da Ragionpolitica.it del 30 giugno 2010
Già tre anni fa scrivemmo che la Chiesa guidata da Papa Benedetto non gode di buona stampa: continui travisamenti delle parole del Pontefice, interpretazioni arbitrarie del suo pensiero, mistificazioni del suo magistero e dei suoi atti di governo. Che le cose stiano ancora oggi così è confermato dal modo con cui la maggior parte dei mass media ha riportato e commentato due episodi accaduti negli ultimi giorni. Dapprima la notizia della non decisione della Corte Suprema americana in merito alla questione della chiamata in causa della Santa Sede nei processi che vedono coinvolti sacerdoti accusati di pedofilia è stata trasformata tout court in una decisione contro il Vaticano, preannunciando - in molti casi non senza soddisfazione - la presenza alla sbarra del Papa e dei suoi collaboratori, che, non si sa come, sarebbero responsabili di fatti accaduti quarant'anni fa. E poi - secondo episodio - è stato completamente stravolto il senso dell'omelia pronunciata da Benedetto XVI durante la celebrazione della festa dei santi Pietro e Paolo. A leggere certi giornali e a sentire certi tg, il Pontefice avrebbe mosso un rabbioso atto d'accusa contro la Chiesa stessa, legittimando così i giudizi che dipingono la barca di Pietro come una banda poco raccomandabile di gente dedita ai peggiori crimini che si possano immaginare. Ratzinger ha detto tutt'altro, ma tant'è che nelle rassegne stampa del giorno egli era diventato il grande inquisitore, il fustigatore della Chiesa matrigna.
Ora, questa sistematica disinformazione in merito alla vita della Chiesa e all'opera del Papa può certamente essere spiegata - ma non giustificata - dicendo che il moderno sistema dell'informazione si nutre di immediatezza, di battute d'agenzia subito rilanciate da internet, di titoli rumorosi a cui non corrispondono contenuti meditati e approfonditi. Si può anche sostenere che molto spesso ai giornalisti manca il tempo materiale per andarsi a leggere un intero discorso pontificio (anche se l'omelia del 29 giugno, ad esempio, non era certo un testo lungo e complesso). Ancora, è possibile affermare che talvolta all'origine della mancata comprensione delle parole papali vi sia una disarmante ignoranza a proposito dei contenuti della dottrina cattolica e della storia ecclesiale, insomma che manchi l'abc per poter correttamente intendere le riflessioni di un fine teologo come Joseph Ratzinger. Può essere, e forse in alcuni casi è così...
Ma non si può negare, di fronte agli articoli pubblicati e ai servizi mandati in onda nei giorni scorsi dai cosiddetti «media laici», che alla base della cattiva informazione sulla Chiesa e su Benedetto XVI vi sia anche una ferma e pervicace volontà di mettere in cattiva luce il cattolicesimo in quanto tale, di fornire all'opinione pubblica un'immagine distorta e negativa dell'esperienza cristiana, di propagandare, come la cara e vecchia stampa massonica anticlericale, il falso per vero all'interno di una lotta ideologica senza quartiere contro una realtà che ha il solo torto di proporre agli uomini di ogni epoca una verità che è «segno di contraddizione» rispetto al pensiero dominante mondano e rispetto al modo solito di concepire i rapporti di potere e il potere stesso, politico, culturale o mediatico che sia. La drammatica testimonianza di monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino, pubblicata su Il Foglio del 29 giungo, è in tal senso emblematica e deve far riflettere. Dice Negri: «Chi oggi attacca la Chiesa ha uno scopo preciso: toglierle il diritto di educare. Nella mia diocesi, da quando i media enfatizzano la pedofilia nel clero, i bambini non vengono più portati negli oratori. A San Marino non abbiamo avuto mai nessuna accusa di pedofilia contro i ministri di Dio. Eppure tutti hanno paura».
Un conto, dunque, è dare le notizie e commentarle, magari in modo distratto o approssimativo, un altro conto è alimentare, come stanno facendo tanti mezzi d'informazione, una caccia alle streghe contro la Chiesa il cui unico obbiettivo è quello di muovere guerra al cattolicesimo, al Papa e infine agli stessi fedeli, ai quali viene più o meno esplicitamente suggerito - per usare un eufemismo - di non fidarsi più delle parrocchie, dei preti, degli oratori, dei catechisti, dei movimenti ecclesiali, come luoghi sani e sicuri in cui mandare i propri figli. Come già abbiamo detto altre volte, nessuno - Benedetto XVI in primis - nega la gravità dello scandalo pedofilia riguardante singoli ecclesiastici, e nemmeno la necessità di un'azione forte per fare chiarezza e contrastarlo, ma è pure evidente che esso viene usato da molti media per alimentare una campagna contro la Chiesa nel suo insieme che dovrebbe essere avversata da chiunque, laico o cristiano, ha a cuore la libertà di pensiero, di religione, di educazione e la sua piena attuazione nelle nostre società cosiddette «civili».
Gianteo Bordero
mercoledì 30 giugno 2010
lunedì 28 giugno 2010
ABUSI CONTRO LA CHIESA
da Ragionpolitica.it del 28 giugno 2010
Profanare le tombe di gloriosi cardinali cattolici e tenere praticamente in ostaggio per quasi mezza giornata un'intera Conferenza Episcopale è il modo peggiore per condurre le indagini sui casi di pedofilia che vedono coinvolti membri del clero. Perché in questo modo si dimostra di voler colpire non tanto i singoli che si sono macchiati di un terribile crimine come quello dell'abuso sessuale sui minori, quanto la Chiesa stessa nel suo insieme. Tant'è vero che l'inchiesta della magistratura belga salita agli onori delle cronache in questi giorni è stata ribattezzata, con accenti inquietanti, «Operazione Chiesa». Un nome che definisce l'oggetto stesso delle indagini e delle accuse, facendo scempio di quel sacrosanto principio di responsabilità individuale che sta alla base di ogni codificazione non totalitaria del diritto penale. Solo così, del resto, è possibile motivare - si fa per dire - le scelte compiute dai magistrati che hanno organizzato il blitz dello scorso venerdì nella cattedrale di Malines e nella sede in cui era riunito l'episcopato belga.
Un atto ancor più grave se si tiene conto dell'atteggiamento di leale collaborazione adottato dalla Chiesa del Belgio, che aveva portato alla nascita di un'apposita Commissione indipendente presieduta dallo psichiatra Peter Adriaenssens, docente all'università di Lovanio, e composta anche da rappresentanti del ministero della Giustizia di Bruxelles. Questa Commissione, negli ultimi anni, aveva raccolto le testimonianze di 475 persone le quali avevano raccontato di essere state vittima di abusi sessuali da parte di sacerdoti. Le testimonianze, adeguatamente vagliate, sarebbero poi state trasmesse alle autorità giudiziarie, nel rispetto di coloro che si erano rivolti alla Commissione affermando chiaramente di non voler far ricorso alla magistratura. Così non sarà, visto che tutti i dossier sono stati sequestrati durante la perquisizione ordinata dalla Procura di Bruxelles. Inevitabili sono giunte lunedì le dimissioni del presidente Adriaenssens e di tutti i membri, poiché «la fiducia tra la giustizia e la Commissione è stata deteriorata e di conseguenza anche la fiducia tra la Commissione e le vittime che si sono rivolte a noi».
La magistratura belga, agendo in questo modo, non fa altro che alimentare quel deleterio clima di caccia alle streghe che da qualche tempo a questa parte circonda la Chiesa cattolica in quanto tale, legittimando la vulgata secondo cui essa altro non sarebbe che una congrega di pedofili, una cricca di pervertiti sessuali, una casta di orchi che ne combinano di tutti i colori tentando poi di sottrarsi alla giustizia. Qui, più che di fronte ad una tesi giudiziaria, sembra di trovarsi di fronte ad un teorema ideologico fondato sul pregiudizio nei confronti di una istituzione. E’ chiaro che in questo clima le inchieste non possono svolgersi con quell'equilibrio e quella misura che casi come quelli in oggetto richiederebbero. Se infatti l'obiettivo finale è colpire la Chiesa più che i singoli autori di un reato, saranno inevitabili le distorsioni, le forzature, gli abusi.
Questo è un dato che non va sottovalutato: esso mostra che le indagini sui preti accusati di pedofilia possono essere usate come benzina che viene gettata sul fuoco per alimentare l'ostilità alla Chiesa e l'odio anti-cattolico ormai ampiamente diffusi anche in Occidente. La collaborazione dei vescovi con le autorità giudiziarie non può essere definita tale se queste stesse autorità mostrano una chiara volontà persecutoria nei confronti della Chiesa.
Gianteo Bordero
Profanare le tombe di gloriosi cardinali cattolici e tenere praticamente in ostaggio per quasi mezza giornata un'intera Conferenza Episcopale è il modo peggiore per condurre le indagini sui casi di pedofilia che vedono coinvolti membri del clero. Perché in questo modo si dimostra di voler colpire non tanto i singoli che si sono macchiati di un terribile crimine come quello dell'abuso sessuale sui minori, quanto la Chiesa stessa nel suo insieme. Tant'è vero che l'inchiesta della magistratura belga salita agli onori delle cronache in questi giorni è stata ribattezzata, con accenti inquietanti, «Operazione Chiesa». Un nome che definisce l'oggetto stesso delle indagini e delle accuse, facendo scempio di quel sacrosanto principio di responsabilità individuale che sta alla base di ogni codificazione non totalitaria del diritto penale. Solo così, del resto, è possibile motivare - si fa per dire - le scelte compiute dai magistrati che hanno organizzato il blitz dello scorso venerdì nella cattedrale di Malines e nella sede in cui era riunito l'episcopato belga.
Un atto ancor più grave se si tiene conto dell'atteggiamento di leale collaborazione adottato dalla Chiesa del Belgio, che aveva portato alla nascita di un'apposita Commissione indipendente presieduta dallo psichiatra Peter Adriaenssens, docente all'università di Lovanio, e composta anche da rappresentanti del ministero della Giustizia di Bruxelles. Questa Commissione, negli ultimi anni, aveva raccolto le testimonianze di 475 persone le quali avevano raccontato di essere state vittima di abusi sessuali da parte di sacerdoti. Le testimonianze, adeguatamente vagliate, sarebbero poi state trasmesse alle autorità giudiziarie, nel rispetto di coloro che si erano rivolti alla Commissione affermando chiaramente di non voler far ricorso alla magistratura. Così non sarà, visto che tutti i dossier sono stati sequestrati durante la perquisizione ordinata dalla Procura di Bruxelles. Inevitabili sono giunte lunedì le dimissioni del presidente Adriaenssens e di tutti i membri, poiché «la fiducia tra la giustizia e la Commissione è stata deteriorata e di conseguenza anche la fiducia tra la Commissione e le vittime che si sono rivolte a noi».
La magistratura belga, agendo in questo modo, non fa altro che alimentare quel deleterio clima di caccia alle streghe che da qualche tempo a questa parte circonda la Chiesa cattolica in quanto tale, legittimando la vulgata secondo cui essa altro non sarebbe che una congrega di pedofili, una cricca di pervertiti sessuali, una casta di orchi che ne combinano di tutti i colori tentando poi di sottrarsi alla giustizia. Qui, più che di fronte ad una tesi giudiziaria, sembra di trovarsi di fronte ad un teorema ideologico fondato sul pregiudizio nei confronti di una istituzione. E’ chiaro che in questo clima le inchieste non possono svolgersi con quell'equilibrio e quella misura che casi come quelli in oggetto richiederebbero. Se infatti l'obiettivo finale è colpire la Chiesa più che i singoli autori di un reato, saranno inevitabili le distorsioni, le forzature, gli abusi.
Questo è un dato che non va sottovalutato: esso mostra che le indagini sui preti accusati di pedofilia possono essere usate come benzina che viene gettata sul fuoco per alimentare l'ostilità alla Chiesa e l'odio anti-cattolico ormai ampiamente diffusi anche in Occidente. La collaborazione dei vescovi con le autorità giudiziarie non può essere definita tale se queste stesse autorità mostrano una chiara volontà persecutoria nei confronti della Chiesa.
Gianteo Bordero
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giovedì 24 giugno 2010
SPETTACOLO "IL GALLO, LA LUNA E LA PAURA"
Ecco alcune foto della "prima" dello spettacolo "Il gallo, la luna e la paura", andata in scena a Casarza Ligure, presso l'antica chiesa di San Giovanni, il 23 giugno 2010, a cura dell'Associazione Culturale "Ultreїa".








































mercoledì 23 giugno 2010
UN MOVIMENTO DI POPOLO, NON UN VECCHIO PARTITO
da Ragionpolitica.it del 23 giugno 2010
Rispondendo a un militante sul sito forzasilvio.it, Berlusconi ha sottolineato alcuni punti essenziali a proposito della natura originaria del Popolo della Libertà. Punti dimenticando i quali si rischia di indebolire il Pdl, con conseguenze esiziali per la stabilità politica del governo e della maggioranza che lo sostiene.
Primo. «Il Pdl non è un partito. E' un grande movimento di popolo... La parola "partito" non mi è mai piaciuta perché indica una parte, una divisione. Il Popolo della Libertà, invece, è un movimento, un soggetto politico che si rivolge a tutti ed è completamente diverso dai vecchi partiti dominati dalle nomenclature». Ciò è confermato dal fatto che il Pdl non è nato da un'operazione di alchimia politica condotta dall'alto, attraverso una fusione a freddo tra classi dirigenti, bensì ha preso le mosse dal basso, dalla gente. Soprattutto - ha ricordato il presidente del Consiglio - dal grande raduno di Piazza San Giovanni del dicembre 2006, quando due milioni di persone si ritrovarono a Roma per manifestare contro il governo della sinistra. Fu allora che, per la prima volta, si unirono «le bandiere di Forza Italia e di Alleanza Nazionale» per difendere la libertà dall'«oppressione fiscale, burocratica, giudiziaria». In seguito fu proprio quel popolo di Piazza San Giovanni a recarsi ai gazebo e a scegliere per il nuovo soggetto politico il nome di «Popolo della Libertà» e non di «Partito della Libertà», mostrando così di preferire alle vecchie e ingombranti strutture novecentesche un movimento agile, votato al governo del paese e alla soluzione dei problemi concreti dei cittadini.
Secondo. «La nostra gente ha voluto che il Popolo della Libertà fosse guidato da un leader quale espressione di grande unità politica e di democrazia diretta». Dunque, oltre ad essere un movimento politico e non un partito nel senso comune del termine, ed oltre ad essere nato dal basso, il Pdl ha come sua caratteristica essenziale quella della leadership carismatica, legittimata dal rapporto diretto col popolo prima ancora che dalle strutture interne di partito. Mentre durante la Prima Repubblica si pensava che la mediazione tra governo e cittadini dovesse essere affidata esclusivamente ai partiti (al punto che Pietro Scoppola usò la felice definizione di «Repubblica dei partiti»), con la Seconda, figlia della «discesa in campo» di Berlusconi, questa mediazione tende a scomparire, lasciando il posto a leader capaci di rappresentare in se stessi un progetto politico che prende forma non da enunciazioni ideologiche di partiti-chiesa, bensì da agende concrete dettate dagli stessi cittadini, anche con gli strumenti della moderna comunicazione immediata, come internet.
Terzo. Da qui prende le mosse la lotta di Berlusconi contro le correnti e contro il ritorno a vecchie liturgie autoreferenziali che furono una delle cause della disgregazione del sistema partitico della Prima Repubblica. Proprio perché la leadership carismatica è oggi l'elemento che più di ogni altro è in grado di garantire l'unità di un movimento politico e il rapporto diretto con gli elettori, non si può pensare di agire come se tale leadership non ci fosse, o come se essa fosse il frutto di una contrattazione tra diverse «anime» e non, invece, l'espressione di una chiara volontà popolare confermata dai cittadini in ogni tornata elettorale. Insomma, chi nel Pdl pensa di poter affrontare le sfide del presente - in primis quella di governare l'Italia in tempi difficili come l'attuale - con uno sguardo autoreferenziale e tutto rivolto al passato, rischia di rendere incerto il futuro del movimento e, in ultima analisi, dello stesso paese. Per questo - conclude Berlusconi - «incrinare l'unità sarebbe un errore imperdonabile. E' una prospettiva a cui mi opporrò con tutte le forze, sicuro di interpretare la volontà della nostra gente».
Gianteo Bordero
Rispondendo a un militante sul sito forzasilvio.it, Berlusconi ha sottolineato alcuni punti essenziali a proposito della natura originaria del Popolo della Libertà. Punti dimenticando i quali si rischia di indebolire il Pdl, con conseguenze esiziali per la stabilità politica del governo e della maggioranza che lo sostiene.
Primo. «Il Pdl non è un partito. E' un grande movimento di popolo... La parola "partito" non mi è mai piaciuta perché indica una parte, una divisione. Il Popolo della Libertà, invece, è un movimento, un soggetto politico che si rivolge a tutti ed è completamente diverso dai vecchi partiti dominati dalle nomenclature». Ciò è confermato dal fatto che il Pdl non è nato da un'operazione di alchimia politica condotta dall'alto, attraverso una fusione a freddo tra classi dirigenti, bensì ha preso le mosse dal basso, dalla gente. Soprattutto - ha ricordato il presidente del Consiglio - dal grande raduno di Piazza San Giovanni del dicembre 2006, quando due milioni di persone si ritrovarono a Roma per manifestare contro il governo della sinistra. Fu allora che, per la prima volta, si unirono «le bandiere di Forza Italia e di Alleanza Nazionale» per difendere la libertà dall'«oppressione fiscale, burocratica, giudiziaria». In seguito fu proprio quel popolo di Piazza San Giovanni a recarsi ai gazebo e a scegliere per il nuovo soggetto politico il nome di «Popolo della Libertà» e non di «Partito della Libertà», mostrando così di preferire alle vecchie e ingombranti strutture novecentesche un movimento agile, votato al governo del paese e alla soluzione dei problemi concreti dei cittadini.
Secondo. «La nostra gente ha voluto che il Popolo della Libertà fosse guidato da un leader quale espressione di grande unità politica e di democrazia diretta». Dunque, oltre ad essere un movimento politico e non un partito nel senso comune del termine, ed oltre ad essere nato dal basso, il Pdl ha come sua caratteristica essenziale quella della leadership carismatica, legittimata dal rapporto diretto col popolo prima ancora che dalle strutture interne di partito. Mentre durante la Prima Repubblica si pensava che la mediazione tra governo e cittadini dovesse essere affidata esclusivamente ai partiti (al punto che Pietro Scoppola usò la felice definizione di «Repubblica dei partiti»), con la Seconda, figlia della «discesa in campo» di Berlusconi, questa mediazione tende a scomparire, lasciando il posto a leader capaci di rappresentare in se stessi un progetto politico che prende forma non da enunciazioni ideologiche di partiti-chiesa, bensì da agende concrete dettate dagli stessi cittadini, anche con gli strumenti della moderna comunicazione immediata, come internet.
Terzo. Da qui prende le mosse la lotta di Berlusconi contro le correnti e contro il ritorno a vecchie liturgie autoreferenziali che furono una delle cause della disgregazione del sistema partitico della Prima Repubblica. Proprio perché la leadership carismatica è oggi l'elemento che più di ogni altro è in grado di garantire l'unità di un movimento politico e il rapporto diretto con gli elettori, non si può pensare di agire come se tale leadership non ci fosse, o come se essa fosse il frutto di una contrattazione tra diverse «anime» e non, invece, l'espressione di una chiara volontà popolare confermata dai cittadini in ogni tornata elettorale. Insomma, chi nel Pdl pensa di poter affrontare le sfide del presente - in primis quella di governare l'Italia in tempi difficili come l'attuale - con uno sguardo autoreferenziale e tutto rivolto al passato, rischia di rendere incerto il futuro del movimento e, in ultima analisi, dello stesso paese. Per questo - conclude Berlusconi - «incrinare l'unità sarebbe un errore imperdonabile. E' una prospettiva a cui mi opporrò con tutte le forze, sicuro di interpretare la volontà della nostra gente».
Gianteo Bordero
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lunedì 21 giugno 2010
IL CASO SEPE. TRASPARENZA NEL RISPETTO DEL CONCORDATO
da Ragionpolitica.it del 21 giugno 2010
Trasparenza e collaborazione con le autorità giudiziarie. Queste parole d'ordine di Benedetto XVI di fronte alla vicenda dei preti accusati di pedofilia valgono anche, mutatis mutandis, per altri casi che vedono implicati membri della Chiesa cattolica in inchieste della magistratura. Come, da ultimo, quella sulla cosiddetta «cricca» dei Grandi Eventi, nella quale risulta indagato per concorso in corruzione aggravata il cardinale Crescenzio Sepe, oggi arcivescovo di Napoli e dal 2001 al 2006 prefetto della Congregazione di Propaganda Fide, l'importante organismo della Santa Sede che si occupa del sostegno all'attività missionaria della Chiesa. E' proprio sul ruolo di Sepe al tempo del suo incarico alla guida della Congregazione che si concentra l'attenzione dei pubblici ministeri, secondo i quali il porporato avrebbe gestito in modo illecito il consistente patrimonio immobiliare di Propaganda Fide per ottenere favori da pubblici ufficiali oggi al centro dell'inchiesta della Procura di Perugia. Come Angelo Balducci, all'epoca provveditore alle Opere Pubbliche del Lazio, nonché Gentiluomo di Sua Santità e consultore della stessa Congregazione.
In una lettera inviata ai fedeli della sua diocesi, dopo aver illustrato gli addebiti che gli vengono mossi dalla magistratura, il cardinale ha affermato di aver sempre agito «nella massima trasparenza», «secondo coscienza» e «avendo come unico obiettivo il bene della Chiesa». Si è detto «sereno nella prova», concludendo però la sua missiva con un accenno che non potrà non suscitare altre polemiche: «Accetto la Croce e perdono, dal profondo del cuore, quanti, dentro e fuori la Chiesa, hanno voluto colpirmi». Il probabile riferimento, per ciò che concerne l'intra Ecclesiam, è a tutti coloro che, in questi giorni, non hanno mancato di ricordare la scelta con cui Ratzinger, nel 2006, da poco eletto Papa, «rimosse» Sepe da Propaganda Fide dopo soli cinque anni di prefettura - un caso più unico che raro per quanto riguarda questa Congregazione - e lo destinò alla guida della diocesi di Napoli, chiamando a sostituirlo il cardinale indiano Ivan Dias. Già allora questa decisione di Benedetto XVI suscitò un certo clamore: l'assegnazione ad una diocesi - ancorché importante come quella partenopea - dopo la guida di un dicastero di prim'ordine come quello delle Missioni non poteva certo essere considerata come una promozione. Tanto più che nel corso del Giubileo del 2000 l'allora cardinale Ratzinger aveva manifestato le sue perplessità per l'attivismo del Comitato organizzatore e aveva annoverato se stesso «tra quelle persone che hanno difficoltà a trovarsi in una struttura celebrativa permanente». E chi era alla guida del Comitato? Guarda caso proprio da Sepe. Coincidenze? Forse, ma a più di uno questo episodio tornò alla mente quando, divenuto Papa, Ratzinger chiamò Dias a Roma e inviò Sepe a Napoli.
In attesa degli sviluppi dell'inchiesta perugina, è importante sottolineare che la scelta della trasparenza e della collaborazione da parte della Santa Sede, ribadita anche in questi giorni, non significa sorvolare sulle norme che regolano i rapporti tra il Vaticano e l'Italia, cioè tra due Stati sovrani le cui relazioni sono disciplinate da un Concordato. Come ha ricordato il responsabile della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, in questa vicenda «bisognerà tenere conto anche degli aspetti procedurali e dei profili giurisdizionali impliciti nei corretti rapporti tra Santa Sede e Italia». In sostanza, i magistrati non potranno trascurare, ad esempio, l'articolo 4 del Concordato. Esso prevede, al comma 4, che «gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero». E' chiaro che se il Vaticano si muove con grande senso di responsabilità e invita il cardinal Sepe alla massima disponibilità nei confronti dei magistrati, eguale atteggiamento dovrebbe caratterizzare l'operato dei pubblici ministeri. Anche perché lo stesso Codice di Procedura Penale italiano, all'articolo 200, comma 1, stabilisce che «i ministri di confessioni religiose, i cui statuti non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano, non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio ministero, salvi i casi in cui hanno l'obbligo di riferirne all'autorità giudiziaria».
In forza di tutto ciò, sarebbe auspicabile, da parte dei pm, uno stile sobrio e altrettanto responsabile, evitando di dare la stura a inutili spettacolarizzazioni o a gogne mediatiche contro l'indagato di turno. Se l'interesse supremo della Chiesa, nel caso in oggetto, è tutelare e difendere il prestigio e il buon nome del suo dicastero che si occupa di una realtà decisiva come le missioni, quello dei magistrati dovrebbe essere quello di mostrare una rinnovata sobrietà e misura in un sistema giudiziario che spesso, troppo spesso, all'accertamento puntuale e circostanziato delle accuse ha preferito il clamore di inchieste sui «grandi nomi» tante volte terminate in «grandi flop».
Gianteo Bordero
Trasparenza e collaborazione con le autorità giudiziarie. Queste parole d'ordine di Benedetto XVI di fronte alla vicenda dei preti accusati di pedofilia valgono anche, mutatis mutandis, per altri casi che vedono implicati membri della Chiesa cattolica in inchieste della magistratura. Come, da ultimo, quella sulla cosiddetta «cricca» dei Grandi Eventi, nella quale risulta indagato per concorso in corruzione aggravata il cardinale Crescenzio Sepe, oggi arcivescovo di Napoli e dal 2001 al 2006 prefetto della Congregazione di Propaganda Fide, l'importante organismo della Santa Sede che si occupa del sostegno all'attività missionaria della Chiesa. E' proprio sul ruolo di Sepe al tempo del suo incarico alla guida della Congregazione che si concentra l'attenzione dei pubblici ministeri, secondo i quali il porporato avrebbe gestito in modo illecito il consistente patrimonio immobiliare di Propaganda Fide per ottenere favori da pubblici ufficiali oggi al centro dell'inchiesta della Procura di Perugia. Come Angelo Balducci, all'epoca provveditore alle Opere Pubbliche del Lazio, nonché Gentiluomo di Sua Santità e consultore della stessa Congregazione.
In una lettera inviata ai fedeli della sua diocesi, dopo aver illustrato gli addebiti che gli vengono mossi dalla magistratura, il cardinale ha affermato di aver sempre agito «nella massima trasparenza», «secondo coscienza» e «avendo come unico obiettivo il bene della Chiesa». Si è detto «sereno nella prova», concludendo però la sua missiva con un accenno che non potrà non suscitare altre polemiche: «Accetto la Croce e perdono, dal profondo del cuore, quanti, dentro e fuori la Chiesa, hanno voluto colpirmi». Il probabile riferimento, per ciò che concerne l'intra Ecclesiam, è a tutti coloro che, in questi giorni, non hanno mancato di ricordare la scelta con cui Ratzinger, nel 2006, da poco eletto Papa, «rimosse» Sepe da Propaganda Fide dopo soli cinque anni di prefettura - un caso più unico che raro per quanto riguarda questa Congregazione - e lo destinò alla guida della diocesi di Napoli, chiamando a sostituirlo il cardinale indiano Ivan Dias. Già allora questa decisione di Benedetto XVI suscitò un certo clamore: l'assegnazione ad una diocesi - ancorché importante come quella partenopea - dopo la guida di un dicastero di prim'ordine come quello delle Missioni non poteva certo essere considerata come una promozione. Tanto più che nel corso del Giubileo del 2000 l'allora cardinale Ratzinger aveva manifestato le sue perplessità per l'attivismo del Comitato organizzatore e aveva annoverato se stesso «tra quelle persone che hanno difficoltà a trovarsi in una struttura celebrativa permanente». E chi era alla guida del Comitato? Guarda caso proprio da Sepe. Coincidenze? Forse, ma a più di uno questo episodio tornò alla mente quando, divenuto Papa, Ratzinger chiamò Dias a Roma e inviò Sepe a Napoli.
In attesa degli sviluppi dell'inchiesta perugina, è importante sottolineare che la scelta della trasparenza e della collaborazione da parte della Santa Sede, ribadita anche in questi giorni, non significa sorvolare sulle norme che regolano i rapporti tra il Vaticano e l'Italia, cioè tra due Stati sovrani le cui relazioni sono disciplinate da un Concordato. Come ha ricordato il responsabile della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, in questa vicenda «bisognerà tenere conto anche degli aspetti procedurali e dei profili giurisdizionali impliciti nei corretti rapporti tra Santa Sede e Italia». In sostanza, i magistrati non potranno trascurare, ad esempio, l'articolo 4 del Concordato. Esso prevede, al comma 4, che «gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero». E' chiaro che se il Vaticano si muove con grande senso di responsabilità e invita il cardinal Sepe alla massima disponibilità nei confronti dei magistrati, eguale atteggiamento dovrebbe caratterizzare l'operato dei pubblici ministeri. Anche perché lo stesso Codice di Procedura Penale italiano, all'articolo 200, comma 1, stabilisce che «i ministri di confessioni religiose, i cui statuti non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano, non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio ministero, salvi i casi in cui hanno l'obbligo di riferirne all'autorità giudiziaria».
In forza di tutto ciò, sarebbe auspicabile, da parte dei pm, uno stile sobrio e altrettanto responsabile, evitando di dare la stura a inutili spettacolarizzazioni o a gogne mediatiche contro l'indagato di turno. Se l'interesse supremo della Chiesa, nel caso in oggetto, è tutelare e difendere il prestigio e il buon nome del suo dicastero che si occupa di una realtà decisiva come le missioni, quello dei magistrati dovrebbe essere quello di mostrare una rinnovata sobrietà e misura in un sistema giudiziario che spesso, troppo spesso, all'accertamento puntuale e circostanziato delle accuse ha preferito il clamore di inchieste sui «grandi nomi» tante volte terminate in «grandi flop».
Gianteo Bordero
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sabato 19 giugno 2010
mercoledì 16 giugno 2010
BENEDETTI SACERDOTI
da Ragionpolitica.it del 16 giugno 2010
Venerdì la conclusione dell'anno sacerdotale indetto da Benedetto XVI, lunedì i funerali di monsignor Luigi Padovese, martire della fede nella difficile realtà turca. La figura del prete cattolico ritorna così al centro del dibattito ecclesiale e non solo. Certamente anche a motivo dello scandalo pedofilia che da qualche mese ha investito una parte - ancorché molto ridotta - del clero, e che è stato usato da molti non soltanto per una campagna in grande stile contro la Chiesa, ma anche per tornare a chiedere con insistenza l'abolizione del celibato sacerdotale. Come se questo fosse la causa delle violenze sui minori da parte dei preti.
Sacerdozio e celibato, invece, nella dottrina cattolica, fanno parte di un unico dinamismo di fede: entrambi rappresentano carnalmente quella dimensione dell'offerta totale di sé che caratterizza nel profondo il fatto cristiano. Innanzitutto l'offerta di Cristo, il suo donarsi fino in fondo agli uomini con la sua passione e morte, con il suo sacrificio che si replica misteriosamente ma realmente durante la celebrazione di ogni messa attraverso l'atto di consacrazione del sacerdote: qui, come ha detto il Papa durante la veglia di preghiera dello scorso giovedì in Piazza San Pietro, di fronte a diverse migliaia di preti, «parliamo in persona Christi. Cristo ci permette di usare il suo "io", parliamo nell'"io" di Cristo, Cristo ci "tira in sé" e ci permette di unirci, ci unisce con il suo "io". E così, tramite questa azione, questo fatto che Egli ci "tira" in se stesso, in modo che il nostro "io" diventa unito al suo, realizza la permanenza, l'unicità del suo Sacerdozio; così Lui è realmente sempre l'unico Sacerdote, e tuttavia molto presente nel mondo, perché "tira" noi in se stesso e così rende presente la sua missione sacerdotale». Essere prete, quindi, è innanzitutto una novità ontologica, un avvenimento spirituale che testimonia in massimo grado quell'unione mistica tra l'uomo e Dio che Gesù ha reso possibile. Non è un mestiere, non è una professione, non è semplicemente una funzione ecclesiale: è un essere nuovo, la risposta a una chiamata elettiva di Dio che si realizza nel sacramento dell'Ordine.
E qui, in questa dimensione sacramentale del sacerdozio cattolico, trova il suo fondamento anche la questione del celibato. Perché nella consacrazione dell'eucaristia il prete non soltanto è «tirato dentro» alla passione e alla morte di Cristo, ma è anche «tirato fuori» verso «il mondo della resurrezione», ha detto Benedetto XVI. Dunque, il fatto che egli divenga in qualche modo un tutt'uno con la persona di Gesù e quindi entri in quello spazio di donazione totale al Padre nella stessa forma virginale vissuta dal Nazareno, rende la sua condizione di celibe anche una «anticipazione» della risurrezione. E' la natura profetica del sacerdozio di cui ormai poco si parla, se non in un senso del tutto improprio, cioè quello della «previsione» del futuro in forza di chissà quale capacità nell'arte divinatoria. Invece la questione è, sotto un certo aspetto, più semplice, ma non per questo banale. Non si tratta di una dote che l'uomo si dà da sé, bensì di un'azione della grazia di Dio che, attraverso la chiamata al celibato, rende visibile tra gli uomini un segno che proietta «questo presente verso il vero presente del futuro, che diventa presente oggi». Cioè Dio, futuro verso cui tutto tende, si fa presente agli uomini, spalancando loro proprio le porte del futuro. Della risurrezione.
Questo è il senso, la ragione ultima del celibato. Che oggi va riscoperto, non messo da parte come un residuo del passato della Chiesa insopportabile per l'uomo contemporaneo. Perché - ha spiegato il Papa - «un grande problema della cristianità del mondo di oggi è che non si pensa più al futuro di Dio: sembra sufficiente solo il presente di questo mondo. Vogliamo avere solo questo mondo, vivere solo in questo mondo. Così chiudiamo le porte alla vera grandezza della nostra esistenza. Il senso del celibato come anticipazione del futuro è proprio aprire queste porte, rendere più grande il mondo, mostrare la realtà del futuro che va vissuto da noi già come presente». E' questa dimensione escatologica che fa del celibato un'anticipazione visibile della misteriosa pienezza del rapporto tra l'uomo e Dio che si realizza definitivamente nel Paradiso. Siamo dunque nel campo di quei «novissimi» della tradizione cristiana che oggi possono risultare ostici per chi è abituato a vedere il prete come un «organizzatore pastorale» o un «operatore sociale», seppur sui generis. E forse è proprio il fatto che certe verità non siano state più respirate dal popolo credente, accantonate in nome di una riduzione sociologica del cristianesimo, ad aver così indebolito gli anticorpi di fronte agli assalti - esterni ed interni - contro il celibato.
Per tutti questi motivi Benedetto XVI ha mostrato come sia necessario da un lato recuperare la coscienza della grandezza del sacerdozio cattolico, dall'altro essere consapevoli del fatto che gli attacchi contro di esso - e contro il celibato - sono non di rado attacchi contro la sua stessa natura. Che è quella di rendere presente Dio nel mondo, tra le cose degli uomini: è - ha concluso il Papa - «un "sì" definitivo, è un lasciarsi prendere in mano da Dio, darsi nelle mani del Signore, nel suo "io"» crocifisso, morto e risorto. Questo rende possibile quell'eroismo ordinario, spesso silenzioso e nascosto, del prete. E che diventa straordinario motivo di scandalo per coloro che, come l'assassino di monsignor Padovese, vedono nella testimonianza dei cristiani e dei loro sacerdoti una minaccia disarmata e disarmante ai criteri orizzontali di potere, mondani e religiosi.
Gianteo Bordero
Venerdì la conclusione dell'anno sacerdotale indetto da Benedetto XVI, lunedì i funerali di monsignor Luigi Padovese, martire della fede nella difficile realtà turca. La figura del prete cattolico ritorna così al centro del dibattito ecclesiale e non solo. Certamente anche a motivo dello scandalo pedofilia che da qualche mese ha investito una parte - ancorché molto ridotta - del clero, e che è stato usato da molti non soltanto per una campagna in grande stile contro la Chiesa, ma anche per tornare a chiedere con insistenza l'abolizione del celibato sacerdotale. Come se questo fosse la causa delle violenze sui minori da parte dei preti.
Sacerdozio e celibato, invece, nella dottrina cattolica, fanno parte di un unico dinamismo di fede: entrambi rappresentano carnalmente quella dimensione dell'offerta totale di sé che caratterizza nel profondo il fatto cristiano. Innanzitutto l'offerta di Cristo, il suo donarsi fino in fondo agli uomini con la sua passione e morte, con il suo sacrificio che si replica misteriosamente ma realmente durante la celebrazione di ogni messa attraverso l'atto di consacrazione del sacerdote: qui, come ha detto il Papa durante la veglia di preghiera dello scorso giovedì in Piazza San Pietro, di fronte a diverse migliaia di preti, «parliamo in persona Christi. Cristo ci permette di usare il suo "io", parliamo nell'"io" di Cristo, Cristo ci "tira in sé" e ci permette di unirci, ci unisce con il suo "io". E così, tramite questa azione, questo fatto che Egli ci "tira" in se stesso, in modo che il nostro "io" diventa unito al suo, realizza la permanenza, l'unicità del suo Sacerdozio; così Lui è realmente sempre l'unico Sacerdote, e tuttavia molto presente nel mondo, perché "tira" noi in se stesso e così rende presente la sua missione sacerdotale». Essere prete, quindi, è innanzitutto una novità ontologica, un avvenimento spirituale che testimonia in massimo grado quell'unione mistica tra l'uomo e Dio che Gesù ha reso possibile. Non è un mestiere, non è una professione, non è semplicemente una funzione ecclesiale: è un essere nuovo, la risposta a una chiamata elettiva di Dio che si realizza nel sacramento dell'Ordine.
E qui, in questa dimensione sacramentale del sacerdozio cattolico, trova il suo fondamento anche la questione del celibato. Perché nella consacrazione dell'eucaristia il prete non soltanto è «tirato dentro» alla passione e alla morte di Cristo, ma è anche «tirato fuori» verso «il mondo della resurrezione», ha detto Benedetto XVI. Dunque, il fatto che egli divenga in qualche modo un tutt'uno con la persona di Gesù e quindi entri in quello spazio di donazione totale al Padre nella stessa forma virginale vissuta dal Nazareno, rende la sua condizione di celibe anche una «anticipazione» della risurrezione. E' la natura profetica del sacerdozio di cui ormai poco si parla, se non in un senso del tutto improprio, cioè quello della «previsione» del futuro in forza di chissà quale capacità nell'arte divinatoria. Invece la questione è, sotto un certo aspetto, più semplice, ma non per questo banale. Non si tratta di una dote che l'uomo si dà da sé, bensì di un'azione della grazia di Dio che, attraverso la chiamata al celibato, rende visibile tra gli uomini un segno che proietta «questo presente verso il vero presente del futuro, che diventa presente oggi». Cioè Dio, futuro verso cui tutto tende, si fa presente agli uomini, spalancando loro proprio le porte del futuro. Della risurrezione.
Questo è il senso, la ragione ultima del celibato. Che oggi va riscoperto, non messo da parte come un residuo del passato della Chiesa insopportabile per l'uomo contemporaneo. Perché - ha spiegato il Papa - «un grande problema della cristianità del mondo di oggi è che non si pensa più al futuro di Dio: sembra sufficiente solo il presente di questo mondo. Vogliamo avere solo questo mondo, vivere solo in questo mondo. Così chiudiamo le porte alla vera grandezza della nostra esistenza. Il senso del celibato come anticipazione del futuro è proprio aprire queste porte, rendere più grande il mondo, mostrare la realtà del futuro che va vissuto da noi già come presente». E' questa dimensione escatologica che fa del celibato un'anticipazione visibile della misteriosa pienezza del rapporto tra l'uomo e Dio che si realizza definitivamente nel Paradiso. Siamo dunque nel campo di quei «novissimi» della tradizione cristiana che oggi possono risultare ostici per chi è abituato a vedere il prete come un «organizzatore pastorale» o un «operatore sociale», seppur sui generis. E forse è proprio il fatto che certe verità non siano state più respirate dal popolo credente, accantonate in nome di una riduzione sociologica del cristianesimo, ad aver così indebolito gli anticorpi di fronte agli assalti - esterni ed interni - contro il celibato.
Per tutti questi motivi Benedetto XVI ha mostrato come sia necessario da un lato recuperare la coscienza della grandezza del sacerdozio cattolico, dall'altro essere consapevoli del fatto che gli attacchi contro di esso - e contro il celibato - sono non di rado attacchi contro la sua stessa natura. Che è quella di rendere presente Dio nel mondo, tra le cose degli uomini: è - ha concluso il Papa - «un "sì" definitivo, è un lasciarsi prendere in mano da Dio, darsi nelle mani del Signore, nel suo "io"» crocifisso, morto e risorto. Questo rende possibile quell'eroismo ordinario, spesso silenzioso e nascosto, del prete. E che diventa straordinario motivo di scandalo per coloro che, come l'assassino di monsignor Padovese, vedono nella testimonianza dei cristiani e dei loro sacerdoti una minaccia disarmata e disarmante ai criteri orizzontali di potere, mondani e religiosi.
Gianteo Bordero
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