tratto da Il Predellino dell'8 settembre 2010
intervista a Gianteo Bordero
Sul botta e risposta tra il Predellino e Famiglia Cristiana, abbiamo intervistato Gianteo Bordero, giovane e brillante vaticanista cresciuto alla scuola di don Gianni Baget Bozzo, di cui è stato amico e collaboratore. Genovese, classe 1976, laurea in filosofia su G.K. Chesterton e studioso di teologia e storia della Chiesa, Bordero dal 2003 scrive su Ragionpolitica.it, giornale fondato da don Gianni e oggi diretto da Alessandro Gianmoena.
di Andrea Camaiora
Bordero, che cosa pensa della recente polemica tra il Predellino e Famiglia Cristiana, con tanto di possibile intervento per vie legali?
Trovo singolare che Famiglia Cristiana dichiari di voler adire vie legali per questioni che, a quanto ho letto sul Predellino, attengono squisitamente alla sfera teologica e dottrinale. Forse il settimanale dei Paolini pensa che un tribunale dello Stato possa essere competente in materia di fede e di morale cattoliche? Ci troveremmo di fronte a un clamoroso caso di ingerenza al contrario, con un giudice statale chiamato da una rivista cattolica a deliberare su questioni sulle quali l’ultima e definitiva parola spetta solo ed esclusivamente alla Chiesa e al Papa.
Famiglia Cristiana, nella richiesta di rettifica inviata al Predellino, afferma che negli anni scorsi non vi è stato alcun “commissariamento” della rivista da parte del Vaticano. E’ così?
“Commissariamento” è una parola che attiene alla sfera degli incarichi politici, e solo per trasposizione motivata da ragioni di chiarezza giornalistica è entrata nel gergo dei commentatori di cose ecclesiastiche. Resta il fatto che Giovanni Paolo II, nel 1997, approvò un decreto con il quale si stabiliva l’invio, presso la Famiglia Paolina, di un delegato pontificio che “in suo nome e per suo incarico” era chiamato a “esercitare tutte le funzioni spettanti normalmente sia al superiore generale che al superiore provinciale d'Italia in relazione alle opere apostoliche in Italia, quali i periodici e le Edizioni San Paolo e società collegate”. La notizia ebbe risalto sui media, i quali parlarono esplicitamente proprio di “commissariamento”. Il 28 febbraio di quell’anno titolava, ad esempio, il Corriere della Sera: “I Paolini commissariati dal Papa”. A seguire, nel suo commento, il vaticanista Luigi Accattoli faceva notare che si trattava di “una decisione rara nel governo papale: Giovanni Paolo II qualcosa di simile l’ha già fatto solo con la Compagnia di Gesù”. Di “decisione del Papa di commissariare” i Paolini parlò pure Repubblica il 2 marzo del 1997. Le dimissioni dell’allora direttore di Famiglia Cristiana, don Leonardo Zega, le cui posizioni in materia di morale sessuale vennero ritenute da molti come la causa scatenante del conflitto con la gerarchia, arrivarono l’anno successivo, il 1998.
Famiglia Cristiana sostiene anche di non aver “mai preso sistematicamente posizioni radicalmente divergenti dalla dottrina cattolica”.
Anche la grande maggioranza dei teologi e una parte dei vescovi erano convinte, ai tempi del dibattito che precedette l’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI (1968), di sostenere posizioni di morale sessuale conciliabili con la dottrina cattolica e in linea con la carità evangelica. Poi arrivò la storica e coraggiosa decisione di Papa Montini, il quale, contraddicendo teologi e vescovi, mostrò chiaramente che il “depositum fidei” non è un corpo malleabile a seconda dei tempi, delle mode e delle culture dominanti: esso è un dono di verità che la Chiesa è chiamata ad amare e custodire. Proprio questo amore obbediente e questa custodia fedele sono la condizione necessaria affinché i cattolici, approfondendo ogni giorno di più il rapporto col Mistero di Cristo, possano andare incontro agli altri uomini e proporre al mondo non la loro verità, ma la Verità che hanno ricevuto in dono. Spesso si pensa – e si è pensato soprattutto nel post Concilio – che per comunicare Gesù al mondo occorra assimilarsi ad esso: in questa prospettiva la dottrina cristiana viene vista come un fardello insopportabile, come qualcosa di inservibile per l’esistenza dell’uomo contemporaneo. E così o viene accantonata oppure annacquata. Questa visione ha prodotto soltanto, nell’ordine: svuotamento delle chiese, impoverimento della teologia e confusione tra i fedeli.
Rispetto agli anni Ottanta, oggi Famiglia Cristiana fa parlare di sé soprattutto per le sue prese di posizione politiche. Che ne pensa di questa linea editoriale?
Sono d’accordo con quanti, anche all’interno della Chiesa, hanno deplorato il livore ideologico che emerge dagli attacchi di Famiglia Cristiana all’attuale governo. Manca inoltre, a mio avviso, quella prudenza di giudizio che un settimanale cattolico dovrebbe per sua natura mantenere, curandosi di approfondire per bene gli argomenti di volta in volta trattati ed evitando di adottare criteri di valutazione esterni alla sapienza cristiana e mutuati dai giornali che vanno per la maggiore.
Visualizzazione post con etichetta Famiglia Cristiana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Famiglia Cristiana. Mostra tutti i post
mercoledì 8 settembre 2010
martedì 3 agosto 2010
«FAMIGLIA CRISTIANA» O «FAMIGLIA GIUSTIZIALISTA»?
da Ragionpolitica.it del 3 agosto 2010
Famiglia Cristiana non si smentisce mai. Anche stavolta si è allineata senza tanti scrupoli al luogocomunismo dell'intellighenzia di sinistra e dei suoi media di riferimento. Che al settimanale dei Paolini il governo Berlusconi non piacesse è una cosa nota ormai da tempo: basti ricordare, ad esempio, il trattamento riservato alle politiche dall'attuale esecutivo in materia di contrasto all'immigrazione clandestina, che valsero al presidente del Consiglio e al ministro dell'Interno la scomunica di Famiglia Cristiana in quanto nuovi fascisti e calpestatori dei fondamentali diritti dell'uomo. O si pensi, ancora, all'altro anatema scagliato contro Berlusconi nel pieno della tempesta scatenata dal caso D'Addario: la rivista paolina, in scia de La Repubblica e degli altri organi ufficiali del moralismo un tanto al chilo e a senso unico, allestì il suo bel rogo di carta per i «comportamenti gaudenti e libertini» del premier, con i quali egli - così recitava la sentenza - aveva superato «il limite della decenza». Capirai. A parlare dal pulpito era un settimanale che dovrebbe essere il baluardo di una lettura cattolica delle vicende umane e che invece, per anni, si è fatto portatore di posizioni non propriamente ortodosse e non certo fedeli al magistero papale proprio in materia di dottrina morale, divenendo, anziché lume del mondo come auspica il Vangelo, paralume della mentalità dominante veicolata da coloro che vorrebbero vedere la Chiesa e la sua tradizione morire soffocate sotto il peso del cosiddetto «progresso».
Incurante di ciò, oggi Famiglia Cristiana torna alla carica sempre contro di lui, Berlusconi, evidentemente considerato come l'icona del Male assoluto che infetta una società altrimenti sana sotto la guida dei sacri principi indicati dai vari Scalfari, Ezio Mauro e compagnia repubblicante. Santi subito. Stavolta il premier e il suo governo entrano nel mirino dei Paolini da un lato in seguito alle recenti inchieste sulla fantomatica - per usare un eufemismo - «nuova P3» e, dall'altro, per la vicenda della rottura con Fini. Il quadro che ne emergerebbe, secondo la rivista, è per un verso quello di un «disastro etico (generalizzato, ndr) sotto gli occhi di tutti» e, per l'altro, quello di «una concezione padronale dello Stato» che «ha ridotto ministri e politici in "servitori", semplici esecutori dei voleri del capo». Sembra di leggere l'Unità, il Manifesto o Liberazione. Quando si dice l'autonomia di giudizio... La conclusione è che, sia dal punto di vista etico che da quello politico, l'Italia si ritroverebbe ormai sull'orlo del baratro, se non già oltre. «Poco importa - sentenzia infatti Famiglia Cristiana - che il paese vada allo sfascio».
E tutto questo per colpa di chi? Ovviamente del Cavaliere Nero. Il quale - così ci ha detto per anni la rivista paolina - prima con le televisioni commerciali ha scardinato il tessuto di «valori» sui quali si reggeva la società italiana nell'era pre-berlusconiana, e poi, con la sua «discesa in campo», si è fatto paladino di uno «sbandierato garantismo» - leggiamo oggi - che in realtà è «troppo spesso pretesa di impunità totale», chiaramente «a favore dei potenti». E anche «l'appello alla legittimazione del voto popolare», a cui si richiama spesso il presidente del Consiglio, non può essere un «lasciapassare all'illegalità».
Complimenti davvero. Se continua di questo passo, il giornale paolino potrebbe candidarsi a diventare l'allegato settimanale al Fatto Quotidiano di Travaglio o la rivista ufficiale dell'Italia dei Valori. Dalla famiglia cristiana alla famiglia giustizialista il passo, in questo caso, è breve. L'impressione è che, invece di fornire un'immagine reale ancorché problematica dell'Italia e degli italiani, il settimanale paolino si accodi acriticamente e sciattamente alla più scontata, trita e ritrita leggenda nera su Berlusconi, mostrando così, come ha osservato il ministro Sandro Bondi, un «vuoto di analisi culturale sia sul ruolo della Chiesa che sul futuro dell'Italia». Questo non è un buon servizio reso a quelle «famiglie cristiane» a cui esso si rivolge. Forse i Paolini non si accorgono che, così facendo, dimostrano di disprezzare, assieme a Berlusconi, anche tutti gli italiani che lo votano. E, tra questi, anche tanti cattolici.
Gianteo Bordero
Famiglia Cristiana non si smentisce mai. Anche stavolta si è allineata senza tanti scrupoli al luogocomunismo dell'intellighenzia di sinistra e dei suoi media di riferimento. Che al settimanale dei Paolini il governo Berlusconi non piacesse è una cosa nota ormai da tempo: basti ricordare, ad esempio, il trattamento riservato alle politiche dall'attuale esecutivo in materia di contrasto all'immigrazione clandestina, che valsero al presidente del Consiglio e al ministro dell'Interno la scomunica di Famiglia Cristiana in quanto nuovi fascisti e calpestatori dei fondamentali diritti dell'uomo. O si pensi, ancora, all'altro anatema scagliato contro Berlusconi nel pieno della tempesta scatenata dal caso D'Addario: la rivista paolina, in scia de La Repubblica e degli altri organi ufficiali del moralismo un tanto al chilo e a senso unico, allestì il suo bel rogo di carta per i «comportamenti gaudenti e libertini» del premier, con i quali egli - così recitava la sentenza - aveva superato «il limite della decenza». Capirai. A parlare dal pulpito era un settimanale che dovrebbe essere il baluardo di una lettura cattolica delle vicende umane e che invece, per anni, si è fatto portatore di posizioni non propriamente ortodosse e non certo fedeli al magistero papale proprio in materia di dottrina morale, divenendo, anziché lume del mondo come auspica il Vangelo, paralume della mentalità dominante veicolata da coloro che vorrebbero vedere la Chiesa e la sua tradizione morire soffocate sotto il peso del cosiddetto «progresso».
Incurante di ciò, oggi Famiglia Cristiana torna alla carica sempre contro di lui, Berlusconi, evidentemente considerato come l'icona del Male assoluto che infetta una società altrimenti sana sotto la guida dei sacri principi indicati dai vari Scalfari, Ezio Mauro e compagnia repubblicante. Santi subito. Stavolta il premier e il suo governo entrano nel mirino dei Paolini da un lato in seguito alle recenti inchieste sulla fantomatica - per usare un eufemismo - «nuova P3» e, dall'altro, per la vicenda della rottura con Fini. Il quadro che ne emergerebbe, secondo la rivista, è per un verso quello di un «disastro etico (generalizzato, ndr) sotto gli occhi di tutti» e, per l'altro, quello di «una concezione padronale dello Stato» che «ha ridotto ministri e politici in "servitori", semplici esecutori dei voleri del capo». Sembra di leggere l'Unità, il Manifesto o Liberazione. Quando si dice l'autonomia di giudizio... La conclusione è che, sia dal punto di vista etico che da quello politico, l'Italia si ritroverebbe ormai sull'orlo del baratro, se non già oltre. «Poco importa - sentenzia infatti Famiglia Cristiana - che il paese vada allo sfascio».
E tutto questo per colpa di chi? Ovviamente del Cavaliere Nero. Il quale - così ci ha detto per anni la rivista paolina - prima con le televisioni commerciali ha scardinato il tessuto di «valori» sui quali si reggeva la società italiana nell'era pre-berlusconiana, e poi, con la sua «discesa in campo», si è fatto paladino di uno «sbandierato garantismo» - leggiamo oggi - che in realtà è «troppo spesso pretesa di impunità totale», chiaramente «a favore dei potenti». E anche «l'appello alla legittimazione del voto popolare», a cui si richiama spesso il presidente del Consiglio, non può essere un «lasciapassare all'illegalità».
Complimenti davvero. Se continua di questo passo, il giornale paolino potrebbe candidarsi a diventare l'allegato settimanale al Fatto Quotidiano di Travaglio o la rivista ufficiale dell'Italia dei Valori. Dalla famiglia cristiana alla famiglia giustizialista il passo, in questo caso, è breve. L'impressione è che, invece di fornire un'immagine reale ancorché problematica dell'Italia e degli italiani, il settimanale paolino si accodi acriticamente e sciattamente alla più scontata, trita e ritrita leggenda nera su Berlusconi, mostrando così, come ha osservato il ministro Sandro Bondi, un «vuoto di analisi culturale sia sul ruolo della Chiesa che sul futuro dell'Italia». Questo non è un buon servizio reso a quelle «famiglie cristiane» a cui esso si rivolge. Forse i Paolini non si accorgono che, così facendo, dimostrano di disprezzare, assieme a Berlusconi, anche tutti gli italiani che lo votano. E, tra questi, anche tanti cattolici.
Gianteo Bordero
Etichette:
Berlusconi,
Famiglia Cristiana,
politica interna,
stampa sinistra
giovedì 25 giugno 2009
DA QUAL PULPITO...
da Ragionpolitica.it del 25 giugno 2009
Non si limita più a criticare i provvedimenti messi in campo dal governo Berlusconi, da quelli sull'immigrazione alle politiche sociali; non si accontenta più di annunciare ai quattro venti che quello del Cavaliere è il nuovo volto del fascismo nel nostro paese. Famiglia Cristiana compie ora un altro passo in avanti nella sua battaglia antiberlusconiana e arriva alla scomunica tout court del presidente del Consiglio. I motivi? I «comportamenti "gaudenti e libertini"» del premier, con i quali egli ha superato «il limite della decenza». A scrivere la sentenza di condanna del capo del governo è il direttore in prima persona, don Antonio Sciortino, che nel nuovo numero del settimanale, rispondendo ai lettori nella rubrica «Colloqui con il padre», tira in ballo direttamente il giudizio di Dio per far ricadere su Berlusconi il marchio dell'infamia morale. «Non basta le legittimazione del voto popolare o la pretesa del "buon governo" per giustificare qualsiasi comportamento, perché con Dio non è possibile stabilire un "lodo", tanto meno chiedergli l'"immunità morale"». Insomma, se Berlusconi può pensare di cavarsela nelle cose terrene con i provvedimenti ad personam adottati dal governo che egli stesso presiede - sembra voler dire don Sciortino - così non può essere nelle cose dell'anima, dove esiste un giudice severo e implacabile, che non ragiona secondo la logica del «lodo» (Alfano) e dell'«immunità».
A parte il fatto che Famiglia Cristiana sembra scambiare per oro colato il fango gettato addosso al presidente del Consiglio in queste ultime settimane con una campagna mediatico-gossippara senza precedenti, è curioso che una rivista che da sempre si è distinta, nel panorama della pubblicistica cattolica, per le sue posizioni morbide, concilianti, perdoniste e progressiste in campo di dottrina morale - che gli sono valse, in passato, più di una critica ufficiale da parte dei più alti livelli delle gerarchie vaticane - si erga ora a paladina del rigorismo etico e lo faccia - essa sì - ad personam, cioè nei confronti di una sola persona. La memoria torna al 1997, quando, con un'iniziativa clamorosa, il Papa Giovanni Paolo II decise, l'11 febbraio, di «commissariare» il settimanale e la stessa Congregazione Paolina, e di inviare un legato pontificio (monsignor Antonio Buoncristiani) dopo che Famiglia Cristiana aveva ripetutamente assunto posizioni in netta divergenza dalla dottrina cattolica sia nel campo teologico che in quello morale (quanto a quest'ultimo aspetto, fecero molto discutere le dichiarazioni dell'allora direttore, don Leonardo Zega, su masturbazione, droga, omosessualità).
Potremmo dire, dunque: da qual pulpito vien la predica, visto che Famiglia Cristiana non sembra propriamente l'organo di stampa più titolato a dare lezioni di morale cattolica ad alcuno. Ma il problema non è solo questo. Perché il settimanale paolino, oltre ad emettere indebite sentenze di scomunica morale e a spalancare le porte dell'inferno per Berlusconi, pretende pure di rappresentare con i suoi articoli tutti i credenti italiani e di dare lezioni alla stessa Chiesa. Secondo don Sciortino, essa «non può abdicare alla sua missione e ignorare l'emergenza morale nella vita pubblica del paese». E i cristiani «sono frastornati e amareggiati da questo clima di decadimento morale dell'Italia, attendono dalla Chiesa una valutazione meno "disincantata". Non si può far finta che non stia succedendo nulla, o ignorare il disagio di fasce sempre più ampie della popolazione, e dei cristiani in particolare». Quindi - è il presuntuoso ragionamento del direttore - visto che tutti i cattolici italiani sono nauseati dall'attuale situazione e si ribellano all'immoralità libertina del presidente del Consiglio, la Santa Sede dovrebbe imbracciare anch'essa le armi e scendere il battaglia contro Berlusconi, dicendo una parola chiara e non lasciandosi lusingare dalle promesse di «leggi favorevoli alla Chiesa» che, scrive ancora don Sciortino, sarebbero il «classico "piatto di lenticchie", da respingere al mittente». Da condannare, dunque, secondo Famiglia Cristiana non è soltanto il comportamento del premier, ma anche quello della Chiesa, che con i suoi silenzi rischia di non fare nulla per arginare il «decadimento morale» del paese.
Con ciò prendiamo atto che il settimanale dei Paolini ha definitivamente abdicato a quella fedeltà alla verità che dovrebbe contraddistinguere, in particolare, una rivista cattolica, e constatiamo che ormai il suo nuovo vangelo è costituito da ogni parola che esce dalla bocca di Repubblica e del Corriere della Sera. Due giornali, com'è noto, filo-cattolici e paladini della dottrina morale della Chiesa. Congratulazioni!
Gianteo Bordero
Non si limita più a criticare i provvedimenti messi in campo dal governo Berlusconi, da quelli sull'immigrazione alle politiche sociali; non si accontenta più di annunciare ai quattro venti che quello del Cavaliere è il nuovo volto del fascismo nel nostro paese. Famiglia Cristiana compie ora un altro passo in avanti nella sua battaglia antiberlusconiana e arriva alla scomunica tout court del presidente del Consiglio. I motivi? I «comportamenti "gaudenti e libertini"» del premier, con i quali egli ha superato «il limite della decenza». A scrivere la sentenza di condanna del capo del governo è il direttore in prima persona, don Antonio Sciortino, che nel nuovo numero del settimanale, rispondendo ai lettori nella rubrica «Colloqui con il padre», tira in ballo direttamente il giudizio di Dio per far ricadere su Berlusconi il marchio dell'infamia morale. «Non basta le legittimazione del voto popolare o la pretesa del "buon governo" per giustificare qualsiasi comportamento, perché con Dio non è possibile stabilire un "lodo", tanto meno chiedergli l'"immunità morale"». Insomma, se Berlusconi può pensare di cavarsela nelle cose terrene con i provvedimenti ad personam adottati dal governo che egli stesso presiede - sembra voler dire don Sciortino - così non può essere nelle cose dell'anima, dove esiste un giudice severo e implacabile, che non ragiona secondo la logica del «lodo» (Alfano) e dell'«immunità».
A parte il fatto che Famiglia Cristiana sembra scambiare per oro colato il fango gettato addosso al presidente del Consiglio in queste ultime settimane con una campagna mediatico-gossippara senza precedenti, è curioso che una rivista che da sempre si è distinta, nel panorama della pubblicistica cattolica, per le sue posizioni morbide, concilianti, perdoniste e progressiste in campo di dottrina morale - che gli sono valse, in passato, più di una critica ufficiale da parte dei più alti livelli delle gerarchie vaticane - si erga ora a paladina del rigorismo etico e lo faccia - essa sì - ad personam, cioè nei confronti di una sola persona. La memoria torna al 1997, quando, con un'iniziativa clamorosa, il Papa Giovanni Paolo II decise, l'11 febbraio, di «commissariare» il settimanale e la stessa Congregazione Paolina, e di inviare un legato pontificio (monsignor Antonio Buoncristiani) dopo che Famiglia Cristiana aveva ripetutamente assunto posizioni in netta divergenza dalla dottrina cattolica sia nel campo teologico che in quello morale (quanto a quest'ultimo aspetto, fecero molto discutere le dichiarazioni dell'allora direttore, don Leonardo Zega, su masturbazione, droga, omosessualità).
Potremmo dire, dunque: da qual pulpito vien la predica, visto che Famiglia Cristiana non sembra propriamente l'organo di stampa più titolato a dare lezioni di morale cattolica ad alcuno. Ma il problema non è solo questo. Perché il settimanale paolino, oltre ad emettere indebite sentenze di scomunica morale e a spalancare le porte dell'inferno per Berlusconi, pretende pure di rappresentare con i suoi articoli tutti i credenti italiani e di dare lezioni alla stessa Chiesa. Secondo don Sciortino, essa «non può abdicare alla sua missione e ignorare l'emergenza morale nella vita pubblica del paese». E i cristiani «sono frastornati e amareggiati da questo clima di decadimento morale dell'Italia, attendono dalla Chiesa una valutazione meno "disincantata". Non si può far finta che non stia succedendo nulla, o ignorare il disagio di fasce sempre più ampie della popolazione, e dei cristiani in particolare». Quindi - è il presuntuoso ragionamento del direttore - visto che tutti i cattolici italiani sono nauseati dall'attuale situazione e si ribellano all'immoralità libertina del presidente del Consiglio, la Santa Sede dovrebbe imbracciare anch'essa le armi e scendere il battaglia contro Berlusconi, dicendo una parola chiara e non lasciandosi lusingare dalle promesse di «leggi favorevoli alla Chiesa» che, scrive ancora don Sciortino, sarebbero il «classico "piatto di lenticchie", da respingere al mittente». Da condannare, dunque, secondo Famiglia Cristiana non è soltanto il comportamento del premier, ma anche quello della Chiesa, che con i suoi silenzi rischia di non fare nulla per arginare il «decadimento morale» del paese.
Con ciò prendiamo atto che il settimanale dei Paolini ha definitivamente abdicato a quella fedeltà alla verità che dovrebbe contraddistinguere, in particolare, una rivista cattolica, e constatiamo che ormai il suo nuovo vangelo è costituito da ogni parola che esce dalla bocca di Repubblica e del Corriere della Sera. Due giornali, com'è noto, filo-cattolici e paladini della dottrina morale della Chiesa. Congratulazioni!
Gianteo Bordero
Etichette:
antiberlusconismo,
Berlusconi,
Famiglia Cristiana,
politica interna
martedì 26 maggio 2009
«FAMIGLIA CRISTIANA» TRA MORALISMO E GOSSIP
da Ragionpolitica.it del 26 maggio 2009
Famiglia Cristiana ci ha abituati a tutto, e non bisognerebbe più stupirsi per certe sue roboanti «uscite». Ma anche stavolta c'è da rimanere allibiti. C'è da restare senza parole leggendo i due articoli (l'editoriale e il commento politico) che il settimanale dei Paolini dedica, nel numero in edicola da domani, alla vicenda «veline» in politica e dintorni. Un condensato di luoghi comuni, disinformazione, banalità. Il tutto condito da un moralismo degno di miglior causa.
Obiettivo mai nominato, ma ben identificato, degli strali della rivista è, come spesso accaduto in passato, Silvio Berlusconi. Stavolta, però, ad essere prese di mira non sono le sue scelte politiche, l'operato del suo governo, il suo programma per guidare il paese. No. Oggi è il cattivo esempio, l'assenza di moralità, la mancanza di educazione che trasuderebbero dallo stile di vita berlusconiano, lo stesso propagandato con successo dalla tv commerciale: è - leggiamo nell'editoriale - il «modello delle veline», «di Amici e del Grande Fratello», «dove conta ciò che appare, il corpo esposto e una certa disinvoltura. La meta è raggiungere la notorietà e per essa non ci si nega niente e si accetta tutto, perfino la foto in pose forti o volgari, dipende dai punti di vista». E la cosa peggiore - scrive il settimanale - è che «è sparita dall'orizzonte pure quella che si riteneva una zona franca, il luogo dei minori, tempo protetto una volta dai genitori e dagli adulti, al riparo dalle proiezioni del desiderio». Ogni riferimento a fatti o persone è, come si suol dire, puramente casuale. Leggiamo ancora: «La prima volgarità che va denunciata è quella degli adulti e non quella, supposta, delle ragazzine... Lo scandalo è in chi sostiene il sistema delle veline, meteorine e quant'altro, facendone un modello di vita e di successo, o strumento di consenso, liquidando con rabbia chi pone la questione». Anche qui, ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale. Più che un articolo di un settimanale, ancorché cattolico, sembra uno di quei fervorini moraleggianti di non eccelsa qualità come talvolta se ne sentono nelle chiese italiane durante le messe domenicali.
Toni analoghi anche nella nota politica del solito Beppe del Colle. «Se c'è una cosa - scrive - che colpisce nell'attuale situazione italiana è l'abissale distanza che separa la politica dalla realtà. La politica vive oggi degli effetti di una causa lontana negli anni, e che si chiama irruzione del relativismo morale nella società». Qui siamo veramente al più sfrenato «luogocomunismo», senza alcuna cura per l'accertamento dei fatti. Siamo - qui sì - al trionfo di ciò che appare su ciò che è. Smanioso di fare anch'egli il predicozzo agli attuali governanti, del Colle finisce con lo scomunicare anche i governati, colpevoli di aver ceduto e di cedere di fronte alle lusinghe del consumismo etico, evidentemente ben rappresentato dal modus vivendi del presidente del Consiglio in carica e dal modello di vita da lui proposto. Che sarebbe lo stesso che domina nel nostro paese ormai da qualche decennio: «Da quarant'anni, più o meno, gli italiani hanno avuto conferma, attraverso leggi ad hoc o ad personam, che nella loro vita privata possono fare tutto quello che vogliono, il che hanno sempre fatto ma con qualche ritegno o, se vogliamo proprio usare un termine scomparso dal loro linguaggio, con qualche "pudore"». Italiani immorali e spudorati, dunque, e in ciò ben rappresentati dal loro premier.
Si capisce perché, con questa carica di moralismo dalle sfumature fondamentaliste, Famiglia Cristiana sia da tempo in crisi di gradimento tra lo stesso popolo cattolico, il quale non ne può più di una rivista che non soltanto ha ridotto il cristianesimo a un codice di buona condotta, a quello che il cardinal Ratzinger definiva come «un seguito di leggi morali», ma che spesso si è anche trasformata in uno spazio di propaganda politica a senso unico, con giudizi molte volte ripresi pedissequamente dalla vulgata dominante, senza alcun doveroso vaglio critico. Così è stato anche stavolta, perché i due citati editoriali del prossimo numero mutuano senza filtri quanto scritto dal solito giornale antiberlusconiano e lo trattano come oro colato, come se fosse la bocca della verità, finendo - seppur involontariamente - con l'alimentare quello stesso gossip che, secondo i Paolini, «sta inquinando ogni cosa». Anche la redazione di Famiglia Cristiana.
Gianteo Bordero
Famiglia Cristiana ci ha abituati a tutto, e non bisognerebbe più stupirsi per certe sue roboanti «uscite». Ma anche stavolta c'è da rimanere allibiti. C'è da restare senza parole leggendo i due articoli (l'editoriale e il commento politico) che il settimanale dei Paolini dedica, nel numero in edicola da domani, alla vicenda «veline» in politica e dintorni. Un condensato di luoghi comuni, disinformazione, banalità. Il tutto condito da un moralismo degno di miglior causa.
Obiettivo mai nominato, ma ben identificato, degli strali della rivista è, come spesso accaduto in passato, Silvio Berlusconi. Stavolta, però, ad essere prese di mira non sono le sue scelte politiche, l'operato del suo governo, il suo programma per guidare il paese. No. Oggi è il cattivo esempio, l'assenza di moralità, la mancanza di educazione che trasuderebbero dallo stile di vita berlusconiano, lo stesso propagandato con successo dalla tv commerciale: è - leggiamo nell'editoriale - il «modello delle veline», «di Amici e del Grande Fratello», «dove conta ciò che appare, il corpo esposto e una certa disinvoltura. La meta è raggiungere la notorietà e per essa non ci si nega niente e si accetta tutto, perfino la foto in pose forti o volgari, dipende dai punti di vista». E la cosa peggiore - scrive il settimanale - è che «è sparita dall'orizzonte pure quella che si riteneva una zona franca, il luogo dei minori, tempo protetto una volta dai genitori e dagli adulti, al riparo dalle proiezioni del desiderio». Ogni riferimento a fatti o persone è, come si suol dire, puramente casuale. Leggiamo ancora: «La prima volgarità che va denunciata è quella degli adulti e non quella, supposta, delle ragazzine... Lo scandalo è in chi sostiene il sistema delle veline, meteorine e quant'altro, facendone un modello di vita e di successo, o strumento di consenso, liquidando con rabbia chi pone la questione». Anche qui, ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale. Più che un articolo di un settimanale, ancorché cattolico, sembra uno di quei fervorini moraleggianti di non eccelsa qualità come talvolta se ne sentono nelle chiese italiane durante le messe domenicali.
Toni analoghi anche nella nota politica del solito Beppe del Colle. «Se c'è una cosa - scrive - che colpisce nell'attuale situazione italiana è l'abissale distanza che separa la politica dalla realtà. La politica vive oggi degli effetti di una causa lontana negli anni, e che si chiama irruzione del relativismo morale nella società». Qui siamo veramente al più sfrenato «luogocomunismo», senza alcuna cura per l'accertamento dei fatti. Siamo - qui sì - al trionfo di ciò che appare su ciò che è. Smanioso di fare anch'egli il predicozzo agli attuali governanti, del Colle finisce con lo scomunicare anche i governati, colpevoli di aver ceduto e di cedere di fronte alle lusinghe del consumismo etico, evidentemente ben rappresentato dal modus vivendi del presidente del Consiglio in carica e dal modello di vita da lui proposto. Che sarebbe lo stesso che domina nel nostro paese ormai da qualche decennio: «Da quarant'anni, più o meno, gli italiani hanno avuto conferma, attraverso leggi ad hoc o ad personam, che nella loro vita privata possono fare tutto quello che vogliono, il che hanno sempre fatto ma con qualche ritegno o, se vogliamo proprio usare un termine scomparso dal loro linguaggio, con qualche "pudore"». Italiani immorali e spudorati, dunque, e in ciò ben rappresentati dal loro premier.
Si capisce perché, con questa carica di moralismo dalle sfumature fondamentaliste, Famiglia Cristiana sia da tempo in crisi di gradimento tra lo stesso popolo cattolico, il quale non ne può più di una rivista che non soltanto ha ridotto il cristianesimo a un codice di buona condotta, a quello che il cardinal Ratzinger definiva come «un seguito di leggi morali», ma che spesso si è anche trasformata in uno spazio di propaganda politica a senso unico, con giudizi molte volte ripresi pedissequamente dalla vulgata dominante, senza alcun doveroso vaglio critico. Così è stato anche stavolta, perché i due citati editoriali del prossimo numero mutuano senza filtri quanto scritto dal solito giornale antiberlusconiano e lo trattano come oro colato, come se fosse la bocca della verità, finendo - seppur involontariamente - con l'alimentare quello stesso gossip che, secondo i Paolini, «sta inquinando ogni cosa». Anche la redazione di Famiglia Cristiana.
Gianteo Bordero
Etichette:
Berlusconi,
cattolici adulti,
Famiglia Cristiana,
politica interna
domenica 7 dicembre 2008
LA BASSA CUCINA DI "FAMIGLIA CRISTIANA"
da Ragionpolitica.it del 6 dicembre 2008
Un'abbondante dose di disinformazione, una buona quantità di antiberlusconismo, quanto basta di antipolitica, un pizzico di politicamente corretto per condire il tutto... e la ricetta è bell'è pronta. La cucina di Famiglia Cristiana, il settimanale dei paolini che, come il nome stesso dice, dovrebbe occuparsi e preoccuparsi di rappresentare la cara e vecchia «buona stampa» nelle case dei cattolici italiani, da un po' di tempo a questa parte ha abbandonato la sua originaria missione e, forse anche per contrastare il calo di abbonamenti e vendite, si è trasformata in una bocca da fuoco contro il governo Berlusconi e contro ogni suo provvedimento. Che l'attuale presidente del Consiglio non piacesse a Famiglia Cristiana sin dal momento del suo ingresso in politica è cosa nota. Ma la campagna anti-Cavaliere inaugurata quest'estate con l'accusa di fascismo e di razzismo rivolta al suo governo è davvero senza precedenti nella storia della rivista.
Questa settimana, ad essere presi di mira, sono i provvedimenti varati dall'esecutivo col decreto anti-crisi, in particolare la social card e il bonus famiglie. Secondo FC, col decreto in questione «la montagna ha partorito un topolino»; trattasi di «demagogia, più che dell'inizio di una politica familiare seria». E poi la sparata ad effetto, che vorrebbe produrre perfino ilarità, ma al prezzo di giocare sulla pelle degli italiani in difficoltà, quelli per i quali i 40 euro mensili della carta sociale davvero sono importanti se paragonati al reddito percepito: «E' come dare l'aspirina - scrive Famiglia Cristiana - a un malato terminale». Bella battuta. Peccato che di mezzo vi siano, come detto, le persone in carne ed ossa che non arrivano o che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, e che soltanto un cinismo senza confini può definire come «malati terminali». Si dirà: la rivista si riferiva al sistema-Italia nel suo complesso, di certo non ai poveri. Bene. Ma, se le parole hanno un senso, resta l'impressione che tutto faccia brodo per attaccare il governo, costi quel che costi.
Impressione confermata dal prosieguo dell'articolo, dove nessuna seria e approfondita analisi dei benefici (piccoli o grandi che siano) di cui potranno godere i cittadini in difficoltà è presente. In compenso, abbondano i giudizi meramente propagandistici come il seguente: «La borsa, quella vera, quella colma di denaro, sarà a disposizione delle banche, che hanno bisogno di soldi freschi per i loro affari». Dove sta scritto? Quale atto del governo può confermarlo? Domande destinate a rimanere senza risposta. E ancora: «Tremonti ha inventato la social card, poteva chiamarla "tessera del pane" (come Mussolini) o "carta della povertà": era lo stesso. Almeno, era più sincero». Ci risiamo con le accuse gratuite di fascismo, ormai immancabili nelle pagine del settimanale paolino.
Ma quanto poco importi a Famiglia Cristiana di dare un'informazione obiettiva ai suoi lettori, mettendo da parte almeno per un istante la battaglia preconcetta contro il governo, è documentato soprattutto dalla macroscopica contraddizione nella quale cade l'editorialista. Dapprima, come abbiamo visto, urla ai quattro venti che le misure votate dal Consiglio dei ministri sono insufficienti per affrontare la crisi, non bastano, non risolvono alcun problema, la social card «è meno di quanto la gente ruba per fame nei supermercati» e via strologando. Poi, come se niente fosse, ecco la giravolta logica: «La parola magica (usata dal governo, ndr) è bonus, cioè "carità". Che è cosa buona, ma non deve farla lo Stato». Dunque, dopo averci detto e ridetto in tutte le salse che il decreto è, nel migliore dei casi, un pannicello caldo, Famiglia Cristiana ci fa scoprire all'ultima riga, con un coupe de theatre, che lo Stato di queste cose non se ne deve occupare.
Ora, delle due l'una: o l'ultima frase cancella tutto il resto dell'articolo oppure è vero il contrario. Perché, se il principio aristotelico di non contraddizione è ancora vigente, è chiaro che non è possibile essere al medesimo istante campioni dello statalismo (il governo doveva fare di più) e del liberismo (il governo non doveva fare niente). A meno che la logica non sia stata abbandonata sull'uscio di casa nel momento in cui si partiva lancia in resta per l'ennesima crociata contro il nemico numero uno...
Gianteo Bordero
Un'abbondante dose di disinformazione, una buona quantità di antiberlusconismo, quanto basta di antipolitica, un pizzico di politicamente corretto per condire il tutto... e la ricetta è bell'è pronta. La cucina di Famiglia Cristiana, il settimanale dei paolini che, come il nome stesso dice, dovrebbe occuparsi e preoccuparsi di rappresentare la cara e vecchia «buona stampa» nelle case dei cattolici italiani, da un po' di tempo a questa parte ha abbandonato la sua originaria missione e, forse anche per contrastare il calo di abbonamenti e vendite, si è trasformata in una bocca da fuoco contro il governo Berlusconi e contro ogni suo provvedimento. Che l'attuale presidente del Consiglio non piacesse a Famiglia Cristiana sin dal momento del suo ingresso in politica è cosa nota. Ma la campagna anti-Cavaliere inaugurata quest'estate con l'accusa di fascismo e di razzismo rivolta al suo governo è davvero senza precedenti nella storia della rivista.
Questa settimana, ad essere presi di mira, sono i provvedimenti varati dall'esecutivo col decreto anti-crisi, in particolare la social card e il bonus famiglie. Secondo FC, col decreto in questione «la montagna ha partorito un topolino»; trattasi di «demagogia, più che dell'inizio di una politica familiare seria». E poi la sparata ad effetto, che vorrebbe produrre perfino ilarità, ma al prezzo di giocare sulla pelle degli italiani in difficoltà, quelli per i quali i 40 euro mensili della carta sociale davvero sono importanti se paragonati al reddito percepito: «E' come dare l'aspirina - scrive Famiglia Cristiana - a un malato terminale». Bella battuta. Peccato che di mezzo vi siano, come detto, le persone in carne ed ossa che non arrivano o che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, e che soltanto un cinismo senza confini può definire come «malati terminali». Si dirà: la rivista si riferiva al sistema-Italia nel suo complesso, di certo non ai poveri. Bene. Ma, se le parole hanno un senso, resta l'impressione che tutto faccia brodo per attaccare il governo, costi quel che costi.
Impressione confermata dal prosieguo dell'articolo, dove nessuna seria e approfondita analisi dei benefici (piccoli o grandi che siano) di cui potranno godere i cittadini in difficoltà è presente. In compenso, abbondano i giudizi meramente propagandistici come il seguente: «La borsa, quella vera, quella colma di denaro, sarà a disposizione delle banche, che hanno bisogno di soldi freschi per i loro affari». Dove sta scritto? Quale atto del governo può confermarlo? Domande destinate a rimanere senza risposta. E ancora: «Tremonti ha inventato la social card, poteva chiamarla "tessera del pane" (come Mussolini) o "carta della povertà": era lo stesso. Almeno, era più sincero». Ci risiamo con le accuse gratuite di fascismo, ormai immancabili nelle pagine del settimanale paolino.
Ma quanto poco importi a Famiglia Cristiana di dare un'informazione obiettiva ai suoi lettori, mettendo da parte almeno per un istante la battaglia preconcetta contro il governo, è documentato soprattutto dalla macroscopica contraddizione nella quale cade l'editorialista. Dapprima, come abbiamo visto, urla ai quattro venti che le misure votate dal Consiglio dei ministri sono insufficienti per affrontare la crisi, non bastano, non risolvono alcun problema, la social card «è meno di quanto la gente ruba per fame nei supermercati» e via strologando. Poi, come se niente fosse, ecco la giravolta logica: «La parola magica (usata dal governo, ndr) è bonus, cioè "carità". Che è cosa buona, ma non deve farla lo Stato». Dunque, dopo averci detto e ridetto in tutte le salse che il decreto è, nel migliore dei casi, un pannicello caldo, Famiglia Cristiana ci fa scoprire all'ultima riga, con un coupe de theatre, che lo Stato di queste cose non se ne deve occupare.
Ora, delle due l'una: o l'ultima frase cancella tutto il resto dell'articolo oppure è vero il contrario. Perché, se il principio aristotelico di non contraddizione è ancora vigente, è chiaro che non è possibile essere al medesimo istante campioni dello statalismo (il governo doveva fare di più) e del liberismo (il governo non doveva fare niente). A meno che la logica non sia stata abbandonata sull'uscio di casa nel momento in cui si partiva lancia in resta per l'ennesima crociata contro il nemico numero uno...
Gianteo Bordero
Etichette:
antiberlusconismo,
Famiglia Cristiana,
governo,
politica interna
Iscriviti a:
Post (Atom)

