da Ragionpolitica.it del 5 ottobre 2010
Quando le scoperte scientifiche vengono assolutizzate e poste alla base di un'ideologia totalizzante che non tiene più conto di tutti i fattori in gioco nella realtà, allora è possibile che una notizia come quella dell'assegnazione del premio Nobel per la medicina al fisiologo inglese Robert Edwards, padre della fecondazione in vitro, sia accolta con quell'entusiasmo acritico che ricorda, nei toni e nei modi in cui esso si esprime, i mirabolanti proclami dei rivoluzionari ottocenteschi e novecenteschi che annunciavano di aver creato l'«uomo nuovo», il quale avrebbe dato corso - a sentire i suoi sostenitori - a un'epoca di «magnifiche sorti e progressive» per l'umanità. Sappiamo tutti in che cosa si sono poi trasformati quegli annunci trionfalistici, come tutti conosciamo i luoghi-simbolo nei quali è divenuto evidente che l'unico esito di una simile operazione ideologica, sociale e politica altro non poteva essere che la violenza: l'«uomo nuovo» è morto nei campi di concentramento, è morto nei lager, è morto nei gulag.
Questa è la lezione della storia. Tutti lo sanno, ma tanti fingono di non saperlo. Così plaudono senza riserve e con cieco fideismo alla decisione del comitato che presiede all'assegnazione dei Nobel, dicendo che Edwards ha aiutato milioni di coppie con problemi di fertilità ad avere un figlio. Vero. Peccato che poi non guardino - o non vogliano guardare - al risvolto della medaglia: qual è stato il prezzo pagato per la diffusione delle tecniche di procreazione assistita in vitro? Quanti embrioni prodotti in laboratorio sono stati distrutti a partire dal 1978, cioè dalla data in cui Edwards fece nascere la prima bambina con la FIVET (Fertilizzazione In Vitro con Embryo Transfer)? Quanti embrioni congelati sono divenuti parte di un autentico mercato che non può non essere definito selvaggio? E quanti sono stati oggetto di sperimentazioni? Mettere tra parentesi queste domande o affermare che esse sono il retaggio di un'etica e di una visione della vita ormai superate e inutilizzabili dall'uomo contemporaneo e scientificamente evoluto, significa attribuire ai progressi della tecnica quel carattere di dogmaticità che rischia di trasformarli in ciò che i loro paladini dicono a gran voce di voler contrastare e demolire in maniera definitiva: i principi morali assoluti proclamati dalla religione cattolica.
Con una differenza di non poco conto, che è poi il punto attorno al quale ruota tutta la questione della legittimità etica della fecondazione in vitro: l'embrione umano è cosa o persona? E' mera materia disponibile a qualsiasi manipolazione oppure porta già in sé le tracce dell'anima personale e quindi della pienezza dell'essere umano? Insomma, è oggetto o soggetto? E' qualcosa o qualcuno? La Chiesa, appellandosi alla ragione intesa come capacità di conoscere la realtà e di afferrare i primi principi ad essa sottesi, invita a non trascurare quei numerosi indizi che, individuati dalla stessa ricerca scientifica e dalla biologia dello sviluppo, portano ad affermare che l'embrione può e deve essere trattato come persona sin dal momento del concepimento. All'opposto, coloro che negano ostinatamente tutto ciò dimostrano che il vero atteggiamento oscurantista e preconcetto è il loro, visto che essi rifiutano, in nome di un pregiudizio ideologico, sia le possibilità della ragione umana, sia le scoperte della scienza, sia le evidenze etiche alle quali tali scoperte conducono.
Ciò conferma che il problema non sta nel progresso scientifico in sé considerato, bensì nel tentativo di fare piazza pulita del quadro d'insieme in cui tale progresso si inserisce. Un quadro d'insieme che - ripetiamolo - è costituito non da dogmi religiosi calati dall'alto, bensì da elementi ed evidenze cui la stessa ragione può giungere, in piena autonomia e a prescindere da qualsiasi appartenenza ad una chiesa. Se la scienza, insomma, viene usata ed esaltata come se tutto il resto non ci fosse, e quindi non a fini scientifici bensì ideologici, come grimaldello per tentare di scardinare visioni della vita ritenute nemiche e opprimenti, allora è chiaro che le porte sono spalancate a qualsiasi atto arbitrario. Se si decide a tavolino che l'embrione non deve essere considerato e trattato come una persona, con la stessa dignità e gli stessi diritti di questa, è palese che il sopruso ai suoi danni è sempre dietro l'angolo. Se, infine, la domanda decisiva sull'essenza dell'embrione viene liquidata come ultima propaggine di un'inservibile metafisica, quello che si ottiene non è il diradarsi dei sogni della religione, bensì l'inaridimento della ragione e la produzione di nuovi incubi per l'umanità. La questione antropologica, cacciata dalla porta, tornerà a bussare alle finestre degli idolatri della provetta senza se e senza ma.
Gianteo Bordero
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martedì 5 ottobre 2010
mercoledì 24 marzo 2010
ELEZIONI REGIONALI E VOTO CATTOLICO. LE PAROLE CHIARE DEL CARDINAL BAGNASCO
da Ragionpolitica.it del 24 marzo 2010
Il presidente dei vescovi italiani, cardinale Angelo Bagnasco, ha parlato chiaro. Nella sua prolusione al Consiglio Permanente della Cei, collegando la dura condanna dell'aborto - espressa con termini talmente forti da non lasciare spazio a interpretazioni di sorta - alla scadenza elettorale di domenica e lunedì prossimi, il porporato ha lanciato un messaggio esplicito ai cattolici. Un messaggio che va ben oltre il richiamo generico al rispetto dei valori che stanno a cuore alla Chiesa. Non si tratta tanto di un'indicazione di voto, quanto di un monito a non concedere la propria preferenza ai partiti che si oppongono più o meno apertamente a quei «principi non negoziabili» («La dignità della persona umana, incomprimibile rispetto a qualsiasi condizionamento; l'indisponibilità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale; la libertà religiosa e la libertà educativa e scolastica; la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna») che Papa Benedetto XVI ha più volte indicato come i cardini su cui può reggersi una politica autenticamente umana.
Affermando poi che è su tali principi che «si impiantano e vengono garantiti altri indispensabili valori come il diritto al lavoro e alla casa, la libertà di impresa finalizzata al bene comune, l'accoglienza verso gli immigrati rispettosa delle leggi e volta a favorire l'integrazione, il rispetto del creato, la libertà dalla malavita in particolare quella organizzata», il cardinale ha fatto piazza pulita di un diffuso malinteso: quello secondo il quale possono essere collocati sullo stesso piano, senza ordine gerarchico, i valori promossi dal magistero morale e sociale della Chiesa. Sulla base di tale malinteso, negli anni successivi alla fine della Democrazia Cristiana e della Prima Repubblica, è stato propagandato il luogo comune per cui sarebbe sostanzialmente equivalente, per un cattolico, votare per il centrodestra (raffigurato come più attento ai valori bioetici) o per il centrosinistra (dipinto come paladino dei valori sociali). Attraverso questa vulgata, in realtà, si è voluto mascherare il fatto che la gauche italiana esprimeva, come esprime oggi, posizioni che sono in netto contrasto con i capisaldi della dottrina cristiana in materia di vita, famiglia, libertà di educazione. In sostanza, si è voluto far credere che i cattolici che votavano per una sinistra laicista e ormai intrisa di posizioni radicaleggianti, potevano benissimo mettere tra parentesi, nel nome della presunta promozione di valori quali la solidarietà, l'attenzione agli ultimi, la tutela del lavoro - come se il centrodestra fosse nemico di tali sacrosanti valori! - la difesa dei principi non negoziabili in campo bioetico. Oggi, con le sue parole, il cardinal Bagnasco pone fine a questo maldestro tentativo di falsificazione della realtà.
Le dichiarazioni del presidente della Cei, del resto, non nascono dal nulla. Esse trovano un solido fondamento teologico nell'ultima enciclica di Benedetto XVI, la Caritas in veritate. In questo documento il Papa ha indicato la questione bioetico-antropologica come la nuova, grande questione sociale dei nostri tempi: «Occorre affermare - ha scritto - che la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica, nel senso che essa implica il modo stesso non solo di concepire, ma anche di manipolare la vita, sempre più posta dalle biotecnologie nelle mani dell'uomo». Nel momento in cui si afferma l'idea che la vita umana sia un prodotto della tecnica, che ne può disporre a piacimento a partire dal momento del concepimento fino a quello della morte, il Pontefice ricorda che lo sviluppo dei popoli «è legato intimamente allo sviluppo di ogni singolo uomo» e che esso «degenera se l'umanità ritiene di potersi ri-creare avvalendosi dei "prodigi" della tecnologia». Quindi anche i temi classici della dottrina sociale della Chiesa vanno oggi riletti alla luce dell'affermarsi di una «mentalità prometeica» che rischia di cancellare, di fatto, lo stesso soggetto protagonista dello sviluppo sociale: l'uomo così come lo abbiamo conosciuto da migliaia di anni a questa parte.
E' per questo che la bioetica non può non diventare la nuova frontiera dell'impegno dei cattolici in un ambito, come quello della politica, chiamato non di rado a legiferare su questioni (aborto, procreazione medicalmente assistita, fine vita) attorno alle quali si gioca non soltanto la partita tra schieramenti, ma anche e soprattutto il destino delle nostre società. E' questo il cuore del messaggio con cui il cardinal Bagnasco, alla vigilia di un voto importante come quello del 28 e 29 marzo, ha voluto richiamare l'attenzione dei cattolici, affinché abbiano chiara l'importanza di un «evento qualitativamente importante che in nessun caso converrà trascurare», perché «in esso si trasferiscono non poche delle preoccupazioni cui si è fatto riferimento».
Gianteo Bordero
Il presidente dei vescovi italiani, cardinale Angelo Bagnasco, ha parlato chiaro. Nella sua prolusione al Consiglio Permanente della Cei, collegando la dura condanna dell'aborto - espressa con termini talmente forti da non lasciare spazio a interpretazioni di sorta - alla scadenza elettorale di domenica e lunedì prossimi, il porporato ha lanciato un messaggio esplicito ai cattolici. Un messaggio che va ben oltre il richiamo generico al rispetto dei valori che stanno a cuore alla Chiesa. Non si tratta tanto di un'indicazione di voto, quanto di un monito a non concedere la propria preferenza ai partiti che si oppongono più o meno apertamente a quei «principi non negoziabili» («La dignità della persona umana, incomprimibile rispetto a qualsiasi condizionamento; l'indisponibilità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale; la libertà religiosa e la libertà educativa e scolastica; la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna») che Papa Benedetto XVI ha più volte indicato come i cardini su cui può reggersi una politica autenticamente umana.
Affermando poi che è su tali principi che «si impiantano e vengono garantiti altri indispensabili valori come il diritto al lavoro e alla casa, la libertà di impresa finalizzata al bene comune, l'accoglienza verso gli immigrati rispettosa delle leggi e volta a favorire l'integrazione, il rispetto del creato, la libertà dalla malavita in particolare quella organizzata», il cardinale ha fatto piazza pulita di un diffuso malinteso: quello secondo il quale possono essere collocati sullo stesso piano, senza ordine gerarchico, i valori promossi dal magistero morale e sociale della Chiesa. Sulla base di tale malinteso, negli anni successivi alla fine della Democrazia Cristiana e della Prima Repubblica, è stato propagandato il luogo comune per cui sarebbe sostanzialmente equivalente, per un cattolico, votare per il centrodestra (raffigurato come più attento ai valori bioetici) o per il centrosinistra (dipinto come paladino dei valori sociali). Attraverso questa vulgata, in realtà, si è voluto mascherare il fatto che la gauche italiana esprimeva, come esprime oggi, posizioni che sono in netto contrasto con i capisaldi della dottrina cristiana in materia di vita, famiglia, libertà di educazione. In sostanza, si è voluto far credere che i cattolici che votavano per una sinistra laicista e ormai intrisa di posizioni radicaleggianti, potevano benissimo mettere tra parentesi, nel nome della presunta promozione di valori quali la solidarietà, l'attenzione agli ultimi, la tutela del lavoro - come se il centrodestra fosse nemico di tali sacrosanti valori! - la difesa dei principi non negoziabili in campo bioetico. Oggi, con le sue parole, il cardinal Bagnasco pone fine a questo maldestro tentativo di falsificazione della realtà.
Le dichiarazioni del presidente della Cei, del resto, non nascono dal nulla. Esse trovano un solido fondamento teologico nell'ultima enciclica di Benedetto XVI, la Caritas in veritate. In questo documento il Papa ha indicato la questione bioetico-antropologica come la nuova, grande questione sociale dei nostri tempi: «Occorre affermare - ha scritto - che la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica, nel senso che essa implica il modo stesso non solo di concepire, ma anche di manipolare la vita, sempre più posta dalle biotecnologie nelle mani dell'uomo». Nel momento in cui si afferma l'idea che la vita umana sia un prodotto della tecnica, che ne può disporre a piacimento a partire dal momento del concepimento fino a quello della morte, il Pontefice ricorda che lo sviluppo dei popoli «è legato intimamente allo sviluppo di ogni singolo uomo» e che esso «degenera se l'umanità ritiene di potersi ri-creare avvalendosi dei "prodigi" della tecnologia». Quindi anche i temi classici della dottrina sociale della Chiesa vanno oggi riletti alla luce dell'affermarsi di una «mentalità prometeica» che rischia di cancellare, di fatto, lo stesso soggetto protagonista dello sviluppo sociale: l'uomo così come lo abbiamo conosciuto da migliaia di anni a questa parte.
E' per questo che la bioetica non può non diventare la nuova frontiera dell'impegno dei cattolici in un ambito, come quello della politica, chiamato non di rado a legiferare su questioni (aborto, procreazione medicalmente assistita, fine vita) attorno alle quali si gioca non soltanto la partita tra schieramenti, ma anche e soprattutto il destino delle nostre società. E' questo il cuore del messaggio con cui il cardinal Bagnasco, alla vigilia di un voto importante come quello del 28 e 29 marzo, ha voluto richiamare l'attenzione dei cattolici, affinché abbiano chiara l'importanza di un «evento qualitativamente importante che in nessun caso converrà trascurare», perché «in esso si trasferiscono non poche delle preoccupazioni cui si è fatto riferimento».
Gianteo Bordero
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giovedì 10 dicembre 2009
RU486. IL GOVERNO VIGILERÀ SUL RISPETTO DELLA LEGGE 194
da Ragionpolitica.it del 10 dicembre 2009
Costerà 33 euro la pillola RU486, che da mercoledì è ufficialmente in commercio nel nostro paese. 33 euro, dunque, per comprare l'illusione che l'aborto sia soffice e indolore e che il bimbo che si porta in grembo sia un accidente di stagione che può essere curato «farmacologicamente», inghiottendo una pillola come quando si ha il mal di testa o il raffreddore. Nessuno può negare, infatti, che sia questa la mitologia che è stata creata attorno alla RU486 sin da quando i gruppi radicali e la lobby abortista hanno iniziato a perorarne la causa anche in Italia, promettendo un'interruzione volontaria di gravidanza «soft» e «sostenibile», che avrebbe sgravato la donna del peso ingombrante dell'intervento chirurgico. Negli auspici dei sostenitori della pillola, la sua introduzione in commercio avrebbe rappresentato il modo migliore non soltanto per aggirare i dettami della 194, ma anche per rendere tale normativa un ferro vecchio, un arnese del passato, una legge vigente sulla carta ma abrogata de facto dalla nuova metodologia «fai-da-te», espressione suprema del motto sessantottino: «L'utero è mio e me lo gestisco io».
Purtroppo per gli ideologi dell'aborto senza se e senza ma, il corso degli eventi ha preso una piega diversa da quella che essi auspicavano. Certo, l'AIFA, l'Agenzia Italiana del Farmaco, ha dato via libera alla commercializzazione della pillola, ma ha dovuto tenere conto, nella sua delibera, non soltanto di quanto previsto dalla legge 194, ma anche di quanto sancito negli ultimi anni dal Consiglio Superiore di Sanità in seguito alle controverse sperimentazioni messe in atto in alcune Regioni: l'aborto «farmacologico» deve avvenire «in un ospedale pubblico o in altra struttura prevista dalla legge, e la donna deve essere ivi trattenuta fino ad aborto avvenuto» (parere del Consiglio Superiore di Sanità del 20 dicembre 2005). Così l'AIFA ha dovuto stabilire che la vendita e la somministrazione della pillola, come pure l'intero processo di interruzione volontaria di gravidanza, non possono avvenire al di fuori delle strutture pubbliche o di quelle convenzionate. Un boccone amaro per tutti coloro che sognavano la legalizzazione dell'aborto domestico, tra le quattro mura di casa, nella più completa privacy e solitudine.
Nonostante ciò permane ancora, nella delibera dell'Agenzia del Farmaco che ha dato via libera alla RU486, un punto di incertezza. Il ministro Maurizio Sacconi, nel suo parere espresso il 27 novembre su esplicita richiesta della Commissione Sanità del Senato al termine dell'indagine conoscitiva sulla pillola abortiva, aveva sottolineato che l'obbligo di ricovero, così come previsto dalla 194, deve essere di carattere «ordinario», e non avvenire in regime di day hospital. Il ministro, constatato che nella delibera dell'AIFA del 30 luglio non compariva la parola «ordinario», temendo aggiramenti della legge del 1978 aveva chiesto all'Agenzia, prima dell'immissione in commercio della pillola, una nuova delibera al fine di meglio chiarire questo punto decisivo. Ma l'AIFA, il 2 dicembre, non ha ritenuto necessario tale chiarimento e non ha fatto altro che confermare quanto già previsto a fine luglio.
E' per questi motivi che Sacconi mercoledì ha dichiarato che, qualora non dovesse essere garantito il regime effettivo di ricovero ospedaliero, «il governo prenderà iniziative a tutela della legge 194. Segnaleremo all'EMEA (European Medicines Agency, ndr) gli eventuali problemi di compatibilità della pillola con la legge nazionale». È dunque necessario «un monitoraggio molto intenso dell'AIFA dal punto di vista della farmacovigilanza, e del ministero per verificare l'effettiva compatibilità con la legge 194». Il ricovero è fondamentale - ha precisato il ministro - «perché non si tratta di una pillola anticoncezionale, ma di un farmaco che ha possibili complicanze, e la tutela della salute della donna impone dei criteri rigidi che la 194 già disponeva». I numeri sembrano dargli ragione: sono ben 29 i decessi segnalati dall'azienda produttrice, 17 dei quali per l'uso abortivo della RU486. Dalle statistiche, inoltre, risulta che l'aborto chimico uccide 10 volte di più rispetto a quello chirurgico. Vigilanza massima, dunque, da parte delle istituzioni.
Gianteo Bordero
Costerà 33 euro la pillola RU486, che da mercoledì è ufficialmente in commercio nel nostro paese. 33 euro, dunque, per comprare l'illusione che l'aborto sia soffice e indolore e che il bimbo che si porta in grembo sia un accidente di stagione che può essere curato «farmacologicamente», inghiottendo una pillola come quando si ha il mal di testa o il raffreddore. Nessuno può negare, infatti, che sia questa la mitologia che è stata creata attorno alla RU486 sin da quando i gruppi radicali e la lobby abortista hanno iniziato a perorarne la causa anche in Italia, promettendo un'interruzione volontaria di gravidanza «soft» e «sostenibile», che avrebbe sgravato la donna del peso ingombrante dell'intervento chirurgico. Negli auspici dei sostenitori della pillola, la sua introduzione in commercio avrebbe rappresentato il modo migliore non soltanto per aggirare i dettami della 194, ma anche per rendere tale normativa un ferro vecchio, un arnese del passato, una legge vigente sulla carta ma abrogata de facto dalla nuova metodologia «fai-da-te», espressione suprema del motto sessantottino: «L'utero è mio e me lo gestisco io».
Purtroppo per gli ideologi dell'aborto senza se e senza ma, il corso degli eventi ha preso una piega diversa da quella che essi auspicavano. Certo, l'AIFA, l'Agenzia Italiana del Farmaco, ha dato via libera alla commercializzazione della pillola, ma ha dovuto tenere conto, nella sua delibera, non soltanto di quanto previsto dalla legge 194, ma anche di quanto sancito negli ultimi anni dal Consiglio Superiore di Sanità in seguito alle controverse sperimentazioni messe in atto in alcune Regioni: l'aborto «farmacologico» deve avvenire «in un ospedale pubblico o in altra struttura prevista dalla legge, e la donna deve essere ivi trattenuta fino ad aborto avvenuto» (parere del Consiglio Superiore di Sanità del 20 dicembre 2005). Così l'AIFA ha dovuto stabilire che la vendita e la somministrazione della pillola, come pure l'intero processo di interruzione volontaria di gravidanza, non possono avvenire al di fuori delle strutture pubbliche o di quelle convenzionate. Un boccone amaro per tutti coloro che sognavano la legalizzazione dell'aborto domestico, tra le quattro mura di casa, nella più completa privacy e solitudine.
Nonostante ciò permane ancora, nella delibera dell'Agenzia del Farmaco che ha dato via libera alla RU486, un punto di incertezza. Il ministro Maurizio Sacconi, nel suo parere espresso il 27 novembre su esplicita richiesta della Commissione Sanità del Senato al termine dell'indagine conoscitiva sulla pillola abortiva, aveva sottolineato che l'obbligo di ricovero, così come previsto dalla 194, deve essere di carattere «ordinario», e non avvenire in regime di day hospital. Il ministro, constatato che nella delibera dell'AIFA del 30 luglio non compariva la parola «ordinario», temendo aggiramenti della legge del 1978 aveva chiesto all'Agenzia, prima dell'immissione in commercio della pillola, una nuova delibera al fine di meglio chiarire questo punto decisivo. Ma l'AIFA, il 2 dicembre, non ha ritenuto necessario tale chiarimento e non ha fatto altro che confermare quanto già previsto a fine luglio.
E' per questi motivi che Sacconi mercoledì ha dichiarato che, qualora non dovesse essere garantito il regime effettivo di ricovero ospedaliero, «il governo prenderà iniziative a tutela della legge 194. Segnaleremo all'EMEA (European Medicines Agency, ndr) gli eventuali problemi di compatibilità della pillola con la legge nazionale». È dunque necessario «un monitoraggio molto intenso dell'AIFA dal punto di vista della farmacovigilanza, e del ministero per verificare l'effettiva compatibilità con la legge 194». Il ricovero è fondamentale - ha precisato il ministro - «perché non si tratta di una pillola anticoncezionale, ma di un farmaco che ha possibili complicanze, e la tutela della salute della donna impone dei criteri rigidi che la 194 già disponeva». I numeri sembrano dargli ragione: sono ben 29 i decessi segnalati dall'azienda produttrice, 17 dei quali per l'uso abortivo della RU486. Dalle statistiche, inoltre, risulta che l'aborto chimico uccide 10 volte di più rispetto a quello chirurgico. Vigilanza massima, dunque, da parte delle istituzioni.
Gianteo Bordero
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domenica 6 dicembre 2009
IL PDL PRESENTA AL SENATO UN DISEGNO DI LEGGE SUI DIRITTI DEL CONCEPITO
da Ragionpolitica.it del 5 dicembre 2009
Il Popolo della Libertà rilancia sul tema del diritto alla vita, e lo fa depositando in Senato un disegno di legge che prevede la modifica dell'articolo 1 del Codice Civile. Tale articolo, nella sua formulazione attuale, stabilisce che «La capacità giuridica si acquista dal momento della nascita» e che «I diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all'evento della nascita». La proposta del Pdl, illustrata giovedì durante una conferenza stampa a cui hanno preso parte il presidente del gruppo a Palazzo Madama, Maurizio Gasparri, il vicepresidente vicario, Gaetano Quagliariello, la vicepresidente Laura Bianconi e il presidente del Movimento per la Vita, Carlo Casini, chiede che la norma del Codice Civile venga così modificata: «Ogni essere umano ha la capacità giuridica fin dal momento del concepimento» e «I diritti patrimoniali che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all'evento della nascita». Nella conferenza stampa di presentazione del ddl il presidente Gasparri ha affermato che si tratta di «un testo molto brave» ma di «una questione grande». Si chiede infatti di sancire nella legislazione italiana la capacità giuridica dell'embrione e quindi di riconoscere al concepito la titolarità dei diritti che ineriscono all'individuo in quanto persona.
Il disegno di legge del Pdl riprende un'analoga proposta legislativa di iniziativa popolare depositata alla Camera dei Deputati il 20 luglio 1995 dal Movimento per la Vita. Essa fu sottoscritta da 400 professori universitari di diritto, biologia e genetica e da 197 mila cittadini, e supportata da una petizione firmata da oltre 1 milione e 400 mila persone. Tale proposta, però, non fu discussa nel corso di quella legislatura (la dodicesima) e neppure in quella successiva. Venne poi ripresentata da molti deputati e senatori nel corso della quattordicesima legislatura, ma anche in quell'occasione non fu mai calendarizzata per la discussione. Da qui la scelta del gruppo del Popolo della Libertà a Palazzo Madama di riportarla all'attenzione delle Camere in un momento in cui i temi bioetici sono nuovamente divenuti centrali nel dibattito politico nazionale: basti pensare, da ultimo, alla controversa vicenda della commercializzazione della pillola abortiva RU486, che da molti viene considerata come lo strumento per introdurre in Italia l'aborto «fai-da-te». Sono tentativi - ha affermato durante la conferenza stampa Quagliariello - «di scardinare la legge 194 del 1978». Per questo - ha detto ancora - «per tenere salda la trincea bisogna fissarne una più avanzata... Altrimenti rischiamo la deriva».
Nella dettagliata relazione che accompagna il disegno di legge i proponenti fanno riferimento alla legislazione internazionale in materia, innanzitutto alla Convenzione universale sui diritti del fanciullo, approvata il 20 novembre 1989. Al nono punto del Preambolo, la Convenzione stabilisce che «Il fanciullo, a causa della sua immaturità, ha bisogno di una protezione speciale, anche giuridica, sia prima che dopo la nascita». Secondo questo importante documento - che ha trasformato in atto giuridicamente vincolante, per i 193 Stati che l'hanno ratificata, la precedente dichiarazione del 20 novembre 1959 - è quindi possibile applicare anche all'embrione e al feto umano la definizione di bambino. La relazione del Pdl sottolinea poi le «solide acquisizioni della moderna scienza biologica e genetica, secondo le quali la vita umana individuale inizia nel momento del concepimento» e cita numerosi pareri sullo Statuto dell'embrione espressi dal Comitato Nazionale di Bioetica, tutti concordi nell'affermare il «dovere morale di trattare l'embrione umano, fin dalla fecondazione, secondo i criteri di rispetto e tutela che si devono adottare nei confronti degli individui umani a cui si attribuisce comunemente la caratteristica di persone».
Per quanto riguarda la legislazione italiana, la relazione prende in esame l'articolo 22 della Costituzione, il quale stabilisce che «Nessuno può essere privato della capacità giuridica», non chiarendo poi se quel «nessuno» possa essere riferito anche al nascituro. Occorre quindi far riferimento all'articolo 1 del Codice Civile, proprio quello oggetto di richiesta di modifica da parte del Popolo della Libertà. In realtà - spiega la relazione allegata al disegno di legge - esiste già una norma che riconosce i diritti del concepito e lo considera come soggetto titolare di personalità giuridica, ma essa non possiede la medesima portata generale del Codice Civile: è l'articolo 1 della legge 40 del 2004 sulla fecondazione assistita, «che assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito». Perciò è opportuno - affermano i presentatori del ddl - «rinforzare e rendere esteso anche in ambiti diversi dalla procreazione medicalmente assistita il principio proclamato dalla legge 40».
Ma quali sono le ricadute che l'approvazione del ddl in questione avrebbe, in particolare per ciò che riguarda la legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza? Secondo i senatori del Pdl, coloro che affermano che il disegno di legge sarebbe in contrasto con la vigente normativa sull'aborto partono da un'interpretazione della 194 «assolutamente inaccettabile»: quella per cui la base della legge «sarebbe la negazione dell'identità umana del concepito». E' questa lettura forzata della 194 che ha portato - spiegano - a porre l'accento, in tutti questi anni, soltanto sulla donna, ignorando totalmente «gli interessi e i diritti del concepito». In realtà la legge del 1978, già a partire dall'articolo 1, stabilisce che lo Stato «tutela la vita umana dal suo inizio», che «l'interruzione volontaria della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite» e che «lo Stato, le Regioni e gli Enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l'aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite». In tal senso - affermano i proponenti - il riconoscimento formale della soggettività giuridica del concepito, prevista dal ddl, «è anche un modo per motivare meglio il coraggio delle madri, dei padri e delle famiglie, nonché l'impegno della società in ogni sua articolazione per rimuovere le difficoltà che potrebbero orientare una donna verso l'interruzione volontaria di gravidanza», come espressamente previsto dall'articolo 5 della stessa legge 194. Che non dev'essere abrogata, ma applicata nella sua interezza - cosa che, fino ad oggi, spesso non è avvenuta. E' in questa direzione che muove il disegno di legge del Popolo della Libertà.
Gianteo Bordero
Il Popolo della Libertà rilancia sul tema del diritto alla vita, e lo fa depositando in Senato un disegno di legge che prevede la modifica dell'articolo 1 del Codice Civile. Tale articolo, nella sua formulazione attuale, stabilisce che «La capacità giuridica si acquista dal momento della nascita» e che «I diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all'evento della nascita». La proposta del Pdl, illustrata giovedì durante una conferenza stampa a cui hanno preso parte il presidente del gruppo a Palazzo Madama, Maurizio Gasparri, il vicepresidente vicario, Gaetano Quagliariello, la vicepresidente Laura Bianconi e il presidente del Movimento per la Vita, Carlo Casini, chiede che la norma del Codice Civile venga così modificata: «Ogni essere umano ha la capacità giuridica fin dal momento del concepimento» e «I diritti patrimoniali che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all'evento della nascita». Nella conferenza stampa di presentazione del ddl il presidente Gasparri ha affermato che si tratta di «un testo molto brave» ma di «una questione grande». Si chiede infatti di sancire nella legislazione italiana la capacità giuridica dell'embrione e quindi di riconoscere al concepito la titolarità dei diritti che ineriscono all'individuo in quanto persona.
Il disegno di legge del Pdl riprende un'analoga proposta legislativa di iniziativa popolare depositata alla Camera dei Deputati il 20 luglio 1995 dal Movimento per la Vita. Essa fu sottoscritta da 400 professori universitari di diritto, biologia e genetica e da 197 mila cittadini, e supportata da una petizione firmata da oltre 1 milione e 400 mila persone. Tale proposta, però, non fu discussa nel corso di quella legislatura (la dodicesima) e neppure in quella successiva. Venne poi ripresentata da molti deputati e senatori nel corso della quattordicesima legislatura, ma anche in quell'occasione non fu mai calendarizzata per la discussione. Da qui la scelta del gruppo del Popolo della Libertà a Palazzo Madama di riportarla all'attenzione delle Camere in un momento in cui i temi bioetici sono nuovamente divenuti centrali nel dibattito politico nazionale: basti pensare, da ultimo, alla controversa vicenda della commercializzazione della pillola abortiva RU486, che da molti viene considerata come lo strumento per introdurre in Italia l'aborto «fai-da-te». Sono tentativi - ha affermato durante la conferenza stampa Quagliariello - «di scardinare la legge 194 del 1978». Per questo - ha detto ancora - «per tenere salda la trincea bisogna fissarne una più avanzata... Altrimenti rischiamo la deriva».
Nella dettagliata relazione che accompagna il disegno di legge i proponenti fanno riferimento alla legislazione internazionale in materia, innanzitutto alla Convenzione universale sui diritti del fanciullo, approvata il 20 novembre 1989. Al nono punto del Preambolo, la Convenzione stabilisce che «Il fanciullo, a causa della sua immaturità, ha bisogno di una protezione speciale, anche giuridica, sia prima che dopo la nascita». Secondo questo importante documento - che ha trasformato in atto giuridicamente vincolante, per i 193 Stati che l'hanno ratificata, la precedente dichiarazione del 20 novembre 1959 - è quindi possibile applicare anche all'embrione e al feto umano la definizione di bambino. La relazione del Pdl sottolinea poi le «solide acquisizioni della moderna scienza biologica e genetica, secondo le quali la vita umana individuale inizia nel momento del concepimento» e cita numerosi pareri sullo Statuto dell'embrione espressi dal Comitato Nazionale di Bioetica, tutti concordi nell'affermare il «dovere morale di trattare l'embrione umano, fin dalla fecondazione, secondo i criteri di rispetto e tutela che si devono adottare nei confronti degli individui umani a cui si attribuisce comunemente la caratteristica di persone».
Per quanto riguarda la legislazione italiana, la relazione prende in esame l'articolo 22 della Costituzione, il quale stabilisce che «Nessuno può essere privato della capacità giuridica», non chiarendo poi se quel «nessuno» possa essere riferito anche al nascituro. Occorre quindi far riferimento all'articolo 1 del Codice Civile, proprio quello oggetto di richiesta di modifica da parte del Popolo della Libertà. In realtà - spiega la relazione allegata al disegno di legge - esiste già una norma che riconosce i diritti del concepito e lo considera come soggetto titolare di personalità giuridica, ma essa non possiede la medesima portata generale del Codice Civile: è l'articolo 1 della legge 40 del 2004 sulla fecondazione assistita, «che assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito». Perciò è opportuno - affermano i presentatori del ddl - «rinforzare e rendere esteso anche in ambiti diversi dalla procreazione medicalmente assistita il principio proclamato dalla legge 40».
Ma quali sono le ricadute che l'approvazione del ddl in questione avrebbe, in particolare per ciò che riguarda la legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza? Secondo i senatori del Pdl, coloro che affermano che il disegno di legge sarebbe in contrasto con la vigente normativa sull'aborto partono da un'interpretazione della 194 «assolutamente inaccettabile»: quella per cui la base della legge «sarebbe la negazione dell'identità umana del concepito». E' questa lettura forzata della 194 che ha portato - spiegano - a porre l'accento, in tutti questi anni, soltanto sulla donna, ignorando totalmente «gli interessi e i diritti del concepito». In realtà la legge del 1978, già a partire dall'articolo 1, stabilisce che lo Stato «tutela la vita umana dal suo inizio», che «l'interruzione volontaria della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite» e che «lo Stato, le Regioni e gli Enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l'aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite». In tal senso - affermano i proponenti - il riconoscimento formale della soggettività giuridica del concepito, prevista dal ddl, «è anche un modo per motivare meglio il coraggio delle madri, dei padri e delle famiglie, nonché l'impegno della società in ogni sua articolazione per rimuovere le difficoltà che potrebbero orientare una donna verso l'interruzione volontaria di gravidanza», come espressamente previsto dall'articolo 5 della stessa legge 194. Che non dev'essere abrogata, ma applicata nella sua interezza - cosa che, fino ad oggi, spesso non è avvenuta. E' in questa direzione che muove il disegno di legge del Popolo della Libertà.
Gianteo Bordero
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giovedì 26 novembre 2009
NO ALL'ABORTO FAI-DA-TE
da Ragionpolitica.it del 26 novembre 2009
Una cosa dev'essere chiara nel dibattito sulla pillola RU486: fino a che sarà vigente la legge 194 del 1978 sull'interruzione volontaria di gravidanza (IVG), ogni nuova tecnica abortiva che si vorrà introdurre nel nostro paese non dovrà aggirare in nessun caso il dettato di tale normativa. Il quale prevede - ricordiamolo - che l'aborto non può e non deve essere utilizzato come strumento contraccettivo ex post, né come mezzo di controllo e limitazione delle nascite (articolo 1); che l'interruzione volontaria della gravidanza è ammessa solo ed esclusivamente qualora sia in pericolo la salute della donna (articolo 6); che l'intervento abortivo può avvenire soltanto in strutture pubbliche e in strutture comunque convenzionate con lo Stato (articolo 8); che tutte le IVG che avvengono al di fuori delle regole stabilite dalla legge del 1978 sono da considerarsi a tutti gli effetti come un reato, punito con la reclusione, a seconda dei casi, da sei mesi a otto anni (articoli 17-19).
Ora, il problema che si è posto e che si pone con la RU486, come ha rilevato la Commissione Sanità del Senato (che al termine dell'indagine conoscitiva sulla pillola abortiva ha chiesto il blocco della procedura di immissione in commercio in attesa di un parere vincolante da parte del ministero della Sanità), è dunque quello di stabilire in maniera certa se la sua somministrazione possa o no essere compatibile con la legge 194. Nel caso lo fosse, sarà compito degli enti a ciò preposti predisporre un rigido e rigoroso protocollo attuativo che faccia sì che la procedura di IVG mediante l'assunzione della RU486 si svolga per intero all'interno delle strutture ospedaliere pubbliche o nelle cliniche convenzionate, evitando in tutti i modi che negli ospedali abbia luogo soltanto la somministrazione della pillola e che la donna venga poi abbandonata al suo destino e abortisca in solitudine, con gravi rischi per la sua salute fisica e psichica. Nel caso invece di un parere negativo espresso dal ministero della Sanità, l'AIFA (Agenzia italiana del farmaco) non potrebbe fare altro che prenderne atto e bloccare in via definitiva la commercializzazione della RU486.
Come ha spiegato ieri il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, «la coerenza con la legge 194 si realizza solo se c'è il ricovero ospedaliero ordinario per tutto il ciclo fino all'interruzione verificata della gravidanza. Questo significa che bisognerà dar vita ad un monitoraggio rigoroso, perché nei fatti non si verifichi l'elusione sistematica della normativa vigente». Parole che riecheggiano quelle pronunciate dallo stesso Sacconi il 1° ottobre scorso, durante la sua audizione nell'ambito dell'indagine conoscitiva svolta dalla XII Commissione del Senato: allora il ministro, ricordando le sperimentazioni avviate in Italia sulla base di protocolli regionali, citò i due pareri espressi, rispettivamente nel 2004 e nel 2005, dal Consiglio Superiore di Sanità, nei quali si affermava chiaramente che «alla luce delle conoscenze disponibili, i rischi per l'interruzione farmacologica della gravidanza si possono considerare equivalenti ai rischi dell'interruzione chirurgica solo se l'interruzione di gravidanza avviene totalmente in ambiente ospedaliero». Per questo l'aborto farmacologico deve avvenire - secondo il Consiglio Superiore di Sanità - «in un ospedale pubblico o in altra struttura prevista dalla legge, e la donna deve essere ivi trattenuta fino ad aborto avvenuto».
La palla passa dunque al ministero della Sanità, che si esprimerà, come ha fatto sapere il sottosegretario Eugenia Roccella, in tempi brevi. L'orientamento, a quanto si apprende, è quello di dare via libera alla RU486, stabilendo però l'obbligo, «per chi decide di intraprendere l'aborto farmacologico e per le strutture stesse, di garantire il ricovero dall'assunzione della pillola all'espulsione del feto». Stando così le cose, non si capisce perché dalle file dell'opposizione si siano levate e si levino ancora in queste ore grida e accuse contro la maggioranza e contro il governo (la capogruppo del Pd Anna Finocchiaro ha parlato di una «cinica battaglia che strumentalizza un bene primario come la salute delle donne», mentre per l'ex ministro Livia Turco quella del centrodestra è una «furia oscurantista che blocca la commercializzazione di un medicinale già utilizzato da milioni di donne, da molti anni»). Forse la sinistra si augurava che l'immissione in commercio della RU486 significasse una deregulation dell'interruzione volontaria di gravidanza e che l'introduzione della pillola aprisse la strada all'aborto fai-da-te, solitario e indolore. Purtroppo per la guache nostrana, non è questa la strada scelta dal centrodestra e dal governo Berlusconi, che rimangono fedeli - a differenza della sinistra più o meno libertaria - alle disposizioni della legge 194.
Gianteo Bordero
Una cosa dev'essere chiara nel dibattito sulla pillola RU486: fino a che sarà vigente la legge 194 del 1978 sull'interruzione volontaria di gravidanza (IVG), ogni nuova tecnica abortiva che si vorrà introdurre nel nostro paese non dovrà aggirare in nessun caso il dettato di tale normativa. Il quale prevede - ricordiamolo - che l'aborto non può e non deve essere utilizzato come strumento contraccettivo ex post, né come mezzo di controllo e limitazione delle nascite (articolo 1); che l'interruzione volontaria della gravidanza è ammessa solo ed esclusivamente qualora sia in pericolo la salute della donna (articolo 6); che l'intervento abortivo può avvenire soltanto in strutture pubbliche e in strutture comunque convenzionate con lo Stato (articolo 8); che tutte le IVG che avvengono al di fuori delle regole stabilite dalla legge del 1978 sono da considerarsi a tutti gli effetti come un reato, punito con la reclusione, a seconda dei casi, da sei mesi a otto anni (articoli 17-19).
Ora, il problema che si è posto e che si pone con la RU486, come ha rilevato la Commissione Sanità del Senato (che al termine dell'indagine conoscitiva sulla pillola abortiva ha chiesto il blocco della procedura di immissione in commercio in attesa di un parere vincolante da parte del ministero della Sanità), è dunque quello di stabilire in maniera certa se la sua somministrazione possa o no essere compatibile con la legge 194. Nel caso lo fosse, sarà compito degli enti a ciò preposti predisporre un rigido e rigoroso protocollo attuativo che faccia sì che la procedura di IVG mediante l'assunzione della RU486 si svolga per intero all'interno delle strutture ospedaliere pubbliche o nelle cliniche convenzionate, evitando in tutti i modi che negli ospedali abbia luogo soltanto la somministrazione della pillola e che la donna venga poi abbandonata al suo destino e abortisca in solitudine, con gravi rischi per la sua salute fisica e psichica. Nel caso invece di un parere negativo espresso dal ministero della Sanità, l'AIFA (Agenzia italiana del farmaco) non potrebbe fare altro che prenderne atto e bloccare in via definitiva la commercializzazione della RU486.
Come ha spiegato ieri il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, «la coerenza con la legge 194 si realizza solo se c'è il ricovero ospedaliero ordinario per tutto il ciclo fino all'interruzione verificata della gravidanza. Questo significa che bisognerà dar vita ad un monitoraggio rigoroso, perché nei fatti non si verifichi l'elusione sistematica della normativa vigente». Parole che riecheggiano quelle pronunciate dallo stesso Sacconi il 1° ottobre scorso, durante la sua audizione nell'ambito dell'indagine conoscitiva svolta dalla XII Commissione del Senato: allora il ministro, ricordando le sperimentazioni avviate in Italia sulla base di protocolli regionali, citò i due pareri espressi, rispettivamente nel 2004 e nel 2005, dal Consiglio Superiore di Sanità, nei quali si affermava chiaramente che «alla luce delle conoscenze disponibili, i rischi per l'interruzione farmacologica della gravidanza si possono considerare equivalenti ai rischi dell'interruzione chirurgica solo se l'interruzione di gravidanza avviene totalmente in ambiente ospedaliero». Per questo l'aborto farmacologico deve avvenire - secondo il Consiglio Superiore di Sanità - «in un ospedale pubblico o in altra struttura prevista dalla legge, e la donna deve essere ivi trattenuta fino ad aborto avvenuto».
La palla passa dunque al ministero della Sanità, che si esprimerà, come ha fatto sapere il sottosegretario Eugenia Roccella, in tempi brevi. L'orientamento, a quanto si apprende, è quello di dare via libera alla RU486, stabilendo però l'obbligo, «per chi decide di intraprendere l'aborto farmacologico e per le strutture stesse, di garantire il ricovero dall'assunzione della pillola all'espulsione del feto». Stando così le cose, non si capisce perché dalle file dell'opposizione si siano levate e si levino ancora in queste ore grida e accuse contro la maggioranza e contro il governo (la capogruppo del Pd Anna Finocchiaro ha parlato di una «cinica battaglia che strumentalizza un bene primario come la salute delle donne», mentre per l'ex ministro Livia Turco quella del centrodestra è una «furia oscurantista che blocca la commercializzazione di un medicinale già utilizzato da milioni di donne, da molti anni»). Forse la sinistra si augurava che l'immissione in commercio della RU486 significasse una deregulation dell'interruzione volontaria di gravidanza e che l'introduzione della pillola aprisse la strada all'aborto fai-da-te, solitario e indolore. Purtroppo per la guache nostrana, non è questa la strada scelta dal centrodestra e dal governo Berlusconi, che rimangono fedeli - a differenza della sinistra più o meno libertaria - alle disposizioni della legge 194.
Gianteo Bordero
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sabato 3 ottobre 2009
LEGGE 194 E PILLOLA RU486
da Ragionpolitica.it del 3 ottobre 2009
Hanno preso il via il 1° ottobre, presso la Commissione Sanità del Senato, le audizioni nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulla pillola abortiva RU486. Era stata la stessa Commissione, il 22 settembre, a dare il via libera all'indagine, in seguito alla decisione dell'AIFA (Agenzia italiana del farmaco) di acconsentire, nella seduta del 31 luglio, alla commercializzazione della pillola, anche se limitata alla sola somministrazione nelle strutture pubbliche. Le audizioni sono finalizzate a raccogliere informazioni circa «la procedura di aborto farmacologico mediante la RU486», per giungere ad una «valutazione della coerenza delle procedure proposte con la legislazione vigente», ossia con la legge 194 del 1978 recante norme «per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza». L'indagine avrà per oggetto anche l'«organizzazione dei percorsi clinici» e la «valutazione dei dati epidemiologici anche in relazione agli studi internazionali sul rapporto rischio/benefici».
Il primo ad essere ascoltato, giovedì, è stato il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. Nel suo intervento, egli ha rilavato come il punto centrale, il vero nodo politico di tutta la questione, sia proprio quello riguardante la compatibilità della RU486 con la legge 194. Tale legge, infatti, secondo il ministro, «esprime una precisa ratio», che è quella della «tutela sociale della maternità»: il quadro normativo che emerge dalla 194, nel suo complesso, è «contrario all'aborto». Questo, infatti, giuridicamente «è considerato un illecito penale - e non un diritto individuale - a cui vengono poste delle precise eccezioni». Come recita il primo articolo della legge, «lo Stato tutela la vita umana dal suo inizio... L'interruzione volontaria della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le Regioni e gli Enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite». Insomma, lungi dal legittimare l'interruzione di gravidanza come una sorta di diritto naturale, la legge del 1978 mostra in modo chiaro che l'aborto è una eccezione che può avere luogo soltanto quando vi siano seri pericoli per la salute della donna. Tant'è vero che la 194 - ha spiegato il ministro - prevede che gli interventi abortivi abbiano luogo soltanto nelle strutture pubbliche, o comunque presso strutture autorizzate dallo Stato. Questa impostazione di fondo della legge ha fatto sì che, anno dopo anno, il numero degli aborti in Italia diminuisse in maniera non irrilevante. Si tratta di una tendenza - ha affermato Sacconi - «che vogliamo mantenere, e se possibile accentuare, o comunque non invertire».
Se il quadro relativo alla legge 194 è dunque chiaro, come chiare sono le condizioni e le regole all'interno delle quali può avere luogo l'interruzione volontaria di gravidanza, altrettanto non si può dire riguardo alla RU486. Il ministro ha infatti ricordato, nel corso dell'audizione, i casi di sperimentazione avviati in Italia, sulla base di protocolli regionali, a partire dal 2005. In particolare, il responsabile del Welfare ha citato quello iniziato il 1° settembre di quell'anno presso l'ospedale Sant'Anna di Torino. E ha ricordato che tre settimane dopo, il 21 settembre, l'allora ministro della Salute, Francesco Storace, sospese la sperimentazione su indicazione degli ispettori dell'AIFA, i quali avevano accertato delle irregolarità: «Gli ispettori avevano verificato - ha affermato Sacconi - che le donne tornavano a casa dopo l'assunzione della prima pillola per poi tornare in ospedale per la somministrazione del secondo farmaco. Con queste modalità non si poteva garantire, secondo il parere espresso dal Consiglio Superiore di Sanità, che le condizioni di sicurezza per le pazienti fossero equivalenti a quelle fornite con il metodo tradizionale». La sperimentazione, al Sant'Anna, riprese in seguito alla revisione del protocollo secondo le indicazioni del ministero e del Consiglio Superiore di Sanità, per poi essere definitivamente sospesa il 28 settembre 2006, dopo aver accertato che ben 269 donne su 329 non avevano rispettato il protocollo.
La necessità del ricovero in strutture ospedaliere per l'aborto farmacologico si basa su due precisi pareri forniti dal Consiglio Superiore di Sanità. Il primo è quello del 18 marzo 2004, secondo cui «alla luce delle conoscenze disponibili, i rischi per l'interruzione farmacologica della gravidanza si possono considerare equivalenti ai rischi dell'interruzione chirurgica solo se l'interruzione di gravidanza avviene totalmente in ambiente ospedaliero». Tra le motivazioni addotte dal Consiglio vi era la «non prevedibilità del momento in cui avviene l'aborto». Il secondo parere è del 20 dicembre 2005: esso ribadisce con ancora maggiore chiarezza che l'aborto farmacologico deve avvenire «in un ospedale pubblico o in altra struttura prevista dalla legge, e la donna deve essere ivi trattenuta fino ad aborto avvenuto».
Purtroppo - ha detto Sacconi - «l'aborto farmacologico, in tutti i paesi in cui è stato introdotto, presenta uno scarto tra l'uso stabilito nei protocolli e l'uso reale, la prassi medica concreta». Per questo sarà necessario, oltre alla verifica dei parametri di sicurezza del metodo farmacologico rispetto a quanto prevede la legge 194 (in particolare, secondo il ministro, «il rispetto della settimana di riflessione, l'effettiva possibilità che l'espulsione non avvenga in ambito ospedaliero, la maggiore o minore efficacia del metodo»), anche un attento, serrato monitoraggio che consenta di verificare il grado di effettività del rispetto della legge stessa. «Qualora questa effettività non si realizzasse - ha concluso Sacconi - si porrebbe la necessità di interventi finalizzati al rispetto di una normativa internazionalmente apprezzata... Le istituzioni non potrebbero assistere passive ad una eventuale, diffusa violazione o elusione del contenuto sostanziale di una legge dello Stato».
Gianteo Bordero
Hanno preso il via il 1° ottobre, presso la Commissione Sanità del Senato, le audizioni nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulla pillola abortiva RU486. Era stata la stessa Commissione, il 22 settembre, a dare il via libera all'indagine, in seguito alla decisione dell'AIFA (Agenzia italiana del farmaco) di acconsentire, nella seduta del 31 luglio, alla commercializzazione della pillola, anche se limitata alla sola somministrazione nelle strutture pubbliche. Le audizioni sono finalizzate a raccogliere informazioni circa «la procedura di aborto farmacologico mediante la RU486», per giungere ad una «valutazione della coerenza delle procedure proposte con la legislazione vigente», ossia con la legge 194 del 1978 recante norme «per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza». L'indagine avrà per oggetto anche l'«organizzazione dei percorsi clinici» e la «valutazione dei dati epidemiologici anche in relazione agli studi internazionali sul rapporto rischio/benefici».
Il primo ad essere ascoltato, giovedì, è stato il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. Nel suo intervento, egli ha rilavato come il punto centrale, il vero nodo politico di tutta la questione, sia proprio quello riguardante la compatibilità della RU486 con la legge 194. Tale legge, infatti, secondo il ministro, «esprime una precisa ratio», che è quella della «tutela sociale della maternità»: il quadro normativo che emerge dalla 194, nel suo complesso, è «contrario all'aborto». Questo, infatti, giuridicamente «è considerato un illecito penale - e non un diritto individuale - a cui vengono poste delle precise eccezioni». Come recita il primo articolo della legge, «lo Stato tutela la vita umana dal suo inizio... L'interruzione volontaria della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le Regioni e gli Enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite». Insomma, lungi dal legittimare l'interruzione di gravidanza come una sorta di diritto naturale, la legge del 1978 mostra in modo chiaro che l'aborto è una eccezione che può avere luogo soltanto quando vi siano seri pericoli per la salute della donna. Tant'è vero che la 194 - ha spiegato il ministro - prevede che gli interventi abortivi abbiano luogo soltanto nelle strutture pubbliche, o comunque presso strutture autorizzate dallo Stato. Questa impostazione di fondo della legge ha fatto sì che, anno dopo anno, il numero degli aborti in Italia diminuisse in maniera non irrilevante. Si tratta di una tendenza - ha affermato Sacconi - «che vogliamo mantenere, e se possibile accentuare, o comunque non invertire».
Se il quadro relativo alla legge 194 è dunque chiaro, come chiare sono le condizioni e le regole all'interno delle quali può avere luogo l'interruzione volontaria di gravidanza, altrettanto non si può dire riguardo alla RU486. Il ministro ha infatti ricordato, nel corso dell'audizione, i casi di sperimentazione avviati in Italia, sulla base di protocolli regionali, a partire dal 2005. In particolare, il responsabile del Welfare ha citato quello iniziato il 1° settembre di quell'anno presso l'ospedale Sant'Anna di Torino. E ha ricordato che tre settimane dopo, il 21 settembre, l'allora ministro della Salute, Francesco Storace, sospese la sperimentazione su indicazione degli ispettori dell'AIFA, i quali avevano accertato delle irregolarità: «Gli ispettori avevano verificato - ha affermato Sacconi - che le donne tornavano a casa dopo l'assunzione della prima pillola per poi tornare in ospedale per la somministrazione del secondo farmaco. Con queste modalità non si poteva garantire, secondo il parere espresso dal Consiglio Superiore di Sanità, che le condizioni di sicurezza per le pazienti fossero equivalenti a quelle fornite con il metodo tradizionale». La sperimentazione, al Sant'Anna, riprese in seguito alla revisione del protocollo secondo le indicazioni del ministero e del Consiglio Superiore di Sanità, per poi essere definitivamente sospesa il 28 settembre 2006, dopo aver accertato che ben 269 donne su 329 non avevano rispettato il protocollo.
La necessità del ricovero in strutture ospedaliere per l'aborto farmacologico si basa su due precisi pareri forniti dal Consiglio Superiore di Sanità. Il primo è quello del 18 marzo 2004, secondo cui «alla luce delle conoscenze disponibili, i rischi per l'interruzione farmacologica della gravidanza si possono considerare equivalenti ai rischi dell'interruzione chirurgica solo se l'interruzione di gravidanza avviene totalmente in ambiente ospedaliero». Tra le motivazioni addotte dal Consiglio vi era la «non prevedibilità del momento in cui avviene l'aborto». Il secondo parere è del 20 dicembre 2005: esso ribadisce con ancora maggiore chiarezza che l'aborto farmacologico deve avvenire «in un ospedale pubblico o in altra struttura prevista dalla legge, e la donna deve essere ivi trattenuta fino ad aborto avvenuto».
Purtroppo - ha detto Sacconi - «l'aborto farmacologico, in tutti i paesi in cui è stato introdotto, presenta uno scarto tra l'uso stabilito nei protocolli e l'uso reale, la prassi medica concreta». Per questo sarà necessario, oltre alla verifica dei parametri di sicurezza del metodo farmacologico rispetto a quanto prevede la legge 194 (in particolare, secondo il ministro, «il rispetto della settimana di riflessione, l'effettiva possibilità che l'espulsione non avvenga in ambito ospedaliero, la maggiore o minore efficacia del metodo»), anche un attento, serrato monitoraggio che consenta di verificare il grado di effettività del rispetto della legge stessa. «Qualora questa effettività non si realizzasse - ha concluso Sacconi - si porrebbe la necessità di interventi finalizzati al rispetto di una normativa internazionalmente apprezzata... Le istituzioni non potrebbero assistere passive ad una eventuale, diffusa violazione o elusione del contenuto sostanziale di una legge dello Stato».
Gianteo Bordero
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giovedì 10 settembre 2009
LA LEGGE SUL FINE VITA RAFFORZERÀ I RAPPORTI TRA GOVERNO E CHIESA
da Ragionpolitica.it del 9 settembre 2009
Lunedì 7 settembre sono giunte, nel giro di poche ore, due autorevoli conferme riguardo all'ottimo stato delle relazioni tra governo italiano e Chiesa cattolica, che molti commentatori avevano presentato come irrimediabilmente compromesso dopo il «caso Boffo». Dapprima è stato il presidente del Consiglio, nel corso della trasmissione Mattino 5, a ribadire che «i rapporti del governo e miei personali con chi guida con prestigio e con autorevolezza la Chiesa cattolica sono eccellenti, da sempre. Sono stati alimentati da un dialogo continuo e tali continueranno ad essere». Poi è stata la volta del direttore dell'Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, il quale, in un editoriale dedicato alla visita del Papa a Viterbo, descrivendo il clima «cordiale» in cui le autorità civili (tra cui il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta) hanno accolto Benedetto XVI, ha parlato di «un quadro di evidente serenità istituzionale». Dunque, tutti coloro che, sia sul fronte mediatico che su quello politico, hanno tentato di strumentalizzare la vicenda delle dimissioni di Dino Boffo dalla direzione di Avvenire per propagandare una crisi dei rapporti tra l'esecutivo e la Chiesa devono riporre nel cassetto le loro speranze.
Del resto, come abbiamo già sottolineato su queste pagine, è interesse comune del governo e dei vertici ecclesiali mantenere un sereno clima di dialogo e collaborazione, nel rispetto delle reciproche competenze e sfere d'azione. Per l'esecutivo non si tratta soltanto di una questione «elettorale», riguardante la tenuta di quel «voto cattolico» che alle ultime elezioni si è diretto principalmente proprio verso il centrodestra, ma anche culturale, visto che l'attenzione ai temi bioetici, la difesa del ruolo sociale ed educativo della famiglia, la valorizzazione delle radici cristiane dell'Italia appartengono al DNA delle forze che compongono l'attuale maggioranza, Popolo della Libertà in primis. Per ciò che concerne invece l'altra sponda del Tevere, dopo i due anni difficili e tormentati del governo Prodi, che con le sue iniziative in materia di coppie di fatto, con le dichiarazioni di suoi ministri a favore di una rottura del Concordato, con lo spirito anti-cattolico di molti partiti dell'Unione aveva fatto incrinare le buone relazioni tra Stato e Chiesa, è chiaro che si guardi con maggiore fiducia e stima alla compagine berlusconiana, che già in passato ha dimostrato in modo tangibile (si vedano, ad esempio, la legge sulla procreazione assistita e il «no» al divorzio breve sul modello francese) di volersi impegnare nella difesa dei valori che stanno alla radice dell'identità italiana e che sono ormai patrimonio comune di laici e credenti.
Questo impegno del governo, più recentemente, si è manifestato con chiarezza in occasione della vicenda di Eluana Englaro. Dopo aver tentato fino all'ultimo di salvare la vita della donna attraverso gli strumenti a sua disposizione, l'esecutivo ha lasciato alla maggioranza parlamentare la definizione di una legge sul fine vita che contenesse il principio-cardine enunciato con queste parole dal presidente del Consiglio il 6 febbraio 2009, durante la conferenza stampa di presentazione del decreto legge «salva-Eluana» poi rigettato dal presidente della Repubblica: «Tutti i cittadini italiani avranno la certezza, qualora cadessero in condizioni di vita vegetativa, di non essere privati della fornitura non di cure, ma degli elementi base della vita, che sono l'acqua e il cibo». Parole in linea con il testo del decreto: «L'alimentazione e l'idratazione, in quanto forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono in alcun caso essere sospese da chi assiste soggetti non in grado di provvedere a se stessi». La legge sul fine vita è stata approvata al Senato il 26 marzo 2009 e sarà a breve esaminata dalla Camera. Il testo prevede, come punto centrale, che nella dichiarazione anticipata di trattamento - quello che impropriamente viene chiamato «testamento biologico» - possa essere «esplicitata la rinuncia da parte del soggetto ad ogni o ad alcune forme particolari di trattamenti sanitari in quanto di carattere sproporzionato, o sperimentale», ma non possano invece essere inserite indicazioni relative alla possibilità di sospendere l'alimentazione e l'idratazione. Come si vede, si tratta di un testo pienamente coerente con quanto annunciato dal capo del governo e dai partiti di maggioranza nei drammatici ultimi giorni di vita di Eluana.
Non c'è da stupirsi, dunque, che il presidente del Consiglio abbia dichiarato, sempre nel corso dell'intervista a Mattino 5, che questa legge sarà uno dei punti attraverso i quali «consolideremo il rapporto con la Chiesa». Tutto ciò avverrà perché la normativa votata a Palazzo Madama, più che rispondere a una logica confessionalistica, ha fatto salvi due principi di civiltà nei quali si possono riconoscere sia i laici che i credenti, e dunque anche la Chiesa: la sacralità della vita umana e la dignità della persona. Dopo quella sulla fecondazione assistita, anche sul fine vita il centrodestra si appresta a votare un'altra buona legge, nata da un compromesso ragionevole e non al ribasso. Avanti così.
Gianteo Bordero
Lunedì 7 settembre sono giunte, nel giro di poche ore, due autorevoli conferme riguardo all'ottimo stato delle relazioni tra governo italiano e Chiesa cattolica, che molti commentatori avevano presentato come irrimediabilmente compromesso dopo il «caso Boffo». Dapprima è stato il presidente del Consiglio, nel corso della trasmissione Mattino 5, a ribadire che «i rapporti del governo e miei personali con chi guida con prestigio e con autorevolezza la Chiesa cattolica sono eccellenti, da sempre. Sono stati alimentati da un dialogo continuo e tali continueranno ad essere». Poi è stata la volta del direttore dell'Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, il quale, in un editoriale dedicato alla visita del Papa a Viterbo, descrivendo il clima «cordiale» in cui le autorità civili (tra cui il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta) hanno accolto Benedetto XVI, ha parlato di «un quadro di evidente serenità istituzionale». Dunque, tutti coloro che, sia sul fronte mediatico che su quello politico, hanno tentato di strumentalizzare la vicenda delle dimissioni di Dino Boffo dalla direzione di Avvenire per propagandare una crisi dei rapporti tra l'esecutivo e la Chiesa devono riporre nel cassetto le loro speranze.
Del resto, come abbiamo già sottolineato su queste pagine, è interesse comune del governo e dei vertici ecclesiali mantenere un sereno clima di dialogo e collaborazione, nel rispetto delle reciproche competenze e sfere d'azione. Per l'esecutivo non si tratta soltanto di una questione «elettorale», riguardante la tenuta di quel «voto cattolico» che alle ultime elezioni si è diretto principalmente proprio verso il centrodestra, ma anche culturale, visto che l'attenzione ai temi bioetici, la difesa del ruolo sociale ed educativo della famiglia, la valorizzazione delle radici cristiane dell'Italia appartengono al DNA delle forze che compongono l'attuale maggioranza, Popolo della Libertà in primis. Per ciò che concerne invece l'altra sponda del Tevere, dopo i due anni difficili e tormentati del governo Prodi, che con le sue iniziative in materia di coppie di fatto, con le dichiarazioni di suoi ministri a favore di una rottura del Concordato, con lo spirito anti-cattolico di molti partiti dell'Unione aveva fatto incrinare le buone relazioni tra Stato e Chiesa, è chiaro che si guardi con maggiore fiducia e stima alla compagine berlusconiana, che già in passato ha dimostrato in modo tangibile (si vedano, ad esempio, la legge sulla procreazione assistita e il «no» al divorzio breve sul modello francese) di volersi impegnare nella difesa dei valori che stanno alla radice dell'identità italiana e che sono ormai patrimonio comune di laici e credenti.
Questo impegno del governo, più recentemente, si è manifestato con chiarezza in occasione della vicenda di Eluana Englaro. Dopo aver tentato fino all'ultimo di salvare la vita della donna attraverso gli strumenti a sua disposizione, l'esecutivo ha lasciato alla maggioranza parlamentare la definizione di una legge sul fine vita che contenesse il principio-cardine enunciato con queste parole dal presidente del Consiglio il 6 febbraio 2009, durante la conferenza stampa di presentazione del decreto legge «salva-Eluana» poi rigettato dal presidente della Repubblica: «Tutti i cittadini italiani avranno la certezza, qualora cadessero in condizioni di vita vegetativa, di non essere privati della fornitura non di cure, ma degli elementi base della vita, che sono l'acqua e il cibo». Parole in linea con il testo del decreto: «L'alimentazione e l'idratazione, in quanto forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono in alcun caso essere sospese da chi assiste soggetti non in grado di provvedere a se stessi». La legge sul fine vita è stata approvata al Senato il 26 marzo 2009 e sarà a breve esaminata dalla Camera. Il testo prevede, come punto centrale, che nella dichiarazione anticipata di trattamento - quello che impropriamente viene chiamato «testamento biologico» - possa essere «esplicitata la rinuncia da parte del soggetto ad ogni o ad alcune forme particolari di trattamenti sanitari in quanto di carattere sproporzionato, o sperimentale», ma non possano invece essere inserite indicazioni relative alla possibilità di sospendere l'alimentazione e l'idratazione. Come si vede, si tratta di un testo pienamente coerente con quanto annunciato dal capo del governo e dai partiti di maggioranza nei drammatici ultimi giorni di vita di Eluana.
Non c'è da stupirsi, dunque, che il presidente del Consiglio abbia dichiarato, sempre nel corso dell'intervista a Mattino 5, che questa legge sarà uno dei punti attraverso i quali «consolideremo il rapporto con la Chiesa». Tutto ciò avverrà perché la normativa votata a Palazzo Madama, più che rispondere a una logica confessionalistica, ha fatto salvi due principi di civiltà nei quali si possono riconoscere sia i laici che i credenti, e dunque anche la Chiesa: la sacralità della vita umana e la dignità della persona. Dopo quella sulla fecondazione assistita, anche sul fine vita il centrodestra si appresta a votare un'altra buona legge, nata da un compromesso ragionevole e non al ribasso. Avanti così.
Gianteo Bordero
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sabato 1 agosto 2009
IL MITO DELL'ABORTO INDOLORE
da Ragionpolitica.it del 1° agosto 2009
«Abortirai senza dolore». E' questo, in sostanza, il messaggio che viene lanciato alle donne italiane dalla decisione dell'AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) di acconsentire alla commercializzazione della pillola RU486. Siamo dunque arrivati al completo rovesciamento del principio biblico espresso nelle parole rivolte da Dio ad Eva dopo la caduta: «Donna, partorirai con dolore». Parole che contengono una verità che non può essere cancellata neppure attraverso le moderne (e benvenute) tecniche di alleviamento della sofferenza per le madri: il parto, la nascita, il venire al mondo è fatica, porta cioè con sé il peso di una condizione umana imperfetta, sottoposta alla caducità e alla contraddizione, alle doglie, al travaglio. L'umanità non sboccia, non fiorisce, non entra nel mondo se non attraverso questo dolore, questa fatica, questo travaglio. E' la dinamica che accomuna l'uomo al resto del creato, al seme che deve in qualche modo morire per portare frutto, alle stagioni della terra che riproducono ogni volta il misterioso avvenimento del nuovo inizio, del rifiorire, del germogliare.
E però la consapevolezza di questa dinamica è anche ciò che eleva l'uomo al di sopra delle altre creature: perché l'uomo - come diceva don Giussani - «è l'unico punto della natura in cui la natura stessa prende coscienza di sé». L'uomo, cioè, è l'unico livello del creato che ha potuto mettere a tema la sua condizione, ricercarne le origini, indagarne le cause, ipotizzarne i fini; ha potuto studiarla, analizzarla, e perfino intervenire su di essa (il principio del progresso nasce proprio dalla presa d'atto della debolezza, della fragilità, dell'imperfezione, e dal desiderio di superarle). Ma non ha potuto modificarla nella sostanza, non ha potuto cioè valicare il limite ontologico che la rende soggetta al dolore, alla caducità, infine alla morte. Quanto più la ricerca scientifica e tecnologica ha compiuto passi da gigante nell'alleviare il dolore, nel garantire un'aspettativa di vita sempre più ampia, nel curare malattie un tempo mortali, tanto più essa si è dovuta scontrare con l'impossibilità di dominare per intero questi fenomeni. Rispettare questo limite ultimo è il discrimine che separa una scienza che è realmente al servizio dell'uomo in carne ed ossa da una scienza che all'uomo fa soltanto violenza. Perché è la violenza, in ultima analisi, il prodotto del tentativo di trasformare la persona in un mezzo (una cavia?) per raggiungere un fine che non potrà essere raggiunto: modificare alla radice la natura dell'uomo. Questo è il punto in cui la scienza e la tecnica divengono ideologia, astrazione che si ritorce contro coloro che si dice di voler aiutare.
La pillola RU486, a detta dei suoi sostenitori, dovrebbe garantire alle donne che ne facciano richiesta un aborto sicuro e indolore, «fai da te», senza passare sotto i ferri del chirurgo. A parte il fatto che i dati disponibili rivelano che dal 1988 sono stati almeno 29 i casi di decesso accertati in seguito all'assunzione della pillola, e che sorgeranno inevitabilmente problemi di compatibilità tra la somministrazione della stessa e la legge 194 che disciplina le interruzioni volontarie di gravidanza avendo di mira la salvaguardia della salute della donna, ci preme innanzitutto sottolineare l'idea implicita nel grande battage mediatico a supporto dell'introduzione della RU486: considerare la gravidanza alla stregua di una malattia che può essere curata per via farmacologica come qualsiasi altro disturbo. Basta leggere le dichiarazioni rese dall'inventore della pillola, l'endocrinologo francese Emilie-Etienne Baulieu, per rendersene conto: «Se si seguono le istruzioni, 3 compresse di RU486 e una di prostaglandina dopo due giorni, non c'è nessun pericolo» (La Stampa, 31 luglio 2009). Come se fossimo di fronte a un mal di stomaco o a un'influenza: 3 compresse della medicina X, un'altra compressa della medicina Y e il problema è risolto.
Ora, è evidente che non ci troviamo di fronte ad una necessità dettata dai progressi della ricerca scientifica. Abbiamo davanti, al contrario, una pura pretesa ideologica, che - come ogni pretesa ideologica - censura un aspetto importante della realtà nel nome di un altro aspetto, che da parte si trasforma in tutto, generando - come detto - violenza. In questo caso, potremmo perfino dire che si censura la realtà tout court (la vita del nascituro e la salute della madre) a tutto vantaggio di una non meglio definita «tranquillità» della donna nell'abortire. Una tranquillità che non esiste e che non potrà mai esistere, come dimostrano le testimonianze di tante giovani che hanno fatto uso della pillola senza imbattersi in problemi immediati, ma che dal giorno dopo l'uccisione (altro che «espulsione»!) del feto sono cadute in terribili depressioni ed esaurimenti nervosi, dovuti alla micidiale miscela del dramma dell'aborto sommato alla solitudine nella quale questo si consuma in seguito all'assunzione della RU486. Insomma, se la giustificazione con la quale si vuole legittimare il ricorso alla pillola abortiva è quella di «aiutare» la donna a non soffrire evitandole l'intervento chirurgico, è chiaro che si tratta di una scusa che non tiene: oltre a presentare più rischi dal punto di vista della salute fisica, l'aborto farmacologico è una minaccia ancor più grande per la salute psichica della donna, abbandonata a se stessa da una cultura nichilista che non ha neppure più il coraggio di guardare in faccia i frutti delle sue battaglie: tragedie, altro che «conquiste».
Gianteo Bordero
«Abortirai senza dolore». E' questo, in sostanza, il messaggio che viene lanciato alle donne italiane dalla decisione dell'AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) di acconsentire alla commercializzazione della pillola RU486. Siamo dunque arrivati al completo rovesciamento del principio biblico espresso nelle parole rivolte da Dio ad Eva dopo la caduta: «Donna, partorirai con dolore». Parole che contengono una verità che non può essere cancellata neppure attraverso le moderne (e benvenute) tecniche di alleviamento della sofferenza per le madri: il parto, la nascita, il venire al mondo è fatica, porta cioè con sé il peso di una condizione umana imperfetta, sottoposta alla caducità e alla contraddizione, alle doglie, al travaglio. L'umanità non sboccia, non fiorisce, non entra nel mondo se non attraverso questo dolore, questa fatica, questo travaglio. E' la dinamica che accomuna l'uomo al resto del creato, al seme che deve in qualche modo morire per portare frutto, alle stagioni della terra che riproducono ogni volta il misterioso avvenimento del nuovo inizio, del rifiorire, del germogliare.
E però la consapevolezza di questa dinamica è anche ciò che eleva l'uomo al di sopra delle altre creature: perché l'uomo - come diceva don Giussani - «è l'unico punto della natura in cui la natura stessa prende coscienza di sé». L'uomo, cioè, è l'unico livello del creato che ha potuto mettere a tema la sua condizione, ricercarne le origini, indagarne le cause, ipotizzarne i fini; ha potuto studiarla, analizzarla, e perfino intervenire su di essa (il principio del progresso nasce proprio dalla presa d'atto della debolezza, della fragilità, dell'imperfezione, e dal desiderio di superarle). Ma non ha potuto modificarla nella sostanza, non ha potuto cioè valicare il limite ontologico che la rende soggetta al dolore, alla caducità, infine alla morte. Quanto più la ricerca scientifica e tecnologica ha compiuto passi da gigante nell'alleviare il dolore, nel garantire un'aspettativa di vita sempre più ampia, nel curare malattie un tempo mortali, tanto più essa si è dovuta scontrare con l'impossibilità di dominare per intero questi fenomeni. Rispettare questo limite ultimo è il discrimine che separa una scienza che è realmente al servizio dell'uomo in carne ed ossa da una scienza che all'uomo fa soltanto violenza. Perché è la violenza, in ultima analisi, il prodotto del tentativo di trasformare la persona in un mezzo (una cavia?) per raggiungere un fine che non potrà essere raggiunto: modificare alla radice la natura dell'uomo. Questo è il punto in cui la scienza e la tecnica divengono ideologia, astrazione che si ritorce contro coloro che si dice di voler aiutare.
La pillola RU486, a detta dei suoi sostenitori, dovrebbe garantire alle donne che ne facciano richiesta un aborto sicuro e indolore, «fai da te», senza passare sotto i ferri del chirurgo. A parte il fatto che i dati disponibili rivelano che dal 1988 sono stati almeno 29 i casi di decesso accertati in seguito all'assunzione della pillola, e che sorgeranno inevitabilmente problemi di compatibilità tra la somministrazione della stessa e la legge 194 che disciplina le interruzioni volontarie di gravidanza avendo di mira la salvaguardia della salute della donna, ci preme innanzitutto sottolineare l'idea implicita nel grande battage mediatico a supporto dell'introduzione della RU486: considerare la gravidanza alla stregua di una malattia che può essere curata per via farmacologica come qualsiasi altro disturbo. Basta leggere le dichiarazioni rese dall'inventore della pillola, l'endocrinologo francese Emilie-Etienne Baulieu, per rendersene conto: «Se si seguono le istruzioni, 3 compresse di RU486 e una di prostaglandina dopo due giorni, non c'è nessun pericolo» (La Stampa, 31 luglio 2009). Come se fossimo di fronte a un mal di stomaco o a un'influenza: 3 compresse della medicina X, un'altra compressa della medicina Y e il problema è risolto.
Ora, è evidente che non ci troviamo di fronte ad una necessità dettata dai progressi della ricerca scientifica. Abbiamo davanti, al contrario, una pura pretesa ideologica, che - come ogni pretesa ideologica - censura un aspetto importante della realtà nel nome di un altro aspetto, che da parte si trasforma in tutto, generando - come detto - violenza. In questo caso, potremmo perfino dire che si censura la realtà tout court (la vita del nascituro e la salute della madre) a tutto vantaggio di una non meglio definita «tranquillità» della donna nell'abortire. Una tranquillità che non esiste e che non potrà mai esistere, come dimostrano le testimonianze di tante giovani che hanno fatto uso della pillola senza imbattersi in problemi immediati, ma che dal giorno dopo l'uccisione (altro che «espulsione»!) del feto sono cadute in terribili depressioni ed esaurimenti nervosi, dovuti alla micidiale miscela del dramma dell'aborto sommato alla solitudine nella quale questo si consuma in seguito all'assunzione della RU486. Insomma, se la giustificazione con la quale si vuole legittimare il ricorso alla pillola abortiva è quella di «aiutare» la donna a non soffrire evitandole l'intervento chirurgico, è chiaro che si tratta di una scusa che non tiene: oltre a presentare più rischi dal punto di vista della salute fisica, l'aborto farmacologico è una minaccia ancor più grande per la salute psichica della donna, abbandonata a se stessa da una cultura nichilista che non ha neppure più il coraggio di guardare in faccia i frutti delle sue battaglie: tragedie, altro che «conquiste».
Gianteo Bordero
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