sabato 27 giugno 2009

SE L'ANTIBERLUSCONISMO DIVENTA RELIGIONE...

da Ragionpolitica.it del 27 giugno 2009

Esiste una religione dell'antiberlusconismo? Un qualche cosa che va oltre l'ideologia e sconfina nel terreno della metafisica? Una fede, cioè, che trasforma l'uomo concreto Silvio Berlusconi nell'incarnazione di un principio trascendente, ancorché negativo? Esiste, eccome. E non bisogna pensare che abiti soltanto nelle redazioni di Micromega, di Repubblica, di Annozero. E' vivo e vegeto anche in molti ambienti cattolici. E non da oggi. E' emerso certamente, in modo chiaro, nel momento dalla «discesa in campo» del Cavaliere, ma già covava anche in anni precedenti, quando il proprietario della televisione commerciale era considerato, da una certa vulgata interna al mondo cattolico, come il Grande Corruttore dei costumi e della morale tradizionale, come il Tentatore che, attraverso l'esibizione di ciò che fino ad allora non poteva essere visto in tv, faceva a pezzi il cosiddetto «comune senso del pudore». Questa visione delle cose presupponeva che esistesse un Eden incontaminato (l'Italia) popolato da tanti Adamo ed Eva senza peccato (gli italiani), divenuto improvvisamente terreno di caccia per il Serpente (nel caso in questione, sarebbe meglio dire il Biscione).

Le cose, come tutti sanno, non stavano così, perché già da tempo questo presunto Paradiso Terrestre non era più immacolato e la stragrande maggioranza dei suoi abitanti aveva abbracciato - chi più chi meno - la «rivoluzione dei costumi», o quanto meno la loro «liberalizzazione», aveva votato per il divorzio e poi per l'aborto, per non parlare del controllo delle nascite per via contraccettiva, divenuto pratica comune già decenni addietro, per di più tra molti degli stessi credenti che avrebbero poi imputato a Berlusconi il degrado della morale individuale (come non ricordare, a tal proposito, le contestazioni che dovette subire sul finire degli anni Sessanta, persino da vescovi e teologi, il Papa Paolo VI quando condannò, nella sua enciclica Humanae Vitae, l'uso del preservativo...). Quindi, la raffigurazione del fondatore di Mediaset come nuovo Satana e della tv commerciale come nuova forma del Frutto Proibito è semplicemente un falso storico.

Eppure la rappresentazione di Berlusconi come il Male (inteso quale principio metafisico) ha proseguito il suo cammino e si è arricchita di nuovi «spunti» nel corso degli ultimi 15 anni. E se è vero che, nel corso di questi tre lustri, buona parte dei cattolici si è smarcata da questo antiberlusconismo religioso e ha iniziato a giudicare il fondatore di Forza Italia per le sue realizzazioni politiche e per le idee che ha promosso nel dibattito pubblico, è altrettanto vero che lo zoccolo duro ha resistito, continuando la sua propaganda in molte parrocchie, in molti gruppi, in molti circoli intellettuali convinti in questo modo di rendere un servigio alla verità.

La persistenza di questa dimensione religiosa di certo antiberlusconismo emerge con chiarezza oggi, nel momento in cui nel mirino dei mezzi di informazione e dei partiti politici da sempre schierati contro il Cavaliere è entrata la sua vita privata, in un rincorrersi di chiacchiere, pettegolezzi, insinuazioni volte a screditare non soltanto l'immagine pubblica del presidente del Consiglio, ma la dignità e la dirittura morale dell'uomo Berlusconi in quanto tale. Per i seguaci dell'antiberlusconismo come religione tutto questo è come il miele per gli orsi. Lo si vede nel recente articolo del direttore di Famiglia Cristiana, don Antonio Sciortino, di cui abbiamo parlato nel precedente numero di Ragionpolitica. Lo si vede in alcuni forum di discussione cattolici. Lo si vede nell'editoriale del teologo Vito Mancuso pubblicato giovedì da La Repubblica. Lo si vede nella lettera aperta che il noto sacerdote genovese Paolo Farinella ha inviato all'arcivescovo del capoluogo ligure e presidente della Conferenza Episcopale italiana, cardinale Angelo Bagnasco, qualche giorno fa. Tutti questi documenti sono accomunati non soltanto dalla condanna morale del capo del governo e dalla volontà di «scomunicarlo» in quanto portatore di un Male radicale, ma anche da un'aperta critica alle gerarchie cattoliche, accusate di anteporre gli interessi politici a quelli spirituali, di non avere il coraggio di intervenire con una parola chiara di fronte al pubblico trionfo del peccato, di lasciarsi «comprare» con i trenta denari rappresentati dalle promesse berlusconiane di leggi favorevoli alla Chiesa. In sostanza, saremmo di fronte ad una complicità di fatto tra i vertici ecclesiali e il presidente del Consiglio, una sorta di patto silente in cui ciascuno riesce a soddisfare i propri interessi, costi quel che costi. Anche la Chiesa, dunque, come Berlusconi, viene messa sul banco degli imputati in nome di una purezza religiosa violata e di un candore morale tradito.

Ma due dati devono far riflettere: innanzitutto che i «puri» (catari) che si ergono a difensori unici della vera religione sono stati in grado soltanto, nel corso della storia della Chiesa, di fare letteralmente carta straccia dell'insegnamento spirituale di Cristo, proponendo un dualismo assoluto tra carne e spirito che contraddice il fondamento stesso del cristianesimo: l'incarnazione di Dio, il suo farsi uomo in carne ed ossa, secondo l'espressione di San Giovanni apostolo («Verbum caro factum est»). In secondo luogo, è curioso che quelli che oggi si propongono come paladini della morale cattolica siano gli stessi che abbiano preso ripetutamente le distanze dalla Chiesa per le sue battaglie in difesa di uno dei principi-cardine della morale medesima, ossia la dignità e la sacralità della vita umana (battaglie come quella riguardante la fecondazione assistita e, più di recente, quella per salvare la vita a Eluana Englaro). Mancuso, tanto per fare un esempio, solo qualche tempo fa invocava in queste materie il principio di «relatività», perché «fra cento anni i principi bioetici affermati oggi con granitica sicurezza dalla Chiesa... finiranno per essere rivisti come lo sono stati i principi della morale sociale». E don Farinella, il giorno della morte per fame e per sete di Eluana, scriveva: «Gli urlatori in difesa della vita costi quel che costi... vogliono imporre Dio anche a chi ha scelto di non credere». Tutto ciò vorrà pur dire qualcosa?


Gianteo Bordero

venerdì 26 giugno 2009

POLO OSPEDALIERO DI SESTRI LEVANTE. IL CENTRODESTRA PENSA AI CITTADINI, IL PD ALLE PROSSIME ELEZIONI

CONSIGLIO COMUNALE DI SESTRI LEVANTE
GRUPPO CONSILIARE
“IL POPOLO DELLA LIBERTA’ – LEGA NORD – UDC”

COMUNICATO STAMPA DEL 26 GIUGNO 2009

Strumentalizzare e deformare le posizioni degli avversari politici è un marchio di fabbrica del partito a cui appartiene il sindaco Lavarello e che ancora conta 10 rappresentanti in Consiglio Comunale. Per questo non ci stupiamo delle affermazioni comparse su alcuni organi di informazione il 25 giugno, con le quali il gruppo consiliare del Partito Democratico ci accusa, in merito al nostro voto sulla mozione dal titolo “Riorganizzazione della Asl 4”, di “difendere una posizione politica di parte e non l’interesse concreto di tutti”.

La verità è un’altra. Ed è tutta nelle parole pronunciate dal sindaco stesso nel corso della discussione della mozione in oggetto, avvenuta martedì sera in Consiglio Comunale. Ad un certo punto del suo intervento, Lavarello ha affermato candidamente che “siamo già entrati nella campagna elettorale per le regionali del prossimo anno”. E’ sotto questa luce, dunque, che va letto il testo dell’ordine del giorno approvato dalla maggioranza: un ordine del giorno “elettorale” che attacca le Amministrazioni comunali del Golfo Paradiso e del Tigullio Occidentale sulla questione del Pronto Soccorso a Rapallo senza fare un minimo cenno critico nei confronti del vero detentore delle politiche sanitarie: la Regione Liguria, la cui Giunta redige il Piano Sanitario dal quale dipendono l’organizzazione e la dislocazione delle strutture sanitarie sul territorio. I motivi di tale mancato riferimento nella mozione discussa in Consiglio Comunale sono presto detti: il partito che è alla guida della Regione è lo stesso che guida il Comune di Sestri Levante.

Nel corso della discussione abbiamo fatto presente al sindaco e ai consiglieri del Partito Democratico che a questo inizio anticipato di campagna elettorale il nostro gruppo non intendeva partecipare. Avremmo infatti preferito che l’attenzione del Consiglio Comunale si concentrasse esclusivamente sul polo ospedaliero di Sestri Levante, per dire una parola chiara contro la prospettiva di un suo ridimensionamento. Sarebbe stato questo il modo migliore per difendere l’interessere concreto dei sestresi e il loro fondamentale diritto alla salute. Purtroppo così non è stato e per questo il nostro voto all’ordine del giorno presentato dalla maggioranza, che pure conteneva qualche spunto condivisibile, è stato di astensione. Un’astensione convinta e responsabile, a fronte di un Pd dalla memoria corta e con lo sguardo concentrato unicamente sulle prossime scadenze elettorali.

Gianteo Bordero (capogruppo)
Giuseppe Ianni
Marco Conti
Giancarlo Stagnaro

giovedì 25 giugno 2009

DA QUAL PULPITO...

da Ragionpolitica.it del 25 giugno 2009

Non si limita più a criticare i provvedimenti messi in campo dal governo Berlusconi, da quelli sull'immigrazione alle politiche sociali; non si accontenta più di annunciare ai quattro venti che quello del Cavaliere è il nuovo volto del fascismo nel nostro paese. Famiglia Cristiana compie ora un altro passo in avanti nella sua battaglia antiberlusconiana e arriva alla scomunica tout court del presidente del Consiglio. I motivi? I «comportamenti "gaudenti e libertini"» del premier, con i quali egli ha superato «il limite della decenza». A scrivere la sentenza di condanna del capo del governo è il direttore in prima persona, don Antonio Sciortino, che nel nuovo numero del settimanale, rispondendo ai lettori nella rubrica «Colloqui con il padre», tira in ballo direttamente il giudizio di Dio per far ricadere su Berlusconi il marchio dell'infamia morale. «Non basta le legittimazione del voto popolare o la pretesa del "buon governo" per giustificare qualsiasi comportamento, perché con Dio non è possibile stabilire un "lodo", tanto meno chiedergli l'"immunità morale"». Insomma, se Berlusconi può pensare di cavarsela nelle cose terrene con i provvedimenti ad personam adottati dal governo che egli stesso presiede - sembra voler dire don Sciortino - così non può essere nelle cose dell'anima, dove esiste un giudice severo e implacabile, che non ragiona secondo la logica del «lodo» (Alfano) e dell'«immunità».

A parte il fatto che Famiglia Cristiana sembra scambiare per oro colato il fango gettato addosso al presidente del Consiglio in queste ultime settimane con una campagna mediatico-gossippara senza precedenti, è curioso che una rivista che da sempre si è distinta, nel panorama della pubblicistica cattolica, per le sue posizioni morbide, concilianti, perdoniste e progressiste in campo di dottrina morale - che gli sono valse, in passato, più di una critica ufficiale da parte dei più alti livelli delle gerarchie vaticane - si erga ora a paladina del rigorismo etico e lo faccia - essa sì - ad personam, cioè nei confronti di una sola persona. La memoria torna al 1997, quando, con un'iniziativa clamorosa, il Papa Giovanni Paolo II decise, l'11 febbraio, di «commissariare» il settimanale e la stessa Congregazione Paolina, e di inviare un legato pontificio (monsignor Antonio Buoncristiani) dopo che Famiglia Cristiana aveva ripetutamente assunto posizioni in netta divergenza dalla dottrina cattolica sia nel campo teologico che in quello morale (quanto a quest'ultimo aspetto, fecero molto discutere le dichiarazioni dell'allora direttore, don Leonardo Zega, su masturbazione, droga, omosessualità).

Potremmo dire, dunque: da qual pulpito vien la predica, visto che Famiglia Cristiana non sembra propriamente l'organo di stampa più titolato a dare lezioni di morale cattolica ad alcuno. Ma il problema non è solo questo. Perché il settimanale paolino, oltre ad emettere indebite sentenze di scomunica morale e a spalancare le porte dell'inferno per Berlusconi, pretende pure di rappresentare con i suoi articoli tutti i credenti italiani e di dare lezioni alla stessa Chiesa. Secondo don Sciortino, essa «non può abdicare alla sua missione e ignorare l'emergenza morale nella vita pubblica del paese». E i cristiani «sono frastornati e amareggiati da questo clima di decadimento morale dell'Italia, attendono dalla Chiesa una valutazione meno "disincantata". Non si può far finta che non stia succedendo nulla, o ignorare il disagio di fasce sempre più ampie della popolazione, e dei cristiani in particolare». Quindi - è il presuntuoso ragionamento del direttore - visto che tutti i cattolici italiani sono nauseati dall'attuale situazione e si ribellano all'immoralità libertina del presidente del Consiglio, la Santa Sede dovrebbe imbracciare anch'essa le armi e scendere il battaglia contro Berlusconi, dicendo una parola chiara e non lasciandosi lusingare dalle promesse di «leggi favorevoli alla Chiesa» che, scrive ancora don Sciortino, sarebbero il «classico "piatto di lenticchie", da respingere al mittente». Da condannare, dunque, secondo Famiglia Cristiana non è soltanto il comportamento del premier, ma anche quello della Chiesa, che con i suoi silenzi rischia di non fare nulla per arginare il «decadimento morale» del paese.

Con ciò prendiamo atto che il settimanale dei Paolini ha definitivamente abdicato a quella fedeltà alla verità che dovrebbe contraddistinguere, in particolare, una rivista cattolica, e constatiamo che ormai il suo nuovo vangelo è costituito da ogni parola che esce dalla bocca di Repubblica e del Corriere della Sera. Due giornali, com'è noto, filo-cattolici e paladini della dottrina morale della Chiesa. Congratulazioni!

Gianteo Bordero

martedì 23 giugno 2009

SUCCESSO NETTO

da Ragionpolitica.it del 23 giugno 2009

Dopo i ballottaggi di domenica e lunedì è possibile tracciare un bilancio di questa tornata di elezioni amministrative, che hanno visto andare al voto 62 Province e 4.200 Comuni. Per quanto riguarda le prime, 3 erano di nuova costituzione, 9 erano governate dal centrodestra e 50 dal centrosinistra; ora il quadro si presenta così: 34 Province saranno amministrate dal centrodestra (che ha confermato tutte quelle in cui già era maggioranza, ne ha conquistato 2 di nuova costituzione e ne ha strappate 23 agli avversari - 15 al primo turno e 8 al secondo), e 28 dal centrosinistra (che ne perde quindi quasi la metà). Per quanto concerne invece i Comuni, analizzando in particolare quelli capoluogo, su 30 che andavano al voto 4 erano governati dal centrodestra e 26 dal centrosinistra; ora la situazione si presenta con 14 città che saranno amministrate dal centrodestra (che conferma le sue 4 e ne conquista altre 10) e 16 dal centrosinistra (che ne perde più di un terzo). Da segnalare, soffermandoci sui ballottaggi, alcune significative vittorie dell'asse Pdl-Lega, che, oltre a riprendersi la Provincia di Milano con Guido Podestà, riesce a strappare alla sinistra alcune sue roccaforti come la Provincia di Venezia, quella di Savona, il Comune di Prato.

Il voto amministrativo cambia dunque in modo profondo la geografia politica del paese: consegna quasi interamente il nord al centrodestra, pone fine al dominio pressoché incontrastato del centrosinistra in diverse aree del centro, rafforza la presenza di governi locali del Popolo della Libertà al sud. Dunque, invece che parlare di un fantomatico ed inesistente «inizio del declino della destra», il segretario del Pd, Dario Franceschini, dovrebbe innanzitutto guardare in casa propria e iniziare a prendere sul serio le ragioni che hanno condotto il suo partito e gli alleati a cedere agli avversari numerose amministrazioni, anche nelle cosiddette «zone rosse». Dovrebbe chiedersi, ad esempio, perché in una città come Prato l'elettorato da sempre schierato in massa con la sinistra scelga oggi come sindaco l'imprenditore Roberto Cenni. Oppure perché la gauche venga sconfitta, come ricorda Mario Giordano sul Giornale, a Sassuolo e a Orvieto, solo per citare altri due casi eclatanti. Se il livello dell'analisi del voto nel Partito Democratico è racchiuso nelle parole dell'attuale segretario, secondo cui a dover masticare amaro è il centrodestra, allora viene da rimpiangere i vecchi comitati centrali del Pci, in cui ogni dato, anche quello proveniente dal più piccolo e sperduto Comune, era preso sul serio - tant'è vero che fu quella «scuola» a costruire l'egemonia rossa in molte Regioni italiane, mentre oggi, con Franceschini, siamo alle comiche finali.

Le proporzioni della vittoria dell'asse Pdl-Lega divengono ancora più chiare se si pensa che il successo arriva dopo una lunga e feroce campagna di delegittimazione morale del presidente del Consiglio e leader del partito di maggioranza relativa. Una campagna condotta dal giornale-guida della sinistra, La Repubblica, con l'unico scopo di destabilizzare l'attuale quadro politico, obbligare il premier alle dimissioni e insediare un governo non eletto dal popolo ma gradito a poteri forti dell'economia, dell'editoria, delle istituzioni. Lo ha lasciato intendere in modo non equivocabile Eugenio Scalfari nel suo editoriale di domenica, in barba ad ogni rispetto della volontà popolare che sta a fondamento del nostro sistema democratico. Per questo, dopo le pubbliche accuse della signora Veronica, dopo il caso Noemi, dopo la pubblicazione degli scatti rubati a Villa Certosa dal fotografo sardo Antonello Zappadu, e infine dopo le dichiarazioni della escort barese Patrizia D'Addario, la vittoria netta alle elezioni amministrative rappresenta una robusta prova di forza da parte di Berlusconi e dei partiti che lo sostengono, capaci di bene condurre la campagna elettorale in mezzo al fango, alla melma e alla spazzatura gettatigli addosso da Repubblica & CO. Conquistare la maggioranza delle Province e numerose grandi città in queste condizioni è segno di una incredibile solidità politica.

Se la campagna elettorale fosse stata condotta secondo i canoni della pur dura e aspra contesa politica e del rispetto dell'avversario, probabilmente oggi saremmo qui a celebrare non soltanto il successo, ma addirittura il trionfo assoluto del centrodestra. E, contestualmente, celebreremmo il funerale del progetto del Partito Democratico, che resta in piedi soltanto perché, alla fine, qualche effetto la strategia della delegittimazione morale di Berlusconi qualche risultato lo ha portato, se non altro rafforzando ai ballottaggi un astensionismo che tradizionalmente colpisce al secondo turno i partiti di centrodestra. Franceschini e compagni ringrazino quindi La Repubblica (e, ultimamente, anche dal Corriere della Sera), che, nel bel mezzo della crisi strategica e programmatica del Partito Democratico, ha svolto un ruolo di supplenza e ha garantito al centrosinistra di restare, alla fine, di poco sopra la soglia della disfatta totale. Ma tutto ciò non cancella i problemi del Pd, che restano ed anzi rischiano di incancrenire se i suoi dirigenti abdicano, come è accaduto in questa campagna elettorale, al compito di elaborazione e di proposta politica ed affidano le sorti del partito al gossip, alla chiacchiera pruriginosa, al sensazionalismo antiberlusconiano.

Gianteo Bordero

venerdì 19 giugno 2009

FANGO, FANGO E ANCORA FANGO

da Ragionpolitica.it del 19 giugno 2009

L'antiberlusconismo militante non si fa proprio mancare niente. Dopo aver cavalcato il cosiddetto «Noemi gate» per cercare di dare un fondamento alle accuse della signora Veronica Lario, secondo la quale il marito «frequenta minorenni» ed è «malato» (chiaramente dal punto di vista - diciamo così - del rapporto con l'altro sesso); dopo aver spiato dal buco della serratura attraverso l'obiettivo del fotografo sardo Antonello Zappadu, che, con i suoi cinquemila scatti, ha immortalato scene di vita quotidiana all'aeroporto di Olbia e a Villa Certosa per tentare di dimostrare da un lato l'uso privato e arbitrario dei voli di Stato da parte del premier, dall'altro il clima a dir poco libertino che vige nella residenza sarda del medesimo... Eccolo ora attaccarsi all'ultimo, roboante scoop, stavolta pubblicato sulle pagine del Corriere della Sera, che ha deciso di abbandonare la linea istituzionale seguita nell'ultimo periodo per competere, in quanto a gossip, con i rivali de La Repubblica. L'accusa nei confronti del presidente del Consiglio, stavolta, è nientepopodimeno che quella di «induzione alla prostituzione»: Berlusconi avrebbe organizzato feste a Palazzo Grazioli pagando giovani e belle ragazze affinché si intrattenessero con lui nottetempo. Lo racconta al quotidiano di Via Solferino tale Patrizia D'Addario, un'avvenente biondona che sostiene di essere stata per ben due volte invitata nella residenza romana del premier per partecipare a tali feste e di aver registrato tutto.

Ovviamente, poi non importa se quanto viene scritto o riportato si rivela essere una montagna di menzogne e di calunnie; se il presunto testimone attendibile nella vicenda Noemi, l'ex fidanzato della stessa, è un tipo poco raccomandabile, già condannato per furto e in odore di cattive frequentazioni a Casoria; se l'utilizzo dei voli di Stato viene riconosciuto come legittimo dai magistrati; se nessuna foto di Villa Certosa - almeno così lascia intendere lo stesso Zappadu - è compromettente per il presidente del Consiglio; se la giovane D'Addario viene definita poco credibile dallo stesso giornale che pure dà così ampio risalto alle sue dichiarazioni.

No. L'importante è gettare fango in dosi industriali sul premier, in una corsa al ribasso verso le peggiori nefandezze morali che si possano immaginare. Ci manca soltanto che alla vigilia dei ballottaggi di domenica e lunedì esca, sulla Repubblica o sul Corriere (o su entrambi, il che non guasterebbe), un fragoroso scoop sulle terribili sale tortura collocate nelle «secrete stanze» di Arcore per giustiziare i nemici del popolo ed ecco che il catalogo sarebbe esaurito. Pedofilo, abusatore d'ufficio, organizzatore di orge, magnaccia... Oltre che ladro, corruttore e colluso con la malavita - le nuove accuse che si sommano ai vecchi cavalli di battaglia dell'antiberlusconismo duro e puro. Che altro dovremo leggere sulle pagine della tanto glorificata e incensata «grande stampa libera» del nostro paese, ormai trasformatasi in gazzetta del gossip alla stregua di una Novella 2000 qualsiasi?

Qui non è solo una questione di trame e di complotti. E' questione innanzitutto di buon gusto e di senso della misura. Perché è come se in un buon ristorante venisse servito in tavola un grande vassoio pieno di maleodorante e nauseabonda spazzatura, per non dire di peggio. E' vero - si dirà - che La Repubblica ha aumentato le sue vendite da quando ha iniziato a riempire le sue pagine con indiscrezioni sulla vita privata del presidente del Consiglio, e che quindi esiste un pubblico a cui questa spazzatura piace e che è desideroso di cibarsene. Ciò non toglie, però, che gli editori e i direttori di importanti giornali nazionali dovrebbero sempre essere responsabilmente vigili affinché non venga mai superato quel senso del limite di cui sopra.

Quanto alla denuncia del premier di un tentativo eversivo ai suoi danni, alcune domande sorgono spontanee: si rendono conto, il Corriere, la Repubblica e i poteri (economici, politici e istituzionali) che ad essi fanno riferimento, che con le loro recenti campagne danneggiano non soltanto l'immagine del presidente del Consiglio, ma anche quella del paese intero, che egli rappresenta? E, se la risposta è affermativa, perché lo fanno? Quali interessi stanno alla base della loro azione di quotidiana delegittimazione morale del capo del governo? Perché vogliono destabilizzare l'attuale quadro politico e indebolire un esecutivo sorretto da una forte maggioranza liberamente scelta dai cittadini? Se si pensa alla storia italiana degli ultimi quindici anni, cioè a partire dal 1994 e dall'avviso di garanzia inviato a mezzo stampa (guarda caso dal Corriere della Sera) a Berlusconi durante il G7 di Napoli, è chiaro che tali domande non sono campate per aria. Non sono un modo per alimentare le teorie complottistiche a fini di propaganda elettorale. Sono invece i quesiti di chi vuole vivere in un paese davvero normale, in una democrazia matura dove chi vince governa e chi è all'opposizione combatte la sua battaglia con gli strumenti, anche duri e ruvidi, della politica e non del gossip o, peggio, della diffamazione. Sono gli interrogativi preoccupati di chi non vuole vedere l'Italia ripiombare nel caos a causa di un clima di veleni, odio e violenza ideologica che già tanto male ha fatto al paese. Un altro G8 è alle porte. Non vorremmo rivedere un brutto film già visto tre lustri fa.

Gianteo Bordero

giovedì 18 giugno 2009

ALTRO CHE “ROCCAFORTE DEL PD”! A SESTRI LEVANTE IL VENTO STA CAMBIANDO. LO DICONO I NUMERI

IL POPOLO DELLA LIBERTÀ – SESTRI LEVANTE

COMUNICATO STAMPA DEL 18 GIUGNO 2009

Il voto europeo del 6 e 7 giugno a Sestri Levante ha messo innanzitutto in evidenza un crollo di ampie proporzioni del Partito Democratico. Alle elezioni politiche del 2008 il Pd aveva raccolto, nella nostra città, il 42,1% dei consensi; alle europee 2009 si è fermato al 34%. Si tratta di un calo di ben 8 punti percentuali rispetto a un anno fa. Se poi raffrontiamo il dato delle europee 2009 con quello delle europee 2004, le cose per il Partito Democratico vanno ancora peggio: allora la lista Uniti nell’Ulivo, che raccoglieva Ds e Margherita, ottenne il 44,4% dei voti. La perdita è stata, in questo caso, del 10,4%. In termini assoluti, dal 2004 al 2009 il partito che governa Sestri Levante è passato da 5072 a 3454 voti, lasciando per strada il 31,9% dei consensi che raccoglieva tra i cittadini, quasi un elettore su tre.

Per quel che riguarda invece il nostro partito, il Popolo della Libertà, se è vero che vi è stata una flessione rispetto alle elezioni politiche del 2008 (dal 30,7% al 29,5%), guardando alle europee del 2004 si scopre che Forza Italia e Alleanza Nazionale, che allora correvano ancora divise, ottenevano in totale il 24,9% dei consensi, 2849 voti. Ciò significa che oggi il Popolo della Libertà è cresciuto, rispetto al 2004, del 4,6% in termini percentuali e, in termini assoluti, di 147 voti (ne ha raccolti, il 6 e 7 giugno, 2996).

Questi dati indicano, come elemento politico di prim’ordine, il differente esito dei processi di unione e semplificazione avvenuti rispettivamente col Partito Democratico e col Popolo della Libertà. Nel primo caso assistiamo oggi al fallimento sostanziale della fusione dei Democratici di Sinistra e della Margherita in un unico soggetto; nel secondo caso, invece, osserviamo la buona riuscita della convergenza di Forza Italia e Alleanza Nazionale nel Pdl, una convergenza che trova il gradimento dell’elettorato sestrese. In sintesi: nella nostra città, mentre il Pd prende meno voti di Ds + Margherita, il Pdl prende più voti di Forza Italia + An.

Per avere conferma del fatto che ha preso corpo, a Sestri Levante, una tendenza favorevole al centrodestra e di sfiducia nei confronti del centrosinistra, basta guardare ai dati delle coalizioni attualmente presenti in Consiglio Comunale. Il centrosinistra che sostiene il sindaco Lavarello ha ottenuto, il 6 e 7 giugno, il 42,5% dei consensi, mentre il centrodestra, rappresentato dal gruppo Pdl-Lega-Udc, ha raggiunto quota 44,1%. La sinistra radicale - che nel nostro Comune è all’opposizione - è al 7,6%. Anche se si è trattato di elezioni europee e non amministrative, quello che è importante cogliere è appunto il trend, la tendenza, che in modo chiaro e incontestabile indica un declino della sinistra e una crescita del centrodestra a Sestri Levante.

Per questo non è possibile concordare con quanti, nei giorni scorsi, hanno parlato di Sestri Levante come di una “roccaforte del Pd”. Il Partito Democratico, su base nazionale, ha perso, rispetto alle politiche del 2008, il 7,3% dei consensi; a Sestri, come abbiamo visto, ha perso l’8%. Dove sia la “roccaforte” è difficile a dirsi. Quello che invece rileva, numeri alla mano, è il cambio di direzione del vento politico nella nostra città, con un centrodestra che cresce a vista d’occhio e che ormai è una realtà forte e radicata anche a Sestri Levante.

I dirigenti e i consiglieri comunali
del Popolo della Libertà, Sestri Levante

Graziano Stagni
Giancarlo Stagnaro
Gianteo Bordero
Marco Conti
Giuseppe Ianni

martedì 16 giugno 2009

NEL PD E' GUERRA APERTA IN VISTA DEL CONGRESSO

da Ragionpolitica.it del 16 giugno 2009

La tregua è finita, andate in guerra. Neanche il tempo di conoscere l'esito dei ballottaggi amministrativi di domenica e lunedì prossimi ed ecco che all'interno del Partito Democratico si aprono le danze in vista del congresso di ottobre. Un congresso che ha tutta l'aria di essere il momento della resa dei conti finale non tanto tra ex Ds ed ex Margherita, quanto tra i duellanti di sempre della sinistra italiana: Massimo D'Alema e Walter Veltroni. Il primo ha annunciato il suo sostegno a Pierluigi Bersani, salvo mettere in campo la sua disponibilità, come extrema ratio, in caso di emergenza, ad assumere la guida del partito. Il secondo è tornato a farsi sentire con una lettera su Facebook nella quale, in sostanza, rivendica la necessità di riprendere il cammino iniziato col Lingotto (e indebolito dal logoramento della sua leadership dopo la sconfitta alle elezioni politiche), dando continuità all'attuale segreteria e magari innervandola di giovani promesse del partito come Debora Serracchiani e amministratori affermati come Sergio Chiamparino. Mentre l'ex presidente del Consiglio ha stretto alleanza con Enrico Letta, l'ex segretario del Pd ha convocato per il 2 di luglio, al Capranica di Roma, un incontro con i suoi fedelissimi ed estimatori per «rafforzare e rilanciare» il suo originario progetto, quello del partito riformista a vocazione maggioritaria, «senza correnti e personalismi, senza vecchie e paralizzanti logiche figlie di un tempo superato».

Dietro il rinnovarsi dell'eterno scontro personale tra D'Alema e Veltroni, però, si nasconde anche la radicale divergenza di progetti strategici: è cosa nota che Baffino lavori per rimettere in piedi un ampio sistema di alleanze che guardi, oltre che alla nuova sinistra di Vendola (sponsorizzata da Bertinotti), anche all'Udc di Pier Ferdinando Casini - un dato, questo, confermato appunto dal patto stretto con Letta, maggiore sostenitore dell'intesa con il leader centrista -, mentre Walter punta in primis alla riproposizone del progetto Pd così come inaugurato due anni or sono con il discorso del Lingotto. Ha scritto l'ex sindaco di Roma nella lettera pubblicata su Facebook: «Se ritengo opportuno, in questo momento, tornare a dire quel che penso, è perché avverto che il nostro progetto, il progetto del Partito Democratico, è messo in discussione. E' perché sento che attorno ad esso si muovono richiami antichi». Non bisogna andar lontano per capire a chi si riferisce Veltroni.

Tra l'altro - sia detto per inciso - è possibile leggere anche alla luce di questa battaglia tra D'Alema e Veltroni le dichiarazioni del primo in merito alla necessità, per l'opposizione, di farsi trovare pronta nel caso in cui, prossimamente, avessero luogo quelle «scosse» (di cui egli ha parlato domenica nel corso della trasmissione di Lucia Annunziata, In Mezz'ora) tali da mettere in discussione la tenuta dell'esecutivo Berlusconi. Se la speranza di D'Alema, esperto in giochi di palazzo come quelli che lo portarono al governo dopo la caduta di Prodi nel 1998, è quella di riuscire a mettere insieme in parlamento - non si sa come - i numeri per sostenere un esecutivo pseudo «tecnico» o di «salute pubblica», i veltroniani, che puntano diretti al bipartitismo, hanno già fatto sapere che, in un fanta-scenario come quello disegnato da D'Alema, non ci sarebbe alternativa al ritorno alle urne.

Tutto questo accade mentre su un altro fronte, quello della collocazione europea del Pd, un altro big dei Democratici, Francesco Rutelli, fa sapere, attraverso un'intervista rilasciata lunedì al Corriere della Sera, che potrebbe giungere al punto di abbandonare il partito se dovesse continuare a prevalere la linea filo-socialista portata avanti dagli ex Ds e fatta propria anche dal segretario Franceschini, e che ha condotto alla decisione di creare un euro-gruppo «socialista e democratico» (Asde). Secondo Rutelli, «la scelta simbolica di far entrare il Pd nella casa socialista in Europa è un errore capitale... Significa buttare a mare tutta la novità e la singolarità del Pd». Non è, per l'ex segretario della Margherita, soltanto una questione europea, perché potrebbe avere anche risvolti di politica interna: «Se il Pd - dice - si connota a sinistra, si chiude ogni strada di crescita».

Sono queste alcune delle tensioni che stanno emergendo nel Partito Democratico in questi giorni del post-voto ed è lecito ipotizzare che altre ne verranno a galla nelle ore e nelle settimane a venire. La tregua invocata da Franceschini almeno fino ai ballottaggi del 21 e 22 giugno non è durata. Segno che le divisioni interne, le divergenze sulla linea politica da seguire, sulle strategie, sul compito e sull'identità stessa del partito sono talmente profonde e radicate che le correnti - che tali divergenti linee rappresentano - hanno fretta di organizzarsi al meglio in vista del congresso di ottobre, senza fare sconti agli avversari. I giochi sono aperti, si affilano le armi. Stavolta - si augura Prodi (L'Unità, 16 giugno) - scorrerà il sangue. Perché più a fondo di così il Pd non può andare, e non scegliere significherebbe soltanto compiere l'ultimo passo verso il baratro.

Gianteo Bordero