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martedì 25 gennaio 2011

DA BAGNASCO UNA LEZIONE DI LAICITÀ AI MORALISTI DELL'ULTIMA ORA

da Ragionpolitica.it del 25 gennaio 2011

Che delusione, per i moralisti dell'ultima ora, la prolusione del cardinal Bagnasco al Consiglio permanente della Cei! Si aspettavano che il presidente dei vescovi italiani vestisse i panni dell'inquisitore e accendesse il rogo con cui bruciare sulla pubblica piazza il Grande Peccatore. Attendevano la condanna, senza se e senza ma, dell'Immorale di Arcore. Loro, i paladini del laicismo totale, fremevano dalla voglia di assistere ad un'ingerenza in grande stile, un'entrata a gamba tesa capace di mettere fuori combattimento l'Uomo dello Scandalo. Invece niente, almeno nei termini auspicati dai novelli adepti del rigore etico e della disciplina morale.


Perché Bagnasco ha parlato chiaro, ma ha detto cose scomode per tutti. Ha richiamato con fermezza alla «misura» e alla «sobrietà» coloro che hanno ricevuto dai cittadini un mandato politico, ma si è chiesto «a che cosa sia dovuta l'ingente mole di strumenti di indagine». Ha descritto poteri «che non solo si guardano con diffidenza, ma si tendono tranelli», e ha ricordato che «la vita di una democrazia si compone di delicati e necessari equilibri, poggia sulla capacità da parte di ciascuno di auto-limitarsi, di mantenersi cioè con sapienza entro i confini invalicabili delle proprie prerogative». Un po' poco per chi, non si sa bene a quel titolo, aveva chiesto al cardinale di contribuire all'opera di delegittimazione totale di Berlusconi.


Il fatto è che - basta leggere il testo integrale della prolusione per rendersene conto - a differenza dei poco credibili sostenitori della «scomunica» del Cavaliere, il presidente della Cei si è espresso, come suo solito, avendo come stella polare delle sue analisi e dei suoi richiami unicamente il bene comune dell'Italia e degli italiani, non la volontà di modificare gli assetti politici del Paese né, tanto meno, il desiderio di delegittimare e distruggere un solo uomo. E ciò dovrebbe essere ben accetto e salutato con favore da tutti coloro che si dicono amanti della laicità e chiedono alla Chiesa di non indicare soluzioni politiche specifiche.


Ma forse è pretendere troppo da chi, in queste ultime settimane, ha pensato che l'inchiesta milanese sul caso Ruby, con tutto ciò che ne è seguito a livello mediatico, fosse l'occasione buona per dare la spallata finale al presidente del Consiglio, per realizzare un sogno lungo diciassette anni, per togliere dalla scena l'ingombrante figura di Berlusconi. Cioè di colui che è stato rappresentato, in questi lustri, come il ricettacolo di tutti i mali del Paese, come l'origine del suo degrado morale (da qual pulpito!), come il luciferino corruttore dei costumi, insomma come il Grande Satana de noantri.


Su questo punto la Chiesa italiana ha dimostrato e dimostra oggi, con il cardinal Bagnasco, di essere molto più laica, sanamente laica, di chi tenta di usare opportunisticamente la morale cristiana come strumento di lotta politica, come clava da scagliare contro il nemico numero uno, salvo poi riporla nel cassetto quando si tratta di affrontare temi decisivi come quelli della vita, della famiglia, dell'educazione. Questioni a proposito delle quali ogni parola proveniente dal Papa e dai vescovi viene classificata come un insopportabile tentativo di imporre indebitamente a tutti, credenti e non, l'etica cattolica. Questo atteggiamento intermittente dei moralisti improvvisati, che negli ultimi giorni hanno fatto a gara per condannare Berlusconi, la dice lunga sulle loro intenzioni e sulla loro credibilità di fondo.


Per questo non ci sembra esagerato affermare che le parole pronunciate lunedì dal presidente della Cei rappresentano una grande lezione di laicità impartita ai novelli Torquemada della sinistra e dei suoi giornali. Gente che fino a ieri inneggiava al sesso libero e alla liberazione dall'etica cristiana, ritenendo ciò un grande passo in avanti per l'umanità e per il suo progresso, e che oggi teorizza - senza peraltro crederci - un uso politico della morale religiosa che la stessa Chiesa, in special modo col grande Papa Ratzinger, stigmatizza e deplora.

Gianteo Bordero

mercoledì 19 gennaio 2011

BERLUSCONI È L'ARGINE ALLA REPUBBLICA GIUDIZIARIA

da Ragionpolitica.it del 19 gennaio 2011

Politicanti senza spessore politico, personaggi di cui i libri di storia non faranno menzione alcuna, e ai quali si potrebbe applicare la famosa battuta di Fortebraccio ai tempi della Prima Repubblica: «L'auto blu si fermò. L'autista, rapidamente, corse a spalancare la portiera. Non scese nessuno: era Nicolazzi». Stiamo parlando di tutti coloro che in questi giorni e in queste ore, di fronte alla nuova offensiva dei pm contro il presidente del Consiglio, preferiscono anteporre il proprio misero tornaconto immediato (una manciata di voti oggi e qualche poltrona in più domani) alla tutela delle garanzie costituzionali e dell'equilibrio dei poteri sul quale si regge la nostra Repubblica. Non capiscono - o fanno finta di non capire - che, nella sciagurata ipotesi di annientamento di Berlusconi per via giudiziaria, il loro guadagno sarebbe incommensurabilmente minore rispetto al prezzo pagato dall'Italia intera e dalle sue istituzioni rappresentative.


Sarebbe infatti la consacrazione definitiva del principio secondo il quale i governi non vengono scelti dai cittadini attraverso libere elezioni, bensì, in ultima analisi, dai pubblici ministeri e dai giudici, che diverrebbero i detentori dell'ultima parola a proposito della legittimità politica di un esecutivo. Si potrebbe ancora definire «democrazia», questa? Evidentemente no. Ci troveremmo invece di fronte ad un esiziale rovesciamento della nostra forma di Stato: non più una Repubblica «democratica», bensì una Repubblica «giudiziaria» in cui la sovranità non apparterrebbe più, in ultima istanza, al popolo, bensì alla magistratura.


Se quest'ipotesi, negli ultimi diciassette anni, non è diventata realtà, è proprio grazie a Silvio Berlusconi. Egli ha saputo tenere testa con coraggio e determinazione ai suoi accusatori togati. E' riuscito a dimostrare la sua estraneità agli infamanti capi d'imputazione che di volta in volta gli venivano rovesciati addosso come se egli fosse il peggiore dei criminali in circolazione. Ha ribattuto efficacemente, colpo su colpo, a inchieste messe in campo con un dispiegamento di mezzi, risorse, uomini senza precedenti (il tutto, ricordiamolo, a spese dei contribuenti). Berlusconi è stato dunque, dal 1994 ad oggi, l'argine alla deriva giudiziaria che prese il via negli anni delle inchieste di Mani Pulite, quando un'intera classe politica e interi partiti che avevano scritto la storia democratica del nostro Paese vennero spazzati via dall'oggi al domani nei modi e coi metodi che tutti ormai dovrebbero conoscere: uno sputtanamento mediatico scientificamente coordinato, la diffusione generalizzata a mezzo stampa e tv di atti coperti dal segreto istruttorio e «misteriosamente» usciti dalle procure, la trasformazione dell'avviso di garanzia in avviso di condanna, un uso arbitrario della carcerazione preventiva. Una miscela esplosiva finalizzata ad ottenere soltanto un immediato risultato politico e non certo giudiziario, visto che, come documenta Carlo Giovanardi nel suo Storie di straordinaria ingiustizia (Mondadori, 2003), tirando le somme dei processi per Tangentopoli si scopre che le archiviazioni e le assoluzioni raggiungono quasi il 90% dei casi. Archiviazioni e assoluzioni giunte però dopo molti anni, quando ormai, come detto, il fine politico delle inchieste era stato raggiunto e la stragrande maggioranza degli imputati era uscita di scena sotto il peso della gogna mediatica.


E qui, in fondo, sta la differenza tra allora e oggi, tra i rappresentanti della Prima Repubblica e Silvio Berlusconi. Il Cavaliere, ben comprendendo la natura precipuamente politica delle inchieste a suo carico, ha scelto di difendersi non soltanto nei processi, da cui egli è sempre uscito a testa alta, ma anche dai processi, denunciando pubblicamente, in innumerevoli occasioni, l'uso politico della giustizia di cui egli era oggetto, e sottolineando la necessità per un verso di porre mano ad una radicale riforma del sistema giudiziario e, per l'altro verso, di varare leggi volte a tutelare le istituzioni elette dal popolo da indebiti attacchi da parte della magistratura.


Chi oggi chiede a Berlusconi di dimettersi da presidente del Consiglio, di presentarsi davanti ai giudici di Milano e di difendersi di fronte a pm che per l'ennesima volta sembrano voler raggiungere primariamente obiettivi politici, non soltanto trascura la non irrilevante questione della competenza territoriale, non soltanto non tiene conto della sospetta tempistica dell'invito a comparire, non soltanto glissa sul reiterato utilizzo a strascico delle intercettazioni, ma anche e soprattutto mostra di non aver compreso che il vero, gigantesco problema dell'Italia non è la vita privata del premier, ma quello di settori della magistratura che da quasi vent'anni a questa parte tentano di ribaltare con i processi, o quanto meno con l'impatto mediatico delle inchieste, i risultati elettorali, espressione della volontà popolare che sta a fondamento della nostra democrazia. Per questo fa bene Berlusconi ad andare avanti, a resistere, infine a non presentarsi di fronte a quello che egli stesso ha definito un «plotone di esecuzione».


Gianteo Bordero

lunedì 17 gennaio 2011

E' L'USO POLITICO DELLA GIUSTIZIA LA VERA ANOMALIA ITALIANA

da Ragionpolitica.it del 17 gennaio 2011

L'uso politico della giustizia è un cancro che mina alla radice la tenuta del nostro sistema democratico, poiché altera in maniera sostanziale il principio della sovranità popolare, costituzionalmente cristallizzato nell'articolo 1 della Carta fondamentale. Quello che sta accadendo in questi giorni, con la nuova offensiva dei pm milanesi nei confronti del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, è l'ennesimo capitolo di una storia che si trascina ormai da quasi vent'anni, e che ha visto settori della magistratura proporsi sulla scena come i detentori ultimi del potere politico e delle stesse sorti del Paese, oltrepassando i confini delle prerogative che la Costituzione e le leggi assegnano al potere giudiziario. Ciò è stato possibile, a partire dal 1992-93, non soltanto a causa della consunzione del sistema sul quale si reggeva la Prima Repubblica, ma anche e soprattutto grazie alla carica ideologica che muoveva quella parte di giudici e pm che si riconosceva nella corrente di Magistratura Democratica, nata negli anni Sessanta del secolo scorso col preciso intento di travasare nell'amministrazione della giustizia le parole d'ordine della lotta di classe e della distruzione dello Stato borghese.


In questo senso, la «colpa» imperdonabile di Silvio Berlusconi è stata quella di dare voce ed espressione politica alla parte maggioritaria dell'elettorato italiano che si era riconosciuta per decenni nei partiti democratici e occidentali poi cancellati dalle inchieste di Mani Pulite, «scendendo in campo» proprio nel momento in cui la strada della conquista del potere sembrava aperta per gli eredi del comunismo, ai quali i membri di Magistratura Democratica si sentivano - ed erano - oggettivamente contigui. Questo è il «peccato originale» dell'avventura politica dell'attuale presidente del Consiglio. Per questo egli è stato considerato, da sùbito, come un usurpatore. Per questo al Cavaliere andava - e va tuttora - necessariamente riservato lo stesso trattamento applicato ai dirigenti della Dc, del Psi e dei loro alleati ai tempi della Prima Repubblica. Per questo l'uomo di Arcore deve essere abbattuto, come si suol dire, con le buone o con le cattive.


E non deve neppure sorprendere che i partiti della sinistra, un tempo schierati strenuamente in difesa del «primato della politica», cavalchino oggi, così come hanno cavalcato nei primi anni Novanta, le inchieste dei pm d'assalto contro coloro che sono stati liberamente eletti dal popolo per guidare il Paese. La ragione di ciò sta nel fatto che, dal punto di vista politico, la sinistra in Italia è morta con la caduta del muro di Berlino e con il crollo del mito della rivoluzione. Per questo la conquista del potere per via giudiziaria è apparsa, sin dai tempi di Tangentopoli, come la provvidenziale scorciatoia per raggiungere con mezzi non democratici ciò che era - ed è ancora oggi - impossibile raggiungere con i normali strumenti della democrazia, cioè il consenso popolare ed il voto. Abbracciare dogmaticamente e acriticamente il giustizialismo, se da un lato è stata una scelta dettata dallo stato di necessità, dall'altro ha accelerato il processo di esaurimento politico della gauche nostrana, assegnandole un ruolo ancillare rispetto a quello svolto dai magistrati e trasformandola in un semplice megafono delle procure, del tutto privo di qualsiasi autonomia programmatica e culturale.


Questo è lo stato delle cose che si protrae da più di tre lustri nel nostro Paese. Questa è la vera anomalia italiana: non quella di un imprenditore di successo che diventa leader politico e raccoglie la maggioranza dei consensi necessaria per governare, bensì quella di certa magistratura politicizzata che tenta di esercitare un potere che in democrazia spetta soltanto al popolo e ai suoi rappresentanti, e quella di una sinistra meschina che rinuncia alle sue prerogative e abdica al suo compito politico nella convinzione e nella speranza che possa essere una sentenza, o quanto meno la gogna mediatica alimentata dalle inchieste-spettacolo, a trasformarla come per magia da forza residuale in forza di governo. E' un disegno che da diciassette anni continua ad essere vanificato dalle vittorie di Berlusconi, ma che, come vediamo in questi giorni, è più vivo che mai. E' chiaro che in ballo non c'è soltanto il destino politico di un uomo, ma anche e soprattutto, come dicevamo, la qualità della nostra democrazia: per questo la capacità di resistenza del Cavaliere continua ancora oggi ad essere la migliore garanzia contro la riduzione a mero flatus vocis del primato della volontà popolare.


Gianteo Bordero

martedì 14 dicembre 2010

LA VITTORIA DI BERLUSCONI, LA SCONFITTA DI FINI

da Ragionpolitica.it del 14 dicembre 2010

Il berlusconicidio è fallito. Silvio vince, resta in sella, ottiene una fiducia alla Camera che solo quindici giorni fa sembrava impossibile conquistare, almeno a sentire giornali, tv e opposizioni varie. Lo davano ancora una volta per morto, e ancora una volta devono prendere atto che il Cavaliere è come i gatti: ha sette vite, e proprio quando lo si dà per perso rieccolo fare nuovamente capolino in piena salute. E' la conferma che dopo sedici anni la maggior parte del ceto politico e intellettuale, della grande stampa e degli opinion makers, non ha ancora compreso l'uomo Berlusconi, la forza della sua leadership, la robustezza di ciò a cui egli ha dato politicamente vita dal 1994, con il consenso maggioritario del popolo italiano.


Ancora ieri bastava ascoltare i tg e i programmi di approfondimento per sentire gli esponenti della galassia antiberlusconiana annunciare l'imminente Caporetto del presidente del Consiglio, la sua disfatta finale, l'archiviazione di un ciclo, la fine di un'epoca, il tramonto di un progetto politico, la rovinosa caduta da cavallo di un condottiero stanco e non più in grado di guidare il suo esercito prossimo all'umiliazione.


Invece Silvio è ancora in piedi. E il valore simbolico della votazione alla Camera va ben oltre il valore numerico. Oggi vincere o perdere a Montecitorio, anche se solo per un voto o per un pugno di voti, non era la stessa cosa. Perché in ballo non c'era solamente la sopravvivenza di un governo, ma anche e soprattutto il significato di simbolo che era stato attribuito a questa giornata. Di mezzo, cioè, c'era l'aria da nuovo 25 aprile iniettata in dosi industriali dall'esercito antiberlusconiano al gran completo, a partire dal Pd e dall'Idv per arrivare a Fini, passando per le truppe di complemento giornalistiche, La Repubblica, Il Fatto, L'Unità e simili. Tutti insieme hanno creato un clima torrido da liberazione dal tiranno, certi che questo sarebbe stato il gran giorno, la volta buona, la data da segnare in rosso sul calendario e da tramandare ai posteri, il momento catartico, l'istante in cui il sogno si materializza e diventa realtà.


Tutto questo non si è avverato, e chi ha seminato vento ora raccoglierà tempesta. Perché il pallino del gioco è tornato saldo nelle mani di Berlusconi. Perché la sua figura ne esce rafforzata. Perché la sua leadership sul centrodestra si è rivelata a prova di bomba, cioè a prova di giochi di Palazzo, tradimenti e congiure varie. Come diceva Machiavelli, citato ieri sul Corriere della Sera da Pierluigi Battista, «per esperienzia si vede molte essere state le coniure, e poche aver avuto buon fine», con conseguenze disastrose per i «coniurati». «Se le controffensive non riescono - ha chiosato Battista in riferimento alla mozione di sfiducia promossa da Futuro e Libertà - gli effetti sono disastrosi per chi ha attaccato con troppa e velleitaria frettolosità. La sfiducia a Berlusconi voleva dire infliggere il colpo definitivo al premier. Ma se quel colpo va a vuoto, il contraccolpo sarebbe violentissimo per chi fallisce l'obiettivo».


E' Gianfranco Fini, dunque, il vero sconfitto del voto alla Camera. E' lui che ha perso la partita della vita. E' lui che ha puntato tutto sulla sfiducia al presidente del Consiglio. E' lui che ha dimostrato una totale mancanza di saggezza e lungimiranza politica con la sua strategia antiberlusconiana messa in campo da un anno e mezzo a questa parte. E' lui che ha flirtato con i nemici storici del Cavaliere per tentare di mettere insieme i numeri per farlo cadere. E' lui che più di tutti ne ha chiesto le dimissioni in questi ultimi mesi. Ed è lui, quindi, che paga e pagherà il prezzo più salato di questa sconfitta che fa finalmente piazza pulita di tutto il fango gettato addosso a Berlusconi dai pasdaran di Futuro e Libertà. Il fango passa, il governo resta. Silvio vince, Gianfranco perde. Vince l'interesse nazionale, perdono i personalismi senza costrutto.


Gianteo Bordero

martedì 7 dicembre 2010

IL SENSO DI RESPONSABILITÀ E I SUOI NEMICI

da Ragionpolitica.it del 7 dicembre 2010

I giochetti di Palazzo e le alchimie da Prima Repubblica dovrebbero lasciare spazio, nell'attuale frangente, al senso di responsabilità di fronte ai rischi di attacco al nostro Paese da parte della speculazione finanziaria internazionale. Come ha ricordato qualche giorno fa il presidente del Consiglio, la solidità politica dell'esecutivo è la conditio sine qua non per rimanere al riparo da manovre simili a quelle che hanno colpito altri Stati del Vecchio Continente nei mesi scorsi.


Come ormai unanimemente riconosciuto nelle più prestigiose sedi europee e mondiali, il governo Berlusconi ha avuto il merito, con la politica di rigore portata avanti in questi due anni dal ministro Giulio Tremonti, di tenere i conti in ordine e di impostare una coraggiosa linea d'intervento volta alla riduzione dei costi dell'apparato statale, all'eliminazione degli sprechi e al contenimento del deficit. Quest'azione del ministro dell'Economia è stata possibile proprio perché essa si inseriva nel quadro di un esecutivo forte, capace di resistere al canto delle sirene della spesa pubblica, di non lasciarsi ammaliare dal mito del deficit spending come strumento per mantenere il consenso sociale.


E' stata, questa, una politica di alto profilo e di grande responsabilità, che gli italiani hanno mostrato di apprezzare, consapevoli dei rischi a cui il Paese sarebbe andato incontro qualora fosse stata messa in campo una strategia diversa quando non opposta. Del resto, sin dalla campagna elettorale del 2008 il Popolo della Libertà aveva detto chiaro e tondo che sarebbe arrivata la crisi e, con essa, anni difficili e di vacche magre, mentre il Partito Democratico si esercitava a proporre ai cittadini un libro dei sogni che, per essere attuato, avrebbe comportato un aumento sconsiderato della spesa pubblica, con tutte le esiziali conseguenze del caso. Votando il centrodestra e il governo Berlusconi, gli elettori hanno detto sì alla sua politica economica, dimostrandosi per l'ennesima volta più realisti e più maturi di tanti loro rappresentanti ancora legati ai bei tempi andati della lira e delle cosiddette «svalutazioni competitive».


Dunque, se l'Italia non ha fatto la fine della Grecia e non è stata inghiottita dalla speculazione finanziaria, ciò è dovuto al combinato disposto di stabilità politica e stabilità economica garantita dall'esecutivo Berlusconi in questi due anni. Questo elemento dovrebbe esser tenuto bene a mente da tutti coloro che, da un po' di mesi a questa parte, giocano una partita allo sfascio della maggioranza parlamentare soltanto nominalmente in ragione di un'altra politica (quale?) e di un altro programma di governo (quale?), mentre di fatto operano solo sulla base di personali ambizioni di potere. Ambizioni che, per quanto legittime, dovrebbero cedere il passo al senso di responsabilità nazionale, quella vera e non quella declamata al sol fine di ipotizzare scenari ambigui e confusi, la cui unica ragion d'essere è la volontà di escludere dalla scena colui che è stato liberamente scelto dai cittadini per guidare il Paese.


Oggi, a una settimana dal decisivo voto di fiducia alle Camere del 14 dicembre, dev'essere chiaro che una eventuale interruzione del cammino del governo Berlusconi, che ha fin qui operato molto bene nel difficile contesto dato, non potrà non essere intestata a coloro che hanno preferito anteporre all'interesse generale dell'Italia (come detto, la stabilità politica ed economica) il proprio particulare. A coloro che hanno rimesso in pista i peggiori tatticismi del passato e i peggiori rituali della vecchia partitocrazia, con l'unico scopo di abbattere un solo uomo e indebolire la sua leadership nella quale la maggioranza dei cittadini si è riconosciuta nel 2008 e nelle successive elezioni europee ed amministrative del 2009 e 2010. Invocare un governo sostenuto anche da Pdl e Lega e magari guidato da uno degli uomini più vicini al Cavaliere («TTB, Tutti Tranne Berlusconi», come ha scritto Il Foglio di Giuliano Ferrara commentando la posizione dei terzopolisti) è la conferma che nella testa dei centristi il primato non spetta alla tenuta del Sistema-Paese, ma soltanto alla mai sopita ed immarcescibile ossessione antiberlusconiana.

Gianteo Bordero

mercoledì 1 dicembre 2010

SE IL PARTITO DEMOCRATICO TEME LA DEMOCRAZIA…

da Ragionpolitica.it del 1° dicembre 2010

Un partito che si fregia del titolo «democratico» e che, allo stesso tempo, teme l'espressione massima della democrazia, cioè il voto popolare? Succede anche questo, in Italia, sul finire dell'anno di grazia 2010. Il gioco è semplice: dichiarare con teatrale sussiego che nell'attuale frangente le elezioni sarebbero una sciagura per il Paese al sol fine di non ammettere che la vera sciagura in caso di chiamata alle urne dei cittadini sarebbe quella che, per l'ennesima volta, toccherebbe in sorte a lor signori. A D'Alema, a Veltroni, a Bersani, tutte facce della stessa medaglia, figure intercambiabili di un postcomunismo italiano che, a conti fatti, non ha mai del tutto rinunciato all'antico vizietto di considerare il responso popolare come un fattore secondario rispetto al fine primario della presa del potere. E se il fine giustifica i mezzi, ben venga anche un governo non eletto, un ribaltone che sovverta la volontà del popolo, un compromesso storico con l'innominabile nemico di un tempo. Tutto fa brodo per insediarsi a Palazzo.


Gira che ti rigira, questo è il succo della questione. Questo è il senso, neppure troppo velato, delle dichiarazioni rilasciate in questi giorni dai massimi esponenti del Pd, a partire dall'intervista a D'Alema pubblicata domenica sul Messaggero. Guai a portare il Paese al voto in un momento come questo! Guai a esporre l'Italia al vento della speculazione internazionale! Per carità, argomenti validi se utilizzati da chi, avendo ottenuto il consenso maggioritario dei cittadini e trovandosi sulle spalle l'onore e l'onere di governare e di tenere la barra dritta in mezzo ai marosi della crisi, richiama tutte le forze di maggioranza al senso di responsabilità, invitandole a non gettare il Paese nell'instabilità e nel caos in nome di pur legittime ambizioni personali. Ma usati da partiti che stanno all'opposizione e che in teoria, in un sistema democratico, dovrebbero volere al più presto una legittimazione popolare per diventare maggioranza e mettere in atto un diverso programma e una ricetta alternativa di governo, questi stessi argomenti assumono tutt'altro sapore. Tanto più se si hanno sotto mano sondaggi che vedono la principale forza dello schieramento di minoranza in costante affanno. E tanto più se la coalizione di governo, nonostante tutto quello che è capitato in seno al partito di maggioranza relativa negli ultimi mesi, continua a risultare la più gradita dagli italiani.


E allora è chiaro che la proposta dei vertici del Partito Democratico di dare vita ad un esecutivo che tenga insieme Bersani, Fini, Di Pietro e Casini non ha, non può avere altro fine se non quello di evitare il ricorso alle urne. Anche perché un governo di tal fatta non potrebbe mai, ragionevolmente, dare quelle risposte in nome delle quali esso viene invocato dallo stratega D'Alema: quali miracolose ricette anticrisi e quale ardito programma di incisive riforme sociali potrebbero avere in comune Fli, Udc, Pd e Idv? In realtà, essendo non una visione condivisa del Paese bensì l'antiberlusconismo l'unica forma politica di questa nuova versione del Cln, è evidente che la sola riforma che questo coacervo di forze potrebbe mettere in opera è quella della legge elettorale, per cancellare il premio di maggioranza e impedire un altro giro di valzer del Cavaliere a Palazzo Chigi. Altro che preoccupazione per l'economia! Altro che amor di patria in un momento difficile!


E se poi finisse che le manovre di Palazzo non vanno in porto e ci saranno davvero le elezioni anticipate? Nessun problema, sempre lo statista D'Alema ha già pronta la soluzione: allargare il Cln anche a Nichi Vendola e alla sua sinistra dura e pura, che di resistenza se ne intende, pensando così di assestare il colpo finale al duce di Arcore. Il leader Massimo fa la somma a tavolino dei voti che vanno da Fli a Sel, ma come spesso gli accade fa i conti senza l'oste: il popolo italiano e quella maggioranza silenziosa dei moderati che già in più di un'occasione hanno dimostrato di non credere nella «gioiosa macchina da guerra», e che non crederebbero neppure alla sua ennesima riedizione.

Gianteo Bordero

venerdì 12 novembre 2010

QUANDO FINI ERA CONTRO I RIBALTONI

da Ragionpolitica.it del 12 novembre 2010

«In Costituzione la norma antiribaltone». «Se il governo perde la maggioranza si va alle urne». Firmato Gianfranco Fini. Peccato soltanto che si tratti di dichiarazioni risalenti all'anno di grazia 2005. Quattordicesima legislatura. Terzo governo Berlusconi. Maggioranza di centrodestra formato Casa delle Libertà: Forza Italia, An, Lega e Udc. Intervistato dal Gazzettino di Venezia, l'allora vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri analizza la situazione politica, che vede all'ordine del giorno le dimissioni di Marco Follini da segretario dell'Udc e le conseguenti voci su un possibile passaggio di quest'ultimo al centrosinistra. Domanda dell'intervistatore, Giorgio Gasco, a Fini: «Lei ha appena detto che c'è in giro qualcuno che ha governato per quattro anni e ora si chiama fuori, all'ultimo giro. Insomma, i voltagabbana. Pensava a Follini?». Risposta: «Pensavo a quelli che, eletti col centrodestra, poi si sono collocati nel centrosinistra, magari attraverso quel grande riciclatore, quella lavanderia della politica, che è Mastella dell'Udeur». A futura memoria. Passando poi all'esame del più importante provvedimento in votazione alle Camere in quella fase, e cioè la riforma costituzionale che sarebbe poi stata bocciata dal referendum dell'anno successivo, affermava l'allora presidente di An: «La revisione (della Costituzione, ndr) conterrà la norma antiribaltone, così che se il governo perde la maggioranza si va alle urne, evitando di replicare le storture di Prodi e D'Alema».


Chissà se oggi l'onorevole Fini condivide ancora queste parole da lui stesso pronunciate. Sono infatti tali e tante le giravolte di idee e di posizioni politiche a cui egli ci ha abituati da un po' di tempo a questa parte (immigrazione, temi etici, Costituzione, ecc...), che è lecito nutrire qualche dubbio anche in merito al tema in oggetto. Chi ha avuto occasione di seguire il dibattito tra il presidente della Camera e Massimo D'Alema organizzato qualche tempo fa ad Asolo dalle fondazioni FareFuturo e Italianieuropei se ne sarà reso conto: il feeling tra i due andava ben oltre la personale stima reciproca, che entrambi non hanno mai nascosto. Si trattava invece di una liaison politica a tutti gli effetti. Per quanto riguarda D'Alema, non c'è da stupirsi: stiamo parlando del maggior teorico - e pratico - del ribaltone che vi sia in circolazione, avendo egli già organizzato quello del post Berlusconi nel 1994, che portò alla nascita del governo Dini, e avendo realizzato quello del 1998 con il quale cacciò da Palazzo Chigi il suo compagno di schieramento Romano Prodi e si insediò personalmente alla guida dell'esecutivo. Quello che oggi lascia perplessi - per usare un eufemismo - non è dunque la tendenza dalemiana a reiterare i tentativi del passato con manovre finalizzate a trasformare gli sconfitti dalle urne in vincitori con giochi di Palazzo, quanto la china intrapresa da Fini in merito alla nascita di governi non legittimati dal voto popolare.


Ce lo ricordiamo tutti il segretario del Msi tuonare contro la Prima Repubblica, contro il consociativismo e contro la partitocrazia. Ce lo ricordiamo tutti il presidente di An strenuo difensore del bipolarismo e del rispetto della volontà popolare contro ogni ritorno al passato. E più vivi sono questi ricordi, più stride con la memoria l'immagine che oggi Fini fornisce di sé con le sue scelte, con quel suo tatticismo esasperato, con quel riportare in auge le peggiori liturgie politiche del tempo che fu, i riti fumosi di un'epoca che gli italiani non rimpiangono. Tant'è vero che, come ha sottolineato di recente il direttore responsabile de Il Giornale, Alessandro Sallusti, il Fini in versione Alleanza Nazionale, alleato di Berlusconi, era riuscito a portare il suo partito al 15% dei consensi, mentre oggi il Fini nella versione antiberlusconiana di Futuro e Libertà non ne raccoglie - sondaggi alla mano - neppure la metà nella migliore delle ipotesi, e ancora meno ne raccoglierebbe se decidesse di lanciarsi in spericolate alleanze con coloro che egli ha sempre combattuto e contrastato.


Insomma, il «nuovo Fini», come già ci è capitato di osservare, potrà pure piacere un sacco all'intellighenzia politicamente corretta, ai maitre-a-penser della sinistra radical chic, ai benpensanti che leggono Repubblica e ai giustizialisti che leggono Il Fatto, agli antiberlusconiani in servizio permanente effettivo. Ma il rischio più che concreto - per lui - è che a non seguirlo siano proprio molti dei suoi estimatori di un tempo, quel popolo della destra che vedeva in Fini una bandiera della coerenza, della fedeltà ai patti e alle alleanze, della chiarezza politica, dei valori tradizionali, e che oggi non si riconosce più in un politico che sembra rinnegare, gettandolo a mare, tutto ciò che egli ha costruito negli ultimi vent'anni.

Gianteo Bordero

lunedì 8 novembre 2010

FINI. E QUESTO SAREBBE IL LEADER DEL FUTURO?

da Ragionpolitica.it dell'8 novembre 2010

E questo sarebbe il nuovo? Questo sarebbe il coraggio di un grande leader? Ma ci faccia il piacere, onorevole Fini. Raschiando via dal suo discorso alla convention di Futuro e Libertà i quintali di chiacchiere senza costrutto e di retorica da vecchia politique politicienne, quello che resta è da un lato la sua richiesta a Berlusconi di aprire una crisi parlamentare al buio, come ai tempi peggiori della Prima Repubblica (a proposito, Fli non doveva inaugurare a Perugia la Terza?) e, dall'altro lato, la sua mancanza di coraggio nel trarre le conseguenze logiche delle sue stesse parole, votando la sfiducia al governo Berlusconi, in cui non si riconosce più, nelle sede a ciò preposta, cioè - come lei dovrebbe ben sapere, anche se domenica ha fatto finta di dimenticarsene - il parlamento. Altro che ruggito del leone! La sua è soltanto una fuga dalla piena assunzione di responsabilità, la dissociazione - tipica anche in questo caso della peggior politica politicante - tra il dire e il fare. Del resto, come diceva Manzoni, il coraggio se uno non ce l'ha non può darselo. Al suo confronto il tanto vituperato Clemente Mastella, che dopo essersi dimesso da ministro andò in Senato per votare la sfiducia al governo Prodi, svetta come un gigante di coerenza e di credibilità.


Esageriamo? Sono i fatti stessi a darci ragione. Anzi, i non fatti, cioè quello che non accade. Se secondo lei il Berlusconi IV è al capolinea e non è più in grado di mettere in atto scelte utili per il Paese, c'è una sola strada maestra da percorrere. Innanzitutto, prima di invocare le dimissioni di Berlusconi, si dimetta lei da presidente di Montecitorio, visto che ormai è chiara a tutti l'assoluta insostenibilità della sua posizione di terza carica dello Stato che invece di rappresentare in modo imparziale tutta la Camera, come stabilisce lo stesso regolamento oltre che il comune buon senso, si fa attore di parte, promuovendo scissioni, dando vita a un nuovo partito, gettando fango su quello dal quale proviene, lavorando attivamente e in prima fila per rivoltare come un calzino il quadro politico uscito da libere elezioni. Poi, dopo essersi dimesso, da capo parlamentare della sua nuova - si fa per dire - creatura, sfili anche lei sotto il banco della presidenza della Camera e voti di fronte ai rappresentanti del popolo la sfiducia al governo. Questo sì che sarebbe un atto di coraggio, da vero leader quale lei aspira ad essere.


Ma lei non farà nessuna delle due cose. Ritirerà la delegazione di Fli dall'esecutivo e poi, come ha annunciato a Perugia, si terrà le mani libere, votando di volta in volta, senza vincolo di maggioranza, i provvedimenti sottoposti all'attenzione delle Camere. Così, oltre a creare il caos parlamentare e la paralisi dell'azione di governo, facendo pagare al Paese il prezzo salato della sua personale ambizione politica, riporterà indietro le lancette della nostra storia repubblicana, riproponendo la deleteria prassi delle maggioranze variabili slegate da qualsiasi rapporto organico con l'esecutivo. Lei, che per decenni è stato il fautore di una svolta presidenziale per l'Italia in nome della governabilità e dell'ammodernamento delle nostre istituzioni, si comporta ora come un qualsiasi segretario del pentapartito che fu. Tutto questo non in nome del ritorno alla politica da lei invocato dal palco della convention di Futuro e Libertà, ma per un mero calcolo tattico.


Perché è chiaro che lei, onorevole Fini, non sta facendo politica, alta politica - checché ne dicano i suoi pasdaran che sembrano affetti da quello stesso culto cieco della personalità rimproverato agli esponenti e ai militanti del Pdl - bensì un logorante, cinico e sterile tatticismo fine a se stesso. Come altro spiegare, ad esempio, il fatto che solo un mese fa Fli aveva votato, alla Camera e al Senato, la fiducia all'esecutivo sui cinque punti programmatici illustrati dal presidente del Consiglio, mentre oggi scopriamo che questi punti sono diventati «punticini», il «compitino» assegnato a ogni parlamentare, e che serve una «nuova agenda» di governo, anzi serve un nuovo governo con una nuova maggioranza?


Quando lei ha camminato in proprio in chiave antiberlusconiana, in questi ultimi sedici anni, non ha avuto grande fortuna. L'episodio dell'Elefantino con Mario Segni, naufragato miseramente causa disarmante mancanza di voti, è li a dimostrarlo. Non sappiamo come finirà la sua nuova avventura. Questa volta lei gode dell'ampio consenso dei media e della sinistra, di Scalfari e di D'Alema. Dubitiamo fortemente che le basterà per realizzare i suoi sogni di gloria. Non si illuda: non saranno i voti della gauche a benedire quella «nuova destra, moderna ed europea» che Fli dice di voler costruire. Quanto ai voti del centrodestra, nella stragrande maggioranza dei casi continueranno ad andare, come peraltro documentato dai sondaggi, verso colui che il centrodestra ha creato e fatto crescere in questi anni. Chiaramente non si tratta di lei, ma di colui dal quale sono dipese, dal '94 ad oggi, anche le sue fortune politiche.

Gianteo Bordero

martedì 26 ottobre 2010

L'ALTERNATIVA A BERLUSCONI? IL RITORNO DELLA PARTITOCRAZIA

da Ragionpolitica.it del 26 ottobre 2010

Che cosa teorizzano, in realtà, coloro che oggi caldeggiano la nascita di un governo di transizione alternativo al governo Berlusconi? Niente di più e niente di meno che il ritorno alla partitocrazia. Le giustificazioni (la necessità di modificare la legge elettorale e di gestire in modo diverso la crisi economica) che i vari D'Alema, Casini, Fini adducono per motivare siffatta proposta altro non sono altro che lo specchietto per le allodole con cui essi tentano di nobilitare un'operazione che di nobile ha davvero poco. Si tratta, in sostanza, di una prospettiva che riporterebbe il nostro Paese agli anni peggiori della Prima Repubblica, quando la democrazia parlamentare compiuta alla quale aveva lavorato Alcide De Gasperi degradò verso quella forma di regime partitocratico e consociativo che si è protratta fino all'inizio degli anni Novanta del secolo scorso.


De Gasperi aveva compreso che il problema centrale derivante dall'assetto istituzionale prodotto dalla Carta del '48 era l'assenza di un vero statuto di governo, tale cioè da garantire robustezza e continuità all'azione riformatrice dell'esecutivo. Occorreva, a Costituzione invariata, affermare con chiarezza l'idea secondo la quale compito supremo del parlamento è quello di esprimere una solida, stabile e coesa maggioranza di governo. Egli tentò di realizzare la sua intuizione con la legge elettorale varata, dopo molte polemiche e un forte ostruzionismo delle opposizioni, nei primi mesi del 1953. La nuova normativa prevedeva la possibilità dell'apparentamento di due o più partiti e, assieme a ciò, un premio di maggioranza (65% dei seggi) al partito o alla coalizione di partiti che avessero superato la metà del totale dei voti validi. Quella che la sinistra definì come «legge truffa» era in realtà lo strumento che avrebbe potuto evitare al Paese trent'anni e più d'instabilità di governo - con tutte le deleterie conseguenze che ciò ha comportato - e il diffondersi sempre più pervasivo della partitocrazia. Purtroppo, nelle elezioni politiche del 7 giugno del '53, il premio di maggioranza non scattò per poche migliaia di voti (il quadripartito Dc, Pli, Pri e Psdi raggiunse quota 49,8%). Fu una sconfitta cocente per De Gasperi. Una sconfitta che segnò il tramonto non soltanto della parabola politica del grande leader democristiano, ma anche, per usare le parole di Baget Bozzo, del «tentativo cattolico liberale di dare una vera vita parlamentare alla democrazia italiana». Ciò che venne dopo, infatti, fu infatti quell'assemblearismo consociativo che ha rappresentato una pagina grigia della nostra storia. La politica - nota ancora Baget Bozzo - fu ridotta a «mera tattica, fatta di accordi convergenti senza fini comuni, maggioranze di fatto e di compromesso».


Questo breve excursus storico è utile per comprendere qual è il rischio che corre il nostro Paese qualora dovesse realizzarsi, nei prossimi mesi, l'ipotesi di un governo di transizione sostenuto da forze in gran parte diverse da quelle premiate dai cittadini nel 2008. Tanto più che tale esecutivo avrebbe, come primo punto all'ordino del giorno, proprio la cancellazione, dall'attuale legge elettorale, di quel premio di maggioranza che oggi garantisce alla coalizione che ha ottenuto il maggior numero di consensi la quota di parlamentari sufficiente per governare e dare attuazione concreta al programma presentato ai cittadini. Il tanto detestato e criticato «Porcellum» ha infatti il pregio, così come lo aveva la legge De Gasperi, di far coincidere maggioranza parlamentare e maggioranza di governo, anche grazie all'indicazione del nome del candidato presidente del Consiglio all'interno del simbolo elettorale. Ciò corrisponde a quello che gli italiani hanno chiesto a gran voce a partire dai referendum Segni del '93, che diedero l'impulso alla nascita di quel bipolarismo che rappresenta la conquista maggiore della Seconda Repubblica. L'alternativa proposta dai fautori di un nuovo esecutivo (sostenuto da partiti altri da quelli usciti vincitori due anni fa) e di una nuova legge elettorale (senza più premio di maggioranza) non è dunque, checché essi ne dicano, un passo in avanti verso una compiuta democrazia governante, ma una pericolosa replica del tempo in cui i partiti pensavano di avere dai cittadini una delega in bianco per gestire a modo loro tutto il potere disponibile, assorbendo così in se stessi tutta l'ampiezza della sovranità popolare.


Gianteo Bordero

lunedì 4 ottobre 2010

LA DIFFERENZA BERLUSCONIANA

da Ragionpolitica.it del 4 ottobre 2010

Il quadro che emerge dal dibattito pubblico di questi ultimi giorni delinea chiaramente due schieramenti caratterizzati da due modi alternativi di intendere la politica: da un lato Silvio Berlusconi e l'asse Pdl-Lega, con la centralità attribuita alla «politica del fare», al rispetto del programma presentato ai cittadini e alla premiership indicata nel simbolo elettorale, dall'altro lato un agglomerato di forze la cui unica volontà sembra essere quella di riportare in auge un modello fondato sul primato dei partiti nel decidere a tavolino, nelle «secrete stanze» dei palazzi romani, le sorti del governo del Paese. Così, mentre a Milano, alla Festa della Libertà, il presidente del Consiglio illustra i risultati raggiunti dal suo esecutivo per garantire la tenuta del Sistema-Italia e parla delle riforme ancora necessarie (in primis quella della giustizia) per rendere lo Stato veramente «amico» dei cittadini, altrove si discetta di questioni che tutt'al più possono interessare soltanto la cerchia ristretta dei dirigenti di partito al fine della loro sopravvivenza politica.


C'è un abisso che separa il tono e l'ispirazione di fondo del discorso del premier alla kermesse milanese del Pdl e le dichiarazioni di coloro i quali, invece che delineare proposte alternative sui vari capitoli di governo, non sanno fare altro che invocare una nuova legge elettorale al solo scopo di mettere fuori dai giochi il Cavaliere dando vita a meccanismi tecnici per anestetizzare il responso delle urne e la volontà popolare. Basta prendere in esame le dichiarazioni domenicali dell'onorevole Bocchino per rendersene conto. Il capogruppo di Futuro e Libertà alla Camera, che solo pochi giorni fa aveva votato a Montecitorio la fiducia all'esecutivo sui cinque punti illustrati in aula dal presidente del Consiglio, ieri si è detto pronto a dare vita a un governo alternativo a quello di Berlusconi al sol fine di modificare l'attuale normativa elettorale, cancellando il premio di maggioranza che oggi garantisce alla coalizione uscita vincitrice dalle urne i numeri sufficienti per mettere in atto il proprio programma.


Da una parte, dunque, vi è - continua ad esservi - la novità berlusconiana inaugurata nel 1994, fondata sul rapporto diretto tra leader e popolo, sulla scelta del premier da parte del corpo elettorale sulla base di una definita e chiara agenda di governo, mentre dall'altra si riaffaccia sulla scena la nostalgia del vecchio sistema che ha caratterizzato gli ultimi decenni della Prima Repubblica e che è stato alla base della sua consunzione politica: una partitocrazia autoreferenziale, interessata solamente alla sopravvivenza della «Casta» e di fatto sciolta, in nome dell'assenza del vincolo di mandato prevista dalla Costituzione del '48, da ogni legame diretto con il popolo votante. Come ha dichiarato in una nota il coordinatore nazionale del Pdl Sandro Bondi, se la proposta dell'onorevole Bocchino diventasse realtà «si formerebbe un fronte trasversale costituito anche dalla sinistra e dall'Udc, plastica esemplificazione del trasformismo parlamentare, della manipolazione più sfrontata della volontà popolare, della volontà di affossare il bipolarismo per ritornare agli amati riti della partitocrazia».


Non è casuale, così, che prima del suo intervento alla Festa della Libertà il presidente del Consiglio abbia deciso di riproporre il video nel quale egli annunciava la sua «discesa in campo», come non è casuale che il premier, al termine del suo discorso, abbia riletto una pagina del suo primo incontro pubblico con gli elettori, nella quale è riassunto il credo politico attorno al quale ha preso forma quel popolo che si è ritrovato prima in Forza Italia e poi nel Pdl. Quel popolo che da sedici anni a questa parte non ha mai fatto venire meno la sua fiducia in Berlusconi, riconoscendo in lui l'unica possibilità per uscire dalle secche della partitocrazia e per dare vita ad una politica nuova, capace di restituire al Paese il senso della sua missione, la consapevolezza delle sue radici, l'orgoglio per la sua storia. Un messaggio che oggi conserva ancora intatta la sua forza d'urto per il presente e per il futuro, mentre tutt'attorno si danno convegno i nostalgici non soltanto del «vecchio», ma anche del «peggio».

Gianteo Bordero

giovedì 30 settembre 2010

CENTRODESTRA. L'ORA DELLA RESPONSABILITÀ

da Ragionpolitica.it del 30 settembre 2010

Che Fli e Mpa fossero determinanti per la tenuta della maggioranza era già stato evidente, di fatto, in occasione del voto del 4 agosto sulla mozione di sfiducia al sottosegretario Caliendo, quando l'astensione dei gruppi che fanno capo a Gianfranco Fini e Raffaele Lombardo fece fermare l'asticella di Pdl e Lega a quota 299. La vera notizia dell'importante giornata politica di mercoledì è invece l'annuncio della prossima costituzione in partito di Futuro e Libertà per l'Italia. Si consuma così la definitiva scissione dal Popolo della Libertà, con una scelta che incide sullo scenario politico generale dopo che la nascita dei gruppi di Fli alla Camera e al Senato aveva già modificato quello parlamentare.


Futuro e Libertà, come hanno affermato chiaramente i suoi esponenti di punta, vuole porsi come la «terza gamba» dello schieramento di centrodestra, partecipare ai vertici di maggioranza, contrattare di volta in volta i provvedimenti da sottoporre all'attenzione del parlamento. E' evidente che ciò muta lo schema attorno al quale, sino ad oggi, è ruotata la coalizione che dal 2008 si trova alla guida del Paese, ossia l'asse tra Pdl e Lega Nord, che ha garantito due anni di governo stabile, efficace ed efficiente. Gianfranco Fini vuole giocare in proprio la sua partita, ripropone il modulo «a tre punte», rilancia la sua leadership come autonoma e distinta - seppur ad oggi ancora alleata - da Berlusconi. Così i parlamentari di Fli, mentre ripetono che rimarranno fedeli al programma elettorale presentato agli italiani e sottoscritto anche dal loro leader, possono allo stesso tempo dichiarare che su tutto il resto è necessario un confronto di merito con gli altri gruppi del centrodestra.


Si tratta dunque di verificare - e solo i prossimi passaggi parlamentari ce lo potranno dire - se alla forte maggioranza numerica uscita dal voto di fiducia alla Camera (ancora più ampia di quella registrata al momento dell'insediamento dell'esecutivo) corrisponda ancora un'altrettanto forte maggioranza politica, solida e coesa sui punti qualificanti dell'azione di governo illustrati dal presidente del Consiglio nel suo intervento a Montecitorio. Quello che è in ogni caso da evitare è un'opera di lento ma costante logoramento, messa magari in atto nelle Commissioni attraverso una pioggia di emendamenti ai provvedimenti presentati dall'esecutivo o alle leggi proposte da Pdl e Lega (è auspicabile, insomma, che non vada in scena la replica di quanto accaduto col ddl sulle intercettazioni). Ancor più da evitare è quella che il capogruppo del Popolo della Libertà alla Camera, Fabrizio Cicchitto, ha definito come «guerriglia mediatica», ossia i quotidiani ed ininterrotti attacchi rivolti contro il premier e contro il partito di maggioranza relativa da cui gli stessi esponenti di Futuro e Libertà provengono. E' su questo campo, insomma, che si potrà valutare se l'annunciata lealtà di Fli è veramente tale oppure se essa è soltanto un proclama retorico finalizzato a prendere tempo e a indebolire, cuocendoli a fuoco lento in vista delle prossime elezioni, Berlusconi, il Pdl e la Lega. Se i finiani diventano partito e dicono in quanto partito di sostenere il governo, hanno un dovere politico di correttezza e responsabilità che non deve più lasciare spazio al gioco al massacro messo in campo negli scorsi mesi: non si può, in nome del proprio tornaconto più o meno immediato, scherzare col fuoco di una situazione nazionale e internazionale che richiede un esecutivo solido, compatto, determinato a portare il Paese al di là di una crisi che ancora fa sentire i suoi effetti.


Alla luce della notizia della prossima nascita del partito di Futuro e Libertà, una riflessione va infine fatta sull'opportunità che Gianfranco Fini mantenga il suo incarico istituzionale alla guida di Montecitorio. Già nei mesi scorsi abbiamo sottolineato l'anomalia di un presidente della Camera che si fa protagonista attivo - sia nella sostanza che nella forma - del confronto politico, prima con un quotidiano controcanto alle dichiarazioni del presidente del Consiglio, poi promuovendo una scissione del gruppo parlamentare da cui anch'egli proviene per dar vita a una nuova formazione, infine annunciando la trasformazione di questo nuovo gruppo in partito vero e proprio di cui egli non potrà che essere il leader, anche qualora formalmente la guida del nuovo soggetto fosse affidata ad altri. E' chiaro che in una situazione del genere Fini non appaia e non sia più una figura super partes come dovrebbe essere quella del presidente della Camera. Nessuno ha chiesto e chiede a Fini di cancellare le sue opinioni politiche, ma quello a cui abbiamo assistito e a cui stiamo assistendo va ben oltre il confine che passa tra l'espressione delle proprie idee e l'esercizio di un ruolo politico di primo piano. Se Fini, come pare, vuole fare politica attiva e porsi alla guida di un nuovo partito, si dimetta. Sarebbe un elemento di chiarezza per evitare che il caos aumenti sotto il cielo di Roma.

Gianteo Bordero

venerdì 17 settembre 2010

SARKOZY, BERLUSCONI E L'EUROPA POSSIBILE

da Ragionpolitica.it del 17 settembre 2010

Nicolas Sarkozy e Silvio Berlusconi hanno mostrato che il Re è nudo. Che l'Unione Europea risulta non pervenuta per quanto riguarda le politiche sull'immigrazione. Che le istituzioni comunitarie, spesso arroccate negli ovattati palazzi di Bruxelles, rischiano di perdere il contatto - se mai l'hanno avuto - con i popoli del Vecchio Continente e con la loro sacrosanta domanda di sicurezza. La dura reprimenda della commissaria europea alla Giustizia, Viviane Reding, contro le espulsioni dei Rom messe in atto dal presidente francese ha rivelato un abito mentale che sembra caratterizzare le alte sfere dell'Ue: un'accentuata tendenza all'astrazione dalla realtà concreta dei cittadini europei in nome di un'ideologia del politicamente corretto a cui sembra debbano sottostare, senza colpo ferire, anche i Paesi membri. E' emersa così tutta la differenza di approccio tra chi è chiamato a governare uno Stato, e deve fare i conti quotidianamente con problemi spinosi come quelli legati all'immigrazione e al nomadismo, e chi si trova al vertice di una struttura di potere priva di sovranità territoriale e quindi portata per sua natura a riempire questo vuoto attraverso l'autoassegnazione di un'autorità morale che si pretende sovraordinata alla legittima autorità politica dei capi di Stato e di Governo. Se Sarkozy non avesse risposto per le rime alla Reding, questa tendenza sarebbe stata di fatto legittimata.


Il merito del presidente francese e del premier italiano è quello di aver ricordato che vi sono questioni reali sulle quali l'Ue non se la può cavare con un richiamo più o meno generico ai suoi principi costitutivi: questioni che toccano nel vivo le società europee e la stessa tenuta della convivenza civile. Se l'Unione vuole acquistare forza e credibilità, deve prendere atto che tali problemi esistono e la riguardano da vicino. Lo ha detto chiaramente Silvio Berlusconi nella sua intervista rilasciata nei giorni scorsi a Le Figaro: «L'Europa non ha ancora compreso - ha spiegato il presidente del Consiglio - che quello dell'immigrazione clandestina non è un problema unicamente francese o italiano, greco o spagnolo. Il presidente Sarkozy, invece, ne è pienamente cosciente». Se si vuole mettere in campo una politica autenticamente europea, perciò, la condizione non è quella di bypassare ovvero sovrastare i Paesi membri, ma al contrario di farsi carico in modo comune di problemi che solo all'apparenza riguardano un singolo Stato, e che investono invece, a una lettura più attenta, tutto il Vecchio Continente. Questo è stato evidente in occasione della crisi greca e della risposta - in questo caso sì - veramente europea che ad essa è stata data.


Coloro che criticano Sarkozy e Berlusconi per le posizioni espresse, e li accusano di essere antieuropeisti, non comprendono che quella indicata dal presidente francese e dal nostro premier è la sola strada percorribile a fronte di quella fallimentare adottata negli anni passati, che ha portato - in troppi sembrano dimenticarsene - alla bocciatura della Costituzione Ue nei referendum popolari in Francia e in altri Paesi europei nel 2005. L'inquilino dell'Eliseo e quello di Palazzo Chigi indicano invece la via per un'Europa possibile, non per l'Europa dei sogni (richiamata ancora oggi su La Stampa dalla figlia di Altiero Spinelli, Barbara) che rischiano di trasformarsi in incubi.


I capisaldi su cui si regge la prospettiva di politica europea sollecitata dai due leaders li ha ben riassunti una nota diffusa dalla Farnesina al termine del Consiglio Europeo di giovedì: rispetto delle leggi, principio di solidarietà dei Paesi membri, principio di leale collaborazione fra istituzioni comunitarie e Stati membri, paziente e dettagliata consultazione dei Paesi interessati da parte degli organismi comunitari «prima di assumere iniziative che possano sembrare improntate a critica o contestazione di comportamenti adottati dagli Stati membri nel rispetto delle leggi e dei regolamenti comunitari». Questa è la strada del realismo politico, la sola che può essere intrapresa da un'Europa che deve uscire dai castelli dorati di Bruxelles e dalle sue costruzioni giuridiche astrattamente perfette, per confrontarsi con i nodi intricati del nostro tempo e con le sfide che esso pone.


Gianteo Bordero

martedì 3 agosto 2010

«FAMIGLIA CRISTIANA» O «FAMIGLIA GIUSTIZIALISTA»?

da Ragionpolitica.it del 3 agosto 2010

Famiglia Cristiana non si smentisce mai. Anche stavolta si è allineata senza tanti scrupoli al luogocomunismo dell'intellighenzia di sinistra e dei suoi media di riferimento. Che al settimanale dei Paolini il governo Berlusconi non piacesse è una cosa nota ormai da tempo: basti ricordare, ad esempio, il trattamento riservato alle politiche dall'attuale esecutivo in materia di contrasto all'immigrazione clandestina, che valsero al presidente del Consiglio e al ministro dell'Interno la scomunica di Famiglia Cristiana in quanto nuovi fascisti e calpestatori dei fondamentali diritti dell'uomo. O si pensi, ancora, all'altro anatema scagliato contro Berlusconi nel pieno della tempesta scatenata dal caso D'Addario: la rivista paolina, in scia de La Repubblica e degli altri organi ufficiali del moralismo un tanto al chilo e a senso unico, allestì il suo bel rogo di carta per i «comportamenti gaudenti e libertini» del premier, con i quali egli - così recitava la sentenza - aveva superato «il limite della decenza». Capirai. A parlare dal pulpito era un settimanale che dovrebbe essere il baluardo di una lettura cattolica delle vicende umane e che invece, per anni, si è fatto portatore di posizioni non propriamente ortodosse e non certo fedeli al magistero papale proprio in materia di dottrina morale, divenendo, anziché lume del mondo come auspica il Vangelo, paralume della mentalità dominante veicolata da coloro che vorrebbero vedere la Chiesa e la sua tradizione morire soffocate sotto il peso del cosiddetto «progresso».


Incurante di ciò, oggi Famiglia Cristiana torna alla carica sempre contro di lui, Berlusconi, evidentemente considerato come l'icona del Male assoluto che infetta una società altrimenti sana sotto la guida dei sacri principi indicati dai vari Scalfari, Ezio Mauro e compagnia repubblicante. Santi subito. Stavolta il premier e il suo governo entrano nel mirino dei Paolini da un lato in seguito alle recenti inchieste sulla fantomatica - per usare un eufemismo - «nuova P3» e, dall'altro, per la vicenda della rottura con Fini. Il quadro che ne emergerebbe, secondo la rivista, è per un verso quello di un «disastro etico (generalizzato, ndr) sotto gli occhi di tutti» e, per l'altro, quello di «una concezione padronale dello Stato» che «ha ridotto ministri e politici in "servitori", semplici esecutori dei voleri del capo». Sembra di leggere l'Unità, il Manifesto o Liberazione. Quando si dice l'autonomia di giudizio... La conclusione è che, sia dal punto di vista etico che da quello politico, l'Italia si ritroverebbe ormai sull'orlo del baratro, se non già oltre. «Poco importa - sentenzia infatti Famiglia Cristiana - che il paese vada allo sfascio».


E tutto questo per colpa di chi? Ovviamente del Cavaliere Nero. Il quale - così ci ha detto per anni la rivista paolina - prima con le televisioni commerciali ha scardinato il tessuto di «valori» sui quali si reggeva la società italiana nell'era pre-berlusconiana, e poi, con la sua «discesa in campo», si è fatto paladino di uno «sbandierato garantismo» - leggiamo oggi - che in realtà è «troppo spesso pretesa di impunità totale», chiaramente «a favore dei potenti». E anche «l'appello alla legittimazione del voto popolare», a cui si richiama spesso il presidente del Consiglio, non può essere un «lasciapassare all'illegalità».


Complimenti davvero. Se continua di questo passo, il giornale paolino potrebbe candidarsi a diventare l'allegato settimanale al Fatto Quotidiano di Travaglio o la rivista ufficiale dell'Italia dei Valori. Dalla famiglia cristiana alla famiglia giustizialista il passo, in questo caso, è breve. L'impressione è che, invece di fornire un'immagine reale ancorché problematica dell'Italia e degli italiani, il settimanale paolino si accodi acriticamente e sciattamente alla più scontata, trita e ritrita leggenda nera su Berlusconi, mostrando così, come ha osservato il ministro Sandro Bondi, un «vuoto di analisi culturale sia sul ruolo della Chiesa che sul futuro dell'Italia». Questo non è un buon servizio reso a quelle «famiglie cristiane» a cui esso si rivolge. Forse i Paolini non si accorgono che, così facendo, dimostrano di disprezzare, assieme a Berlusconi, anche tutti gli italiani che lo votano. E, tra questi, anche tanti cattolici.

Gianteo Bordero

venerdì 30 luglio 2010

ALTRO CHE "CACCIATO"... È FINI AD ESSERSI MESSO FUORI DAL PDL

da Ragionpolitica.it del 30 luglio 2010

Diciamolo chiaro: non è l'Ufficio di Presidenza del Popolo della Libertà ad aver «cacciato» Fini, ma è Fini che si è messo fuori dal Pdl da almeno un anno e mezzo a questa parte. E non si è messo fuori con il suo «dissenso», bensì con la sua certosina, quotidiana opera di opposizione e demolizione del programma politico che pure egli aveva sottoscritto alla vigilia delle elezioni del 2008. Un fatto ancor più grave se si tiene conto che il cosiddetto «cofondatore» ha portato avanti questa sua azione distruttrice dall'alto della presidenza della Camera, e quindi rivestendo un incarico istituzionale di primo piano. E se tutti coloro che a sinistra solitamente si riempiono la bocca di «rispetto delle istituzioni» e dei «sacri principi costituzionali» ora tacciono silenti, è soltanto perché Gianfranco Fini, con la sua azione, ha ridato fiato ad una minoranza parlamentare che definire debole è eufemistico. Ne ha ricevuto in cambio le lodi sperticate dell'intellighenzia gauchista a corto di eroi. Rimarrà memorabile, in tal senso, l'editoriale di Eugenio Scalfari all'indomani del primo Congresso nazionale del Pdl: «Meno male che c'è Fini».


Nessun partito serio, sulla faccia della terra, può accettare che un suo esponente di spicco, un giorno sì e l'altro pure, impegni tutte le sue energie per smontare pezzo dopo pezzo le idee, i programmi, i progetti di legge che di questo stesso partito costituiscono l'ossatura, la pietra d'angolo, le fondamenta. Dovrebbe essere lui stesso a rendersi conto che forse ha sbagliato casa politica e ad andarsene, senza bisogno che siano gli altri, esaurita ormai ogni immaginabile dose di pazienza, a ricordarglielo e a pregarlo di accomodarsi alla porta. Se Fini non lo ha fatto non è perché fosse incosciente di ciò, ma perché ha voluto deliberatamente operare - con le sue prese di posizione, con l'azione di logoramento condotta dai suoi seguaci e con la guerriglia interna portata innanzi dai vari Granata e Bocchino - per indebolire dall'interno il Popolo della Libertà, il governo e la leadership berlusconiana. Era un gioco al massacro che qualsiasi partito degno di tal nome avrebbe prima o poi interrotto. E anche il Pd, che oggi parla di epurazione e simili amenità, prima di aprire bocca ripensi al trattamento riservato non più di due anni or sono al senatore Riccardo Villari, peraltro «colpevole» soltanto di essere stato legittimamente eletto alla presidenza della Vigilanza Rai. La sinistra, in questo campo come in altri, non ha proprio titolo per dare lezioni ad alcuno.


La dura presa di posizione di Berlusconi e dell'Ufficio di Presidenza del Pdl rappresenta, al contrario di quanto vogliono far credere i finiani e la gauche al gran completo, un atto di chiarezza e di coraggio. Chiarezza perché contribuisce a porre fine al caos interno al Popolo della Libertà dovuto ai continui smarcamenti e prese di distanze da parte della componente che si riconosce nel presidente di Montecitorio, che si costituirà ora come gruppo autonomo alla Camera e al Senato. Coraggio perché da un punto di vista esclusivamente tattico e di quieto vivere sarebbe stato forse più comodo, per il presidente del Consiglio, proseguire con la politica del compromesso a tutti i costi con Fini e i suoi, come nel caso del ddl sulle intercettazioni. Ma è chiaro che ciò non avrebbe portato nulla di buono né per quanto concerne l'efficacia dell'azione di governo e la realizzazione del programma né per quel che riguarda il rafforzamento del partito di maggioranza relativa. Perciò, come ha affermato il vice presidente vicario dei senatori del Popolo della Libertà, Gaetano Quagliariello, anche in questa vicenda «Berlusconi ha dimostrato di essere un leader, perché ha scelto la strada più difficile: quella della chiarezza. L'alternativa sarebbe stata una lenta consunzione». Non ci sono più alibi. Fini, adesso, è chiamato ad assumersi per intero le sue responsabilità a viso aperto.

Gianteo Bordero

lunedì 26 luglio 2010

LA PRETESTUOSA ED IRRESPONSABILE GUERRIGLIA DEI FINIANI

da Ragionpolitica.it del 26 luglio 2010

Per il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano parlano i fatti, cioè l'impegno costante del governo Berlusconi e del ministero guidato da Roberto Maroni nel contrasto alle mafie e alla criminalità organizzata. Un impegno che ha prodotto risultati straordinari, mai prima d'ora ottenuti da nessun altro esecutivo nella storia della Repubblica. Le accuse mosse nei giorni scorsi dall'onorevole finiano Fabio Granata, dunque, sono prive di fondamento, sono letteralmente fuori dalla realtà.


L'impressione è che le truppe d'assalto che si ritrovano nelle posizioni del presidente della Camera cerchino quotidianamente un pretesto qualsiasi per condurre innanzi la loro battaglia di logoramento contro il governo che pure essi formalmente appoggiano, contro la leadership berlusconiana e contro gli ex An che in essa si riconoscono. Qui, come ha osservato il presidente dei deputati del Popolo della Libertà, Fabrizio Cicchitto, non siamo più nel campo del «legittimo dissenso» all'interno del Pdl, ma ci troviamo di fronte ad una strategia della «guerriglia» che ha come unico obiettivo quello di destabilizzare l'attuale quadro politico, creare il caos nel partito di maggioranza relativa e indebolire l'esecutivo votato dagli italiani alle elezioni dell'aprile 2008.


Questa strategia è un clamoroso regalo fatto a una sinistra per certi versi inesistente, in crisi di idee, di programmi e di progetti di governo, ma che gode immensamente nel trovare un appiglio insperato per attaccare la maggioranza, nel dare fiato, attraverso i suoi giornali e i tg amici, ad ogni parola che esce dalla bocca delle nuove reclute dell'esercito antiberlusconiano. E chissenefrega se questa è l'ennesima conferma dell'inconsistenza dell'opposizione parlamentare della gauche, di fatto costretta a glorificare qualche ex missino, fino all'altro ieri odiato e rappresentato come la peste bubbonica, per dimostrare di esserci ancora e di lottare contro il tiranno di Arcore... Tanto basta per invocare fantomatici governi di transizione, inedite coalizioni della legalità, improbabili maggioranze alternative. Con soli due punti all'ordine del giorno: cacciare Berlusconi e riscrivere una legge elettorale che, tolto il premio di maggioranza, riconsegni ai manovrieri di palazzo il pallino della politica italiana. Sono due obiettivi su cui oggi convergono sia i partiti del centrosinistra sia - almeno così pare - la pattuglia finiana.


Quello che si ripropone è dunque, in ultima analisi, lo scontro tra il rispetto della volontà popolare espressa in libere elezioni e il ritorno a un passato in cui i governi venivano fatti e disfatti in men che si dica nelle secrete stanze romane, magari da uomini con tanto «senso istituzionale» ma con pochi voti, abili a ottenere con accordi tra notabili ciò che essi non avrebbero potuto avere attraverso il voto degli italiani. Se essere «berlusconiani» significa credere che la volontà degli elettori conti ancora qualcosa e che la democrazia non la fanno gli illuminati, i benpensanti e i profeti del politicamente corretto - ovunque essi alberghino - bensì il voto del popolo, allora ben venga - anzi s'accresca - il «berlusconismo», ultimo baluardo contro insopportabili operazioni di palazzo che, oltre a riportare indietro le lancette dell'orologio, non fanno altro che allontanare l'uomo comune dalla politica, cioè dal governo della polis, con esiti che non potranno non essere nefasti per il paese.

Gianteo Bordero

mercoledì 21 luglio 2010

LEGGE SULLE INTERCETTAZIONI. CHI TRADISCE IL PROGRAMMA...

da Ragionpolitica.it del 21 luglio 2010

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il Guardasigilli Angelino Alfano, seppur con modi e toni diversi, lo hanno detto chiaro: il testo del disegno di legge sulle intercettazioni uscito dalla Commissione Giustizia di Montecitorio, che passa ora alla discussione e alla votazione in aula, non corrisponde a quanto previsto dal programma presentato dal Popolo della Libertà alla vigilia delle elezioni politiche del 2008: «Limitazione dell'uso delle intercettazioni telefoniche e ambientali al contrasto dei reati più gravi; divieto della diffusione e della pubblicazione delle intercettazioni telefoniche ed ambientali, con pesanti sanzioni a carico di tutti coloro che concorrono alla diffusione e pubblicazione».


La cosiddetta «ala finiana» all'interno del Pdl ha condotto infatti, in questi mesi, un continuo ed estenuante gioco al ribasso, edulcorando e svuotando, giorno dopo giorno, un provvedimento a cui gli italiani, con il loro voto, avevano dato ampio e maggioritario sostegno. Si trattava di porre un significativo argine a un malcostume che ormai da molti anni ammorba la vita democratica del paese, con sistematiche violazioni del segreto istruttorio e conseguente messa alla gogna e sputtanamento della vita privata di persone colpevoli unicamente di aver parlato al telefono con soggetti sottoposti ad indagine da parte della magistratura. E invece, in nome di un conclamato legalitarismo ideologico - derivazione diretta del giustizialismo che ancora alberga in certi settori della destra italiana - e, soprattutto, in nome di una battaglia di logoramento politico contro il presidente del Consiglio, i finiani hanno fatto di tutto per giungere ad un compromesso al ribasso - l'unico possibile nelle attuali circostanze politiche, ha spiegato il ministro Alfano - che vanifica de facto le buone e sacrosante intenzioni espresse dal programma del 2008.


Il presidente della Camera ha salutato le modifiche al testo approvate martedì come una vittoria del parlamento e come una garanzia di rispetto del dettato costituzionale. Il primo punto mostra come Fini abbia ormai abbandonato il suo cavallo di battaglia presidenzialista per sposare una visione del parlamentarismo che molto assomiglia a quell'assemblearismo che ha prodotto soltanto ingovernabilità ovunque esso abbia avuto corso - nella prima Repubblica italiana e nella quarta Repubblica francese, ad esempio. Per quanto riguarda il secondo punto, resta da capire come potrà essere veramente rispettato, dopo l'emendamento voluto dai seguaci della terza carica dello Stato, l'articolo della Carta costituzionale che definisce come «inviolabili» la «libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione».


Ma l'aspetto più grave in tutta questa vicenda è quello, cui già abbiamo accennato, del tradimento delle promesse elettorali che è stato consumato da chi, grazie a quello stesso programma e grazie alla vittoria del 2008 su di esso fondata, ha potuto non soltanto essere eletto, ma anche accedere a importanti cariche istituzionali che molto probabilmente non avrebbe mai potuto occupare con le proprie sole forze. Tutto ciò contrasta con uno dei capisaldi che sin dal 1994 è stato alla base della grande avventura politica di Silvio Berlusconi e del suo successo: il rispetto degli impegni assunti con gli elettori («Pacta sunt servanda»), fondamento di quella «nuova moralità della politica» che ha permesso al nostro paese di uscire - almeno in parte - dalle secche dell'assemblearismo, del consociativismo e dei conseguenti giochi di palazzo portati avanti da questa o quella corrente, e di evolvere materialmente verso un parlamentarismo moderno e maturo, in cui le Camere non sono «terze» rispetto al governo, ma hanno come compito primario quello di esprimere una maggioranza chiamata a sostenere l'attività e le iniziative legislative dell'esecutivo. Se c'è una cosa di cui oggi c'è bisogno, come ha ricordato più volte il presidente del Consiglio, è una consacrazione anche formale della nuova Costituzione materiale nata con la seconda Repubblica, di certo non il ritorno a vecchie liturgie che creano soltanto confusione, instabilità di sistema e disaffezione dei cittadini nei confronti della politica.


Gianteo Bordero

lunedì 12 luglio 2010

LE CORRENTI NUOCCIONO ALLA SALUTE

da Ragionpolitica.it del 12 luglio 2010

Le correnti d'aria provocano torcicollo e mal di schiena. Nuocciono alla salute. Fuor di metafora, in un partito politico esse causano ripiegamento su se stessi e autoreferenzialità. Tanto più se si ha a che fare con un movimento nato e cresciuto attorno ad una leadership carismatica legittimata in maniera chiara dall'elettorato. Corrente significa parzialità, lotta a suon di tessere contro l'avversario interno, gruppo di potere più o meno ristretto. Mentre il movimento berlusconiano, come ha ricordato su queste pagine il coordinatore nazionale del Pdl e ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, è sorto dalla volontà di «rappresentare non una parte soltanto, un partito appunto, bensì di contribuire agli interessi generali dell'Italia. Fin dal primo istante della sua discesa in campo, tutte le parole e tutti gli atti di Berlusconi sono sempre stati improntati ad un'idea di cambiamento e di modernizzazione che corrispondevano e corrispondono ai veri interessi nazionali».


E' da qui che occorre ripartire se si vuole evitare che il dibattito interno al Popolo della Libertà si trasformi in un ritorno ai tempi peggiori della Prima Repubblica, quando proprio il trionfo del correntismo fu all'origine della consunzione del grande partito - la Democrazia Cristiana - che aveva retto per decenni le sorti dello Stato e che nei suoi ultimi lustri di vita fu corroso dalla lotta intestina tra gli «amici» di questo e gli «amici» di quello, tra i sostenitori di Tizio e i sostenitori di Caio... Tutti intenti a condurre innanzi una battaglia senza quartiere non contro il partito alternativo al blocco moderato e occidentale, bensì contro gruppi ed esponenti della stessa Dc. Sappiamo che cosa ha prodotto e a che cosa ha portato quella stagione della nostra vita repubblicana, e non vi è alcun ragionevole motivo per volgere lo sguardo indietro e riportare in auge pratiche deleterie per la credibilità della politica e per lo stesso sistema-paese.


Invece che di correnti, in questa torrida estate italiana c'è bisogno di aria fresca, quella che dà sollievo e respiro, quella che fa bene al corpo e allo spirito, che consente di osservare le cose sotto la giusta prospettiva. Quella che fa diradare l'afa e può far ritrovare le ragioni più profonde del proprio agire. Per il Popolo della Libertà, questo significa riscoprire ciò che gli ha permesso di diventare il primo partito italiano, di vincere dal 2008 ad oggi tutte le competizioni elettorali che si è trovato ad affrontare, di essere il perno della maggioranza che sostiene un governo il quale ha saputo dar prova di intelligenza, efficienza e credibilità in campo nazionale ed internazionale. Il fattore decisivo, in questo senso, è e rimane la leadership berlusconiana, senza la quale niente di tutto ciò sarebbe stato possibile e neppure lontanamente immaginabile.


Proprio perché, come ha ricordato Bondi, l'avventura politica di Silvio Berlusconi ha avuto inizio non per dare vita ad un partito in senso classico, ma per offrire rappresentanza alle istanze di cambiamento e di modernizzazione che giungevano a gran voce dal paese nel suo complesso, e quindi per unire sotto un unico tetto tutti coloro che non volevano un futuro illiberale e declinante per l'Italia, mettere in piedi correnti e correntine - magari mascherate da associazioni o fondazioni - per portare innanzi il proprio «particulare» e garantirsi una rendita di posizione significa per ciò stesso contraddire lo spirito vitale di quello che impropriamente è stato chiamato «berlusconismo»: la volontà di rompere con la vecchia politica politicante, con le stantie liturgie di partito, e di concentrarsi invece sugli interessi generali del paese, da promuovere e difendere attraverso l'attività di governo e attraverso un movimento di persone libere che attorno a tale progetto costruisse una rete inclusiva sempre più ampia. Non correnti esclusive l'un contro l'altra armate.

Gianteo Bordero

giovedì 8 luglio 2010

SOGNARE IL TERZO POLO E SVEGLIARSI SUDATI

da Ragionpolitica.it dell'8 luglio 2010

Il mitico e mitizzato «Terzo Polo», di cui oggi si torna ancora una volta a parlare, è il sogno perpetuo di tutti quei politici che, con la testa e con il cuore, sono rimasti fermi alla Prima Repubblica. Cioè a quando i governi e i presidenti del Consiglio non li sceglievano i cittadini col voto, bensì le segreterie di partito. Le quali, dopo ogni tornata elettorale, si sedevano a tavolino e, come piccoli alchimisti, cercavano la formula giusta e i numeri necessari per mettere in piedi un esecutivo.


Quel tempo - piaccia o no - è finito sedici anni fa, nel 1994, quando un imprenditore brianzolo di nome Silvio Berlusconi decise, dopo lo tsunami di Mani Pulite e di fronte alla prospettiva di un'inquietante ascesa al potere della «gioiosa macchina da guerra» organizzata dal partito post-comunista, di gettarsi nella mischia e di creare un «Polo» alternativo a quello della sinistra uscita miracolosamente indenne dalle inchieste giudiziarie. Da lì, anche grazie al sistema elettorale maggioritario che si era affermato nei referendum Segni del 1993, prese finalmente forma anche nel nostro paese il bipolarismo tipico delle democrazie più evolute, in cui si fronteggiano due schieramenti distinti e distanti per idee, obbiettivi, cultura politica. Tali schieramenti si presentano agli elettori chiedendo la fiducia sulla base di un programma di governo ben definito, e per così dire «incarnato» dalla figura del leader della coalizione. Non più, dunque, estenuanti liturgie di palazzo e bizantinismi di vario genere per decidere consociativamente, nelle segrete stanze di partito, a chi affidare la guida del paese, bensì la scelta diretta, da parte dei cittadini, di uno schieramento, di un leader, di un programma e, in sostanza, dello stesso governo.


Ma - osservano oggi i terzopolisti di ogni ordine e grado - negli scorsi tre lustri le due coalizioni si sono spesso dimostrate politicamente fragili, litigiose e non in grado di reggere la prova di un'intera legislatura (solo la Casa delle Libertà ci è riuscita negli anni 2001-2006). Ergo - ne deducono - bisogna buttare via il bambino assieme all'acqua sporca, cioè mettere sotto accusa il bipolarismo in quanto tale, il sistema dell'alternanza tra centrodestra e centrosinistra, scrivere una nuova legge elettorale che con qualche astruso meccanismo permetta al «Terzo Polo» antibipolare di prendere più potere con meno voti, di insediarsi a palazzo sol in nome di un superiore senso di «responsabilità nazionale». Come se i cittadini fossero incapaci di intendere e di volere e occorresse un partito di illuminati per raddrizzare le loro scelte sbagliate e testardamente fossilizzate sulla scelta tra destra e sinistra. Popolo bue.


Quello che i fautori del Terzo Polo non comprendono è che i difetti di quella che è stata chiamata «Seconda Repubblica» non sono imputabili al bipolarismo in sé considerato, ma sono dovuti semmai alle iniezioni del vecchio sistema nel nuovo. A partire, ad esempio, dalla sciagurata scelta del «Mattarellum», che si fece beffe del referendum Segni introducendo una quota di proporzionale nel nuovo metodo di voto e aprì la strada a una frammentazione che oggi è stata superata solo grazie all'evoluzione in senso ancor più bipolare delle due coalizioni (2008).


Insomma, come in ogni processo politico di grande portata bisogna dare tempo al tempo, lasciare che le cose maturino, operando per correggere le criticità che man mano emergono. Senza catastrofismi, senza invocare a ogni piè sospinto il ritorno al passato, senza evocare un giorno sì e l'altro pure il motto «si stava meglio quando si stava peggio». La qual cosa può essere vera per certi terzopolisti ora finiti ai margini del panorama politico, ma di sicuro non per la stragrande maggioranza degli elettori, che di giochi e giochetti di palazzo non ne può davvero più.


Gianteo Bordero

mercoledì 23 giugno 2010

UN MOVIMENTO DI POPOLO, NON UN VECCHIO PARTITO

da Ragionpolitica.it del 23 giugno 2010

Rispondendo a un militante sul sito forzasilvio.it, Berlusconi ha sottolineato alcuni punti essenziali a proposito della natura originaria del Popolo della Libertà. Punti dimenticando i quali si rischia di indebolire il Pdl, con conseguenze esiziali per la stabilità politica del governo e della maggioranza che lo sostiene.


Primo. «Il Pdl non è un partito. E' un grande movimento di popolo... La parola "partito" non mi è mai piaciuta perché indica una parte, una divisione. Il Popolo della Libertà, invece, è un movimento, un soggetto politico che si rivolge a tutti ed è completamente diverso dai vecchi partiti dominati dalle nomenclature». Ciò è confermato dal fatto che il Pdl non è nato da un'operazione di alchimia politica condotta dall'alto, attraverso una fusione a freddo tra classi dirigenti, bensì ha preso le mosse dal basso, dalla gente. Soprattutto - ha ricordato il presidente del Consiglio - dal grande raduno di Piazza San Giovanni del dicembre 2006, quando due milioni di persone si ritrovarono a Roma per manifestare contro il governo della sinistra. Fu allora che, per la prima volta, si unirono «le bandiere di Forza Italia e di Alleanza Nazionale» per difendere la libertà dall'«oppressione fiscale, burocratica, giudiziaria». In seguito fu proprio quel popolo di Piazza San Giovanni a recarsi ai gazebo e a scegliere per il nuovo soggetto politico il nome di «Popolo della Libertà» e non di «Partito della Libertà», mostrando così di preferire alle vecchie e ingombranti strutture novecentesche un movimento agile, votato al governo del paese e alla soluzione dei problemi concreti dei cittadini.


Secondo. «La nostra gente ha voluto che il Popolo della Libertà fosse guidato da un leader quale espressione di grande unità politica e di democrazia diretta». Dunque, oltre ad essere un movimento politico e non un partito nel senso comune del termine, ed oltre ad essere nato dal basso, il Pdl ha come sua caratteristica essenziale quella della leadership carismatica, legittimata dal rapporto diretto col popolo prima ancora che dalle strutture interne di partito. Mentre durante la Prima Repubblica si pensava che la mediazione tra governo e cittadini dovesse essere affidata esclusivamente ai partiti (al punto che Pietro Scoppola usò la felice definizione di «Repubblica dei partiti»), con la Seconda, figlia della «discesa in campo» di Berlusconi, questa mediazione tende a scomparire, lasciando il posto a leader capaci di rappresentare in se stessi un progetto politico che prende forma non da enunciazioni ideologiche di partiti-chiesa, bensì da agende concrete dettate dagli stessi cittadini, anche con gli strumenti della moderna comunicazione immediata, come internet.


Terzo. Da qui prende le mosse la lotta di Berlusconi contro le correnti e contro il ritorno a vecchie liturgie autoreferenziali che furono una delle cause della disgregazione del sistema partitico della Prima Repubblica. Proprio perché la leadership carismatica è oggi l'elemento che più di ogni altro è in grado di garantire l'unità di un movimento politico e il rapporto diretto con gli elettori, non si può pensare di agire come se tale leadership non ci fosse, o come se essa fosse il frutto di una contrattazione tra diverse «anime» e non, invece, l'espressione di una chiara volontà popolare confermata dai cittadini in ogni tornata elettorale. Insomma, chi nel Pdl pensa di poter affrontare le sfide del presente - in primis quella di governare l'Italia in tempi difficili come l'attuale - con uno sguardo autoreferenziale e tutto rivolto al passato, rischia di rendere incerto il futuro del movimento e, in ultima analisi, dello stesso paese. Per questo - conclude Berlusconi - «incrinare l'unità sarebbe un errore imperdonabile. E' una prospettiva a cui mi opporrò con tutte le forze, sicuro di interpretare la volontà della nostra gente».


Gianteo Bordero

mercoledì 31 marzo 2010

REGIONALI. IL CAPOLAVORO DI BERLUSCONI

da Ragionpolitica.it del 31 marzo 2010

Come è stato più volte detto e scritto, è nelle situazioni di apparente difficoltà e di accerchiamento da parte dei suoi nemici che Silvio Berlusconi riesce a dare il meglio di sé. Lo ha fatto sin dal momento della sua «discesa in campo» nel '94, quando la sinistra politica, mediatica e giudiziaria ha iniziato a rappresentare il fondatore di Forza Italia come un cancro per la democrazia, come il male assoluto da estirpare, come il pericolo pubblico numero uno. Lo ha fatto, poi, nella lunga «traversata del deserto» degli anni 1996-2001, quando dall'opposizione, mentre tutta l'intellighenzia gauchista lo dava per finito, ha riorganizzato con pazienza lo schieramento di centrodestra e lo ha portato al successo alle elezioni politiche del 2001. Lo ha fatto, ancora, nel 2006, quando, abbandonato persino da alcuni suoi alleati poco lungimiranti, con una coraggiosa campagna elettorale, condotta pressoché in solitaria, ha rimontato uno svantaggio dall'Unione prodiana che sembrava incolmabile, ha sfiorato per una manciata di voti il successo ma ha riconfermato la sua leadership carismatica come l'unica possibile per il centrodestra italiano. Lo ha fatto, infine, nel 2009 e nel 2010, in occasione delle elezioni europee e amministrative dell'anno scorso e di quelle regionali di quest'anno, tutte precedute da una lunga campagna di gossip, veleni, tentativi di delegittimazione morale, accuse di ogni genere da parte della solita sinistra a corto di argomenti politici ma sempre pronta a riversare sul Cavaliere ondate di fango, quintali di calunnie, tonnellate di odio.


Sono dunque sedici anni che, quanto più Berlusconi viene considerato sul viale del tramonto, tanto più egli si dimostra vivo e vegeto, in piena forma politica, titolare di una leadership che niente e nessuno riescono a scalfire. Il segreto - se così possiamo chiamarlo - sta nella capacità non comune del presidente del Consiglio di rinnovare ogni volta il suo rapporto diretto col popolo, chiamandolo a raccolta come migliore scudo di fronte agli attacchi della sinistra. Questa volta è accaduto con la grande manifestazione di piazza San Giovanni del 20 marzo, che ha ridato forza, speranza ed entusiasmo ad un elettorato che sembrava spaesato dopo la vicenda della presentazione delle liste, e che ha invece ben compreso che anche in questo caso si trattava del tentativo di far fuori l'avversario non con i mezzi della politica e della democrazia, ma con quelli giudiziari e mediatici - tanto più che, come lo stesso Berlusconi ha ricordato più volte, la cancellazione della lista del Popolo della Libertà a Roma e provincia è arrivata dopo il tormentone giornalistico su una presunta nuova Tangentopoli, dopo la reboante inchiesta sugli appalti della Protezione Civile e dopo l'ennesima fuoriuscita di intercettazioni coperte dal segreto nell'ambito dell'inchiesta di Trani sul «caso Santoro».


Anche stavolta, dunque, risultati elettorali alla mano, non c'è trippa per gatti. Chi, come qualche incauto esponente del Partito Democratico e dell'opposizione, sognava un indebolimento della leadership berlusconiana in seguito alle regionali, deve riporre le sue speranze nel cassetto. Perché il voto del 28 e 29 marzo, al contrario delle sgangherate previsioni dei maître à penser della sinistra salottiera, ha consolidato il ruolo del Cavaliere, che ora può giocare da una posizione di forza la partita delle riforme negli ultimi tre anni di legislatura - che, ricordiamolo, non prevedono altri appuntamenti elettorali di rilievo nazionale. La morale della favola, insomma, è che la sinistra, incapace di comprendere la lezione della recente storia politica italiana, continua a dare spallate contro un muro che non accenna a cadere. E così finisce per farsi del male da sola.

Gianteo Bordero