Visualizzazione post con etichetta Francesco Rutelli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Francesco Rutelli. Mostra tutti i post

giovedì 16 dicembre 2010

IL POLO DELLA CONFUSIONE

da Ragionpolitica.it del 16 dicembre 2010

L'annunciato «Terzo Polo» assomiglia all'Araba Fenice: tutti ne parlano, ma nessuno sa in realtà di che cosa effettivamente si tratti. L'unica certezza al riguardo è che non ci sono certezze. L'alleanza tra Casini, Fini, Rutelli e Lombardo nasce infatti all'insegna della confusione. Centrismo come dice l'Udc? Nuovo centrodestra come vaticina Futuro e Libertà? Area di responsabilità come auspica l'Api? Chi vivrà vedrà...


Quello che però già oggi si può dire è che questa coalizione sorge sotto la stella della cocente sconfitta subìta alla Camera dei deputati in occasione del voto di fiducia di martedì, quando un Silvio Berlusconi dato ormai politicamente per morto ha fornito l'ennesima dimostrazione di forza e vitalità. Come inizio non c'è male. E niente può fugare l'impressione che la riunione convocata mercoledì per annunciare con toni altisonanti la nascita del «Polo della Nazione» sia servita, molto più prosaicamente, soltanto a dare ossigeno al vero sconfitto della votazione a Montecitorio, cioè Gianfranco Fini. Il quale, fallito l'assalto al presidente del Consiglio, al termine della sua lunga marcia antiberlusconiana si è ritrovato sull'orlo del precipizio, con un piede già nel vuoto e l'altro pericolosamente malfermo sul ciglio del burrone. Per salvarlo è dunque arrivata la Croce Rossa dell'Udc. Con la conseguenza che domani Casini potrà a buon titolo rivendicare la leadership del Terzo Polo, mentre il fondatore di Fli dovrà ingoiare di buon grado il rospo di essere ancora una volta il numero due. Complimenti davvero, onorevole Fini.


Andando al di là di questa motivazione contingente, tattica più che strategica, poco o nulla di politicamente sostanzioso si può dire al riguardo del sedicente «Nuovo Polo», salvo contestare proprio la definizione di «nuovo» che ad esso è stata assegnata. Che cosa c'è di «nuovo», infatti, in una coalizione i cui leader (o almeno alcuni di essi, e già questa mancanza di unità la dice lunga sul respiro politico di questa alleanza) ripetono un giorno sì e l'altro pure che il bipolarismo italiano ha fallito e che è un modello da archiviare quanto prima? Che cosa c'è di «nuovo» nell'invocare ad ogni piè sospinto la cancellazione dell'attuale legge elettorale, che grazie al premio di maggioranza consente quel minimo di governabilità che è sempre mancato agli esecutivi della nostra Repubblica? Che cosa, ancora, c'è di «nuovo» nel riproporre quell'assetto istituzionale esasperatamente partitocentrico che gli italiani hanno dimostrato di voler superare già dai primi anni Novanta del secolo scorso? Se proprio vogliono darsi un nome adeguato alla cosa, i protagonisti di questa nuova aggregazione possono definirsi come «Polo della Nostalgia».


Se l'adesione di Fini era di fatto obbligata per tentare di sopravvivere, e se l'Api di Rutelli naviga costantemente sotto l'1% dei consensi, una parola va detta sulla scelta di Pier Ferdinando Casini, il cui intestardirsi in un progetto palesemente antistorico e di piccolo cabotaggio lascia quanto meno a desiderare e fa sorgere più di un interrogativo circa i veri scopi che l'Udc si prefigge con la sua azione. Se fine supremo del partito di Casini fosse quello di dare forza alla presenza dei cattolici in politica e respiro al popolarismo europeo di matrice cristiana, egli ci avrebbe pensato non una, ma cento volte prima di imbarcare Gianfranco Fini, che - come ha scritto un lettore di Avvenire in una missiva pubblicata giovedì - «non appartiene alla cultura politica "di centro" e calpesta i "principi non negoziabili" dell'agire politico del cattolico». Inoltre, ovunque in Europa i partiti appartenenti al Ppe sono rigorosamente collocati nel centrodestra, in alternativa alla socialdemocrazia e al centrosinistra. Sarà forse anche per questo che una figura di spicco della Chiesa come il cardinale Camillo Ruini, intervenendo alcuni giorni fa ad un convegno sui 150 anni dell'unità d'Italia, ha ribadito che il bipolarismo, la legge elettorale di impianto maggioritario, il rafforzamento dei poteri del governo all'interno della prossima articolazione federale dello Stato devono essere i punti cardine del nuovo assetto istituzionale del Paese. Punti che proprio il partito di Casini contrasta alla radice. Alla luce di tutto ciò, la domanda sorge dunque spontanea: dove va l'Udc con il suo «Terzo Polo»?

Gianteo Bordero

sabato 31 ottobre 2009

E RUTELLI SE NE VA

da Ragionpolitica.it del 31 ottobre 2009

E così la Margherita è definitivamente sfogliata: Rutelli soffia sull'ultimo petalo rimasto e la sentenza è inappellabile: «Non m'ama». Sì, il Pd di marca bersaniana non è proprio la casa del bel Francesco, o Cicciobello che dir si voglia. Lui stesso lo dichiara nell'intervista con la quale annuncia, sul Corriere della Sera, il suo addio al «partito mai nato»: «Abbiamo posto tre condizioni, sospendendo l'attività della Margherita: niente approdo nel socialismo europeo; ma siamo finiti lì. Basta collateralismo, basta vecchie cinghie di trasmissione tra politica, corpi sociali, interessi economici; ma le file organizzate di pensionati Cgil, alle primarie, dimostrano che non ne siamo fuori. Pluralismo politico; ma anziché creare un pensiero originale, si oscilla tra babele culturale e voglia di mettere all'angolo chi dissente».


Che Rutelli stesse per abbandonare il Pd era ormai diventato il segreto di Pulcinella della politica italiana, e solo alcune dichiarazioni sibilline degli ultimi giorni avevano lasciato qualche addetto ai lavori ancora col fiato sospeso. Ma la strada era segnata già da tempo, come da tempo era più che evidente il disagio dell'ex sindaco di Roma all'interno di un partito che è diventato tutto ciò che egli voleva non diventasse. Memorabile la sua battuta di qualche tempo fa: «Se il Pd accetta di essere sistematicamente definito "la sinistra", più che bollito è fritto». Del resto, la critica ai socialdemocratici fuori tempo massimo è un cavallo di battaglia di Rutelli almeno dal 2005. Cioè da quando, durante un convegno a Fiesole, fece il gioco della torre è gettò la «socialdemocrazia» tra i rottami della storia. Il suo ragionamento si può riassumere così: la socialdemocrazia appartiene ormai ai tempi andati, è un simbolo di ciò che oggi non c'è più, cioè il Novecento non soltanto in senso cronologico, ma soprattutto culturale e politico. Perciò riproporla ora - come fa Bersani - è un'operazione destinata inevitabilmente a fallire.


E allora Francesco va via. «Subito - dice - anche se con dolore». Perché il Pd «è stato il sogno di molti anni». Evidentemente un sogno incompreso, se è vero che le posizioni espresse da Rutelli da un po' di tempo a questa parte sono state sistematicamente osteggiate dalla maggioranza del partito, sia che si trattasse di questioni politico-strategiche, sia di agende economiche, sia di temi etici. Cicciobello proponeva e il Pd cassava. Senza contare gli attacchi provenienti dalle parti della sinistra massimalista - la stessa con la quale oggi Bersani vuole riallacciare i fili del dialogo - che ha sempre dipinto l'ex segretario della Margherita come una sorta di infiltrato della destra e del Vaticano nel sacro suolo della gauche dura e pura. Tira un giorno, tira l'altro, ecco che la corda s'è spezzata.


Sciolto l'ormeggio, Rutelli riprende ora il suo viaggio nel mare magnum della politica italiana. Un viaggio che, partendo dal Partito Radicale di Marco Pannella, lo ha portato negli anni ad approdare nei Verdi, poi sul Campidoglio, poi nella Margherita e infine nel Pd. Oggi la direzione sembra segnata: il bel Francesco fa vela verso Pierferdinando Casini. Dice al Corriere: «Casini è un interlocutore essenziale. Ed è giusto guardare lontano: con proposte serie, si può puntare a unire molte altre energie. Sino a creare, in alcuni anni, la prima forza del paese». Un obiettivo ambizioso, ma intanto sognare è gratis, e così Rutelli benedice il «Manifesto per il cambiamento e il buongoverno» promosso nei giorni scorsi da Lorenzo Dellai, presidente della Provincia di Trento, a cui si sono aggregati Massimo Cacciari, Linda Lanzillotta, Bruno Tabacci e altri sei navigatori coraggiosi. Ai quali si potrebbe aggiungere anche Gianni Vernetti, ex sottosegretario agli Esteri del governo Prodi. E così sarebbero in 11 a tentare con Francesco, in attesa di Pierferdi, la nuova traversata verso la terra ignota, il mitico luogo «oltre la destra populista e la sinistra socialdemocratica». Vengono in mente le parole di una canzone di Bennato: «Poi la strada la trovi da te, porta all'isola che non c'è». A meno che questo non sia l'ennesimo cavallo di Troia per riproporre sotto mentite spoglie il vecchio e caro centro-sinistra col trattino. Chi vivrà, vedrà...

Gianteo Bordero