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mercoledì 3 novembre 2010

ANTIBERLUSCONISMO, SINISTRA OSSESSIONE

da Ragionpolitica.it del 3 novembre 2010

Su RaiNews24 va in onda un'intervista ad uno psichiatra che tenta di illustrare ai telespettatori la presunta malattia del presidente del Consiglio, con un compiaciuto Corradino Mineo, direttore della testata, a fargli da suggeritore e da spalla. E' l'ultimo dei tanti segnali, questo, che mostra come davvero il nostro Paese stia toccando uno dei punti più bassi del dibattito pubblico. Sommato agli articoli e alle analisi - chiamiamole così - pubblicate in questi giorni dalla cosiddetta «grande stampa» nazionale e alle dichiarazioni dei leader dell'opposizione, esso certifica che la vera psicosi non è quella che secondo i benpensanti di ogni ordine e grado attanaglia il capo del governo, bensì quella che ormai da lunga pezza ha preso dimora nelle menti dell'intellighenzia antiberlusconiana. E' infatti dal 1994, cioè dalla fondazione di Forza Italia e dalla vittoria elettorale sulla «gioiosa macchina da guerra» capitanata da Achille Occhetto, che si è diffusa nel nostro Paese, soprattutto tra i rappresentanti della cultura radical-chic e politicamente corretta, dominante nelle «alte sfere» della società e tra i cosiddetti «poteri forti», un'ossessione monomaniacale nei confronti dell'uomo di Arcore.


Per tutti coloro che sedici anni fa, avendo cavalcato l'onda giustizialista e ipocritamente moralista di Mani Pulite, si ritenevano titolati ad assumere sulle proprie spalle anche il potere politico e la guida del governo, Berlusconi ha rappresentato e rappresenta l'incubo che diventa realtà quando meno te lo aspetti, l'odioso imprevisto che ti taglia il fiato a un metro dal traguardo, la sciagura che fa affondare la nave che sta per approdare in porto. La iattura delle iatture. Intollerabile come tutte le disavventure che ti colpiscono sul più bello, quando sei lì che pregusti quella vittoria finale che niente e nessuno ti potranno mai togliere dalle mani. E invece... E invece succede, e la vittoria si trasforma in sconfitta, la realtà evapora tra le nebbie dei sogni, la meta sicura diventa di colpo un miraggio.


Quando si parla dei motivi per i quali la sinistra italiana e i suoi sostenitori nel mondo della cultura, dell'informazione, della scuola e della magistratura non sono riusciti a comprendere, salvo qualche rarissima eccezione, gli elementi politici del successo elettorale di Berlusconi, occorre tenere presente questa dimensione metapolitica e - in questo caso sì - psicologica che pesa come un macigno nel determinare ancora oggi l'atteggiamento di tanti oppositori nei confronti del presidente del Consiglio. Se la sinistra con i suoi addentellati, infatti, considerasse il Cavaliere un avversario politico, lo combatterebbe con mezzi politici, lo contrasterebbe sul piano dei programmi, delle proposte, dell'azione di governo, delle riforme. Il fatto che invece lo assalti un giorno sì e l'altro pure sul piano personale, andando a rovistare quasi voyeuristicamente nella sua vita privata, mettendo in scena processi mediatici al suo «stile di vita» e via degradando senza soluzione di continuità, conferma che il campo in cui essa si muove è un altro, che la rappresentazione di Berlusconi che essa propone agli italiani nasce da qualcosa di diverso dall'avversione politica e persino dall'odio politico.


E' appunto un'ossessione, è quello che la Treccani definisce come «fenomeno patologico che si manifesta con la presenza, persistente o periodica, di una rappresentazione mentale, un impulso, un affetto, che la volontà non riesce a eliminare, e che risulta accompagnata da un sentimento sgradevole di ansia, paragonabile a quello di una minaccia incombente». Come spiegare altrimenti le quotidiane montagne di carta dedicate prima al caso Noemi, poi alla vicenda D'Addario e oggi alla storia della giovane «Ruby Rubacuori»? Come trovare altrimenti giustificazione ai numeri monotematici de La Repubblica, alle puntate di Annozero in versione gossip, alle dichiarazioni moraleggianti dell'onorevole Di Pietro? Questa è infine l'opposizione oggi: non un'alternativa politica, ma una congerie di gruppi, centri di potere, circoli intellettuali tenuti insieme non da una «certa idea del Paese», non dalla comune volontà di realizzare un programma di riforme, bensì, ancora e sempre, da un antiberlusconismo psicologico e patologico che la fa rimanere lontana anni luce dalla realtà profonda dell'Italia e degli italiani.

Gianteo Bordero

venerdì 22 ottobre 2010

TU QUOQUE, SAVIANO!

da Ragionpolitica.it del 22 ottobre 2010

Giusto pochi giorni fa parlavamo su queste pagine della bassa considerazione che un dirigente di primo piano della sinistra, Massimo D'Alema, nutre nei confronti degli italiani che votano Berlusconi. Quello dell'ex segretario dei Ds non è un caso isolato, tant'è vero che giovedì sera è stata la volta di un altro potenziale leader - almeno così pare leggendo gli auspici di molti organi di stampa nazionali - della gauche nostrana. Parliamo dello scrittore Roberto Saviano, che dagli schermi di Annozero, nel corso del dibattito sulla sua prossima trasmissione Vieni via con me, ha dichiarato quanto segue: «Io non parlo alla sinistra, io non ho scritto monologhi per parlare a una parte, ma per parlare anche agli elettori di centrodestra, dicendogli anche "Continua a votare, non voglio cambiarti le idee. Vorrei solo che quando vai a votare o quando credi a queste idee fossi solo un po' più consapevole"».


Rieccoci dunque alla stucchevole rappresentazione dell'elettore di centrodestra come persona non pienamente «consapevole» del voto che esprime, come individuo che si lascia facilmente abbindolare dalla propaganda berlusconiana, come cittadino che non conosce, non sa chi e che cosa siano veramente il leader e lo schieramento a cui egli dà la sua preferenza. C'è dunque bisogno che qualcuno dall'alto, qualche illuminato della prima o dell'ultima ora, si premuri di «raccontare», come dice Saviano, la verità. Perché il problema è la «narrazione» di una realtà che, se fosse davvero conosciuta, impedirebbe ai rozzi elettori berlusconiani e leghisti di compiere un'altra volta il madornale errore di dare fiducia al Cavaliere o al Senatur.


Saviano si propone di fare ciò con la trasmissione che sta preparando insieme a Fabio Fazio e che andrà in onda fra due settimane - guarda caso - su Rai3. E con che cosa l'autore di Gomorra cercherà di aprire gli occhi dei cavernicoli destrorsi? Non con la propaganda politica, da cui egli pare essere ontologicamente alieno ed immune, bensì appunto con la pura «narrazione» ed il semplice «racconto». Di che cosa? Della «macchina del fango» mediatica, di come «chi si oppone a certi poteri viene demolito». E ancora: del post-terremoto all'Aquila, del caos rifiuti a Napoli, della vicenda Dell'Utri, per finire con la discriminazione contro gli omosessuali che verrà illustrata nientepopodimeno che da Nichi Vendola. Perché sono questi, evidentemente, i punti nodali attorno ai quali chi guida il Paese ha costruito in questi anni una rappresentazione di se stesso che non corrisponde in alcun modo - così lascia intendere Saviano - alla realtà.


Ma non è tutto. Perché il Potere, di fronte a tale coraggioso affronto via etere, non poteva di certo stare a guardare senza colpo ferire. E infatti, nelle scorse settimane, lo stesso Potere, rappresentato nella fattispecie dal direttore generale della Rai, Mauro Masi, ha fatto di tutto, sempre stando alle parole di Saviano, affinché il benemerito programma non andasse in onda. Come? Ad esempio lasciando che si creasse un polverone mediatico con la pubblicazione su alcuni giornali - quelli dediti alla quotidiana produzione di fango, va da sé - dei costi della trasmissione (più di due milioni di euro per quattro puntate) e dei lauti compensi previsti per gli ospiti. Atti che l'autore di Gomorra ha definito - udite udite - come diffamatori, forse dimenticando che trattasi di denaro pubblico del cui utilizzo i cittadini hanno pieno diritto di venire a conoscenza. «Voi - ha detto Saviano rivolgendosi a Maurizio Belpietro - pubblicate i compensi cercando e sperando di innescare rabbia e invidia nelle persone che guadagnano 1.500 euro al mese, di cui noi raccontiamo le storie».


La verità non ha prezzo e dunque andare a fare i conti in tasca a chi tale verità racconta sarebbe l'ennesimo indice di quell'arretratezza culturale che caratterizza i sostenitori del centrodestra. I quali, invece che pensare alla grana, dovrebbero incollarsi in religioso silenzio di fronte allo schermo al momento della messa in onda di Vieni via con me. Ne usciranno certamente migliori di prima e più «consapevoli», perché - annuncia Saviano - «nel momento in cui rompi il giocattolo della macchina del fango, come vogliamo fare con la nostra trasmissione, a quel punto sta al cittadino, al lettore, all'ascoltatore capire come funzionano le cose». Rai3 vi farà liberi.

Gianteo Bordero

martedì 3 agosto 2010

«FAMIGLIA CRISTIANA» O «FAMIGLIA GIUSTIZIALISTA»?

da Ragionpolitica.it del 3 agosto 2010

Famiglia Cristiana non si smentisce mai. Anche stavolta si è allineata senza tanti scrupoli al luogocomunismo dell'intellighenzia di sinistra e dei suoi media di riferimento. Che al settimanale dei Paolini il governo Berlusconi non piacesse è una cosa nota ormai da tempo: basti ricordare, ad esempio, il trattamento riservato alle politiche dall'attuale esecutivo in materia di contrasto all'immigrazione clandestina, che valsero al presidente del Consiglio e al ministro dell'Interno la scomunica di Famiglia Cristiana in quanto nuovi fascisti e calpestatori dei fondamentali diritti dell'uomo. O si pensi, ancora, all'altro anatema scagliato contro Berlusconi nel pieno della tempesta scatenata dal caso D'Addario: la rivista paolina, in scia de La Repubblica e degli altri organi ufficiali del moralismo un tanto al chilo e a senso unico, allestì il suo bel rogo di carta per i «comportamenti gaudenti e libertini» del premier, con i quali egli - così recitava la sentenza - aveva superato «il limite della decenza». Capirai. A parlare dal pulpito era un settimanale che dovrebbe essere il baluardo di una lettura cattolica delle vicende umane e che invece, per anni, si è fatto portatore di posizioni non propriamente ortodosse e non certo fedeli al magistero papale proprio in materia di dottrina morale, divenendo, anziché lume del mondo come auspica il Vangelo, paralume della mentalità dominante veicolata da coloro che vorrebbero vedere la Chiesa e la sua tradizione morire soffocate sotto il peso del cosiddetto «progresso».


Incurante di ciò, oggi Famiglia Cristiana torna alla carica sempre contro di lui, Berlusconi, evidentemente considerato come l'icona del Male assoluto che infetta una società altrimenti sana sotto la guida dei sacri principi indicati dai vari Scalfari, Ezio Mauro e compagnia repubblicante. Santi subito. Stavolta il premier e il suo governo entrano nel mirino dei Paolini da un lato in seguito alle recenti inchieste sulla fantomatica - per usare un eufemismo - «nuova P3» e, dall'altro, per la vicenda della rottura con Fini. Il quadro che ne emergerebbe, secondo la rivista, è per un verso quello di un «disastro etico (generalizzato, ndr) sotto gli occhi di tutti» e, per l'altro, quello di «una concezione padronale dello Stato» che «ha ridotto ministri e politici in "servitori", semplici esecutori dei voleri del capo». Sembra di leggere l'Unità, il Manifesto o Liberazione. Quando si dice l'autonomia di giudizio... La conclusione è che, sia dal punto di vista etico che da quello politico, l'Italia si ritroverebbe ormai sull'orlo del baratro, se non già oltre. «Poco importa - sentenzia infatti Famiglia Cristiana - che il paese vada allo sfascio».


E tutto questo per colpa di chi? Ovviamente del Cavaliere Nero. Il quale - così ci ha detto per anni la rivista paolina - prima con le televisioni commerciali ha scardinato il tessuto di «valori» sui quali si reggeva la società italiana nell'era pre-berlusconiana, e poi, con la sua «discesa in campo», si è fatto paladino di uno «sbandierato garantismo» - leggiamo oggi - che in realtà è «troppo spesso pretesa di impunità totale», chiaramente «a favore dei potenti». E anche «l'appello alla legittimazione del voto popolare», a cui si richiama spesso il presidente del Consiglio, non può essere un «lasciapassare all'illegalità».


Complimenti davvero. Se continua di questo passo, il giornale paolino potrebbe candidarsi a diventare l'allegato settimanale al Fatto Quotidiano di Travaglio o la rivista ufficiale dell'Italia dei Valori. Dalla famiglia cristiana alla famiglia giustizialista il passo, in questo caso, è breve. L'impressione è che, invece di fornire un'immagine reale ancorché problematica dell'Italia e degli italiani, il settimanale paolino si accodi acriticamente e sciattamente alla più scontata, trita e ritrita leggenda nera su Berlusconi, mostrando così, come ha osservato il ministro Sandro Bondi, un «vuoto di analisi culturale sia sul ruolo della Chiesa che sul futuro dell'Italia». Questo non è un buon servizio reso a quelle «famiglie cristiane» a cui esso si rivolge. Forse i Paolini non si accorgono che, così facendo, dimostrano di disprezzare, assieme a Berlusconi, anche tutti gli italiani che lo votano. E, tra questi, anche tanti cattolici.

Gianteo Bordero

mercoledì 30 giugno 2010

DISINFORMAZIONE CONTINUA SULLA CHIESA E SU PAPA BENEDETTO XVI

da Ragionpolitica.it del 30 giugno 2010

Già tre anni fa scrivemmo che la Chiesa guidata da Papa Benedetto non gode di buona stampa: continui travisamenti delle parole del Pontefice, interpretazioni arbitrarie del suo pensiero, mistificazioni del suo magistero e dei suoi atti di governo. Che le cose stiano ancora oggi così è confermato dal modo con cui la maggior parte dei mass media ha riportato e commentato due episodi accaduti negli ultimi giorni. Dapprima la notizia della non decisione della Corte Suprema americana in merito alla questione della chiamata in causa della Santa Sede nei processi che vedono coinvolti sacerdoti accusati di pedofilia è stata trasformata tout court in una decisione contro il Vaticano, preannunciando - in molti casi non senza soddisfazione - la presenza alla sbarra del Papa e dei suoi collaboratori, che, non si sa come, sarebbero responsabili di fatti accaduti quarant'anni fa. E poi - secondo episodio - è stato completamente stravolto il senso dell'omelia pronunciata da Benedetto XVI durante la celebrazione della festa dei santi Pietro e Paolo. A leggere certi giornali e a sentire certi tg, il Pontefice avrebbe mosso un rabbioso atto d'accusa contro la Chiesa stessa, legittimando così i giudizi che dipingono la barca di Pietro come una banda poco raccomandabile di gente dedita ai peggiori crimini che si possano immaginare. Ratzinger ha detto tutt'altro, ma tant'è che nelle rassegne stampa del giorno egli era diventato il grande inquisitore, il fustigatore della Chiesa matrigna.


Ora, questa sistematica disinformazione in merito alla vita della Chiesa e all'opera del Papa può certamente essere spiegata - ma non giustificata - dicendo che il moderno sistema dell'informazione si nutre di immediatezza, di battute d'agenzia subito rilanciate da internet, di titoli rumorosi a cui non corrispondono contenuti meditati e approfonditi. Si può anche sostenere che molto spesso ai giornalisti manca il tempo materiale per andarsi a leggere un intero discorso pontificio (anche se l'omelia del 29 giugno, ad esempio, non era certo un testo lungo e complesso). Ancora, è possibile affermare che talvolta all'origine della mancata comprensione delle parole papali vi sia una disarmante ignoranza a proposito dei contenuti della dottrina cattolica e della storia ecclesiale, insomma che manchi l'abc per poter correttamente intendere le riflessioni di un fine teologo come Joseph Ratzinger. Può essere, e forse in alcuni casi è così...


Ma non si può negare, di fronte agli articoli pubblicati e ai servizi mandati in onda nei giorni scorsi dai cosiddetti «media laici», che alla base della cattiva informazione sulla Chiesa e su Benedetto XVI vi sia anche una ferma e pervicace volontà di mettere in cattiva luce il cattolicesimo in quanto tale, di fornire all'opinione pubblica un'immagine distorta e negativa dell'esperienza cristiana, di propagandare, come la cara e vecchia stampa massonica anticlericale, il falso per vero all'interno di una lotta ideologica senza quartiere contro una realtà che ha il solo torto di proporre agli uomini di ogni epoca una verità che è «segno di contraddizione» rispetto al pensiero dominante mondano e rispetto al modo solito di concepire i rapporti di potere e il potere stesso, politico, culturale o mediatico che sia. La drammatica testimonianza di monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino, pubblicata su Il Foglio del 29 giungo, è in tal senso emblematica e deve far riflettere. Dice Negri: «Chi oggi attacca la Chiesa ha uno scopo preciso: toglierle il diritto di educare. Nella mia diocesi, da quando i media enfatizzano la pedofilia nel clero, i bambini non vengono più portati negli oratori. A San Marino non abbiamo avuto mai nessuna accusa di pedofilia contro i ministri di Dio. Eppure tutti hanno paura».


Un conto, dunque, è dare le notizie e commentarle, magari in modo distratto o approssimativo, un altro conto è alimentare, come stanno facendo tanti mezzi d'informazione, una caccia alle streghe contro la Chiesa il cui unico obbiettivo è quello di muovere guerra al cattolicesimo, al Papa e infine agli stessi fedeli, ai quali viene più o meno esplicitamente suggerito - per usare un eufemismo - di non fidarsi più delle parrocchie, dei preti, degli oratori, dei catechisti, dei movimenti ecclesiali, come luoghi sani e sicuri in cui mandare i propri figli. Come già abbiamo detto altre volte, nessuno - Benedetto XVI in primis - nega la gravità dello scandalo pedofilia riguardante singoli ecclesiastici, e nemmeno la necessità di un'azione forte per fare chiarezza e contrastarlo, ma è pure evidente che esso viene usato da molti media per alimentare una campagna contro la Chiesa nel suo insieme che dovrebbe essere avversata da chiunque, laico o cristiano, ha a cuore la libertà di pensiero, di religione, di educazione e la sua piena attuazione nelle nostre società cosiddette «civili».


Gianteo Bordero

lunedì 17 maggio 2010

«REPUBBLICA» CONFONDE FEDE E CONSENSO

da Ragionpolitica.it del 17 maggio 2010

Gongola La Repubblica, che lunedì titola in prima pagina: «Se declina la fede nella Chiesa». Articolo di commento affidato al sociologo Ilvo Diamanti, che illustra i risultati di un sondaggio condotto da Demos nella settimana tra il 14 e il 21 aprile. Secondo la rilevazione pubblicata dal quotidiano diretto da Ezio Mauro, la fiducia degli italiani nei confronti della Chiesa e del Papa sarebbe calata, nell'ultimo anno, rispettivamente del 3,2 e del 7%, attestandosi oggi nel primo caso al 47,2%, e nel secondo al 46,6%. Un declino che - aggiunge Diamanti - «peraltro dura da anni». Infatti, «rispetto al 2005 (quando è stato eletto Ratzinger) la fiducia nella Chiesa è scesa di 14 punti. Mentre negli ultimi due anni il consenso verso Benedetto XVI si è ridotto di 9 punti percentuali». Evidenti, secondo il sociologo, le cause di questo sensibile calo: oltre allo «scandalo pedofilia» che ha investito il clero negli ultimi mesi, oltre alla «vicenda Boffo» dello scorso settembre, sulla Catholica e sul Pontefice peserebbe anche il dopo-Wojtyla, «il cui credito, nel 2003, era superiore di circa 30 punti» rispetto a quello del suo successore.


Ora, tralasciando il fatto che il sondaggio, come detto poc'anzi, è stato condotto un mese fa e che negli ultimi 30 giorni Benedetto XVI ha ricevuto almeno quattro forti e chiare attestazioni di stima e fiducia da parte del popolo cattolico (a Malta, a Torino, in Portogallo e da ultimo domenica in Piazza San Pietro, in occasione della giornata organizzata dalla Cei e dai movimenti ecclesiali), a lasciare perplessi è soprattutto la grossolana giustapposizione tra fede e consenso che, di fatto, viene messa in campo da La Repubblica: quasi che la prima fosse direttamente proporzionale al secondo. Non è soltanto la storia della Chiesa a smentire questa tesi, ma anche la stessa natura del cristianesimo. Per quanto riguarda il primo punto, anche uno studente alle prime armi sa che, in molti frangenti del suo cammino, la Chiesa è stata un «piccolo gregge» tanto osteggiato dal mondo quanto ricco - e persino straripante - di eroiche testimonianze di santità e di fede indistruttibile. Per quanto riguarda il secondo punto, sono gli stessi Vangeli a suggerire una lettura del fatto cristiano come radicalmente altro dalla mentalità del «secolo», come portatore di un orizzonte di significato che il mondo non può dare. Non si ricordano momenti nei quali Gesù abbia invitato i suoi discepoli a cercare il «consenso», anzi: egli ha detto a chiare lettere ai suoi amici che la fede in Lui sarebbe stata causa di persecuzioni, di offese, di derisione. E la storia è lì a dimostrarlo, checché ne dica La Repubblica.


Misurare la fede sulla base della fiducia «statistica», e giudicare la Chiesa usando gli stessi strumenti adoperati per rilevare il gradimento dei partiti, dei leader politici, delle alte cariche dello Stato e delle altre istituzioni, è dunque un clamoroso errore. La fede, infatti, è altro dal consenso, e la Chiesa è altro dalle strutture di potere mondane. Credere in Gesù non è lo stesso che dare il proprio voto ad un partito, e aderire alla Chiesa non è come iscriversi ad un club o ad un'associazione culturale. Nella fede e nella Chiesa vi è un elemento che trascende le categorie sociologiche, un dato che può essere colto soltanto se si allarga il proprio sguardo a ciò che va oltre le moderne scienze sociali e oltre la moderna idea di ragione come «misura» di tutte le cose. Pensare di ingabbiare in un sondaggio demoscopico realtà che per loro stessa definizione non si fondano sul numero e sulla massa, ma sul mistero dell'anima personale che si apre all'eterno che entra nel tempo, è come - per riprendere le parole del poeta ungherese Attila Jozsef - «coprire con un tetto di tegole una torre aperta all'infinito».


Ancora un esempio tratto dalla storia può servire a chiarire ulteriormente la questione. Quando Gesù viene catturato, processato e poi crocifisso, che fine aveva fatto tutto quello che oggi chiameremmo «consenso delle masse»? Che fine avevano fatto quelle folle che si erano radunate ad ascoltarlo, che lo avevano visto operare miracoli, che lo avevano acclamato come loro re al momento del suo ingresso in Gerusalemme? Scomparse. E non è forse vero che è ancora la folla a chiedere la liberazione di Barabba durante il processo? E che dire degli ultimi istanti della vita di Cristo? Scrive il Vangelo: «Stavano sotto la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala», oltre al «discepolo che egli amava». Dunque, nel silenzio del Golgota, al culmine dell'esperienza terrena di Cristo, non ci sono le masse. Non c'è il consenso. Eppure è proprio in quel silenzio e davanti a quelle poche persone che si compiono due atti decisivi, senza i quali non è possibile comprendere né la Chiesa né la fede cristiana. Primo: Gesù che affida Sua madre, la Vergine Maria, a San Giovanni, consacrando così a Lei la Chiesa nascente. Secondo: la professione di fede del Centurione, che, vedendo il Nazareno spirare in quel modo, disse: «Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!». Qui, e non nei numeri dei sondaggi di Repubblica, sta tutta la misteriosa forza del cristianesimo e della Chiesa.

Gianteo Bordero

mercoledì 7 aprile 2010

GLI SCIACALLI DEL POST-TERREMOTO

da Ragionpolitica.it del 7 aprile 2010

C'è il dolore e c'è chi specula sul dolore. C'è il terribile ricordo del sisma e c'è chi vorrebbe trasformare tale ricordo in un argomento di propaganda da usare a fini di bassa lotta politica. Ci sono le macerie e c'è chi, come certi giornali e certi esponenti della sinistra, si serve delle macerie per portare avanti la sua personale battaglia contro il governo di turno. Purtroppo, a un anno di distanza dal terremoto che ha colpito l'Aquila e i territori limitrofi, spiace dover constatare che quello che avrebbe dovuto essere un momento di reale e profonda unità nazionale è stato trasformato, dai soliti maître à penser della cultura pessimista, disfattista e soprattutto anti-italiana, in una occasione di sterili polemiche un tanto al chilo, di assurde rivendicazioni portate avanti sulla pelle degli aquilani, di cieca delegittimazione della straordinaria opera di soccorso e di gestione dell'emergenza messa in campo dallo Stato e dalle sue strutture di protezione civile.


L'ideologia (l'antiberlusconismo in questo caso) rende ciechi. E così si finisce per negare anche la più solare delle evidenze: che, cioè, mai in Italia si era assistito ad un'azione così tempestiva ed efficace di assistenza alle popolazioni colpite dal sisma. Nessuno, nemmeno il presidente del Consiglio, nega che molto resti ancora da fare - e come potrebbe essere altrimenti! Ma ciò che infastidisce è la cancellazione preconcetta di quello che è stato realizzato fino ad oggi. Sembra, a leggere certi sinistri articoli di giornale, che nel capoluogo abruzzese e nei Comuni vicini si sia ancora al punto di partenza, che nulla sia stato fatto, che gli aquilani siano stati abbandonati a loro stessi nel generale menefreghismo delle istituzioni. E' una visione sbugiardata dalla realtà, ma che cinicamente e senza scrupolo alcuno viene propagandata a piene mani, nella convinzione di strappare - anche dopo il periodo elettorale - qualche consenso al governo. E a poco serve ricordare la costruzione a tempo di record di nuove abitazioni, l'aver dato un tetto a decine di migliaia di sfollati, alle famiglie che con la casa credevano di aver perduto tutto, l'esser riusciti a riaprire le scuole garantendo la continuità sul territorio del percorso formativo, l'essersi prodigati affinché i finanziamenti per la ricostruzione fossero sufficienti alla causa, l'aver ottenuto dai più importanti leader mondiali la collaborazione per il restauro del patrimonio artistico. No. E' inutile ricordare queste cose a coloro che pregiudizialmente non le vogliono ascoltare; a chi pretende di risolvere i giganteschi problemi del dopo-terremoto con un impossibile colpo di bacchetta magica; a tutti quelli che cavalcano la protesta cercando la pagliuzza nell'occhio del governo e non vedendo la trave ideologica che impedisce loro di formulare un giudizio sereno e obbiettivo su ciò che già è stato fatto.


E la cosa peggiore, come accennavamo poc'anzi, è che tutto ciò avviene senza un minimo senso della misura e del pudore nei confronti di coloro che, a causa della violenza del sisma, hanno visto spazzati via gli affetti, le persone care, i figli, i genitori, i parenti, gli amici. Nella lotta politica tutto fa brodo, ma arrivare al punto di strumentalizzare il dolore, lo smarrimento, la rabbia e la disperazione delle persone colpite da una devastante calamità naturale è veramente troppo. Perché l'esito di tale strumentalizzazione non è tanto quello della sempre legittima critica all'operato di un governo, ma è l'imbarbarimento del clima di solidarietà nazionale, di concreta vicinanza, di fraterno sostegno che si era creato sin dalle prime ore successive al terremoto, quando l'Italia intera si era stretta intorno agli abruzzesi per far sentire loro che non erano soli, che non sarebbero stati abbandonati al loro triste destino, che vi sarebbe stato uno sforzo comune per risanare le piaghe prodotte dalla furia della terra. Così quello che dovrebbe essere un motivo d'orgoglio per il paese intero viene ogni giorno di più messo nel dimenticatoio, in nome dell'ennesima campagna di veleni, sospetti e accuse contro chi si è speso sin dall'inizio per evitare che si ripetesse in Abruzzo ciò che purtroppo era accaduto, dopo un sisma, in altre parti della Penisola. E' il trionfo del cinismo, della disinformazione e soprattutto, come dicevamo, di una mai sopita ideologia anti-italiana che non di rado sconfina nel disprezzo e nell'odio nei confronti della nazione, del popolo e di chi democraticamente lo rappresenta.

Gianteo Bordero

mercoledì 3 marzo 2010

E IL GALLI CANTÒ...

da Ragionpolitica.it del 3 marzo 2010

In attesa che si sbrogli l'intricata matassa dei ricorsi riguardanti la presentazione delle liste del Pdl in Lazio e in Lombardia, con l'auspicio - messo nero su bianco dal coordinamento nazionale del partito - che possa essere «acclarata la realtà dei fatti» e «consentito l'avvio in condizioni di normalità e di massima serenità della prossima campagna elettorale», non si può rimanere silenti di fronte a quanto scritto sul Corriere della Sera da Ernesto Galli della Loggia nell'editoriale del 3 marzo. Dall'alto del suo pulpito intellettuale, il professore prende spunto dalle recenti vicende che hanno interessato il Popolo della Libertà per dipingere un quadro del partito talmente desolante che, se corrispondesse al vero, farebbe legittimamente sorgere più di una domanda sulla sanità di mente di coloro che lo votano, sui molti milioni di donne e di uomini che da due anni a questa parte hanno assegnato la loro preferenza alla nuova creatura di centrodestra.


Secondo Galli della Loggia il Pdl altro non sarebbe che «una somma di rissosi potentati locali riuniti intorno a figuranti di terz'ordine, rimasuglio delle oligarchie e dei quadri dei partiti di governo della prima Repubblica. E tra loro, mischiata alla rinfusa, gente dai dubbi precedenti, ragazze troppo avvenenti, figli e nipoti, genti d'ogni risma ma di nessuna capacità». E ancora: una «confusa accozzaglia», una «misera rappresentanza». E' questo, secondo l'editorialista del Corriere, il frutto bacato di quindici anni di esperienza politica del centrodestra in Italia, l'esito deprimente della leadership di Berlusconi. Un uomo che - sentenzia il professore - ha una concezione talmente ridotta e distorta della politica da ritenere che essa si esaurisca nel «vincere le elezioni e poi comandare». Un uomo, dunque, senza un'idea di paese, senza una cultura politica alle spalle, privo del «gusto e della capacità di governare».


Evidentemente Galli ha una considerazione talmente bassa degli italiani da ritenere che essi siano incapaci di comprendere quello che lui invece ha già compreso: la totale inconsistenza politica del centrodestra, del Popolo della Libertà oggi e di Forza Italia ieri, e ovviamente di Berlusconi. Se gli elettori avessero visto ciò che l'intellettuale ora annuncia, probabilmente, anzi sicuramente non avrebbero per tre lustri continuato a votare in maggioranza per una coalizione sgangherata, per un partito di plastica oggi divenuto «partito fantasma», per un leader senza arte né parte. E infatti il professore, nel suo editoriale, sul banco degli imputati non ci mette soltanto il Cavaliere, ma anche «la società italiana», incapace di elaborare, dopo la fine dei partiti storici e delle culture politiche del Novecento con la caduta del Muro di Berlino e la vicenda di Mani Pulite, una nuova «visione per l'avvenire». Dopo il 1993, secondo Galli, non ha fatto capolino sulla scena politica «nessuna idea nuova, nessuna indicazione significativa, nessuna nuova energia realmente politica è scesa in campo. Niente».


E naturalmente questo niente, questo vuoto, questo deserto - conclude il professore - «è più sensibile a destra, e più sensibili ne sono gli effetti negativi». Perché bene o male - argomenta - a sinistra è rimasto il deposito della Prima Repubblica, una parte del suo personale politico con esperienza di governo, gli eredi della Dc (di sinistra) e del Pci, che hanno portato in dote «la propria esperienza e le proprie capacità» - come ben si è visto negli anni di governo prodiano, aggiungiamo noi. Invece alla destra «è toccato solo il resto: a cui poi, per il sopraggiunto, generale, discredito della politica, non si è certo aggiunto il meglio del paese». Questa di Galli della Loggia è la versione intellettualmente rielaborata, ma non per questo sostanzialmente meno rozza, della ormai celeberrima espressione con cui Romano Prodi ebbe una volta a definire Forza Italia: «Il nulla». L'editorialista del Corriere ci ricama sopra con le sue analisi, ma gira che ti rigira il messaggio è quello: il centrodestra è lo zero politico, il Pdl un contenitore che raccoglie il peggio del paese, e Berlusconi il suo degno portabandiera.


Qui siamo ben oltre gli appelli al voto per il centrosinistra di Paolo Mieli: siamo alla delegittimazione totale, rabbiosa e unilaterale di un partito, della sua storia, del suo stesso esserci, e alla condanna intellettuale di coloro che lo votano. Tutto questo in piena campagna elettorale e sulla prima pagina di un giornale che fa vanto di moderazione e si proclama super partes, ma che, di fatto, non è meno fazioso, partigiano e schierato del suo concorrente La Repubblica.


Gianteo Bordero

martedì 22 settembre 2009

«REPUBBLICA» DALLA FANTAPOLITICA AL FANTAVATICANISMO

da Ragionpolitica.it del 22 settembre 2009

Con la sinistra alla canna del gas, afona riguardo ai veri problemi del paese e inconsistente dal punto di vista della proposta politica, alle gazzette antiberlusconiane non resta che andare alla ricerca, di giorno in giorno, di qualche pezza d'appoggio per portare avanti l'eterna battaglia contro il Cavaliere. Ieri, ad esempio, era il giorno dei funerali di Stato dei sei militari italiani caduti in Afghanistan. Giorno di lutto nazionale. Anche per i giornali e per i siti web gauchisti. Ma in un altro senso: non c'era trippa per gatti per attaccare il nemico. Il quale prima ha preso parte, assieme alle altre cariche dello Stato, alle esequie dei nostri soldati, in un clima di generale commozione che non poteva dare appigli per le solite critiche pretestuose al presidente del Consiglio; e poi, finita la cerimonia funebre in San Paolo fuori le mura, ha incontrato a pranzo, a casa del sottosegretario Gianni Letta, Gianfranco Fini, per diradare le nubi nel rapporto con il co-fondatore del Popolo della Libertà dopo le recenti burrasche estive. Schiarite nel cielo del centrodestra, dunque, e meteo che volgeva al peggio nelle redazioni degli antiberlusconiani in servizio permanente, che sognavano un imminente affondamento del governo in carica per mano di un gruppo di congiurati guidati dal presidente della Camera. Pie illusioni da riporre nel cassetto.

Come mettere in pagina, dunque, la quotidiana dose di antiberlusconismo? Le ultime speranze dei nemici del Cavaliere erano affidate nientepopodimeno che al cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani (lo stesso che in passato è stato preso tante volte di mira per le sue posizioni definite «conservatrici» e «retrograde»), che alle 17.30 doveva tenere la sua prolusione al Consiglio permanente della Conferenza Episcopale. Una relazione che già nei giornali della mattina veniva preannunciata, dai soliti noti, come di ferro e fuoco contro il governo, contro il presidente del Consiglio, contro il centrodestra. Persino contro la stessa Santa Sede, rea - a detta dei commentatori e dei vaticanisti sinistrorsi - di berlusconismo più o meno sotterraneo, poco incline a imbracciare l'arma della scomunica nei confronti dell'eresiarca Silvio. Scattata l'ora X e finito l'embargo sul testo della prolusione, i gazzettieri gauchisti hanno scoperto che i retroscena e le anticipazioni del giorno prima avevano la stessa consistenza della panna montata. Il cardinale, è vero, ha ripetuto il richiamo - già fatto altre volte - alla «sobrietà» dei comportamenti da parte di chi riveste cariche politiche, ma lo ha fatto dopo aver affermato che «il criterio fondamentale per una onesta valutazione dell'agire politico è la capacità di individuare le obiettive esigenze delle persone e delle comunità, di analizzarle e di corrispondervi con la gradualità e nei tempi compatibili. È, in altre parole, il criterio della reale efficacia di ogni azione politica rispetto ai problemi concreti del paese». In sostanza: la Chiesa italiana adotta come primo metro di giudizio dell'operato del governo la qualità dei provvedimenti in relazione alle necessità del paese e alla ricerca del «bene comune».

Ma non finisce qui. Perché il cardinale, nel suo intervento, ha anche espresso giudizi positivi sull'operato dell'esecutivo, in almeno due passaggi: il primo è stato un plauso al ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, per la decisione di ricorrere al Consiglio di Stato avverso la sentenza del Tar del Lazio che aveva negato all'insegnamento della religione nelle scuole pari dignità rispetto alle altre materie («Opportunamente - ha affermato il presidente della CEI - il ministero della Pubblica Istruzione ha già avanzato ricorso al Consiglio di Stato, ribadendo con altro suo atto la validità della presenza dell'insegnamento di religione nel curriculum scolastico»); il secondo passaggio è stato quello riguardante la legge sul «fine vita» approvata dal Senato e ora in procinto di essere discussa alla Camera («Il lavoro già compiuto al Senato - ha detto Bagnasco - è prezioso, perché dice la volontà di assicurare l'indispensabile nutrimento vitale a chiunque, quale che sia la condizione di consapevolezza soggettiva»). E pure nel momento in cui l'arcivescovo di Genova ha sottolineato i punti su cui vi sono discussioni aperte tra la Chiesa italiana e il governo (come ad esempio la questione dell'immigrazione), non ha mancato di ricordare che «anche quando annuncia una verità scomoda, la Chiesa resta con chiunque amica. Essa infatti non ha avversari, ma davanti a sé ha solo persone a cui parla in verità. Questo servizio, che consegue alla nostra missione di Pastori, non può non essere colto nel suo intreccio di verità e carità, e rimane vivo e libero da qualsiasi possibile strumentalizzazione di parte». Come dire: è inutile cercare di tirare la CEI per la tonaca, da una parte o dall'altra, perché essa prima di tutto svolge la sua missione ecclesiale e formula giudizi sulle cose della politica con tempi, modi e criteri che non sono quelli della polemica quotidiana tra schieramenti.

Un messaggio che il capofila dei giornali antiberlusconiani, La Repubblica, perennemente intenta a dipingere un mondo in cui tutti sono contro il Cavaliere, ha fatto finta di non sentire. Leggere, per credere, la prima pagina di oggi e l'articolo di commento affidato al vicedirettore Massimo Giannini («La scelta dei vescovi»), in cui si scopre che il vero senso delle parole del cardinale non è quello che egli stesso ha illustrato, bensì consisterebbe in un attacco a tutto campo contro il governo e contro il presidente del Consiglio, oltre che contro la Santa Sede, alleata di Berlusconi in una fantomatica guerra contro la libertà e l'autonomia dei vescovi. Dopo la fantapolitica a cui ci ha abituato Repubblica, ora siamo al fantavaticanismo. Al peggio non c'è mai fine.

Gianteo Bordero

giovedì 17 settembre 2009

IL SOGNO IMPOSSIBILE DI «REPUBBLICA»

da Ragionpolitica.it del 17 settembre 2009

Dal cilindro magico di Repubblica spunta fuori il nuovo coniglio con cui rimpiazzare Silvio Berlusconi e il suo governo democraticamente eletto dagli italiani il 13 e 14 aprile 2008. Il coniglio si chiama «governo di salvezza nazionale», ed è un avanzato prodotto della sperimentazione genetica applicata alla politica: infatti nasce, secondo Massimo Giannini, vice direttore del giornale scalfariano, dall'incrocio in provetta del DNA di quattro figure di primo piano della politica nostrana: Gianfranco Fini, Giulio Tremonti, Massimo D'Alema e Pier Ferdinando Casini. Sarebbero loro - sostiene Repubblica - gli «anelli della catena» pronta a soffocare il premier, facendolo fuori una volta per tutte dall'agone politico. Lo scopo del progetto - scrive Giannini - è «offrire al paese un'alternativa nel 2013, nel caso in cui questo governo riuscisse miracolosamente a superare le colonne d'Ercole del Lodo Alfano, delle elezioni regionali, dei nuovi guai giudiziari e dei vecchi vizi personali del premier. Oppure tenersi pronti all'emergenza immediata, nel caso in cui la legislatura incappasse in un traumatico incidente di percorso». Ovviamente è quest'ultima ipotesi ad essere caldeggiata dal quotidiano di Largo Fochetti, secondo il quale esisterebbe già un programma bell'è pronto per questo nuovo esecutivo: «Riforma del sistema politico, con abbattimento del numero di parlamentari, consiglieri regionali e comunali; riforma del welfare, con radicale riforma dei contratti di lavoro sul modello Ichino-Boeri; riforma della spesa pubblica, con massicci tagli e dirottamento di risorse verso la scuola, la ricerca e l'innovazione».


Sognare è lecito, ma a tutto c'è un limite. Tant'è vero che, concludendo il suo articolo dopo essersi risvegliato madido di sudore in seguito alla visione onirica del governissimo post Cavaliere, Giannini ammette - bontà sua - che quanto da lui stesso scritto «sembra fantapolitica», salvo poi precisare che «di questi scenari, sia pure costruiti a tavolino, si discute in questi giorni». E qui casca l'asino. Perché a «discuterne» sarebbe - udite, udite! - nientepopodimeno che... Massimo D'Alema, il quale - scrive il vice direttore di Repubblica - avrebbe detto a Fini, qualche giorno fa: «Il tuo premier, ormai, non è più nelle condizioni, politiche e psicologiche, per negoziare alcunché». E' proprio vero che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, perché Giannini, dopo aver preparato con cura per i lettori la succulenta pietanza del super governo Fini-Tremonti-D'Alema-Casini, al momento di servirla in tavola ci svela il segreto della ricetta, cosa che un buon cuoco non dovrebbe mai fare. E il segreto si chiama, appunto, Massimo D'Alema. E' lui, cioè, il vero «suggeritore» del novello cuoco Giannini, il quale, evidentemente, non fa altro che riportarne gli auspici, le previsioni, le - chiamiamole così - analisi strategiche.


Ora, che Baffino sia un esperto conoscitore delle trame di Palazzo per far cadere i governi scelti dal popolo e sostituirli con altri che soddisfino i desiderata dei poteri forti è cosa nota sin dal 1998, quando lui stesso defenestrò da Palazzo Chigi Romano Prodi e si insediò al timone di un esecutivo messo in piedi grazie ad un'astuta operazione di trasformismo parlamentare. Ma ora D'Alema, se è vero - e non ne dubitiamo - quanto riportato da Giannini in coda al suo articolo, esagera veramente, perché un conto era organizzare la caduta di un esecutivo debole (come quello del Professore) da posizioni di forza (segretario del più grande partito della maggioranza), un altro conto è organizzare la caduta di un governo forte (come quello di Berlusconi) da posizioni di debolezza (sponsor di uno dei candidati alla segreteria del maggior partito dell'opposizione).


Evidentemente, a D'Alema - e a Repubblica - sfugge la differenza tra le due cose e il loro opposto grado di realizzabilità. In sostanza, gli sfugge la realtà. Come tutta la sinistra, egli - per riprendere un'immagine usata da Giulio Tremonti nell'intervista rilasciata martedì al Corriere della Sera - vive ancora nella caverna di Platone, all'interno della quale «gli uomini non vedono la realtà, ma le ombre della realtà proiettate sulle pareti. Vedono immagini, profili, stereotipi, imitazioni della realtà. Il mondo esterno, la realtà, è una cosa; l'immagine della realtà, vista dal profondo della caverna, è un'altra. C'è una drammatica asimmetria tra la realtà del paese e del governo e la rappresentazione che se ne fa. Dal lato della realtà, c'è la realtà, certo con tutte le sue complessità: negatività ma anche positività, crisi ma anche crescente coesione sociale. Dal lato della caverna, è l'opposto o il diverso. Non solo non si vede l'essere, ma a volte si confonde l'essere (quello che è) con il dover essere (quello che si immagina debba essere); o con il voler essere, cioè quello che per proprio conto e tornaconto si vorrebbe fosse».


Gianteo Bordero

domenica 29 giugno 2008

LE DUE ANOMALIE ITALIANE

da Ragionpolitica.it del 28 giugno 2008

Il circolo mediatico-giudiziario ha ripreso a lavorare a pieno ritmo. La guerra a Silvio Berlusconi e al suo governo è aperta e pubblicamente dichiarata: da un lato il Consiglio Superiore della Magistratura prepara un documento per togliere la patente di costituzionalità (ma non sarebbe competenza della Corte Costituzionale?) alla norma del decreto legge sulla sicurezza che sospende per 12 mesi i processi per i reati che prevedono pene inferiori ai dieci anni; dall'altro lato l'Espresso pubblica una nuova tranche di intercettazioni telefoniche che vedono, tra i protagonisti, anche il Cavaliere. Se i giorni iniziali della XVI legislatura avevano fatto pensare a una distensione del clima istituzionale, tanto che il ministro della Giustizia Alfano poteva presentare le linee-guida del suo mandato al Csm senza riscontrare particolari ostilità e la cosiddetta «grande stampa» analizzava le prime proposte del nuovo esecutivo senza il solito filtro ideologico dell'anti-berlusconismo, ora il termometro, come in passato, è tornato a segnare tempesta.

Siamo ancora una volta, purtroppo, punto e a capo. Segno che vi sono dei nodi insoluti; nodi di sistema, che riguardano la configurazione e l'equilibrio dei poteri in Italia. E' dal 1993 che la magistratura, sotto la spinta della sua corrente più marcatamente orientata a sinistra (Magistratura Democratica), valicando i limiti impostigli dalla Costituzione e spalleggiata dai mezzi di comunicazione ideologicamente affini, ha iniziato nei fatti ad ergersi a potere supremo del nostro ordinamento, esercitando politicamente il suo ruolo e manovrando prima per cancellare dalla scena politica i partiti democratici che avevano governato l'Italia per cinquant'anni, poi per far cadere esecutivi democraticamente eletti dei cittadini. E' accaduto nel '94, con l'ormai storico avviso di garanzia a Berlusconi recapitato a mezzo stampa durante il G7 di Napoli; è accaduto all'inizio del 2008, con le inchieste che hanno messo nel tritacarne il Guardasigilli del governo Prodi, Clemente Mastella, e la sua famiglia. E accade oggi, ancora una volta, con il Cavaliere a Palazzo Chigi.

Questa è la prima, vera, grande anomalia italiana: una magistratura che interpreta il suo compito in termini politici e non giuridici; che ritiene più importante intercettare morbosamente le comunicazioni degli eletti dal popolo invece che dare seguito ai processi «normali», i cui faldoni vengono lasciati marcire in qualche magazzino di qualche procura della Repubblica; che si pensa cioè, violando palesemente l'articolo 104 della Costituzione, come potere e non come ordine. Questa è, come ha detto qualche giorno fa il presidente del Consiglio, una «metastasi della democrazia», perché sovverte l'ordine istituzionale così come esso è stato delineato dai costituenti, ponendo sotto continuo ricatto coloro che sono stati scelti dai cittadini come loro rappresentanti e lasciando intendere che esista una sovranità superiore a quella del popolo.

In una situazione del genere, ci si aspetterebbe che tutta la classe politica - e non solo una sua parte - reagisse convintamente al tentativo di perenne delegittimazione portato avanti dalla magistratura ideologizzata. Invece ci tocca assistere al triste spettacolo di una sinistra incapace di proporre una linea politica autonoma da quella del «partito delle toghe», rappresentato in parlamento dall'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Una sinistra in tutto e per tutto appiattita sul giustizialismo più becero e qualunquista, sul fanatismo forcaiolo dei vari Travaglio, Grillo, Flores d'Arcais. Una sinistra talmente svuotata di ogni contenuto da non saper più avanzare alcuna proposta per porre un freno allo strapotere dei giudici e dei pm, venerati come oggetti di culto a prescindere da ogni contestualizzazione storica.

Chi è causa del suo mal pianga se stesso, verrebbe da dire. La gauche italiana, che per anni ha cavalcato l'ideologia delle manette facili, dei processi mediatici, delle forche preventive, ne è stata risucchiata a tal punto da perdere se stessa, la sua identità, la sua consistenza come forza politica libera ed autonoma. Col risultato che oggi rimane afona, quando non supina, di fronte al nuovo tentativo di delegittimazione di un governo della Repubblica. Come se la cosa riguardasse soltanto Berlusconi e non anche la classe dirigente nel suo complesso. Come se l'uovo oggi dello sputtanamento del Cavaliere fosse meglio di mille galline (un sistema istituzionale finalmente normale) domani. Come se mille prime pagine sui guai giudiziari del presidente del Consiglio potessero cancellare milioni di voti liberamente espressi dagli italiani. La sinistra è passata dal complesso di superiorità morale al complesso di inferiorità rispetto ai magistrati: una parabola davvero poco edificante, che rappresenta la seconda, grande anomalia del sistema politico italiano. Cambiare è sempre possibile, ma con l'aria che tira di questi tempi non c'è da attendersi nulla di buono da chi ieri annunciava la «nuova stagione» e oggi si è già riallineato al vecchio che ritorna.

Gianteo Bordero

martedì 17 giugno 2008

IL RICHIAMO DELLA FORESTA

da Ragionpolitica.it del 17 giugno 2008

Eugenio chiama, Walter risponde. Dalle pagine di Repubblica il Fondatore lancia l'allarme democratico e subito il capo del Partito Democratico si arruola come milite nella nuova battaglia contro il fascismo che ritorna. Scalfari scrive che le prime mosse del governo Berlusconi rappresentano «un incipit verso una dittatura che si fa strada in tutti i settori della vita democratica». E ammonisce: «Quale dialogo si può fare nel momento in cui viene militarizzato il paese nei settori più sensibili della democrazia?». Veltroni risponde: «Se il comportamento del governo rimane arrogante come quello delle ultime settimane il clima non potrà che cambiare».

Si torna dunque all'antico: il richiamo della foresta è più forte del salto in avanti verso un riconoscimento e una legittimazione reciproca degli schieramenti che renderebbero finalmente normale la situazione politica italiana. Una atavica paura irrazionale per una «destra» ritenuta non pienamente degna di governare prevale sulla ragionevole volontà di cambiare pagina. E così, invece che collaborare alla scrittura di un capitolo diverso della nostra storia repubblicana, la sinistra preferisce il ritorno al passato, il cammino a ritroso che ci riporta, ancora una volta, all'inizio del libro. Al 1994 e alla narrazione di Berlusconi e dei suoi alleati come nuovo fascismo, come costante minaccia per la Costituzione, come pericolo per la tenuta democratica delle istituzioni.

Ma così la sinistra, e in particolare Veltroni, non fa altro che compiere l'ennesima, ulteriore involuzione autoreferenziale, aggrovigliandosi attorno alla sua mai sopita presunzione di superiorità morale rispetto agli avversari e abbarbicandosi ad un antiberlusconismo di maniera che nasconde soltanto un desolante deficit di proposta programmatica e di progettualità politica. Col risultato di allontanarsi ogni giorno di più dal popolo, dalla vita comune dei cittadini e dalle loro esigenze. In una parola: dalla realtà. Che è quella di un paese che arranca e che chiede tutele e sicurezza; di uno Stato privato della sua autorevolezza da decenni di sprechi, lassismo e incuria; di poteri non eletti che tentano - loro sì - di sostituirsi alle istituzioni democraticamente votate dai cittadini.

Questo mettere tra parentesi la realtà come se niente fosse, il rinunciare ad indagare in profondità sulle cause della sconfitta elettorale e sulle ragioni del consenso che Berlusconi ha saputo ancora una volta raccogliere tra gli italiani, l'accomodarsi su una linea di opposizione che ha il sapore del déjà vu, l'arrendersi alle sirene dell'antiberlusconismo storico gettando improvvisamente nel cestino gli annunci di una «nuova stagione» anche nei rapporti col centrodestra... Tutto questo mostra lo stato di incertezza e confusione nel quale versa il Partito Democratico dopo il 13 e 14 aprile. E non è da escludere che l'accodarsi di Veltroni alla propaganda dei «duri e puri», di Scalfari, dell'Unità, di Di Pietro, sia funzionale soltanto al mantenimento di una leadership che traballa e che, giorno dopo giorno, viene messa sul banco degli imputati da un numero sempre maggiore di dirigenti del partito.

Per salvare la sua posizione, Veltroni butta dunque a mare non soltanto il dialogo sulle riforme con Berlusconi e con la maggioranza, ma anche l'essenza stessa del programma con cui si era candidato alla guida del Partito Democratico e alla presidenza del Consiglio, invocando una netta rottura con il recente passato dell'Unione e di un centrosinistra fondato soltanto sul rigetto pregiudiziale ed ideologico dell'avversario. A conti fatti, oggi il Pd non riesce a darsi una linea di opposizione coerente con le ragioni per cui era stato fondato, non ha una collocazione chiara in ambito europeo, è segnato da una evidente «balcanizzazione» interna che vede l'un contro l'altro armati i dirigenti dei vecchi partiti e delle loro correnti; ma l'unica cosa che il segretario riesce a fare è tagliare i ponti da lui stesso faticosamente costruiti con il centrodestra e cedere ai richiami belluini dell'antiberlusconismo senza se e senza ma. Come se bastasse questo per uscire da una crisi le cui reali dimensioni debbono ancora venire a galla in tutta la loro portata. Buona fortuna, Walter.


Gianteo Bordero