sabato 28 febbraio 2009

LA SCUOLA, IL BULLISMO E IL SESSANTOTTO

da Ragionpolitica.it del 28 febbraio 2009

E' comparso in questi giorni su YouTube un video a suo modo shoccante, girato prima di Natale in una scuola di Rho, l'istituto tecnico Cannizzaro, da alcuni studenti dediti a riprendere le loro «imprese» vandaliche all'interno dell'aula durante il cambio d'ora: sedie gettate a terra, bottiglie lanciate dalla finestra, pareti deturpate. Fin qui niente di nuovo rispetto a molti altri filmati a cui, purtroppo, abbiamo quasi fatto il callo, e che dimostrano a quale punto di degrado si sia permesso che la scuola arrivasse, a quale infimo livello di assenza di serietà e autorevolezza, a quale stato di incuria educativa - fermo restando che, per quanto riguarda quest'ultimo punto, responsabilità importanti ricadono anche sulle famiglie.

La poco edificante «novità» del video inserito in rete dagli studenti lombardi è che i protagonisti, per dare un inquietante «tocco di originalità» al loro bullismo, non accontentandosi di emulare le gesta di altri loro colleghi, hanno preso a incendiare il crocifisso appeso alla parete dell'aula. Nel breve filmato si possono osservare i devastatori che, vedendo che il legno stenta ad infiammarsi, incitano il compagno con l'accendino, e non appena la croce iniziare a bruciare esplodono in un tripudio di «gioia»... Poi il video si interrompe.

Come detto, questo filmato, di per sé, non aggiunge nulla di nuovo a quanto già sapevamo circa il fenomeno del bullismo nelle scuole, contro il quale si è impegnata sin dall'inizio del suo mandato, e non senza conseguire risultati, il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, determinata a dare un sacrosanto e quanto mai necessario giro di vite finalizzato a ripristinare nelle scuole italiane la disciplina, il decoro, la serietà e le nozioni di base dell'educazione civica, anche grazie alla rinnovata importanza restituita al voto in condotta, che è tornato ad essere discrimine per essere promossi o bocciati.

Quello che colpisce, nel video girato nell'istituto rhodense, è la rappresentazione plastica delle ragioni che stanno alla base di quel terribile vuoto che sembra tragicamente cingere d'assedio le vite quotidiane di tanti giovani italiani. Non si tratta soltanto di quella che viene comunemente chiamata «assenza di valori», che è spesso un modo ipocrita con il quale il radicalismo chic prende le distanze da quella che ritiene essere la «feccia» della società. Più in profondità, occorre riconoscere che se siamo arrivati a questo punto è anche perché - e, forse, proprio perché - la cultura dominante negli ultimi decenni, diciamo dal '68 in poi, ha sovvertito non tanto i «valori» nella loro astrattezza, ma la tradizione sulla quale il nostro popolo si era da secoli fondato per organizzare la sua convivenza.

E la scuola è stata drammaticamente al centro di questa destrutturazione (spirituale, culturale e pedagogica) della tradizione italiana, teorizzata e alacremente perseguita dai nuovi guru dell'intellighenzia sessantottina. La parola d'ordine è divenuta il rifiuto dell'autorità, accompagnata dal rigetto di tutto ciò che sapeva di legami con un passato che ci si voleva lasciare alle spalle nel nome di un futuro radioso all'insegna della «vera libertà». Così anche l'educazione non ha più voluto significare il radicamento in una storia, in un'esperienza di popolo, in una cultura che porta con sé il respiro dei secoli, ma è divenuta il momento della «liberazione»: dai tabù, dai poteri costituiti, dai dogmi, dai vincoli, dalla morale ereditata dai nonni...

Questo è ciò che nella scuola (e più in generale nello spazio pubblico) si è respirato per trent'anni, ogni giorno, ed era inevitabile che i risultati fossero quelli che oggi tutti abbiamo sotto gli occhi. Ma il caso di Rho ci ricorda un dato in più: se vi è stata la perdita di autorevolezza, di credibilità, di serietà e, in fondo, di senso della scuola - una perdita di cui le varie e sfaccettate forme di bullismo sono conseguenza - è perché, in fondo, si è deciso di gettare nel dimenticatoio, prima ancora che i valori, l'educazione e il decoro, ciò che per secoli quei valori, quell'educazione e quel decoro ha fondato e reso fertili: il crocifisso che oggi viene dato alle fiamme dagli eredi della cultura anti-tradizionale, sfociata in un nichilismo disarmante.

Gianteo Bordero

giovedì 26 febbraio 2009

NESSUNO SCANDALO SE IL GOVERNO LEGIFERA

da Ragionpolitica.it del 26 febbraio 2009

Ha suscitato allarme e scalpore, in buona parte dei media italiani, una notizia segnalata per primo dal Sole 24 Ore: 44 delle 45 leggi approvate nel corso dell'attuale legislatura sono di provenienza governativa, e, tra queste, 25 sono conversioni di decreti legge. Conclusione scontata e prevedibile: il parlamento sarebbe di fatto esautorato dei suoi poteri e, come ha scritto Beppe Del Colle su Famiglia Cristiana, «ridotto solo a notaio» delle decisioni governative. Ne segue, secondo questa lettura, che il sistema istituzionale italiano starebbe scivolando, giorno dopo giorno, verso una forma di «dittatura dell'esecutivo» a scapito della democrazia rappresentata dal parlamento.

In assenza di altri solidi argomenti da usare per contrastare e criticare l'alleanza di governo e il presidente del Consiglio, questo è ormai diventato un mantra ripetuto a ogni piè sospinto da editorialisti, commentatori e, inevitabilmente, rappresentanti dell'opposizione. Basti pensare al «giuramento sulla Costituzione» compiuto da Dario Franceschini il giorno successivo al suo insediamento alla guida del Pd: un atto simbolico per testimoniare fedeltà ai «sacri principi» che sarebbero messi in discussione dal centrodestra e dal suo leader. E' la solita tesi del Berlusconi eversore dei fondamenti costituzionali della Repubblica, del tiranno che calpesta le regole di base della vita istituzionale, del novello Mussolini che tratta il parlamento come «un'aula sorda e grigia». Così si pensa di riuscire a mobilitare il popolo a una nuova resistenza, a una nuova lotta contro la dittatura, a una nuova stagione di risveglio democratico et similia...

Per fortuna che qualcuno, ogni tanto, si prende la briga di mettere i punti sulle «i» e di smontare con la solida forza della ragione, corroborata dagli esempi della storia, i castelli di sabbia e di rabbia che i pasdaran dell'antiberlusconismo duro e puro costruiscono con tanta dedizione. Merita di essere ripreso, in tal senso, un articolo di Giorgio Oldoini pubblicato su Il Secolo XIX di martedì 24 febbraio. L'autore mette nero su bianco una lucida analisi dei rapporti tra parlamento e governo in un sistema di parlamentarismo moderno, ricorda che «l'esecutivo è l'anima della legislazione e, contrariamente alle vecchie teorie libresche, sotto il parlamentarismo moderno è il governo che "politicamente" legifera». L'esecutivo cioè, in quanto espressione della maggioranza parlamentare, ne esprime oggettivamente gli orientamenti politici trasformandoli in leggi, senza per questo privare le Camere della loro libertà di confronto, discussione, emendamento. Neanche nel caso della decretazione d'urgenza, visto che è poi proprio il parlamento che può, entro sessanta giorni, convertire o meno il decreto in legge.

Scrive ancora Oldoini: nel sistema parlamentare moderno «non v'è alcuna differenza, dal punto di vista politico, fra una legge proposta dal ministero e omologata in seguito dal parlamento e una norma legislativa preparata direttamente dal ministero. Entrambe le norme sono basate sul consenso della maggioranza, vale a dire sul suffragio universale». Qui il concetto fondamentale è proprio quello del «consenso della maggioranza», che garantisce in ogni caso la permanenza del principio democratico nel sistema parlamentare, anche quando esso si esprime, come sta accadendo oggi, con iniziative legislative provenienti dal governo o con decreti legge. E' l'idea della «maggioranza che governa», espressa qualche tempo fa da Gianni Baget Bozzo su queste pagine.

Per lungo tempo, in Italia, siamo stati abituati a pensare, anche a causa del timore che l'esperienza fascista potesse nuovamente fare capolino, che scopo del parlamento fosse quello di porre dei freni e dei limiti all'attività del governo, che compito principale delle Camere fosse mettere i bastoni tra le ruote all'esecutivo e, quando necessario, farlo capitolare con il voto di sfiducia. Invece di ritenere il governo espressione sostanziale della maggioranza parlamentare, e quindi dello stesso principio democratico che soprassiede alla composizione delle Camere, si è detto e scritto e trasformato in luogo comune il mantra per cui il parlamento è l'unico custode della democrazia, mentre il governo ne rappresenta una forma spuria. Il frutto di quest'idea lo abbiamo avuto sotto gli occhi per almeno due decenni abbondanti, quando essa è diventata un alibi per trasformare il parlamentarismo in assemblearismo, per mettere nel cassetto dei ricordi il concetto di maggioranza parlamentare a tutto vantaggio dei giochi delle segreterie di partito e delle loro correnti interne, per usare il governo non come strumento al servizio della democrazia ma come camera di compensazione delle beghe partitocratiche. E' a ciò che vogliono tornare, oggi, tutti quelli che gridano al regime e al fascismo perché finalmente esiste in Italia una vera «maggioranza che governa», servendosi degli strumenti che la Costituzione mette a disposizione, tra cui il decreto legge? Sono i governi balneari il loro modello?

Se veramente si vuole aprire un confronto serio e sereno su come migliorare il funzionamento delle nostre istituzioni (come dice a parole di voler fare la minoritaria sinistra riformista, ma non il reggente del Pd che giura sulla Costituzione sacra, inviolabile e immodificabile), occorre prima di tutto che ci si liberi dal pregiudizio sul ruolo del governo in un moderno sistema parlamentarista, comprendendo che quando si tessono le lodi dell'assemblearismo in stile tarda prima Repubblica non si fa un favore alla democrazia, ma se ne limitano le possibilità e se ne incrinano i presupposti, tra cui quello di dare espressione oggettiva alla volontà popolare, la quale si esprime oggi nel voto a partiti che sono anche programmi di governo. Come scrive ancora Oldoini, «l'esecutivo diventa sempre più il centro dell'attività della democrazia parlamentare. Tanto più in questo momento, in cui, per affrontare la crisi, sono necessari provvedimenti rapidi ed energici».


Gianteo Bordero

domenica 22 febbraio 2009

sabato 21 febbraio 2009

IL PUZZLE IMPOSSIBILE DEL PD

da Ragionpolitica.it del 21 febbraio 2009

Pd «balcanizzato»? Magari fosse solo così. Perché a leggere le cronache di questi giorni, che tentano di descrivere i posizionamenti e riposizionamenti delle varie correnti e sottocorrenti in vista del congresso che eleggerà il nuovo segretario, viene il mal di testa. Veltroniani, dalemiani, rutelliani, bindiani, prodiani, lettiani, popolari, radicali... (Peppino Caldarola, su Il Giornale, è arrivato a contarne 12 di queste correnti), tutti in cerca di visibilità, di alleati con i quali fare cordata, di numeri per pesare di più nei futuri assetti del partito. E il toto-segretario che impazza: Franceschini, Bersani, Letta, Bindi, Parisi, Renzi, persino Ignazio Marino. Ognuno avanza il suo nome, quando non la sua candidatura. Ormai il recinto è aperto e i buoi del proverbio sono in libera uscita. Del resto, caduto Walter è venuta meno anche l'orbita gravitazionale che era riuscita a tenere insieme, anche se per poco più di un anno, personaggi e idee tanto diversi tra loro. Ora la galassia Pd è rappresentata dai giornali come un puzzle di difficile ricomposizione, con mille pezzi che è difficile far collimare: puoi metterne insieme due o tre, ma magari al quarto ti accorgi che è tutto da rifare e che il disegno finale è ancora di là da venire.

Del resto, anche la fisica ha le sue leggi, e non è possibile costringere quattro elefanti in una Cinquecento, a meno che non si dia credito alla barzelletta che consiglia di sistemarne due davanti e due dietro. E in fondo è questo quello che è stato fatto con la fondazione del Pd: inserire in un unico contenitore delle tradizioni politiche, dei valori, dei programmi, delle storie, delle idee difficilmente conciliabili. E' l'«amalgama mal riuscito» di cui ha parlato qualche tempo fa Massimo D'Alema. Ma non poteva essere altrimenti: se tu prendi Paola Binetti e provi a farla andare d'accordo con Ignazio Marino non avrai arricchito il tuo partito, ma ne avrai azzerato il dinamismo; se a una forza ne contrapponi un'altra uguale e contraria il risultato non sarà il movimento, ma lo stallo. Lo stesso nel quale si sono arrovellati il Partito Democratico e il suo segretario dimissionario da un anno a questa parte. Se Veltroni dialogava con Berlusconi, ecco arrivare il nostalgico di turno che lo richiamava all'ordine di scuderia dell'antiberlusconismo hard; se Walter picchiava duro sul presidente del Consiglio, ecco arrivare il riformista che gli intimava di adottare una strategia più aperta al confronto. Alla fine, l'esito di questa politica è stato uno soltanto: il nulla. Azioni e iniziative che si azzeravano a vicenda. Il ma-anche del leader dimissionario, tradotto in cifra, è uguale a zero.

E' all'interno di questo trionfo del nullismo politico che bisogna leggere la folle corsa alla leadership che si scatenerà, che si è già scatenata. Tutti sanno che il Pd come progetto di ampio respiro e di medio-lungo termine non decollerà mai, che è destinato a rimanere a terra in quanto a forza politica e a gradimento popolare. Ma è proprio per questa debolezza dell'insieme che le parti possono pensare unicamente alla propria sopravvivenza in quanto tali, cioè in quanto frammenti di un disegno impossibile a realizzarsi. Salvo sorprese, ciò a cui assisteremo nelle prossime settimane e nei prossimi mesi sarà il tentativo disperato di ciascun notabile, di ciascun capo corrente, di segnare il territorio di sua pertinenza, per poi, in forza della quantità di terreno e di voti controllati, federarsi con altri «feudatari» per formare una maggioranza in grado di tenere in mano l'involucro del partito.

Una confederazione di signorotti finalizzata a salvare il salvabile mentre il vento berlusconiano spira forte su tutta la Penisola. Ecco cosa resta e che cosa resterà del Pd se esso non si dissolverà anzitempo sotto la spinta delle forze centrifughe che si stanno manifestando dopo l'addio di Veltroni. E' veramente poco rispetto alle ambizioni, ai sogni, alla retorica, alla passione e all'entusiasmo dell'inizio. Ma, come si suol dire, oggi il convento non passa altro, se non questa lotta per la sopravvivenza di un ceto politico usurato dalla sua stessa storia e cosciente di essere destinato per molto tempo ancora a masticare amaro inseguendo un centrodestra che macina politica a tutto gas.

Gianteo Bordero

giovedì 19 febbraio 2009

VELTRONI IN FUGA

da Ragionpolitica.it del 19 febbraio 2009

Se Walter Veltroni era il Pd, come si sono affrettati a sottolineare molti esponenti democrat dopo le dimissioni del segretario, che cosa è oggi il Pd senza Veltroni? Potrà il partito sopravvivere all'uscita di scena di colui che è stato, fino a ieri, il punto di equilibrio che teneva insieme anime tanto diverse tra loro, il garante del «patto di sindacato» tra post-comunisti e post-democristiani di sinistra? Sono queste le domande a cui, in queste ore, cercano di dare risposta i dirigenti del Partito Democratico, dopo che lo stesso Veltroni, nella conferenza stampa d'addio tenuta ieri mattina a Roma, in Piazza di Pietra, ha quasi supplicato i presenti di non fare passi indietro, di non lasciare prevalere la nostalgia del passato mandando gambe all'aria la «sua» creatura.

Perché di questo si tratta: il Pd ha assunto, dal momento della sua nascita ad oggi, le fattezze del suo leader. Invocato come unico salvatore della patria nei giorni gloriosi del discorso del Lingotto, incoronato dal voto delle primarie dell'ottobre 2007, osannato come simbolo della sinistra riformista, riconosciuto condottiero dotato di pieni poteri per dare forma nuova alle «magnifiche sorti e progressive», Veltroni ha proiettato sul Partito Democratico tutto se stesso: la nuova stagione, don Milani, Spello, la fine dell'antiberlusconismo viscerale, il dialogo tra gli schieramenti, l'abbandono del giustizialismo, l'ecumenismo irenico del «ma anche», il mito di Obama, l'America tra noi, la speranza, l'Italia da amare, il pop, le candidature delle Madia, dei Colaninno e dei Calearo, eccetera... Che poi questa proiezione si sia più o meno trasformata in realtà è un altro discorso: ciò che conta è che, dal 27 giugno 2007 al 16 febbraio 2009, dire Pd equivaleva dire Veltroni.

Stante questa sovrapposizione (almeno mediatica) tra il partito e il leader, era dunque inevitabile che proprio su quest'ultimo ricadesse tutto il peso delle sconfitte che, mese dopo mese, la nuova creatura di centrosinistra inanellava: le elezioni politiche dell'aprile 2008, le contestuali elezioni amministrative con la bruciante perdita della Roma «veltrona», le regionali abruzzesi del 1° dicembre con il partito sotto la soglia di sopravvivenza del 20%, e infine le regionali sarde con il tracollo di Soru e del Pd (-12% rispetto alle politiche). Nel mezzo: le inchieste della magistratura che hanno fatto calare l'ombra del malaffare su giunte locali da sempre ritenute fiore all'occhiello della buona amministrazione di centrosinistra; le proteste vibranti dei sindaci democrat del nord, pronti a costituirsi in sezione autonoma del partito, disponibili financo a «secedere» dalla casa madre nel caso le loro doglianze non fossero state ascoltate; e poi, ancora, l'imbarazzante e sempre più ingombrante alleanza con Antonio Di Pietro, pronto a divorare i consensi in libera uscita del Pd con il suo antiberlusconismo duro e puro; la fragilità - per usare un eufemismo - del governo ombra e dell'opposizione parlamentare, e chi più ne ha ne metta.

Si dirà: avere tra le mani il bastone del comando comporta onori ed oneri. Ed è vero. Ma l'impressione è che spesso la sovraesposizione di Veltroni come simbolo quasi esclusivo del Partito Democratico sia servita ai suoi oppositori e nemici interni come alibi per mascherare da un lato i piccoli (o grandi) giochetti di potere che avvenivano alle spalle del segretario, dall'altro lato per nascondere una disarmante mancanza di linee politicamente credibili e seriamente alternative a quella proposta dal leader (a meno che si consideri una strategia vincente il ritorno a una mini Unione con i rimasugli della sinistra radicale già sconfitti dalla storia). Identificare Veltroni con il Pd, in sostanza, è servito anche agli avversari interni di Walter per tenersi le mani libere, preparandosi ad ogni evenienza, nessuna esclusa. La loro strategia era chiara: cuocere a fuoco lento il segretario, logorarlo giorno dopo giorno, sconfitta dopo sconfitta, fino alle europee, per poi defenestrarlo e prendere in mano le sorti del partito o di ciò che restava di esso.

Ora la mossa di Veltroni spiazza tutti e taglia, come si suol dire, la testa al toro. Lascia il Partito Democratico solo con i suoi giganteschi problemi, che da oggi non sono più soltanto il proliferare delle correnti, la litigiosità interna, la mancanza di un accordo su temi importanti del dibattito politico e via dicendo, ma anche e soprattutto la messa in discussione della sua stessa esistenza, il dubbio su che cosa il partito sia e rappresenti, l'impressione che, tolto di mezzo il segretario, come ha scritto Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, il Pd si ritrovi «sul baratro del nulla».

Gianteo Bordero

martedì 17 febbraio 2009

CROLLA IL MITO DI SORU

da Ragionpolitica.it del 17 febbraio 2009

Renato Soru aveva più volte elogiato, nel corso della campagna elettorale in vista delle regionali sarde, il «modello prodiano». Aveva benedetto le larghe alleanze a sinistra, raccogliendo attorno a sé il grosso dei partiti dell'ex Unione: il Partito Democratico, l'Italia dei Valori, Rifondazione Comunista, i Comunisti Italiani. E aveva fatto intendere che, in caso di vittoria, la formula sarda avrebbe potuto essere riproposta anche a livello romano, in contrapposizione alla strategia veltroniana della «vocazione maggioritaria». Così il fondatore di Tiscali ha giocato la sua partita contemporaneamente su due terreni: quello locale e quello nazionale. Ha di fatto rappresentato il suo impegno sardista come un trampolino di lancio per un nuovo tipo di leadership del centrosinistra italiano. Ma l'incoronazione non c'è stata e il sogno della campagna elettorale si è trasformato nell'incubo di un risveglio che più duro di così era difficile immaginare.

La sconfitta di Soru è una sconfitta su tutta la linea, non soltanto perché sono colati a picco i partiti di centrosinistra (in special modo il Pd, che è passato dal 36,2% delle politiche al 24,4%), ma soprattutto perché egli stesso ha subìto una cocente batosta nelle preferenze riguardanti il candidato presidente. Il meccanismo del voto disgiunto, infatti, avrebbe potuto (come del resto era già accaduto in Sardegna) consegnare il governo dell'isola a un presidente e ad una maggioranza consiliare non collegati tra loro. E probabilmente Soru molto puntava su questa possibilità: essa, se da un lato non gli avrebbe consentito di amministrare la sua Regione a causa della coabitazione con una maggioranza di centrodestra, dall'altro gli avrebbe però permesso di giocare agevolmente la sua figura di uomo carismatico, più forte dei partiti che hanno accettato di sostenerlo, ad un livello ben più importante di quello sardo.

Ma neanche questa consolazione è toccata in sorte al presidente uscente: sebbene egli abbia ottenuto 4 punti percentuali in più rispetto alla coalizione di centrosinistra (42,9% come candidato governatore a fronte del 38,6% di voti alle liste dei partiti alleati), ha visto il suo avversario Ugo Cappellacci attestarsi sul 51,9% di preferenze come presidente, mentre il centrodestra ha raggiunto quota 56,7%. Rispetto alle elezioni regionali del 2004 Soru ha perduto il 7% dei consensi (allora si impose con il 50,2% dei voti contro il candidato della Cdl Mauro Pili, fermatosi al 40,5%). Così egli non ha neanche più tra le mani l'unica arma che avrebbe potuto usare per salvare il salvabile, assolvendo se stesso e scaricando sulla crisi dei partiti di centrosinistra tutte le responsabilità della sconfitta. Invece i numeri usciti dalle urne sarde parlano chiaro: c'è un giudizio negativo che riguarda sia Soru come governatore sia i partiti della coalizione in quanto tali. E di certo il presidente uscente non potrà tirarsi su d'animo per il fatto che la debacle più consistente è stata quella del Pd, il partito col quale era entrato in rotta di collisione negli ultimi tempi e che era stato all'origine della sua decisione di dimettersi e tornare al voto anticipatamente rispetto alla scadenza naturale della legislatura regionale.

Tirando le somme, alla fine dal voto sardo escono a pezzi sia Soru che il Partito Democratico: il primo vede andare in fumo sia il mito della sua buona amministrazione all'insegna dell'esaltazione della sardità sia le sue ambizioni di leadership nazionale ricalcata sul modello di Romano Prodi; il secondo si ritrova ancora una volta, dopo quanto accaduto in Abruzzo a inizio dicembre, a dover fare i conti con una crisi che sembra non conoscere termine, nella quale ogni strategia (tanto quella della «vocazione maggioritaria» quanto quella dell'allargamento dell'alleanza a ciò che resta della sinistra massimalista) pare destinata al fallimento, segno che il problema non sta nella scelta dei compagni di viaggio e forse neppure nella leadership veltroniana, ma più a fondo, nelle radici stesse del progetto del Partito Democratico in quanto tale. Un progetto che oggi, dopo il voto in Sardegna, può crollare da un momento all'altro.

Gianteo Bordero

sabato 14 febbraio 2009

NASCEVA 80 ANNI FA LO STATO DELLA CITTA' DEL VATICANO

da Ragionpolitica.it del 14 febbraio 2009

L'11 febbraio di ottant'anni fa, nel Palazzo del Laterano, a Roma, aveva luogo la firma di un Trattato e di un Concordato tra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano. Il cardinale Pietro Gasparri, segretario di Stato vaticano, e Benito Mussolini, capo del governo italiano, sottoscrivevano quelli che oggi vengono comunemente chiamati «Patti lateranensi». Il Concordato, che sarebbe stato poi aggiornato e modificato 55 anni dopo (18 febbraio 1984) dal cardinale Agostino Casaroli e da Bettino Craxi con l'Accordo di Villa Madama, regolava i rapporti tra Stato e Chiesa e definiva le rispettive competenze nelle materie miste; il Trattato, invece, istituiva lo Stato della Città del Vaticano, chiudendo - come si legge nel documento - «la "Questione Romana" sorta nel 1870 con l'annessione di Roma al Regno d'Italia sotto la dinastia di Casa Savoia». L'articolo 3 del Trattato stabiliva quanto segue: «L'Italia riconosce alla Santa Sede la piena proprietà e la esclusiva e assoluta potestà e giurisdizione sovrana sul Vaticano, com'è attualmente costituito, con tutte le sue pertinenze e dotazioni, creandosi per tal modo la Città del Vaticano per gli speciali fini e con le modalità di cui al presente Trattato».

Negli stessi minuti in cui Gasparri e Mussolini si apprestavano ad apporre le loro firme in calce ai Patti, il Papa Pio XI, che fermamente aveva voluto quell'accordo, incontrava i parroci di Roma ed i predicatori del periodo quaresimale. Ad essi il pontefice rivolgeva un discorso che, nella sua parte riguardante il Trattato con l'Italia, merita di essere ripreso, perché contiene una chiara enunciazione delle ragioni che stanno alla base dell'esistenza stessa del Vaticano come Stato. Un'esistenza che, oggi come negli anni passati, è fortemente contestata dai sostenitori delle varie e malintese forme di pauperismo ecclesiastico e non, secondo i quali il fatto che la Chiesa cattolica abbia un suo Stato e un suo territorio rappresenta una violazione degli insegnamenti evangelici, un retaggio dei cosiddetti «secoli bui», un imbarazzante strascico della commistione tra potere temporale e potere spirituale. La lungimiranza del grande Papa Pio XI, invece, seppe andare oltre le mere contingenze, garantendo un presidio statuale e territoriale alla Santa Sede. Un presidio che si rivelò decisivo, nel corso dei restanti decenni del secolo XX, per poter consentire alla Chiesa di continuare a svolgere la sua missione spirituale e materiale senza essere assoggettata ai poteri totalitari.

Ebbene, rivolgendosi ai sacerdoti e ai predicatori, Papa Ratti spiegava che la nascita dello Stato della Città del Vaticano era necessaria perché «non si conosce nel mondo, almeno fino ad oggi, altra forma di sovranità vera e propria se non appunto territoriale». Ma questa sovranità non veniva intesa dal pontefice come uno strumento per avanzare pretese di carattere temporale, per riconquistare quello che era andato perduto dopo la breccia di Porta Pia e la nascita dello Stato italiano. Le preoccupazioni di Pio XI erano tutte rivolte ad assicurare alla Chiesa la possibilità di continuare a camminare libera nella storia: senza libertà non vi sarebbe stata neppure autorevolezza, perché una Chiesa totalmente incamerata in uno Stato avrebbe potuto facilmente subire i ricatti e le angherie del potere politico in carica, divenendo con ciò meno credibile anche dal punto di vista spirituale. Le Chiese di Stato, come mostra chiaramente la storia, non sono mai state presidio di vera e genuina libertà religiosa.

In questo senso, c'è un'espressione bellissima usata da Pio XI nella sua allocuzione, tanto più significativa in quanto riprende il Santo che nella vulgata ecclesialmente corretta rappresenta il pauperismo per eccellenza: Francesco D'Assisi. Egli «chiedeva quel tanto di corpo che bastava per tenere unita l'anima». Così il Papa Ratti riteneva opportuno chiedere «quel tanto di territorio materiale che è indispensabile per l'esercizio di un potere spirituale affidato ad uomini in beneficio di uomini». E aggiungeva: «Ci compiacciamo di vedere il materiale terreno ridotto a così minimi termini da potersi e doversi anche esso considerare spiritualizzato dall'immensa, sublime e veramente divina spiritualità che esso è destinato a sorreggere ed a servire». Farebbero bene, tutti coloro che dipingono i Papi pre-conciliari come sovrani retrogradi, assetati di potere temporale, rappresentanti di una Chiesa impresentabile e anti-moderna, a rileggersi queste parole, che fissano in modo indelebile un principio che tutti gli ultimi pontefici hanno ribadito: lo Stato della Città del Vaticano non è il luogo del potere temporale, ma il necessario presidio fisico della libertà della Chiesa. «Un piccolo territorio per una grande missione», come recita il titolo di un convegno organizzato in questi giorni dalla Santa Sede per ricordare gli ottant'anni dalla firma del Trattato.

Gianteo Bordero