da Ragionpolitica.it del 14 novembre 2009
Il 9 novembre l'Occidente e il mondo libero hanno celebrato il ventennale della caduta del Muro di Berlino, evento che più di ogni altro ha segnato l'inizio della fine dei regimi comunisti appartenenti al blocco sovietico. Eppure, già 160 anni fa c'era chi, in qualche modo, aveva previsto tutto. E' una figura nota soprattutto agli studiosi di filosofia e di storia delle dottrine politiche, ma poco conosciuta presso il grande pubblico: Antonio Rosmini Serbati (Rovereto, 1797 - Stresa, 1855), sacerdote, filosofo, teorico del diritto e della politica, teologo, iniziatore di un movimento spirituale che ebbe tra i suoi figli personaggi di rilievo come il grande poeta Clemente Rebora. Autore di capolavori come la Filosofia della politica, la Filosofia del diritto, la Teodicea, le Cinque piaghe della Santa Chiesa, Rosmini fu una figura di primo piano non soltanto nell'elaborazione filosofica dell'Ottocento e nello sviluppo del pensiero cattolico in rapporto alle nuove correnti teoretiche del tempo, ma anche nelle vicende che portarono alla nascita dello Stato italiano. Propugnatore di un federalismo liberale finalizzato alla pacificazione tra le varie realtà statuali presenti nell'Italia di allora, egli fu vicino a far accettare al Papa Pio IX una forma di Confederazione che, se realizzata, avrebbe evitato sia al nostro paese che alla Chiesa cattolica decenni di tensioni e incomprensioni reciproche.
Rosmini ebbe dunque in dono una capacità non comune di vedere oltre le contingenze e di proiettare il suo sguardo oltre l'attualità. Come nelle Cinque piaghe della Santa Chiesa (1848) anticipò temi teologici che sarebbero stati poi ripresi 120 anni più tardi dal Concilio Vaticano II, così anche per quel che riguarda la riflessione politica egli individuò con una lucidità senza pari quelli che sarebbero stati gli esiti delle dottrine che in quel tempo andavano per la maggiore. Una tra queste dottrine, come detto, era quella comunista, non ancora segnata dall'opera di Marx, ma comunque già recante in sé i semi che avrebbero poi fruttificato - purtroppo - nei decenni a venire. Nel 1847 Rosmini espone sotto forma di discorso, presso l'Accademia dei Risorgenti di Osimo, il suo Saggio sul comunismo e sul socialismo, che verrà poi stampato a Napoli due anni più tardi e che oggi possiamo nuovamente apprezzare grazie all'editore Talete, che lo ha ripubblicato nella sua collana «Gli introvabili», con introduzione di Luigi Compagna.
Il Saggio è una critica serrata nei confronti dello «spirito di utopia» di cui erano intrise le dottrine socialiste e comuniste del tempo. L'idea portante dell'opera rosminiana è che queste teorie rappresentano il principale nemico della libertà e portano con sé i germi della violenza e del «dispotismo». Pensatori come Robert Owen, Saint-Simon, Charles Fourier - afferma Rosmini - dicono di voler cancellare le ingiustizie, sollevare la condizione dei poveri, realizzare un mondo nuovo in cui regni finalmente l'uguaglianza, portare a tutti gli uomini una «smisurata felicità» e la vera libertà; eppure i mezzi con i quali essi propongono di realizzare tutto ciò conducono, in sostanza, alla stessa negazione dei fini. Owen, ad esempio, «fonda la sua utopia filantropica sulla totale distruzione della umana libertà», perché pensa che l'individuo «soggiace ad un assoluto fatalismo» ed «è determinato necessariamente dagl'istinti ingeniti e dalle fortuite esteriori circostanze». Agli stessi risultati conduce la teoria di Fourier, che proclama «l'assoluto dominio di tutte le passioni come principio fondamentale» e «sull'ara delle passioni egli decreta che l'umana libertà sia immolata»; come potrà, infatti, essere libera e pacifica una società in cui non vi sia alcun freno alle opposte passioni degli uomini e ai loro istinti più bassi?
Se prese sul serio, le dottrine degli utopisti comunisti - annota Rosmini - non possono che produrre governi totalitari che necessariamente debbono usare la violenza per esercitare il loro potere sugli uomini. Governi che, per affermare concretamente un'idea astratta di uguaglianza e giustizia, cancellano ogni libertà e ogni diritto: la libertà di coscienza, la libertà religiosa, la libertà economica, la libertà politica, la libertà d'associazione, la libertà d'educazione, la libertà d'insegnamento. Tutto è assorbito dall'autorità pubblica, che, sotto la guida degli illuminati pensatori utopistici, è la sola titolata a stabilire che cosa è bene e che cosa è male per ciascuno. In questi «nuovi sistemi - scrive Rosmini - l'individuo non è più nulla e il governo è tutto». Infatti, «per levare ogni abuso si propone di concentrare le ricchezze tutte e tutti i poteri del mondo in mano al governo, a un governo sciolto da ogni morale obbligazione, da ogni timor di Dio e degli uomini, da ogni vincolo di coscienza, da ogni guarentigia a favore de' governati». In sintesi: il comunismo, «lungi dall'accrescere la libertà alle società ed agli uomini, procaccia loro la più inaudita ed assoluta schiavitù, li opprime sotto il più pesante, dispotico ed empio dei governi». Ognuno può vedere da sé come Rosmini avesse già allora perfettamente compreso quali sarebbero stati gli esiti nefasti dell'applicazione delle dottrine comuniste. La storia ha dato ragione al grande roveretano.
Gianteo Bordero
sabato 14 novembre 2009
venerdì 13 novembre 2009
PRIMATO DELLA POLITICA E IMMUNITÀ PARLAMENTARE
da Ragionpolitica.it del 12 novembre 2009
Subito dopo la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale, lo scorso 7 ottobre, scrivemmo su queste pagine che l'Italia e il suo sistema istituzionale continuavano a pagare le conseguenze della sciagurata abolizione dell'immunità parlamentare, avvenuta nel 1993 sotto l'onda emotiva dei processi di Tangentopoli. Una decisione che ha comportato, nella sostanza, la messa sotto scacco del primato della politica nel nostro paese, assegnando alla magistratura un potere di veto sul parlamento eletto dal popolo sovrano. Che lo si voglia o no, è stata questa la vera, grande anomalia italiana degli ultimi quindici anni: il tentativo di certi giudici e pm di porre sotto tutela, tramite la perenne minaccia dell'avviso di garanzia, delle manette e della carcerazione preventiva, la rappresentanza democratica. Un tentativo sostenuto da buona parte del sistema mediatico nazionale, che ha contribuito a diffondere nell'opinione pubblica l'ideologia dell'antipolitica, che come un tarlo ha roso a poco a poco la coscienza civile del paese, fino al punto di far credere che tutto ciò che reca il timbro dell'autorità giudiziaria porta con sé il carattere dell'infallibilità, mentre le azioni della politica sono per ciò stesso disoneste, corrotte, immorali. Se l'immunità parlamentare aveva garantito per quarant'anni il sacrosanto principio secondo cui l'ultimo giudice delle scelte politiche rimane l'elettore, la sua abolizione ha consegnato questo potere ai magistrati, recando un oggettivo vulnus al nostro sistema democratico.
Cestinato il Lodo Alfano, che proponeva non il ritorno all'immunità, bensì, più modestamente, la sospensione dei processi per le quattro alte cariche dello Stato, il problema è tornato a porsi in tutta la sua gravità. Infatti, che certi togati cerchino ancora oggi di determinare le sorti politiche del paese è un dato di realtà che solo i giustizialisti accecati dal fanatismo ideologico possono non vedere. L'esistenza della volontà di espellere dalla scena colui che nel 1994, legittimato dal voto popolare, impedì con la sua discesa in campo l'ascesa al potere del gran connubio tra partiti di sinistra e giudici, non è un argomento propagandistico creato ad arte dal centrodestra, ma emerge in modo chiaro dalle stesse dichiarazioni di taluni magistrati. Come, da ultimo, Antonino Ingroia, procuratore aggiunto a Palermo, che durante un recente convegno organizzato dall'Italia dei Valori ha chiamato alla lotta totale contro le annunciate riforme del governo in materia di giustizia. Ingroia, esponente di quella Magistratura Democratica che tra i suoi obiettivi storici ha l'abbattimento dello «Stato borghese» tramite l'azione giudiziaria, è lo stesso che su Micromega, assieme al collega Roberto Scarpinato, scriveva qualche tempo fa che è possibile «sospendere autoritativamente la democrazia aritmetica, al fine di salvaguardare la democrazia sostanziale, cioè il bene comune della generalità dei cittadini contro la stessa volontà della maggioranza». Sono frasi che si commentano da sole e che dovrebbero far preoccupare chiunque abbia davvero a cuore la democrazia in Italia e l'equilibrio tra poteri nella nostra Repubblica.
Tornare a garantire il primato della politica e della sovranità popolare è un imperativo che dovrebbe essere fatto proprio da tutti i partiti che ambiscono al governo del paese. Il Popolo della Libertà si è già mosso in questa direzione: l'onorevole Margherita Boniver, ad esempio, ha presentato l'11 novembre alla Camera un progetto di legge costituzionale finalizzato al ripristino dell'immunità parlamentare nell'articolo 68 della Carta fondamentale. E il capogruppo a Montecitorio del partito, Fabrizio Cicchitto, ha dichiarato che, nel quadro della riforma della giustizia allo studio della maggioranza, sarà da ricomprendersi anche il riequilibrio del «delicato rapporto tra politica e magistratura», messo in crisi dalla cancellazione dell'immunità nel 1993.
Dunque, dopo anni di predominio culturale del giustizialismo, riflettere sull'istituto dell'immunità parlamentare non è più tabù, perché è questo uno degli strumenti principali per porre fine all'anomalia di un potere giudiziario che cerca di sostituirsi alla volontà del corpo elettorale nella selezione dei rappresentanti del popolo. Come ha ricordato il direttore del Tg1, Augusto Minzolini, nel suo editoriale del 9 novembre: «I padri costituenti che inserirono nella Carta l'immunità parlamentare lo fecero non perché erano dei malandrini, ma perché consideravano quella norma necessaria per evitare che il potere giudiziario arrivasse a condizionare il potere politico... Non fu di certo un'idea stravagante: strumenti diversi, ma con le stesse finalità, sono previsti in Germania, Inghilterra, Spagna, e dell'immunità beneficiano anche i parlamentari di Strasburgo». Dopo l'ondata giacobina di Mani Pulite, che portò all'auto-castrazione della politica con la cancellazione dell'immunità dal testo costituzionale, oggi sono maturi i tempi affinché quello che Minzolini definisce un «vulnus all'equilibrio tra i poteri» sia definitivamente sanato.
Gianteo Bordero
Subito dopo la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale, lo scorso 7 ottobre, scrivemmo su queste pagine che l'Italia e il suo sistema istituzionale continuavano a pagare le conseguenze della sciagurata abolizione dell'immunità parlamentare, avvenuta nel 1993 sotto l'onda emotiva dei processi di Tangentopoli. Una decisione che ha comportato, nella sostanza, la messa sotto scacco del primato della politica nel nostro paese, assegnando alla magistratura un potere di veto sul parlamento eletto dal popolo sovrano. Che lo si voglia o no, è stata questa la vera, grande anomalia italiana degli ultimi quindici anni: il tentativo di certi giudici e pm di porre sotto tutela, tramite la perenne minaccia dell'avviso di garanzia, delle manette e della carcerazione preventiva, la rappresentanza democratica. Un tentativo sostenuto da buona parte del sistema mediatico nazionale, che ha contribuito a diffondere nell'opinione pubblica l'ideologia dell'antipolitica, che come un tarlo ha roso a poco a poco la coscienza civile del paese, fino al punto di far credere che tutto ciò che reca il timbro dell'autorità giudiziaria porta con sé il carattere dell'infallibilità, mentre le azioni della politica sono per ciò stesso disoneste, corrotte, immorali. Se l'immunità parlamentare aveva garantito per quarant'anni il sacrosanto principio secondo cui l'ultimo giudice delle scelte politiche rimane l'elettore, la sua abolizione ha consegnato questo potere ai magistrati, recando un oggettivo vulnus al nostro sistema democratico.
Cestinato il Lodo Alfano, che proponeva non il ritorno all'immunità, bensì, più modestamente, la sospensione dei processi per le quattro alte cariche dello Stato, il problema è tornato a porsi in tutta la sua gravità. Infatti, che certi togati cerchino ancora oggi di determinare le sorti politiche del paese è un dato di realtà che solo i giustizialisti accecati dal fanatismo ideologico possono non vedere. L'esistenza della volontà di espellere dalla scena colui che nel 1994, legittimato dal voto popolare, impedì con la sua discesa in campo l'ascesa al potere del gran connubio tra partiti di sinistra e giudici, non è un argomento propagandistico creato ad arte dal centrodestra, ma emerge in modo chiaro dalle stesse dichiarazioni di taluni magistrati. Come, da ultimo, Antonino Ingroia, procuratore aggiunto a Palermo, che durante un recente convegno organizzato dall'Italia dei Valori ha chiamato alla lotta totale contro le annunciate riforme del governo in materia di giustizia. Ingroia, esponente di quella Magistratura Democratica che tra i suoi obiettivi storici ha l'abbattimento dello «Stato borghese» tramite l'azione giudiziaria, è lo stesso che su Micromega, assieme al collega Roberto Scarpinato, scriveva qualche tempo fa che è possibile «sospendere autoritativamente la democrazia aritmetica, al fine di salvaguardare la democrazia sostanziale, cioè il bene comune della generalità dei cittadini contro la stessa volontà della maggioranza». Sono frasi che si commentano da sole e che dovrebbero far preoccupare chiunque abbia davvero a cuore la democrazia in Italia e l'equilibrio tra poteri nella nostra Repubblica.
Tornare a garantire il primato della politica e della sovranità popolare è un imperativo che dovrebbe essere fatto proprio da tutti i partiti che ambiscono al governo del paese. Il Popolo della Libertà si è già mosso in questa direzione: l'onorevole Margherita Boniver, ad esempio, ha presentato l'11 novembre alla Camera un progetto di legge costituzionale finalizzato al ripristino dell'immunità parlamentare nell'articolo 68 della Carta fondamentale. E il capogruppo a Montecitorio del partito, Fabrizio Cicchitto, ha dichiarato che, nel quadro della riforma della giustizia allo studio della maggioranza, sarà da ricomprendersi anche il riequilibrio del «delicato rapporto tra politica e magistratura», messo in crisi dalla cancellazione dell'immunità nel 1993.
Dunque, dopo anni di predominio culturale del giustizialismo, riflettere sull'istituto dell'immunità parlamentare non è più tabù, perché è questo uno degli strumenti principali per porre fine all'anomalia di un potere giudiziario che cerca di sostituirsi alla volontà del corpo elettorale nella selezione dei rappresentanti del popolo. Come ha ricordato il direttore del Tg1, Augusto Minzolini, nel suo editoriale del 9 novembre: «I padri costituenti che inserirono nella Carta l'immunità parlamentare lo fecero non perché erano dei malandrini, ma perché consideravano quella norma necessaria per evitare che il potere giudiziario arrivasse a condizionare il potere politico... Non fu di certo un'idea stravagante: strumenti diversi, ma con le stesse finalità, sono previsti in Germania, Inghilterra, Spagna, e dell'immunità beneficiano anche i parlamentari di Strasburgo». Dopo l'ondata giacobina di Mani Pulite, che portò all'auto-castrazione della politica con la cancellazione dell'immunità dal testo costituzionale, oggi sono maturi i tempi affinché quello che Minzolini definisce un «vulnus all'equilibrio tra i poteri» sia definitivamente sanato.
Gianteo Bordero
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lunedì 9 novembre 2009
SESTRI LEVANTE. MOZIONE DI PDL E LEGA PER GARANTIRE LA PRESENZA DEL CROCIFISSO NELLE SCUOLE
CONSIGLIO COMUNALE DI SESTRI LEVANTE
GRUPPO CONSILIARE “IL POPOLO DELLA LIBERTA’ – LEGA NORD”
9 NOVEMBRE 2009
OGGETTO: MOZIONE
I SOTTOSCRITTI CONSIGLIERI COMUNALI
Gianteo BORDERO, Marco CONTI, Giancarlo STAGNARO
CHIEDONO
Che venga inserita all’Ordine del Giorno della prossima seduta di Consiglio Comunale la seguente mozione:
«INIZIATIVE A TUTELA DELLA PRESENZA DEL CROCIFISSO NELLE AULE SCOLASTICHE DEL COMUNE DI SESTRI LEVANTE – ESPRESSIONE DI SENTIMENTO AVVERSO LA SENTENZA “LAUTSI v. ITALY” EMESSA DALLA CORTE EUROPA DEI DIRITTI DELL’UOMO IN DATA 3 NOVEMBRE 2009»
E PROPONGONO
Di sottoporre all’approvazione del Consiglio Comunale il seguente ordine del giorno:
IL CONSIGLIO COMUNALE DI SESTRI LEVANTE
IMPEGNA IL SINDACO E LA GIUNTA
GRUPPO CONSILIARE “IL POPOLO DELLA LIBERTA’ – LEGA NORD”
9 NOVEMBRE 2009
OGGETTO: MOZIONE
I SOTTOSCRITTI CONSIGLIERI COMUNALI
Gianteo BORDERO, Marco CONTI, Giancarlo STAGNARO
CHIEDONO
Che venga inserita all’Ordine del Giorno della prossima seduta di Consiglio Comunale la seguente mozione:
«INIZIATIVE A TUTELA DELLA PRESENZA DEL CROCIFISSO NELLE AULE SCOLASTICHE DEL COMUNE DI SESTRI LEVANTE – ESPRESSIONE DI SENTIMENTO AVVERSO LA SENTENZA “LAUTSI v. ITALY” EMESSA DALLA CORTE EUROPA DEI DIRITTI DELL’UOMO IN DATA 3 NOVEMBRE 2009»
E PROPONGONO
Di sottoporre all’approvazione del Consiglio Comunale il seguente ordine del giorno:
IL CONSIGLIO COMUNALE DI SESTRI LEVANTE
- Venuto a conoscenza della sentenza con la quale, il 3 novembre 2009, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha accolto il ricorso della signora Soile Lautsi, di Abano Terme (Padova), avverso lo Stato italiano a causa della presenza del crocifisso nelle aule della scuola pubblica;
- Appreso che tale sentenza afferma che «l'esposizione nelle classi delle scuole statali di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo» non può garantire «il pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una "società democratica"».
- Appreso inoltre che tale sentenza definisce la presenza del crocifisso nelle scuole pubbliche «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione della «libertà di religione degli alunni».
- Considerato il ricorso presentato dal governo italiano avverso la suddetta sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo;
- Richiamate le norme regolamentari dell’articolo 118 Regio Decreto n. 965 del 1924 e allegato C del Regio Decreto n. 1297 del 1928, che dispongono che in ogni aula sia presente il crocifisso.
- Vista la sentenza del Consiglio di Stato numero 556/2006, nella quale si afferma che: «In una sede non religiosa, come la scuola, destinata all’educazione dei giovani, l’esposizione del crocifisso, per credenti e non credenti, sarà giustificata ed assumerà un significato non discriminatorio sotto il profilo religioso, se esso è in grado di rappresentare e di richiamare in forma sintetica immediatamente percepibile ed intuibile (al pari di ogni simbolo) valori civilmente rilevanti, e segnatamente quei valori che soggiacciono ed ispirano il nostro ordine costituzionale, fondamento del nostro convivere civile. In tal senso il crocifisso potrà svolgere, anche in un orizzonte “laico”, diverso da quello religioso che gli è proprio, una funzione simbolica altamente educativa, a prescindere dalla religione professata dagli alunni. Ora è evidente che in Italia, il crocifisso è atto ad esprimere, appunto in chiave simbolica ma in modo adeguato, l’origine religiosa dei valori di tolleranza, di rispetto reciproco, di valorizzazione della persona, di affermazione dei suoi diritti, di riguardo alla sua libertà, di autonomia della coscienza morale nei confronti dell’autorità, di solidarietà umana, di rifiuto di ogni discriminazione, che connotano la civiltà italiana. Questi valori, che hanno impregnato di sé tradizioni, modo di vivere, cultura del popolo italiano, soggiacciono ed emergono dalle norme fondamentali della nostra Carta costituzionale, accolte tra i “Principi fondamentali” e la Parte I della stessa, e, specificamente, da quelle richiamate dalla Corte costituzionale, delineanti la laicità propria dello Stato italiano. Il richiamo, attraverso il crocifisso, dell’origine religiosa di tali valori e della loro piena e radicale consonanza con gli insegnamenti cristiani, serve dunque a porre in evidenza la loro trascendente fondazione, senza mettere in discussione, anzi ribadendo, l’autonomia (non la contrapposizione, sottesa a una interpretazione ideologica della laicità che non trova riscontro alcuno nella nostra Carta fondamentale) dell’ordine temporale rispetto all’ordine spirituale, e senza sminuire la loro specifica “laicità”, confacente al contesto culturale fatto proprio e manifestato dall’ordinamento fondamentale dello Stato italiano. Essi, pertanto, andranno vissuti nella società civile in modo autonomo (di fatto non contraddittorio) rispetto alla società religiosa, sicché possono essere “laicamente” sanciti per tutti, indipendentemente dall’appartenenza alla religione che li ha ispirati e propugnati. Come ad ogni simbolo, anche al crocifisso possono essere imposti o attribuiti significati diversi e contrastanti, oppure ne può venire negato il valore simbolico per trasformarlo in suppellettile, che può al massimo presentare un valore artistico. Non si può però pensare al crocifisso esposto nelle aule scolastiche come ad una suppellettile, oggetto di arredo, e neppure come ad un oggetto di culto; si deve pensare piuttosto come ad un simbolo idoneo ad esprimere l’elevato fondamento dei valori civili sopra richiamati, che sono poi i valori che delineano la laicità nell’attuale ordinamento dello Stato».
- Ritenuta la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche della scuola pubblica un importante richiamo alle radici culturali e spirituali dell’Italia e dell’Europa, che in alcun modo offende la libertà e la sensibilità degli studenti, ma al contrario simboleggia in massimo grado il valore della dignità della persona su cui si fondano il vivere civile e l’ordinamento giuridico della Repubblica italiana.
IMPEGNA IL SINDACO E LA GIUNTA
- A manifestare con atto ufficiale presso la Corte europea dei diritti dell’uomo i sentimenti di riprovazione del Consiglio Comunale di Sestri Levante nei confronti della sentenza in oggetto;
- A garantire la presenza del crocifisso in tutte le aule scolastiche della città;
- A sollecitare la promozione, nelle scuole cittadine, di incontri e momenti di approfondimento riguardo al significato della presenza del crocifisso nelle aule, sottolineandone i legami con la storia culturale e spirituale dell’Italia e dell’Europa.
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UNA VIA PER IL "9 NOVEMBRE, GIORNO DELLA LIBERTÀ"
CONSIGLIO COMUNALE DI SESTRI LEVANTE
GRUPPO CONSILIARE “IL POPOLO DELLA LIBERTA’ – LEGA NORD”
9 NOVEMBRE 2009
OGGETTO: MOZIONE
I SOTTOSCRITTI CONSIGLIERI COMUNALI
Gianteo BORDERO, Marco CONTI, Giancarlo STAGNARO
CHIEDONO
Che venga inserita all’Ordine del Giorno della prossima seduta di Consiglio Comunale la seguente mozione:
«IL VENTENNALE DELLA CADUTA DEL MURO DI BERLINO – INTITOLAZIONE DI UNA VIA AL 9 NOVEMBRE, GIORNO DELLA LIBERTÀ»
E PROPONGONO
Di sottoporre all’approvazione del Consiglio Comunale il seguente ordine del giorno:
IL CONSIGLIO COMUNALE DI SESTRI LEVANTE
PREMESSO CHE:
CONSIDERATO CHE:
RILEVATO CHE:
IMPEGNA IL SINDACO E LA GIUNTA:
GRUPPO CONSILIARE “IL POPOLO DELLA LIBERTA’ – LEGA NORD”
9 NOVEMBRE 2009
OGGETTO: MOZIONE
I SOTTOSCRITTI CONSIGLIERI COMUNALI
Gianteo BORDERO, Marco CONTI, Giancarlo STAGNARO
CHIEDONO
Che venga inserita all’Ordine del Giorno della prossima seduta di Consiglio Comunale la seguente mozione:
«IL VENTENNALE DELLA CADUTA DEL MURO DI BERLINO – INTITOLAZIONE DI UNA VIA AL 9 NOVEMBRE, GIORNO DELLA LIBERTÀ»
E PROPONGONO
Di sottoporre all’approvazione del Consiglio Comunale il seguente ordine del giorno:
IL CONSIGLIO COMUNALE DI SESTRI LEVANTE
PREMESSO CHE:
- Il 9 novembre 1989 cadeva il Muro di Berlino, concreta rappresentazione di quella “Cortina di ferro” che materialmente divideva in due una città, ma in realtà separava l’Europa da se stessa.
- Il 9 novembre 2009 è ricorso il ventennale di quell’evento storico.
CONSIDERATO CHE:
- Il Muro di Berlino venne eretto in una sola notte il 13 agosto del 1961 per ordine dell’Unione Sovietica di Nikita Kruscev: una barriera di filo spinato alta quattro metri, che seguiva i contorni del settore sovietico della città e divideva strade, quartieri, giardini, case e cimiteri. Presto il reticolato lasciò il posto a chilometri di blocchi di calcestruzzo costellati da torri di avvistamento, radar e centinaia di postazioni di mitragliatrici con le bocche puntate verso l’Ovest della città;
- I soldati della Germania Orientale che presidiavano il confine sparavano su chiunque tentasse di oltrepassare la barriera di filo spinato al punto che oltrepassare il confine era un’impresa impossibile;
- Nonostante ciò i tentativi di fuga erano all’ordine del giorno e più di 260 persone morirono dal 1961 al 1989 sotto il fuoco dei Vopos, i “Poliziotti del Popolo”, per aver tentato di passare al di là del Muro in cerca della libertà;
- Finalmente verso la fine degli anni ‘80 le manifestazioni popolari sorte in maniera spontanea nei paesi dell’Est europeo spinsero migliaia di giovani a sfidare i regimi comunisti rivendicando riforme in senso democratico;
- Il 9 novembre del 1989 si sbriciolava il Muro di Berlino e dopo 28 lunghi anni finiva l’incubo di Berlino e dell’Europa.
RILEVATO CHE:
- La Legge 15 aprile 2005 n. 61 ha finalmente riconosciuto il 9 novembre “Giorno della libertà”, quale ricorrenza dell’abbattimento del Muro di Berlino, “evento simbolo per la liberazione di Paesi oppressi e auspicio di democrazia per le popolazioni tuttora soggette al totalitarismo”;
IMPEGNA IL SINDACO E LA GIUNTA:
- Ad intitolare una via, una piazza o un giardino della città al “9 novembre 1989 – Giorno della Libertà”.
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sabato 7 novembre 2009
IL VECCHIO CHE AVANZA
da Ragionpolitica.it del 7 novembre 2009
«E' il nuovo che avanza, non lo senti il suo viavai», cantava Antonello Venditti pochi anni dopo l'avvento del berlusconismo politico nel nostro paese. Oggi, dopo aver ascoltato il discorso programmatico di Pierluigi Bersani di fronte all'Assemblea Nazionale del Pd, potremmo parafrasare il cantautore romano e dire che, dalle parti della sinistra italiana, «è il vecchio che avanza». Lo stile Bersani, per quanto egli si sforzi di dare qualche incipriata di novità al Partito Democratico, rimane quello del vecchio dirigente del Pci, dell'ex presidente di Comunità Montana. Lo stile - così lui l'ha chiamato - «da bocciofila». Meglio sarebbe dire da Festa dell'Unità del piccolo paese, con le salamelle, la piadina, il Lambrusco, il torneo di carte e l‘orchestra del liscio...
«Nostalgia canaglia», direbbero Albano e Romina. E va bene che dopo l'ubriacatura collettiva del nuovismo di Veltroni ci voleva una robusta frenata, qualcuno che facesse tornare il Partito Democratico con i piedi per terra dopo i voli pindarici di Walter il sognatore, l'Obama «de noantri». Ma qui si è esagerato, perché non c'è stata soltanto la frenata: il terzo segretario del Pd ha innestato con decisione la retromarcia e ha fatto capire che la musica che suonerà il Pd nei prossimi anni non sarà più il pop veltroniano, ma la ballata folk in stile gucciniano. Dal «Mi fido di te» jovanottiano alla «Locomotiva», con tutti i suoi richiami al bel tempo che fu, il proletariato, gli operai, le fabbriche, la lotta contro le ingiustizie...
E allora corre, corre, corre la locomotiva bersaniana. Ma corre all'indietro. Se il Veltroni del Lingotto auspicava la «nuova stagione», la fine dell'antiberlusconismo, il dialogo leale tra due grandi partiti, l'uscita definitiva dal Novecento, il partito «liquido» e postmoderno, Bersani non rinuncia ai vecchi, cari temi della lotta al Cavaliere (sulla riforma della giustizia, ad esempio, ha detto che il problema è rappresentato dalla «insuperabile interferenza di questioni che si riferiscono alla situazione personale del premier» e «dalla aggressività e dalla volontà di rivincita scagliate contro il sistema giudiziario e la magistratura»), della grande coalizione tra le forze di sinistra (il Pd si rivolgerà «a tutte le forze di opposizione», da quelle parlamentari a quelle rimaste sotto la soglia per entrare a Palazzo, «come Sinistra e Libertà, Verdi, formazioni civiche e di origine socialista e repubblicana»), del partito «solido» e fortemente radicato sul territorio.
«Costruire il partito, preparare l'alternativa», dice Bersani. Ma intanto c'è da sbrigare la pratica delle nomine e del riassetto interno della nomenklatura. Ed anche qui il ritorno alle vecchie logiche è garantito. Bisogna accontentare tutte le correnti e correntine, trovare il posto ad ognuno in modo che nessuno si lamenti, Franceschini e Marino in primis. Perché vanno bene le primarie e la lotta serrata tra diverse idee di partito, ma poi mica si può fare troppo sul serio e mandare a casa gli sconfitti. E allora, via col manuale Cencelli per sistemare il tale qui e il tal'altro là, in un gioco di potere ed equilibrio interno da far rimpiangere la tanto deprecata Prima Repubblica. A rimanere fuori dalla «gestione plurale» sono solo gli assenti: Romano Prodi, che ha declinato l'invito a diventare presidente del partito (carica assegnata a Rosy Bindi, evvai!), Walter Veltroni, ormai in tutt'altre faccende affaccendato, e Francesco Rutelli, che ha sciolto gli ormeggi in direzione Casini dopo la vittoria di Bersani alle primarie. Tre «padri nobili» del Pd che, per un motivo o per l'altro, hanno intrapreso altre strade rispetto a quella impervia che oggi si appresta a percorre il nuovo segretario: tenere in vita un partito che a soli due anni dalla nascita rischia di soffocare sotto il peso della storia politica dei suoi padri.
Gianteo Bordero
«E' il nuovo che avanza, non lo senti il suo viavai», cantava Antonello Venditti pochi anni dopo l'avvento del berlusconismo politico nel nostro paese. Oggi, dopo aver ascoltato il discorso programmatico di Pierluigi Bersani di fronte all'Assemblea Nazionale del Pd, potremmo parafrasare il cantautore romano e dire che, dalle parti della sinistra italiana, «è il vecchio che avanza». Lo stile Bersani, per quanto egli si sforzi di dare qualche incipriata di novità al Partito Democratico, rimane quello del vecchio dirigente del Pci, dell'ex presidente di Comunità Montana. Lo stile - così lui l'ha chiamato - «da bocciofila». Meglio sarebbe dire da Festa dell'Unità del piccolo paese, con le salamelle, la piadina, il Lambrusco, il torneo di carte e l‘orchestra del liscio...
«Nostalgia canaglia», direbbero Albano e Romina. E va bene che dopo l'ubriacatura collettiva del nuovismo di Veltroni ci voleva una robusta frenata, qualcuno che facesse tornare il Partito Democratico con i piedi per terra dopo i voli pindarici di Walter il sognatore, l'Obama «de noantri». Ma qui si è esagerato, perché non c'è stata soltanto la frenata: il terzo segretario del Pd ha innestato con decisione la retromarcia e ha fatto capire che la musica che suonerà il Pd nei prossimi anni non sarà più il pop veltroniano, ma la ballata folk in stile gucciniano. Dal «Mi fido di te» jovanottiano alla «Locomotiva», con tutti i suoi richiami al bel tempo che fu, il proletariato, gli operai, le fabbriche, la lotta contro le ingiustizie...
E allora corre, corre, corre la locomotiva bersaniana. Ma corre all'indietro. Se il Veltroni del Lingotto auspicava la «nuova stagione», la fine dell'antiberlusconismo, il dialogo leale tra due grandi partiti, l'uscita definitiva dal Novecento, il partito «liquido» e postmoderno, Bersani non rinuncia ai vecchi, cari temi della lotta al Cavaliere (sulla riforma della giustizia, ad esempio, ha detto che il problema è rappresentato dalla «insuperabile interferenza di questioni che si riferiscono alla situazione personale del premier» e «dalla aggressività e dalla volontà di rivincita scagliate contro il sistema giudiziario e la magistratura»), della grande coalizione tra le forze di sinistra (il Pd si rivolgerà «a tutte le forze di opposizione», da quelle parlamentari a quelle rimaste sotto la soglia per entrare a Palazzo, «come Sinistra e Libertà, Verdi, formazioni civiche e di origine socialista e repubblicana»), del partito «solido» e fortemente radicato sul territorio.
«Costruire il partito, preparare l'alternativa», dice Bersani. Ma intanto c'è da sbrigare la pratica delle nomine e del riassetto interno della nomenklatura. Ed anche qui il ritorno alle vecchie logiche è garantito. Bisogna accontentare tutte le correnti e correntine, trovare il posto ad ognuno in modo che nessuno si lamenti, Franceschini e Marino in primis. Perché vanno bene le primarie e la lotta serrata tra diverse idee di partito, ma poi mica si può fare troppo sul serio e mandare a casa gli sconfitti. E allora, via col manuale Cencelli per sistemare il tale qui e il tal'altro là, in un gioco di potere ed equilibrio interno da far rimpiangere la tanto deprecata Prima Repubblica. A rimanere fuori dalla «gestione plurale» sono solo gli assenti: Romano Prodi, che ha declinato l'invito a diventare presidente del partito (carica assegnata a Rosy Bindi, evvai!), Walter Veltroni, ormai in tutt'altre faccende affaccendato, e Francesco Rutelli, che ha sciolto gli ormeggi in direzione Casini dopo la vittoria di Bersani alle primarie. Tre «padri nobili» del Pd che, per un motivo o per l'altro, hanno intrapreso altre strade rispetto a quella impervia che oggi si appresta a percorre il nuovo segretario: tenere in vita un partito che a soli due anni dalla nascita rischia di soffocare sotto il peso della storia politica dei suoi padri.
Gianteo Bordero
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giovedì 5 novembre 2009
IL PREMIER ELETTO DAL POPOLO
da Ragionpolitica.it del 5 novembre 2009
E così il dado è tratto. Silvio Berlusconi dichiara, nel nuovo libro di Bruno Vespa, che il «titolare del potere esecutivo» deve essere «scelto direttamente dal popolo». Lo aveva già fatto intuire, il presidente del Consiglio, nel suo intervento alla Festa della Libertà di Benevento, l'11 ottobre, quando aveva affermato che «dobbiamo trovare il modo di riportare il nostro paese sulla strada di una vera e compiuta democrazia, dando ai cittadini la possibilità di scegliere coloro da cui vogliono essere governati». Ora il Cavaliere non lascia spazio a dubbi interpretativi. Precisa che «sarà il parlamento, nei prossimi mesi, a definire quale sia il modello più adatto alla realtà italiana», ma sottolinea in modo netto che è ormai giunto il tempo in cui «la Costituzione formale» deve essere «aggiornata e messa al passo con la realtà del paese». Si tratta, in sostanza, di formalizzare nel testo scritto della nostra Carta fondamentale le modifiche materiali che sono intervenute nella vita politica della Repubblica italiana a partire dal 1994. Cioè da quando, con l'ingresso in politica di Berlusconi e la nascita del bipolarismo, la battaglia elettorale si è trasformata da una competizione tra partiti in una competizione tra i leader dei due schieramenti.
Perché tale modifica della Costituzione formale non abbia ancora avuto luogo è presto detto: la sinistra ha continuato, in questi tre lustri, a descrivere l'elezione diretta del capo del governo come l'anticamera del ritorno del fascismo nel nostro paese. E lo ha fatto arroccandosi in modo anacronistico sul testo del 1946 - un testo nato alla fine del Ventennio e quindi finalizzato a creare un sistema istituzionale nel quale il potere esecutivo fosse posto permanentemente sotto scacco da un assemblearismo esasperato, fondato sulla preminenza dei partiti, di fatto divenuti i veri detentori della sovranità repubblicana. Che tutto ciò non fosse più sostenibile cinquant'anni dopo, in un mondo nel quale si imponevano scelte rapide ed efficaci da parte dei governi e in un'Italia che aveva preso atto dell'involuzione autoreferenziale del sistema dei partiti e chiedeva a gran voce un rinnovamento delle istituzioni, molti esponenti della gauche nostrana lo avevano ben compreso, ma in nome di un comodo antiberlusconismo hanno preferito continuare a ripetere la cantilena del «nuovo Duce», dell'«assalto alla Costituzione», del «ritorno del totalitarismo» e via strologando. Dopo la vittoria elettorale del centrodestra nel 2008 e la fine della cosiddetta «egemonia culturale della sinistra» - che ancora nel 2006 era riuscita a cancellare per via referendaria la riforma costituzionale varata dall'allora Casa delle Libertà nella XIV legislatura - i tempi sono ormai maturi per procedere all'aggiornamento della Carta indicato da Berlusconi.
«Aggiornamento» - si badi - e non «stravolgimento». Perché non si tratta di inventare ex novo strane modifiche del dettato costituzionale, bensì, come ha sottolineato il presidente del Consiglio, di adeguare la Costituzione formale alla Costituzione materiale. La quale prevede già, di fatto, l'elezione diretta del capo del governo, dal momento che la legge elettorale vigente (varata nel 2005 accogliendo una prassi ormai ben accetta dagli italiani) ammette la possibilità di indicare all'interno dei simboli di partito il nome del loro leader e, soprattutto, stabilisce che «i partiti o i gruppi politici organizzati tra loro collegati in coalizione che si candidano a governare depositano un unico programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come unico capo della coalizione» (e tanto basta per confutare quanto scritto da Giovanni Sartori sul Corriere della Sera del 30 ottobre, e cioè che «il voto per Berlusconi è in realtà soltanto il voto conseguito dal Pdl»).
Dopo la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale, che ha inspiegabilmente rigettato la definizione della figura del presidente del Consiglio come «primus super pares», proposta dagli avvocati difensori del Lodo sulla base della citata norma della legge elettorale, non rimane che percorrere la strada della modifica formale della Costituzione, mettendo finalmente per iscritto ciò che i cittadini hanno già fatto proprio da diversi anni.
Gianteo Bordero
E così il dado è tratto. Silvio Berlusconi dichiara, nel nuovo libro di Bruno Vespa, che il «titolare del potere esecutivo» deve essere «scelto direttamente dal popolo». Lo aveva già fatto intuire, il presidente del Consiglio, nel suo intervento alla Festa della Libertà di Benevento, l'11 ottobre, quando aveva affermato che «dobbiamo trovare il modo di riportare il nostro paese sulla strada di una vera e compiuta democrazia, dando ai cittadini la possibilità di scegliere coloro da cui vogliono essere governati». Ora il Cavaliere non lascia spazio a dubbi interpretativi. Precisa che «sarà il parlamento, nei prossimi mesi, a definire quale sia il modello più adatto alla realtà italiana», ma sottolinea in modo netto che è ormai giunto il tempo in cui «la Costituzione formale» deve essere «aggiornata e messa al passo con la realtà del paese». Si tratta, in sostanza, di formalizzare nel testo scritto della nostra Carta fondamentale le modifiche materiali che sono intervenute nella vita politica della Repubblica italiana a partire dal 1994. Cioè da quando, con l'ingresso in politica di Berlusconi e la nascita del bipolarismo, la battaglia elettorale si è trasformata da una competizione tra partiti in una competizione tra i leader dei due schieramenti.
Perché tale modifica della Costituzione formale non abbia ancora avuto luogo è presto detto: la sinistra ha continuato, in questi tre lustri, a descrivere l'elezione diretta del capo del governo come l'anticamera del ritorno del fascismo nel nostro paese. E lo ha fatto arroccandosi in modo anacronistico sul testo del 1946 - un testo nato alla fine del Ventennio e quindi finalizzato a creare un sistema istituzionale nel quale il potere esecutivo fosse posto permanentemente sotto scacco da un assemblearismo esasperato, fondato sulla preminenza dei partiti, di fatto divenuti i veri detentori della sovranità repubblicana. Che tutto ciò non fosse più sostenibile cinquant'anni dopo, in un mondo nel quale si imponevano scelte rapide ed efficaci da parte dei governi e in un'Italia che aveva preso atto dell'involuzione autoreferenziale del sistema dei partiti e chiedeva a gran voce un rinnovamento delle istituzioni, molti esponenti della gauche nostrana lo avevano ben compreso, ma in nome di un comodo antiberlusconismo hanno preferito continuare a ripetere la cantilena del «nuovo Duce», dell'«assalto alla Costituzione», del «ritorno del totalitarismo» e via strologando. Dopo la vittoria elettorale del centrodestra nel 2008 e la fine della cosiddetta «egemonia culturale della sinistra» - che ancora nel 2006 era riuscita a cancellare per via referendaria la riforma costituzionale varata dall'allora Casa delle Libertà nella XIV legislatura - i tempi sono ormai maturi per procedere all'aggiornamento della Carta indicato da Berlusconi.
«Aggiornamento» - si badi - e non «stravolgimento». Perché non si tratta di inventare ex novo strane modifiche del dettato costituzionale, bensì, come ha sottolineato il presidente del Consiglio, di adeguare la Costituzione formale alla Costituzione materiale. La quale prevede già, di fatto, l'elezione diretta del capo del governo, dal momento che la legge elettorale vigente (varata nel 2005 accogliendo una prassi ormai ben accetta dagli italiani) ammette la possibilità di indicare all'interno dei simboli di partito il nome del loro leader e, soprattutto, stabilisce che «i partiti o i gruppi politici organizzati tra loro collegati in coalizione che si candidano a governare depositano un unico programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come unico capo della coalizione» (e tanto basta per confutare quanto scritto da Giovanni Sartori sul Corriere della Sera del 30 ottobre, e cioè che «il voto per Berlusconi è in realtà soltanto il voto conseguito dal Pdl»).
Dopo la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale, che ha inspiegabilmente rigettato la definizione della figura del presidente del Consiglio come «primus super pares», proposta dagli avvocati difensori del Lodo sulla base della citata norma della legge elettorale, non rimane che percorrere la strada della modifica formale della Costituzione, mettendo finalmente per iscritto ciò che i cittadini hanno già fatto proprio da diversi anni.
Gianteo Bordero
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martedì 3 novembre 2009
SE L'EUROPA RINNEGA SE STESSA
da Ragionpolitica.it del 3 novembre 2009
Vogliono rubarci l'anima, strapparci via dalle nostre radici, cancellare la nostra storia. Nel nome della tolleranza e di una falsa e deformata idea di libertà e democrazia vogliono spolpare la nostra identità. Vogliono oscurare la fede dei nostri padri e dei nostri nonni. Con le poche pagine di una sentenza vogliono condannare venti secoli del nostro cammino di civiltà. E pretendono di farlo, come si suol dire, «in punta di diritto», cioè avendo come fine la giustizia. Infatti, secondo i giudici della Corte europea dei diritti dell'uomo che hanno condannato l'Italia per la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche, «l'esposizione nelle classi delle scuole statali di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo» non può garantire «il pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una "società democratica"». Inoltre tale esposizione rappresenterebbe «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione della «libertà di religione degli alunni».
Povera Europa, ridotta ad affidare la tutela dei diritti umani ad un'élite di giuristi che rinnega l'essenza stessa dell'identità europea, nella convinzione che una presunta neutralità religiosa possa portare vantaggi in termini di convivenza col «diverso», di crescita della qualità civile, di progresso sociale del Vecchio Continente. Una tesi talmente astratta che ogni volta che essa è stata messa in pratica concretamente - si veda il caso francese - ha prodotto soltanto disastri, acuendo i conflitti e lasciando campo libero ad un laicismo nichilista e sbracato le cui nefaste conseguenze oggi si iniziano soltanto ad intravvedere. Arrivare ad imporre all'Italia il pagamento di un'ammenda di 5.000 euro come risarcimento per «danni morali» al figlio della donna che ha presentato ricorso presso la Corte di Strasburgo a causa della presenza del crocifisso a scuola, è veramente uno dei punti più bassi mai raggiunti da un'Europa che sembra incamminata a passo svelto verso il più drammatico tradimento di se stessa, della sua storia, delle sue fondamenta spirituali.
Ma, più di tutto, quello che lascia sgomenti di fronte alla sentenza della Corte europea è la totale incomprensione del significato più profondo della presenza del crocifisso nei luoghi pubblici: che non è innanzitutto quello di propagandare una religione; non è quello di indottrinare gli «infedeli»; non è quello di affermare il predominio di un credo sulle istituzioni laiche. Quel pezzo di legno con la figura del Cristo morente può essere invece guardato, rispettato e amato da tutti, credenti o non credenti, devoti o atei, perché in esso si concentra la misteriosa esperienza di un uomo che si è detto Dio non attraverso una manifestazione di potenza, e quindi di potere e di predominio, non con le spade e con gli eserciti, non con l'uccisione del nemico, bensì attraverso il dono di sé, l'umiliazione, la debolezza, attraversando fino in fondo la condizione umana, assumendo su di sé il vertice della sofferenza, offrendo se stesso come sacrificio «per la salvezza di molti».
I giudici europei non hanno compreso che qui non siamo di fronte a una religione, a una dottrina, a un insieme di precetti, ma a un fatto. Un fatto che sfida la coscienza e la libertà di ognuno senza nulla imporre. Un fatto che, a partire dalla Gerusalemme di 2000 anni fa, nel corso della storia - e in modo così particolare nella storia europea - è stato capace di generare una civiltà dove la persona è difesa, tutelata e valorizzata proprio in forza dell'evento sorgivo della croce. Perciò il crocifisso non è la «violazione dei diritti», ma è la fonte del rispetto che ad essi si deve, in ogni tempo ed in ogni spazio.
Gianteo Bordero
Vogliono rubarci l'anima, strapparci via dalle nostre radici, cancellare la nostra storia. Nel nome della tolleranza e di una falsa e deformata idea di libertà e democrazia vogliono spolpare la nostra identità. Vogliono oscurare la fede dei nostri padri e dei nostri nonni. Con le poche pagine di una sentenza vogliono condannare venti secoli del nostro cammino di civiltà. E pretendono di farlo, come si suol dire, «in punta di diritto», cioè avendo come fine la giustizia. Infatti, secondo i giudici della Corte europea dei diritti dell'uomo che hanno condannato l'Italia per la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche, «l'esposizione nelle classi delle scuole statali di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo» non può garantire «il pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una "società democratica"». Inoltre tale esposizione rappresenterebbe «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione della «libertà di religione degli alunni».
Povera Europa, ridotta ad affidare la tutela dei diritti umani ad un'élite di giuristi che rinnega l'essenza stessa dell'identità europea, nella convinzione che una presunta neutralità religiosa possa portare vantaggi in termini di convivenza col «diverso», di crescita della qualità civile, di progresso sociale del Vecchio Continente. Una tesi talmente astratta che ogni volta che essa è stata messa in pratica concretamente - si veda il caso francese - ha prodotto soltanto disastri, acuendo i conflitti e lasciando campo libero ad un laicismo nichilista e sbracato le cui nefaste conseguenze oggi si iniziano soltanto ad intravvedere. Arrivare ad imporre all'Italia il pagamento di un'ammenda di 5.000 euro come risarcimento per «danni morali» al figlio della donna che ha presentato ricorso presso la Corte di Strasburgo a causa della presenza del crocifisso a scuola, è veramente uno dei punti più bassi mai raggiunti da un'Europa che sembra incamminata a passo svelto verso il più drammatico tradimento di se stessa, della sua storia, delle sue fondamenta spirituali.
Ma, più di tutto, quello che lascia sgomenti di fronte alla sentenza della Corte europea è la totale incomprensione del significato più profondo della presenza del crocifisso nei luoghi pubblici: che non è innanzitutto quello di propagandare una religione; non è quello di indottrinare gli «infedeli»; non è quello di affermare il predominio di un credo sulle istituzioni laiche. Quel pezzo di legno con la figura del Cristo morente può essere invece guardato, rispettato e amato da tutti, credenti o non credenti, devoti o atei, perché in esso si concentra la misteriosa esperienza di un uomo che si è detto Dio non attraverso una manifestazione di potenza, e quindi di potere e di predominio, non con le spade e con gli eserciti, non con l'uccisione del nemico, bensì attraverso il dono di sé, l'umiliazione, la debolezza, attraversando fino in fondo la condizione umana, assumendo su di sé il vertice della sofferenza, offrendo se stesso come sacrificio «per la salvezza di molti».
I giudici europei non hanno compreso che qui non siamo di fronte a una religione, a una dottrina, a un insieme di precetti, ma a un fatto. Un fatto che sfida la coscienza e la libertà di ognuno senza nulla imporre. Un fatto che, a partire dalla Gerusalemme di 2000 anni fa, nel corso della storia - e in modo così particolare nella storia europea - è stato capace di generare una civiltà dove la persona è difesa, tutelata e valorizzata proprio in forza dell'evento sorgivo della croce. Perciò il crocifisso non è la «violazione dei diritti», ma è la fonte del rispetto che ad essi si deve, in ogni tempo ed in ogni spazio.
Gianteo Bordero
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