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giovedì 25 novembre 2010

UNIVERSITÀ. IL PD SCHERZA COL FUOCO

da Ragionpolitica.it del 25 novembre 2010

Pur di abbattere il governo Berlusconi, il Partito Democratico è pronto a fare anche i proverbiali patti col diavolo. Non soltanto alleandosi con l'ex odiato e deprecato fascista Fini, ma anche assecondando la protesta studentesca che sta andando in scena in questi giorni nei modi e nelle forme che tutti hanno potuto e possono vedere. La logica democratica richiederebbe che un partito, per salire al governo del Paese, godesse della legittimazione popolare, che passasse attraverso libere elezioni ed ottenesse il consenso maggioritario dei cittadini. Peccato soltanto che ciò oggi risulti, per il Pd, un miraggio lontano come i Tartari del famoso romanzo di Dino Buzzati. E allora? E allora meglio ricorrere ai mezzi alternativi, ai metodi spicci, come ha fatto Bersani unendosi alla protesta degli studenti e salendo con loro sul tetto dell'università nella convinzione di alimentare un'onda di ribellione che, negli auspici dei Democratici, dovrebbe gonfiarsi fino a sommergere e a spazzare via come uno tsunami Berlusconi, il suo governo e la maggioranza che lo sostiene. Come ha osservato il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto, il Pd - in compagnia del movimento estremista per eccellenza, l'Idv - «cavalca la protesta arrivando allo spettacolo grottesco di salire sui tetti, mentre c'è una componente eversiva di questa protesta che ieri ha preso d'assalto il Senato». Ed ha aggiunto, rivolto a Bersani e al suo partito: «Voi state lisciando il pelo a un movimento minoritario ed estremista che provocherà danni seri al Paese».


E' proprio così: in assenza di una proposta politica in grado di porsi come seria e credibile alternativa di governo, incapace di elaborare una piattaforma programmatica all'altezza delle sfide che l'Italia si trova a dover affrontare in questo complesso frangente storico, il Partito Democratico ha scelto ancora una volta la strada dell'estremismo, del peggior conservatorismo sociale, dell'anacronistica difesa di quei privilegi (nel campo della scuola, dell'università, del welfare, solo per citare alcuni casi macroscopici) che negli scorsi decenni hanno portato il nostro Paese ad accumulare debito pubblico, parassitismo, clientelismo e inefficienze varie, con le deleterie conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.


Alla luce dell'atteggiamento tenuto da Bersani e dalla dirigenza democrat in questi giorni, è chiaro che la formula del Pd come «partito riformista», tanto evocata e ripetuta ad ogni piè sospinto a meri fini di propaganda, appare a conti fatti come un ossimoro. Il Pd non è il nuovo, non è la strada italiana alla moderna socialdemocrazia, ma è la somma di tutto ciò che è vecchio, dei privilegi acquisiti, dell'ipertrofia statalista. Esageriamo? Ma se il punto cardine della riforma universitaria della Gelmini è la meritocrazia, come altro definire il tipo di opposizione che sta portando avanti il Partito Democratico, se non come bieca conservazione dello status quo? E questo è solo l'ultimo episodio in ordine di tempo, perché se andiamo ad analizzare la risposta politica data nel corso degli anni dal Pd ai provvedimenti innovatori messi in campo dai governi Berlusconi, l'elenco potrebbe allungarsi a dismisura, a partire dalla pervicace e preconcetta ostilità alle riforme in materia di lavoro e di welfare ispirate alle proposte di Marco Biagi e realizzate grazie alla coraggiosa iniziativa di Maurizio Sacconi.


Insomma, gli anni passano ma i post-comunisti non cambiano mai: sempre arroccati in difesa dell'indifendibile, sempre schierati al fianco dei nemici del rinnovamento, sempre incapaci di rompere una volta per tutte con il loro passato che non vuole passare. D'Alema, Veltroni, Franceschini, Bersani sono, alla fine dei conti, le facce di una stessa medaglia, l'espressione di una medesima cultura - se così si può chiamare - ancora fondata sull'antagonismo e sull'odio preconcetto nei confronti dell'avversario. Addirittura con un'aggravante rispetto al Pci, che per lo meno manteneva un realistico (anche se opportunistico) senso delle istituzioni e sapeva prendere le distanze (ancorché nei modi e nei tempi tipici di un partito legato a doppio filo con l'Unione Sovietica) dai movimenti di lotta violenta. Cosa che il Pd oggi non sembra in grado di fare, preferendo invece scherzare col fuoco pur di cancellare dalla scena politica il nemico Silvio.

Gianteo Bordero

martedì 18 agosto 2009

IN DIFESA DELL'ORA DI RELIGIONE

da Ragionpolitica.it del 18 agosto 2009

Bene ha fatto, il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, ad annunciare ricorso contro la recente sentenza dell'onnipresente TAR del Lazio che ha dichiarato illegittima l'attribuzione di crediti formativi a coloro che frequentano l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole italiane. Il Tribunale Amministrativo non soltanto è entrato a gamba tesa in una materia regolata da un Trattato internazionale (il Concordato tra Stato e Chiesa), su cui hanno competenza, secondo la Costituzione, il parlamento, il governo e il presidente della Repubblica, ma ha anche «condito» la sua decisione con considerazioni di carattere ideologico inaccettabili per un paese la cui storia e la cui identità non possono essere né studiate né comprese senza il riferimento alle sue radici cristiane. Si legge nelle motivazioni della sentenza: «Un insegnamento di carattere etico e religioso, strettamente attinente alla fede individuale, non può assolutamente essere oggetto di una valutazione sul piano del profitto scolastico, proprio per il rischio di valutazioni di valore proporzionalmente ancorate alla misura della fede stessa». E ancora: «L'attribuzione di un credito formativo ad una scelta di carattere religioso degli studenti e dei loro genitori, quale quella di avvalersi dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, dà luogo ad una precisa forma di discriminazione, dato che lo Stato italiano non assicura identicamente la possibilità per tutti i cittadini di conseguire un credito formativo nelle proprie confessioni ovvero per chi dichiara di non professare alcuna religione in Etica Morale Pubblica».

Il grossolano errore commesso dai giudici del TAR è stato quello di far coincidere, nella sentenza, il significato della parola «religione» con quello della parola «fede», usandole in sostanza come sinonimi intercambiabili. Se è vero che non può esistere, in uno Stato laico e liberale, la valutazione scolastica della fede dell'individuo, non è altrettanto vero che contrastano con la laicità e con la libertà del singolo lo studio e l'approfondimento delle radici spirituali e morali (cioè religiose) del popolo a cui egli appartiene. Anzi, si potrebbe persino affermare che senza la conoscenza di tali radici - nella loro componente intrinsecamente religiosa - ne perderebbe in qualità il complesso dell'offerta formativa della scuola, perché sarebbe come affrontare lo studio di una lingua senza conoscerne l'«abc», il vocabolario e la grammatica. A differenza della fede, che comporta la fiducia convinta in una dottrina e l'adesione consapevole a un complesso di verità, di dogmi, di riti, la religione esprime innanzitutto la tensione primordiale dell'uomo - di qualsiasi uomo - verso l'Infinito, alla ricerca di una spiegazione totale della realtà e della vita (del nascere come del morire). Se quindi è vero che non tutti gli uomini hanno fede, è altrettanto vero che tutti gli uomini, in tutti i tempi e a tutte le latitudini, vengono al mondo con un desiderio incommensurabile di ricercare, dentro e oltre le apparenze, un significato esaustivo dell'esistenza, un punto di fuga che renda possibile la comprensione del gran disegno della realtà. Questo punto di fuga è ciò che - per riprendere le parole di Tommaso D'Aquino - «tutti chiamano Dio».

Dunque, se la fede può rappresentare l'approdo del cammino religioso del singolo, e resta per questo un fatto personale (più che privato), la religione in sé considerata è un elemento ontologico che accomuna tutti: proprio per questo suo aspetto essa è stata, sin dagli albori della storia dell'uomo, un fattore di sviluppo civile, sociale e culturale (le prime espressioni culturali di cui abbiamo notizia sono con tutta evidenza manifestazioni del sentimento religioso dei popoli primitivi). In questo senso, si può pacificamente affermare che senza religione non è data alcuna forma di civiltà e che, quindi, ignorare la storia religiosa e i fondamenti religiosi (spirituali e morali) del proprio popolo non può in alcun modo rappresentare un punto di merito per uno studente: l'offerta formativa non può perciò prescindere dalla religione. Ciò non vuol dire imporre a tutti una «fede» che per sua stessa natura non può essere imposta, ma significa compiere un gesto di alto valore educativo; un gesto doveroso, da parte di una nazione, nei confronti di se stessa - del suo passato, del suo presente e del suo futuro: non ci può essere autentico sviluppo se non abbeverandosi alla fonte da cui ha preso forma e consistenza una storia di popolo.

Per tutti questi motivi è davvero incomprensibile, come ha scritto in una nota il ministro Gelmini commentando la sentenza del TAR e annunciando il ricorso al Consiglio di Stato, che «solo la religione cattolica non debba contribuire alla valutazione globale dello studente tra tutte le attività che danno luogo a crediti formativi». Essa, infatti «esprime un patrimonio di storia, di valori e di tradizioni talmente importante che la sua unicità deve essere riconosciuta e tutelata».

Gianteo Bordero

martedì 3 marzo 2009

IL VOTO IN CONDOTTA RIDÀ DIGNITÀ ALLA SCUOLA E AUTORITÀ AGLI INSEGNANTI

da Ragionpolitica.it del 3 marzo 2009

Per riformare ci vuole coraggio. Per opporsi alle riforme in nome della conservazione e del mantenimento dello status quo basta poco: è sufficiente alzare la voce, creare falsi allarmi, diffondere paura, magari scendere in piazza. Il quarto governo Berlusconi ha scelto la prima strada. E lo ha fatto già a partire dalla campagna in vista del voto del 13 e 14 aprile dello scorso anno: lo slogan «Rialzati, Italia» e il programma presentato agli elettori portavano con sé l'impegno ad affrontare in modo diretto le cause che impedivano a settori vitali del sistema-paese di procedere a passo spedito verso l'efficienza, la modernizzazione, l'innalzamento del livello qualitativo dei servizi forniti ai cittadini.

Uno di questi settori è stato quello della scuola. Il ministro Mariastella Gelmini ha messo sul piatto importanti e sostanziali provvedimenti, finalizzati a restituire credibilità, autorevolezza e forza al sistema formativo italiano: l'introduzione del maestro prevalente, il ritorno del voto numerico, il ripristino dell'importanza del voto in condotta, solo per citare i più importanti. L'opera della Gelmini, tanto contestata in autunno dagli ultras della conservazione e dall'Onda studentesca che sembrava intenzionata a travolgere con la sua forza d'urto ogni tentativo riformatore, è stata però apprezzata dalla maggioranza degli italiani, tanto che Mariastella è diventata uno dei ministri più popolari dell'intero governo Berlusconi.

Ma a dimostrare la bontà delle scelte operate dalla responsabile dell'Istruzione ci sono anche i dati riguardanti il voto in condotta, diffusi in questi giorni. Essi confermano che la decisione di mettere le mani in uno dei punti di degrado della scuola, quello della disciplina, per imprimervi un netto cambio di rotta, sta portando i primi, significativi risultati. I numeri forniti dal ministero dicono che sono 34.311 i 5 in condotta che sono stati assegnati dagli insegnanti agli studenti delle scuole secondarie superiori nel primo quadrimestre dell'anno scolastico in corso. Tra questi 34.311 casi, sono 8.151 quelli per i quali tale insufficienza rappresenta l'unica nel complesso della pagella. La maggior parte degli indisciplinati si concentra negli istituti professionali, seguiti dagli istituti tecnici e infine dai licei. Per quanto riguarda la collocazione geografica, quasi la metà dei 5 in condotta si trova al sud (15.683 studenti), che distanzia ampiamente sia il nord che il centro della Penisola. A detenere la maglia nera sono i ragazzi delle province campane, seguiti dai colleghi di Nuoro e Oristano, Isernia, Brindisi e Taranto.

Commentando ieri questi dati il ministro, che ha tra l'altro annunciato che a breve emanerà un regolamento che disciplinerà in maniera specifica la valutazione del comportamento, ha ribadito che il provvedimento sul 5 in condotta «non vuole essere un modo per punire o per sanzionare, ma per educare i ragazzi... Affiancare alla valutazione del profitto conseguito dai ragazzi nelle singole materie anche la valutazione del comportamento - ha spiegato - è un modo per restituire alle scuole la funzione educativa». E' seguendo questa logica che il regolamento prossimo venturo mirerà da un lato a «premiare con voti alti, che possono anche aumentare la media, i ragazzi che tengono comportamenti corretti», dall'altro lato a «non abbandonare a loro stessi i ragazzi più indisciplinati».

I numeri sulla condotta mostrano, infine, che gli insegnanti hanno compreso l'importanza di uno strumento prezioso, che consente loro di recuperare autorità (e quindi di svolgere meglio il loro delicato lavoro) nelle aule scolastiche e di non subire ogni genere di sopruso da parti dei bulli e degli indisciplinati senza poter opporre alcuna efficace contromisura. Come ha scritto la professoressa Mastrocola su La Stampa di ieri, dopo aver raccontato un episodio nel quale l'indisciplina di una classe la fece sentire, come insegnante, «perduta, completamente inerme e molto ridicola»: «Non c'erano rimedi, leggi da applicare, autorità da invocare. Oggi invece abbiamo la possibilità di dare 5 in condotta. Oggi abbiamo uno strumento». E ha concluso: «Io non so se essere felice di poter usare il 5 in condotta... Ma, se è necessario, che la lunga via di una minima rieducazione alla vita civile abbia dunque inizio».

Gianteo Bordero