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sabato 4 aprile 2009

LA LEGGE 40 NON E' UNA LEGGE «CATTOLICA»

da Ragionpolitica.it del 4 aprile 2009

Gennaio 2004. La legge sulla procreazione assistita proposta dalla maggioranza di centrodestra sta per giungere alla Camera dei Deputati per l'approvazione finale, dopo che al Senato si è riscontrata una convergenza che è andata oltre il recinto della Casa della Libertà ed ha coinvolto in modo particolare l'ala rutelliana e, in parte, quella ex popolare della Margherita. Le critiche alla normativa già fioccano abbondanti, amplificate da larga parte dei mezzi di comunicazione. L'accusa più comune è che si tratti di una legge scritta prendendo a modello il Catechismo della Chiesa cattolica, di una legge «oscurantista» e «medievale», che lede i diritti delle donne impedendo loro di soddisfare il legittimo desiderio di maternità. Sono i giorni in cui affila le armi quello che diverrà, qualche mese più tardi, il comitato referendario anti-legge 40.

Dal 19 al 22 del mese si svolge, a Roma, la riunione del Consiglio permanente della Cei, la Conferenza Episcopale italiana. Come al solito, la prolusione è affidata al presidente, il cardinale Camillo Ruini. Ad un certo punto del suo intervento il porporato parla del voto avvenuto qualche giorno prima a Palazzo Madama e delle polemiche che ne sono seguite, e afferma: «Sono stati rievocati, in particolare, i rischi della contrapposizione tra cattolici e laici e le accuse, nei confronti dei cattolici, di chiudersi nella difesa del passato e di voler imporre a tutti, attraverso una legge dello Stato, i propri punti di vista confessionali. In realtà, non si tratta di una legge "cattolica", dato che essa, sotto diversi e assai importanti profili, non corrisponde all'insegnamento etico della Chiesa». La legge 40, dunque, secondo il presidente dei vescovi italiani, non è «una legge cattolica». Parole, queste, che saranno troppo presto dimenticate, sacrificate sull'altare di una propaganda che tenterà in tutti i modi di presentare la normativa varata dal parlamento come una diretta emanazione delle volontà del Vaticano e della Cei, come l'imposizione di un dogma di fede alla Repubblica italiana, come una palese violazione della laicità dello Stato.

Eppure, sarebbe stato sufficiente prendere in mano il Catechismo della Chiesa cattolica per trovare conferma di quanto affermato dal cardinal Ruini. Nella parte dedicata al «dono del figlio», all'articolo 2377, il Catechismo afferma esplicitamente, a proposito delle tecniche di fecondazione omologa (quelle consentite dalla legge 40): «Tali tecniche sono, forse, meno pregiudizievoli (di quelle di fecondazione eterologa, ndr), ma rimangono moralmente inaccettabili. Dissociano infatti l'atto sessuale dall'atto procreatore. L'atto che fonda l'esistenza del figlio non è più un atto con il quale due persone si donano l'una all'altra, bensì un atto che "affida la vita e l'identità dell'embrione al potere dei medici e dei biologi e instaura un dominio della tecnica sull'origine e sul destino della persona umana. Una siffatta relazione di dominio è in sé contraria alla dignità e all'uguaglianza che deve essere comune a genitori e figli" (Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Donum Vitae)». Il successivo articolo 2378 spiega quindi che «il figlio non è qualcosa di dovuto, ma un dono». Per questo egli «non può essere considerato un oggetto di proprietà: a ciò condurrebbe il riconoscimento di un preteso "diritto al figlio"».

Bastano questi brevi richiami per comprendere che la posizione della Chiesa in materia di procreazione assistita è chiara e che la legge 40, nel momento in cui va a regolamentare l'accesso alla fecondazione omologa, si pone in contrasto con una esplicita norma morale prevista dal Catechismo. Ne discende che il giudizio complessivo della Conferenza Episcopale italiana sulla normativa in questione non fu mosso dalla necessità di difendere una legge «cattolica» (perché di ciò, come abbiamo visto, non si trattava e non si tratta), ma dal riconoscimento che tale legge costituiva un compromesso accettabile tra il dovere di tutela dell'embrione e le richieste di accesso alle nuove tecniche di fecondazione. E fu questa valutazione realistica e laica a motivare la battaglia dei vescovi italiani in favore dell'astensione ai referendum abrogativi del giugno 2005. Una battaglia finalizzata a salvaguardare quello che, agli occhi della Cei, appariva allora come un bicchiere mezzo pieno, che rischiava di essere svuotato da un'eventuale vittoria del fronte del «sì».

Di tutto ciò si dovrebbero ricordare tutti coloro che oggi parlano della legge 40 come di una ossequiosa genuflessione del parlamento alla Chiesa e ai suoi dogmi: se così fosse stato, anche la fecondazione omologa avrebbe dovuto cadere sotto la mannaia del legislatore. Ciò, invece, non accadde: non vi fu alcuna penna vaticana a dirigere la mano del legislatore: furono senatori e deputati liberamente eletti dal popolo, esercitando il compito a cui erano stati chiamati, a decidere secondo coscienza, e altrettanto liberamente, di scrivere una normativa che essi ritenevano giusta ed equilibrata. Una normativa che può piacere o non piacere, ma che almeno deve essere trattata per quello che è: una legge laica di uno Stato laico, non la trasposizione del Catechismo nel nostro ordinamento repubblicano.


Gianteo Bordero

venerdì 26 settembre 2008

UNA CONTINUITA' DI FONDO

da Ragionpolitica.it del 25 settembre 2008

La lettura più superficiale e politicamente scontata delle ultime dichiarazioni pubbliche del presidente della Conferenza Episcopale italiana sarebbe questa: se la CEI di Ruini parteggiava fin troppo esplicitamente per il centrodestra, la CEI di Bagnasco si è spostata a sinistra e ora prende a cannonate non più i laicisti e mangiapreti della gauche, bensì i razzisti della droit. Ebbene, questa lettura, seppur in voga su molti quotidiani in questi ultimi giorni, fa acqua da tutte le parti. Perché è sbagliato innanzitutto il punto di partenza da cui essa muove per tirare le sue sgangherate conclusioni.

La Conferenza Episcopale italiana, da almeno 15 anni a questa parte, non ragiona più in termini di partiti e di schieramenti, ma avendo come stella polare in politica una presenza trasversale dei cattolici in grado di garantire una solida diga in difesa del bene comune e di quei «principi non negoziabili» quali la vita, la famiglia, l'educazione. Questa linea consente di mantenere ferma la possibilità di prese di posizione e interventi forti e inflessibili sui valori e, allo stesso tempo, di non «compromettersi» troppo con un particolare partito o gruppo di partiti. E' una linea che era già emersa con Giovanni Paolo II negli anni della crisi della Dc durante i Convegni ecclesiali della CEI, e che ora ha trovato la sua piena esplicitazione nel pontificato di Benedetto XVI: non si tratta di un disimpegno della Chiesa italiana dalle cose della politica, ma di un distacco dalle mutevoli vicende partitiche per mantenere una libertà di azione e di giudizio altrimenti non garantita dall'identificazione con una sola sigla.

Colui che ha trasformato in realtà questa prospettiva, checché ne dicano i suoi detrattori, è stato il cardinal Camillo Ruini, che l'ha spinta sino alle sue estreme conseguenze in occasione del referendum sulla procreazione assistita del giugno 2005. Allora il porporato si mise a capo del fronte dell'astensione, raccogliendo attorno a sé un ampio consenso di uomini politici, partiti, associazioni. Fu certamente un'opera politica tout court, un intervento diretto della Conferenza Episcopale di fronte a un fatto che avrebbe potuto aprire la strada, anche nel nostro paese, alla deriva eugenetica collegata alla mancanza di regole nella manipolazione dell'embrione. Il referendum fallì, il testo della legge 40 rimase quello approvato dal parlamento, il cardinale - lui, non i partiti - ne uscì come il vero vincitore della partita.

Da allora, con Papa Ratzinger da poco insediato sul soglio petrino, è iniziata ad apparire più chiara la linea dei «principi non negoziabili», si è creato un vasto network cattolico - e non solo - a supporto delle battaglie della Chiesa sulla difesa della vita dal concepimento al suo termine naturale, della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, della libertà di educazione. Battaglie certo culturali, antropologiche, ma pronte a divenire «politiche» nel momento in cui questi temi siano oggetto di intervento da parte del legislatore (si pensi al disegno di legge sui Dico proposto dal governo Prodi e, per venire all'attualità, alla questione del testamento biologico e del fine vita).

Lo stesso Benedetto XVI ha più volte apertamente elogiato questo modello di intervento politico della Chiesa. Lo ha fatto nei suoi documenti e nei suoi discorsi pubblici, come quelli tenuti in occasione del viaggio apostolico negli Stati Uniti d'America, dal 15 al 21 aprile scorso. Allora il Papa affermò che occorre «respingere la falsa dicotomia tra fede e vita politica, poiché, come ha affermato il Concilio Vaticano II, "nessuna attività umana, neanche nelle cose temporali, può essere sottratta al dominio di Dio"». Sullo sfondo rimane, come sempre, l'idea della necessità di rafforzare la presenza del cattolico nella società contemporanea in primis attraverso la conversione personale e la testimonianza nella vita quotidiana, poi nell'esperienza comunitaria ecclesiale, infine nell'agone della politica, della cultura, della scienza. La politica, insomma, non è mai il primo obiettivo della presenza cristiana nella società, ma una sua possibile conseguenza, uno degli sbocchi che essa può avere.

Su questa linea si muove anche il cardinal Bagnasco, che certamente ha un temperamento personale meno «politico» di quello del suo predecessore alla guida della CEI, ma che non per questo può essere ritenuto l'anti-Ruini. Le sue parole sulla necessità di una legge riguardante il fine vita, che molti media hanno confuso con la legittimazione del testamento biologico, nascono in realtà dalla stessa motivazione che aveva spinto Ruini, nel 2005, a promuovere l'astensione nel referendum sulla procreazione assistita difendendo la legge varata dal parlamento secondo la logica del «male minore». In questo caso, meglio una legge che regoli il delicato e drammatico momento della fine della vita «riconoscendo valore legale a dichiarazioni inequivocabili, rese in forma certa ed esplicita» (che però «non avranno la necessità di specificare alcunché sul piano dell'alimentazione e dell'idratazione, universalmente riconosciuti ormai come trattamenti di sostegno vitale») piuttosto che il caos senza regole in cui è un magistrato a poter introdurre di fatto l'eutanasia in Italia.

Bagnasco non possiede certamente tutto l'appeal mediatico di Ruini, ma è proprio la lunga guida dell'ex cardinal vicario a rendere possibile, oggi, il discorso dell'arcivescovo di Genova sul fine vita (e a rendere possibile, sotto un altro aspetto, il richiamo al governo sulla questione dell'immigrazione). Insomma: se una buona legge verrà promulgata e la legalizzazione dell'eutanasia evitata, ancora una volta l'avrà vinta Ruini.

Gianteo Bordero