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martedì 7 dicembre 2010

IL SENSO DI RESPONSABILITÀ E I SUOI NEMICI

da Ragionpolitica.it del 7 dicembre 2010

I giochetti di Palazzo e le alchimie da Prima Repubblica dovrebbero lasciare spazio, nell'attuale frangente, al senso di responsabilità di fronte ai rischi di attacco al nostro Paese da parte della speculazione finanziaria internazionale. Come ha ricordato qualche giorno fa il presidente del Consiglio, la solidità politica dell'esecutivo è la conditio sine qua non per rimanere al riparo da manovre simili a quelle che hanno colpito altri Stati del Vecchio Continente nei mesi scorsi.


Come ormai unanimemente riconosciuto nelle più prestigiose sedi europee e mondiali, il governo Berlusconi ha avuto il merito, con la politica di rigore portata avanti in questi due anni dal ministro Giulio Tremonti, di tenere i conti in ordine e di impostare una coraggiosa linea d'intervento volta alla riduzione dei costi dell'apparato statale, all'eliminazione degli sprechi e al contenimento del deficit. Quest'azione del ministro dell'Economia è stata possibile proprio perché essa si inseriva nel quadro di un esecutivo forte, capace di resistere al canto delle sirene della spesa pubblica, di non lasciarsi ammaliare dal mito del deficit spending come strumento per mantenere il consenso sociale.


E' stata, questa, una politica di alto profilo e di grande responsabilità, che gli italiani hanno mostrato di apprezzare, consapevoli dei rischi a cui il Paese sarebbe andato incontro qualora fosse stata messa in campo una strategia diversa quando non opposta. Del resto, sin dalla campagna elettorale del 2008 il Popolo della Libertà aveva detto chiaro e tondo che sarebbe arrivata la crisi e, con essa, anni difficili e di vacche magre, mentre il Partito Democratico si esercitava a proporre ai cittadini un libro dei sogni che, per essere attuato, avrebbe comportato un aumento sconsiderato della spesa pubblica, con tutte le esiziali conseguenze del caso. Votando il centrodestra e il governo Berlusconi, gli elettori hanno detto sì alla sua politica economica, dimostrandosi per l'ennesima volta più realisti e più maturi di tanti loro rappresentanti ancora legati ai bei tempi andati della lira e delle cosiddette «svalutazioni competitive».


Dunque, se l'Italia non ha fatto la fine della Grecia e non è stata inghiottita dalla speculazione finanziaria, ciò è dovuto al combinato disposto di stabilità politica e stabilità economica garantita dall'esecutivo Berlusconi in questi due anni. Questo elemento dovrebbe esser tenuto bene a mente da tutti coloro che, da un po' di mesi a questa parte, giocano una partita allo sfascio della maggioranza parlamentare soltanto nominalmente in ragione di un'altra politica (quale?) e di un altro programma di governo (quale?), mentre di fatto operano solo sulla base di personali ambizioni di potere. Ambizioni che, per quanto legittime, dovrebbero cedere il passo al senso di responsabilità nazionale, quella vera e non quella declamata al sol fine di ipotizzare scenari ambigui e confusi, la cui unica ragion d'essere è la volontà di escludere dalla scena colui che è stato liberamente scelto dai cittadini per guidare il Paese.


Oggi, a una settimana dal decisivo voto di fiducia alle Camere del 14 dicembre, dev'essere chiaro che una eventuale interruzione del cammino del governo Berlusconi, che ha fin qui operato molto bene nel difficile contesto dato, non potrà non essere intestata a coloro che hanno preferito anteporre all'interesse generale dell'Italia (come detto, la stabilità politica ed economica) il proprio particulare. A coloro che hanno rimesso in pista i peggiori tatticismi del passato e i peggiori rituali della vecchia partitocrazia, con l'unico scopo di abbattere un solo uomo e indebolire la sua leadership nella quale la maggioranza dei cittadini si è riconosciuta nel 2008 e nelle successive elezioni europee ed amministrative del 2009 e 2010. Invocare un governo sostenuto anche da Pdl e Lega e magari guidato da uno degli uomini più vicini al Cavaliere («TTB, Tutti Tranne Berlusconi», come ha scritto Il Foglio di Giuliano Ferrara commentando la posizione dei terzopolisti) è la conferma che nella testa dei centristi il primato non spetta alla tenuta del Sistema-Paese, ma soltanto alla mai sopita ed immarcescibile ossessione antiberlusconiana.

Gianteo Bordero

giovedì 18 novembre 2010

COSÌ VINCE L’ANTIMAFIA DEI FATTI

da Ragionpolitica.it del 18 novembre 2010

Una grande vittoria dello Stato, delle forze di Polizia, del ministero dell'Interno, del governo Berlusconi. La cattura di Antonio Iovine, uno dei capi storici del clan dei Casalesi, «delfino» del boss Francesco Schiavone, rappresenta l'ennesimo duro colpo inferto alla criminalità organizzata negli ultimi due anni. E' l'arresto che accorcia ulteriormente la lista dei latitanti più pericolosi: ventiquattro mesi fa si era partiti da trenta, oggi ne mancano soltanto due: Matteo Messina Denaro e Michele Zagaria. Un risultato straordinario, che ormai senza ombra di dubbio fa dell'ultimo biennio quello più efficace e più fruttuoso nella lotta alle cosche, ai clan, alle 'ndrine. I numeri parlano da soli: 6.754 mafiosi arrestati, di cui 410 latitanti; più di 660 operazioni di polizia giudiziaria; 29.700 beni sequestrati per un valore di quasi 15 miliardi di euro; 5.900 beni confiscati, pari a 3 miliardi di euro. Un'azione capillare e mai prima d'ora così incisiva. Un coordinamento straordinario tra le varie istituzioni coinvolte.


Lo Stato, insomma, è tornato a fare lo Stato. Ha fatto sentire la sua presenza nei territori infestati dalla criminalità organizzata. Ha inviato l'esercito nei luoghi simbolo della malavita per non far sentire i cittadini abbandonati a se stessi, per non lasciare che la paura continuasse a inghiottire intere comunità, per non perpetuare la drammatica realtà di pezzi d'Italia controllati totalmente dalle cosche. Ha dato un segnale chiaro e inequivocabile anche col rafforzamento del carcere duro per i boss, col Piano straordinario antimafia varato dal governo e approvato pochi mesi fa dal parlamento (contenente misure quali la creazione dell'Agenzia per la gestione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, il Codice delle leggi antimafia, l'introduzione di nuovi strumenti di aggressione ai patrimoni mafiosi e all'ecomafia), con la firma del Protocollo per la lotta alla criminalità organizzata assieme a Confindustria. Tanti provvedimenti che vanno in un'unica direzione: contrastare la malavita in ogni modo possibile e in tutti i settori nei quali essa ha infiltrazioni. E' una battaglia dura, durissima, contro un nemico con cento facce e mille diramazioni. Ma decisivo è appunto mostrare e dimostrare che lo Stato c'è, che le istituzioni ci sono, che la volontà di sradicare le mafie si concretizza in atti concreti.


Questa, come è stato detto, è l'antimafia dei fatti e non l'antimafia delle chiacchiere. L'antimafia che combatte ogni giorno la criminalità sul campo e non nei salotti. L'antimafia di tanti eroi ignoti e silenziosi, dei servitori fedeli dello Stato, dei valorosi uomini delle squadre «catturandi», e non di coloro che affollano le tribune mediatiche in cerca di gloria personale. E' l'antimafia di cui c'è bisogno, non quella che ha bisogno della ribalta perché così fa più chic. E' l'antimafia che unisce gli italiani, non quella che li divide sulla base di rozzi stereotipi ideologici, per cui se sei di centrodestra non hai diritto alla patente di perfetto antimafioso, mentre se sei di sinistra sei per ciò stesso un paladino della lotta ai clan. E' l'antimafia che vogliamo, non quella che tentano di imporci certi giornali e tv come strumento di lotta politica. A proposito, tra i principali quotidiani oggi in edicola l'unico che s'è scordato - diciamo così - di dare ampio risalto in prima pagina all'arresto di Iovine è stata l'Unità. Chissà perché...

Gianteo Bordero

lunedì 9 agosto 2010

LO «STRAPPO BIOETICO» DEI FINIANI

da Ragionpolitica.it del 9 agosto 2010

Giurano che loro si atterranno al programma di governo presentato agli elettori nell'aprile 2008, ma poi, alla prova dei fatti, dimostrano l'esatto contrario. E' già accaduto negli scorsi mesi sui temi dell'immigrazione e della giustizia, e accade di nuovo oggi sulle questioni bioetiche. I finiani, per bocca del vice capogruppo alla Camera di Futuro e Libertà, l'onorevole Benedetto Della Vedova, annunciano una iniziativa per «riprendere in mano il tema di una legge civile sulle coppie di fatto anche gay, senza confinarlo nella maggioranza ma allargandolo a tutte le forze parlamentari». Ma non finisce qui. Perché, sempre secondo Della Vedova, è necessario apportare modifiche anche alla legge sulla procreazione assistita votata dal centrodestra nel 2004, definita «assurda» dall'ex radicale e oggi deputato finiano. Infine, per completare il tutto, ecco la proposta di un «disarmo bilaterale» in materia di testamento biologico, visto che il Popolo della Libertà «ha prodotto solo proposte confessionali su questo tema».


Niente di nuovo sotto il sole, si dirà. Queste non sono soltanto le posizioni di Della Vedova, ma anche quelle espresse a più riprese, negli anni scorsi, dall'onorevole Fini, che non ha mai nascosto la propria idiosincrasia per l'approccio del centrodestra alle questioni bioetiche. Basti ad esempio ricordare la scelta - peraltro molto contestata all'interno del suo partito - dell'allora capo di Alleanza Nazionale in merito al referendum sulla fecondazione assistita del 2005, in occasione del quale egli decise, in nome di una non ben definita idea di «laicità», di appoggiare i quesiti che puntavano a scardinare l'impianto della normativa varata dalla Casa delle Libertà. Una normativa che - ricordiamolo - non vietava il ricorso alle tecniche procreative medicalmente assistite, ma ne disciplinava in modo rigoroso le condizioni e le modalità. Dunque, non un provvedimento «confessionale», al punto che l'allora presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini, pur considerandola una sorta di «male minore» ed invitando per questo i credenti all'astensione referendaria, disse chiaramente che non si trattava di una «legge cattolica».


Se quindi, per un verso, le proposte di Fini e dei finiani in materia bioetica non rappresentano una novità, per un altro verso è evidente che il rimetterle in campo oggi - in un momento così delicato per le sorti della legislatura e dopo l'annuncio del presidente del Consiglio di una mozione programmatica sulla quale chiedere la fiducia del parlamento alla ripresa settembrina - rivela una chiara volontà di rottura che fa a pugni con le dichiarazioni di fedeltà al centrodestra e al mandato ricevuto dagli elettori due anni e mezzo fa. Dissotterrare la questione delle coppie di fatto, della fecondazione assistita, del testamento biologico in un frangente come quello attuale significa infatti cercare un pretesto per prendere ancora una volta le distanze dalla maggioranza: l'ennesima mossa tattica nascosta sotto la solita giustificazione del «dibattito culturale» e dell'espressione del «legittimo dissenso».


Certi temi, proprio per la loro rilevanza, per la loro delicatezza e per i loro risvolti etici, andrebbero affrontati nei modi e nei tempi opportuni, con un confronto degno di tal nome, e non dovrebbero essere utilizzati strumentalmente come la quotidiana occasione per differenziarsi, per mostrarsi diversi, infine per prendersi gli applausi della sinistra e di tutti i media politicamente corretti. Un'operazione di piccolo cabotaggio che contrasta con la grandezza delle questioni sul tappeto.


A questo proposito ci piace ricordare, proprio per il loro valore di coraggiosa opposizione alla politically correctness, le parole pronunciate dal presidente del Consiglio durante la conferenza stampa con la quale, nei tragici giorni che portarono alla morte di Eluana Englaro, annunciò il decreto del governo volto a salvare la vita della giovane donna - decreto poi respinto dal capo dello Stato: «Se non avessimo prodotto ogni sforzo nelle nostre possibilità per evitare la morte di una persona che è in pericolo di vita e che non è in morte cerebrale, ma è una persona che respira in modo autonomo, una persona viva, le cui cellule cerebrali sono vive, una persona in uno stato vegetativo che potrebbe variare come diverse volte si è visto, io, dal mio punto di vista personale, rispondendo alla mia coscienza, mi sentirei responsabile di un'omissione di soccorso nei confronti di una persona in pericolo di vita». La decisione di Berlusconi, accompagnata da queste sue parole, ha segnato lo spartiacque tra il «dibattito culturale» astratto e l'azione concreta in favore della vita e a sua difesa, divenuta parte del Dna del Popolo della Libertà. Rimarcare oggi le posizioni opposte - per di più, come abbiamo visto, come mero tatticismo - vuol dire certificare la propria rottura tanto con l'azione di governo del Pdl quanto con i suoi fondamenti culturali. Basterebbe riconoscerlo con chiarezza ed agire di conseguenza, senza ulteriori indugi finalizzati soltanto a guadagnare tempo per sé facendolo perdere al governo e alla maggioranza votata dai cittadini.

Gianteo Bordero

martedì 1 giugno 2010

SE L'INTERCETTAZIONE DIVENTA UN DOGMA IDEOLOGICO

da Ragionpolitica.it del 1° giugno 2010

Intercettare, intercettare, intercettare. La sacralità della captazione telefonica e della sua pubblicazione a mezzo stampa è diventata in questi anni un nuovo dogma del politicamente corretto in salsa italiana. Già, perché nelle altre grandi democrazie «mature» l'uso di questo strumento - tanto in sede di indagine quanto in sede di diffusione mediatica - è di gran lunga più limitato e circostanziato rispetto a quanto accade nel nostro paese. Eppure da noi il mantenimento dello status quo fa comodo a tanti. Ai pubblici ministeri, perché consente loro di pescare comodamente a strascico nel mare magnum del potere bypassando i tradizionali metodi di indagine. Ai giornalisti, perché la sistematica fuoriuscita di brogliacci dalle procure permette loro di dare quotidianamente in pasto ai lettori nuovi scandali, nuove «cricche», nuovi capri espiatori da mettere alla gogna. Ai partiti e ai movimenti giustizialisti, che in questo modo possono continuare ad accreditarsi come la parte sana e pura della società e della politica, come i veri eredi dello «spirito di Mani Pulite», come i paladini incorrotti dell'onestà e della probità morale.


Un autentico liberale come Piero Ostellino ha scritto sul Corriere della Sera, in dissenso dalla linea editoriale del quotidiano di via Solferino, che in un vero stato di diritto dovrebbe valere la «presunzione di innocenza fino a prova contraria appurata in un dibattimento processuale». E ha ricordato che questa garanzia di tutela della persona «si chiama "Habeas Corpus" e fu approvato dal parlamento inglese nella seconda metà del Seicento contro gli abusi del sovrano (e dei suoi inquisitori)». Oggi, invece, l'intercettazione - e la sua diffusione selvaggia su giornali, tv e siti internet - è divenuta lo strumento principe per contraddire i principi a cui Ostellino fa riferimento e per mandare al macero, senza tanti scrupoli, la «tutela della persona» e della sua dignità e onorabilità «fino a prova contraria». E' divenuta cioè, in ultima analisi, l'arma totale di cui il circo mediatico-giudiziario si serve per esercitare un influsso diretto ed efficace sulle vicende del paese, per indirizzarne le sorti, per colpire - e in certi casi affondare - questo o quel potente. Gettato oggi nel fango in quanto «intercettato», sarà poi difficile per lui, in caso di provata innocenza in sede processuale, riavere indietro ciò che il clamore giacobino e la morbosità forcaiola gli avevano tolto in men che si dica.


E' inutile girarci tanto attorno e fare ricorso ai luoghi comuni del «giudiziariamente corretto» per nascondere una verità evidente a chiunque non abbia la mente offuscata dal fanatismo giustizialista: le intercettazioni che più oggi vengono difese a spada tratta dalla casta dei magistrati politicizzati, dai cronisti a caccia di facili colpevoli, dai dipietristi in servizio effettivo permanente, non sono quelle che il disegno di legge in discussione in parlamento mantiene in quanto ritenute fondamentali ai fini della lotta al crimine, e che spesso non fanno neppure notizia, bensì quelle a più alto impatto mediatico, quelle che vedono come protagonisti politici in vista, personaggi famosi, nomi noti dello sport o dello spettacolo. Perché in questi casi le registrazioni telefoniche servono non tanto per dimostrare una tesi giudiziaria, per supportare un'accusa di reato, quanto per continuare a diffondere una tesi ideologica che ben poco ha a che fare con le inchieste: la tesi del potere corrotto per natura e dei potenti criminali per statuto. Un'idea che, usando il caso concreto per generalizzare e universalizzare, viene adoperata - a ben guardare - non per «informare», per rendere conto alla tanto mitizzata «opinione pubblica», per «salvaguardare il principio costituzionale» del diritto di cronaca, quanto per tirare la volata mediatica e politica a coloro che, non senza una certa dose di ipocrisia, si ergono a immacolati difensori unici del popolo (viola) e dell'etica democratica e repubblicana.


Ma questa è, a sua volta, una cinica e scaltra operazione di potere, per di più giocata sulla pelle delle persone e del loro diritto a non essere giudicate colpevoli fino a sentenza definitiva. E' chiaro che il vero stato di diritto è ben altro da questa moderna macelleria mediatico-giudiziaria.


Gianteo Bordero

sabato 6 febbraio 2010

IL RITORNO AL NUCLEARE È UNA QUESTIONE D'INTERESSE NAZIONALE

da Ragionpolitica.it del 6 febbraio 2010

Bene ha fatto, il governo, a impugnare dinanzi alla Corte Costituzionale le leggi regionali di Campania, Puglia e Basilicata che impediscono l'installazione di impianti nucleari in quei territori. La proposta di impugnazione è venuta dal ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, secondo il quale tale atto è «necessario per ragioni di diritto e di merito». Per quanto riguarda il primo aspetto - ha spiegato il ministro - «le tre leggi intervengono autonomamente in una materia concorrente con lo Stato (produzione, trasporto e distribuzione di energia elettrica) e non riconoscono l'esclusiva competenza dello Stato in materia di tutela dell'ambiente, della sicurezza interna e della concorrenza (articolo 117, secondo comma della Costituzione)». Venendo invece alla questione di merito, Scajola ha affermato che «il ritorno al nucleare è un punto fondamentale del programma del governo Berlusconi, indispensabile per garantire la sicurezza energetica, ridurre i costi dell'energia per le famiglie e per le imprese, combattere il cambiamento climatico riducendo le emissioni di gas serra secondo gli impegni presi in ambito europeo».


E' importante cercare di comprendere i due assunti politico-ideologici che stanno alla base delle leggi regionali contro cui l'esecutivo ha deciso di fare ricorso. In primo luogo vi è un'idea distorta e parziale del federalismo, secondo la quale le Regioni rappresentano una sorta di «Stato in miniatura», cioè un Ente in tutto identico, salvo che nell'estensione territoriale, allo Stato centrale. Questa concezione affonda le sue radici nella riforma del Titolo V della Costituzione approvata in fretta e furia dal centrosinistra al termine della XIII legislatura (1996-2001) per tentare di ingraziarsi l'elettorato leghista in vista delle elezioni politiche del 13 maggio 2001. Tale riforma, lungi dal mettere in atto un sano federalismo, ben inserito e bilanciato nel quadro dell'unità nazionale, con la nuova formulazione dell'articolo 117 della Carta costituzionale da un lato ha assegnato alle Regioni la potestà legislativa su «ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato», dall'altro lato ha previsto una lunga serie di materie concorrenti: si è creata così una grande confusione di competenze tra Stato e Regioni, con prevedibili e inevitabili ricorsi alla Consulta, ma soprattutto è stata legittimata l'idea di una sostanziale equivalenza tra il potere legislativo del parlamento centrale e quello dei parlamentini (ormai veri e propri parlamenti) regionali. La conseguenza di tutto ciò è stata che, più che a un vero federalismo (quello in cui alla previsione di più poteri per le Regioni corrisponde un rafforzamento dei poteri di controllo e indirizzo dello Stato centrale e del governo), si è dato vita ad un mero «regionalismo» trasformatosi non di rado, in questi due lustri, in «centralismo» o «statalismo» regionale.


Ma l'esito culturalmente e politicamente più grave del «pasticciaccio brutto» della riforma del Titolo V è stato quello di mettere in secondo piano l'interesse nazionale, cioè l'interesse dell'Italia in quanto tale, oltre le sue partizioni territoriali. Si è creato così un corto circuito tra territorio e Stato, tra dimensione locale e dimensione nazionale, i cui frutti avvelenati sono oggi sotto gli occhi di tutti: si pensi, oltre al caso odierno del nucleare, anche a episodi come quello dell'opposizione alla Tav in Val di Susa e, più in generale, alla realizzazione di infrastrutture e grandi opere necessarie all'ammodernamento del paese e foriere di sviluppo e benessere per tutta la nazione.


Venendo poi alla seconda ragione che sta alla base del «no» di Campania, Puglia e Basilicata all'impianto di stabilimenti nucleari sul loro territorio, essa è da individuare in un atavico e cieco dogma ideologico che ancora permea ampi settori della gauche italiana (tant'è vero che queste tre Regioni sono amministrate da giunte di centrosinistra): il dogma secondo cui «nucleare» è sinonimo di disastri ambientali, inquinamento e distruzione della Natura. A poco valgono gli sviluppi tecnologici che oggi garantiscono impianti sicuri e ad emissioni zero. A poco valgono le dichiarazioni di ambientalisti storici come Chicco Testa, James Lovelock e Stephen Tindale, che sono diventati sostenitori della produzione di energia elettrica da fonte nucleare come strumento per contenere l'inquinamento atmosferico. A poco valgono le analisi storiche sulle vere cause (scarsa o nulla manutenzione e crisi irreversibile del sistema sovietico) che portarono alla catastrofe di Chernobyl. Ancora, a poco vale ricordare che i referendum anti-nucleare del 1987 non prevedevano in alcun modo l'abolizione o la chiusura delle centrali. E a poco, infine, vale rilevare come anche per quanto riguarda il problema dello smaltimento delle scorie siano ormai stati fatti molti passi in avanti dal punto di vista della sicurezza (in Spagna - è notizia di questi giorni - addirittura tredici cittadine si sono candidate ad ospitare il nuovo grande deposito di scorie che il governo vuole realizzare). Questi sono tutti dati di realtà totalmente ignorati da chi pone al primo posto - per convenienza politica immediata o per incapacità di mettere in discussione vecchie convinzioni - l'astrattezza ideologica, il mantra propagandistico, il pregiudizio comodo e politicamente corretto.


Per tutti questi motivi diventa ancora più importante la scelta del governo Berlusconi di impugnare le tre leggi regionali citate e di procedere innanzi, senza tentennamenti, sulla strada del ritorno al nucleare. In nome del principio di realtà e della salvaguardia dell'interesse nazionale. A tal proposito, il ministro Scajola ha annunciato che nella prossima riunione del Consiglio dei ministri, che si svolgerà il 10 febbraio, «ci sarà l'approvazione definitiva del decreto legislativo recante misure sulla definizione dei criteri per la localizzazione delle centrali nucleari». Avanti tutta.


Gianteo Bordero

giovedì 1 ottobre 2009

IL GOSSIP PASSA, IL BUONGOVERNO RESTA

da Ragionpolitica.it del 1° ottobre 2009

Il gossip passa, il buongoverno e la buona politica restano. Potremmo sintetizzare così i risultati di un sondaggio condotto dall'IPSOS per la trasmissione Ballarò, illustrati nel corso dell'ultima puntata del programma di Giovanni Floris dal direttore dell'istituto demoscopico, Nando Pagnoncelli. Due domande rivolte ai cittadini, in particolare, hanno mostrato come cinque mesi di ossessiva campagna mediatica antiberlusconiana, tesa a screditare il presidente del Consiglio spiando la sua vita privata dal buco della serratura, non abbiano modificato il quadro politico nazionale, come invece speravano i promotori della suddetta campagna.


Ma andiamo con ordine. Alla domanda: «Se si andasse ad elezioni domani, lei per che partito voterebbe?», la risposta è stata: per il Pdl il 37,5%, per il Pd il 29,3%, per la Lega Nord il 10,1%, per l'Idv l'8,1%, per l'Udc il 6,7%. Si tratta sostanzialmente, per quasi tutti i partiti, del medesimo risultato uscito dalle urne dopo le elezioni europee dello scorso giugno. Con la differenza, di non poco conto per quanto concerne il nostro discorso, che il Popolo della Libertà ha aumentato i suoi consensi di 2,3 punti percentuali. Ma ancora più interessante è stata la risposta alla domanda riguardante «l'attenzione dell'informazione per le vicende private del premier». Il 51% degli italiani la considera una perdita di tempo, e il 21% un puro pettegolezzo. Soltanto il 20% ritiene tutto ciò una «faccenda politica rilevante». Se questi sono i risultati di tanta fatica - si fa per dire - giornalistica, allora siamo di fronte ad un vero e proprio buco nell'acqua, che dovrebbe far riflettere coloro che hanno trasformato i mezzi d'informazione politica in pruriginose gazzette infarcite di gossip, credendo con ciò di assestare il colpo di grazia al capo del governo.


Occorre ricordare, tra l'altro, che anche il voto europeo, tenutosi dopo che già da un mese il bombardamento anti Cavaliere aveva avuto inizio, aveva dimostrato la scarsa presa sull'opinione pubblica della campagna di pettegolezzi sul presidente del Consiglio: basti pensare che allora il calo di voti fatto registrare dal Popolo della Libertà rispetto alle elezioni politiche del 2008, come hanno poi chiarito le analisi condotte nelle settimane successive alla consultazione europea, fu causato soprattutto dal «caso Sicilia» e dalle tensioni interne al partito nell'isola. Ciò nonostante, La Repubblica e i suoi compagni di battaglia hanno proseguito imperterriti nella loro strategia - anche qui, si fa per dire - come se niente fosse successo, riproponendo ogni giorno, come un disco incantato, la solita minestra riscaldata delle dieci domande al premier, delle rivelazioni piccanti a orologeria, dei fantasmagorici scoop a luci rosse e via gossippando, nella convinzione di abbattere Berlusconi a colpi di D'Addario. Lo scarsissimo raccolto di tale semina è oggi, grazie al sondaggio diffuso da Ballarò, sotto gli occhi di tutti.


Il fatto - ha spiegato Pagnoncelli commentando i dati della rilevazione - è che «in questo momento c'è una forte attenzione, da parte degli italiani, rispetto ai problemi concreti, c'è un grande pragmatismo». Le parole del direttore dell'IPSOS confermano dunque la bontà della scelta compiuta dal presidente del Consiglio, che in questi mesi è andato avanti tenacemente nella realizzazione del programma di governo, impegnandosi inoltre in prima persona per affrontare le emergenze rappresentate dalla crisi economica e dalla ricostruzione in Abruzzo. Insomma, ha concentrato la sua attenzione su quelli che Pagnoncelli ha chiamato «problemi concreti», ricavandone l'apprezzamento della maggioranza degli italiani, che in questo frangente a tutto sono interessati fuorché alle manovre di certa stampa e di certi poteri non eletti per disarcionare un premier che sta dimostrando di saper rispondere con il buongoverno alle esigenze dei cittadini, con la politica del fare alla politica delle chiacchiere e delle calunnie. Lo dimostra - da ultimo - l'avanzato stato dei lavori per ridare una casa alle popolazioni abruzzesi colpite dal sisma il 6 aprile scoso.

Gianteo Bordero

martedì 29 settembre 2009

CASE PER L'ABRUZZO

da Ragionpolitica.it del 29 settembre 2009

Mentre la sinistra e le sue gazzette occupano il loro tempo nella politica inconcludente e asfissiante delle chiacchiere, il governo prosegue spedito nel cammino intrapreso sin dal giorno del suo insediamento: la politica del fare, delle realizzazioni concrete, delle cose utili ai cittadini. E' il marchio di fabbrica del Berlusconi IV, che si è trovato ad affrontare, una dopo l'altra, emergenze epocali che in altri tempi e in altre circostanze avrebbero steso qualsiasi esecutivo: i rifiuti in Campania, la crisi economica e il terremoto in Abruzzo su tutte. Siamo così tornati agli albori dell'esperienza politica di Silvio Berlusconi, alla rivoluzione copernicana introdotta dal Cavaliere nella politica italiana: il governo è al servizio dei cittadini, non dei partiti; è il luogo in cui lo Stato diventa amico della persona, e non lo spazio in cui la persona è usata dallo Stato come mezzo per soddisfare gli appetiti del potere. Insomma: «La persona prima di tutto», come recita lo slogan che ha accompagnato in questi mesi la politica sociale e i numerosi provvedimenti anti-crisi messi in campo dall'esecutivo.


La tappa odierna di questa politica ha avuto come meta l'Abruzzo, dove il presidente del Consiglio ha consegnato alle famiglie colpite dal terremoto i primi appartamenti del progetto C.A.S.E, ossia Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili, destinati alle persone che hanno avuto la casa distrutta o resa inagibile dal sisma dello scorso 6 aprile. Mai acronimo fu così azzeccato: il nome corrisponde perfettamente alla cosa. E il progetto corrisponde altrettanto perfettamente al bisogno immediato dei cittadini dell'Aquila e dei borghi limitrofi: riavere quanto prima un tetto sotto cui vivere, abitare, per ritrovare quella normalità spazzata via dalla furia della terra cinque mesi fa. Oggi, alla presenza del premier e del sottosegretario Guido Bertolaso, la Protezione Civile ha consegnato a Preturo e Bazzano i primi 19 edifici (più di 400 appartamenti). Complessivamente, il progetto C.A.S.E prevede la realizzazione, entro la fine dell'anno, di 184 edifici, per un totale di circa 4.600 appartamenti, suddivisi in gruppi di 25-30 abitazioni per ogni edificio. Gli alloggi daranno una sistemazione ad oltre 16.000 terremotati. Trattasi di abitazioni durevoli, sicure (che poggiano su basi isolate sismicamente, ossia su basamenti retti da colonne sulle quali sono installati dispositivi che, in caso di scosse di terremoto, isolano le piattaforme dal terreno) e «verdi» (con bassi consumi energetici, con pannelli fotovoltaici installati sui tetti, isolate acusticamente e termicamente).


Il salto di qualità rispetto al passato è evidente, e tutto a vantaggio dei cittadini colpiti dal sisma: basta con le persone alloggiate per anni in strutture provvisorie come i container, ma un impegno immediato per costruire veri e propri appartamenti. Una «soluzione ponte - come spiega il sito internet del governo - tra i campi di accoglienza e il ritorno nelle nuove abitazioni». Infatti, quando la vera e propria ricostruzione sarà ultimata, saranno gli stessi aquilani a decidere la nuova destinazione d'uso di questi quartieri (residenze per studenti, sistemazioni turistiche, ecc...). Le C.A.S.E stanno sorgendo su 19 aree attorno all'Aquila, e su www.governo.it è possibile consultare la tabella con lo stato di avanzamento dei lavori per ogni area: il colore giallo indica gli scavi in corso, il grigio le fondazioni in corso, l'azzurro le case in corso e il verde le case terminate. A farla da padroni, sulla cartina, sono i colori azzurro e verde, a testimonianza del lavoro incredibile svolto dagli operai e dai tecnici che stanno curando la realizzazione del progetto.


Dunque, opere a tempo di record, se paragonate a ciò a cui abbiamo assistito nel nostro paese in casi analoghi, gestiti con pressapochismo e all'insegna dell'inefficienza. E opere per la persona, come ha sottolineato il presidente del Consiglio a Coppito, dove ha pranzato assieme ai vertici della Protezione Civile e con le maestranze che hanno realizzato il complesso abitativo di Bazzano: «Grazie per il miracolo che siete riusciti a compiere. Mi sono rimaste impresse molte scene coraggiose del lavoro fatto. Ricordo in particolare una signora che mi ha detto che nella vita non ha mai avuto una casa così bella. Questo dimostra che dal male si può avere del bene... Se si è positivi succedono i miracoli».

Gianteo Bordero

giovedì 17 settembre 2009

IL SOGNO IMPOSSIBILE DI «REPUBBLICA»

da Ragionpolitica.it del 17 settembre 2009

Dal cilindro magico di Repubblica spunta fuori il nuovo coniglio con cui rimpiazzare Silvio Berlusconi e il suo governo democraticamente eletto dagli italiani il 13 e 14 aprile 2008. Il coniglio si chiama «governo di salvezza nazionale», ed è un avanzato prodotto della sperimentazione genetica applicata alla politica: infatti nasce, secondo Massimo Giannini, vice direttore del giornale scalfariano, dall'incrocio in provetta del DNA di quattro figure di primo piano della politica nostrana: Gianfranco Fini, Giulio Tremonti, Massimo D'Alema e Pier Ferdinando Casini. Sarebbero loro - sostiene Repubblica - gli «anelli della catena» pronta a soffocare il premier, facendolo fuori una volta per tutte dall'agone politico. Lo scopo del progetto - scrive Giannini - è «offrire al paese un'alternativa nel 2013, nel caso in cui questo governo riuscisse miracolosamente a superare le colonne d'Ercole del Lodo Alfano, delle elezioni regionali, dei nuovi guai giudiziari e dei vecchi vizi personali del premier. Oppure tenersi pronti all'emergenza immediata, nel caso in cui la legislatura incappasse in un traumatico incidente di percorso». Ovviamente è quest'ultima ipotesi ad essere caldeggiata dal quotidiano di Largo Fochetti, secondo il quale esisterebbe già un programma bell'è pronto per questo nuovo esecutivo: «Riforma del sistema politico, con abbattimento del numero di parlamentari, consiglieri regionali e comunali; riforma del welfare, con radicale riforma dei contratti di lavoro sul modello Ichino-Boeri; riforma della spesa pubblica, con massicci tagli e dirottamento di risorse verso la scuola, la ricerca e l'innovazione».


Sognare è lecito, ma a tutto c'è un limite. Tant'è vero che, concludendo il suo articolo dopo essersi risvegliato madido di sudore in seguito alla visione onirica del governissimo post Cavaliere, Giannini ammette - bontà sua - che quanto da lui stesso scritto «sembra fantapolitica», salvo poi precisare che «di questi scenari, sia pure costruiti a tavolino, si discute in questi giorni». E qui casca l'asino. Perché a «discuterne» sarebbe - udite, udite! - nientepopodimeno che... Massimo D'Alema, il quale - scrive il vice direttore di Repubblica - avrebbe detto a Fini, qualche giorno fa: «Il tuo premier, ormai, non è più nelle condizioni, politiche e psicologiche, per negoziare alcunché». E' proprio vero che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, perché Giannini, dopo aver preparato con cura per i lettori la succulenta pietanza del super governo Fini-Tremonti-D'Alema-Casini, al momento di servirla in tavola ci svela il segreto della ricetta, cosa che un buon cuoco non dovrebbe mai fare. E il segreto si chiama, appunto, Massimo D'Alema. E' lui, cioè, il vero «suggeritore» del novello cuoco Giannini, il quale, evidentemente, non fa altro che riportarne gli auspici, le previsioni, le - chiamiamole così - analisi strategiche.


Ora, che Baffino sia un esperto conoscitore delle trame di Palazzo per far cadere i governi scelti dal popolo e sostituirli con altri che soddisfino i desiderata dei poteri forti è cosa nota sin dal 1998, quando lui stesso defenestrò da Palazzo Chigi Romano Prodi e si insediò al timone di un esecutivo messo in piedi grazie ad un'astuta operazione di trasformismo parlamentare. Ma ora D'Alema, se è vero - e non ne dubitiamo - quanto riportato da Giannini in coda al suo articolo, esagera veramente, perché un conto era organizzare la caduta di un esecutivo debole (come quello del Professore) da posizioni di forza (segretario del più grande partito della maggioranza), un altro conto è organizzare la caduta di un governo forte (come quello di Berlusconi) da posizioni di debolezza (sponsor di uno dei candidati alla segreteria del maggior partito dell'opposizione).


Evidentemente, a D'Alema - e a Repubblica - sfugge la differenza tra le due cose e il loro opposto grado di realizzabilità. In sostanza, gli sfugge la realtà. Come tutta la sinistra, egli - per riprendere un'immagine usata da Giulio Tremonti nell'intervista rilasciata martedì al Corriere della Sera - vive ancora nella caverna di Platone, all'interno della quale «gli uomini non vedono la realtà, ma le ombre della realtà proiettate sulle pareti. Vedono immagini, profili, stereotipi, imitazioni della realtà. Il mondo esterno, la realtà, è una cosa; l'immagine della realtà, vista dal profondo della caverna, è un'altra. C'è una drammatica asimmetria tra la realtà del paese e del governo e la rappresentazione che se ne fa. Dal lato della realtà, c'è la realtà, certo con tutte le sue complessità: negatività ma anche positività, crisi ma anche crescente coesione sociale. Dal lato della caverna, è l'opposto o il diverso. Non solo non si vede l'essere, ma a volte si confonde l'essere (quello che è) con il dover essere (quello che si immagina debba essere); o con il voler essere, cioè quello che per proprio conto e tornaconto si vorrebbe fosse».


Gianteo Bordero

martedì 15 settembre 2009

GLI SCENARI E LA REALTÀ

da Ragionpolitica.it del 15 settembre 2009

Tutti coloro che in questi giorni s'ingegnano a ipotizzare nuovi scenari e a descrivere come imminente un mutamento sostanziale del quadro politico italiano partono da due premesse fallaci, che conducono inevitabilmente a formulare deduzioni del tutto prive di fondamento in re. L'inconsistente sillogismo formulato dai novelli cultori della sfera di cristallo risulta così schematizzabile: premessa maggiore: «E' iniziato il declino di Silvio Berlusconi»; premessa minore: «In parlamento esiste una maggioranza alternativa a quella attuale». Conseguenza: «Occorre tenersi pronti per dare vita a un nuovo governo sostenuto da una nuova aggregazione di stampo centrista, che raccolga frammenti del Pdl e del Pd e li unisca ai voti dell'Udc, togliendo di mezzo la Lega Nord».


Per capire che le possibilità di riuscita di un simile disegno fantapolitico sono nulle ci vuol poco. Primo: se sono attendibili tutti gli ultimi sondaggi riguardanti il tasso di gradimento che riscuote tra gli italiani il presidente del Consiglio (il più recente registra il 68,6% di fiducia), è evidente che il suddetto «declino di Berlusconi» esiste soltanto nella mente di coloro che ne parlano, e che, evocandolo a ogni piè sospinto, sperano di trasformare l'acqua dell'analisi politologica nel vino della realtà politica. I fatti dicono tutt'altro: dicono che il premier continua a lavorare alacremente per portare a realizzazione il programma di governo presentato agli elettori e per fronteggiare le emergenze che l'esecutivo si è trovato dinanzi nell'ultimo anno - crisi economica e ricostruzione in Abruzzo su tutte. I risultati positivi di tale azione sono sotto gli occhi di tutti: basti ad esempio pensare che oggi, a soli cinque mesi dal sisma che ha colpito l'Aquila e i borghi limitrofi, il presidente del Consiglio consegnerà le prime nuove case ai terremotati.


Secondo: affermare, come ha fatto Pier Ferdinando Casini domenica a Chianciano, che «ci vogliono dieci minuti per mettere in piedi una maggioranza senza la Lega», significa non rendersi conto di quanto le cose, nel sistema politico italiano, siano cambiate rispetto ai tempi della prima Repubblica, quando la guida dell'esecutivo non era decisa dagli elettori, ma era affidata alle mediazioni tra partiti, i quali chiedevano il voto ai cittadini per poi poterne disporre a proprio uso e consumo nel chiuso delle stanze del potere, facendo e disfacendo a proprio piacimento governi (spesso balneari) e maggioranze (il più delle volte variabili). Il 13 e 14 aprile 2008 gli elettori si sono trovati sulla scheda un'alleanza che comprendeva due partiti, il Popolo della Libertà e la Lega Nord, che si presentavano insieme per ottenere la fiducia necessaria per attuare un programma comune. Perciò non sono immaginabili, nell'attuale legislatura, né un governo né una maggioranza diversi da quelli attuali: ciò rappresenterebbe un chiaro tradimento della volontà popolare e un regresso verso quella «Repubblica dei partiti» che ha lasciato il passo, con l'ingresso sulla scena politica di Silvio Berlusconi, alla «Repubblica dei cittadini», le cui fondamenta sono il rispetto del voto espresso dagli elettori e del programma di governo ad essi proposto.


Oggi la realtà, che lo si voglia o no, è che esistono sia un governo autorevolmente ed efficacemente guidato dal suo capo, sia una maggioranza parlamentare solida e affiatata: entrambi hanno dimostrato, in questi sedici mesi, di bene operare, lasciando poco spazio al chiacchiericcio inconcludente, tanto caro ai retroscenisti, e concentrandosi invece sui veri problemi del paese. Se riaffiorano ora strampalate ipotesi di grandi centri, governissimi trasversali, esecutivi istituzionali e chi più ne ha ne metta, non è certo perché sia alle porte una crisi dell'asse politico uscito vincitore nel 2008, ma semmai perché tale asse continua il suo cammino e non dà segni di cedimento nonostante gli attacchi quotidiani al suo leader e al suo fedele alleato e nonostante le campagne mediatico-giudiziarie orchestrate ad arte, segno della mai sopita tentazione di imporre all'Italia il giogo di un governo non scelto dagli elettori e di una maggioranza studiata a tavolino dai poteri forti, da qualche gruppo editoriale, da settori politicizzati della magistratura.


Gianteo Bordero

giovedì 10 settembre 2009

LA LEGGE SUL FINE VITA RAFFORZERÀ I RAPPORTI TRA GOVERNO E CHIESA

da Ragionpolitica.it del 9 settembre 2009

Lunedì 7 settembre sono giunte, nel giro di poche ore, due autorevoli conferme riguardo all'ottimo stato delle relazioni tra governo italiano e Chiesa cattolica, che molti commentatori avevano presentato come irrimediabilmente compromesso dopo il «caso Boffo». Dapprima è stato il presidente del Consiglio, nel corso della trasmissione Mattino 5, a ribadire che «i rapporti del governo e miei personali con chi guida con prestigio e con autorevolezza la Chiesa cattolica sono eccellenti, da sempre. Sono stati alimentati da un dialogo continuo e tali continueranno ad essere». Poi è stata la volta del direttore dell'Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, il quale, in un editoriale dedicato alla visita del Papa a Viterbo, descrivendo il clima «cordiale» in cui le autorità civili (tra cui il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta) hanno accolto Benedetto XVI, ha parlato di «un quadro di evidente serenità istituzionale». Dunque, tutti coloro che, sia sul fronte mediatico che su quello politico, hanno tentato di strumentalizzare la vicenda delle dimissioni di Dino Boffo dalla direzione di Avvenire per propagandare una crisi dei rapporti tra l'esecutivo e la Chiesa devono riporre nel cassetto le loro speranze.


Del resto, come abbiamo già sottolineato su queste pagine, è interesse comune del governo e dei vertici ecclesiali mantenere un sereno clima di dialogo e collaborazione, nel rispetto delle reciproche competenze e sfere d'azione. Per l'esecutivo non si tratta soltanto di una questione «elettorale», riguardante la tenuta di quel «voto cattolico» che alle ultime elezioni si è diretto principalmente proprio verso il centrodestra, ma anche culturale, visto che l'attenzione ai temi bioetici, la difesa del ruolo sociale ed educativo della famiglia, la valorizzazione delle radici cristiane dell'Italia appartengono al DNA delle forze che compongono l'attuale maggioranza, Popolo della Libertà in primis. Per ciò che concerne invece l'altra sponda del Tevere, dopo i due anni difficili e tormentati del governo Prodi, che con le sue iniziative in materia di coppie di fatto, con le dichiarazioni di suoi ministri a favore di una rottura del Concordato, con lo spirito anti-cattolico di molti partiti dell'Unione aveva fatto incrinare le buone relazioni tra Stato e Chiesa, è chiaro che si guardi con maggiore fiducia e stima alla compagine berlusconiana, che già in passato ha dimostrato in modo tangibile (si vedano, ad esempio, la legge sulla procreazione assistita e il «no» al divorzio breve sul modello francese) di volersi impegnare nella difesa dei valori che stanno alla radice dell'identità italiana e che sono ormai patrimonio comune di laici e credenti.


Questo impegno del governo, più recentemente, si è manifestato con chiarezza in occasione della vicenda di Eluana Englaro. Dopo aver tentato fino all'ultimo di salvare la vita della donna attraverso gli strumenti a sua disposizione, l'esecutivo ha lasciato alla maggioranza parlamentare la definizione di una legge sul fine vita che contenesse il principio-cardine enunciato con queste parole dal presidente del Consiglio il 6 febbraio 2009, durante la conferenza stampa di presentazione del decreto legge «salva-Eluana» poi rigettato dal presidente della Repubblica: «Tutti i cittadini italiani avranno la certezza, qualora cadessero in condizioni di vita vegetativa, di non essere privati della fornitura non di cure, ma degli elementi base della vita, che sono l'acqua e il cibo». Parole in linea con il testo del decreto: «L'alimentazione e l'idratazione, in quanto forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono in alcun caso essere sospese da chi assiste soggetti non in grado di provvedere a se stessi». La legge sul fine vita è stata approvata al Senato il 26 marzo 2009 e sarà a breve esaminata dalla Camera. Il testo prevede, come punto centrale, che nella dichiarazione anticipata di trattamento - quello che impropriamente viene chiamato «testamento biologico» - possa essere «esplicitata la rinuncia da parte del soggetto ad ogni o ad alcune forme particolari di trattamenti sanitari in quanto di carattere sproporzionato, o sperimentale», ma non possano invece essere inserite indicazioni relative alla possibilità di sospendere l'alimentazione e l'idratazione. Come si vede, si tratta di un testo pienamente coerente con quanto annunciato dal capo del governo e dai partiti di maggioranza nei drammatici ultimi giorni di vita di Eluana.


Non c'è da stupirsi, dunque, che il presidente del Consiglio abbia dichiarato, sempre nel corso dell'intervista a Mattino 5, che questa legge sarà uno dei punti attraverso i quali «consolideremo il rapporto con la Chiesa». Tutto ciò avverrà perché la normativa votata a Palazzo Madama, più che rispondere a una logica confessionalistica, ha fatto salvi due principi di civiltà nei quali si possono riconoscere sia i laici che i credenti, e dunque anche la Chiesa: la sacralità della vita umana e la dignità della persona. Dopo quella sulla fecondazione assistita, anche sul fine vita il centrodestra si appresta a votare un'altra buona legge, nata da un compromesso ragionevole e non al ribasso. Avanti così.


Gianteo Bordero

domenica 6 settembre 2009

CASO BOFFO E DINTORNI. ECCO QUAL È LA VERA POSTA IN GIOCO

da Ragionpolitica.it del 5 settembre 2009

Molti commentatori hanno scritto in questi giorni che «il caso Boffo ha riportato al centro dell'attenzione il tema dei rapporti tra Stato italiano e Chiesa cattolica». Vero. Ed è ancor più vero se si inverte l'ordine dei due soggetti chiamati in causa. Per cui la frase andrebbe riformulata in tal modo: «Il caso Boffo ha riportato al centro dell'attenzione il tema dei rapporti tra Chiesa cattolica e Stato italiano». Ossia: il punto nevralgico della questione non è solo quello della qualità delle relazioni tra Repubblica italiana e Santa Sede, ma anche e soprattutto quello della posizione con cui la Chiesa si pone di fronte alla realtà politica del nostro paese e si rapporta con l'attuale maggioranza e l'attuale governo.


E' su questo punto che occorre focalizzare l'attenzione. Partendo da un'autorevole presa di posizione come quella del direttore dell'Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, il quale, intervistato il 31 agosto da Aldo Cazzullo del Corriere della Sera, ha criticato l'Avvenire per essersi troppo esposto, nelle ultime settimane, nella battaglia politica italiana, e per aver assunto posizioni che hanno creato un certo imbarazzo Oltretevere. Non si è trattato soltanto dei giudizi espressi sulle vicende riguardanti la vita privata del presidente del Consiglio (Vian ha rivendicato con orgoglio la bontà della scelta dell'Osservatore, che, al contrario del quotidiano della CEI, non ha scritto «nemmeno una riga» in merito a tali vicende), ma anche di prese di posizione come quelle sull'immigrazione, culminate con l'editoriale del 21 agosto di Marina Corradi sulla tragedia degli eritrei morti in mare. Si è chiesto Vian: «Non si è forse rivelato imprudente ed esagerato paragonare il naufragio degli eritrei alla Shoah, come ha suggerito una editorialista del quotidiano cattolico? Anche nel mondo ebraico, ferma restando la doverosa solidarietà di fronte a questa tragedia, sono state sollevate riserve su questa utilizzazione di fatto irrispettosa della Shoah. E come dare torto al ministro degli Esteri italiano quando ricorda che il suo governo è quello che ha soccorso più immigrati, mentre altri - penso per esempio a quello spagnolo - proprio sugli immigrati usano di norma una mano molto più dura?». Insomma, l'errore di Avvenire è stato quello di abbandonare una linea di prudenza ed equilibrio in materie che invece l'avrebbero richiesta, e di dare l'impressione di aver sposato la crociata di alcuni giornali italiani contro il premier e il governo. Mentre la verità - ha spiegato ancora Vian - è che «i rapporti tra le due sponde del Tevere sono eccellenti».


E che rimangano tali è interesse non soltanto del governo italiano, ma anche della stessa Chiesa cattolica, come ha ben spiegato con il suo solito stile pungente, sempre sul Corriere della Sera, il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. Alla domanda di Cazzullo sui rapporti tra Stato e Chiesa, il Picconatore ha risposto affermando che «l'Italia è uno Stato concordatario. E non c'è nessun motivo di bisticciare con uno Stato concordatario. Il Vaticano - ha proseguito - si occupa del mondo, e fronteggia una situazione drammatica. Benedetto XVI e Bertone si occupano di Obama, che nonostante le promesse si circonda di cattolici pro choice, cioè abortisti. Dell'America Latina, su cui si allunga l'ombra rossa di Chavez. Dell'Europa, dove persino i cattolici belgi si ribellano al Papa sul "no" ai preservativi. Del Ppe, che è in mano alla Merkel, protestante che si è sposata solo per obbedire a Kohl, ai popolari spagnoli, che introdussero i diritti per le coppie di fatto prima ancora dei socialisti, e a Sarkozy e Carla Bruni...». Conclusione: «L'unico che non dà problemi al Vaticano, anzi lo asseconda, è Berlusconi».


Per questo non è piaciuta Oltretevere la linea editoriale che in questi ultimi mesi è stata fatta propria dall'Avvenire, una linea che è apparsa appiattita sulla campagna anti-governativa proprio nel momento in cui sono in gioco alcuni importanti dossier che stanno particolarmente a cuore ai vertici ecclesiali: la legge sul fine vita, le agevolazioni per le famiglie, i finanziamenti alle scuole cattoliche, per non parlare della questione RU486 e di quella dello status degli insegnanti di religione dopo la recente sentenza del TAR del Lazio. Il quotidiano della CEI ha quindi scelto il momento meno opportuno per prendere posizioni così nette contro un governo che il Vaticano reputa «amico» e con il quale ha un rapporto di leale collaborazione e confronto.


Del resto, non è una novità il fatto che destino più di una preoccupazione, nel Palazzo Apostolico, le continue esternazioni anti-esecutivo da parte di singoli rappresentanti dell'episcopato italiano, che finiscono per essere presentate come la posizione ufficiale della Chiesa sulle materie che di volta in volta investono il dibattito pubblico. Il problema è che attualmente manca, all'interno della Conferenza Episcopale, un indirizzo unitario, e le parole pronunciate in modo ragionato ed autorevole dal cardinale Bagnasco in occasione delle Assemblee ufficiali della CEI, che dovrebbero essere fatte proprie, come punto di sintesi, da tutti i vescovi, finiscono purtroppo, non di rado, per essere sovrastate, dal punto di vista mediatico, dalle dichiarazioni ad effetto di questo o quel presule. Finita la lunga presidenza del cardinal Camillo Ruini, che con la sua abilità politica e il suo carisma era riuscito a comporre e superare le divisioni presenti nell'episcopato, facendo della CEI un soggetto attivo politicamente sui temi cari alla Chiesa ma mai schierato in modo dogmatico con un partito o con l'altro, oggi la situazione appare più magmatica e difficile da gestire. E non è un caso se, sin dal giorno dell'insediamento del cardinal Bagnasco alla presidenza della Conferenza Episcopale, il segretario di Stato di Benedetto XVI, cardinal Tarcisio Bertone, abbia manifestato al successore di Ruini l'intenzione della Santa Sede di voler assumere su di sé la guida dei rapporti con lo Stato italiano: «Per quanto concerne i rapporti con le istituzioni politiche - scriveva il 25 marzo 2007 Bertone nella lettera di saluto al nuovo presidente della CEI - assicuro fin d'ora a Vostra Eccellenza la cordiale collaborazione e la rispettosa guida della Santa Sede, nonché mia personale».


Alla luce degli avvenimenti degli ultimi giorni e delle dimissioni di Dino Boffo, è probabile che la Segreteria di Stato scelga di entrare in maniera decisa nella partita della nomina del nuovo direttore di Avvenire, per sistemare un altro tassello della strategia delineata dalle parole di Bertone a Bagnasco, secondo la quale i rapporti con lo Stato italiano devono essere gestiti in primis dalla Santa Sede e la CEI è tenuta almeno a non fare il controcanto alla linea vaticana. La critica all'eccessivo peso e potere dato alle Conferenze Episcopali nel post-Concilio, del resto, è da tempo uno dei «cavalli di battaglia» dell'attuale pontefice: ancora cardinale, Ratzinger ha più volte parlato in modo chiaro della necessità di ridimensionare tali organismi, che rischiano di appesantire burocraticamente la vita ecclesiale e di lasciar passare l'idea che le Conferenze abbiano in ogni singola nazione un'autorità dottrinale e canonica che spetta invece solo al Papa. Nessuno stupore, dunque, se nel futuro prossimo assisteremo a decisioni e provvedimenti che vanno in questa direzione.


Gianteo Bordero

domenica 30 agosto 2009

LO STATO DEI RAPPORTI GOVERNO-CHIESA

da Ragionpolitica.it del 29 agosto 2009

Con una nota diffusa venerdì da Palazzo Chigi, il presidente del Consiglio ha stigmatizzato la scelta de Il Giornale di sbattere in prima pagina, con titolo di apertura e relativo editoriale di Vittorio Feltri, una vicenda riguardante la vita privata del direttore del quotidiano della CEI Avvenire, Dino Boffo. Nel comunicato stampa, il premier ha sottolineato che «il principio del rispetto della vita privata è sacro e deve valere sempre e comunque per tutti». E ha aggiunto: «Ho reagito con determinazione a quello che in questi mesi è stato fatto contro di me usando fantasiosi gossip che riguardavano la mia vita privata presentata in modo artefatto e non veritiero. Per le stesse ragioni di principio non posso assolutamente condividere ciò che pubblica oggi Il Giornale nei confronti del direttore di Avvenire e me ne dissocio».


Pensiamo che alla base della nota del presidente del Consiglio vi sia anche la volontà di mantenere i buoni rapporti esistenti con i vertici ecclesiali. Non c'è infatti mai stato, nella storia dell'Italia repubblicana, un governo così amico della Chiesa come l'attuale, che ha fatto della difesa e della promozione delle radici cristiane del paese uno dei fiori all'occhiello della sua azione. La maggioranza berlusconiana, dal 2001, ha prodotto diverse leggi in sintonia con l'insegnamento della Chiesa nelle materie della vita e della famiglia. Ha contribuito a far naufragare il referendum del 2005 sulla procreazione assistita. Più di recente, si è prodigata fino all'ultimo, nei modi che tutti conoscono, per riuscire a salvare la vita di Eluana Englaro, condannata a morte da una sentenza della magistratura che ha dichiarato legittima la sospensione della nutrizione e dell'idratazione. Insomma, sull'impegno del governo Berlusconi nelle materie che toccano da vicino il magistero papale e sullo stato dei rapporti tra il presidente del Consiglio e le più alte gerarchie vaticane non si possono nutrire dubbi (per averne conferma basta leggere alcuni passaggi dell'intervista rilasciata il 28 agosto dal segretario di Stato di Benedetto XVI, cardinal Tarcisio Bertone, all'Osservatore Romano).


Non è difficile comprendere quanto sia importante mantenere questi buoni rapporti: nella nostra storia repubblicana non ha mai rappresentato un punto di forza, per una maggioranza parlamentare o per un governo, dare l'impressione di una contrapposizione con la Chiesa italiana, sia nei suoi vertici che nella sua «base». E non soltanto per motivi elettorali e di consenso, ma anche e soprattutto perché ciò che la Chiesa rappresenta viene percepito ancora oggi, da un'ampia maggioranza di cittadini, come parte non secondaria dell'identità nazionale. E anche molti tra coloro che non si professano credenti ritengono che la storia e la dottrina cristiane siano un punto di riferimento imprescindibile per pensarsi parte del popolo italiano.


Non c'è bisogno di andare troppo indietro nel tempo per avere contezza delle conseguenze politicamente esiziali che discendono da un atteggiamento anche solo in apparenza ostile alla Chiesa: basti pensare all'esecutivo di Romano Prodi e ai frutti prodotti dalle quotidiane dichiarazioni anti-cattoliche di suoi esponenti di spicco, dai tentativi di varare leggi in palese contrasto con la cultura cristiana che ha permeato il popolo italiano, dalle reiterate minacce dei Radicali di una nuova breccia di Porta Pia attraverso l'abolizione del Concordato, dalle professioni di «cattolicesimo adulto» dell'allora presidente del Consiglio e della sua ministra Rosy Bindi, dall'incapacità di garantire al Papa di parlare in una università italiana... I risultati di tale politica non furono certo memorabili.


Perciò è importante che tutti i rappresentanti del centrodestra ed anche i cosiddetti «giornali d'area» non forniscano all'opinione pubblica e ai media politicamente e culturalmente avversi, con dichiarazioni ad effetto o con aggressive campagne di stampa, l'alibi per descrivere una battaglia in corso tra la maggioranza e i vertici ecclesiali. Occorre semmai raddoppiare gli sforzi per mostrare come l'attuale esecutivo, a differenza di quello che l'ha preceduto, si stia impegnando concretamente sui temi della vita, della famiglia, dell'economia sociale di mercato, il tutto secondo il motto «la persona prima di tutto», che riassume in poche parole il senso e il messaggio della dottrina sociale della Chiesa. In questa direzione vanno sia gli apprezzati interventi dei ministri Maurizio Sacconi prima e Giulio Tremonti poi al Meeting di Rimini, sia la nota che Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello, rispettivamente presidente e vice-presidente del gruppo del Pdl al Senato, hanno scritto in risposta alle dichiarazioni del presidente della Camera, Gianfranco Fini, in merito alla legge sul testamento biologico.


Gianteo Bordero

domenica 19 luglio 2009

UNA SCELTA STRATEGICA

da Ragionpolitica.it del 18 luglio 2009

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, assieme ai ministri del Turismo (Michela Brambilla) e dell'Innovazione e Pubblica Amministrazione (Renato Brunetta) ha presentato mercoledì a Roma il portale ufficiale del turismo italiano, Italia.it. Un'iniziativa che il premier ha definito di «capitale importanza» per rilanciare il nostro sistema turistico e soprattutto per riuscire a far fruttare al meglio, anche in termini di ricadute sul Prodotto Interno Lordo, l'immenso patrimonio artistico, culturale, paesaggistico di cui il nostro paese gode.

La scelta del governo di riproporre un portale che era stato mal utilizzato dal precedente esecutivo di centrosinistra, peraltro dopo un ingente investimento di risorse pubbliche all'uopo dedicate, risponde però anche ad un'esigenza più specificamente politica, sentita come una necessità anche dagli stessi rappresentanti del settore. C'era bisogno, in sostanza, che il governo centrale ponesse un freno alla eccessiva frammentazione delle competenze in materia di turismo. Frammentazione che ha avuto luogo, nel nostro paese, in seguito alla sciagurata riforma del titolo V della Costituzione votata dal centrosinistra nel 2001. Essendo cioè entrato il turismo a far parte delle materie di esclusiva competenza regionale, alla fine è accaduto che si sono creati, in un unico Stato, ben 20 sistemi distinti e per certi versi distanti di promozione e valorizzazione turistica. Il risultato è stato che ogni Ente regionale si è interessato, come si suol dire, soltanto al proprio orticello, senza uno sguardo complessivo sull'Italia.

E' venuta meno, in sostanza, una politica turistica nazionale degna di tal nome, con conseguenze negative anche sul piano economico, che il presidente del Consiglio ha sottolineato nel corso della conferenza stampa di mercoledì. Attenuatasi ora la sbronza regionalista che per molti anni ha impedito al nostro paese di mettere in campo politiche organiche in materie strategiche per il futuro dell'Italia, è giunto il tempo di ragionare in termini di sistema-paese e non più di singolo sistema territoriale. Tutti sono chiamati a comprendere che se il turismo funziona in una Regione non è soltanto grazie ai meriti e alle iniziative più o meno originali di questo o quel «governatore», ma anche e soprattutto perché ad attrarre visitatori, alla fine, è sempre il «marchio» Italia in quanto tale e l'aggettivo «italiano» come sinonimo e garanzia di bellezza, qualità, gusto.

E' proprio per rispondere a questa necessità strategica che il governo Berlusconi ha deciso dapprima di creare un ministero ad hoc per il turismo, affidato a Michela Vittoria Brambilla, e ora di ridare nuova linfa al portale Italia.it, nel cui nome è già contenuto il programma: proporre un punto capace di dare unità e coerenza a ciò che, in questi ultimi anni, non di rado è stato pensato come avulso dal sistama-paese, come una monade autosufficiente. Ora, grazie alle iniziative del governo, si passa da una visone particolaristica ad una visione incentrata sull'interesse nazionale, in coerenza con quanto affermato dal Popolo della Libertà nel programma presentato agli elettori nell'aprile del 2008. Far «rialzare l'Italia» significa anche tornare a ragionare di turismo in una logica di sistema, l'unica capace di rispondere alla sfida della competitività all'interno del mercato globale e la sola a poter far fruttare al meglio l'immenso patrimonio di bellezza che è stato dato in dote al nostro paese, come ha scritto il presidente nel Consiglio nel messaggio di presentazione del portale: «L'Italia è il paese del cielo, del sole, del mare. Un paese magico, capace di incantare e di conquistare il cuore non solo di chi ci vive, ma anche di chi lo visita, di chi lo scopre per la prima volta. Un paese che regala emozioni profonde attraverso i suoi paesaggi, le sue città, i suoi tesori d'arte, i suoi sapori, la sua musica. Un viaggio in Italia, per noi italiani e per chiunque arrivi da ogni parte del mondo, è un viaggio nell'arte e nel bello. L'Italia è magica. Scopritela. Nascerà un grande amore».

Gianteo Bordero

giovedì 2 luglio 2009

LA LEGGE DELLA SICUREZZA

da Ragionpolitica.it del 2 luglio 2009

Ad ogni azione corrisponde sempre una reazione uguale e contraria. E' un principio della dinamica, ma è anche una delle leggi della politica, un'arte in cui l'equilibrio non si raggiunge mai perché le forze in campo sono ferme e poltriscono nella palude dello status quo, ma perché ad una mossa compiuta dal partito di Tizio può opporsi una contromossa del partito di Caio, appunto «uguale e contraria» in termini di impatto sulla realtà. E' il caso del ddl sulla sicurezza divenuto quest'oggi legge al Senato. Si tratta di un provvedimento che nasce da uno stato di necessità: rimediare alle politiche in materia di immigrazione portate avanti dai governi di sinistra, ispirate dal principio secondo il quale l'Italia ha da essere, in sostanza, un territorio senza frontiere, aperto a chiunque vi voglia accedere per i più disparati motivi, un laboratorio in cui sperimentare l'incrocio tra culture le più diverse tra loro, costi quel che costi.

Era necessario reagire ad un modo di concepire l'immigrazione nel nostro paese che è stato definito, a seconda delle prospettive adottate e delle circostanze, «buonista», «solidarista», «multiculturalista». E che ha prodotto, nel corso soprattutto dell'ultimo decennio, un pericoloso scivolamento dell'attenzione generale dal tema della sovranità e dell'autorità dello Stato (e, per altri versi, della salvaguardia dell'identità nazionale) verso un sentimentalismo nei confronti dell'immigrato che, pur non privo di nobili motivazioni, non è stato in grado di generare, a conti fatti, nulla di buono né per l'Italia né, a ben vedere, per gli immigrati stessi. L'errore capitale commesso dalla cultura di cui sopra, e che ha avuto pesanti ripercussioni sociali e politiche, è stato quello di trasformare il caso del singolo immigrato, e quindi delle singole motivazioni che possono spingerlo verso i lidi della Penisola, nel caso del «migrante» come categoria generale e astratta, che andava accolta, abbracciata e sostenuta a prescindere, in forza del titolo stesso di «altro» e di «diverso».

Le conseguenze dell'ingresso e dell'accoglienza indiscriminati sono state l'aumento della criminalità, la cessione di fette del territorio alle diverse «mafie» straniere impegnate in una lotta senza quartiere per affermare il loro predominio in ampie zone delle nostre città, la crescita dell'insicurezza e della paura nei cittadini, il proliferare di centri di addestramento di fanatici disposti ad immolarsi per la causa del terrorismo di matrice islamica, per non parlare del verificarsi di casi come quello della povera Hina Salem, la ragazza pakistana condannata a morte da un improvvisato tribunale islamico e uccisa dal padre perché troppo incline a vivere «all'occidentale» e in contrasto con le norme della shari'a. Non è possibile pensare che tutto ciò sia frutto del caso, del destino «cinico e baro». No, questi sono i frutti di una cultura e di una politica dell'immigrazione irresponsabile, miope e infine anti-nazionale. Una cultura e una politica sulle quali ha influito in modo non secondario il diffondersi, nel nostro paese, di una forte ideologia terzomondista, nata dall'intreccio tra certo solidarismo cattolico post-conciliare, certi strascichi della teologia della liberazione e il comunismo nella sua versione utopistica.

Votando per il centrodestra alle elezioni politiche del 2008, la maggioranza degli italiani ha mostrato in modo chiaro di non poterne davvero più di questa overdose di buonismo che ha messo in serio pericolo la credibilità e l'efficacia dell'azione dello Stato nel contrasto all'illegalità e alla criminalità. Era necessario un cambio di rotta, o, per dirla con la metafora usata all'inizio, una forza «uguale e contraria» che riportasse in equilibrio una situazione ormai tutta sbilanciata a favore di una parte in causa (il «migrante»), a danno dell'altra parte (il cittadino italiano). Dopo il primo decreto legge sicurezza approvato dal governo Berlusconi, dopo (è importante non dimenticarlo) il fondamentale accordo con la Libia per il controllo «a monte» dei flussi migratori, dopo l'avvio della politica dei «respingimenti», ecco dunque arrivare a termine l'iter del disegno di legge che, tra le altre cose, introduce il reato di immigrazione clandestina, aumenta il tempo di permanenza nei Cie (centri di identificazione ed espulsione), punisce severamente chi favorisce l'ingresso dei clandestini. Si tratta dell'attuazione concreta, da parte del Popolo della Libertà e della Lega Nord, delle promesse fatte in campagna elettorale l'anno scorso. E, soprattutto, si tratta della benemerita opera di riaffermazione della cultura dello Stato, della nazione e della cittadinanza che la sinistra e le sue componenti post-comuniste e catto-progressiste avevano letteralmente fatto a pezzi e messo nel cassetto delle cose inutili.

Gianteo Bordero

martedì 21 aprile 2009

INTELLETTUALI IN EMERGENZA

da Ragionpolitica.it del 21 aprile 2009

Secondo Barbara Spinelli (La Stampa, domenica 19 aprile) l'emergenza sarebbe divenuta «una malattia democratica diffusa», cioè un degradarsi del regime democratico verso forme illiberali. All'insorgere di tale morbo, infatti, «le libertà vengono sospese, l'autonomia di giudizio vien tramutata in lusso fuori luogo». Per l'editorialista del quotidiano torinese l'emergenza è utile al «sovrano» in quanto, grazie ad essa, «si crea un'unità magica, propizia all'intensificazione massima della sovranità». Come esempio a suffragio della sua tesi, Spinelli porta il terremoto in Abruzzo e - seppur senza mai citarlo in maniera esplicita - l'atteggiamento che di fronte ad esso ha assunto il governo e, in particolare, il presidente del Consiglio. Il quale, in sostanza, avrebbe «usato» la tragedia del sisma per esaltare il suo personale potere e la sua figura di detentore del comando. «La morte fa tacere il popolo - leggiamo ancora nell'articolo - e al tempo stesso nutre il sovrano... Il potere usa la morte: diviene necrofago. L'uomo colpito da catastrofe è ridotto a vita nuda e quest'ultima sovrasta la vita buona (i corsivi sono dell'autrice, ndr), prerogativa di chi tramite la politica e la libera opinione esce dalla minorità».

Nel caso in questione, ad uscire dalla «minorità» tipica del suddito sarebbero stati tutti coloro che hanno avuto il coraggio di non omologarsi al circolo politico-mediatico orchestrato dal governo per i fini di cui sopra. Spinelli cita, a tal proposito, Michele Santoro e la sua trasmissione Annozero, messa all'indice in quanto non in linea con la retorica dell'emergenza e coraggiosamente «diversa» dalle altre, quelle condotte dai corifei asserviti al potere. Il «regnante», infatti, ha tutto l'interesse affinché la rappresentazione del dramma che egli ha in mente sia supportata da una schiera di voci e immagini che tutte devono convergere verso un unico scopo: giustificare lo stato d'emergenza e renderlo permanente. Nella vicenda abruzzese, lo proverebbe «lo spazio smodato dato su giornali e telegiornali all'evento».

Peccato che il sottile e dotto (vengono citati Eugène Ionesco, Giorgio Agamben, Hannah Arendt) argomentare dell'editorialista della Stampa si riveli infondato, prima ancora che nelle conclusioni, nelle sue stesse premesse, quelle che riguardano il rapporto tra democrazia ed emergenza. Se infatti, come sostiene Spinelli, l'emergenza rappresentasse davvero un cancro della democrazia, una sua svolta in una direzione «più insidiosa della dittatura», non si comprenderebbe perché proprio nell'emergenza il rapporto tra elettori ed eletti conosca uno dei suoi momenti apicali, capace di segnare in positivo o in negativo le sorti di un governo votato dalla maggioranza dei cittadini. Ben più che una malattia, dunque, lo stato di emergenza rappresenta per la democrazia innanzitutto una sfida, che può essere vinta non, come afferma Spinelli, attraverso la sospensione delle libertà e dei diritti di opinione (e quindi di dissenso), ma con il rafforzamento del vincolo politico che lega il corpo elettorale al corpo del governo, incarnato dal suo capo.

Contrariamente a quanto sostiene la raffinata opinionista, è semmai dall'incapacità dei rappresentanti del popolo ad affrontare situazioni d'emergenza che possono nascere pulsioni anti-democratiche che non di rado sfociano (sono sfociate) in forme autoritarie di esercizio del potere. La capacità di gestire con mano ferma e mente fredda lo stato d'emergenza, da parte di un leader liberamente scelto dai cittadini, è perciò garanzia di maggiore (e non minore, come lascia intendere Spinelli) democrazia, perché un capo di governo eletto secondo criteri formalmente e sostanzialmente democratici, nel pieno rispetto dei principi costituzionalmente sanciti, ha tutto l'interesse, nel momento eccezionale, a fare appello al popolo che lo ha votato affinché sinfonicamente, secondo le inclinazioni e le capacità di ciascuno, collabori alla ripresa, alla ricostruzione, alla rinascita. In sostanza: una democrazia che sa affrontare l'emergenza è una democrazia sana. Come sano è il popolo che nel momento dell'improvvisa difficoltà è capace di uno sforzo corale nel nome del bene comune.

E' chiaro, a questo punto, che se la premessa del ragionamento di Barbara Spinelli risulta infondata (l'emergenza come patologia della democrazia), vanno rovesciate anche tutte le conseguenze che ne derivano, prima fra tutte quella secondo cui l'unico vero baluardo a difesa dell'autentica democrazia sarebbe quell'élite di illuminati che non si conforma al senso comune ma denuncia l'incipiente autoritarismo, anche di fronte alle bare. «Nei disastri - scrive - c'è chi soffre, chi governa, chi racconta e chi indaga rammentando». Rovesciate anche questo climax e capirete perché certi intellettuali continuano ad essere distanti anni luce dalla realtà e perché il popolo (che in democrazia è sovrano, piaccia o non piaccia a Spinelli) continua a scegliere Berlusconi.


Gianteo Bordero

sabato 18 aprile 2009

COSÌ IL GOVERNO VUOLE SALVARE IL PATRIMONIO ARTISTICO ABRUZZESE

da Ragionpolitica.it del 18 aprile 2009

Una delle ferite più profonde che il terremoto del 6 aprile ha inferto alla città dell'Aquila e ai paesi limitrofi è sicuramente quella relativa ai beni artistici e culturali, di cui la terra abruzzese è così ricca. Già le prime immagini del dopo-sisma mostravano chiese sventrate, campanili collassati su se stessi, edifici storici gravemente lesionati. Opere senza prezzo, che portano su di sé il peso dei secoli e della storia, chiara testimonianza della ricchezza e della vitalità della civiltà italiana. Opere che tutto il mondo ci invidia, meta del turismo culturale proveniente da tutti i continenti. Per tutti questi motivi il restauro, il recupero, la ristrutturazione di questo inestimabile patrimonio nazionale rappresentano una delle priorità per la fase di ricostruzione.

Sin dal giorno del sisma il ministero dei Beni Culturali ha parlato di un autentico «disastro»: ad una prima e sommaria ricognizione non potevano sfuggire allo sguardo il crollo del campanile della chiesa di San Bernardino, della cupola della chiesa di Santa Maria delle Anime, del transetto della basilica di Collemaggio che ospita le reliquie del Papa Celestino V (miracolosamente intatte), del cupolino della chiesa di Sant'Agostino, di parti del palazzo della Prefettura. Inoltre, risultavano da subito inagibili il Museo nazionale d'Abruzzo, le due Soprintendenze ai beni architettonici e artistici, tutti ospitati all'interno della fortezza spagnola dell'Aquila. A sole poche ore di distanza dalla scossa delle 3.32 del 6 aprile il ministero ha quindi costituito una task force di tecnici con alle spalle l'esperienza del dopo-terremoto umbro del 1997; ha individuato un ricovero per le opere recuperate dagli edifici di culto pericolanti; ha attivato uno scrupoloso monitoraggio di tutti i musei, i monumenti e i siti archeologici della zona colpita dal sisma.

Il 7 aprile, in un comunicato, il ministro Sandro Bondi ha annunciato l'impegno suo e del governo «affinché quanto del nostro patrimonio artistico è stato distrutto o danneggiato possa essere al più presto restituito agli abitanti delle zone colpite. Per questo motivo, utilizzeremo tutti i fondi a nostra disposizione per avviare al più presto ogni intervento di ricostruzione dove è ancora possibile». Secondo il ministro «proprio nei momenti più bui in cui tutto appare perso e senza senso, lo Stato deve mostrare la propria forte presenza ponendo attenzione anche su quei simboli dell'arte e della storia nei quali si esalta la nostra identità di popolo». Nello stesso comunicato Bondi rendeva noto che, «considerando prioritaria l'opera di soccorso delle vittime e per non intralciare il lavoro dei tecnici», si sarebbe recato in Abruzzo «quando il sottosegretario per la Protezione Civile, Guido Bertolaso, lo riterrà opportuno».

L'8 aprile, dando seguito ad alcune dichiarazioni del presidente del Consiglio, il ministro ha incaricato il suo Ufficio legislativo di elaborare, d'intesa con il Dipartimento per la Protezione Civile, una norma per facilitare il più possibile le donazioni da parte di privati e di istituzioni nazionali e internazionali per il restauro dei monumenti danneggiati. Il 14, a tal fine, ha attivato un conto corrente postale, con la causale «Salviamo l'arte in Abruzzo». Il giorno successivo il ministero ha annunciato, in affiancamento alle altre iniziative messe in campo, una raccolta fondi ad offerta libera, presso i luoghi d'arte aperti gratuitamente al pubblico in occasione della XI Settimana della Cultura, che si svolgerà dal 18 al 26 del mese corrente.

Giovedì, finalmente, è giunto il giorno della visita del ministro Bondi ai luoghi colpiti dal terremoto (visita che d'ora in poi avrà luogo con cadenza settimanale). Il responsabile dei Beni Culturali ha così potuto constatare di persona l'entità dei danni prodotti dal sisma al patrimonio artistico aquilano. In conferenza stampa, Bondi ha annunciato lo stanziamento, nella prossima riunione del Consiglio dei ministri, di 50 milioni di euro. Una cifra alla quale vanno aggiunti i 15 milioni già stanziati l'8 aprile per il sistema museale dell'Aquila. Il ministro ha precisato che si tratta dei primi fondi, quelli necessari per l'emergenza, ossia per la messa in sicurezza degli edifici artistici pericolanti, sui quali occorre intervenire tempestivamente onde evitarne il crollo. Per le restanti opere, il lavoro di recupero sarà lungo e complesso. A tal fine il ministero sta già pensando ad uno stretto coordinamento con la Chiesa Italiana per ciò che concerne gli edifici di culto; inoltre, come ha reso noto lo stesso Bondi, ospite in serata di Porta a Porta, all'Aquila verrà impiantata una succursale dell'Istituto nazionale di restauro (considerato uno dei migliori al mondo) per seguire da vicino la fase del recupero dei beni artistici colpiti dalla furia della terra.

Il ministro, durante la sua visita, ha infine annunciato che al più presto sarà approntata la lista delle opere che potrà essere sottoposta all'attenzione degli Stati amici dell'Italia che hanno già manifestato l'intenzione di impegnarsi economicamente per la ricostruzione. Il presidente del Consiglio, presente anch'egli all'Aquila, ha specificato che «dove non arriveranno gli amici, lo Stato italiano interverrà con un suo programma tempestivo, con le date di inizio e di fine lavori scritte sui cartelli appesi nei cantieri». Insomma, anche sul fronte del patrimonio artistico l'impegno del governo per fronteggiare il dopo-terremoto è massimo: l'esecutivo farà ogni cosa in suo potere per recuperare i tesori abruzzesi e restituirli al loro splendore.

Gianteo Bordero

giovedì 26 febbraio 2009

NESSUNO SCANDALO SE IL GOVERNO LEGIFERA

da Ragionpolitica.it del 26 febbraio 2009

Ha suscitato allarme e scalpore, in buona parte dei media italiani, una notizia segnalata per primo dal Sole 24 Ore: 44 delle 45 leggi approvate nel corso dell'attuale legislatura sono di provenienza governativa, e, tra queste, 25 sono conversioni di decreti legge. Conclusione scontata e prevedibile: il parlamento sarebbe di fatto esautorato dei suoi poteri e, come ha scritto Beppe Del Colle su Famiglia Cristiana, «ridotto solo a notaio» delle decisioni governative. Ne segue, secondo questa lettura, che il sistema istituzionale italiano starebbe scivolando, giorno dopo giorno, verso una forma di «dittatura dell'esecutivo» a scapito della democrazia rappresentata dal parlamento.

In assenza di altri solidi argomenti da usare per contrastare e criticare l'alleanza di governo e il presidente del Consiglio, questo è ormai diventato un mantra ripetuto a ogni piè sospinto da editorialisti, commentatori e, inevitabilmente, rappresentanti dell'opposizione. Basti pensare al «giuramento sulla Costituzione» compiuto da Dario Franceschini il giorno successivo al suo insediamento alla guida del Pd: un atto simbolico per testimoniare fedeltà ai «sacri principi» che sarebbero messi in discussione dal centrodestra e dal suo leader. E' la solita tesi del Berlusconi eversore dei fondamenti costituzionali della Repubblica, del tiranno che calpesta le regole di base della vita istituzionale, del novello Mussolini che tratta il parlamento come «un'aula sorda e grigia». Così si pensa di riuscire a mobilitare il popolo a una nuova resistenza, a una nuova lotta contro la dittatura, a una nuova stagione di risveglio democratico et similia...

Per fortuna che qualcuno, ogni tanto, si prende la briga di mettere i punti sulle «i» e di smontare con la solida forza della ragione, corroborata dagli esempi della storia, i castelli di sabbia e di rabbia che i pasdaran dell'antiberlusconismo duro e puro costruiscono con tanta dedizione. Merita di essere ripreso, in tal senso, un articolo di Giorgio Oldoini pubblicato su Il Secolo XIX di martedì 24 febbraio. L'autore mette nero su bianco una lucida analisi dei rapporti tra parlamento e governo in un sistema di parlamentarismo moderno, ricorda che «l'esecutivo è l'anima della legislazione e, contrariamente alle vecchie teorie libresche, sotto il parlamentarismo moderno è il governo che "politicamente" legifera». L'esecutivo cioè, in quanto espressione della maggioranza parlamentare, ne esprime oggettivamente gli orientamenti politici trasformandoli in leggi, senza per questo privare le Camere della loro libertà di confronto, discussione, emendamento. Neanche nel caso della decretazione d'urgenza, visto che è poi proprio il parlamento che può, entro sessanta giorni, convertire o meno il decreto in legge.

Scrive ancora Oldoini: nel sistema parlamentare moderno «non v'è alcuna differenza, dal punto di vista politico, fra una legge proposta dal ministero e omologata in seguito dal parlamento e una norma legislativa preparata direttamente dal ministero. Entrambe le norme sono basate sul consenso della maggioranza, vale a dire sul suffragio universale». Qui il concetto fondamentale è proprio quello del «consenso della maggioranza», che garantisce in ogni caso la permanenza del principio democratico nel sistema parlamentare, anche quando esso si esprime, come sta accadendo oggi, con iniziative legislative provenienti dal governo o con decreti legge. E' l'idea della «maggioranza che governa», espressa qualche tempo fa da Gianni Baget Bozzo su queste pagine.

Per lungo tempo, in Italia, siamo stati abituati a pensare, anche a causa del timore che l'esperienza fascista potesse nuovamente fare capolino, che scopo del parlamento fosse quello di porre dei freni e dei limiti all'attività del governo, che compito principale delle Camere fosse mettere i bastoni tra le ruote all'esecutivo e, quando necessario, farlo capitolare con il voto di sfiducia. Invece di ritenere il governo espressione sostanziale della maggioranza parlamentare, e quindi dello stesso principio democratico che soprassiede alla composizione delle Camere, si è detto e scritto e trasformato in luogo comune il mantra per cui il parlamento è l'unico custode della democrazia, mentre il governo ne rappresenta una forma spuria. Il frutto di quest'idea lo abbiamo avuto sotto gli occhi per almeno due decenni abbondanti, quando essa è diventata un alibi per trasformare il parlamentarismo in assemblearismo, per mettere nel cassetto dei ricordi il concetto di maggioranza parlamentare a tutto vantaggio dei giochi delle segreterie di partito e delle loro correnti interne, per usare il governo non come strumento al servizio della democrazia ma come camera di compensazione delle beghe partitocratiche. E' a ciò che vogliono tornare, oggi, tutti quelli che gridano al regime e al fascismo perché finalmente esiste in Italia una vera «maggioranza che governa», servendosi degli strumenti che la Costituzione mette a disposizione, tra cui il decreto legge? Sono i governi balneari il loro modello?

Se veramente si vuole aprire un confronto serio e sereno su come migliorare il funzionamento delle nostre istituzioni (come dice a parole di voler fare la minoritaria sinistra riformista, ma non il reggente del Pd che giura sulla Costituzione sacra, inviolabile e immodificabile), occorre prima di tutto che ci si liberi dal pregiudizio sul ruolo del governo in un moderno sistema parlamentarista, comprendendo che quando si tessono le lodi dell'assemblearismo in stile tarda prima Repubblica non si fa un favore alla democrazia, ma se ne limitano le possibilità e se ne incrinano i presupposti, tra cui quello di dare espressione oggettiva alla volontà popolare, la quale si esprime oggi nel voto a partiti che sono anche programmi di governo. Come scrive ancora Oldoini, «l'esecutivo diventa sempre più il centro dell'attività della democrazia parlamentare. Tanto più in questo momento, in cui, per affrontare la crisi, sono necessari provvedimenti rapidi ed energici».


Gianteo Bordero

domenica 7 dicembre 2008

LA BASSA CUCINA DI "FAMIGLIA CRISTIANA"

da Ragionpolitica.it del 6 dicembre 2008

Un'abbondante dose di disinformazione, una buona quantità di antiberlusconismo, quanto basta di antipolitica, un pizzico di politicamente corretto per condire il tutto... e la ricetta è bell'è pronta. La cucina di Famiglia Cristiana, il settimanale dei paolini che, come il nome stesso dice, dovrebbe occuparsi e preoccuparsi di rappresentare la cara e vecchia «buona stampa» nelle case dei cattolici italiani, da un po' di tempo a questa parte ha abbandonato la sua originaria missione e, forse anche per contrastare il calo di abbonamenti e vendite, si è trasformata in una bocca da fuoco contro il governo Berlusconi e contro ogni suo provvedimento. Che l'attuale presidente del Consiglio non piacesse a Famiglia Cristiana sin dal momento del suo ingresso in politica è cosa nota. Ma la campagna anti-Cavaliere inaugurata quest'estate con l'accusa di fascismo e di razzismo rivolta al suo governo è davvero senza precedenti nella storia della rivista.

Questa settimana, ad essere presi di mira, sono i provvedimenti varati dall'esecutivo col decreto anti-crisi, in particolare la social card e il bonus famiglie. Secondo FC, col decreto in questione «la montagna ha partorito un topolino»; trattasi di «demagogia, più che dell'inizio di una politica familiare seria». E poi la sparata ad effetto, che vorrebbe produrre perfino ilarità, ma al prezzo di giocare sulla pelle degli italiani in difficoltà, quelli per i quali i 40 euro mensili della carta sociale davvero sono importanti se paragonati al reddito percepito: «E' come dare l'aspirina - scrive Famiglia Cristiana - a un malato terminale». Bella battuta. Peccato che di mezzo vi siano, come detto, le persone in carne ed ossa che non arrivano o che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, e che soltanto un cinismo senza confini può definire come «malati terminali». Si dirà: la rivista si riferiva al sistema-Italia nel suo complesso, di certo non ai poveri. Bene. Ma, se le parole hanno un senso, resta l'impressione che tutto faccia brodo per attaccare il governo, costi quel che costi.

Impressione confermata dal prosieguo dell'articolo, dove nessuna seria e approfondita analisi dei benefici (piccoli o grandi che siano) di cui potranno godere i cittadini in difficoltà è presente. In compenso, abbondano i giudizi meramente propagandistici come il seguente: «La borsa, quella vera, quella colma di denaro, sarà a disposizione delle banche, che hanno bisogno di soldi freschi per i loro affari». Dove sta scritto? Quale atto del governo può confermarlo? Domande destinate a rimanere senza risposta. E ancora: «Tremonti ha inventato la social card, poteva chiamarla "tessera del pane" (come Mussolini) o "carta della povertà": era lo stesso. Almeno, era più sincero». Ci risiamo con le accuse gratuite di fascismo, ormai immancabili nelle pagine del settimanale paolino.

Ma quanto poco importi a Famiglia Cristiana di dare un'informazione obiettiva ai suoi lettori, mettendo da parte almeno per un istante la battaglia preconcetta contro il governo, è documentato soprattutto dalla macroscopica contraddizione nella quale cade l'editorialista. Dapprima, come abbiamo visto, urla ai quattro venti che le misure votate dal Consiglio dei ministri sono insufficienti per affrontare la crisi, non bastano, non risolvono alcun problema, la social card «è meno di quanto la gente ruba per fame nei supermercati» e via strologando. Poi, come se niente fosse, ecco la giravolta logica: «La parola magica (usata dal governo, ndr) è bonus, cioè "carità". Che è cosa buona, ma non deve farla lo Stato». Dunque, dopo averci detto e ridetto in tutte le salse che il decreto è, nel migliore dei casi, un pannicello caldo, Famiglia Cristiana ci fa scoprire all'ultima riga, con un coupe de theatre, che lo Stato di queste cose non se ne deve occupare.

Ora, delle due l'una: o l'ultima frase cancella tutto il resto dell'articolo oppure è vero il contrario. Perché, se il principio aristotelico di non contraddizione è ancora vigente, è chiaro che non è possibile essere al medesimo istante campioni dello statalismo (il governo doveva fare di più) e del liberismo (il governo non doveva fare niente). A meno che la logica non sia stata abbandonata sull'uscio di casa nel momento in cui si partiva lancia in resta per l'ennesima crociata contro il nemico numero uno...

Gianteo Bordero

giovedì 4 dicembre 2008

DALLE FABBRICHE A SKY

da Ragionpolitica.it del 4 dicembre 2008

Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ha spiegato martedì da Bruxelles, carte alla mano, che la decisione di «armonizzare» l'Iva pagata da Sky Tv non è un capriccio del governo Berlusconi, ma nasce da un'esplicita richiesta dell'Ue. Senza tale provvedimento sarebbe stata aperta, nei confronti dell'Italia, una procedura d'infrazione per la violazione delle regole europee. Tremonti, inoltre, ha portato all'attenzione dell'opinione pubblica documenti risalenti al periodo di attività del governo Prodi, chiarendo così che l'attuale esecutivo altro non ha fatto che portare a termine un percorso già avviato dal centrosinistra.

Tutto chiarito, dunque? Neanche per sogno, perché, in assenza di argomenti più sostanziosi sui quali condurre la battaglia di opposizione, il Partito Democratico ha continuato a soffiare sul fuoco della polemica, servendosi della vicenda per rovesciare ancora una volta addosso all'esecutivo e al presidente del Consiglio ogni genere di accusa, da quella (solita) di voler limitare il pluralismo televisivo e la libertà di pensiero nel nostro paese, a quella fresca fresca di giornata: «Il governo Berlusconi alza le tasse», ha dichiarato l'ex viceministro dell'Economia Vincenzo Visco intervistato mercoledì da La Stampa. Detto dal Grande Tassatore è tutto un programma. Visco dimentica un paio di cosette. Primo: che altro era la cancellazione dell'Ici sulla prima casa varata dal governo Berlusconi dopo pochi giorni dal suo insediamento, se non un significativo taglio di un'imposta odiosa come quella sull'abitazione di proprietà? Secondo: nel caso di Sky, ci si rende conto di che cosa si sta parlando? La sinistra tratta l'abbonamento alla pay tv come se fosse un genere di prima necessità, come se fosse il pane quotidiano, la pasta o il latte. Invece trattasi di un cosiddetto «bene voluttuario», di cui usufruisce una fetta comunque ristretta di cittadini che se lo possono permettere.


L'atteggiamento dell'opposizione è tanto più irresponsabile se si tiene a mente il contesto generale nel quale esso si colloca. La sinistra si fa paladina di una multinazionale miliardaria come Sky mentre la gente comune deve fare i conti tutti i giorni con una crisi che, ben prima che mettere a rischio la sottoscrizione alla pay tv, va spesso a toccare l'essenziale, quello con cui sfamare i figli e mantenere la famiglia su un tenore di vita dignitoso. Lo stesso essenziale verso cui sono dirette le misure adottate dal governo Berlusconi, come la social card e il bonus famiglie. Misure che un tempo si sarebbero dette «di sinistra» e che sono anch'esse - ironia della sorte - criticate dal Pd in maniera pretestuosa, scavalcando la realtà e lo stato delle cose nel nostro paese.

Ben più che le diatribe interne, ben più che l'eterno duello tra Walter Veltroni e Massimo D'Alema, ben più che lo sterile dibattito sul fantomatico «partito del Nord», ben più che le batoste elettorali inanellate negli ultimi tempi, a testimoniare lo stato comatoso in cui versa la gauche italiana sono fatti e prese di posizione come quelle descritte, che mettono una pietra tombale su tutto ciò che la parola «sinistra» ha rappresentato nella storia dell'Italia repubblicana. Arrivare al punto di difendere la più grande televisione a pagamento e definire con parole sprezzanti i provvedimenti del governo in favore dei veri poveri, non quelli oggetto delle chiacchiere salottiere dei radical-chic, significa aver perduto totalmente il contatto con la realtà ed essersi sganciati dai bisogni concreti dei cittadini in carne ed ossa; significa aver abbandonato a se stessa la classe operaia, un tempo orgoglio e vanto della sinistra. Dalle fabbriche a Sky. Parafrasando un celebre romanzo di Carlo Levi, potremmo dire che davvero «la sinistra si è fermata alla pay tv».

di Gianteo Bordero