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martedì 25 gennaio 2011

DA BAGNASCO UNA LEZIONE DI LAICITÀ AI MORALISTI DELL'ULTIMA ORA

da Ragionpolitica.it del 25 gennaio 2011

Che delusione, per i moralisti dell'ultima ora, la prolusione del cardinal Bagnasco al Consiglio permanente della Cei! Si aspettavano che il presidente dei vescovi italiani vestisse i panni dell'inquisitore e accendesse il rogo con cui bruciare sulla pubblica piazza il Grande Peccatore. Attendevano la condanna, senza se e senza ma, dell'Immorale di Arcore. Loro, i paladini del laicismo totale, fremevano dalla voglia di assistere ad un'ingerenza in grande stile, un'entrata a gamba tesa capace di mettere fuori combattimento l'Uomo dello Scandalo. Invece niente, almeno nei termini auspicati dai novelli adepti del rigore etico e della disciplina morale.


Perché Bagnasco ha parlato chiaro, ma ha detto cose scomode per tutti. Ha richiamato con fermezza alla «misura» e alla «sobrietà» coloro che hanno ricevuto dai cittadini un mandato politico, ma si è chiesto «a che cosa sia dovuta l'ingente mole di strumenti di indagine». Ha descritto poteri «che non solo si guardano con diffidenza, ma si tendono tranelli», e ha ricordato che «la vita di una democrazia si compone di delicati e necessari equilibri, poggia sulla capacità da parte di ciascuno di auto-limitarsi, di mantenersi cioè con sapienza entro i confini invalicabili delle proprie prerogative». Un po' poco per chi, non si sa bene a quel titolo, aveva chiesto al cardinale di contribuire all'opera di delegittimazione totale di Berlusconi.


Il fatto è che - basta leggere il testo integrale della prolusione per rendersene conto - a differenza dei poco credibili sostenitori della «scomunica» del Cavaliere, il presidente della Cei si è espresso, come suo solito, avendo come stella polare delle sue analisi e dei suoi richiami unicamente il bene comune dell'Italia e degli italiani, non la volontà di modificare gli assetti politici del Paese né, tanto meno, il desiderio di delegittimare e distruggere un solo uomo. E ciò dovrebbe essere ben accetto e salutato con favore da tutti coloro che si dicono amanti della laicità e chiedono alla Chiesa di non indicare soluzioni politiche specifiche.


Ma forse è pretendere troppo da chi, in queste ultime settimane, ha pensato che l'inchiesta milanese sul caso Ruby, con tutto ciò che ne è seguito a livello mediatico, fosse l'occasione buona per dare la spallata finale al presidente del Consiglio, per realizzare un sogno lungo diciassette anni, per togliere dalla scena l'ingombrante figura di Berlusconi. Cioè di colui che è stato rappresentato, in questi lustri, come il ricettacolo di tutti i mali del Paese, come l'origine del suo degrado morale (da qual pulpito!), come il luciferino corruttore dei costumi, insomma come il Grande Satana de noantri.


Su questo punto la Chiesa italiana ha dimostrato e dimostra oggi, con il cardinal Bagnasco, di essere molto più laica, sanamente laica, di chi tenta di usare opportunisticamente la morale cristiana come strumento di lotta politica, come clava da scagliare contro il nemico numero uno, salvo poi riporla nel cassetto quando si tratta di affrontare temi decisivi come quelli della vita, della famiglia, dell'educazione. Questioni a proposito delle quali ogni parola proveniente dal Papa e dai vescovi viene classificata come un insopportabile tentativo di imporre indebitamente a tutti, credenti e non, l'etica cattolica. Questo atteggiamento intermittente dei moralisti improvvisati, che negli ultimi giorni hanno fatto a gara per condannare Berlusconi, la dice lunga sulle loro intenzioni e sulla loro credibilità di fondo.


Per questo non ci sembra esagerato affermare che le parole pronunciate lunedì dal presidente della Cei rappresentano una grande lezione di laicità impartita ai novelli Torquemada della sinistra e dei suoi giornali. Gente che fino a ieri inneggiava al sesso libero e alla liberazione dall'etica cristiana, ritenendo ciò un grande passo in avanti per l'umanità e per il suo progresso, e che oggi teorizza - senza peraltro crederci - un uso politico della morale religiosa che la stessa Chiesa, in special modo col grande Papa Ratzinger, stigmatizza e deplora.

Gianteo Bordero

mercoledì 24 marzo 2010

ELEZIONI REGIONALI E VOTO CATTOLICO. LE PAROLE CHIARE DEL CARDINAL BAGNASCO

da Ragionpolitica.it del 24 marzo 2010

Il presidente dei vescovi italiani, cardinale Angelo Bagnasco, ha parlato chiaro. Nella sua prolusione al Consiglio Permanente della Cei, collegando la dura condanna dell'aborto - espressa con termini talmente forti da non lasciare spazio a interpretazioni di sorta - alla scadenza elettorale di domenica e lunedì prossimi, il porporato ha lanciato un messaggio esplicito ai cattolici. Un messaggio che va ben oltre il richiamo generico al rispetto dei valori che stanno a cuore alla Chiesa. Non si tratta tanto di un'indicazione di voto, quanto di un monito a non concedere la propria preferenza ai partiti che si oppongono più o meno apertamente a quei «principi non negoziabili» («La dignità della persona umana, incomprimibile rispetto a qualsiasi condizionamento; l'indisponibilità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale; la libertà religiosa e la libertà educativa e scolastica; la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna») che Papa Benedetto XVI ha più volte indicato come i cardini su cui può reggersi una politica autenticamente umana.


Affermando poi che è su tali principi che «si impiantano e vengono garantiti altri indispensabili valori come il diritto al lavoro e alla casa, la libertà di impresa finalizzata al bene comune, l'accoglienza verso gli immigrati rispettosa delle leggi e volta a favorire l'integrazione, il rispetto del creato, la libertà dalla malavita in particolare quella organizzata», il cardinale ha fatto piazza pulita di un diffuso malinteso: quello secondo il quale possono essere collocati sullo stesso piano, senza ordine gerarchico, i valori promossi dal magistero morale e sociale della Chiesa. Sulla base di tale malinteso, negli anni successivi alla fine della Democrazia Cristiana e della Prima Repubblica, è stato propagandato il luogo comune per cui sarebbe sostanzialmente equivalente, per un cattolico, votare per il centrodestra (raffigurato come più attento ai valori bioetici) o per il centrosinistra (dipinto come paladino dei valori sociali). Attraverso questa vulgata, in realtà, si è voluto mascherare il fatto che la gauche italiana esprimeva, come esprime oggi, posizioni che sono in netto contrasto con i capisaldi della dottrina cristiana in materia di vita, famiglia, libertà di educazione. In sostanza, si è voluto far credere che i cattolici che votavano per una sinistra laicista e ormai intrisa di posizioni radicaleggianti, potevano benissimo mettere tra parentesi, nel nome della presunta promozione di valori quali la solidarietà, l'attenzione agli ultimi, la tutela del lavoro - come se il centrodestra fosse nemico di tali sacrosanti valori! - la difesa dei principi non negoziabili in campo bioetico. Oggi, con le sue parole, il cardinal Bagnasco pone fine a questo maldestro tentativo di falsificazione della realtà.


Le dichiarazioni del presidente della Cei, del resto, non nascono dal nulla. Esse trovano un solido fondamento teologico nell'ultima enciclica di Benedetto XVI, la Caritas in veritate. In questo documento il Papa ha indicato la questione bioetico-antropologica come la nuova, grande questione sociale dei nostri tempi: «Occorre affermare - ha scritto - che la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica, nel senso che essa implica il modo stesso non solo di concepire, ma anche di manipolare la vita, sempre più posta dalle biotecnologie nelle mani dell'uomo». Nel momento in cui si afferma l'idea che la vita umana sia un prodotto della tecnica, che ne può disporre a piacimento a partire dal momento del concepimento fino a quello della morte, il Pontefice ricorda che lo sviluppo dei popoli «è legato intimamente allo sviluppo di ogni singolo uomo» e che esso «degenera se l'umanità ritiene di potersi ri-creare avvalendosi dei "prodigi" della tecnologia». Quindi anche i temi classici della dottrina sociale della Chiesa vanno oggi riletti alla luce dell'affermarsi di una «mentalità prometeica» che rischia di cancellare, di fatto, lo stesso soggetto protagonista dello sviluppo sociale: l'uomo così come lo abbiamo conosciuto da migliaia di anni a questa parte.


E' per questo che la bioetica non può non diventare la nuova frontiera dell'impegno dei cattolici in un ambito, come quello della politica, chiamato non di rado a legiferare su questioni (aborto, procreazione medicalmente assistita, fine vita) attorno alle quali si gioca non soltanto la partita tra schieramenti, ma anche e soprattutto il destino delle nostre società. E' questo il cuore del messaggio con cui il cardinal Bagnasco, alla vigilia di un voto importante come quello del 28 e 29 marzo, ha voluto richiamare l'attenzione dei cattolici, affinché abbiano chiara l'importanza di un «evento qualitativamente importante che in nessun caso converrà trascurare», perché «in esso si trasferiscono non poche delle preoccupazioni cui si è fatto riferimento».

Gianteo Bordero

martedì 22 settembre 2009

«REPUBBLICA» DALLA FANTAPOLITICA AL FANTAVATICANISMO

da Ragionpolitica.it del 22 settembre 2009

Con la sinistra alla canna del gas, afona riguardo ai veri problemi del paese e inconsistente dal punto di vista della proposta politica, alle gazzette antiberlusconiane non resta che andare alla ricerca, di giorno in giorno, di qualche pezza d'appoggio per portare avanti l'eterna battaglia contro il Cavaliere. Ieri, ad esempio, era il giorno dei funerali di Stato dei sei militari italiani caduti in Afghanistan. Giorno di lutto nazionale. Anche per i giornali e per i siti web gauchisti. Ma in un altro senso: non c'era trippa per gatti per attaccare il nemico. Il quale prima ha preso parte, assieme alle altre cariche dello Stato, alle esequie dei nostri soldati, in un clima di generale commozione che non poteva dare appigli per le solite critiche pretestuose al presidente del Consiglio; e poi, finita la cerimonia funebre in San Paolo fuori le mura, ha incontrato a pranzo, a casa del sottosegretario Gianni Letta, Gianfranco Fini, per diradare le nubi nel rapporto con il co-fondatore del Popolo della Libertà dopo le recenti burrasche estive. Schiarite nel cielo del centrodestra, dunque, e meteo che volgeva al peggio nelle redazioni degli antiberlusconiani in servizio permanente, che sognavano un imminente affondamento del governo in carica per mano di un gruppo di congiurati guidati dal presidente della Camera. Pie illusioni da riporre nel cassetto.

Come mettere in pagina, dunque, la quotidiana dose di antiberlusconismo? Le ultime speranze dei nemici del Cavaliere erano affidate nientepopodimeno che al cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani (lo stesso che in passato è stato preso tante volte di mira per le sue posizioni definite «conservatrici» e «retrograde»), che alle 17.30 doveva tenere la sua prolusione al Consiglio permanente della Conferenza Episcopale. Una relazione che già nei giornali della mattina veniva preannunciata, dai soliti noti, come di ferro e fuoco contro il governo, contro il presidente del Consiglio, contro il centrodestra. Persino contro la stessa Santa Sede, rea - a detta dei commentatori e dei vaticanisti sinistrorsi - di berlusconismo più o meno sotterraneo, poco incline a imbracciare l'arma della scomunica nei confronti dell'eresiarca Silvio. Scattata l'ora X e finito l'embargo sul testo della prolusione, i gazzettieri gauchisti hanno scoperto che i retroscena e le anticipazioni del giorno prima avevano la stessa consistenza della panna montata. Il cardinale, è vero, ha ripetuto il richiamo - già fatto altre volte - alla «sobrietà» dei comportamenti da parte di chi riveste cariche politiche, ma lo ha fatto dopo aver affermato che «il criterio fondamentale per una onesta valutazione dell'agire politico è la capacità di individuare le obiettive esigenze delle persone e delle comunità, di analizzarle e di corrispondervi con la gradualità e nei tempi compatibili. È, in altre parole, il criterio della reale efficacia di ogni azione politica rispetto ai problemi concreti del paese». In sostanza: la Chiesa italiana adotta come primo metro di giudizio dell'operato del governo la qualità dei provvedimenti in relazione alle necessità del paese e alla ricerca del «bene comune».

Ma non finisce qui. Perché il cardinale, nel suo intervento, ha anche espresso giudizi positivi sull'operato dell'esecutivo, in almeno due passaggi: il primo è stato un plauso al ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, per la decisione di ricorrere al Consiglio di Stato avverso la sentenza del Tar del Lazio che aveva negato all'insegnamento della religione nelle scuole pari dignità rispetto alle altre materie («Opportunamente - ha affermato il presidente della CEI - il ministero della Pubblica Istruzione ha già avanzato ricorso al Consiglio di Stato, ribadendo con altro suo atto la validità della presenza dell'insegnamento di religione nel curriculum scolastico»); il secondo passaggio è stato quello riguardante la legge sul «fine vita» approvata dal Senato e ora in procinto di essere discussa alla Camera («Il lavoro già compiuto al Senato - ha detto Bagnasco - è prezioso, perché dice la volontà di assicurare l'indispensabile nutrimento vitale a chiunque, quale che sia la condizione di consapevolezza soggettiva»). E pure nel momento in cui l'arcivescovo di Genova ha sottolineato i punti su cui vi sono discussioni aperte tra la Chiesa italiana e il governo (come ad esempio la questione dell'immigrazione), non ha mancato di ricordare che «anche quando annuncia una verità scomoda, la Chiesa resta con chiunque amica. Essa infatti non ha avversari, ma davanti a sé ha solo persone a cui parla in verità. Questo servizio, che consegue alla nostra missione di Pastori, non può non essere colto nel suo intreccio di verità e carità, e rimane vivo e libero da qualsiasi possibile strumentalizzazione di parte». Come dire: è inutile cercare di tirare la CEI per la tonaca, da una parte o dall'altra, perché essa prima di tutto svolge la sua missione ecclesiale e formula giudizi sulle cose della politica con tempi, modi e criteri che non sono quelli della polemica quotidiana tra schieramenti.

Un messaggio che il capofila dei giornali antiberlusconiani, La Repubblica, perennemente intenta a dipingere un mondo in cui tutti sono contro il Cavaliere, ha fatto finta di non sentire. Leggere, per credere, la prima pagina di oggi e l'articolo di commento affidato al vicedirettore Massimo Giannini («La scelta dei vescovi»), in cui si scopre che il vero senso delle parole del cardinale non è quello che egli stesso ha illustrato, bensì consisterebbe in un attacco a tutto campo contro il governo e contro il presidente del Consiglio, oltre che contro la Santa Sede, alleata di Berlusconi in una fantomatica guerra contro la libertà e l'autonomia dei vescovi. Dopo la fantapolitica a cui ci ha abituato Repubblica, ora siamo al fantavaticanismo. Al peggio non c'è mai fine.

Gianteo Bordero

domenica 6 settembre 2009

CASO BOFFO E DINTORNI. ECCO QUAL È LA VERA POSTA IN GIOCO

da Ragionpolitica.it del 5 settembre 2009

Molti commentatori hanno scritto in questi giorni che «il caso Boffo ha riportato al centro dell'attenzione il tema dei rapporti tra Stato italiano e Chiesa cattolica». Vero. Ed è ancor più vero se si inverte l'ordine dei due soggetti chiamati in causa. Per cui la frase andrebbe riformulata in tal modo: «Il caso Boffo ha riportato al centro dell'attenzione il tema dei rapporti tra Chiesa cattolica e Stato italiano». Ossia: il punto nevralgico della questione non è solo quello della qualità delle relazioni tra Repubblica italiana e Santa Sede, ma anche e soprattutto quello della posizione con cui la Chiesa si pone di fronte alla realtà politica del nostro paese e si rapporta con l'attuale maggioranza e l'attuale governo.


E' su questo punto che occorre focalizzare l'attenzione. Partendo da un'autorevole presa di posizione come quella del direttore dell'Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, il quale, intervistato il 31 agosto da Aldo Cazzullo del Corriere della Sera, ha criticato l'Avvenire per essersi troppo esposto, nelle ultime settimane, nella battaglia politica italiana, e per aver assunto posizioni che hanno creato un certo imbarazzo Oltretevere. Non si è trattato soltanto dei giudizi espressi sulle vicende riguardanti la vita privata del presidente del Consiglio (Vian ha rivendicato con orgoglio la bontà della scelta dell'Osservatore, che, al contrario del quotidiano della CEI, non ha scritto «nemmeno una riga» in merito a tali vicende), ma anche di prese di posizione come quelle sull'immigrazione, culminate con l'editoriale del 21 agosto di Marina Corradi sulla tragedia degli eritrei morti in mare. Si è chiesto Vian: «Non si è forse rivelato imprudente ed esagerato paragonare il naufragio degli eritrei alla Shoah, come ha suggerito una editorialista del quotidiano cattolico? Anche nel mondo ebraico, ferma restando la doverosa solidarietà di fronte a questa tragedia, sono state sollevate riserve su questa utilizzazione di fatto irrispettosa della Shoah. E come dare torto al ministro degli Esteri italiano quando ricorda che il suo governo è quello che ha soccorso più immigrati, mentre altri - penso per esempio a quello spagnolo - proprio sugli immigrati usano di norma una mano molto più dura?». Insomma, l'errore di Avvenire è stato quello di abbandonare una linea di prudenza ed equilibrio in materie che invece l'avrebbero richiesta, e di dare l'impressione di aver sposato la crociata di alcuni giornali italiani contro il premier e il governo. Mentre la verità - ha spiegato ancora Vian - è che «i rapporti tra le due sponde del Tevere sono eccellenti».


E che rimangano tali è interesse non soltanto del governo italiano, ma anche della stessa Chiesa cattolica, come ha ben spiegato con il suo solito stile pungente, sempre sul Corriere della Sera, il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. Alla domanda di Cazzullo sui rapporti tra Stato e Chiesa, il Picconatore ha risposto affermando che «l'Italia è uno Stato concordatario. E non c'è nessun motivo di bisticciare con uno Stato concordatario. Il Vaticano - ha proseguito - si occupa del mondo, e fronteggia una situazione drammatica. Benedetto XVI e Bertone si occupano di Obama, che nonostante le promesse si circonda di cattolici pro choice, cioè abortisti. Dell'America Latina, su cui si allunga l'ombra rossa di Chavez. Dell'Europa, dove persino i cattolici belgi si ribellano al Papa sul "no" ai preservativi. Del Ppe, che è in mano alla Merkel, protestante che si è sposata solo per obbedire a Kohl, ai popolari spagnoli, che introdussero i diritti per le coppie di fatto prima ancora dei socialisti, e a Sarkozy e Carla Bruni...». Conclusione: «L'unico che non dà problemi al Vaticano, anzi lo asseconda, è Berlusconi».


Per questo non è piaciuta Oltretevere la linea editoriale che in questi ultimi mesi è stata fatta propria dall'Avvenire, una linea che è apparsa appiattita sulla campagna anti-governativa proprio nel momento in cui sono in gioco alcuni importanti dossier che stanno particolarmente a cuore ai vertici ecclesiali: la legge sul fine vita, le agevolazioni per le famiglie, i finanziamenti alle scuole cattoliche, per non parlare della questione RU486 e di quella dello status degli insegnanti di religione dopo la recente sentenza del TAR del Lazio. Il quotidiano della CEI ha quindi scelto il momento meno opportuno per prendere posizioni così nette contro un governo che il Vaticano reputa «amico» e con il quale ha un rapporto di leale collaborazione e confronto.


Del resto, non è una novità il fatto che destino più di una preoccupazione, nel Palazzo Apostolico, le continue esternazioni anti-esecutivo da parte di singoli rappresentanti dell'episcopato italiano, che finiscono per essere presentate come la posizione ufficiale della Chiesa sulle materie che di volta in volta investono il dibattito pubblico. Il problema è che attualmente manca, all'interno della Conferenza Episcopale, un indirizzo unitario, e le parole pronunciate in modo ragionato ed autorevole dal cardinale Bagnasco in occasione delle Assemblee ufficiali della CEI, che dovrebbero essere fatte proprie, come punto di sintesi, da tutti i vescovi, finiscono purtroppo, non di rado, per essere sovrastate, dal punto di vista mediatico, dalle dichiarazioni ad effetto di questo o quel presule. Finita la lunga presidenza del cardinal Camillo Ruini, che con la sua abilità politica e il suo carisma era riuscito a comporre e superare le divisioni presenti nell'episcopato, facendo della CEI un soggetto attivo politicamente sui temi cari alla Chiesa ma mai schierato in modo dogmatico con un partito o con l'altro, oggi la situazione appare più magmatica e difficile da gestire. E non è un caso se, sin dal giorno dell'insediamento del cardinal Bagnasco alla presidenza della Conferenza Episcopale, il segretario di Stato di Benedetto XVI, cardinal Tarcisio Bertone, abbia manifestato al successore di Ruini l'intenzione della Santa Sede di voler assumere su di sé la guida dei rapporti con lo Stato italiano: «Per quanto concerne i rapporti con le istituzioni politiche - scriveva il 25 marzo 2007 Bertone nella lettera di saluto al nuovo presidente della CEI - assicuro fin d'ora a Vostra Eccellenza la cordiale collaborazione e la rispettosa guida della Santa Sede, nonché mia personale».


Alla luce degli avvenimenti degli ultimi giorni e delle dimissioni di Dino Boffo, è probabile che la Segreteria di Stato scelga di entrare in maniera decisa nella partita della nomina del nuovo direttore di Avvenire, per sistemare un altro tassello della strategia delineata dalle parole di Bertone a Bagnasco, secondo la quale i rapporti con lo Stato italiano devono essere gestiti in primis dalla Santa Sede e la CEI è tenuta almeno a non fare il controcanto alla linea vaticana. La critica all'eccessivo peso e potere dato alle Conferenze Episcopali nel post-Concilio, del resto, è da tempo uno dei «cavalli di battaglia» dell'attuale pontefice: ancora cardinale, Ratzinger ha più volte parlato in modo chiaro della necessità di ridimensionare tali organismi, che rischiano di appesantire burocraticamente la vita ecclesiale e di lasciar passare l'idea che le Conferenze abbiano in ogni singola nazione un'autorità dottrinale e canonica che spetta invece solo al Papa. Nessuno stupore, dunque, se nel futuro prossimo assisteremo a decisioni e provvedimenti che vanno in questa direzione.


Gianteo Bordero

venerdì 26 settembre 2008

UNA CONTINUITA' DI FONDO

da Ragionpolitica.it del 25 settembre 2008

La lettura più superficiale e politicamente scontata delle ultime dichiarazioni pubbliche del presidente della Conferenza Episcopale italiana sarebbe questa: se la CEI di Ruini parteggiava fin troppo esplicitamente per il centrodestra, la CEI di Bagnasco si è spostata a sinistra e ora prende a cannonate non più i laicisti e mangiapreti della gauche, bensì i razzisti della droit. Ebbene, questa lettura, seppur in voga su molti quotidiani in questi ultimi giorni, fa acqua da tutte le parti. Perché è sbagliato innanzitutto il punto di partenza da cui essa muove per tirare le sue sgangherate conclusioni.

La Conferenza Episcopale italiana, da almeno 15 anni a questa parte, non ragiona più in termini di partiti e di schieramenti, ma avendo come stella polare in politica una presenza trasversale dei cattolici in grado di garantire una solida diga in difesa del bene comune e di quei «principi non negoziabili» quali la vita, la famiglia, l'educazione. Questa linea consente di mantenere ferma la possibilità di prese di posizione e interventi forti e inflessibili sui valori e, allo stesso tempo, di non «compromettersi» troppo con un particolare partito o gruppo di partiti. E' una linea che era già emersa con Giovanni Paolo II negli anni della crisi della Dc durante i Convegni ecclesiali della CEI, e che ora ha trovato la sua piena esplicitazione nel pontificato di Benedetto XVI: non si tratta di un disimpegno della Chiesa italiana dalle cose della politica, ma di un distacco dalle mutevoli vicende partitiche per mantenere una libertà di azione e di giudizio altrimenti non garantita dall'identificazione con una sola sigla.

Colui che ha trasformato in realtà questa prospettiva, checché ne dicano i suoi detrattori, è stato il cardinal Camillo Ruini, che l'ha spinta sino alle sue estreme conseguenze in occasione del referendum sulla procreazione assistita del giugno 2005. Allora il porporato si mise a capo del fronte dell'astensione, raccogliendo attorno a sé un ampio consenso di uomini politici, partiti, associazioni. Fu certamente un'opera politica tout court, un intervento diretto della Conferenza Episcopale di fronte a un fatto che avrebbe potuto aprire la strada, anche nel nostro paese, alla deriva eugenetica collegata alla mancanza di regole nella manipolazione dell'embrione. Il referendum fallì, il testo della legge 40 rimase quello approvato dal parlamento, il cardinale - lui, non i partiti - ne uscì come il vero vincitore della partita.

Da allora, con Papa Ratzinger da poco insediato sul soglio petrino, è iniziata ad apparire più chiara la linea dei «principi non negoziabili», si è creato un vasto network cattolico - e non solo - a supporto delle battaglie della Chiesa sulla difesa della vita dal concepimento al suo termine naturale, della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, della libertà di educazione. Battaglie certo culturali, antropologiche, ma pronte a divenire «politiche» nel momento in cui questi temi siano oggetto di intervento da parte del legislatore (si pensi al disegno di legge sui Dico proposto dal governo Prodi e, per venire all'attualità, alla questione del testamento biologico e del fine vita).

Lo stesso Benedetto XVI ha più volte apertamente elogiato questo modello di intervento politico della Chiesa. Lo ha fatto nei suoi documenti e nei suoi discorsi pubblici, come quelli tenuti in occasione del viaggio apostolico negli Stati Uniti d'America, dal 15 al 21 aprile scorso. Allora il Papa affermò che occorre «respingere la falsa dicotomia tra fede e vita politica, poiché, come ha affermato il Concilio Vaticano II, "nessuna attività umana, neanche nelle cose temporali, può essere sottratta al dominio di Dio"». Sullo sfondo rimane, come sempre, l'idea della necessità di rafforzare la presenza del cattolico nella società contemporanea in primis attraverso la conversione personale e la testimonianza nella vita quotidiana, poi nell'esperienza comunitaria ecclesiale, infine nell'agone della politica, della cultura, della scienza. La politica, insomma, non è mai il primo obiettivo della presenza cristiana nella società, ma una sua possibile conseguenza, uno degli sbocchi che essa può avere.

Su questa linea si muove anche il cardinal Bagnasco, che certamente ha un temperamento personale meno «politico» di quello del suo predecessore alla guida della CEI, ma che non per questo può essere ritenuto l'anti-Ruini. Le sue parole sulla necessità di una legge riguardante il fine vita, che molti media hanno confuso con la legittimazione del testamento biologico, nascono in realtà dalla stessa motivazione che aveva spinto Ruini, nel 2005, a promuovere l'astensione nel referendum sulla procreazione assistita difendendo la legge varata dal parlamento secondo la logica del «male minore». In questo caso, meglio una legge che regoli il delicato e drammatico momento della fine della vita «riconoscendo valore legale a dichiarazioni inequivocabili, rese in forma certa ed esplicita» (che però «non avranno la necessità di specificare alcunché sul piano dell'alimentazione e dell'idratazione, universalmente riconosciuti ormai come trattamenti di sostegno vitale») piuttosto che il caos senza regole in cui è un magistrato a poter introdurre di fatto l'eutanasia in Italia.

Bagnasco non possiede certamente tutto l'appeal mediatico di Ruini, ma è proprio la lunga guida dell'ex cardinal vicario a rendere possibile, oggi, il discorso dell'arcivescovo di Genova sul fine vita (e a rendere possibile, sotto un altro aspetto, il richiamo al governo sulla questione dell'immigrazione). Insomma: se una buona legge verrà promulgata e la legalizzazione dell'eutanasia evitata, ancora una volta l'avrà vinta Ruini.

Gianteo Bordero

mercoledì 27 agosto 2008

IL MEETING, DON GIUSSANI E IL CARDINAL BAGNASCO


Il Meeting di Rimini è tante cose: gli incontri, la cultura, la politica, i dibattiti, le feste, la musica, gli stand, i volontari e chi più ne ha ne metta. Ma è ancora, e soprattutto, un'altra cosa. O, meglio, un'altra persona: don Giussani. E' cioè lo slancio a mettere in gioco se stessi e la propria fede non soltanto nel caldo nido accogliente del proprio gruppo, della propria parrocchia o del proprio movimento, ma anche nel paragone con il mondo, con ciò che succede ogni giorno sulla terra, nella grande avventura quotidiana dello studio e del lavoro. Insomma: nella vita in quanto tale, non frammentata e non divisa in compartimenti stagni e non comunicanti tra loro. Don Giussani amava ripetere, riprendendo una frase di San Paolo: «Vagliate tutto e trattenete il valore». Ossia: vivete tutto, osservate tutto, ascoltate tutto (tutto quello che accade nella realtà) e usate la vostra fede e la vostra ragione come strumento, come metro di giudizio per trattenere ciò che veramente conta.

Da qui, da questo impeto, nacque il Meeting nel 1980. E oggi, 28 anni dopo, è il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza Episcopale italiana, a mostrare nel suo intervento, intitolato «La Chiesa, un popolo che si fa storia», come l'intuizione di don Giussani esprima non soltanto il punto di vista di Comunione e Liberazione, ma si radichi nell'essenza stessa del cristianesimo. Bagnasco non nomina mai don Giussani né Cl, non fa alcuna apologia né concessione alla retorica. Ma si capisce che la sua lezione punta a mettere in rilievo il fatto che quello che il «Gius» ha testimoniato e insegnato non è cosa per pochi, ma per tutti. Lo si vede in tre passaggi decisivi del discorso del cardinale, che riprendono tre «cavalli di battaglia» di don Giussani:

1) Il cristianesimo non è «una sorta di gnosi, di conoscenza misterica per pochi iniziati», dice il presidente della Cei. E' invece «la conseguenza di un incontro decisivo che cambia la vita del credente. E' il frutto di un'amicizia personale con Cristo, un'amicizia che si rinnova ogni giorno; credere non significa aderire ad una dottrina, ma vivere riferiti a Lui».

2) Il cristiano è ontologicamente, in forza di questo incontro, «sale della terra» e «luce del mondo». L'immagine del sale «suggerisce l'incarnazione nel mondo», mentre quella della luce «suggerisce la visibilità della presenza cristiana». E oggi è ancora vero quello che il fondatore di Cl intuì sin dagli anni '50. Dice Bagnasco: «Oggi, come in altri periodi della storia, si vuole che la Chiesa rimanga in chiesa. Il culto e la carità sono apprezzati anche dalla mentalità laicista: in fondo - si pensa - la preghiera non fa male a nessuno e la carità fa bene a tutti. In altri termini, si vorrebbe negare la dimensione pubblica della fede concedendone la possibilità nel privato. A tutti si riconosce come sacra la libertà di coscienza, ma dai cattolici a volte si pretende che essi prescindano dalla fede che forma la loro coscienza».

3) E se, da un lato, spesso è negato ai cristiani il diritto a manifestare liberamente e integralmente la propria fede (vediamo che cosa sta accadendo in India in questi giorni), dall'altro essi devono pure farsi carico, soprattutto in questo frangente storico caratterizzato dal predominio del relativismo, della «difesa della ragione». Dichiara il cardinale: «Affermare l'efficacia della ragione non è totalmente altro dall'annuncio evangelico; non significa diminuire il Vangelo per impicciarsi di argomenti di competenza altrui. E' intrinsecamente connesso: fede e ragione si richiamano a vicenda, sono implicati reciprocamente nell'unità della persona». Per questo «certi valori - come nel campo della vita umana e della famiglia, della concezione della persona, della libertà e dello Stato - anche se sono illuminati dalla fede, sono innanzitutto bagaglio della buona ragione».

Tutto l'intervento di Bagnasco ruota, insomma, attorno al cuore dell'annuncio cristiano, lo stesso che don Giussani, nei suoi lunghi anni di presenza nella Chiesa e nella società, ha testimoniato senza posa: il cristianesimo è vita e storia, è la pienezza dell'umano che si realizza in un popolo, la comunione tra coloro che, nell'incontro con Cristo, hanno ritrovato a un tempo se stessi e la verità del mondo.

Gianteo Bordero