mercoledì 12 gennaio 2011
QUELLA "DESTRA CATTOLICA" PIÙ RATZINGERIANA DI RATZINGER
Che delusione l'appello a Benedetto XVI contro lo «spirito di Assisi» firmato da alcuni giornalisti, studiosi e intellettuali cattolici, pubblicato sul Foglio di martedì 11 gennaio! Vogliono insegnare a Ratzinger come si fa il Papa e come si rispetta la Tradizione della Chiesa senza cedere al sincretismo e al relativismo. Vogliono insegnarlo proprio a colui che più di chiunque altro, in questi ultimi anni, ha denunciato con rigore assoluto e altrettanto assoluto vigore la «dittatura del relativismo» come male oscuro della nostra epoca e come sottile ma terribile minaccia alla «fede dei semplici». Vogliono dunque essere - o almeno apparire - più ratzingeriani di Ratzinger, mettendo in guardia nientepopodimeno che l'ex prefetto per la dottrina della fede dalla deriva progressista insita in ogni raduno interreligioso. Vogliono suggerirgli - per usare un eufemismo - di non seguire la strada percorsa dal suo predecessore Giovanni Paolo II, senza peraltro avere il coraggio di indicare esplicitamente il futuro beato (per volontà dello stesso Ratzinger) Karol Wojtyla come fautore del peggior sincretismo.
C'è da capirla, ma non da giustificarla, questa droite caviar cattolica che pretende di giudicare tutto e tutti dall'alto del suo snobismo pre-conciliare, del suo tradizionalismo ideologico che tratta il cristianesimo, anzi il fatto cristiano stesso, come se fosse un elenco di enunciazioni dottrinali astratte, fuori dalla storia, disincarnate, del tutto estrinseche all'esistenza umana con i suoi drammi e le sue domande nel qui ed ora. Credevano, i firmatari dell'appello apparso sul Foglio, che Benedetto XVI sarebbe stato il Papa del riflusso, del ritorno al bel tempo che fu, alla «scomunica» della nuovelle théologie, alla messa all'indice di De Lubac, di Von Balthasar e di Guardini, cioè dei maestri - in particolare gli ultimi due - del teologo Ratzinger. Del Ratzinger orgogliosamente conciliare. Del Ratzinger che sceglie la teologia medievale di san Bonaventura contro il bolso neo-tomismo di fine Ottocento e inizio Novecento. Del Ratzinger che recupera la liturgia tradizionale passando non per lo scismatico Lefebvre, ma per il movimento liturgico tedesco. E' lo stesso Ratzinger, questo, che scrive per Giovanni Paolo II uno dei documenti più duri contro il mito dell'equivalenza veritativa di ogni religione, cioè quella Dominus Jesus che nell'ultimo anno giubilare susciterà tanto scandalo negli ambienti progressisti ed ecclesialmente corretti. E' lo stesso Ratzinger che da Papa liberalizzerà il rito pre-conciliare e cancellerà la scomunica ai vescovi lefebvriani. Ed è, infine, lo stesso Ratzinger che criticherà il raduno interreligioso di Assisi 1986 non in quanto tale, ma per gli equivoci che esso generò nella «opinione pubblica» e soprattutto all'interno del cosiddetto «mondo cattolico».
Ma questo, agli zelanti custodi della vera Tradizione, non basta: il «dialogo» con i rappresentanti delle altre fedi andrebbe tout court archiviato, disprezzato, cancellato. Perché nella loro visione il cristiano, in quanto depositario di una verità sillogistica, deduttiva e - ripetiamolo - estrinseca qual è quella presentata da taluni maitre-a-penser di certa «destra cattolica», non ha bisogno di niente e di nessuno. Non passa per la testa di questi campioni del rigorismo che forse è proprio il mondo, forse sono le altre religioni ad aver bisogno dei cristiani, della loro speranza incarnata, del loro insuperato amore per il prossimo, del loro donarsi ad imitazione di Cristo, per costruire società più umane, più rispettose della dignità e dei diritti della persona, cioè più libere, come ha ricordato pochi giorni fa lo stesso Benedetto XVI nel suo mirabile discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. E ne hanno bisogno tanto più oggi, nel momento in cui il fondamentalismo religioso (islamico e indù in particolare) tenta di trasmettere l'idea - nei modi che tutti abbiamo sotto gli occhi in Egitto, Iraq, Pakistan, Nigeria e molti altri Paesi - secondo cui esiste una legittima violenza anti-umana perpetrata in nome di Dio e l'infedele può essere privato della sua dignità e della sua libertà sotto suggerimento e ordine dell'Altissimo.
Questo è ciò che Ratzinger, da cattolico, combatte da tanti anni. Questo è l'incompreso del discorso di Ratisbona, che non fu, tanto per essere chiari, un manifesto occidentalista, ma una seria proposta di rifondare il «dialogo» religioso sul logos comune a tutti gli uomini. Questo è ciò che non dicono i firmatari di quello che, a ben vedere, non è un «appello», ma una vera e propria «critica» preventiva a Benedetto XVI. Un Papa che nei loro schemi angusti avrebbe dovuto essere l'anti-Assisi, l'anti-Giovanni Paolo II e l'anti-Concilio, e che invece è semplicemente un fedele discepolo di Gesù, che in obbedienza alla Chiesa spende la sua vita per far conoscere Cristo e per corrispondere alla sua chiamata e al suo amore, non alle etichette che di volta in volta gli vengono appiccicate sopra da questa o quella corrente teologica o intellettuale.
Gianteo Bordero
martedì 23 novembre 2010
BENEDETTO XVI, RIFORMATORE INCOMPRESO DALLA CULTURA DOMINANTE
Il clamore mediatico suscitato dalle anticipazioni del libro-intervista di Peter Seewald a Papa Ratzinger porta con sé la traccia, in molti casi, di un'interpretazione errata del pontificato di Benedetto XVI sin dai suoi inizi. Sul Papa è stato cioè applicato un giudizio superficiale e conformistico che ha impedito alla maggior parte dei media di cogliere il tratto distintivo all'un tempo della personalità di Ratzinger e del suo magistero petrino. Il «panzerkardinal», l'arcigno conservatore refrattario ad ogni tipo di confronto con le questioni poste dalla modernità, il nostalgico del passato e delle sue forme, il novello inquisitore, il freddo teologo tutto ripiegato sui suoi studi, il dottrinario indifferente ai problemi concreti dei cristiani in carne ed ossa: questo e molto altro ancora, sulla stessa lunghezza d'onda, è stato detto e scritto sull'attuale pontefice in questi ultimi anni. Ciò faceva comodo, del resto, a coloro che puntavano ad alimentare una vulgata politicamente e finanche ecclesialmente corretta, volta a dimostrare che era in corso il tentativo, ai massimi livelli della gerarchia, di destrutturare, quando non di cancellare tout court, le cosiddette «conquiste» raggiunte grazie al Vaticano II e all'affermazione, in ambito cattolico, di una teologia e di una pastorale finalmente al passo e all'altezza dei tempi moderni.
Chi ha portato avanti questa operazione non ha dunque saputo cogliere il vero Ratzinger, quello reale e storico e non quello banalizzato e caricaturale presentato ad ogni piè sospinto da giornali e tv. Non ha saputo leggere, ascoltare, approfondire le sue parole e i suoi gesti. Non ha voluto afferrare il filo conduttore di tutto il suo pontificato. Che non è la bieca volontà di tornare al bel tempo che fu, di azzerare il Concilio, di mortificare i «progressisti» e via strologando. No, quello di Benedetto XVI è stato sin dal principio, come abbiamo detto più volte, un papato tutto orientato alla riforma spirituale della Chiesa. Una riforma che non è cambiamento in primis di strutture, di burocrazie vaticane, di strategie pastorali, bensì richiamo costante alla conversione, alla vera fede, al nocciolo dell'esperienza cristiana. Una riforma che, come Ratzinger stesso ha ribadito in più di una occasione, si ottiene innanzitutto non per aggiunta di qualche cosa all'immutabile depositum fidei, ma per sottrazione di ciò che, nel corso del tempo, ha in qualche modo appesantito il cammino della Chiesa nella storia.
Ciò che conta prima di tutto, per Benedetto, è cioè la qualità spirituale dei credenti, la riscoperta del cuore della fede cristiana e l'adesione ad esso. In questa prospettiva è la fede che fonda la morale, è il sì dell'uomo a Cristo che fonda un nuovo modo di vivere. Queste cose Ratzinger le diceva già da cardinale, quando ricordava che il cristianesimo non è in primo luogo una «dottrina che si può ripetere in una scuola di religione», un «seguito di leggi morali», un «certo complesso di riti»: «Tutto questo è secondario, viene dopo. Il cristianesimo è un fatto, un avvenimento». E' il mistero del Dio che si fa compagno di strada dell'uomo, carne e sangue, che assume su di sé la condizione umana fino all'estremo limite della morte. Che per amore, sacrificando se stesso, salva le sue creature dal naufragio nel nulla, nella disperazione, nel vuoto di significato. Da qui, e non da altro, parte la riforma.
E allora si comprendono anche alcune delle risposte che il Papa ha dato a Peter Seewald nel libro in uscita quest'oggi e anticipate dalla stampa nei giorni scorsi. Come quella, tanto fraintesa e subito salutata con tripudio dagli stessi che fino a ieri dipingevano Ratzinger come il peggiore dei Papi possibili, sull'uso del preservativo nel caso in cui una prostituta (o «prostituto», secondo l'originale tedesco) rischi di contagiare il cliente col virus Hiv. «Questo - ha detto il pontefice - può essere il primo passo verso una moralizzazione, un primo atto di responsabilità per sviluppare di nuovo la consapevolezza del fatto che non tutto è permesso e che non si può far tutto ciò che si vuole». Tuttavia «questo non è il modo vero e proprio per vincere l'infezione dell'Hiv. È veramente necessaria una umanizzazione della sessualità». Ora, alla luce di quanto detto poc'anzi, è chiaro che il punto centrale dell'affermazione papale non è la questione del condom, peraltro limitata al caso specifico, bensì quella della «umanizzazione della sessualità». La chiave di volta, cioè, è ancora e sempre la sfida dell'«essere nuovo» da cui tutto, anche la morale, discende. Perché è solo l'«essere nuovo» che il cristianesimo ha portato nel mondo a poter rigenerare l'umanità nei suoi costumi e nelle sue pratiche. Non viceversa.
Gianteo Bordero
lunedì 20 settembre 2010
UN PAPA CHE FA LA STORIA. LA VISITA DI BENEDETTO XVI NEL REGNO UNITO
Benedetto XVI è un Papa che fa la storia. Come la fecero i grandi Papi riformatori del Medioevo, che seppero riproporre la freschezza e la novità del fatto cristiano in tempi confusi e difficili. La vera riforma - ha spiegato più volte Ratzinger, già da cardinale - non è infatti un cambiamento di struttura, ma è un'opera di purificazione del cuore e della ragione, di disincrostazione e di rimozione di ciò che non è essenziale alla fede cristiana. Questo è stato evidente anche nel viaggio nel Regno Unito, conclusosi domenica con la cerimonia di beatificazione del cardinale John Henry Newman. Una figura che Benedetto ha indicato come simbolo del dialogo fruttuoso tra fede e ragione, come maestro di vera educazione, e soprattutto come uomo che ha saputo rispondere con coraggio e senza riserve alla vocazione di Dio. Tre temi, questi, che hanno fatto da filo conduttore della visita papale, e che suggeriscono un percorso di rinnovamento spirituale nel quale il Pontefice individua il punto di ripartenza non soltanto per la presenza cristiana nel mondo, ma anche per una convivenza sociale solida e feconda, che sappia davvero mettere al centro la persona umana nella sua integralità.
Fede e ragione. La questione del rapporto tra fede e ragione è stata al centro dell'intervento di Benedetto XVI alla Westminster Hall, di fronte alle autorità civili britanniche. Esistono dei principi morali - ha detto il Papa - che sono accessibili alla ragione umana anche «prescindendo dal contenuto della rivelazione», e che possono fornire il «fondamento etico delle scelte politiche». Questo significa che compito della Chiesa e dei cristiani non è tanto quello di indicare dall'alto alla società norme morali a cui può attingere il lume naturale dell'intelletto di ciascuno, credente o meno che sia, quanto quello di «aiutare nel purificare e gettare luce sull'applicazione della ragione nella scoperta dei principi morali oggettivi». Ciò implica da un lato che alla religione venga riconosciuto quel ruolo pubblico che non di rado oggi le viene negato, nelle società secolarizzate, in nome di una concezione della fede come mero fatto privato; dall'altro lato, occorre che anche la religione riconosca il ruolo purificatore della ragione per non cadere preda del settarismo e del fondamentalismo, «forme distorte di religione» che «possono mostrarsi esse stesse causa di seri problemi sociali». La prospettiva indicata da Papa Ratzinger è ancora una volta quella di una sana laicità, alla quale egli richiama sia i non credenti che i credenti: «Il mondo della ragione ed il mondo della fede - il mondo della secolarità razionale e il mondo del credo religioso - hanno bisogno l'uno dell'altro e non dovrebbero avere timore di entrare in un profondo e continuo dialogo, per il bene della nostra civiltà».
L'educazione. Questo tema è stato affrontato dal Pontefice nell'incontro con i rappresentanti delle scuole cattoliche e poi nell'omelia durante la messa di beatificazione del cardinale Newman. Affinché divenga possibile un fruttuoso dialogo tra fede e ragione, è necessario che alla base vi sia un percorso educativo che valorizzi integralmente la persona umana, preparandola a «vivere la vita in pienezza». E' quello per cui si è speso il beato John Henry Newman: «Fermamente contrario - ha detto il Papa - ad ogni approccio riduttivo o utilitaristico, egli cercò di raggiungere un ambiente educativo nel quale la formazione intellettuale, la disciplina morale e l'impegno religioso procedessero assieme». Si tratta di un'educazione alla sapienza intesa non soltanto come sapere intellettuale, ma come apertura alla realtà nel suo complesso e all'ampiezza delle domande che abitano il cuore di ciascuno. E' la dimensione trascendente dello studio e dell'insegnamento che è stata «chiaramente compresa dai monaci che hanno così tanto contribuito alla evangelizzazione di queste isole»: fu il loro impegno a «gettare le fondamenta della nostra cultura e civiltà occidentali».
La vocazione. Oscurato dai media - che hanno preferito in molti casi porre l'accento esclusivamente sulle dichiarazioni del Papa a proposito dei casi di pedofilia nel clero -, è stato forse questo il punto che più stava a cuore a Benedetto XVI per il suo viaggio nel Regno Unito. Lo si è intuito nella veglia di preghiera ad Hyde Park in preparazione alla cerimonia di beatificazione di Newman, quando di fronte a centomila giovani - un numero superiore alle attese, che ha sconfessato i soliti uccelli del malaugurio che annunciavano giorni cupi per il Pontefice in Gran Bretagna - Ratzinger ha parlato del cammino di conversione del cardinale inglese e ha ricordato una delle sue meditazioni: «Dio mi ha creato per offrire a lui un certo specifico servizio. Mi ha affidato un certo lavoro che non ha affidato ad altri». Così diviene chiaro che il dinamismo della fede cristiana non è destinato a rimanere relegato nella sfera privata: l'adesione personale alla verità rivelata, a Cristo che è «via, verità e vita», è per sua natura risposta pubblica ad un compito specifico a cui si è chiamati. Questo è particolarmente urgente in un tempo nel quale «una profonda crisi di fede è sopraggiunta nella società». Rivolgendosi quindi ai giovani, il Papa li ha invitati «ad operare per la diffusione del Regno impregnando la vita temporale dei valori del Vangelo», non avendo paura della chiamata di Dio, ma essendo aperti «alla Sua voce che risuona nel profondo del cuore». Come il cardinale Newman, la cui nota espressione «Cor ad cor loquitur», scelta come motto del viaggio pontificio, «permette di penetrare nella sua comprensione della vita cristiana come chiamata alla santità, sperimentata come l'intenso desiderio del cuore umano di entrare in intima comunione con il Cuore di Dio». La vocazione universale dei cristiani alla santità passa per il «sì» di ciascuno al compito che Dio gli ha assegnato. Così vive il cristianesimo nella storia, e così lo ha riproposto Benedetto XVI nei suoi intensi quattro giorni nel Regno Unito.
Gianteo Bordero
mercoledì 16 giugno 2010
BENEDETTI SACERDOTI
Venerdì la conclusione dell'anno sacerdotale indetto da Benedetto XVI, lunedì i funerali di monsignor Luigi Padovese, martire della fede nella difficile realtà turca. La figura del prete cattolico ritorna così al centro del dibattito ecclesiale e non solo. Certamente anche a motivo dello scandalo pedofilia che da qualche mese ha investito una parte - ancorché molto ridotta - del clero, e che è stato usato da molti non soltanto per una campagna in grande stile contro la Chiesa, ma anche per tornare a chiedere con insistenza l'abolizione del celibato sacerdotale. Come se questo fosse la causa delle violenze sui minori da parte dei preti.
Sacerdozio e celibato, invece, nella dottrina cattolica, fanno parte di un unico dinamismo di fede: entrambi rappresentano carnalmente quella dimensione dell'offerta totale di sé che caratterizza nel profondo il fatto cristiano. Innanzitutto l'offerta di Cristo, il suo donarsi fino in fondo agli uomini con la sua passione e morte, con il suo sacrificio che si replica misteriosamente ma realmente durante la celebrazione di ogni messa attraverso l'atto di consacrazione del sacerdote: qui, come ha detto il Papa durante la veglia di preghiera dello scorso giovedì in Piazza San Pietro, di fronte a diverse migliaia di preti, «parliamo in persona Christi. Cristo ci permette di usare il suo "io", parliamo nell'"io" di Cristo, Cristo ci "tira in sé" e ci permette di unirci, ci unisce con il suo "io". E così, tramite questa azione, questo fatto che Egli ci "tira" in se stesso, in modo che il nostro "io" diventa unito al suo, realizza la permanenza, l'unicità del suo Sacerdozio; così Lui è realmente sempre l'unico Sacerdote, e tuttavia molto presente nel mondo, perché "tira" noi in se stesso e così rende presente la sua missione sacerdotale». Essere prete, quindi, è innanzitutto una novità ontologica, un avvenimento spirituale che testimonia in massimo grado quell'unione mistica tra l'uomo e Dio che Gesù ha reso possibile. Non è un mestiere, non è una professione, non è semplicemente una funzione ecclesiale: è un essere nuovo, la risposta a una chiamata elettiva di Dio che si realizza nel sacramento dell'Ordine.
E qui, in questa dimensione sacramentale del sacerdozio cattolico, trova il suo fondamento anche la questione del celibato. Perché nella consacrazione dell'eucaristia il prete non soltanto è «tirato dentro» alla passione e alla morte di Cristo, ma è anche «tirato fuori» verso «il mondo della resurrezione», ha detto Benedetto XVI. Dunque, il fatto che egli divenga in qualche modo un tutt'uno con la persona di Gesù e quindi entri in quello spazio di donazione totale al Padre nella stessa forma virginale vissuta dal Nazareno, rende la sua condizione di celibe anche una «anticipazione» della risurrezione. E' la natura profetica del sacerdozio di cui ormai poco si parla, se non in un senso del tutto improprio, cioè quello della «previsione» del futuro in forza di chissà quale capacità nell'arte divinatoria. Invece la questione è, sotto un certo aspetto, più semplice, ma non per questo banale. Non si tratta di una dote che l'uomo si dà da sé, bensì di un'azione della grazia di Dio che, attraverso la chiamata al celibato, rende visibile tra gli uomini un segno che proietta «questo presente verso il vero presente del futuro, che diventa presente oggi». Cioè Dio, futuro verso cui tutto tende, si fa presente agli uomini, spalancando loro proprio le porte del futuro. Della risurrezione.
Questo è il senso, la ragione ultima del celibato. Che oggi va riscoperto, non messo da parte come un residuo del passato della Chiesa insopportabile per l'uomo contemporaneo. Perché - ha spiegato il Papa - «un grande problema della cristianità del mondo di oggi è che non si pensa più al futuro di Dio: sembra sufficiente solo il presente di questo mondo. Vogliamo avere solo questo mondo, vivere solo in questo mondo. Così chiudiamo le porte alla vera grandezza della nostra esistenza. Il senso del celibato come anticipazione del futuro è proprio aprire queste porte, rendere più grande il mondo, mostrare la realtà del futuro che va vissuto da noi già come presente». E' questa dimensione escatologica che fa del celibato un'anticipazione visibile della misteriosa pienezza del rapporto tra l'uomo e Dio che si realizza definitivamente nel Paradiso. Siamo dunque nel campo di quei «novissimi» della tradizione cristiana che oggi possono risultare ostici per chi è abituato a vedere il prete come un «organizzatore pastorale» o un «operatore sociale», seppur sui generis. E forse è proprio il fatto che certe verità non siano state più respirate dal popolo credente, accantonate in nome di una riduzione sociologica del cristianesimo, ad aver così indebolito gli anticorpi di fronte agli assalti - esterni ed interni - contro il celibato.
Per tutti questi motivi Benedetto XVI ha mostrato come sia necessario da un lato recuperare la coscienza della grandezza del sacerdozio cattolico, dall'altro essere consapevoli del fatto che gli attacchi contro di esso - e contro il celibato - sono non di rado attacchi contro la sua stessa natura. Che è quella di rendere presente Dio nel mondo, tra le cose degli uomini: è - ha concluso il Papa - «un "sì" definitivo, è un lasciarsi prendere in mano da Dio, darsi nelle mani del Signore, nel suo "io"» crocifisso, morto e risorto. Questo rende possibile quell'eroismo ordinario, spesso silenzioso e nascosto, del prete. E che diventa straordinario motivo di scandalo per coloro che, come l'assassino di monsignor Padovese, vedono nella testimonianza dei cristiani e dei loro sacerdoti una minaccia disarmata e disarmante ai criteri orizzontali di potere, mondani e religiosi.
Gianteo Bordero
venerdì 21 maggio 2010
PERCHÉ ALLA CHIESA NON SERVE L'«AGENDA PROGRESSISTA»
La prima, drammatica scena del film La passione di Cristo di Mel Gibson mostra Gesù che, nell'orto degli ulivi, «sapendo che era giunta la sua ora», implora dal Padre la forza per accettare ciò che di lì a poco gli sarebbe accaduto: la cattura, il processo, la tortura, la condanna, la crocifissione, infine la morte. Anche qui, come già era avvenuto all'inizio della missione pubblica del Nazareno, nei quaranta giorni di preghiera e digiuno nel deserto, compare il Tentatore, Satana. Il quale si rivolge così al Figlio di Dio: «Credi veramente che un uomo possa portare tutto il peso del peccato?». E ancora: «Nessun uomo può portare questo peso, credimi. Salvare le loro anime è troppo faticoso».
E', questo, lo snodo fondamentale della vicenda di Cristo: Gesù sapeva a che cosa sarebbe andato incontro, sapeva che così avrebbe dovuto compiersi la sua missione tra gli uomini, e se, tra mille tormenti e sofferenze interiori, in un primo momento chiede al Padre: «Se è possibile, allontana da me questo calice», subito dopo dice: «Ma sia fatta la tua volontà». E così il Serpente è schiacciato, se ne va sconfitto per ricomparire poi ai piedi della croce del Nazareno per sottoporgli l'ultima, gigantesca tentazione: scendere da quel legno per salvare se stesso, rinunciando all'opera per cui era stato mandato: redimere col suo sangue l'umanità, prendendo su di sé il carico di tutto il male del mondo. Il «sì» totale di Cristo alla volontà del Padre, la sua passione, la sua morte, la sua discesa agli inferi, la sua resurrezione, sono davvero la vittoria di Dio sul Male, come ricorda la bellissima sequenza che la liturgia cristiana intona nel giorno di Pasqua: «Victimae paschali laudes immolent christiani. Agnus redemit oves: Christus innocens Patri reconciliavit peccatores. Mors et Vita duello conflixere mirando: dux vitae mortuus, regnat vivus».
«Il Signore della vita era morto, ora regna vivo». La missione della Chiesa nella storia è annunciare e testimoniare questo avvenimento, questa possibilità di salvezza, custodendo fedelmente qualcosa che non si è data da sola, ma che ha ricevuto in dono: il Sacramento che Gesù le ha affidato per farsi conoscere e incontrare dagli uomini, la Verità fatta carne, la Presenza reale dell'Eterno nel tempo. La Chiesa, in questo senso, non è «padrona» di ciò che essa propone agli uomini, non ne può disporre a piacimento a seconda delle epoche, delle culture e delle mode, non può annacquare il vino del Vangelo con l'acqua del compromesso con la mentalità dominante nel mondo. Perché, qualora ciò accadesse, semplicemente non proporrebbe più Gesù Cristo, ma una sua teoria su di Lui, una sua dottrina, un suo sistema di leggi morali. Questo aspetto è stato evidente anche nei periodi in cui la Chiesa sembrava più compromessa con il «secolo», ed è documentato dal fatto che anche Papi moralmente corrotti e avidi di potere, come ad esempio quelli del IX secolo, mai hanno messo in discussione il «depositum fidei» consegnatogli da Gesù.
Questo è un passaggio decisivo anche per comprendere perché il ritorno sulla scena del dibattito ecclesiale della cosiddetta «agenda progressista», che nelle ultime settimane ha trovato ampio risalto sul Foglio di Giuliano Ferrara, rischia di distogliere l'attenzione dall'unico, vero tema che in ogni tempo, e soprattutto in quelli difficili come l'attuale, è dirimente per la Chiesa cattolica: il tema della fedeltà a Cristo e al compito che Egli le ha assegnato. Tanto più che l'«agenda progressista» sembra andare nella direzione opposta a quella che la Chiesa ha sempre seguito nei momenti di fatica e di tempesta. Chiedere che la riforma avvenga a livello di strutture, di dottrina morale e di diritto canonico («riforma dell'organizzazione del potere della curia romana in chiave collegiale. Rivedere l'obbligo del celibato per il clero. Più considerazione per le coppie omosessuali stabili. Rivisitare la dottrina sui divorziati risposati», come riassume il vaticanista del Foglio, Paolo Rodari) significa dimenticare che, senza un rinnovamento innanzitutto spirituale, senza una profonda riscoperta interiore delle «cose antiche e sempre nuove» - cioè del cuore della fede e dell'annuncio cristiano - e del fatto che queste sono rivelate da Dio e non escogitate dall'uomo, il rischio è quello di ottenere gli effetti opposti a quelli sperati.
Attualizzato e detto in altri termini: pensando di risolvere la drammatica piaga dei «preti pedofili» abolendo l'obbligo del celibato ecclesiastico; ritenendo di poter avvicinare l'uomo contemporaneo alla Chiesa ammettendo al Sacramento i divorziati risposati; credendo che la «monarchia» papale debba essere superata con una più moderna e democratica «collegialità», i progressisti mostrano di non saper cogliere il nocciolo delle questioni, di non capire che la risposta ai problemi della barca di Pietro non può venire - non è mai venuta - dal cedimento alla mentalità e alle lusinghe del mondo, ma soltanto da un maggiore radicamento in quella Verità di cui la Chiesa è depositaria. Per cui, ad esempio, non sarebbe più utile riscoprire il senso profondo ed evangelico del celibato sacerdotale invece che indebolirlo? Non sarebbe più caritatevole una robusta pastorale pre-matrimoniale che aiutasse ad avere chiaro il valore, la sacralità e il fine delle nozze cristiane, invece che prendere atto ex post che tante unioni erano fragili e inconsistenti fin da principio? Non sarebbe più saggio riconoscere che la «monarchia» papale è ciò che ha mantenuto solido il rapporto tra Chiesa e popolo di Dio, anche negli ultimi quarant'anni, mentre molti episcopati nazionali sembravano intenti a costruirsi ciascuno la propria dottrina e il proprio credo, offuscando così il senso della cattolicità?
Diciamolo chiaro: su questi temi i progressisti piangono sul latte versato. Perché se oggi c'è una crisi dell'essere preti, una debolezza del matrimonio e uno svuotamento di tante chiese, è proprio perché certa teologia postconciliare - la loro - ha fatto credere che scendendo a compromessi col pensiero dominante e con i princìpi della modernità sarebbe nata, per la Chiesa, una giornata di sole. E invece, come ebbe a dire Papa Paolo VI, è «venuta una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza». Perché «da qualche fessura è entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio». E il fumo di Satana è lo stesso dell'orto degli ulivi: è la tentazione di rinunciare alla propria missione perché ritenuta troppo gravosa, scomoda e in contrasto col mondo. «Salvare le loro anime è troppo faticoso». Grazie al cielo un grande Papa come Benedetto XVI non si è tirato indietro di fronte alle prove che attendono la Chiesa e che oggi ne segnano il cammino.
Gianteo Bordero
mercoledì 19 maggio 2010
DI FRONTE ALLA SINDONE
Di fronte alla Sindone. Di fronte a quel telo che racconta la storia di un «uomo dei dolori». Di fronte a quel lenzuolo che, come ha detto Papa Ratzinger, è l'«icona del mistero del Sabato Santo», cioè del mistero del «nascondimento di Dio», che «interpella tutti coloro che si interrogano sulla vita». Nel silenzioso percorso che dai giardini di Palazzo Reale porta fino al Duomo di Torino, ho riletto proprio quelle parole di Benedetto XVI, il testo della meditazione pronunciata dal Pontefice il 2 maggio scorso dinanzi al «sacro lino». Parole che aiutano a comprendere che davvero la Sindone «parla», e che veramente essa ha qualcosa da dire a chi la osserva col cuore carico di domande e di attese. La Sindone parla con le tracce del sangue dell'uomo flagellato, con i segni della corona di spine posta sul suo capo e dei chiodi con i quali egli fu trafitto, con l'impronta della ferita sul costato. Parla di una storia di sofferenza, di un corpo piagato dalle percosse e dalla tortura, di un supplizio tremendo, di un inimmaginabile dolore. Parla di un'umanità sconfitta, di un uomo che muore schiacciato dal peso del male, di un'esistenza distrutta dalla crudeltà.
Per spiegare di che cosa si tratta, Papa Benedetto ha fatto ricorso a un paragone: quello con le tragedie del Novecento, delle due guerre mondiali, dei lager e dei gulag, di Hiroshima e Nagasaki. Ed è arrivato a citare il Nietzsche del «Dio è morto. E noi l'abbiamo ucciso», ricordando che questa celebre espressione «è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana, spesso la ripetiamo nella Via Crucis, forse senza renderci pienamente conto di ciò che diciamo». Sembrerebbe azzardato accostare il Golgota e Auschwitz, eppure davvero essi sono i luoghi in cui raggiunge il suo culmine la domanda delle domande: c'è un senso a tanta sofferenza? Ha un significato un dolore così grande? Esiste una risposta più forte del male? C'è un'ultima parola che vada oltre l'apparentemente invalicabile confine della morte? Dio, se c'è, è veramente provvidente nei confronti dell'uomo?
E' a questo livello profondo e drammatico che si colloca anche la questione della Sindone, non soltanto come reliquia, ma come testimonianza, come «icona». Detto in altri termini: è certamente importante sapere se il «lenzuolo» abbia avvolto realmente l'uomo Gesù di Nazareth (e nessun risultato delle più recenti ricerche scientifiche sembra smentire tale ipotesi), ma ancora più importante è poter aprire la propria vita a ciò che esso rappresenta secondo la tradizione cristiana: un Dio che ha risposto alle domande più incalzanti nel cuore dell'uomo non con una teoria, non con un manuale filosofico, e neppure con una religione, ma offrendo tutto se stesso, condividendo fino in fondo la condizione umana, facendosi uomo, vivendo tra gli uomini, soffrendo, morendo, risorgendo per la loro salvezza. Che è salvezza dalla disperazione, dal nulla che sembra inghiottire tutte le cose, dal male che sembra divorare ogni barlume di felicità.
Se si lasciano scorrere su quei pochi metri di lino le parole e le immagini narrate dai Vangeli, se si scorgono tra gli intrecci del tessuto i momenti del Pretorio, del Calvario e della Croce, la flagellazione, le percosse, gli sputi, la Via Crucis, il grido di Gesù al Padre, la canna con il panno imbevuto d'aceto, gli ultimi istanti della vita del Nazareno, allora «il mistero più oscuro della fede», come ha detto il Papa, può diventare «il segno più luminoso di una speranza che non ha confini», perché nella «terra di nessuno tra la morte e la resurrezione» che è il Sabato Santo è entrato «Uno, l'Unico, che l'ha attraversata con i segni della sua Passione per l'uomo».
Gianteo Bordero
venerdì 14 maggio 2010
BENEDETTO XVI A FATIMA. UN VIAGGIO AL CUORE DELLA FEDE
La «missione profetica» di Fatima non è conclusa. Con queste parole, pronunciate giovedì nel corso della messa celebrata nei luoghi dell'apparizione mariana ai tre pastorelli, Papa Benedetto XVI ha voluto lanciare ai credenti un messaggio chiaro: non è finito il tempo delle sofferenze per la Chiesa; non è finito il tempo della prova e della persecuzione. Una persecuzione che oggi, drammaticamente, «non viene (soltanto) dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa», come lo stesso Pontefice ha affermato martedì durante il viaggio aereo da Roma a Lisbona. Perciò c'è bisogno di purificazione e di preghiera. Perciò è necessario mettersi in ginocchio di fronte a Cristo e alla sua Madre, come i pellegrini che si dirigono verso la basilica di Fatima, per implorare la grazia del perdono, della conversione, del rinnovamento spirituale - fondamento del rinnovamento morale.
Benedetto XVI sta quindi indicando alla Chiesa la strada stretta di cui parlano anche i Vangeli. Al Male non si risponde, non si può rispondere con qualche programma pastorale ben congegnato, con riforme che toccano le strutture ma non incidono sui cuori, con adattamenti più o meno marcati delle norme canoniche alle esigenze dei tempi. L'unica possibilità per un riscatto nasce dall'aprire la propria vita, tutto il proprio essere, al Mistero del Dio cristiano, alla sua onnipotente misericordia, la sola capace di ricostruire ogni giorno un'umanità nuova, di fare quotidianamente del cristiano una nuova creatura: «Io faccio nuove tutte le cose».
Nei discorsi che Papa Ratzinger ha pronunciato in Portogallo è emersa in modo chiaro una invocazione a ritornare ai fondamenti della fede cristiana, partendo proprio dal senso del peccato e dalla realtà della presenza di Satana, troppe volte, negli ultimi decenni, messa tra parentesi come un retaggio del passato da certa teologia e da certa predicazione. Per questo Benedetto XVI, nell'atto di «affidamento e consacrazione dei sacerdoti al cuore immacolato di Maria», ha chiesto alla Madonna l'aiuto per «non venir mai meno alla nostra sublime vocazione, a non cedere ai nostri egoismi, alle lusinghe del mondo ed alle suggestioni del Maligno». E per questo ha indicato ancora una volta ai preti cattolici l'esempio di San Giovanni Maria Vianney, il curato d'Ars che - ha ricordato il Pontefice - «così pregava il buon Dio: "Concedimi la conversione della mia parrocchia, e io accetto di soffrire tutto ciò che Tu vuoi per il resto della vita". E tutto ha fatto per strappare le persone alla propria tiepidezza per ricondurle all'amore».
La Madre di Gesù e il curato d'Ars, dunque. Due modelli che, come del resto i pastorelli di Fatima, rappresentano il contrario di quell'attivismo con cui oggi, all'interno della Chiesa, spesso si pensa di poter esaurire la missione dell'annuncio e della testimonianza. L'evangelizzazione, invece, non può sgorgare se non come gioiosa risposta ad un'iniziativa che non è umana, ma che viene da Dio; non può nascere che dal «sì» alla Sua chiamata, al Suo amore. Perché - ha detto Benedetto XVI mercoledì sera durante la veglia di preghiera a Fatima - «da noi stessi non siamo che un misero roveto, sul quale però è scesa la gloria di Dio». Perciò il primo gesto realmente cristiano è «fissare il nostro sguardo e il nostro cuore in Gesù, come faceva sua Madre, modello insuperabile della contemplazione del Figlio».
E' quello che ha fatto Papa Ratzinger, inginocchiandosi di fronte alla statua della Madonna di Fatima per deporre ai suoi piedi «le preoccupazioni e le attese di questo nostro tempo e le sofferenze dell'umanità ferita, i problemi del mondo». Quanta forza e quanta grandezza in questo prostrarsi del successore di Pietro di fronte alla Madre di Cristo, in questo implorare da lei l'intercessione presso il Figlio! In questo tempo difficile per la Chiesa, poter seguire un Papa così, che chiede innanzitutto per se stesso il dono di «aprirsi sempre di più al mistero della Croce, abbracciandola quale unica speranza e ultima via per guadagnare e radunare nel Crocifisso tutti i suoi fratelli e sorelle in umanità», è davvero una benedizione per tutti i credenti. E' la prova che veramente Dio non lascia mai sola la sua Chiesa e coloro che confidano in Lui.
Gianteo Bordero
mercoledì 12 maggio 2010
È LA SANTITÀ IL VERO RIMEDIO AGLI SCANDALI NELLA CHIESA
Torino e Fatima. La Sindone e i luoghi dell'apparizione mariana. Sono le tappe attraverso cui si snoda il cammino di Benedetto XVI in questo tempo di prova per la Chiesa. Il Pontefice si inginocchia di fronte al telo che è «icona del mistero» della passione di Gesù e poi nel luogo in cui la Madonna si è manifestata a tre pastorelli per comunicare un «messaggio per tutto il mondo», che «tocca la storia proprio nel suo presente e la illumina». Tutto ciò conferma che Papa Ratzinger non ha scelto una via mediana, la strada del compromesso pastorale e diplomatico, per affrontare lo scandalo dei preti che si sono macchiati di violenze sessuali sui più piccoli. Ma è anche la riprova del fatto che egli non ha voluto indossare i panni comodi del «moralizzatore» secondo le limitate ed ipocrite categorie del mondo, bensì ha ricondotto quanto sta accadendo nella Chiesa in una prospettiva di fede, la sola che - come già accaduto tante volte in passato - può consentire alla barca di Pietro di purificarsi e di rinnovare la sua fedeltà a Gesù.
E la prospettiva della fede è quella che Benedetto XVI ha indicato nella sua splendida e coraggiosa lettera del 19 marzo scorso ai cattolici irlandesi, e che ha ribadito martedì con una illuminante risposta ad una domanda postagli durante il viaggio aereo da Roma a Lisbona. E' stato chiesto al Papa se sia possibile inquadrare nella visione della terza parte del segreto di Fatima «le sofferenze della Chiesa di oggi, per i peccati degli abusi sessuali sui minori». Il Pontefice ha risposto affermando che nel segreto «sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano. Perciò è vero che oltre il momento indicato nella visione, si parla, si vede la necessità di una passione della Chiesa». Ed ha aggiunto: «Quanto alle novità che possiamo oggi scoprire in questo messaggio, vi è anche il fatto che non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall'interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa. Anche questo si è sempre saputo, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa e che la Chiesa quindi ha profondo bisogno di ri-imparare la penitenza, di accettare la purificazione, di imparare da una parte il perdono, ma anche la necessità della giustizia. Il perdono non sostituisce la giustizia».
Con queste parole Benedetto XVI ripropone con forza e chiarezza, ed anche con una certa durezza, la sola questione realmente importante, e in fondo decisiva, di fronte al dramma che ha investito la Chiesa in un questo frangente della sua storia: la questione della santità. La santità dei cristiani e, in primo luogo, di coloro che, come scrisse l'allora cardinale Ratzinger nelle meditazioni per la Via Crucis del 2005 - testi che peraltro andrebbero ripresi per meglio comprendere anche le attuali parole del Papa - «nel sacerdozio dovrebbero appartenere completamente a Gesù». Santità che non significa in prima battuta coerenza morale, bensì, in un senso molto più profondo ed esistenzialmente radicale, dono totale della propria vita a Cristo, cioè al Dio-uomo che per primo ha offerto tutto se stesso come vittima sacrificale per la salvezza degli uomini. Come il seme che - per riprendere un'immagine evangelica - non porta frutto se prima non muore, così il cristiano non porta nel mondo la vita del Dio fattosi uomo se prima non muore a se stesso, cioè alla propria superbia, al calcolo cinico di potere, se non rinuncia alla propria misura per far spazio alla misura di Dio, che si chiama carità.
Così, di rimando, diviene chiaro che il peccato non è innanzitutto violazione di una regola, ma è, molto più gravemente, infedeltà alla fedeltà del Dio cristiano. Ancora, citiamo dalla Via Crucis del 2005, nona stazione: «Che cosa può dirci la terza caduta di Gesù sotto il peso della croce? Forse ci fa pensare alla caduta dell'uomo in generale, all'allontanamento di molti da Cristo, alla deriva verso un secolarismo senza Dio. Ma non dobbiamo pensare anche a quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa? Il tradimento dei discepoli... è certamente il più grande dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore. Non ci rimane altro che rivolgergli, dal più profondo dell'animo, il grido: "Kyrie, eleison", "Signore, salvaci"».
Come i grandi Papi dei tempi difficili della Chiesa, Benedetto XVI va dunque al cuore dei problemi, non cerca scappatoie o scorciatoie, e di fronte agli scandali dovuti al peccato dei membri del clero propone l'unico vero rimedio efficace: la penitenza, la purificazione, il perdono e la giustizia. Questa è la vera riforma, che viene prima di ogni altra: è il richiamo al cammino della santità, lo stesso con cui la Chiesa, nella storia, ha risposto agli attacchi e alle persecuzioni che venivano dall'esterno e, come ci ricorda oggi Benedetto, anche dall'interno.
Gianteo Bordero
lunedì 19 aprile 2010
I PRIMI CINQUE ANNI DI UN PONTIFICATO BENEDETTO
Nomen omen. Oggi, a cinque anni di distanza dall'inizio del pontificato di Papa Ratzinger, possiamo affermare con certezza che l'elezione al soglio di Pietro dell'ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ha rappresentato, per la Chiesa, per i cattolici e per coloro che guardano al cristianesimo senza pregiudizi di sorta, un'autentica benedizione. Non soltanto a motivo dei gesti compiuti, delle parole pronunciate, delle importanti decisioni assunte in questo lustro, ma anche e soprattutto perché Benedetto XVI ha saputo - e sa - guidare con sapienza, fermezza ed umiltà la barca di Pietro in anni burrascosi, in un tempo difficile per la Chiesa, per la fede e per il mondo: come ha osservato Gian Guido Vecchi in un bell'articolo apparso domenica sul Corriere della Sera, Ratzinger è stato «come il kybernetes di Aristotele, il timoniere che governa la nave e sa mantenere il "giusto mezzo". Che non è una mediocre e facile equidistanza, ma all'opposto la cosa più difficile: seguire la rotta mentre la barca è sballottata dalla tempesta».
Tutto ciò è stato evidente sin dagli albori dell'attuale pontificato: mentre un certo trionfalismo venato di sentimentalismo accompagnava la fine del lungo regno di Giovanni Paolo II, e mentre molte analisi parziali e superficiali, nei giorni della sede vacante e del pre-conclave, terminavano con l'auspicio di una replica pedissequa del papato wojtyliano, Ratzinger fu l'unico che seppe rompere questo clima di ingenuo ottimismo, ricordando a tutti, con la sua omelia durante la messa pro eligendo pontifice, che quello che stavano attraversando la Chiesa e i credenti era un tempo confuso e tormentato: il futuro Papa affermò infatti che negli ultimi decenni «la piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata» e «gettata da un estremo all'altro dalle correnti ideologiche, dalle mode del pensiero». E aggiunse: «Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare "qua e là da qualsiasi vento di dottrina", appare come l'unico atteggiamento all'altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie». Un monito duro, che faceva il paio, per quanto riguarda l'aspetto interno alla Chiesa, con le clamorose espressioni contenute nelle meditazioni per la Via Crucis del 2005: «Quanta sporcizia c'è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! Quanto poco rispettiamo il sacramento della riconciliazione, nel quale egli ci aspetta, per rialzarci dalle nostre cadute!».
Se i media, una certa opinione pubblica e alcuni settori del cosiddetto «mondo cattolico» avessero preso sul serio da sùbito queste parole di Ratzinger, avrebbero evitato, nel corso degli ultimi cinque anni, di trasmettere un'immagine falsata del suo pontificato: l'immagine cioè di Benedetto XVI rigido conservatore, uomo del passato, nostalgico del bel tempo che fu, intento solamente a riportare indietro di quarant'anni, se non di secoli, le lancette della storia della Chiesa. Avrebbero compreso che quello del teologo tedesco è un papato che si muove sostanzialmente lungo le coordinate della riforma, ossia della sempre urgente presa di coscienza del fatto che la fede cristiana, fondata sull'incarnazione, passione, morte e risurrezione del Dio fattosi uomo in Gesù di Nazareth, richiede, in ogni tempo e in ogni luogo, la conversione del cuore della persona in carne ed ossa, quindi dentro le circostanze storiche che essa si trova a vivere. Come già Joseph Ratzinger scriveva nelle sue opere giovanili, la rivelazione della verità eterna implica sempre un soggetto a cui essa è rivolta: e questo soggetto, l'uomo, non vive al di fuori del tempo e dello spazio, ma si colloca all'interno di una storia, dentro la quale egli è chiamato a testimoniare la novità e la sempiterna freschezza dell'avvenimento cristiano, a diventare «creatura nuova», ad essere infine «segno di contraddizione». In questo senso vale la tradizionale espressione latina secondo cui «Ecclesia semper reformanda»: la Chiesa - come il cristiano - ha bisogno ogni giorno di dire il suo «sì» alla chiamata di Dio, di rinnovare la sua fedeltà e la sua gratitudine al suo Fondatore, di affidare a Lui le fatiche, le angosce e le difficoltà del cammino, di chiedere perdono per i peccati commessi, di essere purificata grazie alla potenza redentrice del Padre.
Tutto il pontificato di Benedetto XVI si è mosso e si muove lungo questa direttrice. E ciò è ancor più evidente oggi, nella risposta che il Papa ha saputo fornire di fronte allo scandalo dei preti coinvolti in casi di pedofilia, da ultimo con la decisione di incontrare, durante il suo viaggio apostolico a Malta, alcune vittime di abusi. La scelta della cosiddetta «linea dura» e della trasparenza, lungi dal rappresentare un cedimento o una tacita resa di fronte alla deformante campagna d'odio che punta a delegittimare la Chiesa intera raffigurandola come una congrega di pedofili, nasce dalla profonda consapevolezza che «la penitenza è grazia; è una grazia che noi riconosciamo il nostro peccato, è una grazia che conosciamo di aver bisogno di rinnovamento, di cambiamento, di una trasformazione del nostro essere... Noi cristiani, anche negli ultimi tempi, abbiamo spesso evitato la parola penitenza, ci appariva troppo dura. Adesso, sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter fare penitenza è grazia. E vediamo che è necessario far penitenza, cioè riconoscere quanto è sbagliato nella nostra vita, aprirsi al perdono, prepararsi al perdono, lasciarsi trasformare» (Omelia tenuta da Benedetto XVI il 15 aprile 2010 di fronte ai membri della Pontificia Commissione Biblica).
La vera riforma, dunque, è proprio questa: è Dio che ri-forma ogni giorno, con la Sua grazia, la Chiesa e il cuore dei fedeli; ed è la disponibilità della Chiesa e dei fedeli a riconoscere il proprio peccato e a lasciarsi abbracciare dalla misericordia divina, che «fa nuove tutte le cose». Prima ancora che aggiornamento delle istituzioni e delle strutture ecclesiastiche, insomma, l'autentica riforma è la capacità di inginocchiarsi di fronte all'Onnipotente chiedendo a Lui il miracolo del cambiamento e la forza per una testimonianza coraggiosa in mezzo ai marosi della storia. Non a caso, durante la messa domenicale celebrata a Malta, Benedetto XVI ha rievocato la figura di San Pietro, che «durante la passione del Signore, lo ha rinnegato tre volte. Ora, dopo la resurrezione, Gesù lo invita tre volte a dichiarare il suo amore, offrendo in tal modo salvezza e perdono, e allo stesso tempo affidandogli la sua missione». Tutti i primi cinque anni di pontificato di Papa Ratzinger sono stati - e sono - un incessante richiamo a questa verità della fede, a questa quotidiana possibilità di salvezza per ogni uomo. Se la Chiesa seguirà il vicario di Cristo nella strada che egli sta coraggiosamente percorrendo, uscirà dalla tempesta di questi tempi ancora più forte e con una coscienza ancora più chiara della sua vocazione e della sua missione nella storia.
Gianteo Bordero
domenica 5 luglio 2009
BENEDETTO XVI E LA VERA MISSIONE DEL PRETE
Benedetto XVI sta combattendo una battaglia campale per contrastare l'idea secondo la quale i problemi che la Chiesa deve affrontare in questo frangente storico possano essere risolti con un surplus di organizzazione o, peggio, con concessioni alla mentalità del secolo. Uno di questi problemi è senza dubbio quello delle vocazioni e della cosiddetta «carenza» di sacerdoti. Molti, nella Chiesa, ritengono che le cose non siano destinate a migliorare col passare del tempo e, per questo, pensano che la migliore risposta da dare sia quella di aprire ai «laici» l'accesso a determinate funzioni fino ad ora riservate ai presbiteri. Altri addirittura propongono di abolire il celibato ecclesiastico e di concedere ai preti, come accade in altre confessioni cristiane, la possibilità di essere anche mariti e padri di famiglia. Ma queste, a ben guardare, non sono vere risposte alla questione: sono semplicemente due modi per eluderla, per non prendere sul serio le sue cause ultime.
Benedetto XVI lo sa, e per questo ha deciso di afferrare il toro per le corna, di andare alla radice del problema. E lo ha fatto, ancora una volta, a modo suo, con l'indizione di uno speciale anno sacerdotale in occasione del 150° anniversario della morte del santo Curato d'Ars, per rilanciare in grande stile il significato più profondo della missione sacerdotale. Che non è, come il Papa ha ben spiegato nel corso dell'udienza generale dello scorso mercoledì, una missione innanzitutto sociale, ma spirituale. Il prete, cioè, è chiamato innanzitutto ad una immedesimazione totale col Cristo che lo ha scelto per esercitare nella Chiesa lo speciale «ministero dell'altare». Mercoledì Benedetto XVI, per meglio descrivere tutto ciò, si è servito di una frase dello stesso Curato d'Ars: «Oh, come il prete è grande!... Se egli si comprendesse, morirebbe... Dio gli obbedisce: egli pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia». Per questo l'accento deve essere posto in primis sull'iniziativa di Dio nei confronti del sacerdote, sulla predilezione divina per coloro che sono scelti per rinnovare nella celebrazione del sacramento il sacrificio stesso di Cristo, il suo offrire se stesso per la redenzione dell'uomo. «Il dono della grazia divina - ha quindi affermato il Papa - precede ogni possibile umana risposta e realizzazione pastorale».
Negli ultimi decenni questa prospettiva indicata da Benedetto XVI è stata spesso trascurata, e la conseguenza di ciò è stata una esiziale separazione tra la missione spirituale del sacerdote e la sua missione pastorale. Dimenticata di fatto la prima, soltanto la seconda è stata ritenuta degna di attenzione e di considerazione, come se ad essa potesse ridursi tutta la ricchezza della vocazione presbiterale e la sua importanza per la vita della Chiesa e del mondo. In anni nei quali la cultura dominante poneva l'accento solo sul «sociale» e sulla «comunità», è sembrata non immediatamente «utile» una figura che si «limitava» a celebrare la Messa e a chiudersi nella penombra del confessionale. Il Papa, lo scorso mercoledì, lo ha detto chiaramente: «Dopo il Concilio Vaticano II, si è prodotta qua e là l'impressione che nella missione dei sacerdoti in questo nostro tempo ci fosse qualcosa di più urgente; alcuni pensavano che si dovesse in primo luogo costruire una diversa società».
Per questo Benedetto XVI ha ritenuto necessaria l'indizione dell'Anno Sacerdotale: per restituire alla figura del prete la grandezza che le spetta; per affrontare il problema delle vocazioni non attraverso qualche sofisticata «strategia pastorale» o qualche cedimento alle richieste dei «modernizzatori», ma con la riproposizione della solida dottrina tradizionale sul sacerdozio e con l'indicazione di Giovanni Maria Vianney, il Curato d'Ars, il santo dell'adorazione e della confessione, quale modello di vita presbiterale. Non più l'efficienza al primo posto, dunque, ma la cura della vita spirituale, il sacramento, la preghiera, il dialogo incessante con Dio. E' da qui che discende tutto il resto. Senza questo, l'unica conseguenza possibile è un'aridità che non può non avere pesanti ripercussioni anche sulla vita della Chiesa.
Gianteo Bordero
sabato 21 marzo 2009
GUERRA AL PAPA IN NOME DEL PRESERVATIVO
Ormai è chiaro che quello di Benedetto XVI sarà tramandato ai posteri come un pontificato contestato. Tanto intra ecclesiam quanto extra ecclesiam. Sia dentro la Chiesa che al di fuori di essa. Dopo le polemiche nate in seguito alla remissione della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani, che si sono intrecciate con lo scalpore destato dalle posizioni negazioniste di monsignor Williamson, a far scoccare la scintilla per una nuova vampata di critiche a Papa Ratzinger sono state in questi giorni le dichiarazioni rilasciate dal pontefice in un colloquio con i giornalisti durante il volo che ha lo portato in Africa per la sua visita apostolica in Camerun e Angola che si protrarrà fino al prossimo lunedì.
Interrogato da un giornalista di France 2 in merito alla questione della diffusione dell'Aids nel continente africano e ai metodi per arginarla, Benedetto ha risposto, senza giri di parole, affermando che: «Non si può risolvere il flagello con la distribuzione di preservativi: al contrario, il rischio è di aumentare il problema». Apriti cielo! Nel giro di poche ore le dichiarazioni del Papa sono state prese di mira dalla grande stampa internazionale e dalle cancellerie di mezza Europa, dalla Francia alla Germania, dall'Olanda e dal Belgio alla Spagna (il governo Zapatero ha subito annunciato l'invio in Africa di un milione di profilattici da distribuire alla popolazione), fino ad arrivare alla stessa Unione Europea. Ministri degli Esteri o della Sanità del Vecchio Continente hanno usato toni forti contro Ratzinger, accusato, a seconda dei casi, di «irresponsabilità», di recare «minacce alla salute pubblica», di «scarsa attenzione ai poveri», di non comprendere «la reale situazione dell'Africa». Anche le Nazioni Unite, solitamente silenti di fronte alle vere minacce alla dignità e ai diritti dell'uomo, stavolta non hanno fatto mancare la loro voce: l'Agenzia Onu per la lotta all'Aids ha precisato che l'uso del condom è una risposta importante nella strategia di prevenzione.
In Italia non poteva mancare, tra le altre, la reazione critica del «cattolico adulto» Dario Franceschini, sempre pronto a prendere le distanze dalle posizioni ufficiali espresse dal Papa e dalla gerarchia e a sposare le cause del laicismo ideologico (come dimenticare, ai tempi del governo Prodi, la sua crociata contro i vescovi all'indomani del documento della Cei contro i Dico?). Il segretario del Partito Democratico, riecheggiando in ciò il suo predecessore Walter Veltroni - autore di un (in)dimenticato libro sull'Africa dall'inquietante titolo Forse Dio è malato, nel quale sollecitava la distribuzione di profilattici come rimedio all'Aids - ha dichiarato che l'uso del preservativo è «indispensabile e da diffondere per combattere l'Aids, la disperazione e la morte in Africa e nei paesi più poveri del mondo».
Tutti contro il Papa, dunque, salvo alcune eccezioni, come quella rappresentata dal presidente del Consiglio italiano, che ha riconosciuto a Benedetto XVI la «coerenza con il suo ruolo» e la fedeltà «alla sua missione». E ha aggiunto: «Rispettiamo la Chiesa e ne difendiamo la libertà anche quando si trova a proclamare principi e concetti difficili e impopolari». Resta da chiedersi il perché di tanto astio nei confronti del pontefice. Certamente egli, con le sue parole, è andato ancora una volta controcorrente rispetto ad uno dei punti fermi della mentalità politicamente corretta, un punto accettato come dogma dalla stragrande maggioranza dell'opinione pubblica mondiale: più condom uguale meno Aids. Da questo punto di vista, la posizione ratzingeriana (che peraltro ribadisce quanto già detto e ridetto da Giovanni Paolo II), per quanto minoritaria, sembra però corroborata dai dati forniti dalle istituzioni internazionali, prima fra tutte la stessa Agenzia dell'Onu per la lotta all'Aids, che ha ammesso di recente l'alta percentuale di «fallibilità» del preservativo. Inoltre, quello che emerge da diversi studi è che, da quando in Africa si sono intensificate le campagne per la diffusione, la distribuzione e l'uso del profilattico, i numeri dei contagi non hanno registrato cali significativi (si veda, ad esempio, il caso del Sud Africa). Di contro, in quei paesi (come l'Uganda) dove maggiore è stato l'impulso dato all'educazione alla fedeltà, all'astinenza e alla responsabilità coniugale, si è assistito ad una diminuzione delle infezioni. Perciò ne ha ben donde il Papa ad affermare, come ha fatto nel suo colloquio con i giornalisti, che «la soluzione può trovarsi solo in un duplice impegno: il primo, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l'uno con l'altro, e secondo, una vera amicizia anche e soprattutto per le persone sofferenti, la disponibilità, anche con sacrifici, con rinunce personali, ad essere con i sofferenti. E questi sono i fattori che aiutano e che portano visibili progressi».
Non si tratta dunque di negare il flagello rappresentato dall'Aids, né di nascondere sotto il tappeto il dramma vissuto da intere popolazioni - spesso nel silenzio e nell'indifferenza globale - ma di andare alla radice del problema senza pregiudizi e senza ipocrisie. Ed è qui che si innesta il secondo motivo, dopo quello più marcatamente statistico e scientifico, alla base delle contestazioni internazionali contro Benedetto XVI. Egli, rispondendo all'inviato di France 2, ha detto che prima di tutto, per affrontare a testa alta la questione dell'Aids, occorre «l'anima». E' proprio questo richiamo alla dimensione spirituale ad infastidire la buona coscienza della mentalità dominante (anche in Europa), secondo la quale, una volta inviati in Africa qualche cargo di preservativi e una buona dose di aiuti in denaro, si può tranquillamente ritenere di aver contribuito a debellare la terribile malattia. Invece Papa Ratzinger richiama a un di più che non tocca i tesori statali, ma che inerisce al patrimonio spirituale e morale che il cristianesimo ha creato ovunque esso si è impiantato: l'educazione al vero e al bene, che sola può incidere in profondità nei costumi di un popolo, sino al punto di indirizzarli in una direzione radicalmente diversa. Non si tratta di una propaganda unilaterale, ma di uno sforzo che coinvolge a un tempo chi educa e chi è educato, che richiede l'amorevole dedizione del primo e la leale disponibilità del secondo. Un'educazione che parte da un atto di fiducia in chi si ha di fronte, che non guarda all'altro dall'alto in basso ma si fa compagna di strada.
E' questo ciò che Benedetto intende quando parla dell'impegno della Chiesa cattolica sul fronte della lotta all'Aids, quando elogia i movimenti e le associazioni presenti in Africa, anche se certamente egli è cosciente delle criticità e delle differenti posizioni che esistono all'interno stesso della Chiesa in merito alla questione dell'utilizzo del condom. Ma il Papa non abbassa di un millimetro l'asticella dei termini del problema, che rimane, in ultima analisi, un fatto - come dice lui - di «umanizzazione», di «rinnovamento dell'uomo interiore» che porta con sé anche un modo diverso di vivere la sessualità, una rivoluzione del normale modo di intendere i rapporti che solo può vivificare e riedificare dall'interno una civiltà ferita e martoriata.
Gianteo Bordero
martedì 17 marzo 2009
BENEDETTO XVI INDICE L'ANNO SACERDOTALE
da Ragionpolitica.it del 17 marzo 2009
Alla vigilia della sua partenza per l'Africa, dove sarà in visita apostolica fino al prossimo 23 marzo, Benedetto XVI ha incontrato lunedì mattina in Vaticano i partecipanti alla riunione plenaria della Congregazione per il Clero. Ad essi il Papa ha annunciato l'indizione di uno speciale «Anno sacerdotale», che inizierà il 19 giugno prossimo e si protrarrà fino al 19 giugno del 2010. Corre infatti il 150° anniversario della morte del Santo Curato d'Ars, definito dal pontefice come «vero esempio di Pastore a servizio del gregge di Cristo» (Benedetto lo proclamerà patrono di tutti i sacerdoti del mondo). E', questa, una decisione non casuale: Papa Ratzinger intende porre l'accento sulla vera dimensione del sacerdozio ministeriale cattolico, il quale si distingue «ontologicamente» - ha tenuto a precisare Benedetto XVI nel suo discorso - dal sacerdozio battesimale, «detto anche sacerdozio comune». Lo scopo del pontefice è chiaro: far riscoprire la specificità del prete a fronte di una tendenza, assai diffusa nella Chiesa in questi ultimi anni, secondo cui il presbitero si distingue dal semplice fedele solamente per il compito svolto nella comunità (amministrazione dei sacramenti, celebrazione della Messa, ecc...) e non per la sua speciale vocazione spirituale ed ecclesiale.
Il Papa ha molto insistito su questo punto e ha spiegato che, «con l'imposizione delle mani del vescovo e la preghiera consacratoria della Chiesa», cioè attraverso il sacramento dell'Ordine, il candidato al sacerdozio entra in una nuova dimensione ontologica, partecipa «ad una "vita nuova" spiritualmente intesa, a quel "nuovo stile di vita" che è stato inaugurato dal Signore Gesù ed è stato fatto proprio dagli Apostoli». Non si tratta, dunque, semplicemente di un «fare» specifico di cui il prete è responsabile nei confronti degli altri credenti, ma, ben più profondamente, di un «essere» nuovo di colui che è chiamato a seguire Cristo nella forma vocazionale del sacerdozio. Se si vuole, Benedetto XVI ha nuovamente messo in primo piano la dimensione mistica della figura del sacerdote, quella per la quale egli, nella celebrazione dei sacri riti, e specialmente in quelli eucaristici, diviene partecipe - rendendolo attuale in ogni Messa - del sacrificio redentivo di Gesù.
Ratzinger ha poi sottolineato i quattro aspetti essenziali della missione del presbitero: ecclesiale, comunionale, gerarchico e dottrinale, che devono essere «sempre riconosciuti come intimamente correlati». Ha inoltre sollecitato, come già fatto in passato, a porre particolare attenzione alla formazione dei seminaristi: i loro superiori sono chiamati a coltivare «relazioni umane veramente paterne», avendo a cuore la «formazione permanente, soprattutto sotto il profilo dottrinale e spirituale». A tal proposito, Benedetto XVI ha tenuto ancora una volta - ritornando su un punto toccato anche nella recente lettera agli episcopati per spiegare i motivi della remissione della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani - a precisare che tale formazione deve essere innanzitutto pensata e realizzata «in comunione con l'ininterrotta Tradizione ecclesiale, senza cesure né tentazioni di discontinuità». Da questo punto di vista, è ormai chiaro che la questione della corretta interpretazione del Concilio Vaticano II e della sua continuità con l'intera storia della Chiesa è in cima alle preoccupazioni dell'attuale pontefice, che non perde occasione per trattare questo tema e declinarlo a seconda dell'interlocutore che si trova di fronte. Così ieri ha ribadito che è importante «favorire nei sacerdoti, soprattutto nelle giovani generazioni, una corretta ricezione dei testi del Concilio, interpretati alla luce di tutto il bagaglio dottrinale della Chiesa».
Il prete di cui ha parlato Benedetto, dunque, deve essere consapevole fino in fondo del propriumdella sua vocazione, e deve perciò essere una figura riconoscibile tanto nella Chiesa quanto al di fuori di essa, manifestando sia interiormente che esteriormente la sua «differenza»: deve cioè essere identificabile «sia per il suo giudizio di fede, sia per le virtù personali sia anche per l'abito, negli ambiti della cultura e della carità, da sempre al cuore della missione della Chiesa». Insomma, una figura di sacerdote a tutto tondo quella disegnata dal Papa; una figura che deve assumere nuovamente, all'interno della Chiesa, il posto che le spetta. Soprattutto in un momento come quello attuale, che risente ancora dell'influsso di molte proposte teologiche sviluppatesi all'indomani del Vaticano II, le quali, «partendo da un'erronea interpretazione della giusta promozione dei laici», rischiano di far dimenticare la ricchezza, la benedizione, il dono che per la Chiesa sono le vocazioni sacerdotali.
Gianteo Bordero
martedì 10 marzo 2009
MANCUSO FA A PEZZI LA RAGIONE... E LA FEDE
Il teologo Vito Mancuso, oggi firma de La Repubblica dopo esser transitato dal Foglio di Giuliano Ferrara, scrive un articolo su Chiesa e bioetica che fa letteralmente a pezzi duemila anni di tradizione non soltanto magisteriale, ma sic et simpliciter filosofica per quanto attiene ai rapporti tra fede e ragione. A Mancuso non va giù il fatto che, nei tempi attuali, la Chiesa prenda posizione sulle materie riguardanti la vita e la morte partendo proprio dal dato della ragione, quindi in maniera laica, aperta perciò all'ascolto della realtà in tutti i suoi aspetti, anche quelli rilevati dalla scienza e dalle nuove tecnologie, senza per questo rinunciare a interpretare il tutto alla luce dei fondamenti della fede. Mancuso lascia intendere che questo modo di procedere, velato dal richiamo alla razionalità comune a tutti gli uomini, sia in realtà un'astuta forma di dogmatismo rigido e inflessibile, al quale il credente nulla può opporre se non la sua personale dissidenza nei confronti delle gerarchie. Che la ragione possa giungere (faticosamente e a tentoni, com'è nella sua stessa natura) ad afferrare delle evidenze e delle certezze anche in campo bioetico, a Mancuso sembra una presunzione di assolutezza che contrasta con l'autentica libertà.
Scrive il teologo: «Il richiamo alla ragione da parte delle gerarchie cattoliche dovrebbe indurre a una maggiore relatività del proprio punto di vista di fronte alla complessità dell'inizio e della fine della vita alle prese con le possibilità aperte dal progresso scientifico». Come dire: se proprio la Chiesa vuole occuparsi delle materie bioetiche facendo appello alla razionalità, allora riconosca apertis verbis che la sua è una posizione «relativa», che non ha pretese né di verità né di certezza. Perché - prosegue il ragionamento di Mancuso - potrebbe accadere che fra cento anni le scoperte della scienza facciano apparire le posizioni attuali del magistero come pezzi d'antiquariato, come segno di un'incapacità a leggere i mutamenti dei tempi e le acquisizioni delle tecniche. In sostanza: potrebbe essere lo stesso progresso a dimostrare senza possibilità di smentita la relatività (e quindi la parzialità) delle odierne convinzioni della Chiesa sulla vita e sulla morte.
Da quanto afferma Mancuso emerge una disarmante riduzione del concetto stesso di ragione, che, da lume naturale con il quale incamminarsi nella grande avventura della scoperta della verità e del significato del reale, diviene, molto più limitatamente, un semplice strumento per «esercitare il dubbio». Come se ciò fosse maggiormente corrispondente a tutto il carico di attese, domande, desideri che l'uomo porta con sé. Come se il viaggio del singolo nel mare del tempo e dello spazio non avesse approdo, ma fosse destinato a vorticare su se stesso a causa dell'incerto vento del dubbio. Si badi bene: qui non si tratta di negare il dubbio come possibilità della ragione, ma di rivendicare ad essa, come prima istanza, la capacità di attingere al vero, di giungere ad un assoluto attraverso i mille e poi mille relativi incontrati nel cammino di ricerca. Altrimenti, la ricerca si avvita su se stessa, in un circolo senza fine e senza meta.
Ridotta la ragione, il discorso di Mancuso non può non ridurre anche la fede. Il genuino pensiero cristiano si è sempre mosso nel solco dell'et-et nell'affrontare il rapporto tra fede e ragione, delimitandone i campi d'azione e le dinamiche senza per questo porle in contrapposizione e in alternativa (si veda, a tal proposito, la seconda parte della lectio magistralis di Benedetto XVI a Ratisbona), ma valorizzandone i reciproci contributi e le reciproche interazioni. E' chiaro che un depotenziamento della ragione come capacità di verità e di certezza non può non portare con sé anche un impoverimento della concezione della fede e dei suoi fondamenti. Così Mancuso, dopo aver evocato e invocato il dubbio e la relatività delle argomentazioni di ragione in materia di vita e di morte ed esser giunto alla conclusione che «fra cento anni i principi bioetici affermati oggi con granitica sicurezza dalla Chiesa... finiranno per essere rivisti come lo sono stati i principi della morale sociale», quando passa a parlare di fede dimentica una delle verità basilari del Credo cattolico recitato ogni domenica in tutte le chiese del mondo. Il teologo esalta la libertà nella fede e della fede e da ciò fa discendere un'assoluta libertà di autodeterminazione del singolo anche nel campo della bioetica. Come se Dio non ci fosse. Come se non fosse il creatore «del cielo e della terra» e quindi anche dell'uomo. E come se l'uomo da Dio non dipendesse.
Il risultato è che, nella lettura di Mancuso, le verità della fede finiscono per cozzare con la libertà dell'uomo di autodeterminarsi. Venendo a mancare il termine medio (cioè la ragione umana capace del vero), fede e libertà vanno ognuna per la propria strada, come due rette parallele destinate a non incontrarsi mai, se non in un occasionale sentimentalismo volontaristico esposto a tutti i venti del tempo e delle mode come «povera foglia frale».
Gianteo Bordero
giovedì 29 gennaio 2009
LE SFIDE (INCOMPRESE) DI BENEDETTO XVI
A sentire i suoi detrattori, revocando la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani Benedetto XVI avrebbe commesso due errori capitali: avrebbe, da un lato, infangato il giorno della memoria della Shoah riammettendo nella Chiesa un negazionista dell'Olocausto come monsignor Williamson e, dall'altro lato, avrebbe calpestato la ricorrenza dei cinquant'anni dell'indizione del Vaticano II da parte di Giovanni XXIII accogliendo nella comunione ecclesiale coloro che furono i contestatori più radicali del Concilio. Come si vede, si tratta di due temi altamente «infiammabili», il primo per la sua valenza storica e simbolica, il secondo per quella ecclesiale. Nell'un caso e nell'altro, però, l'accusa rivolta a Papa Ratzinger è sempre la stessa: riportare la Chiesa cattolica indietro nel tempo, vuoi all'antigiudaismo, vuoi all'antimodernismo. In sostanza: ai «tempi bui» del preconcilio. Lo affermano in maniera chiara tanto alcuni rappresentanti del mondo ebraico quanto alcuni teologi di orientamento progressista.
In realtà, le aspre critiche rivolte a Benedetto XVI nascono da una cattiva interpretazione del suo magistero, che viene ancora catalogato, da ampia parte della pubblicista laica e non solo, come «restauratore». Quello di Ratzinger sarebbe, insomma, un pontificato con lo sguardo tutto rivolto al passato, portatore di una prospettiva che nega il cammino compiuto dagli ultimi Papi nel dialogo con le altre religioni e con il mondo moderno. Un papato di retroguardia, dunque, che avrebbe come scopo principale quello di cancellare più o meno surrettiziamente le «conquiste» rese possibili dal Vaticano II, di soffocare lo «spirito del Concilio» e tutto ciò che esso ha rappresentato in questi ultimi decenni.
Coloro che sostengono questa lettura del pontificato ratzingeriano dimenticano di dire che fu proprio l'attuale Papa uno dei teologi più influenti durante le assise conciliari del 1963-1968. Al seguito del cardinale Frings, Joseph Ratzinger collaborò in maniera attiva all'elaborazione dei principali documenti del Vaticano II, fu considerato tra i più ferventi sostenitori del rinnovamento della Chiesa, attirando su di sé le severe critiche dei settori più «conservatori» dell'episcopato. Egli mai ha rinnegato la sua opera conciliare ed anzi la sua teologia successiva ha sviluppato quelle che erano le intuizioni e le idee originali, certo rimodulandole ma in nessun caso rovesciandole. Già negli ultimi anni del Vaticano II, però, Ratzinger si rese conto che il pericolo maggiore per le sorti stesse del Concilio era rappresentato dalla nascita di una vera e propria corrente ideologica, che leggeva l'evento conciliare come una «rifondazione» ab imis della Chiesa, e che, col furore tipico delle ideologie, spazzava via tutto ciò che non rientrava nei canoni dell'«aggiornamento» e dell'«ammodernamento». In questo modo, secondo lui, la ricchezza contenuta nei documenti prodotti dal Vaticano II sarebbe passata in secondo piano, soppiantata da una moda teologica parziale e settaria, che nulla di buono avrebbe portato al cammino della Chiesa (si veda, a tal proposito, Problemi e risultati del Concilio, Queriniana 1967).
Ratzinger vedeva giusto. Infatti l'ideologia prevalse sulla realtà. Le semplificazioni e gli schematismi ebbero la meglio sulla complessità dei problemi toccati dal Concilio. Tra questi problemi, due in particolare divennero oggetto di una propaganda a senso unico che finì col far perdere di vista la stessa lettera del Vaticano II: il rapporto con le altre religioni e il rinnovamento della liturgia. Per quanto riguarda il primo tema, si affermò l'idea di un dovere, da parte della Chiesa, di addivenire ad un dialogo specificamente religioso con le altre fedi, riconoscendo in ciascuna di elementi di verità sui quali costruire un cammino comune. Per quanto riguarda invece il secondo tema, si posero le premesse per una riforma liturgica che, di fatto, diede adito al pensiero che il rito preconciliare fosse ormai superato dal tempo, come se si trattasse di un vecchio mobile da mandare in soffitta. Nel primo caso, la conseguenza fu che si smarrì la consapevolezza dell'identità cattolica, della verità del cattolicesimo in quanto tale, incommensurabile con le altre religioni. Nel secondo caso, il risultato fu la banalizzazione della liturgia, la volgarizzazione non solo e non tanto della sua lingua, quanto della sua posizione all'interno dell'esperienza cristiana.
Non deve stupire, dunque, se oggi, divenuto Papa, Joseph Ratzinger tenti, proprio su questi aspetti, di fare chiarezza, rimediando non a errori del Vaticano II, quanto agli esiti negativi delle mode teologiche che hanno mitizzato il Concilio, trasformandolo in una sorta di entità metafisica sciolta dai suoi legami con la realtà concreta e con la storia. Sul primo punto (i rapporti con le altre religioni) egli già parlò chiaro da cardinale, con la Dominus Jesus del 2000, in cui ribadiva, da prefetto dell'ex Sant'Uffizio, l'unicità del cristianesimo, il suo essere «vera religione», l'originalità della sua «pretesa». Da Papa, poi, ha fatto emanare dalla Congregazione per la Dottrina della Fede le Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa, dove si ribadisce che la Chiesa cattolica «è l'unica Chiesa di Cristo». Sul secondo punto (la liturgia), come noto, con il motu proprio Summorum pontificum ha precisato che il rito antico non è mai stato abrogato e che esso rappresenta la forma straordinaria dell'unica liturgia cattolica.
Ma è proprio attorno a questi temi che sono anche fioccate, in questi anni di pontificato ratzingeriano, le contestazioni più aspre a Papa Benedetto: sulla questione dei rapporti con le altre religioni monoteistiche come non ricordare il clamore suscitato dal discorso di Ratisbona, le accuse di intolleranza, la «scomunica» dell'intellighenzia laicista e politicamente corretta? E sul nodo della «liberalizzazione» del rito preconciliare come dimenticare la levata di scudi di molti tra gli stessi sacerdoti e vescovi, con forme di dissenso pubblico quale il rifiuto di soddisfare la richiesta di gruppi di fedeli che chiedevano la messa di San Pio V? Oggi i due aspetti sembrano saldarsi dopo la decisione di Benedetto XVI di revocare la scomunica ai vescovi lefebvriani, non soltanto per le dichiarazioni negazioniste di monsignor Williamson e per la scelta di riammettere nella Chiesa i seguaci del tradizionalista scismatico, ma anche e soprattutto perché la critica di Lefebvre al Vaticano II riguardava proprio, in special modo, i rapporti con il popolo ebraico (la dichiarazione Nostra Aetate) e la liturgia.
Durante l'udienza generale di ieri, il Papa è intervenuto su questi argomenti: per quanto riguarda le relazioni con gli ebrei, ha rinnovato «con affetto la mia piena e indiscutibile solidarietà con i nostri Fratelli destinatari della Prima Alleanza», auspicando che «la Shoah sia per tutti monito contro l'oblio, contro la negazione o il riduzionismo», confermando in questo modo sia le sue riflessioni teologiche sul popolo ebraico contenute in molti suoi libri, sia le parole pronunciate nel suo viaggio ad Auschwitz nel 2006. Sulla revoca della scomunica ai lefebvriani, invece, ha ricordato che «in occasione della solenne inaugurazione del mio pontificato dicevo che è "esplicito" compito del Pastore "la chiamata all'unità"... Proprio in adempimento di questo servizio all'unità, che qualifica in modo specifico il mio ministero di successore di Pietro, ho deciso giorni fa di concedere la remissione della scomunica in cui erano incorsi i quattro vescovi ordinati nel 1988 da monsignor Lefebvre senza mandato pontificio». E ha concluso auspicando che al suo gesto «faccia seguito il sollecito impegno da parte loro di compiere gli ulteriori passi necessari per realizzare la piena comunione con la Chiesa, testimoniando così vera fedeltà e vero riconoscimento del magistero e dell'autorità del Papa e del Concilio Vaticano II».
Le parole di Benedetto XVI, che peraltro giungono dopo quelle del superiore generale dei lefebvriani, monsignor Fellay («le affermazioni di monsignor Williamson non riflettono in nessun caso la posizione della nostra Fraternità»), sono state ben accolte dal mondo ebraico. Il direttore generale del rabbinato d'Israele, Oded Wiener, le ha definite «un grande passo avanti, molto importante per noi e per il mondo intero»; e il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, le ha accolte come «necessarie e benvenute: contribuiscono a chiarire molti equivoci sia sul negazionismo sia sul rispetto del Concilio». Il caso diplomatico, quindi, pare avviarsi alla conclusione. Quella che rimane aperta è invece la sfida del pontificato ratzingeriano, coraggiosamente determinato a sanare quelle ferite che l'ideologia del Concilio come «discontinuità e rottura» ha aperto, tanto nella Chiesa quanto nell'opinione pubblica mondiale. Come si vede dai fatti di questi giorni, si tratta di una sfida difficile, che deve sciogliere ancora tante incrostazioni che hanno impedito e impediscono tuttora una corretta comprensione della Chiesa, della sua storia e del suo annuncio.
Gianteo Bordero
sabato 24 gennaio 2009
LA CIFRA DI UN PONTIFICATO. BENEDETTO XVI REVOCA LA SCOMUNICA AI VESCOVI LEFEBVRIANI
Benedetto XVI, con la revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani, scrive un'altra pagina importante del suo pontificato. Una pagina destinata a rimanere e, probabilmente, a diventare la cifra del papato ratzingeriano. Sanare uno scisma, infatti, significa medicare la ferita più profonda che possa essere inferta all'unità del corpo mistico di Cristo, la Chiesa: la divisione tra le sue membra. Dividere è facile, unire è molto più difficile. Papa Benedetto, rispondendo all'esortazione di Gesù nel Vangelo di Giovanni («Che siano una sola cosa affinché il mondo creda»), si avvia a chiudere definitivamente una delle vicende più dolorose nella storia della Chiesa degli ultimi due secoli. «Uno scisma piccolo - afferma Gianni Baget Bozzo intervistato dal Foglio - ma che ha avuto un ruolo importante nel post-Concilio».
I segnali di una pacificazione definitiva tra Roma ed Ecône (la cittadina svizzera nella quale monsignor Lefebvre aveva fondato il suo seminario alla fine degli anni Sessanta dopo la rottura definitiva con il Vaticano a causa delle riforme conciliari) si erano intensificati sin dai primi mesi del pontificato di Benedetto XVI: già sul finire dell'agosto 2005, infatti, Ratzinger aveva incontrato a Castel Gandolfo Bernard Fellay, superiore generale della Fraternità San Pio X. I comunicati ufficiali scaturiti da quell'incontro - sia quello della Santa Sede che quello dei lefebvriani - sottolineavano il desiderio reciproco di procedere gradualmente ad un riavvicinamento nel nome del comune amore per la Chiesa.
Ma l'evento decisivo è stato senz'altro la promulgazione del motu proprio «Summorum pontificum», del 7 luglio 2007, con il quale Benedetto XVI ha deciso di «liberalizzare» l'uso del messale romano di San Pio V (nella sua ultima versione risalente al 1962, Giovanni XXIII regnante) affermando che esso non è stato abrogato dalla riforma liturgica del 1970 e che il nuovo messale di Paolo VI rappresenta la forma ordinaria, ma non esclusiva, della liturgia cattolica. Un gesto, questo, che ha provocato numerose contestazioni all'interno della Chiesa, soprattutto da parte di coloro che - per usare un'espressione dello stesso Papa Ratzinger - considerano il Vaticano II come un momento di «rottura» rispetto al passato, una sorta di rifondazione della Chiesa scaturita dal compromesso con la modernità. Le contestazioni hanno assunto forme più o meno eclatanti, soprattutto in Francia (patria di Lefebvre), e lo stesso Benedetto XVI, durante il suo viaggio a Lourdes dello scorso anno, ha dovuto richiamare i vescovi transalpini al rispetto del motu proprio.
Ma le diffuse proteste non hanno fermato Papa Ratzinger. Anzi. Dopo aver ricevuto lo scorso 15 dicembre fa una lettera di monsignor Fellay che chiedeva la revoca della scomunica promulgata da Giovanni Paolo II nel 1988 («Siamo sempre fermamente determinati nella volontà di rimanere cattolici e di mettere tutte le nostre forze al servizio della Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo, che è la Chiesa cattolica romana. Noi accettiamo i suoi insegnamenti con animo filiale. Noi crediamo fermamente al Primato di Pietro e alle sue prerogative, e per questo ci fa tanto soffrire l'attuale situazione» scriveva Fellay nella missiva) e dopo aver appreso che la Fraternità San Pio X ha organizzato per il Natale 2008 una preghiera del rosario volta a «ottenere dalla Madonna il ritiro del decreto», ha valutato che i tempi erano maturi per il passo decisivo.
Il testo della revoca è stato diffuso questa mattina dalla sala stampa vaticana. In esso la Santa Sede afferma che «con questo atto si desidera consolidare le reciproche relazioni di fiducia e intensificare e dare stabilità ai rapporti della Fraternità San Pio X con questa Sede Apostolica. Questo dono di pace, al termine delle celebrazioni natalizie, vuol essere anche un segno per promuovere l'unità nella carità della Chiesa universale e arrivare a togliere lo scandalo della divisione. Si auspica che questo passo sia seguito dalla sollecita realizzazione della piena comunione con la Chiesa di tutta la Fraternità San Pio X, testimoniando così vera fedeltà e vero riconoscimento del Magistero e dell'autorità del Papa con la prova dell'unità visibile».
Vedremo ora, dunque, se gli auspici del Vaticano troveranno rapida realizzazione. Ma quello che sin d'ora si può dire è che Benedetto XVI, che già quand'era come cardinale alla guida dell'ex Sant'Uffizio aveva provato ripetutamente a raggiungere un accordo con i lefebvriani, ha compiuto un gesto di alto valore storico ed ecclesiologico. Riammettendo i vescovi ordinati da Lefebvre alla piena comunione con Roma, egli chiude definitivamente un'epoca, si lascia alle spalle la deleteria spaccatura post-conciliare tra tradizionalisti e progressisti, riconosce che anche i primi avevano delle ragioni che solo le mode teologiche del momento hanno impedito di valutare sino in fondo.
Riprendendo un'immagine usata da Jean Guitton in un suo famoso saggio, potremmo dire che, con la sua decisione, Papa Ratzinger contribuisce a ricucire la veste di Cristo dilacerata nella storia dagli scismi e dalla divisione tra i cristiani. Guitton sostiene che gli strappi, sin dalla grande eresia ariana, hanno sempre fatto assumere alla Chiesa maggiore coscienza di sé e della sua missione. Ora che uno di questi strappi si appresta ad essere sanato, è augurabile che i motivi che l'hanno causato possano essere finalmente letti alla luce della ritrovata unità delle membra, e non con le lenti di un fanatismo ideologico e teologico che ha fatto solo tanto male alla Chiesa in questi ultimi decenni.
Gianteo Bordero
venerdì 19 settembre 2008
DA RATISBONA A PARIGI
mercoledì 6 agosto 2008
PAOLO VI EBBE MERITI "SOVRUMANI". PAROLA DI BENEDETTO XVI
Papa Ratzinger non è mai banale. Neppure quando, seguendo il protocollo, fa memoria di un suo predecessore a trent'anni dalla morte. E' accaduto domenica durante l'Angelus recitato a Bressanone, dove Benedetto XVI ha deciso di trascorrere (come faceva quando ancora era cardinale) un breve periodo di vacanza. Il predecessore in questione è Paolo VI, morto il 6 agosto 1978 nella residenza estiva di Castel Gandolfo all'età di 81 anni, dopo tre lustri di pontificato. Con poche parole Ratzinger ha fornito una nuova chiave di lettura per interpretare uno dei papati più difficili e controversi della storia della Chiesa. Difficile perché dipanatosi a cavallo del Concilio Vaticano II e di tutto ciò che, nel bene e nel male, ne seguì. Controverso perché la figura di Giovanni Battista Montini trova paradossalmente critici, nel mondo ecclesiale, sia a «sinistra» che a «destra». La prima lo accusa di aver impedito, in particolare con l'enciclica Humanae vitae del 1968, una evoluzione della Chiesa in materia di morale sessuale; la seconda gli imputa un eccesso di «apertura al moderno» e prende di mira soprattutto la riforma liturgica del 1969.
Paolo VI, in realtà, fu altro rispetto agli schemi con cui solitamente viene giudicato il suo pontificato - cioè con le solite, trite e ritrite categorie di «progressista» e «conservatore». Fu l'uomo, secondo quanto affermato da Benedetto XVI domenica, «inviato dalla Divina Provvidenza a Roma nel momento più delicato del Concilio, quando l'intuizione del beato Giovanni XXIII rischiava di non prendere forma». Ratzinger non scende nel dettaglio, non ci dice quale sia stato «il momento più delicato» del Vaticano II. Ma è lecito ipotizzare (anche basandosi sulle riflessioni critiche dell'attuale pontefice in merito al Concilio, sviluppate già a partire dai primi anni successivi all'evento) che egli faccia riferimento al momento in cui una parte dei suoi colleghi teologi e dei vescovi tentò di scardinare, con un documento sulla collegialità nella Chiesa da far approvare all'assemblea conciliare, il primato papale e, con esso, la stessa essenza petrina del cattolicesimo.
Fu allora che Paolo VI, compresa la delicatezza del momento e i pericoli di autodistruzione a cui sarebbe andata incontro la Chiesa, decise di formulare una Nota praevia da accompagnare alla Costituzione dogmatica Lumen gentium. Nella Nota si ribadiva che la parola «collegio» non va intesa in senso «strettamente giuridico» (cioè «di un gruppo di eguali, i quali abbiano demandata la loro potestà al loro presidente») e che non vi è «uguaglianza tra il capo e le membra del collegio», tra il Papa e i vescovi. Montini precisava inoltre che il pontefice, «nell'ordinare, promuovere, approvare l'esercizio collegiale, procede secondo la propria discrezione, avendo di mira il bene della Chiesa. Il sommo pontefice, quale pastore supremo della Chiesa, può esercitare la propria potestà in ogni tempo a sua discrezione, come è richiesto dallo stesso suo ufficio».
La Nota praevia costituì un'autentica opera di salvataggio della barca di Pietro, che rischiava allora di essere sommersa dalle onde di una mentalità che voleva a tutti i costi trasformarla in una qualsiasi istituzione moderna e mondana, mettendo in secondo piano il mistero della presenza di Cristo in essa. Lo stesso Papa Montini, qualche anno dopo, fece capire quanto duri e drammatici furono quei momenti quando, nella sorpresa generale, affermò che «si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E' venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio... Da qualche fessura è entrato il fumo di Satana nel Tempio di Dio». Era il 29 giugno del 1972, festa di San Pietro. Festa del primo Papa. Che quella «fessura» dalla quale il Demonio aveva fatto capolino non fosse proprio il testo sulla collegialità a cui il pontefice aveva allegato la sua Nota?
Sia come sia, è da qui - da questa drammaticità - che bisogna partire per comprendere la figura e il magistero di Paolo VI. Tant'è vero che Benedetto XVI, a Bressanone, ha concluso il suo ricordo di Papa Montini affermando: «Man mano che il nostro sguardo sul passato si fa più largo e consapevole, appare sempre più grande, direi quasi sovrumano, il merito di Paolo VI nel presiedere l'Assise conciliare, nel condurla felicemente a termine e nel governare la movimentata fase del post-Concilio». «Quasi sovrumano», dice Ratzinger. Sono parole che rendono finalmente giustizia a un Papa che governò la Chiesa in piena tempesta e seppe, tra infiniti dolori e sofferenze spirituali, mantenere al centro il timone affidatogli da Gesù.
Gianteo Bordero

