da Ragionpolitica.it dell'11 luglio 2009
Chissà se i pubblici riconoscimenti ed apprezzamenti tributatigli da tutti i grandi del pianeta, a partire dal presidente americano Barack Obama, riusciranno a cancellare l'amarezza di Silvio Berlusconi per la campagna d'odio, chiacchiere e veleni di cui è stato oggetto negli ultimi due mesi... Perché le dosi industriali di fango - per usare un eufemismo - gettato addosso al presidente del Consiglio avrebbero fatto male a chiunque. In questo senso, il premier ha dimostrato una capacità di resistenza agli attacchi oggettivamente fuori dal comune.
Sia come sia, alla fine il vero vincitore del G8 dell'Aquila è lui, il Cavaliere, che esce dal vertice con cucita addosso un'immagine nitida di leader e di statista a tutto tondo, per la sua capacità di proposta e di mediazione, per le doti di «great coaching» di cui ha parlato il presidente americano, per il livello dell'accoglienza riservata ai colleghi, per la lungimiranza nella scelta della sede del summit, e l'elenco potrebbe proseguire...
Così il Berlusconi del G8 aquilano si ricollega idealmente con il Berlusconi del 25 aprile, quello del memorabile discorso di Onna che gli valse un'impennata nei sondaggi che lo portò a livelli di gradimento da lui stesso definiti «imbarazzanti». E non fu un caso se proprio dopo quella ricorrenza e dopo il salto in avanti nei sondaggi iniziò l'infame campagna contra personam che ha calamitato l'attenzione dell'opinione pubblica in questi due mesi. L'obiettivo di coloro che si sono adoperati per fiaccare il presidente del Consiglio per poi tentare di abbatterlo definitivamente come un pugile suonato durante il vertice dei grandi, in diretta mondiale come già accaduto nel '94, era proprio questo: fermare l'avanzata di Berlusconi e il rafforzamento della sua immagine di statista capace di unire il paese attorno ai suoi valori fondanti - un reato di lesa maestà agli occhi dei sacri custodi politicamente corretti dell'ordine repubblicano. Andava cioè fermato il tentativo del Cavaliere di porsi come un padre della patria in grado di rinnovare il patto costituzionale tra popolo e Stato, sanando la ferita della guerra civile del '43-'45 e della tragica lotta sul suolo nazionale di due eserciti combattenti ciascuno in nome dell'Italia.
Vedere Berlusconi a Onna, luogo simbolo della furia nazista, parlare di resistenza, di lotta per la libertà, elogiare tutti i movimenti (comunisti compresi) partigiani, per poi indossare il foulard della Brigata Maiella, è stato, agli occhi di coloro che da decenni si sono autonominati unici titolari della legittimità repubblicana, un affronto intollerabile, che andava al più presto vendicato, con tutti i mezzi a disposizione - gossip e spiate di vario genere compresi. Perché proponendo al paese un nuovo patto costituente fondato sulla libertà e su istituzioni ammodernate, finalmente al passo coi tempi, il presidente del Consiglio è entrato in un campo che non era più semplicemente quello della politica o dell'ideologia, ma il campo della religione tout court: la religione della Repubblica fondata sui dogmi dell'Antifascismo e della Liberazione. Che il fondatore della tv commerciale, il parvenu della politica, il leader di una destra ritenuta inguardabile si presentasse al paese come un nuovo padre della patria era davvero troppo.
E allora, oggi, dopo il successo indiscutibile del vertice abruzzese (perfino molti giornali italiani mai teneri col Cavaliere lo riconoscono senza giri di parole), andato in fumo il tentativo di mandare gambe all'aria il governo e il suo capo, il cammino riprende proprio da quell'immagine che sia il 25 aprile di Onna che il G8 dell'Aquila hanno consegnato prima all'Italia e poi al mondo: quella di un presidente del Consiglio autorevole, capace di interpretare al meglio i sentimenti, la storia, la tradizione del popolo che rappresenta; di uno statista credibile in campo internazionale; insomma, di un grande leader adatto ai tempi difficili che l'Italia e il mondo attraversano. Avanti, Silvio!
Gianteo Bordero
domenica 12 luglio 2009
venerdì 10 luglio 2009
IL SUCCESSO DI BERLUSCONI
da Ragionpolitica.it del 9 luglio 2009
L'inizio del G8 dell'Aquila ha consegnato all'Italia e al mondo l'immagine di un Silvio Berlusconi saldamente e autorevolmente in sella a un governo capace di esercitare, sui temi al centro del dibattito dei «grandi», una «leadership forte e straordinaria», secondo le parole pronunciate mercoledì mattina dal presidente americano Barack Obama. La lunga campagna di stampa condotta da giornali italiani (con in testa La Repubblica) e stranieri (in gran parte riconducibili all'editore Murdoch) non ha dunque sortito gli effetti sperati: l'operazione di delegittimazione totale del presidente del Consiglio non è andata in porto. Due mesi di gossip, illazioni, calunnie, in cui tutto ciò che sapesse di pruriginoso nella vita privata del Cavaliere è stato dato in pasto all'opinione pubblica italiana e internazionale, non sono riusciti a modificare il quadro politico nazionale, a rovesciare il verdetto uscito dalle urne il 13 e 14 aprile 2008. Chi si aspettava l'imminente caduta di Berlusconi e l'arrivo del solito esecutivo tecnico (o - sarebbe meglio dire - tecnocratico) ha dovuto riporre le sue speranze nel cassetto dopo aver visto i leader riuniti nel capoluogo abruzzese esprimere vivo apprezzamento tanto per la persona del presidente del Consiglio quanto per l'operato del suo governo.
In altri tempi e altre circostanze, probabilmente un esecutivo italiano non avrebbe retto il peso esercitato dall'azione congiunta di certa stampa, di poteri più o meno forti, della parte più politicizzata della magistratura, con a ruota i partiti di opposizione: sarebbe capitolato, cedendo il passo ai fautori di una democrazia minore e sempre sotto tutela. In questo senso, occorre sottolineare che la tenuta del governo Berlusconi dopo gli attacchi concentrici di cui esso è stato oggetto nelle scorse settimane rappresenta anche una vittoria della democrazia e della sovranità popolare sui soliti noti del circolo mediatico-giudiziario.
Accanto a ciò, c'è un altro aspetto importante che va rimarcato: nell'attuale congiuntura mondiale, con una crisi che ha pesantemente colpito le economie nazionali, è interesse primario di ogni Stato avere un governo forte e credibile, che goda di quella legittimazione popolare indispensabile per mettere in campo le misure necessarie ad attraversare la tempesta, garantendo che la crisi economica non si trasformi in crisi sociale dagli esiti potenzialmente devastanti. Che il governo Berlusconi sia solido è, cioè, interesse primario del sistema-paese nel suo complesso: se all'instabilità economica si aggiungesse infatti l'instabilità politica, ne verrebbe fuori una miscela esplosiva e a farne le spese non sarebbero soltanto i partiti attualmente maggioritari, ma anche e soprattutto la nazione nel suo insieme e la sua autorevolezza in campo internazionale; l'Italia sarebbe nuovamente in balìa del caos, con sommo gaudio di chi, da tale caos, potrebbe trarre profitto dal punto di vista economico, politico e finanche geopolitico.
Alla luce di queste riflessioni, appare con ancora maggiore chiarezza quanto irresponsabile e contrario agli interessi del paese sia stato il comportamento di coloro che hanno organizzato e condotto la campagna antiberlusconiana degli ultimi mesi. Una campagna che, in forza di quanto detto, rappresenta in ultima analisi anche una battaglia antinazionale, contraria agli interessi dell'Italia. Il presidente del Consiglio, in queste settimane, è andato avanti con coraggio e determinazione; il suo governo ha saputo mettere in campo provvedimenti importanti come il secondo decreto anti-crisi e il ddl sviluppo che contiene misure finalizzate a rilanciare il sistema-paese; nel frattempo, Berlusconi in prima persona ha lavorato per preparare al meglio il vertice dell'Aquila, sia dal punto di vista organizzativo che nella definizione dei dossier oggetto di discussione tra i «grandi della Terra». E oggi può finalmente mietere i buoni frutti di un impegno che assume ancor più valore se si pensa al clima in cui esso è stato portato avanti. A mani vuote resta chi si aspettava «scosse» capaci di abbattere il Cavaliere; chi pensava di rovesciare, spiando dal buco della serratura nella stanza da letto del premier, il quadro politico sancito dal voto popolare.
Gianteo Bordero
L'inizio del G8 dell'Aquila ha consegnato all'Italia e al mondo l'immagine di un Silvio Berlusconi saldamente e autorevolmente in sella a un governo capace di esercitare, sui temi al centro del dibattito dei «grandi», una «leadership forte e straordinaria», secondo le parole pronunciate mercoledì mattina dal presidente americano Barack Obama. La lunga campagna di stampa condotta da giornali italiani (con in testa La Repubblica) e stranieri (in gran parte riconducibili all'editore Murdoch) non ha dunque sortito gli effetti sperati: l'operazione di delegittimazione totale del presidente del Consiglio non è andata in porto. Due mesi di gossip, illazioni, calunnie, in cui tutto ciò che sapesse di pruriginoso nella vita privata del Cavaliere è stato dato in pasto all'opinione pubblica italiana e internazionale, non sono riusciti a modificare il quadro politico nazionale, a rovesciare il verdetto uscito dalle urne il 13 e 14 aprile 2008. Chi si aspettava l'imminente caduta di Berlusconi e l'arrivo del solito esecutivo tecnico (o - sarebbe meglio dire - tecnocratico) ha dovuto riporre le sue speranze nel cassetto dopo aver visto i leader riuniti nel capoluogo abruzzese esprimere vivo apprezzamento tanto per la persona del presidente del Consiglio quanto per l'operato del suo governo.
In altri tempi e altre circostanze, probabilmente un esecutivo italiano non avrebbe retto il peso esercitato dall'azione congiunta di certa stampa, di poteri più o meno forti, della parte più politicizzata della magistratura, con a ruota i partiti di opposizione: sarebbe capitolato, cedendo il passo ai fautori di una democrazia minore e sempre sotto tutela. In questo senso, occorre sottolineare che la tenuta del governo Berlusconi dopo gli attacchi concentrici di cui esso è stato oggetto nelle scorse settimane rappresenta anche una vittoria della democrazia e della sovranità popolare sui soliti noti del circolo mediatico-giudiziario.
Accanto a ciò, c'è un altro aspetto importante che va rimarcato: nell'attuale congiuntura mondiale, con una crisi che ha pesantemente colpito le economie nazionali, è interesse primario di ogni Stato avere un governo forte e credibile, che goda di quella legittimazione popolare indispensabile per mettere in campo le misure necessarie ad attraversare la tempesta, garantendo che la crisi economica non si trasformi in crisi sociale dagli esiti potenzialmente devastanti. Che il governo Berlusconi sia solido è, cioè, interesse primario del sistema-paese nel suo complesso: se all'instabilità economica si aggiungesse infatti l'instabilità politica, ne verrebbe fuori una miscela esplosiva e a farne le spese non sarebbero soltanto i partiti attualmente maggioritari, ma anche e soprattutto la nazione nel suo insieme e la sua autorevolezza in campo internazionale; l'Italia sarebbe nuovamente in balìa del caos, con sommo gaudio di chi, da tale caos, potrebbe trarre profitto dal punto di vista economico, politico e finanche geopolitico.
Alla luce di queste riflessioni, appare con ancora maggiore chiarezza quanto irresponsabile e contrario agli interessi del paese sia stato il comportamento di coloro che hanno organizzato e condotto la campagna antiberlusconiana degli ultimi mesi. Una campagna che, in forza di quanto detto, rappresenta in ultima analisi anche una battaglia antinazionale, contraria agli interessi dell'Italia. Il presidente del Consiglio, in queste settimane, è andato avanti con coraggio e determinazione; il suo governo ha saputo mettere in campo provvedimenti importanti come il secondo decreto anti-crisi e il ddl sviluppo che contiene misure finalizzate a rilanciare il sistema-paese; nel frattempo, Berlusconi in prima persona ha lavorato per preparare al meglio il vertice dell'Aquila, sia dal punto di vista organizzativo che nella definizione dei dossier oggetto di discussione tra i «grandi della Terra». E oggi può finalmente mietere i buoni frutti di un impegno che assume ancor più valore se si pensa al clima in cui esso è stato portato avanti. A mani vuote resta chi si aspettava «scosse» capaci di abbattere il Cavaliere; chi pensava di rovesciare, spiando dal buco della serratura nella stanza da letto del premier, il quadro politico sancito dal voto popolare.
Gianteo Bordero
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mercoledì 8 luglio 2009
IL VUOTO E LA VIOLENZA
da Ragionpolitica.it del 7 luglio 2009
Abbiamo sempre sostenuto, su queste pagine, che dietro l'etichetta dell'«idealità» appiccicata sopra la battaglia dei movimenti antagonisti contro la globalizzazione si nascondeva soltanto uno spaventoso vuoto di idee, di principi e di valori. Abbiamo scritto che si trattava, in ultima istanza, di una pura espressione del nichilismo che sembra per molti versi dominare il nostro tempo. E abbiamo detto, infine, che l'unico esito possibile di questa rivolta sarebbe stato quello della violenza: distruggere per distruggere, senza altra motivazione oltre alla volontà perversa di fare a pezzi il reale in quanto tale.
La chiara conferma di tutto ciò l'abbiamo in questi giorni che precedono il G8 dell'Aquila, con gli arresti scattati lunedì (a Torino, Bologna, Padova, L'Aquila) per 21 protagonisti della guerriglia urbana che ebbe luogo lo scorso 19 maggio a Torino in occasione del G8 dell'Università; con il fermo, avvenuto martedì mattina nel capoluogo abruzzese, di 5 no global francesi che viaggiavano nei pressi della «zona rossa» su una ruolotte carica di mazze ferrate e mazze da baseball; con il blocco della tangenziale est di Roma da parte di circa 20 manifestanti con casco e volto coperto; con il fermo di 36 antagonisti dediti ad atti di vandalismo in Via Cilicia, Via Ostiense, in zona Tiburtina e sulle sponde del Tevere; infine con l'occupazione, da parte dell'Onda studentesca, di diversi rettorati (tra gli altri: Torino, Bologna, Napoli, Pisa, Venezia). Insomma, un piccolo bollettino di guerra il cui bilancio potrebbe, nelle prossime ore, salire ancora.
Come al solito, le reazioni scomposte dei leader no global non si sono fatte attendere. Luca Casarini ha guidato un corteo di protesta di fronte alla questura di Padova, dove è trattenuto un esponente del centro sociale «Pedro» accusato di essere tra gli organizzatori degli scontri con la Polizia del 19 maggio. Casarini ha affermato che si tratta di «arresti preventivi di stampo fascista, un'operazione politica fatta prima del G8», e che «dietro quanto accaduto c'è la mano dei servizi segreti italiani... Chiunque ci sia dietro pagherà molto caro quello che sta succedendo». Per Francesco Caruso, ex deputato di Rifondazione Comunista, gli arresti avrebbero come unico scopo quello di «criminalizzare il movimento no global, disperdere i gruppi che avevano già raggiunto L'Aquila... E' una tipica tattica fascista: durante il fascismo prima delle manifestazioni del Duce si arrestavano in città tutti gli antifascisti per liberarli il giorno dopo a giochi chiusi». Infine Vittorio Agnoletto, già europarlamentare rifondarolo, vede nelle azioni condotte dalla Digos «un chiaro messaggio da parte del governo, che così facendo alimenta ed esaspera il clima di tensione verso l'evento, come aveva fatto a Genova, otto anni fa». Tutte queste dichiarazioni rappresentano la riproposizione della trita e ritrita teoria della «strategia della tensione» attuata dallo Stato «fascista» per mettere a tacere i dissidenti che difendono la libertà di fronte all'autoritarismo del potere.
Se vogliamo dirla senza giri di parole, la verità è esattamente l'opposto di quella che sostengono con foga degna di miglior causa i vari capi no global: chi alimenta la tensione, in questi giorni, non è certo lo Stato, bensì i vari movimenti antagonisti che ormai considerano il G8 l'appuntamento principe non per esporre idee e progetti alternativi a quelli dei «grandi della Terra», ma per devastare, sfasciare, aggredire, distruggere. Per sfogare una rabbia che non nasce di certo da motivazioni politiche, ma da una profonda noia esistenziale che i centri sociali, invece che attenuare, esasperano all'ennesima potenza. Un nichilismo, come dicevamo all'inizio, che viene dirottato verso i lidi della contestazione fine a se stessa contro il mondo in quanto tale, di cui i capi delle nazioni più importanti divengono, loro malgrado, simbolo supremo.
Non può quindi esservi giustificazione alcuna per gli atti di vandalismo, di violenza, di devastazione a cui stiamo assistendo, e bene hanno fatto e fanno i responsabili della sicurezza nazionale a tenere alta la guardia di fronte agli episodi di cui abbiamo parlato in precedenza, messi in atto da bande «organizzate in modo paramilitare», secondo le parole del procuratore di Torino, Caselli. La storia recente dei vertici del G8, ben esposta in un articolo apparso martedì su Il Velino, impone la massima allerta dinanzi a chi non si è dato altra missione oltre a quella della distruzione dell'esistente in nome non più dell'utopia e del «mondo migliore», bensì del nulla assoluto.
Gianteo Bordero
Abbiamo sempre sostenuto, su queste pagine, che dietro l'etichetta dell'«idealità» appiccicata sopra la battaglia dei movimenti antagonisti contro la globalizzazione si nascondeva soltanto uno spaventoso vuoto di idee, di principi e di valori. Abbiamo scritto che si trattava, in ultima istanza, di una pura espressione del nichilismo che sembra per molti versi dominare il nostro tempo. E abbiamo detto, infine, che l'unico esito possibile di questa rivolta sarebbe stato quello della violenza: distruggere per distruggere, senza altra motivazione oltre alla volontà perversa di fare a pezzi il reale in quanto tale.
La chiara conferma di tutto ciò l'abbiamo in questi giorni che precedono il G8 dell'Aquila, con gli arresti scattati lunedì (a Torino, Bologna, Padova, L'Aquila) per 21 protagonisti della guerriglia urbana che ebbe luogo lo scorso 19 maggio a Torino in occasione del G8 dell'Università; con il fermo, avvenuto martedì mattina nel capoluogo abruzzese, di 5 no global francesi che viaggiavano nei pressi della «zona rossa» su una ruolotte carica di mazze ferrate e mazze da baseball; con il blocco della tangenziale est di Roma da parte di circa 20 manifestanti con casco e volto coperto; con il fermo di 36 antagonisti dediti ad atti di vandalismo in Via Cilicia, Via Ostiense, in zona Tiburtina e sulle sponde del Tevere; infine con l'occupazione, da parte dell'Onda studentesca, di diversi rettorati (tra gli altri: Torino, Bologna, Napoli, Pisa, Venezia). Insomma, un piccolo bollettino di guerra il cui bilancio potrebbe, nelle prossime ore, salire ancora.
Come al solito, le reazioni scomposte dei leader no global non si sono fatte attendere. Luca Casarini ha guidato un corteo di protesta di fronte alla questura di Padova, dove è trattenuto un esponente del centro sociale «Pedro» accusato di essere tra gli organizzatori degli scontri con la Polizia del 19 maggio. Casarini ha affermato che si tratta di «arresti preventivi di stampo fascista, un'operazione politica fatta prima del G8», e che «dietro quanto accaduto c'è la mano dei servizi segreti italiani... Chiunque ci sia dietro pagherà molto caro quello che sta succedendo». Per Francesco Caruso, ex deputato di Rifondazione Comunista, gli arresti avrebbero come unico scopo quello di «criminalizzare il movimento no global, disperdere i gruppi che avevano già raggiunto L'Aquila... E' una tipica tattica fascista: durante il fascismo prima delle manifestazioni del Duce si arrestavano in città tutti gli antifascisti per liberarli il giorno dopo a giochi chiusi». Infine Vittorio Agnoletto, già europarlamentare rifondarolo, vede nelle azioni condotte dalla Digos «un chiaro messaggio da parte del governo, che così facendo alimenta ed esaspera il clima di tensione verso l'evento, come aveva fatto a Genova, otto anni fa». Tutte queste dichiarazioni rappresentano la riproposizione della trita e ritrita teoria della «strategia della tensione» attuata dallo Stato «fascista» per mettere a tacere i dissidenti che difendono la libertà di fronte all'autoritarismo del potere.
Se vogliamo dirla senza giri di parole, la verità è esattamente l'opposto di quella che sostengono con foga degna di miglior causa i vari capi no global: chi alimenta la tensione, in questi giorni, non è certo lo Stato, bensì i vari movimenti antagonisti che ormai considerano il G8 l'appuntamento principe non per esporre idee e progetti alternativi a quelli dei «grandi della Terra», ma per devastare, sfasciare, aggredire, distruggere. Per sfogare una rabbia che non nasce di certo da motivazioni politiche, ma da una profonda noia esistenziale che i centri sociali, invece che attenuare, esasperano all'ennesima potenza. Un nichilismo, come dicevamo all'inizio, che viene dirottato verso i lidi della contestazione fine a se stessa contro il mondo in quanto tale, di cui i capi delle nazioni più importanti divengono, loro malgrado, simbolo supremo.
Non può quindi esservi giustificazione alcuna per gli atti di vandalismo, di violenza, di devastazione a cui stiamo assistendo, e bene hanno fatto e fanno i responsabili della sicurezza nazionale a tenere alta la guardia di fronte agli episodi di cui abbiamo parlato in precedenza, messi in atto da bande «organizzate in modo paramilitare», secondo le parole del procuratore di Torino, Caselli. La storia recente dei vertici del G8, ben esposta in un articolo apparso martedì su Il Velino, impone la massima allerta dinanzi a chi non si è dato altra missione oltre a quella della distruzione dell'esistente in nome non più dell'utopia e del «mondo migliore», bensì del nulla assoluto.
Gianteo Bordero
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domenica 5 luglio 2009
BENEDETTO XVI E LA VERA MISSIONE DEL PRETE
da Ragionpolitica.it del 4 luglio 2009
Benedetto XVI sta combattendo una battaglia campale per contrastare l'idea secondo la quale i problemi che la Chiesa deve affrontare in questo frangente storico possano essere risolti con un surplus di organizzazione o, peggio, con concessioni alla mentalità del secolo. Uno di questi problemi è senza dubbio quello delle vocazioni e della cosiddetta «carenza» di sacerdoti. Molti, nella Chiesa, ritengono che le cose non siano destinate a migliorare col passare del tempo e, per questo, pensano che la migliore risposta da dare sia quella di aprire ai «laici» l'accesso a determinate funzioni fino ad ora riservate ai presbiteri. Altri addirittura propongono di abolire il celibato ecclesiastico e di concedere ai preti, come accade in altre confessioni cristiane, la possibilità di essere anche mariti e padri di famiglia. Ma queste, a ben guardare, non sono vere risposte alla questione: sono semplicemente due modi per eluderla, per non prendere sul serio le sue cause ultime.
Benedetto XVI lo sa, e per questo ha deciso di afferrare il toro per le corna, di andare alla radice del problema. E lo ha fatto, ancora una volta, a modo suo, con l'indizione di uno speciale anno sacerdotale in occasione del 150° anniversario della morte del santo Curato d'Ars, per rilanciare in grande stile il significato più profondo della missione sacerdotale. Che non è, come il Papa ha ben spiegato nel corso dell'udienza generale dello scorso mercoledì, una missione innanzitutto sociale, ma spirituale. Il prete, cioè, è chiamato innanzitutto ad una immedesimazione totale col Cristo che lo ha scelto per esercitare nella Chiesa lo speciale «ministero dell'altare». Mercoledì Benedetto XVI, per meglio descrivere tutto ciò, si è servito di una frase dello stesso Curato d'Ars: «Oh, come il prete è grande!... Se egli si comprendesse, morirebbe... Dio gli obbedisce: egli pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia». Per questo l'accento deve essere posto in primis sull'iniziativa di Dio nei confronti del sacerdote, sulla predilezione divina per coloro che sono scelti per rinnovare nella celebrazione del sacramento il sacrificio stesso di Cristo, il suo offrire se stesso per la redenzione dell'uomo. «Il dono della grazia divina - ha quindi affermato il Papa - precede ogni possibile umana risposta e realizzazione pastorale».
Negli ultimi decenni questa prospettiva indicata da Benedetto XVI è stata spesso trascurata, e la conseguenza di ciò è stata una esiziale separazione tra la missione spirituale del sacerdote e la sua missione pastorale. Dimenticata di fatto la prima, soltanto la seconda è stata ritenuta degna di attenzione e di considerazione, come se ad essa potesse ridursi tutta la ricchezza della vocazione presbiterale e la sua importanza per la vita della Chiesa e del mondo. In anni nei quali la cultura dominante poneva l'accento solo sul «sociale» e sulla «comunità», è sembrata non immediatamente «utile» una figura che si «limitava» a celebrare la Messa e a chiudersi nella penombra del confessionale. Il Papa, lo scorso mercoledì, lo ha detto chiaramente: «Dopo il Concilio Vaticano II, si è prodotta qua e là l'impressione che nella missione dei sacerdoti in questo nostro tempo ci fosse qualcosa di più urgente; alcuni pensavano che si dovesse in primo luogo costruire una diversa società».
Per questo Benedetto XVI ha ritenuto necessaria l'indizione dell'Anno Sacerdotale: per restituire alla figura del prete la grandezza che le spetta; per affrontare il problema delle vocazioni non attraverso qualche sofisticata «strategia pastorale» o qualche cedimento alle richieste dei «modernizzatori», ma con la riproposizione della solida dottrina tradizionale sul sacerdozio e con l'indicazione di Giovanni Maria Vianney, il Curato d'Ars, il santo dell'adorazione e della confessione, quale modello di vita presbiterale. Non più l'efficienza al primo posto, dunque, ma la cura della vita spirituale, il sacramento, la preghiera, il dialogo incessante con Dio. E' da qui che discende tutto il resto. Senza questo, l'unica conseguenza possibile è un'aridità che non può non avere pesanti ripercussioni anche sulla vita della Chiesa.
Gianteo Bordero
Benedetto XVI sta combattendo una battaglia campale per contrastare l'idea secondo la quale i problemi che la Chiesa deve affrontare in questo frangente storico possano essere risolti con un surplus di organizzazione o, peggio, con concessioni alla mentalità del secolo. Uno di questi problemi è senza dubbio quello delle vocazioni e della cosiddetta «carenza» di sacerdoti. Molti, nella Chiesa, ritengono che le cose non siano destinate a migliorare col passare del tempo e, per questo, pensano che la migliore risposta da dare sia quella di aprire ai «laici» l'accesso a determinate funzioni fino ad ora riservate ai presbiteri. Altri addirittura propongono di abolire il celibato ecclesiastico e di concedere ai preti, come accade in altre confessioni cristiane, la possibilità di essere anche mariti e padri di famiglia. Ma queste, a ben guardare, non sono vere risposte alla questione: sono semplicemente due modi per eluderla, per non prendere sul serio le sue cause ultime.
Benedetto XVI lo sa, e per questo ha deciso di afferrare il toro per le corna, di andare alla radice del problema. E lo ha fatto, ancora una volta, a modo suo, con l'indizione di uno speciale anno sacerdotale in occasione del 150° anniversario della morte del santo Curato d'Ars, per rilanciare in grande stile il significato più profondo della missione sacerdotale. Che non è, come il Papa ha ben spiegato nel corso dell'udienza generale dello scorso mercoledì, una missione innanzitutto sociale, ma spirituale. Il prete, cioè, è chiamato innanzitutto ad una immedesimazione totale col Cristo che lo ha scelto per esercitare nella Chiesa lo speciale «ministero dell'altare». Mercoledì Benedetto XVI, per meglio descrivere tutto ciò, si è servito di una frase dello stesso Curato d'Ars: «Oh, come il prete è grande!... Se egli si comprendesse, morirebbe... Dio gli obbedisce: egli pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia». Per questo l'accento deve essere posto in primis sull'iniziativa di Dio nei confronti del sacerdote, sulla predilezione divina per coloro che sono scelti per rinnovare nella celebrazione del sacramento il sacrificio stesso di Cristo, il suo offrire se stesso per la redenzione dell'uomo. «Il dono della grazia divina - ha quindi affermato il Papa - precede ogni possibile umana risposta e realizzazione pastorale».
Negli ultimi decenni questa prospettiva indicata da Benedetto XVI è stata spesso trascurata, e la conseguenza di ciò è stata una esiziale separazione tra la missione spirituale del sacerdote e la sua missione pastorale. Dimenticata di fatto la prima, soltanto la seconda è stata ritenuta degna di attenzione e di considerazione, come se ad essa potesse ridursi tutta la ricchezza della vocazione presbiterale e la sua importanza per la vita della Chiesa e del mondo. In anni nei quali la cultura dominante poneva l'accento solo sul «sociale» e sulla «comunità», è sembrata non immediatamente «utile» una figura che si «limitava» a celebrare la Messa e a chiudersi nella penombra del confessionale. Il Papa, lo scorso mercoledì, lo ha detto chiaramente: «Dopo il Concilio Vaticano II, si è prodotta qua e là l'impressione che nella missione dei sacerdoti in questo nostro tempo ci fosse qualcosa di più urgente; alcuni pensavano che si dovesse in primo luogo costruire una diversa società».
Per questo Benedetto XVI ha ritenuto necessaria l'indizione dell'Anno Sacerdotale: per restituire alla figura del prete la grandezza che le spetta; per affrontare il problema delle vocazioni non attraverso qualche sofisticata «strategia pastorale» o qualche cedimento alle richieste dei «modernizzatori», ma con la riproposizione della solida dottrina tradizionale sul sacerdozio e con l'indicazione di Giovanni Maria Vianney, il Curato d'Ars, il santo dell'adorazione e della confessione, quale modello di vita presbiterale. Non più l'efficienza al primo posto, dunque, ma la cura della vita spirituale, il sacramento, la preghiera, il dialogo incessante con Dio. E' da qui che discende tutto il resto. Senza questo, l'unica conseguenza possibile è un'aridità che non può non avere pesanti ripercussioni anche sulla vita della Chiesa.
Gianteo Bordero
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giovedì 2 luglio 2009
LA LEGGE DELLA SICUREZZA
da Ragionpolitica.it del 2 luglio 2009
Ad ogni azione corrisponde sempre una reazione uguale e contraria. E' un principio della dinamica, ma è anche una delle leggi della politica, un'arte in cui l'equilibrio non si raggiunge mai perché le forze in campo sono ferme e poltriscono nella palude dello status quo, ma perché ad una mossa compiuta dal partito di Tizio può opporsi una contromossa del partito di Caio, appunto «uguale e contraria» in termini di impatto sulla realtà. E' il caso del ddl sulla sicurezza divenuto quest'oggi legge al Senato. Si tratta di un provvedimento che nasce da uno stato di necessità: rimediare alle politiche in materia di immigrazione portate avanti dai governi di sinistra, ispirate dal principio secondo il quale l'Italia ha da essere, in sostanza, un territorio senza frontiere, aperto a chiunque vi voglia accedere per i più disparati motivi, un laboratorio in cui sperimentare l'incrocio tra culture le più diverse tra loro, costi quel che costi.
Era necessario reagire ad un modo di concepire l'immigrazione nel nostro paese che è stato definito, a seconda delle prospettive adottate e delle circostanze, «buonista», «solidarista», «multiculturalista». E che ha prodotto, nel corso soprattutto dell'ultimo decennio, un pericoloso scivolamento dell'attenzione generale dal tema della sovranità e dell'autorità dello Stato (e, per altri versi, della salvaguardia dell'identità nazionale) verso un sentimentalismo nei confronti dell'immigrato che, pur non privo di nobili motivazioni, non è stato in grado di generare, a conti fatti, nulla di buono né per l'Italia né, a ben vedere, per gli immigrati stessi. L'errore capitale commesso dalla cultura di cui sopra, e che ha avuto pesanti ripercussioni sociali e politiche, è stato quello di trasformare il caso del singolo immigrato, e quindi delle singole motivazioni che possono spingerlo verso i lidi della Penisola, nel caso del «migrante» come categoria generale e astratta, che andava accolta, abbracciata e sostenuta a prescindere, in forza del titolo stesso di «altro» e di «diverso».
Le conseguenze dell'ingresso e dell'accoglienza indiscriminati sono state l'aumento della criminalità, la cessione di fette del territorio alle diverse «mafie» straniere impegnate in una lotta senza quartiere per affermare il loro predominio in ampie zone delle nostre città, la crescita dell'insicurezza e della paura nei cittadini, il proliferare di centri di addestramento di fanatici disposti ad immolarsi per la causa del terrorismo di matrice islamica, per non parlare del verificarsi di casi come quello della povera Hina Salem, la ragazza pakistana condannata a morte da un improvvisato tribunale islamico e uccisa dal padre perché troppo incline a vivere «all'occidentale» e in contrasto con le norme della shari'a. Non è possibile pensare che tutto ciò sia frutto del caso, del destino «cinico e baro». No, questi sono i frutti di una cultura e di una politica dell'immigrazione irresponsabile, miope e infine anti-nazionale. Una cultura e una politica sulle quali ha influito in modo non secondario il diffondersi, nel nostro paese, di una forte ideologia terzomondista, nata dall'intreccio tra certo solidarismo cattolico post-conciliare, certi strascichi della teologia della liberazione e il comunismo nella sua versione utopistica.
Votando per il centrodestra alle elezioni politiche del 2008, la maggioranza degli italiani ha mostrato in modo chiaro di non poterne davvero più di questa overdose di buonismo che ha messo in serio pericolo la credibilità e l'efficacia dell'azione dello Stato nel contrasto all'illegalità e alla criminalità. Era necessario un cambio di rotta, o, per dirla con la metafora usata all'inizio, una forza «uguale e contraria» che riportasse in equilibrio una situazione ormai tutta sbilanciata a favore di una parte in causa (il «migrante»), a danno dell'altra parte (il cittadino italiano). Dopo il primo decreto legge sicurezza approvato dal governo Berlusconi, dopo (è importante non dimenticarlo) il fondamentale accordo con la Libia per il controllo «a monte» dei flussi migratori, dopo l'avvio della politica dei «respingimenti», ecco dunque arrivare a termine l'iter del disegno di legge che, tra le altre cose, introduce il reato di immigrazione clandestina, aumenta il tempo di permanenza nei Cie (centri di identificazione ed espulsione), punisce severamente chi favorisce l'ingresso dei clandestini. Si tratta dell'attuazione concreta, da parte del Popolo della Libertà e della Lega Nord, delle promesse fatte in campagna elettorale l'anno scorso. E, soprattutto, si tratta della benemerita opera di riaffermazione della cultura dello Stato, della nazione e della cittadinanza che la sinistra e le sue componenti post-comuniste e catto-progressiste avevano letteralmente fatto a pezzi e messo nel cassetto delle cose inutili.
Gianteo Bordero
Ad ogni azione corrisponde sempre una reazione uguale e contraria. E' un principio della dinamica, ma è anche una delle leggi della politica, un'arte in cui l'equilibrio non si raggiunge mai perché le forze in campo sono ferme e poltriscono nella palude dello status quo, ma perché ad una mossa compiuta dal partito di Tizio può opporsi una contromossa del partito di Caio, appunto «uguale e contraria» in termini di impatto sulla realtà. E' il caso del ddl sulla sicurezza divenuto quest'oggi legge al Senato. Si tratta di un provvedimento che nasce da uno stato di necessità: rimediare alle politiche in materia di immigrazione portate avanti dai governi di sinistra, ispirate dal principio secondo il quale l'Italia ha da essere, in sostanza, un territorio senza frontiere, aperto a chiunque vi voglia accedere per i più disparati motivi, un laboratorio in cui sperimentare l'incrocio tra culture le più diverse tra loro, costi quel che costi.
Era necessario reagire ad un modo di concepire l'immigrazione nel nostro paese che è stato definito, a seconda delle prospettive adottate e delle circostanze, «buonista», «solidarista», «multiculturalista». E che ha prodotto, nel corso soprattutto dell'ultimo decennio, un pericoloso scivolamento dell'attenzione generale dal tema della sovranità e dell'autorità dello Stato (e, per altri versi, della salvaguardia dell'identità nazionale) verso un sentimentalismo nei confronti dell'immigrato che, pur non privo di nobili motivazioni, non è stato in grado di generare, a conti fatti, nulla di buono né per l'Italia né, a ben vedere, per gli immigrati stessi. L'errore capitale commesso dalla cultura di cui sopra, e che ha avuto pesanti ripercussioni sociali e politiche, è stato quello di trasformare il caso del singolo immigrato, e quindi delle singole motivazioni che possono spingerlo verso i lidi della Penisola, nel caso del «migrante» come categoria generale e astratta, che andava accolta, abbracciata e sostenuta a prescindere, in forza del titolo stesso di «altro» e di «diverso».
Le conseguenze dell'ingresso e dell'accoglienza indiscriminati sono state l'aumento della criminalità, la cessione di fette del territorio alle diverse «mafie» straniere impegnate in una lotta senza quartiere per affermare il loro predominio in ampie zone delle nostre città, la crescita dell'insicurezza e della paura nei cittadini, il proliferare di centri di addestramento di fanatici disposti ad immolarsi per la causa del terrorismo di matrice islamica, per non parlare del verificarsi di casi come quello della povera Hina Salem, la ragazza pakistana condannata a morte da un improvvisato tribunale islamico e uccisa dal padre perché troppo incline a vivere «all'occidentale» e in contrasto con le norme della shari'a. Non è possibile pensare che tutto ciò sia frutto del caso, del destino «cinico e baro». No, questi sono i frutti di una cultura e di una politica dell'immigrazione irresponsabile, miope e infine anti-nazionale. Una cultura e una politica sulle quali ha influito in modo non secondario il diffondersi, nel nostro paese, di una forte ideologia terzomondista, nata dall'intreccio tra certo solidarismo cattolico post-conciliare, certi strascichi della teologia della liberazione e il comunismo nella sua versione utopistica.
Votando per il centrodestra alle elezioni politiche del 2008, la maggioranza degli italiani ha mostrato in modo chiaro di non poterne davvero più di questa overdose di buonismo che ha messo in serio pericolo la credibilità e l'efficacia dell'azione dello Stato nel contrasto all'illegalità e alla criminalità. Era necessario un cambio di rotta, o, per dirla con la metafora usata all'inizio, una forza «uguale e contraria» che riportasse in equilibrio una situazione ormai tutta sbilanciata a favore di una parte in causa (il «migrante»), a danno dell'altra parte (il cittadino italiano). Dopo il primo decreto legge sicurezza approvato dal governo Berlusconi, dopo (è importante non dimenticarlo) il fondamentale accordo con la Libia per il controllo «a monte» dei flussi migratori, dopo l'avvio della politica dei «respingimenti», ecco dunque arrivare a termine l'iter del disegno di legge che, tra le altre cose, introduce il reato di immigrazione clandestina, aumenta il tempo di permanenza nei Cie (centri di identificazione ed espulsione), punisce severamente chi favorisce l'ingresso dei clandestini. Si tratta dell'attuazione concreta, da parte del Popolo della Libertà e della Lega Nord, delle promesse fatte in campagna elettorale l'anno scorso. E, soprattutto, si tratta della benemerita opera di riaffermazione della cultura dello Stato, della nazione e della cittadinanza che la sinistra e le sue componenti post-comuniste e catto-progressiste avevano letteralmente fatto a pezzi e messo nel cassetto delle cose inutili.
Gianteo Bordero
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IL "PASTICCIACCIO BRUTTO" DELLE PISCINE DI SESTRI LEVANTE
CONSIGLIO COMUNALE DI SESTRI LEVANTE
GRUPPO CONSILIARE
“IL POPOLO DELLA LIBERTA’ – LEGA NORD – UDC”
COMUNICATO STAMPA DEL 2 LUGLIO 2009
La recente sentenza del Consiglio di Stato sulla gestione delle piscine comunali di Sestri Levante non sorprende. Anzi, è la conferma di un’incapacità amministrativa dell’attuale Giunta da tempo evidente. Lavarello e i suoi assessori, da molti anni, fanno il passo più lungo della gamba: progettano opere faraoniche che poi, per un motivo o per l’altro, divengono oggetto di ritardi o di ricorsi la cui conseguenza inevitabile è quella di un aggravio di costi che debbono essere sostenuti, in ultima istanza, col denaro che i cittadini versano nelle casse comunali. Così accadrà anche per le piscine e per il “pasticciaccio brutto” dell’assegnazione della gestione.
Del resto, è importante sottolineare che quello sulle aree ex Fit è un progetto nato male e finito peggio, condotto senza avere minimamente a cuore l’interesse generale della città, ma soltanto la soddisfazione dei “desiderata” dei poteri forti ai quali le giunte di sinistra, a partire dai primi anni Novanta, si sono inchinate. Hanno gettato a mare la possibilità di impiantare su quei terreni una serie di piccole e medie imprese che avrebbero garantito la continuità del tessuto industriale di Sestri, ed hanno invece preferito dare il via libera alla trasformazione della città in un’unica e grande seconda casa, con conseguenze che oggi sono sotto gli occhi di tutti.
Le due piscine rientravano dentro a questo sciagurato progetto, a cui ci siamo sempre opposti chiedendo alla sinistra che rimanesse fedele a se stessa difendendo le realtà industriali poste sul territorio comunale: invece la sinistra ha tradito le fabbriche, gli operai e, più in generale, ha imposto alla città un turismo da seconda casa non corrispondente alla vocazione storica della Bimare. Ed ora cade la maschera anche delle piscine, presentate come uno dei grandi risultati ottenuti con gli oneri di urbanizzazione del piano di riqualificazione delle aree ex Fit: invece gli impianti natatori sono e saranno nel prossimo futuro, per i sestresi, l’ennesimo salasso da sborsare per riparare i danni compiuti dalla Giunta Lavarello.
Gianteo Bordero (capogruppo)
Giuseppe Ianni
Marco Conti
Giancarlo Stagnaro
GRUPPO CONSILIARE
“IL POPOLO DELLA LIBERTA’ – LEGA NORD – UDC”
COMUNICATO STAMPA DEL 2 LUGLIO 2009
La recente sentenza del Consiglio di Stato sulla gestione delle piscine comunali di Sestri Levante non sorprende. Anzi, è la conferma di un’incapacità amministrativa dell’attuale Giunta da tempo evidente. Lavarello e i suoi assessori, da molti anni, fanno il passo più lungo della gamba: progettano opere faraoniche che poi, per un motivo o per l’altro, divengono oggetto di ritardi o di ricorsi la cui conseguenza inevitabile è quella di un aggravio di costi che debbono essere sostenuti, in ultima istanza, col denaro che i cittadini versano nelle casse comunali. Così accadrà anche per le piscine e per il “pasticciaccio brutto” dell’assegnazione della gestione.
Del resto, è importante sottolineare che quello sulle aree ex Fit è un progetto nato male e finito peggio, condotto senza avere minimamente a cuore l’interesse generale della città, ma soltanto la soddisfazione dei “desiderata” dei poteri forti ai quali le giunte di sinistra, a partire dai primi anni Novanta, si sono inchinate. Hanno gettato a mare la possibilità di impiantare su quei terreni una serie di piccole e medie imprese che avrebbero garantito la continuità del tessuto industriale di Sestri, ed hanno invece preferito dare il via libera alla trasformazione della città in un’unica e grande seconda casa, con conseguenze che oggi sono sotto gli occhi di tutti.
Le due piscine rientravano dentro a questo sciagurato progetto, a cui ci siamo sempre opposti chiedendo alla sinistra che rimanesse fedele a se stessa difendendo le realtà industriali poste sul territorio comunale: invece la sinistra ha tradito le fabbriche, gli operai e, più in generale, ha imposto alla città un turismo da seconda casa non corrispondente alla vocazione storica della Bimare. Ed ora cade la maschera anche delle piscine, presentate come uno dei grandi risultati ottenuti con gli oneri di urbanizzazione del piano di riqualificazione delle aree ex Fit: invece gli impianti natatori sono e saranno nel prossimo futuro, per i sestresi, l’ennesimo salasso da sborsare per riparare i danni compiuti dalla Giunta Lavarello.
Gianteo Bordero (capogruppo)
Giuseppe Ianni
Marco Conti
Giancarlo Stagnaro
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mercoledì 1 luglio 2009
L'ALTOLÀ DI NAPOLITANO
da Ragionpolitica.it del 30 giugno 2009
Sono passati i tempi in cui il Quirinale era diventato il punto attraverso il quale passava ogni tentativo di ribaltare con manovre di Palazzo la volontà liberamente e democraticamente espressa dal corpo elettorale. Sono finiti gli anni in cui il Colle si era trasformato nella centrale operativa in cui prendeva forma compiuta ogni progetto finalizzato a defenestrare un presidente del Consiglio scelto dai cittadini ma sgradito ai poteri forti (della politica, dell'economia, dell'editoria). Se la presidenza della Repubblica appare oggi, agli occhi della stragrande maggioranza degli italiani, come garanzia del principio costituzionale secondo cui «la sovranità appartiene al popolo», lo dobbiamo a Giorgio Napolitano, che in tre anni è riuscito a spazzar via le nubi che nei passati tre lustri si erano più volte addensate sopra il palazzo del Quirinale e che avevano oscurato la fiducia e il consenso attorno alla figura del capo dello Stato. Se Oscar Luigi Scalfaro aveva fatto della più alta carica dello Stato un'istituzione che combatte al fianco di una parte politica per delegittimarne un'altra, Giorgio Napolitano l'ha restituita al prestigio e all'autorevolezza che le spettano, proiettando all'esterno l'immagine di un presidente che lavora per la concordia tra le istituzioni e per la civilizzazione di un clima politico che spesso e volentieri fuoriesce dai confini della pur aspra contesa tra schieramenti.
E' all'interno di questo quadro che va letto anche l'intervento con il quale ieri, da Capri, dove festeggiava il suo ottantaquattresimo compleanno, Giorgio Napolitano ha auspicato che, in vista di un appuntamento così importante per il nostro paese quale quello rappresentato dal G8 dell'Aquila, da parte dei media e della politica vi sia una «tregua nelle polemiche». Poche parole, ma chiare ed inequivocabili, che sottotraccia contengono altri due «avvisi ai naviganti» di cui dovrebbero far tesoro tutti coloro che, in quest'ultimo periodo, hanno deliberatamente lavorato per rendere incandescente oltre ogni misura il clima politico.
Primo avviso: quando è in gioco l'interesse generale del paese, e quando l'Italia ospita eventi che fanno puntare sulla Penisola i riflettori del mondo intero, come nel caso dell'appuntamento internazionale di luglio, è necessario che tutti gli attori della politica e dell'informazione mostrino di comprendere la posta in palio, al di là dei momentanei e transeunti interessi di schieramento. L'amor di patria deve unire tutti, destra e sinistra, così come la difesa e la promozione dell'interesse nazionale. Chi sceglie una strada diversa mostra di non voler condividere un terreno comune, una cornice di principi capace di unire il paese oltre le differenze partitiche.
Secondo avviso: quando c'è un governo in carica che gode di un'ampia e solida maggioranza parlamentare democraticamente eletta dai cittadini, è inutile che una parte politica e i suoi sostenitori tra i mezzi d'informazione continuino a sperare che dal Colle possa venire una qualche forma di aiuto per dare una spallata destabilizzatrice al quadro politico frutto di libere votazioni: ciò rappresenterebbe un vulnus inferto al nostro assetto costituzionale ed istituzionale. Un gioco a cui l'attuale presidente ha già più volte mostrato di non volersi prestare.
Il messaggio è dunque chiaro: se qualcuno (poteri politici, giudiziari, economici o quant'altro) pensa che Giorgio Napolitano possa legittimare più o meno esplicitamente una replica di quanto accaduto nel 1994, a Napoli, ai tempi del primo governo Berlusconi, quando, durante la Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulla criminalità organizzata, venne inviato al presidente del Consiglio, a mezzo stampa, un avviso di garanzia che ebbe effetti nefasti tanto per la tenuta dell'esecutivo quanto per l'immagine del nostro paese all'estero (per non parlare delle esiziali conseguenze istituzionali), ebbene questo qualcuno è meglio che riponga al più presto i suoi sogni nel cassetto e si impegni piuttosto a rasserenare un clima carico di veleni e collabori a fare del G8 non l'occasione per abbattere un governo, ma per rinforzare il prestigio e la credibilità dell'Italia fuori dai patrii confini.
Gianteo Bordero
Sono passati i tempi in cui il Quirinale era diventato il punto attraverso il quale passava ogni tentativo di ribaltare con manovre di Palazzo la volontà liberamente e democraticamente espressa dal corpo elettorale. Sono finiti gli anni in cui il Colle si era trasformato nella centrale operativa in cui prendeva forma compiuta ogni progetto finalizzato a defenestrare un presidente del Consiglio scelto dai cittadini ma sgradito ai poteri forti (della politica, dell'economia, dell'editoria). Se la presidenza della Repubblica appare oggi, agli occhi della stragrande maggioranza degli italiani, come garanzia del principio costituzionale secondo cui «la sovranità appartiene al popolo», lo dobbiamo a Giorgio Napolitano, che in tre anni è riuscito a spazzar via le nubi che nei passati tre lustri si erano più volte addensate sopra il palazzo del Quirinale e che avevano oscurato la fiducia e il consenso attorno alla figura del capo dello Stato. Se Oscar Luigi Scalfaro aveva fatto della più alta carica dello Stato un'istituzione che combatte al fianco di una parte politica per delegittimarne un'altra, Giorgio Napolitano l'ha restituita al prestigio e all'autorevolezza che le spettano, proiettando all'esterno l'immagine di un presidente che lavora per la concordia tra le istituzioni e per la civilizzazione di un clima politico che spesso e volentieri fuoriesce dai confini della pur aspra contesa tra schieramenti.
E' all'interno di questo quadro che va letto anche l'intervento con il quale ieri, da Capri, dove festeggiava il suo ottantaquattresimo compleanno, Giorgio Napolitano ha auspicato che, in vista di un appuntamento così importante per il nostro paese quale quello rappresentato dal G8 dell'Aquila, da parte dei media e della politica vi sia una «tregua nelle polemiche». Poche parole, ma chiare ed inequivocabili, che sottotraccia contengono altri due «avvisi ai naviganti» di cui dovrebbero far tesoro tutti coloro che, in quest'ultimo periodo, hanno deliberatamente lavorato per rendere incandescente oltre ogni misura il clima politico.
Primo avviso: quando è in gioco l'interesse generale del paese, e quando l'Italia ospita eventi che fanno puntare sulla Penisola i riflettori del mondo intero, come nel caso dell'appuntamento internazionale di luglio, è necessario che tutti gli attori della politica e dell'informazione mostrino di comprendere la posta in palio, al di là dei momentanei e transeunti interessi di schieramento. L'amor di patria deve unire tutti, destra e sinistra, così come la difesa e la promozione dell'interesse nazionale. Chi sceglie una strada diversa mostra di non voler condividere un terreno comune, una cornice di principi capace di unire il paese oltre le differenze partitiche.
Secondo avviso: quando c'è un governo in carica che gode di un'ampia e solida maggioranza parlamentare democraticamente eletta dai cittadini, è inutile che una parte politica e i suoi sostenitori tra i mezzi d'informazione continuino a sperare che dal Colle possa venire una qualche forma di aiuto per dare una spallata destabilizzatrice al quadro politico frutto di libere votazioni: ciò rappresenterebbe un vulnus inferto al nostro assetto costituzionale ed istituzionale. Un gioco a cui l'attuale presidente ha già più volte mostrato di non volersi prestare.
Il messaggio è dunque chiaro: se qualcuno (poteri politici, giudiziari, economici o quant'altro) pensa che Giorgio Napolitano possa legittimare più o meno esplicitamente una replica di quanto accaduto nel 1994, a Napoli, ai tempi del primo governo Berlusconi, quando, durante la Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulla criminalità organizzata, venne inviato al presidente del Consiglio, a mezzo stampa, un avviso di garanzia che ebbe effetti nefasti tanto per la tenuta dell'esecutivo quanto per l'immagine del nostro paese all'estero (per non parlare delle esiziali conseguenze istituzionali), ebbene questo qualcuno è meglio che riponga al più presto i suoi sogni nel cassetto e si impegni piuttosto a rasserenare un clima carico di veleni e collabori a fare del G8 non l'occasione per abbattere un governo, ma per rinforzare il prestigio e la credibilità dell'Italia fuori dai patrii confini.
Gianteo Bordero
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