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venerdì 4 giugno 2010

L'ASSASSINIO DI MONSIGNOR LUIGI PADOVESE

da Ragionpolitica.it del 4 giugno 2010

A poco più di quattro anni di distanza dall'uccisione di don Andrea Santoro per mano di un giovane musulmano, un'altra morte violenta sconvolge la piccola comunità cattolica presente in Turchia: questa volta la vittima è monsignor Luigi Padovese, dal 2004 vicario apostolico dell'Anatolia e attuale presidente della Conferenza Episcopale turca. L'assassino è il ventiseienne Murat Altun, da qualche anno autista e collaboratore di Padovese, che ha accoltellato il prelato nel giardino dell'abitazione di Iskenderun, nel sud del paese. Alla polizia, l'omicida avrebbe dichiarato di aver agito dopo aver avuto una «rivelazione divina». L'avvocato del giovane ha affermato che il suo assistito «soffre di turbe mentali» e per questo si trovava da un po' di tempo sotto cura psicologica. Un dato, quest'ultimo, che porterebbe ad escludere il movente religioso o politico, anche se monsignor Ruggero Franceschini, arcivescovo di Smirne, ha dichiarato che la spiegazione dell'omicidio unicamente come il gesto di uno squilibrato non lo convince appieno: «E' un luogo comune - ha detto Franceschini - che era già stato utilizzato per don Andrea Santoro». «Fra i fedeli e il mondo turco - scrive l'autorevole sito missionario Asianews.it - si fa fatica ad accettare la sola tesi della malattia psichica del giovane, divenuta evidente solo qualche mese fa. Diversi attentati negli anni scorsi sono stati compiuti da giovani definiti instabili, rivelatisi poi in legame con gruppi ultranazionalisti e anti-cristiani». Per questo è necessario che le indagini siano approfondite e non liquidino comodamente e sbrigativamente quanto accaduto con il refrain del «gesto isolato di un folle».


In attesa di sviluppi, una riflessione va fatta su un particolare aspetto richiamato da questa vicenda: si tratta del ruolo svolto dai cattolici in una terra difficile come quella turca, in una società che da qualche anno vive al suo interno una significativa tensione tra il tradizionale kemalismo laico inaugurato da Ataturk e i richiami delle sirene dell'islamismo radicale, le quali lanciano un messaggio che oggi sembra fare breccia tra fasce sempre più ampie della popolazione. Il fatto stesso che al governo del paese si trovi un partito di matrice islamica - ancorché «moderata» - come l'Akp di Erdogan e Gul, che in qualche modo ha segnato un punto di rottura con il passato della Repubblica, la dice lunga sulla forza dei venti che soffiano nella società turca in questo momento. Ebbene, in tale contesto la presenza della minoranza cattolica diviene sempre più un «segno di contraddizione», in quanto portatrice di una visione del mondo e della fede profondamente diversa da certe espressioni con cui oggi l'islam si presenta di fronte al mondo.


Una visione del mondo e della fede per comprendere la quale rimangono decisive le parole pronunciate da Benedetto XVI nella celebre lectio magistralis di Ratisbona del 12 settembre 2006. Il Papa, in quell'occasione, mostrò chiaramente che «la violenza è in contrasto con la natura di Dio e con la natura dell'anima» e, riprendendo le espressioni dell'imperatore bizantino Manuele II Paleologo durante un dialogo su cristianesimo e islam con un persiano colto, affermò che «chi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia». Parole che trovano conferma concreta nel modo in cui monsignor Padovese, e prima di lui don Santoro, hanno portato avanti la loro missione in Turchia: come profeti disarmati di una verità che non si impone agli uomini con la spada e la sopraffazione, ma si propone ad essi con la mitezza dell'annuncio, con la disponibilità all'accoglienza, con lo sguardo semplice di chi vuole portare nel mondo l'amore e la pace, non l'odio e la guerra.


Sia don Santoro che monsignor Padovese erano uomini cosiddetti «del dialogo», non nel senso di un irenismo ipocrita e un tanto al chilo, ma nella fedeltà alle parole del Vangelo: «Vi mando come pecore in mezzo ai lupi». Per questo la loro morte violenta in terra musulmana dovrebbe far riflettere ancora di più tutti coloro che immaginano un confronto con l'islam indolore e non problematico. Prendere atto della differenza, cioè della verità, è il primo modo per costruire la pace. Un gesto che a volte si può pagare anche col sangue e con la vita.

Gianteo Bordero

martedì 1 dicembre 2009

I MINARETI, I DIRITTI E LA STORIA

da Ragionpolitica.it del 1° dicembre 2009

Fateci caso: molti di coloro che oggi si stracciano le vesti per il risultato del referendum svizzero sui minareti, affermando che si tratta di una violazione del principio di libertà religiosa, sono gli stessi che, all'indomani della sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo sul crocifisso, plaudirono a tale decisione in nome della medesima libertà religiosa, che sarebbe violata dalla presenza del simbolo del cristianesimo nelle aule scolastiche. In sostanza: la Svizzera che nega la possibilità di costruire nuovi minareti sarebbe da condannare, mentre la Corte europea che vieta l'esposizione del crocifisso negli uffici pubblici da prendere a modello. C'è qualche cosa che non torna in questo modo di ragionare: l'impressione è che, in questa strana Europa dei nostri tempi, il principio della libertà religiosa debba applicarsi a tutti e a tutto fuorché al cristianesimo. Cioè alla religione che ha plasmato la stessa Europa, la sua cultura, la sua civiltà, la sua società, e che ha dato il la alla codificazione di quei diritti di libertà di cui oggi - giustamente - andiamo tutti orgogliosi.


La contraddizione nasce dal fatto che la classe intellettuale europea e il pensiero oggi dominante nelle élites del Vecchio Continente ci hanno abituati ad una concezione dei diritti talmente astratta da perdere di vista la realtà concreta della storia, la vita quotidiana delle persone, le relazioni tra i popoli, tra le culture, tra le religioni. Si pensa cioè di risolvere ogni problema affermando a priori, in via teorica, alcuni principi di libertà, e si ritiene, con ciò, di essersi messi al riparo da ogni conflitto, da ogni scontro, da ogni incomprensione. Si tratta di una forma mentis che, lungi dal raggiungere gli scopi che si prefigge, finisce col produrre esiti contrari a quelli pomposamente annunciati a parole. E' il dramma di quello che il grande Antonio Rosmini definiva «astrattismo», cioè di quell'approccio che sacrifica sull'altare della ragione astratta l'esperienza reale degli uomini e dei popoli, le loro radici spirituali, le loro tradizioni. Col risultato di creare un malcontento e un risentimento popolare diffuso nei confronti di chi tale astrattismo applica con le sue leggi, le sue direttive, le sue sentenze: lo vediamo oggi nel pronunciamento del popolo svizzero contro i minareti e nelle manifestazioni a difesa del crocifisso a cui stiamo assistendo in Italia, e lo abbiamo visto negli anni scorsi nei referendum che hanno bocciato una Costituzione europea priva del richiamo alle radici cristiane.


L'astrattismo applicato alla libertà religiosa, che ha portato con sé, come corollario, l'idea secondo cui ogni religione è buona e nessuna possiede la verità assoluta, ha avuto come conseguenza quella di far perdere di vista il fatto che le religioni non sono dottrine iperuraniche senza alcun addentellato con la realtà, ma si declinano in chiave storica, dando vita a particolari tipi di società, a diverse concezioni della persona e dei suoi diritti, a differenti usi e costumi. Se si avesse l'onestà intellettuale di guardare a tutto ciò senza presumere di essersi messi l'anima in pace attraverso la semplice, formalistica e aprioristica affermazione della libertà religiosa, forse si riuscirebbe anche a capire la differenza che passa tra una moschea e una chiesa, tra un minareto e un campanile. E, soprattutto, si comprenderebbe perché la stessa libertà religiosa è un concetto pressoché sconosciuto all'islam e fatto invece proprio dal cristianesimo.


Si scoprirebbe, così, che quanto più una religione ha il senso della storia e della realtà umana, tanto più essa riesce a garantire quella libertà che le religioni a-storiche faticano ad accettare e riconoscere. Tant'è vero che è dal cristianesimo - nel quale l'uomo non aderisce in prima battuta a una dottrina, ma a un fatto storico come l'incarnazione di Dio in Gesù Cristo - che è nata la stessa idea di diritti universali che ineriscono a ogni persona in quanto tale e che non sono nella disponibilità del potere umano. Laddove Dio si fa uomo ed entra nella storia c'è vera libertà perché c'è la possibilità di accettare o meno il rapporto con la Persona, mentre laddove Dio coincide con una serie di dettami senza tempo e il fedele è letteralmente un semplice «sottomesso», la libertà rimane sempre su un altro binario rispetto all'esperienza degli uomini e dei popoli. Il rapporto con le comunità musulmane europee, a cui noi riconosciamo quelle libertà fondamentali che il cristianesimo ha instillato nella nostra cultura e nel nostro diritto, sarà sempre più problematico fino a quando esso verrà affrontato a partire dal presupposto sbagliato: quello secondo cui islam e cristianesimo si equivalgono nella loro relatività.


Gianteo Bordero

martedì 20 ottobre 2009

NO ALL'ORA DI ISLAM NELLE SCUOLE ITALIANE

da Ragionpolitica.it del 20 ottobre 2009

Meglio non scherzare col fuoco e cercare di capire perché la proposta di introdurre un'ora facoltativa di religione islamica nelle scuole italiane, avanzata sabato dalla fondazione «Farefuturo», non può essere accolta. Innanzitutto occorre ricordare che l'insegnamento della religione cattolica negli istituti scolastici del nostro paese è regolata da un Concordato tra la Chiesa e lo Stato, tra la gerarchia cattolica e i vertici istituzionali italiani. Ora, è del tutto evidente che, stante l'attuale normativa (fondata sull'articolo 8 della Costituzione), anche l'inserimento di un'ora di islam non potrebbe non seguire questa dinamica concordataria ed essere organizzato senza un previo Patto con le massime autorità musulmane, al fine di specificare natura e limiti dell'insegnamento della loro religione nelle scuole italiane e di stabilire il metodo di reclutamento dei docenti. Purtroppo si dà il caso che l'islam non conosca al suo interno una gerarchizzazione come quella che caratterizza la Chiesa cattolica, come neppure conosce la stessa idea di Chiesa come istituzione, che invece è connaturata al cristianesimo. E neanche è possibile paragonare l'imam al sacerdote cattolico che amministra i sacramenti dopo un percorso che lo ha portato all'ordinazione sacra. L'islam non ha un clero che «media» tra l'uomo e Dio: è immediato nel rapporto tra Allah e il «sottomesso» (così la religione musulmana considera il fedele). E' chiaro, rebus sic stantibus, che risulta impossibile addivenire a una qualche forma di Concordato con l'islam simile a quella che regola le relazioni tra Stato italiano e Chiesa cattolica. A meno che non si vogliano considerare rappresentanti di tutta la comunità musulmana presente nel nostro paese gli imam delle moschee, le quali però sono frequentate da una minima percentuale di fedeli, che di solito è la più permeabile a un indottrinamento di stampo fondamentalista. Catapultare nelle aule scolastiche italiane questi imam sarebbe il più grande regalo per quei predicatori del venerdì che fomentano l'odio nei confronti della nostra civiltà, della nostra storia, della nostra società.

Secondo punto. «Farefuturo», nel formulare la sua proposta, parte dal presupposto del «ruolo positivo delle religioni all'interno di uno Stato laico, quale elemento importante nel processo formativo umano e culturale». Ora, anche qui siamo ai ragionamenti un tanto al chilo, se non alla riproposizione di uno dei cliché maggiormente abusati dal «politicamente corretto»: tutte le religioni sono buone in quanto tali. Con l'implicito corollario relativista che ne segue: ogni religione è vera relativamente al proprio credo perché nessuna religione possiede la verità assoluta, che non esiste. Non bisogna andar troppo lontano per sfatare questo mito buonista: chi di noi può ritenere «buona e vera» una religione che, ad esempio, prescrive ai suoi fedeli di uccidere i miscredenti, che considera la donna alla stregua di un oggetto nelle mani dell'uomo, che prevede (negli Stati in cui essa conquista il potere politico) una «imposta di sottomissione» per i seguaci di altre religioni? Inoltre, per quel che riguarda la questione della laicità a cui accenna il documento di «Farefuturo», è evidente che una religione non vale l'altra: il cristianesimo, che con le parole di Gesù («Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio») ha stabilito una netta distinzione tra sfera civile e sfera religiosa, ha al suo stesso interno i semi di una sana laicità e per questo il suo insegnamento in una scuola di Stato non pone problemi. Anzi: è un aiuto oggettivo a comprendere come e quanto un corretto rapporto tra fede religiosa e potere civile possa contribuire a rendere più umana, rispettosa e giusta la società. Altrettanto non si può dire dell'islam, che non conosce nulla di simile all'insegnamento di Gesù in materia di distinzione tra potere spirituale e potere temporale.

Terzo punto. Hanno ragione coloro i quali dicono che l'Italia ha la sua tradizione e la sua storia, ed è necessario che la scuola pubblica faccia in primis conoscere ai giovani tale tradizione e tale storia. Ciò riguarda tutti, sia gli studenti italiani sia gli studenti stranieri (musulmani in particolare, visto che molti figli d'immigrati provengono da paesi di cultura cristiana quali quelli dell'est europeo) che frequentano gli istituti statali. Considerato che la nostra nazione ha le sue peculiarità culturali e religiose, il primo dovere di chi frequenta la nostra scuola è confrontarsi con queste specificità, con questa ipotesi di lavoro, approfondendone lo studio e prendendo sul serio quanto essa ha trasmesso nel corso dei secoli per arrivare sino a noi, scegliendo infine se aderirvi o meno. Prima di proporre l'ora di islam, meglio sarebbe far bene conoscere le caratteristiche del nostro essere italiani. Altrimenti il rischio è quello di mettere sullo stesso piano tutte le culture e tutte le tradizioni religiose, come se fosse di nessuna importanza il dato storico ed empirico dell'appartenenza dell'Italia ad una in particolare di queste.

In tale direzione sembrano andare le dichiarazioni di coloro che da sinistra, in risposta all'idea lanciata da «Farefuturo», hanno parlato della necessità di introdurre, al posto dell'insegnamento della religione cattolica, una generica e «neutra» storia delle religioni: ora, a parte il fatto che i docenti di religione in ruolo nella scuola italiana già fanno, nelle loro lezioni, una breve storia delle varie esperienze religiose dell'umanità all'interno della quale inquadrare l'avvenimento cristiano, ciò avrebbe pesanti ripercussioni dal punto di vista pedagogico, perché finirebbe col relativizzare ogni punto di vista, trasformando la scuola in un supermarket multiculturale e multireligioso nel quale ognuno sceglie, senza troppo impegno e a livello meramente teorico, il prodotto del momento. E' un modello che ha già fallito in molti paesi europei e che di certo non aiuta l'integrazione: al contrario, favorisce la dis-integrazione delle identità nel nome di un relativismo che nulla costruisce ma tutto, nichilisticamente, distrugge.

Gianteo Bordero

giovedì 13 dicembre 2007

La sfera e la croce
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 13 dicembre 2007
Sebbene si tratti di un caso isolato, l'episodio deve comunque far riflettere, perché è indice di una brutta aria che si respira nei rapporti tra la nostra civiltà occidentale e l'Islam: Baris Kaska, avvocato turco esperto di diritto europeo, si è rivolto ad un giudice di Smirne per chiedere l'annullamento della partita di Champions League Inter-Fenerbahce, svoltasi allo stadio Meazza lo scorso 27 novembre...CONTINUA...

venerdì 12 ottobre 2007

Il ministro del burqa
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" dell'11 ottobre 2007
Se il burqa fosse, come ha affermato Rosy Bindi, un «simbolo culturale» e «di civiltà», allora dovremmo dedurne che «simboli culturali» e «di civiltà» sono pure l'infibulazione, la segregazione e tutte le altre atrocità cui sono spesso sottoposte le donne islamiche in ragione dei dettami della shari'a. E' chiaro che ciò rappresenta un'assurdità e persino un insulto a quelle musulmane che cercano di liberarsi...CONTINUA...

mercoledì 25 luglio 2007

La lezione di Ponte Felcino
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 24 luglio 2007
«Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito». Ancora una volta, di fronte alla vicenda dell'arresto dell'imam della moschea di Ponte Felcino e dei suoi seguaci, buona parte dell'opinione pubblica e del mondo politico sembra cieca di fronte a quello che è il significato ultimo degli avvenimenti. Preferisce fermarsi alla buona opera della Polizia e degli investigatori, con tanto di inchino al ministro dell'Interno...CONTINUA...