovo partito «Forza Italia» se il sentimento dell'identità nazionale ha potuto riemergere a un livello politico dopo lunghi anni nei quali esso era stato confinato a un livello privato, da tenere ben nascosto tra le quattro mura di casa: «Quando, nell'82, l'Italia vinse i Mondiali di Spagna, il tricolore si levò spontaneo in molte case e apparve da molti balconi, segno che qualcosa era rimasto di un sentimento che non si riduceva all'ideologia e ai partiti, ma che aveva carne e sangue. Proprio questo fatto indica come il sentimento della propria identità nazionale fosse così delegittimato in Italia da nascondersi dietro il pallone» (detto per inciso, queste parole mostrano chiaramente l'errore di coloro che imputano al Popolo della Libertà una scarsa attenzione al tema dell'identità nazionale).
Per tutti questi motivi il primo compito che spetta agli storici, agli intellettuali, ai politologi in questo frangente, in vista del 150° anniversario dell'Unità d'Italia, dovrebbe essere, secondo il ministro Bondi, quello di «individuare i simboli» dell'identità nazionale, al fine di giungere ad una «memoria condivisa». E' una sfida che va raccolta fino in fondo, mettendo da parte l'idea che bastino i convegni e una pioggia di fondi pubblici a onorare nel migliore dei modi la nostra amata patria.
Gianteo Bordero
Festeggiare il 150° anniversario dell'Unità d'Italia non vuol dire soltanto organizzare eventi, mostre, convegni, ma significa anche e soprattutto rimettere al centro dell'attenzione la questione dell'identità nazionale, dell'essere patria, dell'appartenere ad una storia comune. Ridurre tutto il dibattito al problema del calendario delle iniziative e ai relativi finanziamenti significa restringere l'orizzonte al «fare» dimenticandosi dell'«essere», perdendo di vista, in ultima analisi, l'oggetto stesso delle celebrazioni. E' questo il senso dell'intervento (Il Giornale, 26 luglio) con cui il ministro dei Beni Culturali e coordinatore del Popolo della Libertà, Sandro Bondi, ha voluto prendere posizione nel dibattito innescato dall'articolo di Ernesto Galli della Loggia pubblicato sul Corriere della Sera il 20 luglio e intitolato «Noi italiani senza memoria», di cui ha già trattato su queste pagine Raffaele Iannuzzi, il 23 luglio.
Ciò che è prevalso in questo dibattito, accanto ad alcune analisi superficiali e ad altre improntate alla riproposizione di luoghi comuni sulle presunte colpe del «leghismo» nel processo di disgregazione della patria, è stato un pessimismo diffuso circa lo stato di salute del sentimento nazionale degli italiani, dediti - a detta dei più - a coltivare il proprio «orticello» senza curarsi dell'insieme, lasciando campo libero alle tendenze particolaristiche ed egoistiche. Un'analisi che, se da un lato contiene elementi di verità, dall'altro lato rischia - come si suol dire - di gettare via il bambino con l'acqua sporca, non cogliendo gli elementi che ancora oggi consentono di pronunciare la parola «Italia» non come un mero flatus vocis, ma come espressione di una realtà comune e condivisa.
Perciò il ministro Bondi ha sottolineato, nel suo intervento, che se per un verso occorre essere consapevoli «dei nodi insoluti che restano nella storia italiana dalla sua fondazione, tanto che l'identità degli italiani si fortifica per contrasti», per l'altro verso è necessario riconoscere che «nonostante i lai degli intellettuali, l'Italia comunque esiste... Esiste perché trova radici in ambiti prepolitici, come la lingua e il patrimonio culturale e spirituale che abbiamo alle spalle». Insomma, «questa identità è complessa e spesso si fonda per antinomie, ma non per questo è meno solida e non a caso permette da 150 anni che il patto sociale tra italiani ricchi e poveri, del nord e del sud, giovani e vecchi, colti e incolti, resista». Al di là di ogni pessimismo e di ogni disfattismo di maniera sui difetti degli italiani e sulle contraddizioni della loro storia, tutti sono chiamati a prendere atto che persiste, seppur spesso in maniera inconsapevole e non tematizzata, un sentimento d'appartenenza nazionale, l'orgoglio di fare parte di una storia che viene da lontano, la certezza della bontà dei valori che questa storia ci ha trasmesso. Lo abbiamo visto di recente, secondo Bondi, nel dopo-terremoto in Abruzzo, quando sono venuti e galla «segni concreti di un'appartenenza comunitaria a un determinato luogo», con una «solidarietà che spiega e rinnova più di qualunque dichiarazione il sentimento di unità nazionale».
Del resto, se oggi questo sentimento risulta talvolta affievolito, se la parola «patria» viene ritenuta da molti ormai inservibile, è perché negli ultimi decenni la storiografia di sinistra e non solo, in modo del tutto funzionale al mantenimento dell'assetto politico che aveva preso forma in Italia dopo la guerra civile e dopo la Liberazione (con la reciproca legittimazione di democristiani e comunisti imposta da Yalta), ha diffuso la vulgata secondo la quale parlare di nazione e di patria significava perpetrare i fantasmi del Ventennio fascista, e quindi significava minare nelle fondamenta i presupposti dell'arco costituzionale su cui si reggeva il sistema politico post-bellico. Come ha osservato Gianni Baget Bozzo su queste pagine nel gennaio 2007, è stato per merito della «discesa in campo» di Silvio Berlusconi e grazie alla sua decisione di chiamare il nuovo partito «Forza Italia» se il sentimento dell'identità nazionale ha potuto riemergere a un livello politico dopo lunghi anni nei quali esso era stato confinato a un livello privato, da tenere ben nascosto tra le quattro mura di casa: «Quando, nell'82, l'Italia vinse i Mondiali di Spagna, il tricolore si levò spontaneo in molte case e apparve da molti balconi, segno che qualcosa era rimasto di un sentimento che non si riduceva all'ideologia e ai partiti, ma che aveva carne e sangue. Proprio questo fatto indica come il sentimento della propria identità nazionale fosse così delegittimato in Italia da nascondersi dietro il pallone» (detto per inciso, queste parole mostrano chiaramente l'errore di coloro che imputano al Popolo della Libertà una scarsa attenzione al tema dell'identità nazionale).
Per tutti questi motivi il primo compito che spetta agli storici, agli intellettuali, ai politologi in questo frangente, in vista del 150° anniversario dell'Unità d'Italia, dovrebbe essere, secondo il ministro Bondi, quello di «individuare i simboli» dell'identità nazionale, al fine di giungere ad una «memoria condivisa». E' una sfida che va raccolta fino in fondo, mettendo da parte l'idea che bastino i convegni e una pioggia di fondi pubblici a onorare nel migliore dei modi la nostra amata patria.
Gianteo Bordero
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domenica 19 luglio 2009
UNA SCELTA STRATEGICA
da Ragionpolitica.it del 18 luglio 2009
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, assieme ai ministri del Turismo (Michela Brambilla) e dell'Innovazione e Pubblica Amministrazione (Renato Brunetta) ha presentato mercoledì a Roma il portale ufficiale del turismo italiano, Italia.it. Un'iniziativa che il premier ha definito di «capitale importanza» per rilanciare il nostro sistema turistico e soprattutto per riuscire a far fruttare al meglio, anche in termini di ricadute sul Prodotto Interno Lordo, l'immenso patrimonio artistico, culturale, paesaggistico di cui il nostro paese gode.
La scelta del governo di riproporre un portale che era stato mal utilizzato dal precedente esecutivo di centrosinistra, peraltro dopo un ingente investimento di risorse pubbliche all'uopo dedicate, risponde però anche ad un'esigenza più specificamente politica, sentita come una necessità anche dagli stessi rappresentanti del settore. C'era bisogno, in sostanza, che il governo centrale ponesse un freno alla eccessiva frammentazione delle competenze in materia di turismo. Frammentazione che ha avuto luogo, nel nostro paese, in seguito alla sciagurata riforma del titolo V della Costituzione votata dal centrosinistra nel 2001. Essendo cioè entrato il turismo a far parte delle materie di esclusiva competenza regionale, alla fine è accaduto che si sono creati, in un unico Stato, ben 20 sistemi distinti e per certi versi distanti di promozione e valorizzazione turistica. Il risultato è stato che ogni Ente regionale si è interessato, come si suol dire, soltanto al proprio orticello, senza uno sguardo complessivo sull'Italia.
E' venuta meno, in sostanza, una politica turistica nazionale degna di tal nome, con conseguenze negative anche sul piano economico, che il presidente del Consiglio ha sottolineato nel corso della conferenza stampa di mercoledì. Attenuatasi ora la sbronza regionalista che per molti anni ha impedito al nostro paese di mettere in campo politiche organiche in materie strategiche per il futuro dell'Italia, è giunto il tempo di ragionare in termini di sistema-paese e non più di singolo sistema territoriale. Tutti sono chiamati a comprendere che se il turismo funziona in una Regione non è soltanto grazie ai meriti e alle iniziative più o meno originali di questo o quel «governatore», ma anche e soprattutto perché ad attrarre visitatori, alla fine, è sempre il «marchio» Italia in quanto tale e l'aggettivo «italiano» come sinonimo e garanzia di bellezza, qualità, gusto.
E' proprio per rispondere a questa necessità strategica che il governo Berlusconi ha deciso dapprima di creare un ministero ad hoc per il turismo, affidato a Michela Vittoria Brambilla, e ora di ridare nuova linfa al portale Italia.it, nel cui nome è già contenuto il programma: proporre un punto capace di dare unità e coerenza a ciò che, in questi ultimi anni, non di rado è stato pensato come avulso dal sistama-paese, come una monade autosufficiente. Ora, grazie alle iniziative del governo, si passa da una visone particolaristica ad una visione incentrata sull'interesse nazionale, in coerenza con quanto affermato dal Popolo della Libertà nel programma presentato agli elettori nell'aprile del 2008. Far «rialzare l'Italia» significa anche tornare a ragionare di turismo in una logica di sistema, l'unica capace di rispondere alla sfida della competitività all'interno del mercato globale e la sola a poter far fruttare al meglio l'immenso patrimonio di bellezza che è stato dato in dote al nostro paese, come ha scritto il presidente nel Consiglio nel messaggio di presentazione del portale: «L'Italia è il paese del cielo, del sole, del mare. Un paese magico, capace di incantare e di conquistare il cuore non solo di chi ci vive, ma anche di chi lo visita, di chi lo scopre per la prima volta. Un paese che regala emozioni profonde attraverso i suoi paesaggi, le sue città, i suoi tesori d'arte, i suoi sapori, la sua musica. Un viaggio in Italia, per noi italiani e per chiunque arrivi da ogni parte del mondo, è un viaggio nell'arte e nel bello. L'Italia è magica. Scopritela. Nascerà un grande amore».
Gianteo Bordero
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, assieme ai ministri del Turismo (Michela Brambilla) e dell'Innovazione e Pubblica Amministrazione (Renato Brunetta) ha presentato mercoledì a Roma il portale ufficiale del turismo italiano, Italia.it. Un'iniziativa che il premier ha definito di «capitale importanza» per rilanciare il nostro sistema turistico e soprattutto per riuscire a far fruttare al meglio, anche in termini di ricadute sul Prodotto Interno Lordo, l'immenso patrimonio artistico, culturale, paesaggistico di cui il nostro paese gode.
La scelta del governo di riproporre un portale che era stato mal utilizzato dal precedente esecutivo di centrosinistra, peraltro dopo un ingente investimento di risorse pubbliche all'uopo dedicate, risponde però anche ad un'esigenza più specificamente politica, sentita come una necessità anche dagli stessi rappresentanti del settore. C'era bisogno, in sostanza, che il governo centrale ponesse un freno alla eccessiva frammentazione delle competenze in materia di turismo. Frammentazione che ha avuto luogo, nel nostro paese, in seguito alla sciagurata riforma del titolo V della Costituzione votata dal centrosinistra nel 2001. Essendo cioè entrato il turismo a far parte delle materie di esclusiva competenza regionale, alla fine è accaduto che si sono creati, in un unico Stato, ben 20 sistemi distinti e per certi versi distanti di promozione e valorizzazione turistica. Il risultato è stato che ogni Ente regionale si è interessato, come si suol dire, soltanto al proprio orticello, senza uno sguardo complessivo sull'Italia.
E' venuta meno, in sostanza, una politica turistica nazionale degna di tal nome, con conseguenze negative anche sul piano economico, che il presidente del Consiglio ha sottolineato nel corso della conferenza stampa di mercoledì. Attenuatasi ora la sbronza regionalista che per molti anni ha impedito al nostro paese di mettere in campo politiche organiche in materie strategiche per il futuro dell'Italia, è giunto il tempo di ragionare in termini di sistema-paese e non più di singolo sistema territoriale. Tutti sono chiamati a comprendere che se il turismo funziona in una Regione non è soltanto grazie ai meriti e alle iniziative più o meno originali di questo o quel «governatore», ma anche e soprattutto perché ad attrarre visitatori, alla fine, è sempre il «marchio» Italia in quanto tale e l'aggettivo «italiano» come sinonimo e garanzia di bellezza, qualità, gusto.
E' proprio per rispondere a questa necessità strategica che il governo Berlusconi ha deciso dapprima di creare un ministero ad hoc per il turismo, affidato a Michela Vittoria Brambilla, e ora di ridare nuova linfa al portale Italia.it, nel cui nome è già contenuto il programma: proporre un punto capace di dare unità e coerenza a ciò che, in questi ultimi anni, non di rado è stato pensato come avulso dal sistama-paese, come una monade autosufficiente. Ora, grazie alle iniziative del governo, si passa da una visone particolaristica ad una visione incentrata sull'interesse nazionale, in coerenza con quanto affermato dal Popolo della Libertà nel programma presentato agli elettori nell'aprile del 2008. Far «rialzare l'Italia» significa anche tornare a ragionare di turismo in una logica di sistema, l'unica capace di rispondere alla sfida della competitività all'interno del mercato globale e la sola a poter far fruttare al meglio l'immenso patrimonio di bellezza che è stato dato in dote al nostro paese, come ha scritto il presidente nel Consiglio nel messaggio di presentazione del portale: «L'Italia è il paese del cielo, del sole, del mare. Un paese magico, capace di incantare e di conquistare il cuore non solo di chi ci vive, ma anche di chi lo visita, di chi lo scopre per la prima volta. Un paese che regala emozioni profonde attraverso i suoi paesaggi, le sue città, i suoi tesori d'arte, i suoi sapori, la sua musica. Un viaggio in Italia, per noi italiani e per chiunque arrivi da ogni parte del mondo, è un viaggio nell'arte e nel bello. L'Italia è magica. Scopritela. Nascerà un grande amore».
Gianteo Bordero
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sabato 18 aprile 2009
COSÌ IL GOVERNO VUOLE SALVARE IL PATRIMONIO ARTISTICO ABRUZZESE
da Ragionpolitica.it del 18 aprile 2009
Una delle ferite più profonde che il terremoto del 6 aprile ha inferto alla città dell'Aquila e ai paesi limitrofi è sicuramente quella relativa ai beni artistici e culturali, di cui la terra abruzzese è così ricca. Già le prime immagini del dopo-sisma mostravano chiese sventrate, campanili collassati su se stessi, edifici storici gravemente lesionati. Opere senza prezzo, che portano su di sé il peso dei secoli e della storia, chiara testimonianza della ricchezza e della vitalità della civiltà italiana. Opere che tutto il mondo ci invidia, meta del turismo culturale proveniente da tutti i continenti. Per tutti questi motivi il restauro, il recupero, la ristrutturazione di questo inestimabile patrimonio nazionale rappresentano una delle priorità per la fase di ricostruzione.
Sin dal giorno del sisma il ministero dei Beni Culturali ha parlato di un autentico «disastro»: ad una prima e sommaria ricognizione non potevano sfuggire allo sguardo il crollo del campanile della chiesa di San Bernardino, della cupola della chiesa di Santa Maria delle Anime, del transetto della basilica di Collemaggio che ospita le reliquie del Papa Celestino V (miracolosamente intatte), del cupolino della chiesa di Sant'Agostino, di parti del palazzo della Prefettura. Inoltre, risultavano da subito inagibili il Museo nazionale d'Abruzzo, le due Soprintendenze ai beni architettonici e artistici, tutti ospitati all'interno della fortezza spagnola dell'Aquila. A sole poche ore di distanza dalla scossa delle 3.32 del 6 aprile il ministero ha quindi costituito una task force di tecnici con alle spalle l'esperienza del dopo-terremoto umbro del 1997; ha individuato un ricovero per le opere recuperate dagli edifici di culto pericolanti; ha attivato uno scrupoloso monitoraggio di tutti i musei, i monumenti e i siti archeologici della zona colpita dal sisma.
Il 7 aprile, in un comunicato, il ministro Sandro Bondi ha annunciato l'impegno suo e del governo «affinché quanto del nostro patrimonio artistico è stato distrutto o danneggiato possa essere al più presto restituito agli abitanti delle zone colpite. Per questo motivo, utilizzeremo tutti i fondi a nostra disposizione per avviare al più presto ogni intervento di ricostruzione dove è ancora possibile». Secondo il ministro «proprio nei momenti più bui in cui tutto appare perso e senza senso, lo Stato deve mostrare la propria forte presenza ponendo attenzione anche su quei simboli dell'arte e della storia nei quali si esalta la nostra identità di popolo». Nello stesso comunicato Bondi rendeva noto che, «considerando prioritaria l'opera di soccorso delle vittime e per non intralciare il lavoro dei tecnici», si sarebbe recato in Abruzzo «quando il sottosegretario per la Protezione Civile, Guido Bertolaso, lo riterrà opportuno».
L'8 aprile, dando seguito ad alcune dichiarazioni del presidente del Consiglio, il ministro ha incaricato il suo Ufficio legislativo di elaborare, d'intesa con il Dipartimento per la Protezione Civile, una norma per facilitare il più possibile le donazioni da parte di privati e di istituzioni nazionali e internazionali per il restauro dei monumenti danneggiati. Il 14, a tal fine, ha attivato un conto corrente postale, con la causale «Salviamo l'arte in Abruzzo». Il giorno successivo il ministero ha annunciato, in affiancamento alle altre iniziative messe in campo, una raccolta fondi ad offerta libera, presso i luoghi d'arte aperti gratuitamente al pubblico in occasione della XI Settimana della Cultura, che si svolgerà dal 18 al 26 del mese corrente.
Giovedì, finalmente, è giunto il giorno della visita del ministro Bondi ai luoghi colpiti dal terremoto (visita che d'ora in poi avrà luogo con cadenza settimanale). Il responsabile dei Beni Culturali ha così potuto constatare di persona l'entità dei danni prodotti dal sisma al patrimonio artistico aquilano. In conferenza stampa, Bondi ha annunciato lo stanziamento, nella prossima riunione del Consiglio dei ministri, di 50 milioni di euro. Una cifra alla quale vanno aggiunti i 15 milioni già stanziati l'8 aprile per il sistema museale dell'Aquila. Il ministro ha precisato che si tratta dei primi fondi, quelli necessari per l'emergenza, ossia per la messa in sicurezza degli edifici artistici pericolanti, sui quali occorre intervenire tempestivamente onde evitarne il crollo. Per le restanti opere, il lavoro di recupero sarà lungo e complesso. A tal fine il ministero sta già pensando ad uno stretto coordinamento con la Chiesa Italiana per ciò che concerne gli edifici di culto; inoltre, come ha reso noto lo stesso Bondi, ospite in serata di Porta a Porta, all'Aquila verrà impiantata una succursale dell'Istituto nazionale di restauro (considerato uno dei migliori al mondo) per seguire da vicino la fase del recupero dei beni artistici colpiti dalla furia della terra.
Il ministro, durante la sua visita, ha infine annunciato che al più presto sarà approntata la lista delle opere che potrà essere sottoposta all'attenzione degli Stati amici dell'Italia che hanno già manifestato l'intenzione di impegnarsi economicamente per la ricostruzione. Il presidente del Consiglio, presente anch'egli all'Aquila, ha specificato che «dove non arriveranno gli amici, lo Stato italiano interverrà con un suo programma tempestivo, con le date di inizio e di fine lavori scritte sui cartelli appesi nei cantieri». Insomma, anche sul fronte del patrimonio artistico l'impegno del governo per fronteggiare il dopo-terremoto è massimo: l'esecutivo farà ogni cosa in suo potere per recuperare i tesori abruzzesi e restituirli al loro splendore.
Gianteo Bordero
Una delle ferite più profonde che il terremoto del 6 aprile ha inferto alla città dell'Aquila e ai paesi limitrofi è sicuramente quella relativa ai beni artistici e culturali, di cui la terra abruzzese è così ricca. Già le prime immagini del dopo-sisma mostravano chiese sventrate, campanili collassati su se stessi, edifici storici gravemente lesionati. Opere senza prezzo, che portano su di sé il peso dei secoli e della storia, chiara testimonianza della ricchezza e della vitalità della civiltà italiana. Opere che tutto il mondo ci invidia, meta del turismo culturale proveniente da tutti i continenti. Per tutti questi motivi il restauro, il recupero, la ristrutturazione di questo inestimabile patrimonio nazionale rappresentano una delle priorità per la fase di ricostruzione.
Sin dal giorno del sisma il ministero dei Beni Culturali ha parlato di un autentico «disastro»: ad una prima e sommaria ricognizione non potevano sfuggire allo sguardo il crollo del campanile della chiesa di San Bernardino, della cupola della chiesa di Santa Maria delle Anime, del transetto della basilica di Collemaggio che ospita le reliquie del Papa Celestino V (miracolosamente intatte), del cupolino della chiesa di Sant'Agostino, di parti del palazzo della Prefettura. Inoltre, risultavano da subito inagibili il Museo nazionale d'Abruzzo, le due Soprintendenze ai beni architettonici e artistici, tutti ospitati all'interno della fortezza spagnola dell'Aquila. A sole poche ore di distanza dalla scossa delle 3.32 del 6 aprile il ministero ha quindi costituito una task force di tecnici con alle spalle l'esperienza del dopo-terremoto umbro del 1997; ha individuato un ricovero per le opere recuperate dagli edifici di culto pericolanti; ha attivato uno scrupoloso monitoraggio di tutti i musei, i monumenti e i siti archeologici della zona colpita dal sisma.
Il 7 aprile, in un comunicato, il ministro Sandro Bondi ha annunciato l'impegno suo e del governo «affinché quanto del nostro patrimonio artistico è stato distrutto o danneggiato possa essere al più presto restituito agli abitanti delle zone colpite. Per questo motivo, utilizzeremo tutti i fondi a nostra disposizione per avviare al più presto ogni intervento di ricostruzione dove è ancora possibile». Secondo il ministro «proprio nei momenti più bui in cui tutto appare perso e senza senso, lo Stato deve mostrare la propria forte presenza ponendo attenzione anche su quei simboli dell'arte e della storia nei quali si esalta la nostra identità di popolo». Nello stesso comunicato Bondi rendeva noto che, «considerando prioritaria l'opera di soccorso delle vittime e per non intralciare il lavoro dei tecnici», si sarebbe recato in Abruzzo «quando il sottosegretario per la Protezione Civile, Guido Bertolaso, lo riterrà opportuno».
L'8 aprile, dando seguito ad alcune dichiarazioni del presidente del Consiglio, il ministro ha incaricato il suo Ufficio legislativo di elaborare, d'intesa con il Dipartimento per la Protezione Civile, una norma per facilitare il più possibile le donazioni da parte di privati e di istituzioni nazionali e internazionali per il restauro dei monumenti danneggiati. Il 14, a tal fine, ha attivato un conto corrente postale, con la causale «Salviamo l'arte in Abruzzo». Il giorno successivo il ministero ha annunciato, in affiancamento alle altre iniziative messe in campo, una raccolta fondi ad offerta libera, presso i luoghi d'arte aperti gratuitamente al pubblico in occasione della XI Settimana della Cultura, che si svolgerà dal 18 al 26 del mese corrente.
Giovedì, finalmente, è giunto il giorno della visita del ministro Bondi ai luoghi colpiti dal terremoto (visita che d'ora in poi avrà luogo con cadenza settimanale). Il responsabile dei Beni Culturali ha così potuto constatare di persona l'entità dei danni prodotti dal sisma al patrimonio artistico aquilano. In conferenza stampa, Bondi ha annunciato lo stanziamento, nella prossima riunione del Consiglio dei ministri, di 50 milioni di euro. Una cifra alla quale vanno aggiunti i 15 milioni già stanziati l'8 aprile per il sistema museale dell'Aquila. Il ministro ha precisato che si tratta dei primi fondi, quelli necessari per l'emergenza, ossia per la messa in sicurezza degli edifici artistici pericolanti, sui quali occorre intervenire tempestivamente onde evitarne il crollo. Per le restanti opere, il lavoro di recupero sarà lungo e complesso. A tal fine il ministero sta già pensando ad uno stretto coordinamento con la Chiesa Italiana per ciò che concerne gli edifici di culto; inoltre, come ha reso noto lo stesso Bondi, ospite in serata di Porta a Porta, all'Aquila verrà impiantata una succursale dell'Istituto nazionale di restauro (considerato uno dei migliori al mondo) per seguire da vicino la fase del recupero dei beni artistici colpiti dalla furia della terra.
Il ministro, durante la sua visita, ha infine annunciato che al più presto sarà approntata la lista delle opere che potrà essere sottoposta all'attenzione degli Stati amici dell'Italia che hanno già manifestato l'intenzione di impegnarsi economicamente per la ricostruzione. Il presidente del Consiglio, presente anch'egli all'Aquila, ha specificato che «dove non arriveranno gli amici, lo Stato italiano interverrà con un suo programma tempestivo, con le date di inizio e di fine lavori scritte sui cartelli appesi nei cantieri». Insomma, anche sul fronte del patrimonio artistico l'impegno del governo per fronteggiare il dopo-terremoto è massimo: l'esecutivo farà ogni cosa in suo potere per recuperare i tesori abruzzesi e restituirli al loro splendore.
Gianteo Bordero
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giovedì 16 aprile 2009
GLI ALTRI SCIACALLI
da Ragionpolitica.it del 16 aprile 2009
Non ci sono soltanto gli sciacalli che cercano di intrufolarsi nelle case lasciate vuote dai terremotati per arraffare l'arraffabile e fare bottino pieno sulla pelle già martoriata degli sfollati. Ci sono anche gli sciacalli che, pur non rubando soldi e gioielli, provano anch'essi a portare via qualche cosa di prezioso: l'anima buona di una nazione che in questi giorni terribili del dopo-sisma ha dato prova straordinaria di generosità, di capacità di dedizione, di disponibilità al sacrificio per l'altro. E ad aggravare la questione c'è il fatto che questo tipo di sciacallaggio viene foraggiato con i soldi pubblici appannaggio della Tv di Stato, quindi con i denari degli stessi italiani che hanno mostrato di preferire, ai teoremi di certe trasmissioni televisive, la concretezza di una gara di solidarietà davvero senza precedenti nel nostro paese.
Capiamo bene che raccontare la realtà e arrendersi di fronte all'evidenza di una sanità morale del popolo italiano significherebbe, per certi conduttori e commentatori, alzare bandiera bianca e riconoscere il fallimento di anni e anni di impegno ideologico finalizzato a dimostrare la pochezza civile, la bassezza etica, il malcostume che regnerebbero sovrani nel Belpaese. Significherebbe ammettere che quasi due decenni di trasmissioni, inchieste e scoop non sono serviti a «educare» gli italiani, ad innalzare il livello qualitativo della loro coscienza civica, a raddrizzare le storture prodotte dal sedimentarsi, sul suolo patrio, della cultura popolare e cattolica.
Eppure ci sono momenti in cui tutti dovrebbero fermarsi, almeno per un attimo, facendo lo sforzo di rimuovere dagli occhi le lenti deformanti del preconcetto e dell'ideologia. Per guardare in faccia ciò che accade. Per ascoltare la voce del dramma senza soffocarla col suono assordante dei tamburi di guerra contro il Governo, contro la Protezione Civile, contro lo Stato. Per onorare il dolore composto di chi piange i suoi cari. Per rispettare, a pochi minuti dall'inizio della giornata di lutto nazionale, un paese stretto attorno a chi è stato colpito dalla furia del sisma.
Invece, continuare a combattere la propria battaglia anche nelle ore in cui duecento bare vengono allineate sul terreno di un grande piazzale per ricevere l'estremo, straziante ultimo saluto dai famigliari, dagli amici, dai connazionali; nelle ore in cui è massimo lo sforzo dei soccorritori e dei volontari per riuscire ad estrarre dalle macerie, correndo non pochi pericoli, gli ultimi sopravvissuti al crollo degli edifici; nelle ore in cui si moltiplicano gli episodi di semplice ma coraggioso aiuto a chi è nella difficoltà. Continuare a cannoneggiare contro il nemico anche quando è colpito dalla tragedia e dal lutto. Continuare a fare tutto questo, come se niente fosse accaduto, è veramente il segno di un cinismo senza limiti e senza confini, la cui unica conseguenza non può che essere quella dello sciacallaggio ai danni non di una casa, di un negozio e di beni materiali, ma dei sentimenti più nobili e profondi di un popolo intero.
E' questo cinismo a lasciare sgomenti sopra ogni altra cosa. Non è tanto una questione di libertà di informazione e di pluralismo. E' soprattutto una questione di umanità e di senso di appartenenza a una storia, a una comunità, a una nazione. Nel momento in cui anche partiti che si combattono quotidianamente senza esclusione di colpi e risparmio di energie stabiliscono una tregua per creare quel senso di unità e solidarietà nazionale necessario per fronteggiare al meglio la fase dell'emergenza (mostrando con ciò che la politica in Italia non è quell'immondezzaio, quella discarica putrescente che molti opinionisti e giornalisti da salotto descrivono), mettere in piedi trasmissioni come quella di Annozero andata in onda lo scorso giovedì significa offendere, più che il Governo e la Protezione Civile, lo stesso popolo italiano, i valori nei quali esso crede. La sua sensibilità e la sua generosità. In una parola, significa offendere l'Italia e tutto ciò che essa è. Per questo, ciò che bisogna contrastare non sono tanto certe pessime trasmissioni, quanto lo spirito anti-italiano, di odio contro la nostra nazione, che esse alimentano, costi quel che costi, passando sopra le macerie e le tragedie.
Gianteo Bordero
Non ci sono soltanto gli sciacalli che cercano di intrufolarsi nelle case lasciate vuote dai terremotati per arraffare l'arraffabile e fare bottino pieno sulla pelle già martoriata degli sfollati. Ci sono anche gli sciacalli che, pur non rubando soldi e gioielli, provano anch'essi a portare via qualche cosa di prezioso: l'anima buona di una nazione che in questi giorni terribili del dopo-sisma ha dato prova straordinaria di generosità, di capacità di dedizione, di disponibilità al sacrificio per l'altro. E ad aggravare la questione c'è il fatto che questo tipo di sciacallaggio viene foraggiato con i soldi pubblici appannaggio della Tv di Stato, quindi con i denari degli stessi italiani che hanno mostrato di preferire, ai teoremi di certe trasmissioni televisive, la concretezza di una gara di solidarietà davvero senza precedenti nel nostro paese.
Capiamo bene che raccontare la realtà e arrendersi di fronte all'evidenza di una sanità morale del popolo italiano significherebbe, per certi conduttori e commentatori, alzare bandiera bianca e riconoscere il fallimento di anni e anni di impegno ideologico finalizzato a dimostrare la pochezza civile, la bassezza etica, il malcostume che regnerebbero sovrani nel Belpaese. Significherebbe ammettere che quasi due decenni di trasmissioni, inchieste e scoop non sono serviti a «educare» gli italiani, ad innalzare il livello qualitativo della loro coscienza civica, a raddrizzare le storture prodotte dal sedimentarsi, sul suolo patrio, della cultura popolare e cattolica.
Eppure ci sono momenti in cui tutti dovrebbero fermarsi, almeno per un attimo, facendo lo sforzo di rimuovere dagli occhi le lenti deformanti del preconcetto e dell'ideologia. Per guardare in faccia ciò che accade. Per ascoltare la voce del dramma senza soffocarla col suono assordante dei tamburi di guerra contro il Governo, contro la Protezione Civile, contro lo Stato. Per onorare il dolore composto di chi piange i suoi cari. Per rispettare, a pochi minuti dall'inizio della giornata di lutto nazionale, un paese stretto attorno a chi è stato colpito dalla furia del sisma.
Invece, continuare a combattere la propria battaglia anche nelle ore in cui duecento bare vengono allineate sul terreno di un grande piazzale per ricevere l'estremo, straziante ultimo saluto dai famigliari, dagli amici, dai connazionali; nelle ore in cui è massimo lo sforzo dei soccorritori e dei volontari per riuscire ad estrarre dalle macerie, correndo non pochi pericoli, gli ultimi sopravvissuti al crollo degli edifici; nelle ore in cui si moltiplicano gli episodi di semplice ma coraggioso aiuto a chi è nella difficoltà. Continuare a cannoneggiare contro il nemico anche quando è colpito dalla tragedia e dal lutto. Continuare a fare tutto questo, come se niente fosse accaduto, è veramente il segno di un cinismo senza limiti e senza confini, la cui unica conseguenza non può che essere quella dello sciacallaggio ai danni non di una casa, di un negozio e di beni materiali, ma dei sentimenti più nobili e profondi di un popolo intero.
E' questo cinismo a lasciare sgomenti sopra ogni altra cosa. Non è tanto una questione di libertà di informazione e di pluralismo. E' soprattutto una questione di umanità e di senso di appartenenza a una storia, a una comunità, a una nazione. Nel momento in cui anche partiti che si combattono quotidianamente senza esclusione di colpi e risparmio di energie stabiliscono una tregua per creare quel senso di unità e solidarietà nazionale necessario per fronteggiare al meglio la fase dell'emergenza (mostrando con ciò che la politica in Italia non è quell'immondezzaio, quella discarica putrescente che molti opinionisti e giornalisti da salotto descrivono), mettere in piedi trasmissioni come quella di Annozero andata in onda lo scorso giovedì significa offendere, più che il Governo e la Protezione Civile, lo stesso popolo italiano, i valori nei quali esso crede. La sua sensibilità e la sua generosità. In una parola, significa offendere l'Italia e tutto ciò che essa è. Per questo, ciò che bisogna contrastare non sono tanto certe pessime trasmissioni, quanto lo spirito anti-italiano, di odio contro la nostra nazione, che esse alimentano, costi quel che costi, passando sopra le macerie e le tragedie.
Gianteo Bordero
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sabato 11 aprile 2009
IL SENSO DEL POPOLO
da Ragionpolitica.it del 10 aprile 2009
Martedì sera, mentre su Rai3 Pierluigi Bersani predicava sullo scarso - a suo dire - senso civico degli italiani, su molti degli altri canali nazionali continuavano a scorrere le immagini provenienti dall'Abruzzo martoriato dal sisma. Le immagini del salvataggio di Marta, rimasta sotto le macerie per un giorno intero ed estratta viva dopo un lungo, attento e difficile lavoro da parte dei Vigili del Fuoco. Le immagini dei volontari che senza sosta scavavano a mani nude per tirare fuori dai cumuli di mattoni e cemento gli ultimi sopravvissuti o i corpi senza vita degli ultimi dispersi. Le immagini degli uomini della Protezione Civile che si adoperavano per non lasciare soli gli sfollati accampati nelle tende. Le immagini dei medici-clown inviati dal ministro Carfagna per rendere meno amara la giornata dei bambini a cui il terremoto ha strappato la casa, la cameretta dei giochi, il mondo dei sogni. Le immagini di chi, pur essendo rimasto colpito dalla furia della terra, non si è tirato indietro per mettere in salvo chi si trovava nel bisogno e nel pericolo. Insomma, le immagini di un'umanità vera, di una solidarietà, di una generosità e di un coraggio che hanno mostrato la vera tempra, il vero carattere, ciò che di più grande e solido alberga nel profondo dell'animo degli italiani. Il contrario delle accuse mosse da Bersani, salito sul pulpito di Ballarò per puntare il dito contro la flaccidità civica del popolo a cui egli stesso appartiene.
Invece la tragedia dell'Aquila, di Onna, di Paganica, tutto il mare di dolore e di amore, di disperazione e speranza, di pianto e voglia di ricominciare, tutto quello a cui abbiamo assistito e a cui stiamo assistendo, giorno dopo giorno, ora dopo ora, dimostra che quello italiano è un popolo sano, che ha le sue radici ben piantate in una terra che non è quella devastata dal sisma, quella fragile e insicura che può essere spezzata e spazzata via dalla furia del terremoto, ma è la terra solida della storia, delle fatiche degli avi, della carne e del sangue di chi ha costruito ed edificato moralmente e spiritualmente la nostra nazione, i nostri paesi, i nostri borghi. La terra fertile che sta alla base di ogni nuovo inizio, di ogni ripresa dopo il tempo del lutto e delle lacrime, di ogni ricostruzione.
C'è chi ha perso i figli, o i genitori, o i fratelli e le sorelle, o gli amici, oppure chi ha perso tutto insieme. La casa, l'automobile, i frutti di una vita di lavoro, di tanti anni di dedizione, sacrificio e fatica. Chi non ha più nulla e nessuno. Chi ha visto portarsi via il passato e il presente. E che ora si trova di fronte soltanto l'enigma nebuloso ed incerto del futuro. Eppure, laddove tutto consiglierebbe di gridare un nulla che appare vincitore, laddove tutto suggerirebbe di maledire ogni cosa, il cielo e la terra, laddove tutto sembrerebbe indicare la strada del non senso, del niente e del rifiuto rabbioso dell'esistenza, proprio qui rimane accesa una luce, una piccola fiammella di speranza, uno spiraglio di bene in mezzo a tanto, troppo male. Lo dicono gli uomini e le donne accampati nelle tende, sdraiati in un letto d'ospedale dopo essere scampati al peggio, in lacrime al pensiero di tutto ciò che fino all'altro ieri c'era e che oggi non c'è più: dicono che l'importante è non rimanere soli, non essere lasciati soli; dicono che la vicinanza di tante persone, la condivisione del proprio dolore con coloro che gli sono al fianco, l'essere insieme, l'essere abbracciati da un'ondata di fratellanza e di calore umano... dicono che tutto ciò - tutti questi fattori e valori così radicati nel Dna del popolo italiano - sono lo spiraglio che si apre sulla luce dopo tanto buio, sono la spinta per andare avanti, per restare attaccati alla vita oggi e per ricostruire domani.
Un grande italiano, un grande narratore dello spirito del nostro popolo, Giovannino Guareschi, nell'adattamento cinematografico di uno dei suoi racconti del «Mondo Piccolo», quando tutto il paese è costretto a sfollare a causa dell'esondazione del fiume, ci ha lasciato, nelle parole di don Camillo che rimane nella sua Chiesa allagata per celebrare la Messa della domenica, una testimonianza che merita oggi di essere ricordata e che vale più di tanti commenti: «Non è la prima volta che il fiume invade le nostre case. Un giorno, però, le acque si ritireranno ed il sole ritornerà a splendere. Allora ci ricorderemo della fratellanza che ci ha unito in queste ore terribili e con la tenacia che Dio ci ha dato ricominceremo a lottare, perché il sole sia più splendente, perché i fiori siano più belli».
Gianteo Bordero
Martedì sera, mentre su Rai3 Pierluigi Bersani predicava sullo scarso - a suo dire - senso civico degli italiani, su molti degli altri canali nazionali continuavano a scorrere le immagini provenienti dall'Abruzzo martoriato dal sisma. Le immagini del salvataggio di Marta, rimasta sotto le macerie per un giorno intero ed estratta viva dopo un lungo, attento e difficile lavoro da parte dei Vigili del Fuoco. Le immagini dei volontari che senza sosta scavavano a mani nude per tirare fuori dai cumuli di mattoni e cemento gli ultimi sopravvissuti o i corpi senza vita degli ultimi dispersi. Le immagini degli uomini della Protezione Civile che si adoperavano per non lasciare soli gli sfollati accampati nelle tende. Le immagini dei medici-clown inviati dal ministro Carfagna per rendere meno amara la giornata dei bambini a cui il terremoto ha strappato la casa, la cameretta dei giochi, il mondo dei sogni. Le immagini di chi, pur essendo rimasto colpito dalla furia della terra, non si è tirato indietro per mettere in salvo chi si trovava nel bisogno e nel pericolo. Insomma, le immagini di un'umanità vera, di una solidarietà, di una generosità e di un coraggio che hanno mostrato la vera tempra, il vero carattere, ciò che di più grande e solido alberga nel profondo dell'animo degli italiani. Il contrario delle accuse mosse da Bersani, salito sul pulpito di Ballarò per puntare il dito contro la flaccidità civica del popolo a cui egli stesso appartiene.
Invece la tragedia dell'Aquila, di Onna, di Paganica, tutto il mare di dolore e di amore, di disperazione e speranza, di pianto e voglia di ricominciare, tutto quello a cui abbiamo assistito e a cui stiamo assistendo, giorno dopo giorno, ora dopo ora, dimostra che quello italiano è un popolo sano, che ha le sue radici ben piantate in una terra che non è quella devastata dal sisma, quella fragile e insicura che può essere spezzata e spazzata via dalla furia del terremoto, ma è la terra solida della storia, delle fatiche degli avi, della carne e del sangue di chi ha costruito ed edificato moralmente e spiritualmente la nostra nazione, i nostri paesi, i nostri borghi. La terra fertile che sta alla base di ogni nuovo inizio, di ogni ripresa dopo il tempo del lutto e delle lacrime, di ogni ricostruzione.
C'è chi ha perso i figli, o i genitori, o i fratelli e le sorelle, o gli amici, oppure chi ha perso tutto insieme. La casa, l'automobile, i frutti di una vita di lavoro, di tanti anni di dedizione, sacrificio e fatica. Chi non ha più nulla e nessuno. Chi ha visto portarsi via il passato e il presente. E che ora si trova di fronte soltanto l'enigma nebuloso ed incerto del futuro. Eppure, laddove tutto consiglierebbe di gridare un nulla che appare vincitore, laddove tutto suggerirebbe di maledire ogni cosa, il cielo e la terra, laddove tutto sembrerebbe indicare la strada del non senso, del niente e del rifiuto rabbioso dell'esistenza, proprio qui rimane accesa una luce, una piccola fiammella di speranza, uno spiraglio di bene in mezzo a tanto, troppo male. Lo dicono gli uomini e le donne accampati nelle tende, sdraiati in un letto d'ospedale dopo essere scampati al peggio, in lacrime al pensiero di tutto ciò che fino all'altro ieri c'era e che oggi non c'è più: dicono che l'importante è non rimanere soli, non essere lasciati soli; dicono che la vicinanza di tante persone, la condivisione del proprio dolore con coloro che gli sono al fianco, l'essere insieme, l'essere abbracciati da un'ondata di fratellanza e di calore umano... dicono che tutto ciò - tutti questi fattori e valori così radicati nel Dna del popolo italiano - sono lo spiraglio che si apre sulla luce dopo tanto buio, sono la spinta per andare avanti, per restare attaccati alla vita oggi e per ricostruire domani.
Un grande italiano, un grande narratore dello spirito del nostro popolo, Giovannino Guareschi, nell'adattamento cinematografico di uno dei suoi racconti del «Mondo Piccolo», quando tutto il paese è costretto a sfollare a causa dell'esondazione del fiume, ci ha lasciato, nelle parole di don Camillo che rimane nella sua Chiesa allagata per celebrare la Messa della domenica, una testimonianza che merita oggi di essere ricordata e che vale più di tanti commenti: «Non è la prima volta che il fiume invade le nostre case. Un giorno, però, le acque si ritireranno ed il sole ritornerà a splendere. Allora ci ricorderemo della fratellanza che ci ha unito in queste ore terribili e con la tenacia che Dio ci ha dato ricominceremo a lottare, perché il sole sia più splendente, perché i fiori siano più belli».
Gianteo Bordero
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sabato 28 febbraio 2009
LA SCUOLA, IL BULLISMO E IL SESSANTOTTO
da Ragionpolitica.it del 28 febbraio 2009
E' comparso in questi giorni su YouTube un video a suo modo shoccante, girato prima di Natale in una scuola di Rho, l'istituto tecnico Cannizzaro, da alcuni studenti dediti a riprendere le loro «imprese» vandaliche all'interno dell'aula durante il cambio d'ora: sedie gettate a terra, bottiglie lanciate dalla finestra, pareti deturpate. Fin qui niente di nuovo rispetto a molti altri filmati a cui, purtroppo, abbiamo quasi fatto il callo, e che dimostrano a quale punto di degrado si sia permesso che la scuola arrivasse, a quale infimo livello di assenza di serietà e autorevolezza, a quale stato di incuria educativa - fermo restando che, per quanto riguarda quest'ultimo punto, responsabilità importanti ricadono anche sulle famiglie.
La poco edificante «novità» del video inserito in rete dagli studenti lombardi è che i protagonisti, per dare un inquietante «tocco di originalità» al loro bullismo, non accontentandosi di emulare le gesta di altri loro colleghi, hanno preso a incendiare il crocifisso appeso alla parete dell'aula. Nel breve filmato si possono osservare i devastatori che, vedendo che il legno stenta ad infiammarsi, incitano il compagno con l'accendino, e non appena la croce iniziare a bruciare esplodono in un tripudio di «gioia»... Poi il video si interrompe.
Come detto, questo filmato, di per sé, non aggiunge nulla di nuovo a quanto già sapevamo circa il fenomeno del bullismo nelle scuole, contro il quale si è impegnata sin dall'inizio del suo mandato, e non senza conseguire risultati, il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, determinata a dare un sacrosanto e quanto mai necessario giro di vite finalizzato a ripristinare nelle scuole italiane la disciplina, il decoro, la serietà e le nozioni di base dell'educazione civica, anche grazie alla rinnovata importanza restituita al voto in condotta, che è tornato ad essere discrimine per essere promossi o bocciati.
Quello che colpisce, nel video girato nell'istituto rhodense, è la rappresentazione plastica delle ragioni che stanno alla base di quel terribile vuoto che sembra tragicamente cingere d'assedio le vite quotidiane di tanti giovani italiani. Non si tratta soltanto di quella che viene comunemente chiamata «assenza di valori», che è spesso un modo ipocrita con il quale il radicalismo chic prende le distanze da quella che ritiene essere la «feccia» della società. Più in profondità, occorre riconoscere che se siamo arrivati a questo punto è anche perché - e, forse, proprio perché - la cultura dominante negli ultimi decenni, diciamo dal '68 in poi, ha sovvertito non tanto i «valori» nella loro astrattezza, ma la tradizione sulla quale il nostro popolo si era da secoli fondato per organizzare la sua convivenza.
E la scuola è stata drammaticamente al centro di questa destrutturazione (spirituale, culturale e pedagogica) della tradizione italiana, teorizzata e alacremente perseguita dai nuovi guru dell'intellighenzia sessantottina. La parola d'ordine è divenuta il rifiuto dell'autorità, accompagnata dal rigetto di tutto ciò che sapeva di legami con un passato che ci si voleva lasciare alle spalle nel nome di un futuro radioso all'insegna della «vera libertà». Così anche l'educazione non ha più voluto significare il radicamento in una storia, in un'esperienza di popolo, in una cultura che porta con sé il respiro dei secoli, ma è divenuta il momento della «liberazione»: dai tabù, dai poteri costituiti, dai dogmi, dai vincoli, dalla morale ereditata dai nonni...
Questo è ciò che nella scuola (e più in generale nello spazio pubblico) si è respirato per trent'anni, ogni giorno, ed era inevitabile che i risultati fossero quelli che oggi tutti abbiamo sotto gli occhi. Ma il caso di Rho ci ricorda un dato in più: se vi è stata la perdita di autorevolezza, di credibilità, di serietà e, in fondo, di senso della scuola - una perdita di cui le varie e sfaccettate forme di bullismo sono conseguenza - è perché, in fondo, si è deciso di gettare nel dimenticatoio, prima ancora che i valori, l'educazione e il decoro, ciò che per secoli quei valori, quell'educazione e quel decoro ha fondato e reso fertili: il crocifisso che oggi viene dato alle fiamme dagli eredi della cultura anti-tradizionale, sfociata in un nichilismo disarmante.
Gianteo Bordero
E' comparso in questi giorni su YouTube un video a suo modo shoccante, girato prima di Natale in una scuola di Rho, l'istituto tecnico Cannizzaro, da alcuni studenti dediti a riprendere le loro «imprese» vandaliche all'interno dell'aula durante il cambio d'ora: sedie gettate a terra, bottiglie lanciate dalla finestra, pareti deturpate. Fin qui niente di nuovo rispetto a molti altri filmati a cui, purtroppo, abbiamo quasi fatto il callo, e che dimostrano a quale punto di degrado si sia permesso che la scuola arrivasse, a quale infimo livello di assenza di serietà e autorevolezza, a quale stato di incuria educativa - fermo restando che, per quanto riguarda quest'ultimo punto, responsabilità importanti ricadono anche sulle famiglie.
La poco edificante «novità» del video inserito in rete dagli studenti lombardi è che i protagonisti, per dare un inquietante «tocco di originalità» al loro bullismo, non accontentandosi di emulare le gesta di altri loro colleghi, hanno preso a incendiare il crocifisso appeso alla parete dell'aula. Nel breve filmato si possono osservare i devastatori che, vedendo che il legno stenta ad infiammarsi, incitano il compagno con l'accendino, e non appena la croce iniziare a bruciare esplodono in un tripudio di «gioia»... Poi il video si interrompe.
Come detto, questo filmato, di per sé, non aggiunge nulla di nuovo a quanto già sapevamo circa il fenomeno del bullismo nelle scuole, contro il quale si è impegnata sin dall'inizio del suo mandato, e non senza conseguire risultati, il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, determinata a dare un sacrosanto e quanto mai necessario giro di vite finalizzato a ripristinare nelle scuole italiane la disciplina, il decoro, la serietà e le nozioni di base dell'educazione civica, anche grazie alla rinnovata importanza restituita al voto in condotta, che è tornato ad essere discrimine per essere promossi o bocciati.
Quello che colpisce, nel video girato nell'istituto rhodense, è la rappresentazione plastica delle ragioni che stanno alla base di quel terribile vuoto che sembra tragicamente cingere d'assedio le vite quotidiane di tanti giovani italiani. Non si tratta soltanto di quella che viene comunemente chiamata «assenza di valori», che è spesso un modo ipocrita con il quale il radicalismo chic prende le distanze da quella che ritiene essere la «feccia» della società. Più in profondità, occorre riconoscere che se siamo arrivati a questo punto è anche perché - e, forse, proprio perché - la cultura dominante negli ultimi decenni, diciamo dal '68 in poi, ha sovvertito non tanto i «valori» nella loro astrattezza, ma la tradizione sulla quale il nostro popolo si era da secoli fondato per organizzare la sua convivenza.
E la scuola è stata drammaticamente al centro di questa destrutturazione (spirituale, culturale e pedagogica) della tradizione italiana, teorizzata e alacremente perseguita dai nuovi guru dell'intellighenzia sessantottina. La parola d'ordine è divenuta il rifiuto dell'autorità, accompagnata dal rigetto di tutto ciò che sapeva di legami con un passato che ci si voleva lasciare alle spalle nel nome di un futuro radioso all'insegna della «vera libertà». Così anche l'educazione non ha più voluto significare il radicamento in una storia, in un'esperienza di popolo, in una cultura che porta con sé il respiro dei secoli, ma è divenuta il momento della «liberazione»: dai tabù, dai poteri costituiti, dai dogmi, dai vincoli, dalla morale ereditata dai nonni...
Questo è ciò che nella scuola (e più in generale nello spazio pubblico) si è respirato per trent'anni, ogni giorno, ed era inevitabile che i risultati fossero quelli che oggi tutti abbiamo sotto gli occhi. Ma il caso di Rho ci ricorda un dato in più: se vi è stata la perdita di autorevolezza, di credibilità, di serietà e, in fondo, di senso della scuola - una perdita di cui le varie e sfaccettate forme di bullismo sono conseguenza - è perché, in fondo, si è deciso di gettare nel dimenticatoio, prima ancora che i valori, l'educazione e il decoro, ciò che per secoli quei valori, quell'educazione e quel decoro ha fondato e reso fertili: il crocifisso che oggi viene dato alle fiamme dagli eredi della cultura anti-tradizionale, sfociata in un nichilismo disarmante.
Gianteo Bordero
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domenica 22 febbraio 2009
martedì 10 febbraio 2009
SENZ'ACQUA E SENZA CAREZZE. LA MORTE DI ELUANA
da Ragionpolitica.it del 10 febbraio 2009
Ogni giorno acqua, luce e carezze. Per 14 degli ultimi 17 anni l'esistenza di Eluana Englaro, anche grazie alla dedizione generosa delle Suore Misericordine (nomen omen) di Lecco, è andata avanti poggiando su questi tre sostegni, ciascuno a suo modo vitale: il nutrimento fisico, il calore della realtà, l'affetto delle persone. Per 14 anni Eluana ha vissuto così: mangiando e bevendo (con l'aiuto del sondino, anche se mai ha perso la capacità di deglutire); uscendo, spinta in carrozzella, per la passeggiata in giardino; ricevendo le attenzioni che una donna nel fiore dei suoi anni meritava di ricevere. Per 14 anni la vita di Eluana è dipesa, nella discrezione accogliente della casa di cura «Beato Luigi Talamoni», da questi quasi impercettibili gesti d'amore, piccoli all'apparenza ma grandi nella loro concreta affermazione della bontà dell'esistenza. Per 14 anni Eluana, in stato vegetativo persistente, è stata amata, accolta, accudita come la più degna delle persone, perché è proprio laddove la vita fisica appare più debole, bisognosa e menomata che emerge potente il suo valore incalcolabile. Per 14 anni è stata celebrata ogni giorno, per Eluana, la festa della vita, perché chi apre gli occhi, respira, mangia, beve, tossisce, dorme, è vivo e come tale va trattato. Per 14 anni la stanza e il letto e il cuscino di Eluana, e tutto ciò che attorno ad essi si è svolto, sono stati la vittoria della vita sulla morte.
Anche quando qualcuno ha pensato che quella non fosse più un'esistenza degna; anche quando qualcuno ha iniziato a dire che la vita di Eluana era finita la sera ormai lontana del 18 gennaio 1992; anche quando qualche avvocato senza scrupoli ha cercato in tutti i modi di infilarsi tra le maglie della legge per arrivare ad ottenere una sentenza di morte; anche quando la donna Eluana è divenuta il «caso Eluana», tanto nelle aule di tribunale quanto nei salotti della tv e nelle pagine dei giornali; anche quando gli avvoltoi dei «nuovi diritti» si sono scagliati su Eluana trasformandola, suo malgrado, nella leva per forzare la porta sbarrata dell'eutanasia; anche quando, per meglio supportare la battaglia per la «dolce morte», su Eluana sono state dette e scritte e ripetute a ogni piè sospinto cose non vere sul suo stato effettivo; anche quando la propaganda potente e strafottente dei dotti, dei sapienti e dei vati del pensiero dominante ha preso campo sul racconto realistico dei fatti; anche quando l'ideologia ha cancellato l'Eluana in carne ed ossa per renderci un'Eluana dipinta ad uso e consumo del nichilismo a la page.
Poi sono venute le sentenze, anzi la sentenza, l'unica che in dieci anni abbia detto sì alla «richiesta» di papà Beppino. L'inizio della fine. La condanna a morte. E poi la ricerca della «struttura», non più una casa dolce, sicura e accogliente, ma un freddo spazio di «attuazione del protocollo». E poi la notte del viaggio che ha portato via Eluana dal suo mondo, cioè dall'acqua, dalla luce e dalle carezze. Da Lecco a Udine. Dalle Misericordine alla «Quiete». Dalla casa della vita alla casa della morte. E poi il professor Amato De Monte, anestesista, che fa il viaggio in ambulanza, rimane sconvolto perché forse capisce che Eluana non è un «sacco di patate», come qualcuno l'aveva descritta, e che soffrirà, eppure davanti alle telecamere, per rassicurare innanzitutto se stesso, dichiara: «E' morta 17 anni fa». E poi il presidente della Repubblica che non firma il decreto sacrosanto e coraggioso del governo per salvare la vita di Eluana. E poi gli ultimi giorni. Niente più acqua né cibo. Niente più sole del giardino. Niente più coccole e tenerezze delle suore. E poi l'ultimo, disperato tentativo del presidente del Consiglio e del ministro Sacconi, la corsa contro il tempo per approvare il disegno di legge.
E poi la notizia che arriva, fredda come una lama. Una riga d'agenzia: Eluana è morta. Se n'è andata prima del previsto, dicono. Al capezzale non c'era papà Beppino, non c'era la mamma Saturna. Non c'erano le Misericordine. Non c'era l'affetto, ma solo l'effetto tragico e crudele del «protocollo» di morte. La sentenza è eseguita. Summus ius, summa iniuria. Più che il diritto di morte, è la morte del diritto.
Così ieri sera, per la prima volta dopo 14 anni, Eluana non si è addormentata tra le carezze piene di bellezza e di verità delle suore. Per tanti di coloro che hanno voluto e cercato e combattuto per arrivare a questo punto, è la fine di tutto (nichilismo chiama nichilismo). Per quelli che hanno tenuto accesa una luce nelle loro case e nelle strade in segno di speranza, piccole fiammelle di un'Italia che ama e rispetta e difende la vita, è l'inizio di un nuovo cammino e di una nuova tenerezza. Come ha detto l'«ateo laico molto imprudente» (così s'è definito lui) Enzo Jannacci al Corriere della Sera qualche giorno fa: «Interrompere una vita è allucinante e bestiale. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza». E' questa carezza che da ieri sera custodisce Eluana. La cinica cattiveria degli uomini ha infierito abbastanza su di lei.
Gianteo Bordero
Ogni giorno acqua, luce e carezze. Per 14 degli ultimi 17 anni l'esistenza di Eluana Englaro, anche grazie alla dedizione generosa delle Suore Misericordine (nomen omen) di Lecco, è andata avanti poggiando su questi tre sostegni, ciascuno a suo modo vitale: il nutrimento fisico, il calore della realtà, l'affetto delle persone. Per 14 anni Eluana ha vissuto così: mangiando e bevendo (con l'aiuto del sondino, anche se mai ha perso la capacità di deglutire); uscendo, spinta in carrozzella, per la passeggiata in giardino; ricevendo le attenzioni che una donna nel fiore dei suoi anni meritava di ricevere. Per 14 anni la vita di Eluana è dipesa, nella discrezione accogliente della casa di cura «Beato Luigi Talamoni», da questi quasi impercettibili gesti d'amore, piccoli all'apparenza ma grandi nella loro concreta affermazione della bontà dell'esistenza. Per 14 anni Eluana, in stato vegetativo persistente, è stata amata, accolta, accudita come la più degna delle persone, perché è proprio laddove la vita fisica appare più debole, bisognosa e menomata che emerge potente il suo valore incalcolabile. Per 14 anni è stata celebrata ogni giorno, per Eluana, la festa della vita, perché chi apre gli occhi, respira, mangia, beve, tossisce, dorme, è vivo e come tale va trattato. Per 14 anni la stanza e il letto e il cuscino di Eluana, e tutto ciò che attorno ad essi si è svolto, sono stati la vittoria della vita sulla morte.
Anche quando qualcuno ha pensato che quella non fosse più un'esistenza degna; anche quando qualcuno ha iniziato a dire che la vita di Eluana era finita la sera ormai lontana del 18 gennaio 1992; anche quando qualche avvocato senza scrupoli ha cercato in tutti i modi di infilarsi tra le maglie della legge per arrivare ad ottenere una sentenza di morte; anche quando la donna Eluana è divenuta il «caso Eluana», tanto nelle aule di tribunale quanto nei salotti della tv e nelle pagine dei giornali; anche quando gli avvoltoi dei «nuovi diritti» si sono scagliati su Eluana trasformandola, suo malgrado, nella leva per forzare la porta sbarrata dell'eutanasia; anche quando, per meglio supportare la battaglia per la «dolce morte», su Eluana sono state dette e scritte e ripetute a ogni piè sospinto cose non vere sul suo stato effettivo; anche quando la propaganda potente e strafottente dei dotti, dei sapienti e dei vati del pensiero dominante ha preso campo sul racconto realistico dei fatti; anche quando l'ideologia ha cancellato l'Eluana in carne ed ossa per renderci un'Eluana dipinta ad uso e consumo del nichilismo a la page.
Poi sono venute le sentenze, anzi la sentenza, l'unica che in dieci anni abbia detto sì alla «richiesta» di papà Beppino. L'inizio della fine. La condanna a morte. E poi la ricerca della «struttura», non più una casa dolce, sicura e accogliente, ma un freddo spazio di «attuazione del protocollo». E poi la notte del viaggio che ha portato via Eluana dal suo mondo, cioè dall'acqua, dalla luce e dalle carezze. Da Lecco a Udine. Dalle Misericordine alla «Quiete». Dalla casa della vita alla casa della morte. E poi il professor Amato De Monte, anestesista, che fa il viaggio in ambulanza, rimane sconvolto perché forse capisce che Eluana non è un «sacco di patate», come qualcuno l'aveva descritta, e che soffrirà, eppure davanti alle telecamere, per rassicurare innanzitutto se stesso, dichiara: «E' morta 17 anni fa». E poi il presidente della Repubblica che non firma il decreto sacrosanto e coraggioso del governo per salvare la vita di Eluana. E poi gli ultimi giorni. Niente più acqua né cibo. Niente più sole del giardino. Niente più coccole e tenerezze delle suore. E poi l'ultimo, disperato tentativo del presidente del Consiglio e del ministro Sacconi, la corsa contro il tempo per approvare il disegno di legge.
E poi la notizia che arriva, fredda come una lama. Una riga d'agenzia: Eluana è morta. Se n'è andata prima del previsto, dicono. Al capezzale non c'era papà Beppino, non c'era la mamma Saturna. Non c'erano le Misericordine. Non c'era l'affetto, ma solo l'effetto tragico e crudele del «protocollo» di morte. La sentenza è eseguita. Summus ius, summa iniuria. Più che il diritto di morte, è la morte del diritto.
Così ieri sera, per la prima volta dopo 14 anni, Eluana non si è addormentata tra le carezze piene di bellezza e di verità delle suore. Per tanti di coloro che hanno voluto e cercato e combattuto per arrivare a questo punto, è la fine di tutto (nichilismo chiama nichilismo). Per quelli che hanno tenuto accesa una luce nelle loro case e nelle strade in segno di speranza, piccole fiammelle di un'Italia che ama e rispetta e difende la vita, è l'inizio di un nuovo cammino e di una nuova tenerezza. Come ha detto l'«ateo laico molto imprudente» (così s'è definito lui) Enzo Jannacci al Corriere della Sera qualche giorno fa: «Interrompere una vita è allucinante e bestiale. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza». E' questa carezza che da ieri sera custodisce Eluana. La cinica cattiveria degli uomini ha infierito abbastanza su di lei.
Gianteo Bordero
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mercoledì 3 dicembre 2008
giovedì 14 agosto 2008
I TRIONFI DELL'ITALIA NORMALE
da Ragionpolitica.it del 13 agosto 2008
E' un bel messaggio, e pieno di speranza, quello che gli atleti italiani trasmettono al paese dalla lontana Pechino. Gli ori olimpici ci dicono, in un periodo di vacche magre e di difficoltà economiche, che esiste una strada per rialzarsi; che non bisogna mai arrendersi; che la via della vittoria assomiglia tanto a un sentiero di montagna: il prezzo della meta si chiama fatica, sacrificio, sudore. I volti, le parole e i gesti dei nostri campioni che trionfano e salgono sul gradino più alto del podio non sono quelli dello sport inquinato e spesso sfigurato dalla sovraesposizione mediatica, dal gossip che inghiotte tutto e tutti, dalla mondanità che trasforma un atleta in un fenomeno da baraccone. Sono invece le facce, le espressioni e i movimenti di chi sa quanto è costato il successo in termini di educazione, disciplina, autocontrollo. Altro che i festini notturni, più o meno hard, di calciatori tanto venerati quanto bolliti!
Insomma, a Beijing 2008 vince l'Italia normale. L'Italia dei normali. Degli sconosciuti il cui cognome ci suona nuovo e strano: Tagliariol, Quintavalle, Pellielo, D'Aniello, Granbassi, Guderzo. Alzi la mano chi, al di là degli addetti ai lavori, ne conosceva il nome e le gesta prima dell'altro ieri. Eppure sono loro che tengono in piedi l'onore dell'Italia di fronte al mondo intero, loro che ci proiettano ai primi posti del medagliere olimpico, loro che fanno sventolare il tricolore più in alto delle altre bandiere nazionali. I normali nella gloria, dunque. E i vip nella polvere. Uno su tutti: Aldo Montano, un tempo schermidore sopraffino ed oggi niente più che uomo-copertina da Novella 2000, Chi et similia. Icona di che cosa significhi, letteralmente, adagiarsi sugli allori e vivere di rendita.
Invece, come dicevamo all'inizio, i vincitori dell'oro lanciano dalla Cina un invito inequivocabilmente chiaro: per competere a testa alta con gli avversari, per arrivare nelle prime posizioni, per stupire positivamente se stessi e gli altri non vi è altra strada che quella del sacrificio e del coraggio, della fatica e dell'entusiasmo, del sudore e della passione. Cioè dei valori e dei principi più genuini, più sani, se vogliamo più tradizionali su cui l'umanità da sempre si è basata per costruire le grandi storie, le grandi epopee, le grandi civiltà. E oggi più che mai il nostro paese ha bisogno di vedere, di sentire, di capire che l'unica possibilità di rilancio risiede proprio nel riscoprire questi valori e di questi principi, nel metterli a fondamento concreto del vivere comune, pietre angolari dell'edificio sociale e civile italiano.
I successi degli azzurri a Pechino, insomma, riportano in auge quella virtù così spesso disprezzata e rifiutata che va sotto il nome di umiltà. Umiltà non nel senso deteriore e deteriorato del termine, quello che la fa quasi coincidere con la miseria o la pochezza, ma in quello etimologico, che la lega al vocabolo latino humus. Cioè alla terra e al lavoro necessario per farla fruttificare. E' di questa umiltà che l'Italia ha bisogno: di uno sforzo individuale e comune per far emergere, dal profondo del paese, quell'energia, quella creatività e quel gusto di essere popolo e nazione che possono riportarci in cima al mondo. Come in cima al mondo ci stanno portando i nostri atleti impegnati a Pechino. Gente normale e gente umile. Perché, come diceva Chesterton: «E' l'uomo umile che fa le grandi cose. E' l'uomo umile che fa le cose ardite».
Gianteo Bordero
E' un bel messaggio, e pieno di speranza, quello che gli atleti italiani trasmettono al paese dalla lontana Pechino. Gli ori olimpici ci dicono, in un periodo di vacche magre e di difficoltà economiche, che esiste una strada per rialzarsi; che non bisogna mai arrendersi; che la via della vittoria assomiglia tanto a un sentiero di montagna: il prezzo della meta si chiama fatica, sacrificio, sudore. I volti, le parole e i gesti dei nostri campioni che trionfano e salgono sul gradino più alto del podio non sono quelli dello sport inquinato e spesso sfigurato dalla sovraesposizione mediatica, dal gossip che inghiotte tutto e tutti, dalla mondanità che trasforma un atleta in un fenomeno da baraccone. Sono invece le facce, le espressioni e i movimenti di chi sa quanto è costato il successo in termini di educazione, disciplina, autocontrollo. Altro che i festini notturni, più o meno hard, di calciatori tanto venerati quanto bolliti!
Insomma, a Beijing 2008 vince l'Italia normale. L'Italia dei normali. Degli sconosciuti il cui cognome ci suona nuovo e strano: Tagliariol, Quintavalle, Pellielo, D'Aniello, Granbassi, Guderzo. Alzi la mano chi, al di là degli addetti ai lavori, ne conosceva il nome e le gesta prima dell'altro ieri. Eppure sono loro che tengono in piedi l'onore dell'Italia di fronte al mondo intero, loro che ci proiettano ai primi posti del medagliere olimpico, loro che fanno sventolare il tricolore più in alto delle altre bandiere nazionali. I normali nella gloria, dunque. E i vip nella polvere. Uno su tutti: Aldo Montano, un tempo schermidore sopraffino ed oggi niente più che uomo-copertina da Novella 2000, Chi et similia. Icona di che cosa significhi, letteralmente, adagiarsi sugli allori e vivere di rendita.
Invece, come dicevamo all'inizio, i vincitori dell'oro lanciano dalla Cina un invito inequivocabilmente chiaro: per competere a testa alta con gli avversari, per arrivare nelle prime posizioni, per stupire positivamente se stessi e gli altri non vi è altra strada che quella del sacrificio e del coraggio, della fatica e dell'entusiasmo, del sudore e della passione. Cioè dei valori e dei principi più genuini, più sani, se vogliamo più tradizionali su cui l'umanità da sempre si è basata per costruire le grandi storie, le grandi epopee, le grandi civiltà. E oggi più che mai il nostro paese ha bisogno di vedere, di sentire, di capire che l'unica possibilità di rilancio risiede proprio nel riscoprire questi valori e di questi principi, nel metterli a fondamento concreto del vivere comune, pietre angolari dell'edificio sociale e civile italiano.
I successi degli azzurri a Pechino, insomma, riportano in auge quella virtù così spesso disprezzata e rifiutata che va sotto il nome di umiltà. Umiltà non nel senso deteriore e deteriorato del termine, quello che la fa quasi coincidere con la miseria o la pochezza, ma in quello etimologico, che la lega al vocabolo latino humus. Cioè alla terra e al lavoro necessario per farla fruttificare. E' di questa umiltà che l'Italia ha bisogno: di uno sforzo individuale e comune per far emergere, dal profondo del paese, quell'energia, quella creatività e quel gusto di essere popolo e nazione che possono riportarci in cima al mondo. Come in cima al mondo ci stanno portando i nostri atleti impegnati a Pechino. Gente normale e gente umile. Perché, come diceva Chesterton: «E' l'uomo umile che fa le grandi cose. E' l'uomo umile che fa le cose ardite».
Gianteo Bordero
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