da Ragionpolitica.it del 27 agosto 2010
Quando manca la «cosa», cioè la sostanza, rimangono i nudi nomi. Ed ecco allora che il segretario del Pd, un partito che già da lunga pezza ha divorziato dalla politica e si presenta oggi come un puro aggregato della nomenklatura di Ds e Margherita, tira fuori dal cassetto impolverato della memoria del centrosinistra la parola magica. Quella che dovrebbe, per il fatto stesso di essere pronunciata, risolvere di colpo i giganteschi problemi della gauche nostrana: Ulivo. Cinque lettere che nell'immaginario collettivo del popolo di sinistra vogliono dire la vittoria del '96, l'aprile rosso raccontato da Nanni Moretti, le piazze stracolme di bandiere e di gente festante, i post-comunisti che conquistano il potere, il sogno di una lunga e indisturbata stagione di governo. E soprattutto vogliono dire Romano Prodi, il padre di quell'esperienza politico-botanica che tanta nostalgia suscita ancora nell'ormai disilluso elettorato di sinistra.
Già, Prodi. Come poteva il discepolo di Dossetti, cioè di colui che fece dell'Ulivo una cultura e una coltura politica piantandone uno beneaugurante nelle terre del suo ritiro di Montesole, rimanere silente di fronte alla missiva del segretario del Pd? Non poteva. E infatti il Professore ha preso carta e penna e ha scritto al Messaggero per rallegrarsi del fatto che finalmente, dopo 12 anni, l'ulivismo venga nuovamente proposto come stella polare per tracciare la rotta del centrosinistra che verrà. Scrive Prodi: «Dal 1998 la coltura dell'Ulivo è stata ritenuta non più remunerativa per il riformismo italiano ed è progressivamente scomparsa dai registri della nostra politica. Mi ha destato quindi una piacevole sorpresa leggere che Bersani ha deciso di riprenderne la coltivazione, facendone un punto di riferimento per rimettere in ordine i registri dell'azienda italiana, messi in grave difficoltà dalle male organizzate tecniche agrarie succedutesi nel frattempo».
Punto e fine. Proposte concrete? Zero. Idee programmatiche? Nessuna. Una visione dell'Italia? Idem con patate. Tanto per Bersani quanto per Prodi basta dire la taumaturgica parolina e tutto viene da sé. Che cosa sia poi precisamente questo nuovo Ulivo non è dato saperlo, e forse nessuno lo saprà mai, visto che qui ci muoviamo nel campo del più radicale nominalismo, l'unico appiglio a cui oggi la sinistra si può aggrappare per evitare di fare i conti col suo vuoto identitario, con il suo non-essere politico, con la crisi nella quale è sprofondata in questi ultimi anni. Dire «Ulivo» è l'estremo tentativo di scacciare l'horror vacui che alberga nella mente di tanti esponenti del Pd e degli altri partiti della gauche italiana.
Ma la soluzione, in questo come in tanti altri casi, è peggiore del male. Anzi, potremmo dire che, a ben vedere, Bersani pensa di curare il male con il male stesso. Come non riconoscere, infatti, che proprio l'ulivismo è stato, con i suoi presupposti di fondo, all'origine della consunzione politica della sinistra e della sua riduzione a mero aggregato di forze tenute insieme soltanto dall'antiberlusconismo? Ha scritto don Gianni Baget Bozzo nel suo saggio su Giuseppe Dossetti: «Che cosa rappresentava nel '96 Romano Prodi, se non l'uomo indicato da Dossetti, cioè da colui che aveva, con la sua autorità spirituale, delegittimato la nuova maggioranza berlusconiana del '94 e indicato nella lotta contro di essa il fondamento del paese? Era stato il dossettismo a creare le basi di una nuova guerra civile italiana: quella tra una maggioranza democratica, votata dal popolo, e la Costituzione repubblicana... Dossetti riuscì a dare vita ad una maggioranza politica fondata sul principio che forze anticostituzionali erano in parlamento e che la Costituzione doveva difendere la democrazia dando vita ad un partito fondato su di essa. L'Ulivo fu appunto questo». E concludeva: «L'Ulivo voleva dire che dalla terra nasceva ora un nuovo germe, che era la medesima cosa dell'unità popolare originaria contro il fascismo».
L'eco di questa prospettiva si sente chiaramente in molti passaggi della lettera di Bersani, soprattutto quando egli parla della necessità di dare vita ad una «alleanza democratica capace di riaffermare i principi costituzionali» per fermare la deriva «populista» del presidente del Consiglio. Ma se almeno Prodi aveva dalla sua, nel '96, la carta della novità, non si capisce perché oggi Bersani, dopo che la formula delle macchine da guerra in mera funzione antiberlusconiana si è rivelata fallimentare e ha mostrato tutte le sue esiziali conseguenze per la sinistra stessa, la riproponga come se essa fosse foriera di magnifiche sorti e progressive per il Pd & CO. L'unica spiegazione possibile è che questa del segretario sia veramente la mossa della disperazione tipica di chi ha perduto la rotta e non sa più da che parte andare.
Gianteo Bordero
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venerdì 27 agosto 2010
lunedì 12 aprile 2010
I SASSOLINI DI PRODI
da Ragionpolitica.it del 12 aprile 2010
Di sassolini da togliersi dalle scarpe Romano Prodi ne avrebbe parecchi. Unico leader della sinistra che sia stato in grado, negli ultimi quindici anni, di sconfiggere per due volte il centrodestra - seppur di misura e mettendo insieme coalizioni tanto larghe quanto politicamente fragili e incapaci di reggere alla prova del governo - egli ha oggi più di un motivo per servire il piatto freddo della vendetta a quei sedicenti alleati che, tanto nel 1998 quanto nel 2008, si adoperarono in tutti i modi per dargli il benservito. Il Professore lo può fare, come si suol dire, tenendo il coltello dalla parte del manico, visto che dopo la caduta del suo secondo esecutivo la gauche italiana è sprofondata in uno stato di crisi dal quale non sembra in grado di riemergere. E se è indubbio che all'origine di tale stato confusionale vi sia anche il malcontento generale per il modo con cui Prodi ha portato avanti la sua azione quando si trovava alla guida del centrosinistra, è altrettanto evidente che coloro che sono venuti dopo di lui non hanno certo brillato per capacità di visione politica e di proposta programmatica. Così l'ex presidente del Consiglio ha oggi buon gioco nel prendere di mira l'attuale classe dirigente del Partito Democratico, tanto più dopo il deludente risultato ottenuto alle Regionali del 28 e 29 marzo scorsi.
Ed è proprio da qui, dalla recente debacle elettorale del Pd, che Prodi prende le mosse per sferrare un attacco a tutto campo contro i suoi nemici storici all'interno del partito che egli ha contribuito a fondare. Lo fa con una lettera al Messaggero - giornale di cui è editorialista - nella quale, senza tanti giri di parole, afferma che «il risultato delle elezioni è stato inferiore alle attese e la comune interpretazione di questo risultato è che la struttura del partito stesso sia diventata fortemente autoreferenziale, con rapporti troppo deboli con il territorio e con i problemi quotidiani degli italiani, messi in secondo piano dai ristretti obiettivi dei dirigenti e delle correnti». Un'interpretazione, questa, evidentemente fatta propria dal Professore. Che infatti parte proprio da essa per avanzare la sua proposta per una profonda riforma organizzativa del Pd, che prevede, in sostanza, l'azzeramento senza se e senza ma dell'attuale classe dirigente e l'elezione tramite primarie di venti segretari regionali che andrebbero poi a costituire l'esecutivo nazionale del partito. Spetterebbe quindi a questi venti coordinatori regionali il compito di «eleggere il segretario nazionale», «decidere sulle grandi strategie politiche del partito» e «le candidature per le rappresentanze parlamentari».
E' dunque una rivoluzione in piena regola quella invocata da Prodi dalle colonne del Messaggero. Una rivoluzione che però ha il sapore più di una resa dei conti interna che di una genuina proposta (cioè avanzata senza secondi fini) per ridare slancio al maggior partito d'opposizione. Gli indizi che suggeriscono una tale lettura delle parole del fondatore dell'Ulivo sono contenuti nelle durissime espressioni che egli dedica ai notabili del Pd. Parla infatti della necessità di «cancellare gli organi nazionali che si sono dimostrati inefficaci», invoca per il futuro l'esclusione dall'esecutivo del partito delle «infinite code di benemeriti e aventi diritto, compresi gli ex segretari e gli ex presidenti del Consiglio». Ogni malcelato riferimento a Veltroni e D'Alema non è puramente casuale. E Bersani? Sembra essercene anche per lui quando il Professore scrive, in riferimento all'attuale discussione sulle riforme istituzionali, che «non si può continuare con dibattiti senza fine nei quali si ritorna sempre al punto di partenza e ogni decisione viene sentita come provvisoria, per cui, ad esempio, dopo aver optato per il cancellierato si ritorna al semipresidenzialismo e dal semipresidenzialismo si finisce con la scelta di non cambiare nulla».
Insomma, «gl'è tutto da rifare», come avrebbe detto il grande Gino Bartali. Peccato soltanto che a invocare il rinnovamento sia uno dei protagonisti - se non il principale - della non certo esaltante stagione che ha portato al declino del centrosinistra italiano e del suo partito-guida. Prodi, in sostanza, non si può certo chiamare fuori dalla scena che lui stesso ha contribuito a creare da quindici anni a questa parte. Perciò, alla fine, l'impressione è che in ballo vi siano soltanto rivendicazioni personali, regolamenti di conti interni e, come accennato in precedenza, vendette servite a freddo al momento opportuno, cogliendo la palla al balzo di una sconfitta elettorale. Tant'è vero che il Professore non avanza nuove proposte programmatiche da sottoporre all'attenzione degli italiani, non suggerisce - come invece sarebbe auspicabile - nuove idee per il governo del paese. Si concentra unicamente sull'organizzazione interna del Pd, cioè su un aspetto di scarsissimo interesse per i cittadini, e lancia frecce avvelenate contro i suoi detrattori di un tempo. E questo la dice lunga sulle reali intenzioni di un leader deluso e tradito che si è seduto sulla sponda del fiume e attende il passaggio, elezione dopo elezione, del cadavere politico dei suoi amici-nemici.
Gianteo Bordero
Di sassolini da togliersi dalle scarpe Romano Prodi ne avrebbe parecchi. Unico leader della sinistra che sia stato in grado, negli ultimi quindici anni, di sconfiggere per due volte il centrodestra - seppur di misura e mettendo insieme coalizioni tanto larghe quanto politicamente fragili e incapaci di reggere alla prova del governo - egli ha oggi più di un motivo per servire il piatto freddo della vendetta a quei sedicenti alleati che, tanto nel 1998 quanto nel 2008, si adoperarono in tutti i modi per dargli il benservito. Il Professore lo può fare, come si suol dire, tenendo il coltello dalla parte del manico, visto che dopo la caduta del suo secondo esecutivo la gauche italiana è sprofondata in uno stato di crisi dal quale non sembra in grado di riemergere. E se è indubbio che all'origine di tale stato confusionale vi sia anche il malcontento generale per il modo con cui Prodi ha portato avanti la sua azione quando si trovava alla guida del centrosinistra, è altrettanto evidente che coloro che sono venuti dopo di lui non hanno certo brillato per capacità di visione politica e di proposta programmatica. Così l'ex presidente del Consiglio ha oggi buon gioco nel prendere di mira l'attuale classe dirigente del Partito Democratico, tanto più dopo il deludente risultato ottenuto alle Regionali del 28 e 29 marzo scorsi.
Ed è proprio da qui, dalla recente debacle elettorale del Pd, che Prodi prende le mosse per sferrare un attacco a tutto campo contro i suoi nemici storici all'interno del partito che egli ha contribuito a fondare. Lo fa con una lettera al Messaggero - giornale di cui è editorialista - nella quale, senza tanti giri di parole, afferma che «il risultato delle elezioni è stato inferiore alle attese e la comune interpretazione di questo risultato è che la struttura del partito stesso sia diventata fortemente autoreferenziale, con rapporti troppo deboli con il territorio e con i problemi quotidiani degli italiani, messi in secondo piano dai ristretti obiettivi dei dirigenti e delle correnti». Un'interpretazione, questa, evidentemente fatta propria dal Professore. Che infatti parte proprio da essa per avanzare la sua proposta per una profonda riforma organizzativa del Pd, che prevede, in sostanza, l'azzeramento senza se e senza ma dell'attuale classe dirigente e l'elezione tramite primarie di venti segretari regionali che andrebbero poi a costituire l'esecutivo nazionale del partito. Spetterebbe quindi a questi venti coordinatori regionali il compito di «eleggere il segretario nazionale», «decidere sulle grandi strategie politiche del partito» e «le candidature per le rappresentanze parlamentari».
E' dunque una rivoluzione in piena regola quella invocata da Prodi dalle colonne del Messaggero. Una rivoluzione che però ha il sapore più di una resa dei conti interna che di una genuina proposta (cioè avanzata senza secondi fini) per ridare slancio al maggior partito d'opposizione. Gli indizi che suggeriscono una tale lettura delle parole del fondatore dell'Ulivo sono contenuti nelle durissime espressioni che egli dedica ai notabili del Pd. Parla infatti della necessità di «cancellare gli organi nazionali che si sono dimostrati inefficaci», invoca per il futuro l'esclusione dall'esecutivo del partito delle «infinite code di benemeriti e aventi diritto, compresi gli ex segretari e gli ex presidenti del Consiglio». Ogni malcelato riferimento a Veltroni e D'Alema non è puramente casuale. E Bersani? Sembra essercene anche per lui quando il Professore scrive, in riferimento all'attuale discussione sulle riforme istituzionali, che «non si può continuare con dibattiti senza fine nei quali si ritorna sempre al punto di partenza e ogni decisione viene sentita come provvisoria, per cui, ad esempio, dopo aver optato per il cancellierato si ritorna al semipresidenzialismo e dal semipresidenzialismo si finisce con la scelta di non cambiare nulla».
Insomma, «gl'è tutto da rifare», come avrebbe detto il grande Gino Bartali. Peccato soltanto che a invocare il rinnovamento sia uno dei protagonisti - se non il principale - della non certo esaltante stagione che ha portato al declino del centrosinistra italiano e del suo partito-guida. Prodi, in sostanza, non si può certo chiamare fuori dalla scena che lui stesso ha contribuito a creare da quindici anni a questa parte. Perciò, alla fine, l'impressione è che in ballo vi siano soltanto rivendicazioni personali, regolamenti di conti interni e, come accennato in precedenza, vendette servite a freddo al momento opportuno, cogliendo la palla al balzo di una sconfitta elettorale. Tant'è vero che il Professore non avanza nuove proposte programmatiche da sottoporre all'attenzione degli italiani, non suggerisce - come invece sarebbe auspicabile - nuove idee per il governo del paese. Si concentra unicamente sull'organizzazione interna del Pd, cioè su un aspetto di scarsissimo interesse per i cittadini, e lancia frecce avvelenate contro i suoi detrattori di un tempo. E questo la dice lunga sulle reali intenzioni di un leader deluso e tradito che si è seduto sulla sponda del fiume e attende il passaggio, elezione dopo elezione, del cadavere politico dei suoi amici-nemici.
Gianteo Bordero
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mercoledì 3 febbraio 2010
IL PD E LA NOSTALGIA DI ROMANO
da Ragionpolitica.it del 3 febbraio 2010
Ah, Romano, Romano! Alla fine ha avuto ragione Corrado Guzzanti, che in una sua sopraffina imitazione raffigurava il Professore, dopo la caduta del suo governo, fermo a una stazione ad attendere al varco i dirigenti del centrosinistra: «Io sto fermo, aspetto, non mi muovo, perché verrà anche il suo bel momento che dovran tornare qui da me, proprio qui, alla stazione dove mi han mandato, a dire: "Romano, perdonaci, abbiam sbagliato, ti abbiamo fregato già due volte, ti chiediam perdono ma solo tu puoi battere il Berlusconi. Ti preghiamo, bisogna rifar l'Ulivo!"». Anche se non in questa forma, quello che è accaduto negli ultimi giorni all'interno dello schieramento di centrosinistra è, nella sostanza, quanto previsto in tempi non sospetti dal Prodi in versione Guzzanti.
Vediamo i fatti: finisce nella polvere il sindaco di Bologna, Flavio Delbono - peraltro caldamente sponsorizzato dall'ex presidente del Consiglio al momento della candidatura - per una storia di amanti e uso privato di risorse pubbliche ai tempi in cui era vicepresidente della Regione. Risultato: dopo neanche un anno di amministrazione, Delbono getta la spugna e dà le dimissioni. Non è la prima volta che un sindaco di centrosinistra lascia l'incarico a causa di scandali e inchieste varie - visto che nella guache nostrana, paladina del dogma giustizialista e della presunzione di colpevolezza, basta un qualsiasi sospetto o un avviso di garanzia per essere costretti a dare le dimissioni. Ma qui siamo a Bologna, cioè nella storica capitale del governo locale rosso, nel luogo simbolo del «modello Emilia», delle cooperative, della «buona amministrazione» in salsa Pci-Pds-Ds. Insomma, nel cuore di quel sistema di potere che la sinistra italiana ha sempre vantato orgogliosamente come un fiore all'occhiello, come il frutto migliore della sua azione politica. E' chiaro, quindi, che con la rovinosa e improvvisa caduta di Delbono rischia di andare in frantumi anche il mito del buongoverno comunista e postcomunista in terra emiliana. Uno smacco che in questo momento il Partito Democratico, alle prese con le solite grane interne e con la non facile campagna elettorale per le elezioni regionali, non si può permettere.
E allora ecco la geniale - si fa per dire - trovata: chiedere a lui, al Bolognese per eccellenza, al salvatore della patria gauchista per antonomasia, all'indimenticato condottiero delle vittorie contro il centrodestra, di venire ancora una volta in soccorso della nave alla deriva. Perché perdere Bologna oggi vorrebbe dire perdere quel poco che resta della sinistra in Italia. Solo che non è facile convincere chi è stato presidente dell'IRI, presidente del Consiglio, presidente della Commissione europea, ad accettare il «sacrificio» di passare dalle stanze dei bottoni nazionali e internazionali a una piccola e stretta - seppur importante - poltrona di sindaco. Soprattutto quando colui che ora viene corteggiato, acclamato e invocato come l'unica àncora di salvezza per il Pd nel capoluogo emiliano è lo stesso che per due volte è stato disarcionato dalla guida del governo dai dirigenti dello stesso partito, dal fuoco amico dei vari D'Alema e Veltroni, sempre divisi su tutto ma uniti, seppur in tempi diversi, nel mandare gambe all'aria l'esecutivo del Professore.
E così Prodi dice «no». Non perché, come ha più volte dichiarato nel recente passato, voglia «continuare a fare il nonno». E neppure perché non voglia rinunciare al suo attuale impegno per l'ONU in Africa o alle sue lezioni cinesi di economia politica. Queste sono, evidentemente, motivazioni di facciata. La verità è che il Professore, consapevole dello stato di crisi in cui versa il centrosinistra e dell'evidente assenza di un leader unico e riconosciuto della coalizione, aspetta tempi migliori - ovviamente per lui - per l'ennesimo, grande ritorno sulla scena. Intanto ora può già godersi lo spettacolo dei dirigenti del Partito Democratico che, col capo cosparso di cenere e la lacrimuccia sul viso, in processione come pie donne, lo pregano di farsi nuovamente presente, di non lasciare solo il popolo adorante, di dare ancora una possibilità, da buon cattolico ancorché adulto, a chi lo ha tradito ed ora si rende conto di essere privo non tanto di una bussola, quanto dell'unica colla capace di tenere insieme tutti coloro che, per un motivo o per l'altro, si definiscono antiberlusconiani. Come ai vecchi tempi.
Gianteo Bordero
Ah, Romano, Romano! Alla fine ha avuto ragione Corrado Guzzanti, che in una sua sopraffina imitazione raffigurava il Professore, dopo la caduta del suo governo, fermo a una stazione ad attendere al varco i dirigenti del centrosinistra: «Io sto fermo, aspetto, non mi muovo, perché verrà anche il suo bel momento che dovran tornare qui da me, proprio qui, alla stazione dove mi han mandato, a dire: "Romano, perdonaci, abbiam sbagliato, ti abbiamo fregato già due volte, ti chiediam perdono ma solo tu puoi battere il Berlusconi. Ti preghiamo, bisogna rifar l'Ulivo!"». Anche se non in questa forma, quello che è accaduto negli ultimi giorni all'interno dello schieramento di centrosinistra è, nella sostanza, quanto previsto in tempi non sospetti dal Prodi in versione Guzzanti.
Vediamo i fatti: finisce nella polvere il sindaco di Bologna, Flavio Delbono - peraltro caldamente sponsorizzato dall'ex presidente del Consiglio al momento della candidatura - per una storia di amanti e uso privato di risorse pubbliche ai tempi in cui era vicepresidente della Regione. Risultato: dopo neanche un anno di amministrazione, Delbono getta la spugna e dà le dimissioni. Non è la prima volta che un sindaco di centrosinistra lascia l'incarico a causa di scandali e inchieste varie - visto che nella guache nostrana, paladina del dogma giustizialista e della presunzione di colpevolezza, basta un qualsiasi sospetto o un avviso di garanzia per essere costretti a dare le dimissioni. Ma qui siamo a Bologna, cioè nella storica capitale del governo locale rosso, nel luogo simbolo del «modello Emilia», delle cooperative, della «buona amministrazione» in salsa Pci-Pds-Ds. Insomma, nel cuore di quel sistema di potere che la sinistra italiana ha sempre vantato orgogliosamente come un fiore all'occhiello, come il frutto migliore della sua azione politica. E' chiaro, quindi, che con la rovinosa e improvvisa caduta di Delbono rischia di andare in frantumi anche il mito del buongoverno comunista e postcomunista in terra emiliana. Uno smacco che in questo momento il Partito Democratico, alle prese con le solite grane interne e con la non facile campagna elettorale per le elezioni regionali, non si può permettere.
E allora ecco la geniale - si fa per dire - trovata: chiedere a lui, al Bolognese per eccellenza, al salvatore della patria gauchista per antonomasia, all'indimenticato condottiero delle vittorie contro il centrodestra, di venire ancora una volta in soccorso della nave alla deriva. Perché perdere Bologna oggi vorrebbe dire perdere quel poco che resta della sinistra in Italia. Solo che non è facile convincere chi è stato presidente dell'IRI, presidente del Consiglio, presidente della Commissione europea, ad accettare il «sacrificio» di passare dalle stanze dei bottoni nazionali e internazionali a una piccola e stretta - seppur importante - poltrona di sindaco. Soprattutto quando colui che ora viene corteggiato, acclamato e invocato come l'unica àncora di salvezza per il Pd nel capoluogo emiliano è lo stesso che per due volte è stato disarcionato dalla guida del governo dai dirigenti dello stesso partito, dal fuoco amico dei vari D'Alema e Veltroni, sempre divisi su tutto ma uniti, seppur in tempi diversi, nel mandare gambe all'aria l'esecutivo del Professore.
E così Prodi dice «no». Non perché, come ha più volte dichiarato nel recente passato, voglia «continuare a fare il nonno». E neppure perché non voglia rinunciare al suo attuale impegno per l'ONU in Africa o alle sue lezioni cinesi di economia politica. Queste sono, evidentemente, motivazioni di facciata. La verità è che il Professore, consapevole dello stato di crisi in cui versa il centrosinistra e dell'evidente assenza di un leader unico e riconosciuto della coalizione, aspetta tempi migliori - ovviamente per lui - per l'ennesimo, grande ritorno sulla scena. Intanto ora può già godersi lo spettacolo dei dirigenti del Partito Democratico che, col capo cosparso di cenere e la lacrimuccia sul viso, in processione come pie donne, lo pregano di farsi nuovamente presente, di non lasciare solo il popolo adorante, di dare ancora una possibilità, da buon cattolico ancorché adulto, a chi lo ha tradito ed ora si rende conto di essere privo non tanto di una bussola, quanto dell'unica colla capace di tenere insieme tutti coloro che, per un motivo o per l'altro, si definiscono antiberlusconiani. Come ai vecchi tempi.
Gianteo Bordero
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martedì 26 gennaio 2010
IL FANTASMA DI PRODI
da Ragionpolitica.it del 26 gennaio 2010
Lo scorso agosto, in piena stagione balneare, nella penuria di notizie politiche salì agli onori delle cronache un editoriale di Romano Prodi pubblicato dal Messaggero, e intitolato: «Riformisti, il coraggio di parlare controcorrente». Fu un osservatore attento come Piero Sansonetti, direttore de Gli Altri, a sottolineare come l'intervento prodiano avrebbe potuto rappresentare una sorta di manifesto per un nuovo centrosinistra italiano. Perché il Professore, nel suo articolo, non soltanto proponeva come chiave di lettura della crisi della gauche in Europa la tesi dello spostamento a destra dei governi progressisti e laburisti degli ultimi dieci anni, in primis quello di Tony Blair, ma tracciava anche le linee-guida per dare vita ad una nuova politica per la sinistra: «Per vincere - scriveva - i riformisti debbono elaborare nuove idee e nuovi progetti... Ribadendo con forza il ruolo dello Stato come regolatore di un mercato finalmente pulito. Approfondendo i modi e gli strumenti attraverso i quali i cittadini abbiano uguali prospettive di fronte alla vita. Rinnovando il funzionamento del sistema scolastico, della ricerca scientifica e del sistema sanitario. Ripensando al grande processo di superamento del nuovo nazionalismo politico ed economico con una forte adesione agli obiettivi di coesione europea e di solidarietà internazionale. Non avendo paura di denunciare i tanti aspetti riguardo ai quali il capitalismo deve profondamente riformarsi. Non accontentandosi di mostrare un giorno la faccia feroce e il giorno dopo un viso sorridente verso gli immigrati, ma preparando una organica politica di legalità ed accoglienza». A leggere queste parole, e tenendo conto del vuoto di identità e dello stato di grave difficoltà in cui versavano il Pd e gli altri partiti della sinistra nel nostro paese, la domanda sorse in noi spontanea: «E se tornasse Romano?».
Perché è indubitabile che Prodi, nell'immaginario e nel sentimento collettivo di un elettorato gauchista ormai privo di punti di riferimento solidi e credibili, rappresenti ancora - e forse oggi più di prima - il simbolo della vittoria, dell'entusiasmante «stagione dell'Ulivo», della piazza festante del 1996, dell'aprile rosso, della sinistra che entrava nella stanza dei bottoni, dell'inveramento del progetto del compromesso storico tra cattolici e comunisti, dell'affermazione sul Cavaliere Nero, ecc... Di fronte alle macerie del presente, la figura del Professore svetta come l'icona dei fasti del passato. E poco importa, in questo processo psicologico di idealizzazione e di mitizzazione del tempo che fu, che lo stesso Prodi sia stato all'origine della crisi attuale proponendo prima e costruendo poi, come unica forma di governo possibile della sinistra in Italia, la grande alleanza antiberlusconiana, che tenesse insieme, senza alcun progetto politico condiviso, ma soltanto in nome dell'avversione all'uomo di Arcore, i moderati e i massimalisti, i liberisti e gli anticapitalisti, i riformisti e i peggiori conservatori dello status quo, i garantisti e i giustizialisti, i cattolici e i laicisti e via giustapponendo. Non c'è razionalità politica in questa nostalgia per gli anni del prodismo, dell'ulivismo rampante e poi dell'Unione, che semmai dovrebbero essere interpretati, a mente fredda, come i veri colpevoli del declino della gauche nostrana e della pesantissima sconfitta elettorale del 2008.
Ma c'è un dato in più di cui tenere conto oggi: evocare Prodi serve agli avversari interni dell'attuale leadership del Partito Democratico come argomento di lotta e di polemica per dimostrare l'inefficacia e l'inconcludenza della gestione che ha preso il via nello scorso mese di ottobre. Tanto più dopo la straripante vittoria di Nichi Vendola nelle primarie pugliesi per la designazione del candidato del centrosinistra alla guida della Regione: la partita tra Boccia e Vendola è consistita, in sostanza, nella scelta tra il nuovo centro-sinistra (col trattino) fortemente caldeggiato da Bersani e D'Alema, e fondato sull'asse tra il Pd e l'Udc, e il vecchio centrosinistra (senza trattino) capace di inglobare al suo interno tutte le forze di opposizione, estrema sinistra compresa. Buona parte dell'elettorato pugliese del Pd, votando contro le indicazioni della segreteria romana, schierata al fianco di Boccia, ha mostrato di essere ancora legata a quella formula di cui Prodi è stato il supremo rappresentante. Perciò non deve destare scalpore il fatto che il vero grande oppositore interno di Bersani e D'Alema, e cioè il giornale-partito La Repubblica, sia uscito martedì in prima pagina con un'intervista al Professore dal titolo: «Prodi: "Ma chi comanda nel Pd?"». L'ex presidente del Consiglio non pronuncia direttamente quella frase - lui si guarda bene dall'avanzare una critica esplicita a Bersani - ma la mette in bocca ai militanti del partito incontrati mentre era a sciare a Campolongo, «in fila per lo skilift». Ma la sostanza non cambia: il Professore asseconda la strategia di Repubblica, che, dopo aver cannoneggiato lunedì contro il segretario e il suo mentore D'Alema, completa l'opera martedì attraverso il «colloquio» con Prodi. Il messaggio è chiaro: o si torna ai gloriosi tempi dell'Unione antiberlusconiana, oppure per il Pd e per la sinistra la permanenza all'opposizione potrebbe durare sino a data da destinarsi. Lui, Romano, non tornerà: «Abbiamo già dato», dichiara al giornale scalfariano. Ma il suo fantasma continuerà ad aleggiare attorno alla leadership del Pd per molto tempo ancora. Salvo sorprese.
Gianteo Bordero
Lo scorso agosto, in piena stagione balneare, nella penuria di notizie politiche salì agli onori delle cronache un editoriale di Romano Prodi pubblicato dal Messaggero, e intitolato: «Riformisti, il coraggio di parlare controcorrente». Fu un osservatore attento come Piero Sansonetti, direttore de Gli Altri, a sottolineare come l'intervento prodiano avrebbe potuto rappresentare una sorta di manifesto per un nuovo centrosinistra italiano. Perché il Professore, nel suo articolo, non soltanto proponeva come chiave di lettura della crisi della gauche in Europa la tesi dello spostamento a destra dei governi progressisti e laburisti degli ultimi dieci anni, in primis quello di Tony Blair, ma tracciava anche le linee-guida per dare vita ad una nuova politica per la sinistra: «Per vincere - scriveva - i riformisti debbono elaborare nuove idee e nuovi progetti... Ribadendo con forza il ruolo dello Stato come regolatore di un mercato finalmente pulito. Approfondendo i modi e gli strumenti attraverso i quali i cittadini abbiano uguali prospettive di fronte alla vita. Rinnovando il funzionamento del sistema scolastico, della ricerca scientifica e del sistema sanitario. Ripensando al grande processo di superamento del nuovo nazionalismo politico ed economico con una forte adesione agli obiettivi di coesione europea e di solidarietà internazionale. Non avendo paura di denunciare i tanti aspetti riguardo ai quali il capitalismo deve profondamente riformarsi. Non accontentandosi di mostrare un giorno la faccia feroce e il giorno dopo un viso sorridente verso gli immigrati, ma preparando una organica politica di legalità ed accoglienza». A leggere queste parole, e tenendo conto del vuoto di identità e dello stato di grave difficoltà in cui versavano il Pd e gli altri partiti della sinistra nel nostro paese, la domanda sorse in noi spontanea: «E se tornasse Romano?».
Perché è indubitabile che Prodi, nell'immaginario e nel sentimento collettivo di un elettorato gauchista ormai privo di punti di riferimento solidi e credibili, rappresenti ancora - e forse oggi più di prima - il simbolo della vittoria, dell'entusiasmante «stagione dell'Ulivo», della piazza festante del 1996, dell'aprile rosso, della sinistra che entrava nella stanza dei bottoni, dell'inveramento del progetto del compromesso storico tra cattolici e comunisti, dell'affermazione sul Cavaliere Nero, ecc... Di fronte alle macerie del presente, la figura del Professore svetta come l'icona dei fasti del passato. E poco importa, in questo processo psicologico di idealizzazione e di mitizzazione del tempo che fu, che lo stesso Prodi sia stato all'origine della crisi attuale proponendo prima e costruendo poi, come unica forma di governo possibile della sinistra in Italia, la grande alleanza antiberlusconiana, che tenesse insieme, senza alcun progetto politico condiviso, ma soltanto in nome dell'avversione all'uomo di Arcore, i moderati e i massimalisti, i liberisti e gli anticapitalisti, i riformisti e i peggiori conservatori dello status quo, i garantisti e i giustizialisti, i cattolici e i laicisti e via giustapponendo. Non c'è razionalità politica in questa nostalgia per gli anni del prodismo, dell'ulivismo rampante e poi dell'Unione, che semmai dovrebbero essere interpretati, a mente fredda, come i veri colpevoli del declino della gauche nostrana e della pesantissima sconfitta elettorale del 2008.
Ma c'è un dato in più di cui tenere conto oggi: evocare Prodi serve agli avversari interni dell'attuale leadership del Partito Democratico come argomento di lotta e di polemica per dimostrare l'inefficacia e l'inconcludenza della gestione che ha preso il via nello scorso mese di ottobre. Tanto più dopo la straripante vittoria di Nichi Vendola nelle primarie pugliesi per la designazione del candidato del centrosinistra alla guida della Regione: la partita tra Boccia e Vendola è consistita, in sostanza, nella scelta tra il nuovo centro-sinistra (col trattino) fortemente caldeggiato da Bersani e D'Alema, e fondato sull'asse tra il Pd e l'Udc, e il vecchio centrosinistra (senza trattino) capace di inglobare al suo interno tutte le forze di opposizione, estrema sinistra compresa. Buona parte dell'elettorato pugliese del Pd, votando contro le indicazioni della segreteria romana, schierata al fianco di Boccia, ha mostrato di essere ancora legata a quella formula di cui Prodi è stato il supremo rappresentante. Perciò non deve destare scalpore il fatto che il vero grande oppositore interno di Bersani e D'Alema, e cioè il giornale-partito La Repubblica, sia uscito martedì in prima pagina con un'intervista al Professore dal titolo: «Prodi: "Ma chi comanda nel Pd?"». L'ex presidente del Consiglio non pronuncia direttamente quella frase - lui si guarda bene dall'avanzare una critica esplicita a Bersani - ma la mette in bocca ai militanti del partito incontrati mentre era a sciare a Campolongo, «in fila per lo skilift». Ma la sostanza non cambia: il Professore asseconda la strategia di Repubblica, che, dopo aver cannoneggiato lunedì contro il segretario e il suo mentore D'Alema, completa l'opera martedì attraverso il «colloquio» con Prodi. Il messaggio è chiaro: o si torna ai gloriosi tempi dell'Unione antiberlusconiana, oppure per il Pd e per la sinistra la permanenza all'opposizione potrebbe durare sino a data da destinarsi. Lui, Romano, non tornerà: «Abbiamo già dato», dichiara al giornale scalfariano. Ma il suo fantasma continuerà ad aleggiare attorno alla leadership del Pd per molto tempo ancora. Salvo sorprese.
Gianteo Bordero
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sabato 22 agosto 2009
E SE TORNASSE ROMANO?
da Ragionpolitica.it del 22 agosto 2009
E se tornasse Romano? Nessuno, nel centrosinistra, ha il coraggio di dirlo e di auspicarlo apertis verbis, però è chiaro che tra i partiti della fu Unione prodiana qualche nostalgia c'è. Spesso il nome del Professore viene evocato nei comizi e nelle arringhe pubbliche dei dirigenti per ricordare il bel tempo che fu, le gloriose vittorie sul Cavaliere nel 1996 e nel 2006, l'epoca dell'ulivismo rampante, della sinistra al governo del paese... E ogni volta che quel nome viene pronunciato, giù applausi a non finire, e magari qualche «furtiva lagrima» scende a bagnare il viso dei militanti delusi e traditi. E poco importa se la crisi in cui oggi si contorce la gauche nostrana è in gran parte ascrivibile proprio al malriuscito esperimento dell'Unione, con cui si tentò di tenere insieme, sotto lo stesso tetto, Rutelli e Diliberto, Mastella e Di Pietro, la Binetti e la Bonino, Dini e Bertinotti, e via accoppiando. Poco importa se fu proprio negli ultimi due anni di governo del Professore che il gradimento popolare nei confronti dei partiti del centrosinistra colò a picco. Poco importa se lo spettacolo fornito agli italiani da quella coalizione litigiosa e improbabile provocò nell'elettorato storico dei partiti che la componevano un senso di noia e repulsione, se non di nausea. Ciò che conta è che il nome di Prodi è rimasto l'unico sinonimo di «gloria» e «vittoria» nell'immaginario collettivo di una sinistra che oggi si ritrova letteralmente a pezzi, priva di rotta, incapace di definire una proposta politica degna di tal nome e di costruire una vera alternativa di governo.
Corrado Guzzanti, qualche tempo fa, si è esibito in una magistrale imitazione del Professore: un pensionato che, dopo la caduta del suo governo, sta alla stazione «fermo», «immobile», «dietro la sua bella linea gialla»: passano i giorni e le settimane, passano i mesi e le stagioni, e Prodi è lì che aspetta, che attende al varco i suoi alleati di un tempo, a cui rivolge questo pensiero: «Questi ragazzi fanno un gran polverone ma non son mica capaci di trovare il compromesso e di metter sempre d'accordo questo e quello. E così non lo batti mica Berlusconi, così vai a sbattere il grugno sempre più forte». E ancora: «Io sto fermo, aspetto, non mi muovo, perché verrà anche il suo bel momento che dovran tornare qui da me, proprio qui, alla stazione dove mi han mandato, a dire: "Romano, perdonaci, abbiam sbagliato, ti abbiamo fregato già due volte, ti chiediam perdono ma solo tu puoi battere il Berlusconi. Ti preghiamo, bisogna rifar l'Ulivo!"». Guzzanti dice, col talento e col linguaggio del comico, quello che tanti elettori e militanti del centrosinistra in cuor loro pensano ma che i capi e i dirigenti non hanno il coraggio e la forza di dire a voce alta: tolto Prodi, nella gauche italiana è iniziato un processo di disgregazione e frazionamento che sembra non conoscere fine; non è stato più possibile trovare un grande federatore tra le tante anime della sinistra, così che ogni partito si trova oggi nella condizione descritta dalla poesia di Quasimodo: «Ognuno sta solo sul cuor della terra...».
E lui, Romano, che fa? Si occupa di Africa per conto dell'ONU, dove guida il gruppo di lavoro sulle missioni di peacekeeping, e soprattutto fa l'editorialista per il Messaggero, dalle cui colonne dispensa riflessioni sui grandi problemi planetari (la crisi economica, la povertà, le politiche per lo sviluppo, la geopolitica, la Cina, eccetera...) ma non solo. Infatti proprio il giorno di Ferragosto, quando tutta l'Italia era al mare o in montagna, e comunque in tutt'altre faccende affaccendata, il Professore ha scritto un articolo sullo stato di salute della sinistra che un osservatore acuto come Piero Sansonetti, direttore de L'Altro, ha subito colto nella sua portata politica. Perché Prodi, dopo la disamina delle ragioni della crisi del riformismo - che egli addebita sostanzialmente alle illusioni generate dal modello Blair e dallo stesso ulivismo - ha scritto una sorta di programma per punti per la sinistra che verrà. Ha affermato: «Per vincere, i riformisti debbono elaborare nuove idee e nuovi progetti... Ribadendo con forza il ruolo dello Stato come regolatore di un mercato finalmente pulito. Approfondendo i modi e gli strumenti attraverso i quali i cittadini abbiano uguali prospettive di fronte alla vita. Rinnovando il funzionamento del sistema scolastico, della ricerca scientifica e del sistema sanitario. Ripensando al grande processo di superamento del nuovo nazionalismo politico ed economico con una forte adesione agli obiettivi di coesione europea e di solidarietà internazionale. Non avendo paura di denunciare i tanti aspetti riguardo ai quali il capitalismo deve profondamente riformarsi. Non accontentandosi di mostrare un giorno la faccia feroce e il giorno dopo un viso sorridente verso gli immigrati, ma preparando una organica politica di legalità ed accoglienza». La caratterizzazione di sinistra del testo prodiano è evidente, al punto che - chiosa Sansonetti - uno potrebbe pensare che l'autore dello scritto sia Fausto Bertinotti.
Ma, al di là di ciò, quello che conta è osservare che il Professore, pur distante dall'impegno diretto nell'agone partitico, sembra comunque ancora vicino, molto vicino alla politica. E lancia segnali di fumo a chi li può raccogliere. Del resto, la sinistra è ancora alla disperata ricerca di un leader capace di tenerla unita e compatta. E forse, se oggi qualche sondaggio si incaricasse di chiedere ai militanti gauchisti chi vorrebbero come guida, probabilmente Prodi avrebbe buone, se non ottime, possibilità di successo. E' chiaro che oggi questa è solo fantapolitica agostana, ma non è detto che un domani continui ad esserlo. Ora Romano è, come dice Guzzanti, «dietro la sua bella linea gialla», ma in politica mai dire mai...
Gianteo Bordero
E se tornasse Romano? Nessuno, nel centrosinistra, ha il coraggio di dirlo e di auspicarlo apertis verbis, però è chiaro che tra i partiti della fu Unione prodiana qualche nostalgia c'è. Spesso il nome del Professore viene evocato nei comizi e nelle arringhe pubbliche dei dirigenti per ricordare il bel tempo che fu, le gloriose vittorie sul Cavaliere nel 1996 e nel 2006, l'epoca dell'ulivismo rampante, della sinistra al governo del paese... E ogni volta che quel nome viene pronunciato, giù applausi a non finire, e magari qualche «furtiva lagrima» scende a bagnare il viso dei militanti delusi e traditi. E poco importa se la crisi in cui oggi si contorce la gauche nostrana è in gran parte ascrivibile proprio al malriuscito esperimento dell'Unione, con cui si tentò di tenere insieme, sotto lo stesso tetto, Rutelli e Diliberto, Mastella e Di Pietro, la Binetti e la Bonino, Dini e Bertinotti, e via accoppiando. Poco importa se fu proprio negli ultimi due anni di governo del Professore che il gradimento popolare nei confronti dei partiti del centrosinistra colò a picco. Poco importa se lo spettacolo fornito agli italiani da quella coalizione litigiosa e improbabile provocò nell'elettorato storico dei partiti che la componevano un senso di noia e repulsione, se non di nausea. Ciò che conta è che il nome di Prodi è rimasto l'unico sinonimo di «gloria» e «vittoria» nell'immaginario collettivo di una sinistra che oggi si ritrova letteralmente a pezzi, priva di rotta, incapace di definire una proposta politica degna di tal nome e di costruire una vera alternativa di governo.
Corrado Guzzanti, qualche tempo fa, si è esibito in una magistrale imitazione del Professore: un pensionato che, dopo la caduta del suo governo, sta alla stazione «fermo», «immobile», «dietro la sua bella linea gialla»: passano i giorni e le settimane, passano i mesi e le stagioni, e Prodi è lì che aspetta, che attende al varco i suoi alleati di un tempo, a cui rivolge questo pensiero: «Questi ragazzi fanno un gran polverone ma non son mica capaci di trovare il compromesso e di metter sempre d'accordo questo e quello. E così non lo batti mica Berlusconi, così vai a sbattere il grugno sempre più forte». E ancora: «Io sto fermo, aspetto, non mi muovo, perché verrà anche il suo bel momento che dovran tornare qui da me, proprio qui, alla stazione dove mi han mandato, a dire: "Romano, perdonaci, abbiam sbagliato, ti abbiamo fregato già due volte, ti chiediam perdono ma solo tu puoi battere il Berlusconi. Ti preghiamo, bisogna rifar l'Ulivo!"». Guzzanti dice, col talento e col linguaggio del comico, quello che tanti elettori e militanti del centrosinistra in cuor loro pensano ma che i capi e i dirigenti non hanno il coraggio e la forza di dire a voce alta: tolto Prodi, nella gauche italiana è iniziato un processo di disgregazione e frazionamento che sembra non conoscere fine; non è stato più possibile trovare un grande federatore tra le tante anime della sinistra, così che ogni partito si trova oggi nella condizione descritta dalla poesia di Quasimodo: «Ognuno sta solo sul cuor della terra...».
E lui, Romano, che fa? Si occupa di Africa per conto dell'ONU, dove guida il gruppo di lavoro sulle missioni di peacekeeping, e soprattutto fa l'editorialista per il Messaggero, dalle cui colonne dispensa riflessioni sui grandi problemi planetari (la crisi economica, la povertà, le politiche per lo sviluppo, la geopolitica, la Cina, eccetera...) ma non solo. Infatti proprio il giorno di Ferragosto, quando tutta l'Italia era al mare o in montagna, e comunque in tutt'altre faccende affaccendata, il Professore ha scritto un articolo sullo stato di salute della sinistra che un osservatore acuto come Piero Sansonetti, direttore de L'Altro, ha subito colto nella sua portata politica. Perché Prodi, dopo la disamina delle ragioni della crisi del riformismo - che egli addebita sostanzialmente alle illusioni generate dal modello Blair e dallo stesso ulivismo - ha scritto una sorta di programma per punti per la sinistra che verrà. Ha affermato: «Per vincere, i riformisti debbono elaborare nuove idee e nuovi progetti... Ribadendo con forza il ruolo dello Stato come regolatore di un mercato finalmente pulito. Approfondendo i modi e gli strumenti attraverso i quali i cittadini abbiano uguali prospettive di fronte alla vita. Rinnovando il funzionamento del sistema scolastico, della ricerca scientifica e del sistema sanitario. Ripensando al grande processo di superamento del nuovo nazionalismo politico ed economico con una forte adesione agli obiettivi di coesione europea e di solidarietà internazionale. Non avendo paura di denunciare i tanti aspetti riguardo ai quali il capitalismo deve profondamente riformarsi. Non accontentandosi di mostrare un giorno la faccia feroce e il giorno dopo un viso sorridente verso gli immigrati, ma preparando una organica politica di legalità ed accoglienza». La caratterizzazione di sinistra del testo prodiano è evidente, al punto che - chiosa Sansonetti - uno potrebbe pensare che l'autore dello scritto sia Fausto Bertinotti.
Ma, al di là di ciò, quello che conta è osservare che il Professore, pur distante dall'impegno diretto nell'agone partitico, sembra comunque ancora vicino, molto vicino alla politica. E lancia segnali di fumo a chi li può raccogliere. Del resto, la sinistra è ancora alla disperata ricerca di un leader capace di tenerla unita e compatta. E forse, se oggi qualche sondaggio si incaricasse di chiedere ai militanti gauchisti chi vorrebbero come guida, probabilmente Prodi avrebbe buone, se non ottime, possibilità di successo. E' chiaro che oggi questa è solo fantapolitica agostana, ma non è detto che un domani continui ad esserlo. Ora Romano è, come dice Guzzanti, «dietro la sua bella linea gialla», ma in politica mai dire mai...
Gianteo Bordero
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sabato 2 agosto 2008
UN ANNO DOPO
da Ragionpolitica.it del 2 agosto 2008
A volte bisogna fermarsi e guardare indietro. Esercitare la memoria per non perdere, sommersi dalla cronaca, il filo della storia. Anche in politica. E allora voltiamoci indietro, mentre il governo e il parlamento si preparano alle ferie estive, e pensiamo a quante cose sono cambiate, in Italia, da un anno a questa parte. Non è solo una questione di schieramenti politici e di governi. E' una questione di mentalità e, più profondamente, di verità.
Dall'estate 2007 all'estate 2008, il salto di qualità più importante - drammaticamente più importante - che il paese ha compiuto è l'aver preso coscienza della crisi italiana in tutta la sua portata. Una crisi pervicacemente negata o sminuita dallo sciagurato governo Prodi, cieco e sordo di fronte ai primi segnali che annunciavano tempesta, tanto sui mercati internazionali quanto nelle pieghe del sistema nazionale (un governo, quello del Professore, incapace di farci crescere negli anni di vacche grasse e di farci stare a galla in quelli di vacche magre - una pagina tra le meno edificanti della nostra storia repubblicana), ma già avvertita dai cittadini, che quotidianamente, sulla loro pelle, iniziavano a sentire sul collo il fiato pesante della crisi.
Per questo il già poco popolare (in tutti i sensi) esecutivo di centrosinistra continuò a scendere, giorno dopo giorno, nella stima e nel gradimento degli italiani, anche di quelli che pur lo avevano votato nel 2006: perché mentre i poveri cristi dei lavoratori erano costretti a tirare la cinghia, l'unica preoccupazione del presidente del Consiglio, ermeticamente rinchiuso nel Palazzo, era quella di restare saldo in poltrona tenendo a bada una coalizione bizzosa e irrequieta. Per rendersi conto di quanto il capo dell'esecutivo fosse avulso dalla realtà comune dell'italiano medio, basta leggere queste poche righe di una lettera aperta agli elettori di sinistra pubblicata sul suo blog il 2 agosto dello scorso anno: «Questo governo merita fiducia perché in soli 14 mesi ha rimesso a posto il debito, vede ripartire l'economia e tutelare i consumatori grazie alle liberalizzazioni». Sappiamo tutti quanto fosse ingiustificato l'ottimismo di Prodi. Sappiamo tutti qual è stato il destino di tanto trionfalismo.
Ma ciò che conta, oggi, non è infierire sul cadavere politico dell'Unione - «lasciate che i morti seppelliscano i loro morti». L'importante è segnalare la presa di coscienza collettiva riguardo allo stato di difficoltà presente e al contesto in cui il paese è ora costretto a muoversi. Essere consapevoli della realtà è sempre il primo, seppur doloroso, passo per riemergere da un momento «no». Per questo la campagna elettorale che ha permesso a Silvio Berlusconi di fare ritorno a Palazzo Chigi è stata un salutare bagno di realtà dopo due anni di mistificante propaganda. Gli italiani hanno scelto colui che non prometteva mari e monti, ma che garantiva il suo impegno per affrontare l'emergenza. Colui che ha chiamato le cose col loro nome, tanto che si trattasse di economia quanto di rifiuti.
«Diverso» non era e non è Silvio Berlusconi (anche se la ormai quindicennale navigazione politica ha insegnato molto al Cavaliere). «Diversa» era l'Italia e «diverso» era il mondo, come segnalava Giulio Tremonti nel suo La paura e la speranza. Chi per primo ha compreso questa diversità ha vinto la partita della politica, che è carne e sangue e che vola ben più alta del liberismo ideologico in salsa rossa (vedi Bersani) e del sincretismo politologico (vedi Veltroni). La politica è tornata perché è tornata la realtà in tutta la sua portata, crudamente chiamata per nome, senza infingimenti o edulcorazioni di sorta. Non più un'accozzaglia di reduci delle ideologie tenuti insieme soltanto dal mastice del potere, ma un progetto totus politicus con un solo obiettivo: realizzare insieme al paese il motto elettorale «Rialzati, Italia». Oggi, a tre mesi e mezzo di distanza dal 13 aprile, e con le vacanze alle porte, si inizia a riconoscere quel centro verso cui tendono i tanti raggi rappresentati dai primi provvedimenti del governo: ridare all'Italia uno Stato che funzioni, che garantisca i cittadini e combatta insieme a loro la grande battaglia per uscire dalla crisi e dall'emergenza.
Gianteo Bordero
A volte bisogna fermarsi e guardare indietro. Esercitare la memoria per non perdere, sommersi dalla cronaca, il filo della storia. Anche in politica. E allora voltiamoci indietro, mentre il governo e il parlamento si preparano alle ferie estive, e pensiamo a quante cose sono cambiate, in Italia, da un anno a questa parte. Non è solo una questione di schieramenti politici e di governi. E' una questione di mentalità e, più profondamente, di verità.
Dall'estate 2007 all'estate 2008, il salto di qualità più importante - drammaticamente più importante - che il paese ha compiuto è l'aver preso coscienza della crisi italiana in tutta la sua portata. Una crisi pervicacemente negata o sminuita dallo sciagurato governo Prodi, cieco e sordo di fronte ai primi segnali che annunciavano tempesta, tanto sui mercati internazionali quanto nelle pieghe del sistema nazionale (un governo, quello del Professore, incapace di farci crescere negli anni di vacche grasse e di farci stare a galla in quelli di vacche magre - una pagina tra le meno edificanti della nostra storia repubblicana), ma già avvertita dai cittadini, che quotidianamente, sulla loro pelle, iniziavano a sentire sul collo il fiato pesante della crisi.
Per questo il già poco popolare (in tutti i sensi) esecutivo di centrosinistra continuò a scendere, giorno dopo giorno, nella stima e nel gradimento degli italiani, anche di quelli che pur lo avevano votato nel 2006: perché mentre i poveri cristi dei lavoratori erano costretti a tirare la cinghia, l'unica preoccupazione del presidente del Consiglio, ermeticamente rinchiuso nel Palazzo, era quella di restare saldo in poltrona tenendo a bada una coalizione bizzosa e irrequieta. Per rendersi conto di quanto il capo dell'esecutivo fosse avulso dalla realtà comune dell'italiano medio, basta leggere queste poche righe di una lettera aperta agli elettori di sinistra pubblicata sul suo blog il 2 agosto dello scorso anno: «Questo governo merita fiducia perché in soli 14 mesi ha rimesso a posto il debito, vede ripartire l'economia e tutelare i consumatori grazie alle liberalizzazioni». Sappiamo tutti quanto fosse ingiustificato l'ottimismo di Prodi. Sappiamo tutti qual è stato il destino di tanto trionfalismo.
Ma ciò che conta, oggi, non è infierire sul cadavere politico dell'Unione - «lasciate che i morti seppelliscano i loro morti». L'importante è segnalare la presa di coscienza collettiva riguardo allo stato di difficoltà presente e al contesto in cui il paese è ora costretto a muoversi. Essere consapevoli della realtà è sempre il primo, seppur doloroso, passo per riemergere da un momento «no». Per questo la campagna elettorale che ha permesso a Silvio Berlusconi di fare ritorno a Palazzo Chigi è stata un salutare bagno di realtà dopo due anni di mistificante propaganda. Gli italiani hanno scelto colui che non prometteva mari e monti, ma che garantiva il suo impegno per affrontare l'emergenza. Colui che ha chiamato le cose col loro nome, tanto che si trattasse di economia quanto di rifiuti.
«Diverso» non era e non è Silvio Berlusconi (anche se la ormai quindicennale navigazione politica ha insegnato molto al Cavaliere). «Diversa» era l'Italia e «diverso» era il mondo, come segnalava Giulio Tremonti nel suo La paura e la speranza. Chi per primo ha compreso questa diversità ha vinto la partita della politica, che è carne e sangue e che vola ben più alta del liberismo ideologico in salsa rossa (vedi Bersani) e del sincretismo politologico (vedi Veltroni). La politica è tornata perché è tornata la realtà in tutta la sua portata, crudamente chiamata per nome, senza infingimenti o edulcorazioni di sorta. Non più un'accozzaglia di reduci delle ideologie tenuti insieme soltanto dal mastice del potere, ma un progetto totus politicus con un solo obiettivo: realizzare insieme al paese il motto elettorale «Rialzati, Italia». Oggi, a tre mesi e mezzo di distanza dal 13 aprile, e con le vacanze alle porte, si inizia a riconoscere quel centro verso cui tendono i tanti raggi rappresentati dai primi provvedimenti del governo: ridare all'Italia uno Stato che funzioni, che garantisca i cittadini e combatta insieme a loro la grande battaglia per uscire dalla crisi e dall'emergenza.
Gianteo Bordero
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sabato 3 maggio 2008
IL COLPO DI CODA
da Ragionpolitica.it del 3 maggio 2008
Il governo Prodi si congeda dagli italiani nello stesso modo in cui, due anni fa, si presentò sulla scena: come un governo «etico» incaricato di riportare sulla retta via un paese di elusori ed evasori fiscali. E lo fa con lo stesso nome e lo stesso volto dell'ideatore del Grande Fratello fiscale, il viceministro dell'Economia Vincenzo Visco, che un attimo prima di sgomberare il suo ufficio dà il via libera alla pubblicazione su internet delle dichiarazioni dei redditi di tutti gli italiani, senza alcun preavviso e con buona pace del rispetto della tanto invocata (a parole) privacy. Il furore giacobino di Visco non conosce tregua e non si ferma di fronte a nulla - neppure di fronte al sacrosanto diritto dei cittadini di non vedere messi in piazza all'improvviso e nel modo più «brutale» possibile i dati sui loro guadagni.
La decisione del viceministro uscente (peraltro contestata dal Garante per la privacy, che dopo poche ore ha bloccato l'accesso alle pagine web in questione) è la proverbiale ciliegina sulla torta di una politica che, nonostante si fosse auto-proclamata grande vendicatrice dei contribuenti onesti e paladina dei ceti meno abbienti, ha finito, con le sue scelte, per colpire proprio gli anelli più deboli della catena sociale italiana. Lo ha fatto dapprima, all'inizio del cammino del governo Prodi, instaurando un clima da «terrore» fiscale che ha mortificato gli italiani di ogni genere e grado; lo ha fatto, poi, con la Finanziaria 2006, con una grandinata di tasse, imposte e balzelli che si è abbattuta indistintamente su tutti i cittadini ed ha portato ad un impoverimento generale dei contribuenti «normali»; lo fa, ora, con un provvedimento che rischia di mettere in imbarazzo coloro che, per un motivo o per l'altro, non presentano dichiarazioni dei redditi da capogiro - sono proprio costoro, secondo l'inquietante logica economica di Visco, i potenziali evasori da colpire con la mannaia dello Stato guardone.
Questa assurda politica fiscale è stata senz'altro una delle cause maggiori della sonora sconfitta della sinistra alle elezioni del 13 e 14 aprile: non c'è dubbio sul fatto che gli italiani abbiano voluto, tra le altre cose, dire «basta» al sistema-Visco e a tutte le sue pesanti implicazioni sulla vita quotidiana. Perciò non è da escludere che sia proprio una sorta di sete di vendetta nei confronti degli elettori ad aver mosso, più o meno consapevolmente, il viceministro uscente dell'Economia nella pubblicazione on line delle dichiarazioni dei redditi. Come qualche tempo fa Visco fece pagare un conto salato al generale comandante della Guardia di Finanza Roberto Speciale, che aveva «osato» mettere il naso nella vicenda Unipol-Bnl, rimuovendolo dalla guida delle Fiamme Gialle, così è possibile che oggi egli abbia voluto consumare il suo risentimento nei confronti degli italiani, che hanno fatto tornare al potere Berlusconi, sventolando in piazza i dati dei loro 730.
Per fortuna questi sono gli ultimi colpi di coda di un governo che ha scritto una delle pagine peggiori della nostra storia repubblicana, guidando il paese mosso da un moralismo sfrenato e da un dirigismo etico che hanno sfibrato il tessuto sociale italiano, indebolito le energie di crescita del sistema, mortificato il senso dell'ottimismo necessario per produrre benessere e ricchezza. Significativamente, è proprio Vincenzo Visco, l'icona e la quintessenza delle politiche economiche e fiscali prodiane, a girare l'ultima pagina del libro del governo dell'Unione. Fra pochi giorni, con il varo del Berlusconi IV, gli italiani potranno finalmente tornare a leggere un'altra storia - il cui protagonista, grazie al cielo, non sarà più un vampiro.
Gianteo Bordero
Il governo Prodi si congeda dagli italiani nello stesso modo in cui, due anni fa, si presentò sulla scena: come un governo «etico» incaricato di riportare sulla retta via un paese di elusori ed evasori fiscali. E lo fa con lo stesso nome e lo stesso volto dell'ideatore del Grande Fratello fiscale, il viceministro dell'Economia Vincenzo Visco, che un attimo prima di sgomberare il suo ufficio dà il via libera alla pubblicazione su internet delle dichiarazioni dei redditi di tutti gli italiani, senza alcun preavviso e con buona pace del rispetto della tanto invocata (a parole) privacy. Il furore giacobino di Visco non conosce tregua e non si ferma di fronte a nulla - neppure di fronte al sacrosanto diritto dei cittadini di non vedere messi in piazza all'improvviso e nel modo più «brutale» possibile i dati sui loro guadagni.
La decisione del viceministro uscente (peraltro contestata dal Garante per la privacy, che dopo poche ore ha bloccato l'accesso alle pagine web in questione) è la proverbiale ciliegina sulla torta di una politica che, nonostante si fosse auto-proclamata grande vendicatrice dei contribuenti onesti e paladina dei ceti meno abbienti, ha finito, con le sue scelte, per colpire proprio gli anelli più deboli della catena sociale italiana. Lo ha fatto dapprima, all'inizio del cammino del governo Prodi, instaurando un clima da «terrore» fiscale che ha mortificato gli italiani di ogni genere e grado; lo ha fatto, poi, con la Finanziaria 2006, con una grandinata di tasse, imposte e balzelli che si è abbattuta indistintamente su tutti i cittadini ed ha portato ad un impoverimento generale dei contribuenti «normali»; lo fa, ora, con un provvedimento che rischia di mettere in imbarazzo coloro che, per un motivo o per l'altro, non presentano dichiarazioni dei redditi da capogiro - sono proprio costoro, secondo l'inquietante logica economica di Visco, i potenziali evasori da colpire con la mannaia dello Stato guardone.
Questa assurda politica fiscale è stata senz'altro una delle cause maggiori della sonora sconfitta della sinistra alle elezioni del 13 e 14 aprile: non c'è dubbio sul fatto che gli italiani abbiano voluto, tra le altre cose, dire «basta» al sistema-Visco e a tutte le sue pesanti implicazioni sulla vita quotidiana. Perciò non è da escludere che sia proprio una sorta di sete di vendetta nei confronti degli elettori ad aver mosso, più o meno consapevolmente, il viceministro uscente dell'Economia nella pubblicazione on line delle dichiarazioni dei redditi. Come qualche tempo fa Visco fece pagare un conto salato al generale comandante della Guardia di Finanza Roberto Speciale, che aveva «osato» mettere il naso nella vicenda Unipol-Bnl, rimuovendolo dalla guida delle Fiamme Gialle, così è possibile che oggi egli abbia voluto consumare il suo risentimento nei confronti degli italiani, che hanno fatto tornare al potere Berlusconi, sventolando in piazza i dati dei loro 730.
Per fortuna questi sono gli ultimi colpi di coda di un governo che ha scritto una delle pagine peggiori della nostra storia repubblicana, guidando il paese mosso da un moralismo sfrenato e da un dirigismo etico che hanno sfibrato il tessuto sociale italiano, indebolito le energie di crescita del sistema, mortificato il senso dell'ottimismo necessario per produrre benessere e ricchezza. Significativamente, è proprio Vincenzo Visco, l'icona e la quintessenza delle politiche economiche e fiscali prodiane, a girare l'ultima pagina del libro del governo dell'Unione. Fra pochi giorni, con il varo del Berlusconi IV, gli italiani potranno finalmente tornare a leggere un'altra storia - il cui protagonista, grazie al cielo, non sarà più un vampiro.
Gianteo Bordero
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Visco
sabato 29 dicembre 2007
Che cosa farà Lambertow?
di Gianteo Bordero
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 29 dicembre 2007
Chi l'avrebbe detto, nell'aprile del 2006, che Lamberto Dini sarebbe stato, un anno e sette mesi più tardi, il grande protagonista della scena politica italiana, colui che avrebbe tenuto in mano le sorti del governo Prodi? Il vecchio dirigente della Banca d'Italia, nel marzo del 2002, aveva sciolto il suo partito, Rinnovamento Italiano, e lo aveva fatto confluire nella neonata Margherita. In seguito alla vittoria elettorale...CONTINUA...
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domenica 23 dicembre 2007
L'Italia incatenata
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 22 dicembre 2007
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 22 dicembre 2007
Nel giorno in cui anche il senatore Domenico Fisichella annuncia che dopo il voto di fiducia sulla Finanziaria toglierà il suo sostegno al governo, Romano Prodi, invece che prendere atto della situazione e tirarne le conseguenze, dichiara senza pudore: «Ho la maggioranza politica. Durerò 60 mesi». Mai, nella storia della Repubblica, si è assistito, da parte di un presidente del Consiglio, a una manifestazione così...CONTINUA...
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sabato 8 dicembre 2007
Il «senso dello Stato» che manca a Prodi
di Gianteo Bordero
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" dell'8 dicembre 2007
A Palazzo Madama il governo Prodi ottiene la fiducia numerica sul decreto sicurezza, ma perde di fatto la fiducia politica. L'esecutivo sopravvive soltanto grazie al voto dei senatori a vita, perché dicono «no» da un lato il senatore dell'estrema sinistra Franco Turigliatto, dall'altro la senatrice teodem Paola Binetti - il primo ritiene «razzista» il provvedimento, la seconda rifiuta l'assurda norma sull'omofobia...CONTINUA...
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giovedì 6 dicembre 2007
Un governo da manuale della cattiva politica
di Gianteo Bordero
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 6 dicembre 2007
Non è possibile governare un grande Paese con i piccoli numeri. E non è possibile governare problemi complessi con maggioranze disomogenee. Sono, queste, due regole auree della politica la cui violazione non può che portare alla paralisi del sistema-Paese, sia sul versante istituzionale che su quello economico. Quello guidato da Romano Prodi è, in questo senso, un governo da manuale della cattiva politica...CONTINUA...
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martedì 27 novembre 2007
Prodi, ovvero la crisi della politica
di Gianteo Bordero
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 27 novembre 2007
L'esecutivo di Romano Prodi è debole non perché il presidente del Consiglio deve andare alla ricerca di una mediazione su ciascuno dei provvedimenti da mettere in campo - cosa, questa, che appartiene alla normalità della vita politica e dell'arte di governo - ma perché ad essere perennemente in dubbio è la presenza di una maggioranza disponibile a votare i provvedimenti medesimi. Lo abbiamo visto molte volte nel corso...CONTINUA...
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giovedì 8 novembre 2007
Walter «rifondato»
di Gianteo Bordero
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 8 novembre 2007
Lunedì sera, a Porta a Porta, Piero Fassino si era detto sostanzialmente d'accordo con le tre proposte avanzate dalla Casa delle Libertà (l'accompagnamento coatto, l'espulsione anche per chi non ha un reddito e più risorse per le forze di polizia) per migliorare il decreto sulle espulsioni varato dal governo e giungere così a un voto parlamentare il più ampio possibile. Disponibili a discutere gli emendamenti del centrodestra...CONTINUA...
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domenica 28 ottobre 2007
Giovedì nero a Palazzo Madama
di Gianteo Bordero
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 27 ottobre 2007
Il «dies horribilis» dell'Unione al Senato, conclusosi con un sofferto voto a favore del decreto fiscale dopo che il centrosinistra era andato sotto per ben sette volte nell'arco della giornata, rappresenta una sorta di «summa» delle contraddizioni dell'attuale maggioranza e ne indica in maniera inesorabile il livello di decomposizione. Giovedì, infatti, oltre alle «normali» difficoltà dovute ai numeri risicati di Palazzo Madama...CONTINUA...
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venerdì 26 ottobre 2007
Aria di fine legislatura
di Gianteo Bordero
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 25 ottobre 2007
Ancora una volta i senatori a vita tengono in piedi il governo, dimostrando di fatto che la maggioranza politica a Palazzo Madama non c'è più e che il percorso della Finanziaria alla Camera Alta sarà una vera via crucis per l'esecutivo. Tutto questo mentre in Consiglio dei ministri Romano Prodi, dando un colpo al cerchio e uno alla botte, riesce a rinnovare la sua fiducia a un tempo al Guardasigilli Clemente Mastella...CONTINUA...
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martedì 16 ottobre 2007
Dal 1998 al 2007. La storia si ripete
di Gianteo Bordero
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 16 ottobre 2007
L'altra volta, nel 1998, gli diedero il benservito di schianto, facendogli cadere il governo dopo una drammatica votazione alla Camera e sostituendolo pochi giorni dopo con uno dei loro a Palazzo Chigi. Stavolta hanno deciso di indorare la polpetta avvelenata, di procedere gradualmente senza strappi improvvisi, di ammantare con quanto più velluto possibile la loro strategia. Ma la sostanza, da allora ad oggi, non è cambiata...CONTINUA...
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domenica 14 ottobre 2007
Allo sbando
di Gianteo Bordero
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 13 ottobre 2007
A due giorni dalle primarie del Partito Democratico la situazione all'interno del governo Prodi e dell'Unione si fa sempre più caotica. Come in una maionese impazzita, ognuno va per la sua strada, cercando di tirare l'acqua al proprio mulino e preparando le scorte necessarie per sopravvivere al Professore. Il quale ostenta una sicurezza titanica, incurante delle lacerazioni, delle prese di distanza...CONTINUA...
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venerdì 22 giugno 2007
Il declino del Professore
di Gianteo Bordero
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 21 giugno 2007
Manca solo che Romano Prodi venga fischiato in Consiglio dei Ministri perché il record di manifestazioni di dissenso che il Professore sta raccogliendo da quando è al governo diventi un fatto da guinness dei primati. Che un esecutivo venga sommerso dai fischi dei suoi oppositori è comprensibile, ma che a dare fiato alle trombe della critica rumorosa siano, in maniera continuativa, i suoi stessi sostenitori...CONTINUA...
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giovedì 7 giugno 2007
Se questa è democrazia...
di Gianteo Bordero
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 6 giugno 2007
«Stanno costruendo volutamente un clima di instabilità, ennesimo segno di non consapevolezza di che cos'è la democrazia». Così il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha stigmatizzato l'atteggiamento assunto dal centrodestra riguardo alla vicenda Visco-Speciale, che ha portato al ritiro della delega per la Guardia di Finanza al primo e, cosa ben più grave, alla rimozione del secondo dalla guida...CONTINUA...
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venerdì 1 giugno 2007
Romano verso la pensione
di Gianteo Bordero
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 31 maggio 2007
Come sbarazzarsi di Romano Prodi? Dalla serata di lunedì questa domanda non riguarda più soltanto il centrodestra uscito vittorioso dalla tornata elettorale del 27 e 28 maggio, ma anche i due partiti di centrosinistra maggiormente puniti dal voto popolare: Ds e Dl. Più o meno apertamente, gli esponenti della Quercia e della Margherita mostrano di aver compreso che la causa principale del loro tracollo è proprio lui, il presidente...CONTINUA...
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