da Ragionpolitica.it del 19 gennaio 2010
I tanti cultori del politicamente corretto e del religiosamente corretto che si aspettavano dalla visita di Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma gesti clamorosi e clamorose «aperture» saranno rimasti delusi. Perché la vera notizia che è venuta dall'incontro di domenica è che Papa Ratzinger vuole dare al «dialogo» con gli ebrei quella dimensione ordinaria che dovrebbe contraddistinguere i buoni rapporti tra fratelli. Nessuna concessione alla retorica, dunque, nessun annuncio sensazionale, né tantomeno nessun dietro-front rispetto alle decisioni assunte dall'attuale pontefice riguardo al processo di beatificazione del suo predecessore Pio XII. Al «dialogo» - quello vero, e non quello sbandierato come vessillo ideologico dai paladini dell'ecumenismo un tanto al chilo - serve innanzitutto franchezza, chiarezza delle idee e delle posizioni, coraggio di chiamare i problemi col loro nome, senza nasconderli ipocritamente sotto il tappeto di un indistinto e noioso buonismo.
Questa franchezza ha contraddistinto i giorni che hanno preceduto la visita in Sinagoga, a partire già dallo scorso mese di dicembre, con la decisione di non rimandare a data da destinarsi la firma del decreto che riconosce le virtù eroiche di Papa Pacelli: un gesto che da molti è stato considerato come una pietra d'inciampo nel rapporto con gli ebrei si è rivelato, in realtà, come un utile invito a preparare l'importante appuntamento del 17 gennaio in spirito di verità, senza paura di affrontare le questioni aperte e senza «timori reverenziali», buoni per le chiacchiere di routine ma deleteri quando in ballo c'è qualcosa di grande e importante per milioni di persone. Così anche all'Angelus di domenica mattina, annunciando ai fedeli presenti in piazza San Pietro la visita pomeridiana al Tempio Maggiore sul Lungotevere, Benedetto XVI non ha mancato di ricordare che nel «cammino di concordia e di amicizia» tra cristiani ed ebrei ancora sussistono «problemi e difficoltà». Questi atti e queste parole del Papa hanno evitato che l'incontro in Sinagoga si limitasse a un nostalgico ricordo della prima visita di Giovanni Paolo II, avvenuta nel 1986, oppure si trasformasse in un momento di pura forma senza contenuto alcuno. E infatti l'invito alla franchezza è stato raccolto dai rappresentanti della comunità ebraica che hanno preso la parola, e dal rabbino capo Riccardo Di Segni. Lo stesso Benedetto XVI, nel suo intervento, non ha sorvolato su una questione scottante come quella riguardante Pio XII: pur senza nominarlo esplicitamente, Papa Ratzinger ha ricordato che durante i tragici anni della Shoah «la Sede Apostolica svolse un'azione di soccorso, spesso nascosta e discreta».
Così è apparso chiaramente che il «dialogo» non può fondarsi sull'annacquamento delle proprie posizioni o sulla rinuncia alla propria storia. Affinché esso sia tale è invece necessaria una approfondita conoscenza reciproca, capace di superare i pregiudizi e i luoghi comuni e di andare al cuore delle rispettive identità cogliendone le radici comuni e le verità condivise, a partire dalle quali diviene possibile costruire un'amicizia solida e feconda. E' un lavoro faticoso, che implica, come ha più volte ricordato Papa Ratzinger nel suo discorso, «un cammino» quotidiano, fatto di piccoli passi, e il cui fine non è il progressivo annullamento delle differenze, ma una più convinta risposta di ciascuno «alla chiamata del Signore».
Questo è tanto più vero nel caso del rapporto tra cristiani ed ebrei, che partecipano di una «comune eredità tratta dalla Legge e dai Profeti». Infatti la loro «vicinanza» e la loro «fraternità spirituale» - ha detto Benedetto XVI - «trovano nella Sacra Bibbia il fondamento più solido e perenne, in base al quale veniamo costantemente posti davanti alle nostre radici comuni, alla storia e al ricco patrimonio spirituale che condividiamo». E' su tale fondamento che il «dialogo» tra cristiani ed ebrei può uscire dall'astrattezza e dall'indeterminatezza e divenire impegno condiviso e concreto di fronte al mondo. Ad esempio partendo dal Decalogo, patrimonio comune alle due fedi. Esso può fornire la base per una collaborazione dinanzi alle grandi sfide e ai grandi drammi del tempo attuale: per «risvegliare nella nostra società l'apertura alla dimensione trascendente e testimoniare l'unico Dio», per «testimoniare insieme il valore supremo della vita», per «conservare e promuovere la santità la famiglia come cellula essenziale della società». Non si tratta di semplici affermazioni di principio o mere dichiarazioni d'intenti per una qualche forma di umanitarismo condiviso. Tale collaborazione - spiega Benedetto XVI - ha origini più solide: «È scrutando il suo stesso mistero che la Chiesa, popolo di Dio della Nuova Alleanza, scopre il proprio profondo legame con gli ebrei, scelti dal Signore primi fra tutti ad accogliere la sua parola». Sembrerà poco a chi si attendeva dalla visita del Papa in Sinagoga l'annuncio di grandi passi in avanti. In realtà, senza annunci reboanti, questo è stato il modo migliore per fare insieme qualche piccolo passo verso un rapporto all'insegna della verità.
Gianteo Bordero
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martedì 19 gennaio 2010
mercoledì 23 dicembre 2009
IL VALORE ECCLESIALE DEL PROCESSO DI BEATIFICAZIONE DI PIO XII
da Ragionpolitica.it del 23 dicembre 2009
Con il via libera al riconoscimento delle virtù eroiche di Pio XII, passo necessario in vista della beatificazione di Papa Pacelli, Benedetto XVI scrive un'altra pagina importante del suo pontificato. La decisione assunta da Joseph Ratzinger lo scorso sabato ha infatti un significato che va ben oltre la semplice firma del decreto sottopostogli dalla Congregazione delle cause dei santi. Si tratta di un significato - si badi bene - in primis ecclesiale prima ancora che storico, checché ne dicano i grandi quotidiani nazionali, animati da un preconcetto anti-ratzingeriano che li porta puntualmente a stravolgere il senso delle sue scelte (in questo caso a presentare la decisione su Pio XII - in omaggio alla vulgata che dipinge Papa Pacelli come il pontefice del silenzio e dell'inazione nei confronti del nazismo e della Shoah - come uno schiaffo dato da Benedetto XVI agli ebrei e alla memoria dell'Olocausto).
In realtà, come accennato, la scelta di Papa Ratzinger riveste un'importanza di prim'ordine sul piano innanzitutto ecclesiale. Pio XII è stato ingiustamente rappresentato, da buona parte della pubblicistica cattolica post-conciliare, come il simbolo di tutto ciò che il Vaticano II aveva contribuito a superare nel nome della modernità e del progresso teologico: di volta in volta, Papa Pacelli è divenuto l'icona di un bieco tradizionalismo, di una pervicace insensibilità ai temi posti dal pensiero moderno e contemporaneo, di un oscurantismo teologico nemico di ogni libertà di ricerca, di un passatismo nostalgico e ripiegato su se stesso, di un temporalismo fuori tempo massimo. Chiunque ne abbia invece letto senza pregiudizi gli scritti, i discorsi e le encicliche, e ne abbia studiato il magistero, sa benissimo che le cose non stanno così: Pio XII fu un Papa attento ai nuovi sviluppi della teologia, ne condannò certi eccessi valorizzando però i contributi positivi che sarebbero potuti derivare, ad esempio, dagli studi storici e dall'esegesi; fu il primo ad avvertire la necessità di un Concilio che affrontasse le questioni lasciate aperte dal Vaticano I; fu sensibile alle nuove conquiste tecnologiche e ai nuovi mezzi di comunicazione di massa quali il cinema; fu laico nel concepire il ruolo dei cattolici all'interno della politica italiana, accettando soltanto come una soluzione imposta dalle circostanze un partito unico e confessionale dei credenti. E l'elenco potrebbe continuare.
Se l'immagine di Papa Pacelli che è stata divulgata all'interno del mondo cattolico in questi ultimi decenni è quella che abbiamo brevemente tratteggiato, è perché ai fautori del Concilio come rottura netta con la storia della Chiesa serviva un simbolo da contrapporre a Giovanni XXIII, un Papa «cattivo» da opporre al Papa «buono», un Papa del regresso da contrapporre al Papa del progresso. Su Pio XII, in sostanza, è stata compiuta un'operazione di falsificazione ideologica senza la quale non sarebbe stato possibile portare innanzi e diffondere a livello di massa l'interpretazione del Vaticano II come discontinuità con un passato ritenuto non più presentabile e all'altezza dei tempi nuovi.
E' per spezzare questo specchio deformante che Benedetto XVI, con una decisione ancora una volta molto coraggiosa, ha voluto rendere giustizia alla figura di un suo predecessore: riconoscere le virtù eroiche di un Papa significa infatti, tra le altre cose, inserirlo a pieno titolo nel cammino di santità della Chiesa, in continuità con la sua tradizione e con la sua storia bimillenaria. Il leitmotiv del pontificato ratizingeriano, del resto, è proprio la volontà di fare piazza pulita di una lettura del Vaticano II completamente fuorviante, tesa a creare artatamente un pre-Concilio foriero di ogni male e un post-Concilio portatore di ogni bene per la Chiesa cattolica. Su questa linea si collocano alcuni tra gli atti più significativi del papato di Benedetto XVI, tra cui la «liberalizzazione» del Messale di San Pio V, la revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani ed ora la firma del decreto che riconosce le virtù eroiche di Pio XII. Così Papa Ratzinger unisce ciò che una interpretazione faziosa del Concilio ha diviso, restituendo piena dignità a un grande pontefice chiamato a guidare la barca di Pietro in tempi difficili e tempestosi.
Gianteo Bordero
Con il via libera al riconoscimento delle virtù eroiche di Pio XII, passo necessario in vista della beatificazione di Papa Pacelli, Benedetto XVI scrive un'altra pagina importante del suo pontificato. La decisione assunta da Joseph Ratzinger lo scorso sabato ha infatti un significato che va ben oltre la semplice firma del decreto sottopostogli dalla Congregazione delle cause dei santi. Si tratta di un significato - si badi bene - in primis ecclesiale prima ancora che storico, checché ne dicano i grandi quotidiani nazionali, animati da un preconcetto anti-ratzingeriano che li porta puntualmente a stravolgere il senso delle sue scelte (in questo caso a presentare la decisione su Pio XII - in omaggio alla vulgata che dipinge Papa Pacelli come il pontefice del silenzio e dell'inazione nei confronti del nazismo e della Shoah - come uno schiaffo dato da Benedetto XVI agli ebrei e alla memoria dell'Olocausto).
In realtà, come accennato, la scelta di Papa Ratzinger riveste un'importanza di prim'ordine sul piano innanzitutto ecclesiale. Pio XII è stato ingiustamente rappresentato, da buona parte della pubblicistica cattolica post-conciliare, come il simbolo di tutto ciò che il Vaticano II aveva contribuito a superare nel nome della modernità e del progresso teologico: di volta in volta, Papa Pacelli è divenuto l'icona di un bieco tradizionalismo, di una pervicace insensibilità ai temi posti dal pensiero moderno e contemporaneo, di un oscurantismo teologico nemico di ogni libertà di ricerca, di un passatismo nostalgico e ripiegato su se stesso, di un temporalismo fuori tempo massimo. Chiunque ne abbia invece letto senza pregiudizi gli scritti, i discorsi e le encicliche, e ne abbia studiato il magistero, sa benissimo che le cose non stanno così: Pio XII fu un Papa attento ai nuovi sviluppi della teologia, ne condannò certi eccessi valorizzando però i contributi positivi che sarebbero potuti derivare, ad esempio, dagli studi storici e dall'esegesi; fu il primo ad avvertire la necessità di un Concilio che affrontasse le questioni lasciate aperte dal Vaticano I; fu sensibile alle nuove conquiste tecnologiche e ai nuovi mezzi di comunicazione di massa quali il cinema; fu laico nel concepire il ruolo dei cattolici all'interno della politica italiana, accettando soltanto come una soluzione imposta dalle circostanze un partito unico e confessionale dei credenti. E l'elenco potrebbe continuare.
Se l'immagine di Papa Pacelli che è stata divulgata all'interno del mondo cattolico in questi ultimi decenni è quella che abbiamo brevemente tratteggiato, è perché ai fautori del Concilio come rottura netta con la storia della Chiesa serviva un simbolo da contrapporre a Giovanni XXIII, un Papa «cattivo» da opporre al Papa «buono», un Papa del regresso da contrapporre al Papa del progresso. Su Pio XII, in sostanza, è stata compiuta un'operazione di falsificazione ideologica senza la quale non sarebbe stato possibile portare innanzi e diffondere a livello di massa l'interpretazione del Vaticano II come discontinuità con un passato ritenuto non più presentabile e all'altezza dei tempi nuovi.
E' per spezzare questo specchio deformante che Benedetto XVI, con una decisione ancora una volta molto coraggiosa, ha voluto rendere giustizia alla figura di un suo predecessore: riconoscere le virtù eroiche di un Papa significa infatti, tra le altre cose, inserirlo a pieno titolo nel cammino di santità della Chiesa, in continuità con la sua tradizione e con la sua storia bimillenaria. Il leitmotiv del pontificato ratizingeriano, del resto, è proprio la volontà di fare piazza pulita di una lettura del Vaticano II completamente fuorviante, tesa a creare artatamente un pre-Concilio foriero di ogni male e un post-Concilio portatore di ogni bene per la Chiesa cattolica. Su questa linea si collocano alcuni tra gli atti più significativi del papato di Benedetto XVI, tra cui la «liberalizzazione» del Messale di San Pio V, la revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani ed ora la firma del decreto che riconosce le virtù eroiche di Pio XII. Così Papa Ratzinger unisce ciò che una interpretazione faziosa del Concilio ha diviso, restituendo piena dignità a un grande pontefice chiamato a guidare la barca di Pietro in tempi difficili e tempestosi.
Gianteo Bordero
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