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domenica 12 settembre 2010
venerdì 30 luglio 2010
ALTRO CHE "CACCIATO"... È FINI AD ESSERSI MESSO FUORI DAL PDL
da Ragionpolitica.it del 30 luglio 2010
Diciamolo chiaro: non è l'Ufficio di Presidenza del Popolo della Libertà ad aver «cacciato» Fini, ma è Fini che si è messo fuori dal Pdl da almeno un anno e mezzo a questa parte. E non si è messo fuori con il suo «dissenso», bensì con la sua certosina, quotidiana opera di opposizione e demolizione del programma politico che pure egli aveva sottoscritto alla vigilia delle elezioni del 2008. Un fatto ancor più grave se si tiene conto che il cosiddetto «cofondatore» ha portato avanti questa sua azione distruttrice dall'alto della presidenza della Camera, e quindi rivestendo un incarico istituzionale di primo piano. E se tutti coloro che a sinistra solitamente si riempiono la bocca di «rispetto delle istituzioni» e dei «sacri principi costituzionali» ora tacciono silenti, è soltanto perché Gianfranco Fini, con la sua azione, ha ridato fiato ad una minoranza parlamentare che definire debole è eufemistico. Ne ha ricevuto in cambio le lodi sperticate dell'intellighenzia gauchista a corto di eroi. Rimarrà memorabile, in tal senso, l'editoriale di Eugenio Scalfari all'indomani del primo Congresso nazionale del Pdl: «Meno male che c'è Fini».
Nessun partito serio, sulla faccia della terra, può accettare che un suo esponente di spicco, un giorno sì e l'altro pure, impegni tutte le sue energie per smontare pezzo dopo pezzo le idee, i programmi, i progetti di legge che di questo stesso partito costituiscono l'ossatura, la pietra d'angolo, le fondamenta. Dovrebbe essere lui stesso a rendersi conto che forse ha sbagliato casa politica e ad andarsene, senza bisogno che siano gli altri, esaurita ormai ogni immaginabile dose di pazienza, a ricordarglielo e a pregarlo di accomodarsi alla porta. Se Fini non lo ha fatto non è perché fosse incosciente di ciò, ma perché ha voluto deliberatamente operare - con le sue prese di posizione, con l'azione di logoramento condotta dai suoi seguaci e con la guerriglia interna portata innanzi dai vari Granata e Bocchino - per indebolire dall'interno il Popolo della Libertà, il governo e la leadership berlusconiana. Era un gioco al massacro che qualsiasi partito degno di tal nome avrebbe prima o poi interrotto. E anche il Pd, che oggi parla di epurazione e simili amenità, prima di aprire bocca ripensi al trattamento riservato non più di due anni or sono al senatore Riccardo Villari, peraltro «colpevole» soltanto di essere stato legittimamente eletto alla presidenza della Vigilanza Rai. La sinistra, in questo campo come in altri, non ha proprio titolo per dare lezioni ad alcuno.
La dura presa di posizione di Berlusconi e dell'Ufficio di Presidenza del Pdl rappresenta, al contrario di quanto vogliono far credere i finiani e la gauche al gran completo, un atto di chiarezza e di coraggio. Chiarezza perché contribuisce a porre fine al caos interno al Popolo della Libertà dovuto ai continui smarcamenti e prese di distanze da parte della componente che si riconosce nel presidente di Montecitorio, che si costituirà ora come gruppo autonomo alla Camera e al Senato. Coraggio perché da un punto di vista esclusivamente tattico e di quieto vivere sarebbe stato forse più comodo, per il presidente del Consiglio, proseguire con la politica del compromesso a tutti i costi con Fini e i suoi, come nel caso del ddl sulle intercettazioni. Ma è chiaro che ciò non avrebbe portato nulla di buono né per quanto concerne l'efficacia dell'azione di governo e la realizzazione del programma né per quel che riguarda il rafforzamento del partito di maggioranza relativa. Perciò, come ha affermato il vice presidente vicario dei senatori del Popolo della Libertà, Gaetano Quagliariello, anche in questa vicenda «Berlusconi ha dimostrato di essere un leader, perché ha scelto la strada più difficile: quella della chiarezza. L'alternativa sarebbe stata una lenta consunzione». Non ci sono più alibi. Fini, adesso, è chiamato ad assumersi per intero le sue responsabilità a viso aperto.
Gianteo Bordero
Diciamolo chiaro: non è l'Ufficio di Presidenza del Popolo della Libertà ad aver «cacciato» Fini, ma è Fini che si è messo fuori dal Pdl da almeno un anno e mezzo a questa parte. E non si è messo fuori con il suo «dissenso», bensì con la sua certosina, quotidiana opera di opposizione e demolizione del programma politico che pure egli aveva sottoscritto alla vigilia delle elezioni del 2008. Un fatto ancor più grave se si tiene conto che il cosiddetto «cofondatore» ha portato avanti questa sua azione distruttrice dall'alto della presidenza della Camera, e quindi rivestendo un incarico istituzionale di primo piano. E se tutti coloro che a sinistra solitamente si riempiono la bocca di «rispetto delle istituzioni» e dei «sacri principi costituzionali» ora tacciono silenti, è soltanto perché Gianfranco Fini, con la sua azione, ha ridato fiato ad una minoranza parlamentare che definire debole è eufemistico. Ne ha ricevuto in cambio le lodi sperticate dell'intellighenzia gauchista a corto di eroi. Rimarrà memorabile, in tal senso, l'editoriale di Eugenio Scalfari all'indomani del primo Congresso nazionale del Pdl: «Meno male che c'è Fini».
Nessun partito serio, sulla faccia della terra, può accettare che un suo esponente di spicco, un giorno sì e l'altro pure, impegni tutte le sue energie per smontare pezzo dopo pezzo le idee, i programmi, i progetti di legge che di questo stesso partito costituiscono l'ossatura, la pietra d'angolo, le fondamenta. Dovrebbe essere lui stesso a rendersi conto che forse ha sbagliato casa politica e ad andarsene, senza bisogno che siano gli altri, esaurita ormai ogni immaginabile dose di pazienza, a ricordarglielo e a pregarlo di accomodarsi alla porta. Se Fini non lo ha fatto non è perché fosse incosciente di ciò, ma perché ha voluto deliberatamente operare - con le sue prese di posizione, con l'azione di logoramento condotta dai suoi seguaci e con la guerriglia interna portata innanzi dai vari Granata e Bocchino - per indebolire dall'interno il Popolo della Libertà, il governo e la leadership berlusconiana. Era un gioco al massacro che qualsiasi partito degno di tal nome avrebbe prima o poi interrotto. E anche il Pd, che oggi parla di epurazione e simili amenità, prima di aprire bocca ripensi al trattamento riservato non più di due anni or sono al senatore Riccardo Villari, peraltro «colpevole» soltanto di essere stato legittimamente eletto alla presidenza della Vigilanza Rai. La sinistra, in questo campo come in altri, non ha proprio titolo per dare lezioni ad alcuno.
La dura presa di posizione di Berlusconi e dell'Ufficio di Presidenza del Pdl rappresenta, al contrario di quanto vogliono far credere i finiani e la gauche al gran completo, un atto di chiarezza e di coraggio. Chiarezza perché contribuisce a porre fine al caos interno al Popolo della Libertà dovuto ai continui smarcamenti e prese di distanze da parte della componente che si riconosce nel presidente di Montecitorio, che si costituirà ora come gruppo autonomo alla Camera e al Senato. Coraggio perché da un punto di vista esclusivamente tattico e di quieto vivere sarebbe stato forse più comodo, per il presidente del Consiglio, proseguire con la politica del compromesso a tutti i costi con Fini e i suoi, come nel caso del ddl sulle intercettazioni. Ma è chiaro che ciò non avrebbe portato nulla di buono né per quanto concerne l'efficacia dell'azione di governo e la realizzazione del programma né per quel che riguarda il rafforzamento del partito di maggioranza relativa. Perciò, come ha affermato il vice presidente vicario dei senatori del Popolo della Libertà, Gaetano Quagliariello, anche in questa vicenda «Berlusconi ha dimostrato di essere un leader, perché ha scelto la strada più difficile: quella della chiarezza. L'alternativa sarebbe stata una lenta consunzione». Non ci sono più alibi. Fini, adesso, è chiamato ad assumersi per intero le sue responsabilità a viso aperto.
Gianteo Bordero
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lunedì 26 luglio 2010
LA PRETESTUOSA ED IRRESPONSABILE GUERRIGLIA DEI FINIANI
da Ragionpolitica.it del 26 luglio 2010
Per il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano parlano i fatti, cioè l'impegno costante del governo Berlusconi e del ministero guidato da Roberto Maroni nel contrasto alle mafie e alla criminalità organizzata. Un impegno che ha prodotto risultati straordinari, mai prima d'ora ottenuti da nessun altro esecutivo nella storia della Repubblica. Le accuse mosse nei giorni scorsi dall'onorevole finiano Fabio Granata, dunque, sono prive di fondamento, sono letteralmente fuori dalla realtà.
L'impressione è che le truppe d'assalto che si ritrovano nelle posizioni del presidente della Camera cerchino quotidianamente un pretesto qualsiasi per condurre innanzi la loro battaglia di logoramento contro il governo che pure essi formalmente appoggiano, contro la leadership berlusconiana e contro gli ex An che in essa si riconoscono. Qui, come ha osservato il presidente dei deputati del Popolo della Libertà, Fabrizio Cicchitto, non siamo più nel campo del «legittimo dissenso» all'interno del Pdl, ma ci troviamo di fronte ad una strategia della «guerriglia» che ha come unico obiettivo quello di destabilizzare l'attuale quadro politico, creare il caos nel partito di maggioranza relativa e indebolire l'esecutivo votato dagli italiani alle elezioni dell'aprile 2008.
Questa strategia è un clamoroso regalo fatto a una sinistra per certi versi inesistente, in crisi di idee, di programmi e di progetti di governo, ma che gode immensamente nel trovare un appiglio insperato per attaccare la maggioranza, nel dare fiato, attraverso i suoi giornali e i tg amici, ad ogni parola che esce dalla bocca delle nuove reclute dell'esercito antiberlusconiano. E chissenefrega se questa è l'ennesima conferma dell'inconsistenza dell'opposizione parlamentare della gauche, di fatto costretta a glorificare qualche ex missino, fino all'altro ieri odiato e rappresentato come la peste bubbonica, per dimostrare di esserci ancora e di lottare contro il tiranno di Arcore... Tanto basta per invocare fantomatici governi di transizione, inedite coalizioni della legalità, improbabili maggioranze alternative. Con soli due punti all'ordine del giorno: cacciare Berlusconi e riscrivere una legge elettorale che, tolto il premio di maggioranza, riconsegni ai manovrieri di palazzo il pallino della politica italiana. Sono due obiettivi su cui oggi convergono sia i partiti del centrosinistra sia - almeno così pare - la pattuglia finiana.
Quello che si ripropone è dunque, in ultima analisi, lo scontro tra il rispetto della volontà popolare espressa in libere elezioni e il ritorno a un passato in cui i governi venivano fatti e disfatti in men che si dica nelle secrete stanze romane, magari da uomini con tanto «senso istituzionale» ma con pochi voti, abili a ottenere con accordi tra notabili ciò che essi non avrebbero potuto avere attraverso il voto degli italiani. Se essere «berlusconiani» significa credere che la volontà degli elettori conti ancora qualcosa e che la democrazia non la fanno gli illuminati, i benpensanti e i profeti del politicamente corretto - ovunque essi alberghino - bensì il voto del popolo, allora ben venga - anzi s'accresca - il «berlusconismo», ultimo baluardo contro insopportabili operazioni di palazzo che, oltre a riportare indietro le lancette dell'orologio, non fanno altro che allontanare l'uomo comune dalla politica, cioè dal governo della polis, con esiti che non potranno non essere nefasti per il paese.
Gianteo Bordero
Per il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano parlano i fatti, cioè l'impegno costante del governo Berlusconi e del ministero guidato da Roberto Maroni nel contrasto alle mafie e alla criminalità organizzata. Un impegno che ha prodotto risultati straordinari, mai prima d'ora ottenuti da nessun altro esecutivo nella storia della Repubblica. Le accuse mosse nei giorni scorsi dall'onorevole finiano Fabio Granata, dunque, sono prive di fondamento, sono letteralmente fuori dalla realtà.
L'impressione è che le truppe d'assalto che si ritrovano nelle posizioni del presidente della Camera cerchino quotidianamente un pretesto qualsiasi per condurre innanzi la loro battaglia di logoramento contro il governo che pure essi formalmente appoggiano, contro la leadership berlusconiana e contro gli ex An che in essa si riconoscono. Qui, come ha osservato il presidente dei deputati del Popolo della Libertà, Fabrizio Cicchitto, non siamo più nel campo del «legittimo dissenso» all'interno del Pdl, ma ci troviamo di fronte ad una strategia della «guerriglia» che ha come unico obiettivo quello di destabilizzare l'attuale quadro politico, creare il caos nel partito di maggioranza relativa e indebolire l'esecutivo votato dagli italiani alle elezioni dell'aprile 2008.
Questa strategia è un clamoroso regalo fatto a una sinistra per certi versi inesistente, in crisi di idee, di programmi e di progetti di governo, ma che gode immensamente nel trovare un appiglio insperato per attaccare la maggioranza, nel dare fiato, attraverso i suoi giornali e i tg amici, ad ogni parola che esce dalla bocca delle nuove reclute dell'esercito antiberlusconiano. E chissenefrega se questa è l'ennesima conferma dell'inconsistenza dell'opposizione parlamentare della gauche, di fatto costretta a glorificare qualche ex missino, fino all'altro ieri odiato e rappresentato come la peste bubbonica, per dimostrare di esserci ancora e di lottare contro il tiranno di Arcore... Tanto basta per invocare fantomatici governi di transizione, inedite coalizioni della legalità, improbabili maggioranze alternative. Con soli due punti all'ordine del giorno: cacciare Berlusconi e riscrivere una legge elettorale che, tolto il premio di maggioranza, riconsegni ai manovrieri di palazzo il pallino della politica italiana. Sono due obiettivi su cui oggi convergono sia i partiti del centrosinistra sia - almeno così pare - la pattuglia finiana.
Quello che si ripropone è dunque, in ultima analisi, lo scontro tra il rispetto della volontà popolare espressa in libere elezioni e il ritorno a un passato in cui i governi venivano fatti e disfatti in men che si dica nelle secrete stanze romane, magari da uomini con tanto «senso istituzionale» ma con pochi voti, abili a ottenere con accordi tra notabili ciò che essi non avrebbero potuto avere attraverso il voto degli italiani. Se essere «berlusconiani» significa credere che la volontà degli elettori conti ancora qualcosa e che la democrazia non la fanno gli illuminati, i benpensanti e i profeti del politicamente corretto - ovunque essi alberghino - bensì il voto del popolo, allora ben venga - anzi s'accresca - il «berlusconismo», ultimo baluardo contro insopportabili operazioni di palazzo che, oltre a riportare indietro le lancette dell'orologio, non fanno altro che allontanare l'uomo comune dalla politica, cioè dal governo della polis, con esiti che non potranno non essere nefasti per il paese.
Gianteo Bordero
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mercoledì 21 luglio 2010
LEGGE SULLE INTERCETTAZIONI. CHI TRADISCE IL PROGRAMMA...
da Ragionpolitica.it del 21 luglio 2010
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il Guardasigilli Angelino Alfano, seppur con modi e toni diversi, lo hanno detto chiaro: il testo del disegno di legge sulle intercettazioni uscito dalla Commissione Giustizia di Montecitorio, che passa ora alla discussione e alla votazione in aula, non corrisponde a quanto previsto dal programma presentato dal Popolo della Libertà alla vigilia delle elezioni politiche del 2008: «Limitazione dell'uso delle intercettazioni telefoniche e ambientali al contrasto dei reati più gravi; divieto della diffusione e della pubblicazione delle intercettazioni telefoniche ed ambientali, con pesanti sanzioni a carico di tutti coloro che concorrono alla diffusione e pubblicazione».
La cosiddetta «ala finiana» all'interno del Pdl ha condotto infatti, in questi mesi, un continuo ed estenuante gioco al ribasso, edulcorando e svuotando, giorno dopo giorno, un provvedimento a cui gli italiani, con il loro voto, avevano dato ampio e maggioritario sostegno. Si trattava di porre un significativo argine a un malcostume che ormai da molti anni ammorba la vita democratica del paese, con sistematiche violazioni del segreto istruttorio e conseguente messa alla gogna e sputtanamento della vita privata di persone colpevoli unicamente di aver parlato al telefono con soggetti sottoposti ad indagine da parte della magistratura. E invece, in nome di un conclamato legalitarismo ideologico - derivazione diretta del giustizialismo che ancora alberga in certi settori della destra italiana - e, soprattutto, in nome di una battaglia di logoramento politico contro il presidente del Consiglio, i finiani hanno fatto di tutto per giungere ad un compromesso al ribasso - l'unico possibile nelle attuali circostanze politiche, ha spiegato il ministro Alfano - che vanifica de facto le buone e sacrosante intenzioni espresse dal programma del 2008.
Il presidente della Camera ha salutato le modifiche al testo approvate martedì come una vittoria del parlamento e come una garanzia di rispetto del dettato costituzionale. Il primo punto mostra come Fini abbia ormai abbandonato il suo cavallo di battaglia presidenzialista per sposare una visione del parlamentarismo che molto assomiglia a quell'assemblearismo che ha prodotto soltanto ingovernabilità ovunque esso abbia avuto corso - nella prima Repubblica italiana e nella quarta Repubblica francese, ad esempio. Per quanto riguarda il secondo punto, resta da capire come potrà essere veramente rispettato, dopo l'emendamento voluto dai seguaci della terza carica dello Stato, l'articolo della Carta costituzionale che definisce come «inviolabili» la «libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione».
Ma l'aspetto più grave in tutta questa vicenda è quello, cui già abbiamo accennato, del tradimento delle promesse elettorali che è stato consumato da chi, grazie a quello stesso programma e grazie alla vittoria del 2008 su di esso fondata, ha potuto non soltanto essere eletto, ma anche accedere a importanti cariche istituzionali che molto probabilmente non avrebbe mai potuto occupare con le proprie sole forze. Tutto ciò contrasta con uno dei capisaldi che sin dal 1994 è stato alla base della grande avventura politica di Silvio Berlusconi e del suo successo: il rispetto degli impegni assunti con gli elettori («Pacta sunt servanda»), fondamento di quella «nuova moralità della politica» che ha permesso al nostro paese di uscire - almeno in parte - dalle secche dell'assemblearismo, del consociativismo e dei conseguenti giochi di palazzo portati avanti da questa o quella corrente, e di evolvere materialmente verso un parlamentarismo moderno e maturo, in cui le Camere non sono «terze» rispetto al governo, ma hanno come compito primario quello di esprimere una maggioranza chiamata a sostenere l'attività e le iniziative legislative dell'esecutivo. Se c'è una cosa di cui oggi c'è bisogno, come ha ricordato più volte il presidente del Consiglio, è una consacrazione anche formale della nuova Costituzione materiale nata con la seconda Repubblica, di certo non il ritorno a vecchie liturgie che creano soltanto confusione, instabilità di sistema e disaffezione dei cittadini nei confronti della politica.
Gianteo Bordero
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il Guardasigilli Angelino Alfano, seppur con modi e toni diversi, lo hanno detto chiaro: il testo del disegno di legge sulle intercettazioni uscito dalla Commissione Giustizia di Montecitorio, che passa ora alla discussione e alla votazione in aula, non corrisponde a quanto previsto dal programma presentato dal Popolo della Libertà alla vigilia delle elezioni politiche del 2008: «Limitazione dell'uso delle intercettazioni telefoniche e ambientali al contrasto dei reati più gravi; divieto della diffusione e della pubblicazione delle intercettazioni telefoniche ed ambientali, con pesanti sanzioni a carico di tutti coloro che concorrono alla diffusione e pubblicazione».
La cosiddetta «ala finiana» all'interno del Pdl ha condotto infatti, in questi mesi, un continuo ed estenuante gioco al ribasso, edulcorando e svuotando, giorno dopo giorno, un provvedimento a cui gli italiani, con il loro voto, avevano dato ampio e maggioritario sostegno. Si trattava di porre un significativo argine a un malcostume che ormai da molti anni ammorba la vita democratica del paese, con sistematiche violazioni del segreto istruttorio e conseguente messa alla gogna e sputtanamento della vita privata di persone colpevoli unicamente di aver parlato al telefono con soggetti sottoposti ad indagine da parte della magistratura. E invece, in nome di un conclamato legalitarismo ideologico - derivazione diretta del giustizialismo che ancora alberga in certi settori della destra italiana - e, soprattutto, in nome di una battaglia di logoramento politico contro il presidente del Consiglio, i finiani hanno fatto di tutto per giungere ad un compromesso al ribasso - l'unico possibile nelle attuali circostanze politiche, ha spiegato il ministro Alfano - che vanifica de facto le buone e sacrosante intenzioni espresse dal programma del 2008.
Il presidente della Camera ha salutato le modifiche al testo approvate martedì come una vittoria del parlamento e come una garanzia di rispetto del dettato costituzionale. Il primo punto mostra come Fini abbia ormai abbandonato il suo cavallo di battaglia presidenzialista per sposare una visione del parlamentarismo che molto assomiglia a quell'assemblearismo che ha prodotto soltanto ingovernabilità ovunque esso abbia avuto corso - nella prima Repubblica italiana e nella quarta Repubblica francese, ad esempio. Per quanto riguarda il secondo punto, resta da capire come potrà essere veramente rispettato, dopo l'emendamento voluto dai seguaci della terza carica dello Stato, l'articolo della Carta costituzionale che definisce come «inviolabili» la «libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione».
Ma l'aspetto più grave in tutta questa vicenda è quello, cui già abbiamo accennato, del tradimento delle promesse elettorali che è stato consumato da chi, grazie a quello stesso programma e grazie alla vittoria del 2008 su di esso fondata, ha potuto non soltanto essere eletto, ma anche accedere a importanti cariche istituzionali che molto probabilmente non avrebbe mai potuto occupare con le proprie sole forze. Tutto ciò contrasta con uno dei capisaldi che sin dal 1994 è stato alla base della grande avventura politica di Silvio Berlusconi e del suo successo: il rispetto degli impegni assunti con gli elettori («Pacta sunt servanda»), fondamento di quella «nuova moralità della politica» che ha permesso al nostro paese di uscire - almeno in parte - dalle secche dell'assemblearismo, del consociativismo e dei conseguenti giochi di palazzo portati avanti da questa o quella corrente, e di evolvere materialmente verso un parlamentarismo moderno e maturo, in cui le Camere non sono «terze» rispetto al governo, ma hanno come compito primario quello di esprimere una maggioranza chiamata a sostenere l'attività e le iniziative legislative dell'esecutivo. Se c'è una cosa di cui oggi c'è bisogno, come ha ricordato più volte il presidente del Consiglio, è una consacrazione anche formale della nuova Costituzione materiale nata con la seconda Repubblica, di certo non il ritorno a vecchie liturgie che creano soltanto confusione, instabilità di sistema e disaffezione dei cittadini nei confronti della politica.
Gianteo Bordero
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lunedì 12 luglio 2010
LE CORRENTI NUOCCIONO ALLA SALUTE
da Ragionpolitica.it del 12 luglio 2010
Le correnti d'aria provocano torcicollo e mal di schiena. Nuocciono alla salute. Fuor di metafora, in un partito politico esse causano ripiegamento su se stessi e autoreferenzialità. Tanto più se si ha a che fare con un movimento nato e cresciuto attorno ad una leadership carismatica legittimata in maniera chiara dall'elettorato. Corrente significa parzialità, lotta a suon di tessere contro l'avversario interno, gruppo di potere più o meno ristretto. Mentre il movimento berlusconiano, come ha ricordato su queste pagine il coordinatore nazionale del Pdl e ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, è sorto dalla volontà di «rappresentare non una parte soltanto, un partito appunto, bensì di contribuire agli interessi generali dell'Italia. Fin dal primo istante della sua discesa in campo, tutte le parole e tutti gli atti di Berlusconi sono sempre stati improntati ad un'idea di cambiamento e di modernizzazione che corrispondevano e corrispondono ai veri interessi nazionali».
E' da qui che occorre ripartire se si vuole evitare che il dibattito interno al Popolo della Libertà si trasformi in un ritorno ai tempi peggiori della Prima Repubblica, quando proprio il trionfo del correntismo fu all'origine della consunzione del grande partito - la Democrazia Cristiana - che aveva retto per decenni le sorti dello Stato e che nei suoi ultimi lustri di vita fu corroso dalla lotta intestina tra gli «amici» di questo e gli «amici» di quello, tra i sostenitori di Tizio e i sostenitori di Caio... Tutti intenti a condurre innanzi una battaglia senza quartiere non contro il partito alternativo al blocco moderato e occidentale, bensì contro gruppi ed esponenti della stessa Dc. Sappiamo che cosa ha prodotto e a che cosa ha portato quella stagione della nostra vita repubblicana, e non vi è alcun ragionevole motivo per volgere lo sguardo indietro e riportare in auge pratiche deleterie per la credibilità della politica e per lo stesso sistema-paese.
Invece che di correnti, in questa torrida estate italiana c'è bisogno di aria fresca, quella che dà sollievo e respiro, quella che fa bene al corpo e allo spirito, che consente di osservare le cose sotto la giusta prospettiva. Quella che fa diradare l'afa e può far ritrovare le ragioni più profonde del proprio agire. Per il Popolo della Libertà, questo significa riscoprire ciò che gli ha permesso di diventare il primo partito italiano, di vincere dal 2008 ad oggi tutte le competizioni elettorali che si è trovato ad affrontare, di essere il perno della maggioranza che sostiene un governo il quale ha saputo dar prova di intelligenza, efficienza e credibilità in campo nazionale ed internazionale. Il fattore decisivo, in questo senso, è e rimane la leadership berlusconiana, senza la quale niente di tutto ciò sarebbe stato possibile e neppure lontanamente immaginabile.
Proprio perché, come ha ricordato Bondi, l'avventura politica di Silvio Berlusconi ha avuto inizio non per dare vita ad un partito in senso classico, ma per offrire rappresentanza alle istanze di cambiamento e di modernizzazione che giungevano a gran voce dal paese nel suo complesso, e quindi per unire sotto un unico tetto tutti coloro che non volevano un futuro illiberale e declinante per l'Italia, mettere in piedi correnti e correntine - magari mascherate da associazioni o fondazioni - per portare innanzi il proprio «particulare» e garantirsi una rendita di posizione significa per ciò stesso contraddire lo spirito vitale di quello che impropriamente è stato chiamato «berlusconismo»: la volontà di rompere con la vecchia politica politicante, con le stantie liturgie di partito, e di concentrarsi invece sugli interessi generali del paese, da promuovere e difendere attraverso l'attività di governo e attraverso un movimento di persone libere che attorno a tale progetto costruisse una rete inclusiva sempre più ampia. Non correnti esclusive l'un contro l'altra armate.
Gianteo Bordero
Le correnti d'aria provocano torcicollo e mal di schiena. Nuocciono alla salute. Fuor di metafora, in un partito politico esse causano ripiegamento su se stessi e autoreferenzialità. Tanto più se si ha a che fare con un movimento nato e cresciuto attorno ad una leadership carismatica legittimata in maniera chiara dall'elettorato. Corrente significa parzialità, lotta a suon di tessere contro l'avversario interno, gruppo di potere più o meno ristretto. Mentre il movimento berlusconiano, come ha ricordato su queste pagine il coordinatore nazionale del Pdl e ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, è sorto dalla volontà di «rappresentare non una parte soltanto, un partito appunto, bensì di contribuire agli interessi generali dell'Italia. Fin dal primo istante della sua discesa in campo, tutte le parole e tutti gli atti di Berlusconi sono sempre stati improntati ad un'idea di cambiamento e di modernizzazione che corrispondevano e corrispondono ai veri interessi nazionali».
E' da qui che occorre ripartire se si vuole evitare che il dibattito interno al Popolo della Libertà si trasformi in un ritorno ai tempi peggiori della Prima Repubblica, quando proprio il trionfo del correntismo fu all'origine della consunzione del grande partito - la Democrazia Cristiana - che aveva retto per decenni le sorti dello Stato e che nei suoi ultimi lustri di vita fu corroso dalla lotta intestina tra gli «amici» di questo e gli «amici» di quello, tra i sostenitori di Tizio e i sostenitori di Caio... Tutti intenti a condurre innanzi una battaglia senza quartiere non contro il partito alternativo al blocco moderato e occidentale, bensì contro gruppi ed esponenti della stessa Dc. Sappiamo che cosa ha prodotto e a che cosa ha portato quella stagione della nostra vita repubblicana, e non vi è alcun ragionevole motivo per volgere lo sguardo indietro e riportare in auge pratiche deleterie per la credibilità della politica e per lo stesso sistema-paese.
Invece che di correnti, in questa torrida estate italiana c'è bisogno di aria fresca, quella che dà sollievo e respiro, quella che fa bene al corpo e allo spirito, che consente di osservare le cose sotto la giusta prospettiva. Quella che fa diradare l'afa e può far ritrovare le ragioni più profonde del proprio agire. Per il Popolo della Libertà, questo significa riscoprire ciò che gli ha permesso di diventare il primo partito italiano, di vincere dal 2008 ad oggi tutte le competizioni elettorali che si è trovato ad affrontare, di essere il perno della maggioranza che sostiene un governo il quale ha saputo dar prova di intelligenza, efficienza e credibilità in campo nazionale ed internazionale. Il fattore decisivo, in questo senso, è e rimane la leadership berlusconiana, senza la quale niente di tutto ciò sarebbe stato possibile e neppure lontanamente immaginabile.
Proprio perché, come ha ricordato Bondi, l'avventura politica di Silvio Berlusconi ha avuto inizio non per dare vita ad un partito in senso classico, ma per offrire rappresentanza alle istanze di cambiamento e di modernizzazione che giungevano a gran voce dal paese nel suo complesso, e quindi per unire sotto un unico tetto tutti coloro che non volevano un futuro illiberale e declinante per l'Italia, mettere in piedi correnti e correntine - magari mascherate da associazioni o fondazioni - per portare innanzi il proprio «particulare» e garantirsi una rendita di posizione significa per ciò stesso contraddire lo spirito vitale di quello che impropriamente è stato chiamato «berlusconismo»: la volontà di rompere con la vecchia politica politicante, con le stantie liturgie di partito, e di concentrarsi invece sugli interessi generali del paese, da promuovere e difendere attraverso l'attività di governo e attraverso un movimento di persone libere che attorno a tale progetto costruisse una rete inclusiva sempre più ampia. Non correnti esclusive l'un contro l'altra armate.
Gianteo Bordero
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mercoledì 23 giugno 2010
UN MOVIMENTO DI POPOLO, NON UN VECCHIO PARTITO
da Ragionpolitica.it del 23 giugno 2010
Rispondendo a un militante sul sito forzasilvio.it, Berlusconi ha sottolineato alcuni punti essenziali a proposito della natura originaria del Popolo della Libertà. Punti dimenticando i quali si rischia di indebolire il Pdl, con conseguenze esiziali per la stabilità politica del governo e della maggioranza che lo sostiene.
Primo. «Il Pdl non è un partito. E' un grande movimento di popolo... La parola "partito" non mi è mai piaciuta perché indica una parte, una divisione. Il Popolo della Libertà, invece, è un movimento, un soggetto politico che si rivolge a tutti ed è completamente diverso dai vecchi partiti dominati dalle nomenclature». Ciò è confermato dal fatto che il Pdl non è nato da un'operazione di alchimia politica condotta dall'alto, attraverso una fusione a freddo tra classi dirigenti, bensì ha preso le mosse dal basso, dalla gente. Soprattutto - ha ricordato il presidente del Consiglio - dal grande raduno di Piazza San Giovanni del dicembre 2006, quando due milioni di persone si ritrovarono a Roma per manifestare contro il governo della sinistra. Fu allora che, per la prima volta, si unirono «le bandiere di Forza Italia e di Alleanza Nazionale» per difendere la libertà dall'«oppressione fiscale, burocratica, giudiziaria». In seguito fu proprio quel popolo di Piazza San Giovanni a recarsi ai gazebo e a scegliere per il nuovo soggetto politico il nome di «Popolo della Libertà» e non di «Partito della Libertà», mostrando così di preferire alle vecchie e ingombranti strutture novecentesche un movimento agile, votato al governo del paese e alla soluzione dei problemi concreti dei cittadini.
Secondo. «La nostra gente ha voluto che il Popolo della Libertà fosse guidato da un leader quale espressione di grande unità politica e di democrazia diretta». Dunque, oltre ad essere un movimento politico e non un partito nel senso comune del termine, ed oltre ad essere nato dal basso, il Pdl ha come sua caratteristica essenziale quella della leadership carismatica, legittimata dal rapporto diretto col popolo prima ancora che dalle strutture interne di partito. Mentre durante la Prima Repubblica si pensava che la mediazione tra governo e cittadini dovesse essere affidata esclusivamente ai partiti (al punto che Pietro Scoppola usò la felice definizione di «Repubblica dei partiti»), con la Seconda, figlia della «discesa in campo» di Berlusconi, questa mediazione tende a scomparire, lasciando il posto a leader capaci di rappresentare in se stessi un progetto politico che prende forma non da enunciazioni ideologiche di partiti-chiesa, bensì da agende concrete dettate dagli stessi cittadini, anche con gli strumenti della moderna comunicazione immediata, come internet.
Terzo. Da qui prende le mosse la lotta di Berlusconi contro le correnti e contro il ritorno a vecchie liturgie autoreferenziali che furono una delle cause della disgregazione del sistema partitico della Prima Repubblica. Proprio perché la leadership carismatica è oggi l'elemento che più di ogni altro è in grado di garantire l'unità di un movimento politico e il rapporto diretto con gli elettori, non si può pensare di agire come se tale leadership non ci fosse, o come se essa fosse il frutto di una contrattazione tra diverse «anime» e non, invece, l'espressione di una chiara volontà popolare confermata dai cittadini in ogni tornata elettorale. Insomma, chi nel Pdl pensa di poter affrontare le sfide del presente - in primis quella di governare l'Italia in tempi difficili come l'attuale - con uno sguardo autoreferenziale e tutto rivolto al passato, rischia di rendere incerto il futuro del movimento e, in ultima analisi, dello stesso paese. Per questo - conclude Berlusconi - «incrinare l'unità sarebbe un errore imperdonabile. E' una prospettiva a cui mi opporrò con tutte le forze, sicuro di interpretare la volontà della nostra gente».
Gianteo Bordero
Rispondendo a un militante sul sito forzasilvio.it, Berlusconi ha sottolineato alcuni punti essenziali a proposito della natura originaria del Popolo della Libertà. Punti dimenticando i quali si rischia di indebolire il Pdl, con conseguenze esiziali per la stabilità politica del governo e della maggioranza che lo sostiene.
Primo. «Il Pdl non è un partito. E' un grande movimento di popolo... La parola "partito" non mi è mai piaciuta perché indica una parte, una divisione. Il Popolo della Libertà, invece, è un movimento, un soggetto politico che si rivolge a tutti ed è completamente diverso dai vecchi partiti dominati dalle nomenclature». Ciò è confermato dal fatto che il Pdl non è nato da un'operazione di alchimia politica condotta dall'alto, attraverso una fusione a freddo tra classi dirigenti, bensì ha preso le mosse dal basso, dalla gente. Soprattutto - ha ricordato il presidente del Consiglio - dal grande raduno di Piazza San Giovanni del dicembre 2006, quando due milioni di persone si ritrovarono a Roma per manifestare contro il governo della sinistra. Fu allora che, per la prima volta, si unirono «le bandiere di Forza Italia e di Alleanza Nazionale» per difendere la libertà dall'«oppressione fiscale, burocratica, giudiziaria». In seguito fu proprio quel popolo di Piazza San Giovanni a recarsi ai gazebo e a scegliere per il nuovo soggetto politico il nome di «Popolo della Libertà» e non di «Partito della Libertà», mostrando così di preferire alle vecchie e ingombranti strutture novecentesche un movimento agile, votato al governo del paese e alla soluzione dei problemi concreti dei cittadini.
Secondo. «La nostra gente ha voluto che il Popolo della Libertà fosse guidato da un leader quale espressione di grande unità politica e di democrazia diretta». Dunque, oltre ad essere un movimento politico e non un partito nel senso comune del termine, ed oltre ad essere nato dal basso, il Pdl ha come sua caratteristica essenziale quella della leadership carismatica, legittimata dal rapporto diretto col popolo prima ancora che dalle strutture interne di partito. Mentre durante la Prima Repubblica si pensava che la mediazione tra governo e cittadini dovesse essere affidata esclusivamente ai partiti (al punto che Pietro Scoppola usò la felice definizione di «Repubblica dei partiti»), con la Seconda, figlia della «discesa in campo» di Berlusconi, questa mediazione tende a scomparire, lasciando il posto a leader capaci di rappresentare in se stessi un progetto politico che prende forma non da enunciazioni ideologiche di partiti-chiesa, bensì da agende concrete dettate dagli stessi cittadini, anche con gli strumenti della moderna comunicazione immediata, come internet.
Terzo. Da qui prende le mosse la lotta di Berlusconi contro le correnti e contro il ritorno a vecchie liturgie autoreferenziali che furono una delle cause della disgregazione del sistema partitico della Prima Repubblica. Proprio perché la leadership carismatica è oggi l'elemento che più di ogni altro è in grado di garantire l'unità di un movimento politico e il rapporto diretto con gli elettori, non si può pensare di agire come se tale leadership non ci fosse, o come se essa fosse il frutto di una contrattazione tra diverse «anime» e non, invece, l'espressione di una chiara volontà popolare confermata dai cittadini in ogni tornata elettorale. Insomma, chi nel Pdl pensa di poter affrontare le sfide del presente - in primis quella di governare l'Italia in tempi difficili come l'attuale - con uno sguardo autoreferenziale e tutto rivolto al passato, rischia di rendere incerto il futuro del movimento e, in ultima analisi, dello stesso paese. Per questo - conclude Berlusconi - «incrinare l'unità sarebbe un errore imperdonabile. E' una prospettiva a cui mi opporrò con tutte le forze, sicuro di interpretare la volontà della nostra gente».
Gianteo Bordero
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mercoledì 3 marzo 2010
E IL GALLI CANTÒ...
da Ragionpolitica.it del 3 marzo 2010
In attesa che si sbrogli l'intricata matassa dei ricorsi riguardanti la presentazione delle liste del Pdl in Lazio e in Lombardia, con l'auspicio - messo nero su bianco dal coordinamento nazionale del partito - che possa essere «acclarata la realtà dei fatti» e «consentito l'avvio in condizioni di normalità e di massima serenità della prossima campagna elettorale», non si può rimanere silenti di fronte a quanto scritto sul Corriere della Sera da Ernesto Galli della Loggia nell'editoriale del 3 marzo. Dall'alto del suo pulpito intellettuale, il professore prende spunto dalle recenti vicende che hanno interessato il Popolo della Libertà per dipingere un quadro del partito talmente desolante che, se corrispondesse al vero, farebbe legittimamente sorgere più di una domanda sulla sanità di mente di coloro che lo votano, sui molti milioni di donne e di uomini che da due anni a questa parte hanno assegnato la loro preferenza alla nuova creatura di centrodestra.
Secondo Galli della Loggia il Pdl altro non sarebbe che «una somma di rissosi potentati locali riuniti intorno a figuranti di terz'ordine, rimasuglio delle oligarchie e dei quadri dei partiti di governo della prima Repubblica. E tra loro, mischiata alla rinfusa, gente dai dubbi precedenti, ragazze troppo avvenenti, figli e nipoti, genti d'ogni risma ma di nessuna capacità». E ancora: una «confusa accozzaglia», una «misera rappresentanza». E' questo, secondo l'editorialista del Corriere, il frutto bacato di quindici anni di esperienza politica del centrodestra in Italia, l'esito deprimente della leadership di Berlusconi. Un uomo che - sentenzia il professore - ha una concezione talmente ridotta e distorta della politica da ritenere che essa si esaurisca nel «vincere le elezioni e poi comandare». Un uomo, dunque, senza un'idea di paese, senza una cultura politica alle spalle, privo del «gusto e della capacità di governare».
Evidentemente Galli ha una considerazione talmente bassa degli italiani da ritenere che essi siano incapaci di comprendere quello che lui invece ha già compreso: la totale inconsistenza politica del centrodestra, del Popolo della Libertà oggi e di Forza Italia ieri, e ovviamente di Berlusconi. Se gli elettori avessero visto ciò che l'intellettuale ora annuncia, probabilmente, anzi sicuramente non avrebbero per tre lustri continuato a votare in maggioranza per una coalizione sgangherata, per un partito di plastica oggi divenuto «partito fantasma», per un leader senza arte né parte. E infatti il professore, nel suo editoriale, sul banco degli imputati non ci mette soltanto il Cavaliere, ma anche «la società italiana», incapace di elaborare, dopo la fine dei partiti storici e delle culture politiche del Novecento con la caduta del Muro di Berlino e la vicenda di Mani Pulite, una nuova «visione per l'avvenire». Dopo il 1993, secondo Galli, non ha fatto capolino sulla scena politica «nessuna idea nuova, nessuna indicazione significativa, nessuna nuova energia realmente politica è scesa in campo. Niente».
E naturalmente questo niente, questo vuoto, questo deserto - conclude il professore - «è più sensibile a destra, e più sensibili ne sono gli effetti negativi». Perché bene o male - argomenta - a sinistra è rimasto il deposito della Prima Repubblica, una parte del suo personale politico con esperienza di governo, gli eredi della Dc (di sinistra) e del Pci, che hanno portato in dote «la propria esperienza e le proprie capacità» - come ben si è visto negli anni di governo prodiano, aggiungiamo noi. Invece alla destra «è toccato solo il resto: a cui poi, per il sopraggiunto, generale, discredito della politica, non si è certo aggiunto il meglio del paese». Questa di Galli della Loggia è la versione intellettualmente rielaborata, ma non per questo sostanzialmente meno rozza, della ormai celeberrima espressione con cui Romano Prodi ebbe una volta a definire Forza Italia: «Il nulla». L'editorialista del Corriere ci ricama sopra con le sue analisi, ma gira che ti rigira il messaggio è quello: il centrodestra è lo zero politico, il Pdl un contenitore che raccoglie il peggio del paese, e Berlusconi il suo degno portabandiera.
Qui siamo ben oltre gli appelli al voto per il centrosinistra di Paolo Mieli: siamo alla delegittimazione totale, rabbiosa e unilaterale di un partito, della sua storia, del suo stesso esserci, e alla condanna intellettuale di coloro che lo votano. Tutto questo in piena campagna elettorale e sulla prima pagina di un giornale che fa vanto di moderazione e si proclama super partes, ma che, di fatto, non è meno fazioso, partigiano e schierato del suo concorrente La Repubblica.
Gianteo Bordero
In attesa che si sbrogli l'intricata matassa dei ricorsi riguardanti la presentazione delle liste del Pdl in Lazio e in Lombardia, con l'auspicio - messo nero su bianco dal coordinamento nazionale del partito - che possa essere «acclarata la realtà dei fatti» e «consentito l'avvio in condizioni di normalità e di massima serenità della prossima campagna elettorale», non si può rimanere silenti di fronte a quanto scritto sul Corriere della Sera da Ernesto Galli della Loggia nell'editoriale del 3 marzo. Dall'alto del suo pulpito intellettuale, il professore prende spunto dalle recenti vicende che hanno interessato il Popolo della Libertà per dipingere un quadro del partito talmente desolante che, se corrispondesse al vero, farebbe legittimamente sorgere più di una domanda sulla sanità di mente di coloro che lo votano, sui molti milioni di donne e di uomini che da due anni a questa parte hanno assegnato la loro preferenza alla nuova creatura di centrodestra.
Secondo Galli della Loggia il Pdl altro non sarebbe che «una somma di rissosi potentati locali riuniti intorno a figuranti di terz'ordine, rimasuglio delle oligarchie e dei quadri dei partiti di governo della prima Repubblica. E tra loro, mischiata alla rinfusa, gente dai dubbi precedenti, ragazze troppo avvenenti, figli e nipoti, genti d'ogni risma ma di nessuna capacità». E ancora: una «confusa accozzaglia», una «misera rappresentanza». E' questo, secondo l'editorialista del Corriere, il frutto bacato di quindici anni di esperienza politica del centrodestra in Italia, l'esito deprimente della leadership di Berlusconi. Un uomo che - sentenzia il professore - ha una concezione talmente ridotta e distorta della politica da ritenere che essa si esaurisca nel «vincere le elezioni e poi comandare». Un uomo, dunque, senza un'idea di paese, senza una cultura politica alle spalle, privo del «gusto e della capacità di governare».
Evidentemente Galli ha una considerazione talmente bassa degli italiani da ritenere che essi siano incapaci di comprendere quello che lui invece ha già compreso: la totale inconsistenza politica del centrodestra, del Popolo della Libertà oggi e di Forza Italia ieri, e ovviamente di Berlusconi. Se gli elettori avessero visto ciò che l'intellettuale ora annuncia, probabilmente, anzi sicuramente non avrebbero per tre lustri continuato a votare in maggioranza per una coalizione sgangherata, per un partito di plastica oggi divenuto «partito fantasma», per un leader senza arte né parte. E infatti il professore, nel suo editoriale, sul banco degli imputati non ci mette soltanto il Cavaliere, ma anche «la società italiana», incapace di elaborare, dopo la fine dei partiti storici e delle culture politiche del Novecento con la caduta del Muro di Berlino e la vicenda di Mani Pulite, una nuova «visione per l'avvenire». Dopo il 1993, secondo Galli, non ha fatto capolino sulla scena politica «nessuna idea nuova, nessuna indicazione significativa, nessuna nuova energia realmente politica è scesa in campo. Niente».
E naturalmente questo niente, questo vuoto, questo deserto - conclude il professore - «è più sensibile a destra, e più sensibili ne sono gli effetti negativi». Perché bene o male - argomenta - a sinistra è rimasto il deposito della Prima Repubblica, una parte del suo personale politico con esperienza di governo, gli eredi della Dc (di sinistra) e del Pci, che hanno portato in dote «la propria esperienza e le proprie capacità» - come ben si è visto negli anni di governo prodiano, aggiungiamo noi. Invece alla destra «è toccato solo il resto: a cui poi, per il sopraggiunto, generale, discredito della politica, non si è certo aggiunto il meglio del paese». Questa di Galli della Loggia è la versione intellettualmente rielaborata, ma non per questo sostanzialmente meno rozza, della ormai celeberrima espressione con cui Romano Prodi ebbe una volta a definire Forza Italia: «Il nulla». L'editorialista del Corriere ci ricama sopra con le sue analisi, ma gira che ti rigira il messaggio è quello: il centrodestra è lo zero politico, il Pdl un contenitore che raccoglie il peggio del paese, e Berlusconi il suo degno portabandiera.
Qui siamo ben oltre gli appelli al voto per il centrosinistra di Paolo Mieli: siamo alla delegittimazione totale, rabbiosa e unilaterale di un partito, della sua storia, del suo stesso esserci, e alla condanna intellettuale di coloro che lo votano. Tutto questo in piena campagna elettorale e sulla prima pagina di un giornale che fa vanto di moderazione e si proclama super partes, ma che, di fatto, non è meno fazioso, partigiano e schierato del suo concorrente La Repubblica.
Gianteo Bordero
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mercoledì 3 febbraio 2010
SESTRI LEVANTE. LE CONTRADDIZIONI DELL'UDC
CONSIGLIO COMUNALE DI SESTRI LEVANTE
GIANTEO BORDERO
CAPOGRUPPO CONSILIARE DEL “POPOLO DELLA LIBERTÀ”
COMUNICATO STAMPA DEL 3 FEBBRAIO 2010
I numeri non sono opinabili. I risultati delle elezioni comunali a Sestri Levante dell’aprile 2008 parlano chiaro: l’Unione di Centro non avrebbe avuto diritto a un consigliere comunale. Se oggi l’Udc ha un rappresentante in Consiglio è soltanto per il passaggio al partito di Casini del consigliere Ianni, già candidato sindaco contro Lavarello, già fondatore a Sestri Levante del Circolo della Libertà berlusconiano, già tesserato di Forza Italia nonché membro del direttivo cittadino e del coordinamento provinciale del medesimo partito.
E allora vediamoli, questi numeri. Le liste che nel 2008 sostenevano Ianni, allora candidato sindaco del centrodestra, ottennero i seguenti risultati alle amministrative di aprile: il Popolo della Libertà conquistò 1.813 voti, pari al 16,6%; la Lega Nord 435 voti, pari al 4%; l’Udc 387 voti, pari al 3,5%. I conti, sulla base della legge elettorale comunale vigente, sono presto fatti: al centrodestra spettano 4 consiglieri: uno è il candidato sindaco sconfitto al ballottaggio, che entra come espressione di tutta la coalizione, mentre gli altri 3, secondo il metodo di assegnazione previsto dalla legge, vanno al Pdl. Nel caso di ipotetiche dimissioni del candidato sindaco sconfitto, la legge prevede che il posto vacante venga assegnato alla coalizione che lo ha sostenuto e, in particolare, al partito della coalizione che ne ha diritto: numeri alla mano, tale seggio andrebbe non all’Udc, ma ancora una volta al Popolo della Libertà.
Ora, si dà il caso che il recente accordo su base regionale tra l’Unione di Centro e il candidato della sinistra alla presidenza della Liguria collochi il partito a cui oggi appartiene il consigliere Ianni in una posizione opposta a quella in cui esso si trovava al momento delle elezioni comunali, nelle quali si era schierato al fianco del centrodestra. In seguito a ciò, lo schieramento di centrodestra nel Consiglio Comunale di Sestri Levante, che, come detto, in seguito al voto dell’aprile 2008 aveva ottenuto 4 consiglieri, oggi, a causa delle scelte ondivaghe e contraddittorie dell’Unione di Centro, rischia di vedere falsato il risultato elettorale di due anni fa.
Ma non è soltanto una questione partitica: è innanzitutto una questione di rispetto della volontà popolare e quindi della democrazia. La domanda sorge spontanea: il consigliere Ianni, che ha ricevuto dai cittadini di Sestri il mandato di fare opposizione alla Giunta Lavarello, pensa di poter portare avanti tale mandato di opposizione dopo che il suo attuale partito e i suoi massimi dirigenti hanno siglato un ampio patto politico regionale col centrosinistra, cioè con lo stesso schieramento a cui appartiene il sindaco di Sestri Levante? E non ritiene quantomeno anomalo che il candidato alla presidenza della Regione che egli sostiene, il già Pci-Pds-Ds Claudio Burlando, sia lo stesso a cui stanno dando il loro appoggio il sindaco Lavarello e i partiti della maggioranza consiliare di Sestri, nonché i partiti dell’estrema sinistra che sono portatori di valori opposti a quelli che a parole dice di voler promuovere l’Udc?
A Ianni vorrei ricordare quanto dichiarò in Consiglio Comunale, l’11 luglio del 2007, il consigliere Massimo Bixio - anch’egli candidato sindaco del centrodestra alle elezioni del 2003 - nel momento in cui decise di intraprendere un altro percorso politico, che lo ha poi portato ad aderire al Partito Democratico e ad entrare nella Giunta Lavarello, come assessore alla viabilità, nel mandato amministrativo che ha preso il via nel 2008: “Ho deciso - disse Bixio - di dimettermi dalla mia carica di consigliere comunale perché non mi sento più di rappresentare quell’elettorato grazie al quale sono stato seduto in questi anni in questo Consiglio Comunale”. Ianni, fino al momento del suo passaggio all’Udc, ha più volte pubblicamente deprecato, con parole dure, il cambio di schieramento di Bixio. Sarebbe interessante sapere che cosa ne pensi oggi.
Gianteo Bordero
GIANTEO BORDERO
CAPOGRUPPO CONSILIARE DEL “POPOLO DELLA LIBERTÀ”
COMUNICATO STAMPA DEL 3 FEBBRAIO 2010
I numeri non sono opinabili. I risultati delle elezioni comunali a Sestri Levante dell’aprile 2008 parlano chiaro: l’Unione di Centro non avrebbe avuto diritto a un consigliere comunale. Se oggi l’Udc ha un rappresentante in Consiglio è soltanto per il passaggio al partito di Casini del consigliere Ianni, già candidato sindaco contro Lavarello, già fondatore a Sestri Levante del Circolo della Libertà berlusconiano, già tesserato di Forza Italia nonché membro del direttivo cittadino e del coordinamento provinciale del medesimo partito.
E allora vediamoli, questi numeri. Le liste che nel 2008 sostenevano Ianni, allora candidato sindaco del centrodestra, ottennero i seguenti risultati alle amministrative di aprile: il Popolo della Libertà conquistò 1.813 voti, pari al 16,6%; la Lega Nord 435 voti, pari al 4%; l’Udc 387 voti, pari al 3,5%. I conti, sulla base della legge elettorale comunale vigente, sono presto fatti: al centrodestra spettano 4 consiglieri: uno è il candidato sindaco sconfitto al ballottaggio, che entra come espressione di tutta la coalizione, mentre gli altri 3, secondo il metodo di assegnazione previsto dalla legge, vanno al Pdl. Nel caso di ipotetiche dimissioni del candidato sindaco sconfitto, la legge prevede che il posto vacante venga assegnato alla coalizione che lo ha sostenuto e, in particolare, al partito della coalizione che ne ha diritto: numeri alla mano, tale seggio andrebbe non all’Udc, ma ancora una volta al Popolo della Libertà.
Ora, si dà il caso che il recente accordo su base regionale tra l’Unione di Centro e il candidato della sinistra alla presidenza della Liguria collochi il partito a cui oggi appartiene il consigliere Ianni in una posizione opposta a quella in cui esso si trovava al momento delle elezioni comunali, nelle quali si era schierato al fianco del centrodestra. In seguito a ciò, lo schieramento di centrodestra nel Consiglio Comunale di Sestri Levante, che, come detto, in seguito al voto dell’aprile 2008 aveva ottenuto 4 consiglieri, oggi, a causa delle scelte ondivaghe e contraddittorie dell’Unione di Centro, rischia di vedere falsato il risultato elettorale di due anni fa.
Ma non è soltanto una questione partitica: è innanzitutto una questione di rispetto della volontà popolare e quindi della democrazia. La domanda sorge spontanea: il consigliere Ianni, che ha ricevuto dai cittadini di Sestri il mandato di fare opposizione alla Giunta Lavarello, pensa di poter portare avanti tale mandato di opposizione dopo che il suo attuale partito e i suoi massimi dirigenti hanno siglato un ampio patto politico regionale col centrosinistra, cioè con lo stesso schieramento a cui appartiene il sindaco di Sestri Levante? E non ritiene quantomeno anomalo che il candidato alla presidenza della Regione che egli sostiene, il già Pci-Pds-Ds Claudio Burlando, sia lo stesso a cui stanno dando il loro appoggio il sindaco Lavarello e i partiti della maggioranza consiliare di Sestri, nonché i partiti dell’estrema sinistra che sono portatori di valori opposti a quelli che a parole dice di voler promuovere l’Udc?
A Ianni vorrei ricordare quanto dichiarò in Consiglio Comunale, l’11 luglio del 2007, il consigliere Massimo Bixio - anch’egli candidato sindaco del centrodestra alle elezioni del 2003 - nel momento in cui decise di intraprendere un altro percorso politico, che lo ha poi portato ad aderire al Partito Democratico e ad entrare nella Giunta Lavarello, come assessore alla viabilità, nel mandato amministrativo che ha preso il via nel 2008: “Ho deciso - disse Bixio - di dimettermi dalla mia carica di consigliere comunale perché non mi sento più di rappresentare quell’elettorato grazie al quale sono stato seduto in questi anni in questo Consiglio Comunale”. Ianni, fino al momento del suo passaggio all’Udc, ha più volte pubblicamente deprecato, con parole dure, il cambio di schieramento di Bixio. Sarebbe interessante sapere che cosa ne pensi oggi.
Gianteo Bordero
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domenica 6 dicembre 2009
IL PDL PRESENTA AL SENATO UN DISEGNO DI LEGGE SUI DIRITTI DEL CONCEPITO
da Ragionpolitica.it del 5 dicembre 2009
Il Popolo della Libertà rilancia sul tema del diritto alla vita, e lo fa depositando in Senato un disegno di legge che prevede la modifica dell'articolo 1 del Codice Civile. Tale articolo, nella sua formulazione attuale, stabilisce che «La capacità giuridica si acquista dal momento della nascita» e che «I diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all'evento della nascita». La proposta del Pdl, illustrata giovedì durante una conferenza stampa a cui hanno preso parte il presidente del gruppo a Palazzo Madama, Maurizio Gasparri, il vicepresidente vicario, Gaetano Quagliariello, la vicepresidente Laura Bianconi e il presidente del Movimento per la Vita, Carlo Casini, chiede che la norma del Codice Civile venga così modificata: «Ogni essere umano ha la capacità giuridica fin dal momento del concepimento» e «I diritti patrimoniali che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all'evento della nascita». Nella conferenza stampa di presentazione del ddl il presidente Gasparri ha affermato che si tratta di «un testo molto brave» ma di «una questione grande». Si chiede infatti di sancire nella legislazione italiana la capacità giuridica dell'embrione e quindi di riconoscere al concepito la titolarità dei diritti che ineriscono all'individuo in quanto persona.
Il disegno di legge del Pdl riprende un'analoga proposta legislativa di iniziativa popolare depositata alla Camera dei Deputati il 20 luglio 1995 dal Movimento per la Vita. Essa fu sottoscritta da 400 professori universitari di diritto, biologia e genetica e da 197 mila cittadini, e supportata da una petizione firmata da oltre 1 milione e 400 mila persone. Tale proposta, però, non fu discussa nel corso di quella legislatura (la dodicesima) e neppure in quella successiva. Venne poi ripresentata da molti deputati e senatori nel corso della quattordicesima legislatura, ma anche in quell'occasione non fu mai calendarizzata per la discussione. Da qui la scelta del gruppo del Popolo della Libertà a Palazzo Madama di riportarla all'attenzione delle Camere in un momento in cui i temi bioetici sono nuovamente divenuti centrali nel dibattito politico nazionale: basti pensare, da ultimo, alla controversa vicenda della commercializzazione della pillola abortiva RU486, che da molti viene considerata come lo strumento per introdurre in Italia l'aborto «fai-da-te». Sono tentativi - ha affermato durante la conferenza stampa Quagliariello - «di scardinare la legge 194 del 1978». Per questo - ha detto ancora - «per tenere salda la trincea bisogna fissarne una più avanzata... Altrimenti rischiamo la deriva».
Nella dettagliata relazione che accompagna il disegno di legge i proponenti fanno riferimento alla legislazione internazionale in materia, innanzitutto alla Convenzione universale sui diritti del fanciullo, approvata il 20 novembre 1989. Al nono punto del Preambolo, la Convenzione stabilisce che «Il fanciullo, a causa della sua immaturità, ha bisogno di una protezione speciale, anche giuridica, sia prima che dopo la nascita». Secondo questo importante documento - che ha trasformato in atto giuridicamente vincolante, per i 193 Stati che l'hanno ratificata, la precedente dichiarazione del 20 novembre 1959 - è quindi possibile applicare anche all'embrione e al feto umano la definizione di bambino. La relazione del Pdl sottolinea poi le «solide acquisizioni della moderna scienza biologica e genetica, secondo le quali la vita umana individuale inizia nel momento del concepimento» e cita numerosi pareri sullo Statuto dell'embrione espressi dal Comitato Nazionale di Bioetica, tutti concordi nell'affermare il «dovere morale di trattare l'embrione umano, fin dalla fecondazione, secondo i criteri di rispetto e tutela che si devono adottare nei confronti degli individui umani a cui si attribuisce comunemente la caratteristica di persone».
Per quanto riguarda la legislazione italiana, la relazione prende in esame l'articolo 22 della Costituzione, il quale stabilisce che «Nessuno può essere privato della capacità giuridica», non chiarendo poi se quel «nessuno» possa essere riferito anche al nascituro. Occorre quindi far riferimento all'articolo 1 del Codice Civile, proprio quello oggetto di richiesta di modifica da parte del Popolo della Libertà. In realtà - spiega la relazione allegata al disegno di legge - esiste già una norma che riconosce i diritti del concepito e lo considera come soggetto titolare di personalità giuridica, ma essa non possiede la medesima portata generale del Codice Civile: è l'articolo 1 della legge 40 del 2004 sulla fecondazione assistita, «che assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito». Perciò è opportuno - affermano i presentatori del ddl - «rinforzare e rendere esteso anche in ambiti diversi dalla procreazione medicalmente assistita il principio proclamato dalla legge 40».
Ma quali sono le ricadute che l'approvazione del ddl in questione avrebbe, in particolare per ciò che riguarda la legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza? Secondo i senatori del Pdl, coloro che affermano che il disegno di legge sarebbe in contrasto con la vigente normativa sull'aborto partono da un'interpretazione della 194 «assolutamente inaccettabile»: quella per cui la base della legge «sarebbe la negazione dell'identità umana del concepito». E' questa lettura forzata della 194 che ha portato - spiegano - a porre l'accento, in tutti questi anni, soltanto sulla donna, ignorando totalmente «gli interessi e i diritti del concepito». In realtà la legge del 1978, già a partire dall'articolo 1, stabilisce che lo Stato «tutela la vita umana dal suo inizio», che «l'interruzione volontaria della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite» e che «lo Stato, le Regioni e gli Enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l'aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite». In tal senso - affermano i proponenti - il riconoscimento formale della soggettività giuridica del concepito, prevista dal ddl, «è anche un modo per motivare meglio il coraggio delle madri, dei padri e delle famiglie, nonché l'impegno della società in ogni sua articolazione per rimuovere le difficoltà che potrebbero orientare una donna verso l'interruzione volontaria di gravidanza», come espressamente previsto dall'articolo 5 della stessa legge 194. Che non dev'essere abrogata, ma applicata nella sua interezza - cosa che, fino ad oggi, spesso non è avvenuta. E' in questa direzione che muove il disegno di legge del Popolo della Libertà.
Gianteo Bordero
Il Popolo della Libertà rilancia sul tema del diritto alla vita, e lo fa depositando in Senato un disegno di legge che prevede la modifica dell'articolo 1 del Codice Civile. Tale articolo, nella sua formulazione attuale, stabilisce che «La capacità giuridica si acquista dal momento della nascita» e che «I diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all'evento della nascita». La proposta del Pdl, illustrata giovedì durante una conferenza stampa a cui hanno preso parte il presidente del gruppo a Palazzo Madama, Maurizio Gasparri, il vicepresidente vicario, Gaetano Quagliariello, la vicepresidente Laura Bianconi e il presidente del Movimento per la Vita, Carlo Casini, chiede che la norma del Codice Civile venga così modificata: «Ogni essere umano ha la capacità giuridica fin dal momento del concepimento» e «I diritti patrimoniali che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all'evento della nascita». Nella conferenza stampa di presentazione del ddl il presidente Gasparri ha affermato che si tratta di «un testo molto brave» ma di «una questione grande». Si chiede infatti di sancire nella legislazione italiana la capacità giuridica dell'embrione e quindi di riconoscere al concepito la titolarità dei diritti che ineriscono all'individuo in quanto persona.
Il disegno di legge del Pdl riprende un'analoga proposta legislativa di iniziativa popolare depositata alla Camera dei Deputati il 20 luglio 1995 dal Movimento per la Vita. Essa fu sottoscritta da 400 professori universitari di diritto, biologia e genetica e da 197 mila cittadini, e supportata da una petizione firmata da oltre 1 milione e 400 mila persone. Tale proposta, però, non fu discussa nel corso di quella legislatura (la dodicesima) e neppure in quella successiva. Venne poi ripresentata da molti deputati e senatori nel corso della quattordicesima legislatura, ma anche in quell'occasione non fu mai calendarizzata per la discussione. Da qui la scelta del gruppo del Popolo della Libertà a Palazzo Madama di riportarla all'attenzione delle Camere in un momento in cui i temi bioetici sono nuovamente divenuti centrali nel dibattito politico nazionale: basti pensare, da ultimo, alla controversa vicenda della commercializzazione della pillola abortiva RU486, che da molti viene considerata come lo strumento per introdurre in Italia l'aborto «fai-da-te». Sono tentativi - ha affermato durante la conferenza stampa Quagliariello - «di scardinare la legge 194 del 1978». Per questo - ha detto ancora - «per tenere salda la trincea bisogna fissarne una più avanzata... Altrimenti rischiamo la deriva».
Nella dettagliata relazione che accompagna il disegno di legge i proponenti fanno riferimento alla legislazione internazionale in materia, innanzitutto alla Convenzione universale sui diritti del fanciullo, approvata il 20 novembre 1989. Al nono punto del Preambolo, la Convenzione stabilisce che «Il fanciullo, a causa della sua immaturità, ha bisogno di una protezione speciale, anche giuridica, sia prima che dopo la nascita». Secondo questo importante documento - che ha trasformato in atto giuridicamente vincolante, per i 193 Stati che l'hanno ratificata, la precedente dichiarazione del 20 novembre 1959 - è quindi possibile applicare anche all'embrione e al feto umano la definizione di bambino. La relazione del Pdl sottolinea poi le «solide acquisizioni della moderna scienza biologica e genetica, secondo le quali la vita umana individuale inizia nel momento del concepimento» e cita numerosi pareri sullo Statuto dell'embrione espressi dal Comitato Nazionale di Bioetica, tutti concordi nell'affermare il «dovere morale di trattare l'embrione umano, fin dalla fecondazione, secondo i criteri di rispetto e tutela che si devono adottare nei confronti degli individui umani a cui si attribuisce comunemente la caratteristica di persone».
Per quanto riguarda la legislazione italiana, la relazione prende in esame l'articolo 22 della Costituzione, il quale stabilisce che «Nessuno può essere privato della capacità giuridica», non chiarendo poi se quel «nessuno» possa essere riferito anche al nascituro. Occorre quindi far riferimento all'articolo 1 del Codice Civile, proprio quello oggetto di richiesta di modifica da parte del Popolo della Libertà. In realtà - spiega la relazione allegata al disegno di legge - esiste già una norma che riconosce i diritti del concepito e lo considera come soggetto titolare di personalità giuridica, ma essa non possiede la medesima portata generale del Codice Civile: è l'articolo 1 della legge 40 del 2004 sulla fecondazione assistita, «che assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito». Perciò è opportuno - affermano i presentatori del ddl - «rinforzare e rendere esteso anche in ambiti diversi dalla procreazione medicalmente assistita il principio proclamato dalla legge 40».
Ma quali sono le ricadute che l'approvazione del ddl in questione avrebbe, in particolare per ciò che riguarda la legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza? Secondo i senatori del Pdl, coloro che affermano che il disegno di legge sarebbe in contrasto con la vigente normativa sull'aborto partono da un'interpretazione della 194 «assolutamente inaccettabile»: quella per cui la base della legge «sarebbe la negazione dell'identità umana del concepito». E' questa lettura forzata della 194 che ha portato - spiegano - a porre l'accento, in tutti questi anni, soltanto sulla donna, ignorando totalmente «gli interessi e i diritti del concepito». In realtà la legge del 1978, già a partire dall'articolo 1, stabilisce che lo Stato «tutela la vita umana dal suo inizio», che «l'interruzione volontaria della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite» e che «lo Stato, le Regioni e gli Enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l'aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite». In tal senso - affermano i proponenti - il riconoscimento formale della soggettività giuridica del concepito, prevista dal ddl, «è anche un modo per motivare meglio il coraggio delle madri, dei padri e delle famiglie, nonché l'impegno della società in ogni sua articolazione per rimuovere le difficoltà che potrebbero orientare una donna verso l'interruzione volontaria di gravidanza», come espressamente previsto dall'articolo 5 della stessa legge 194. Che non dev'essere abrogata, ma applicata nella sua interezza - cosa che, fino ad oggi, spesso non è avvenuta. E' in questa direzione che muove il disegno di legge del Popolo della Libertà.
Gianteo Bordero
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giovedì 3 dicembre 2009
IL CONSENSO DEL POPOLO
da Ragionpolitica.it del 3 dicembre 2009
Solo 24 cittadini italiani su 100 considerano l'attuale opposizione una valida alternativa al governo in carica. E' quanto emerge da un sondaggio IPSOS pubblicato giovedì su Il Sole 24 Ore. Sono numeri simili a quelli del tasso di fiducia nel governo Prodi nei mesi che precedettero il patatrac del gennaio 2008. In quasi due anni, quindi, sembra che poco o nulla sia cambiato nella considerazione dell'elettorato nei confronti della sinistra: un disastro quando era al governo, un disastro ora che è all'opposizione. Forse è anche per questo che, di fatto, tutta la dialettica politica non avviene più lungo l'asse destra-sinistra, bensì si svolge all'interno di un solo schieramento: da destra a destra. Tanto che anche molte posizioni un tempo rappresentate dalla gauche nostrana sono ormai divenute, non di rado, patrimonio del centrodestra, che le ha rielaborate in chiave post-ideologica e le ha rese nuovamente servibili per la definizione di una efficace politica di governo (basti pensare alle misure sociali messe in campo dal Berlusconi IV in questo anno di crisi economica).
A conferma di questa nuova dinamica politica vi sono altri numeri che emergono dal sondaggio dell'IPSOS: il 36% degli operai, ad esempio, afferma di votare per il Pdl. Il partito di maggioranza diventa così, a tutti gli effetti, un vero partito del popolo, mettendo definitivamente una pietra tombale sul vecchio dogma dell'operaio che vota a sinistra. Perché la sinistra ha abbandonato la classe operaria e la classe operaia è andata con Berlusconi.
Ma se le cose stanno in questo modo non è soltanto per demerito della sinistra, ma anche e forse soprattutto per merito di Berlusconi e dei suoi alleati, che hanno saputo interpretare i nuovi bisogni della società italiana in una prospettiva di realismo politico che ha consentito loro di «sfondare» in settori dell'elettorato un tempo considerati appannaggio esclusivo della gauche. Mentre la sinistra, negli ultimi 15 anni, ha pensato soltanto al modo migliore per disarcionare il Cavaliere e farlo fuori dalla scena pubblica, il leader del centrodestra ha continuato a macinare politica, a parlare dei problemi della gente, a elaborare idee per ripresentarsi di fronte ai cittadini con proposte di buon senso per il governo del paese. E oggi la storia e i numeri gli danno ragione.
Sono dunque saltati i vecchi schemi destra-sinistra, o almeno sono saltati nella declinazione che ad essi è sempre stata data fino al 1994. Per questo coloro che oggi ipotizzano strane alchimie contabili e nuove geometrie variabili per immaginare maggioranze diverse da quella attuale non soltanto non hanno dalla loro parte i numeri, ma soprattutto mostrano di non aver compreso come e quanto sono cambiati gli italiani e l'Italia negli ultimi tre lustri. E' un modo di ragionare che è destinato inesorabilmente a produrre sconfitte su sconfitte chissà per quanto tempo ancora, perché non fa i conti col popolo e con la realtà del paese. Il contrario di quanto stanno facendo il governo Berlusconi e il Popolo della Libertà, come confermato dai risultati del sondaggio IPSOS: dopo la più pesante crisi economica degli ultimi decenni, dopo gli attacchi quotidiani ricevuti da giornali e tv, dopo le campagne di delegittimazione morale a mezzo gossip, dopo le immancabili inchieste della magistratura, l'esecutivo e il Pdl conservano ancora un solido consenso popolare, che rappresenta la miglior garanzia e il maggior sprone per proseguire speditamente e senza indugi e tentennamenti nel cammino intrapreso il 13 aprile 2008. Avanti, Popolo!
Gianteo Bordero
Solo 24 cittadini italiani su 100 considerano l'attuale opposizione una valida alternativa al governo in carica. E' quanto emerge da un sondaggio IPSOS pubblicato giovedì su Il Sole 24 Ore. Sono numeri simili a quelli del tasso di fiducia nel governo Prodi nei mesi che precedettero il patatrac del gennaio 2008. In quasi due anni, quindi, sembra che poco o nulla sia cambiato nella considerazione dell'elettorato nei confronti della sinistra: un disastro quando era al governo, un disastro ora che è all'opposizione. Forse è anche per questo che, di fatto, tutta la dialettica politica non avviene più lungo l'asse destra-sinistra, bensì si svolge all'interno di un solo schieramento: da destra a destra. Tanto che anche molte posizioni un tempo rappresentate dalla gauche nostrana sono ormai divenute, non di rado, patrimonio del centrodestra, che le ha rielaborate in chiave post-ideologica e le ha rese nuovamente servibili per la definizione di una efficace politica di governo (basti pensare alle misure sociali messe in campo dal Berlusconi IV in questo anno di crisi economica).
A conferma di questa nuova dinamica politica vi sono altri numeri che emergono dal sondaggio dell'IPSOS: il 36% degli operai, ad esempio, afferma di votare per il Pdl. Il partito di maggioranza diventa così, a tutti gli effetti, un vero partito del popolo, mettendo definitivamente una pietra tombale sul vecchio dogma dell'operaio che vota a sinistra. Perché la sinistra ha abbandonato la classe operaria e la classe operaia è andata con Berlusconi.
Ma se le cose stanno in questo modo non è soltanto per demerito della sinistra, ma anche e forse soprattutto per merito di Berlusconi e dei suoi alleati, che hanno saputo interpretare i nuovi bisogni della società italiana in una prospettiva di realismo politico che ha consentito loro di «sfondare» in settori dell'elettorato un tempo considerati appannaggio esclusivo della gauche. Mentre la sinistra, negli ultimi 15 anni, ha pensato soltanto al modo migliore per disarcionare il Cavaliere e farlo fuori dalla scena pubblica, il leader del centrodestra ha continuato a macinare politica, a parlare dei problemi della gente, a elaborare idee per ripresentarsi di fronte ai cittadini con proposte di buon senso per il governo del paese. E oggi la storia e i numeri gli danno ragione.
Sono dunque saltati i vecchi schemi destra-sinistra, o almeno sono saltati nella declinazione che ad essi è sempre stata data fino al 1994. Per questo coloro che oggi ipotizzano strane alchimie contabili e nuove geometrie variabili per immaginare maggioranze diverse da quella attuale non soltanto non hanno dalla loro parte i numeri, ma soprattutto mostrano di non aver compreso come e quanto sono cambiati gli italiani e l'Italia negli ultimi tre lustri. E' un modo di ragionare che è destinato inesorabilmente a produrre sconfitte su sconfitte chissà per quanto tempo ancora, perché non fa i conti col popolo e con la realtà del paese. Il contrario di quanto stanno facendo il governo Berlusconi e il Popolo della Libertà, come confermato dai risultati del sondaggio IPSOS: dopo la più pesante crisi economica degli ultimi decenni, dopo gli attacchi quotidiani ricevuti da giornali e tv, dopo le campagne di delegittimazione morale a mezzo gossip, dopo le immancabili inchieste della magistratura, l'esecutivo e il Pdl conservano ancora un solido consenso popolare, che rappresenta la miglior garanzia e il maggior sprone per proseguire speditamente e senza indugi e tentennamenti nel cammino intrapreso il 13 aprile 2008. Avanti, Popolo!
Gianteo Bordero
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sabato 28 novembre 2009
UNO SNODO POLITICO DECISIVO
da Ragionpolitica.it del 28 novembre 2009
Ammettiamo - ma non concediamo - per un istante che sulla questione della magistratura italiana Silvio Berlusconi esageri, in quanto direttamente coinvolto nelle inchieste. Ammettiamo - e non concediamo - che anche il Popolo della Libertà esageri, in quanto arroccato nella difesa del suo leader. Che cosa dovremmo dire, allora, del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che venerdì ha dichiarato che «quanti appartengono all'istituzione preposta all'esercizio della giurisdizione debbono attenersi rigorosamente allo svolgimento di tale funzione» e che «nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del parlamento, in quanto poggi sulla coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini-elettori il consenso necessario per governare»? Se usassimo lo stesso metro di giudizio utilizzato dalla sinistra forcaiola e giustizialista, dovremmo dedurne che anche il capo dello Stato è stato colto da allucinazioni ed è rimasto vittima della «sindrome di Berlusconi», cioè di quel pericoloso virus che porta a mettere in dubbio il dogma della sacralità e dell'infallibilità della magistratura...
La verità è un'altra, ed è che chiunque non abbia la mente offuscata dalla furia ideologica del giacobinismo può benissimo constatare senza troppi sforzi come oggi, nel nostro paese, alcuni giudici e pubblici ministeri tentino non di rado di trasformarsi in soggetti politicamente attivi e di decidere così le sorti delle istituzioni democraticamente elette dal popolo. Tale tentativo, in realtà, non nasce ora come un fungo: esso si protrae in maniera evidente dagli inizi degli anni Novanta, cioè da quando, nella crisi dei partiti democratici della Prima Repubblica, la magistratura pensò di poter assumere il ruolo di arbitro (non imparziale) della vita politica, mandando al macero un'intera classe dirigente e preparando il terreno per un nuovo assetto di potere nel quale l'ultima parola spettasse a quello che è stato chiamato «partito dei giudici»: un contenitore che raccogliesse i graziati dalle inchieste di Mani Pulite, il partito postcomunista, pezzi delle élites economiche e culturali che avevano sostenuto a spada tratta l'azione delle toghe milanesi, il «popolo dei fax», alcuni pubblici ministeri passati alla politica. Tale partito sarebbe stato l'unico legittimato a governare grazie al beneplacito delle Procure e sotto la loro protezione.
Se questo progetto non andò in porto fu soltanto grazie alla decisione di Berlusconi di entrare nell'agone politico e alla vittoria del centrodestra alle elezioni del marzo 1994. Nonostante ciò, quello che Lino Jannuzzi ha definito il «disegno di potere» di certa magistratura non fu accantonato. Tant'è vero che fu proprio Berlusconi, dopo la sua «discesa in campo», ad essere preso di mira dagli inquirenti, con una costanza e una regolarità che si protraggono ormai da quindici anni, a partire dal clamoroso avviso di garanzia a mezzo stampa del novembre del '94, mentre il Cavaliere presiedeva un importante summit internazionale sulla criminalità. Da allora per il leader del centrodestra è stato un susseguirsi di accuse di ogni genere, sospetti, perquisizioni, inchieste, processi, da cui egli è sempre uscito a testa alta, senza nemmeno una condanna una. Eppure il tentativo continua. Anzi, negli ultimi mesi esso si è intensificato, tanto più dopo la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale.
Solo gli immarcescibili pasdaran dell'antiberlusconismo, i giustizialisti in servizio effettivo permanente, gli eterni nostalgici di Mani Pulite, i dipietristi d'assalto e i micromeghisti bigotti possono oggi negare che esista un accanimento giudiziario nei confronti del presidente del Consiglio. Chi non è accecato dall'odio viscerale per il Cavaliere sa come stanno le cose, e la stragrande maggioranza degli italiani ha ormai compreso - ed è qui la grande differenza tra i tempi attuali e gli anni di Tangentopoli, quando l'onda emotiva suscitata dai processi e il battage mediatico di glorificazione delle gesta del pool di Milano avevano creato attorno ai magistrati un consenso popolare molto diffuso - che parlare di persecuzione giudiziaria ai danni di Berlusconi non è dire una bestemmia, ma prendere atto di una realtà.
In questo contesto ben vengano le parole di Napolitano, che hanno il merito di porre la presidenza della Repubblica in una posizione ben diversa da quella che essa invece assunse, con Oscar Luigi Scalfaro, dapprima nel periodo di Tangentopoli e poi nei confronti di Berlusconi nei suoi primi anni di attività politica. Il messaggio che oggi proviene dal capo dello Stato è chiaro: se qualcuno cercasse al Quirinale una sponda per abbattere il governo e far fuori dalla scena politica il presidente del Consiglio ha sbagliato indirizzo. Ciò offre alla maggioranza uno spazio di manovra reale per poter portare avanti una riforma che miri alla «definizione di corretti equilibri tra politica e giustizia», per riprendere un'espressione usata dallo stesso Napolitano e contenuta anche nel comunicato diffuso al termine dell'Ufficio di presidenza del Popolo della Libertà, riunitosi giovedì a Roma: «La democrazia si fonda su un corretto e giusto equilibrio fra i diversi poteri e ordini dello Stato». E' dentro a questo snodo decisivo per la tenuta del nostro sistema istituzionale che va inquadrata la questione della difesa di Berlusconi da un'offensiva giudiziaria che mette sulla graticola non soltanto un premier, ma la stessa vita democratica della Repubblica.
Gianteo Bordero
Ammettiamo - ma non concediamo - per un istante che sulla questione della magistratura italiana Silvio Berlusconi esageri, in quanto direttamente coinvolto nelle inchieste. Ammettiamo - e non concediamo - che anche il Popolo della Libertà esageri, in quanto arroccato nella difesa del suo leader. Che cosa dovremmo dire, allora, del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che venerdì ha dichiarato che «quanti appartengono all'istituzione preposta all'esercizio della giurisdizione debbono attenersi rigorosamente allo svolgimento di tale funzione» e che «nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del parlamento, in quanto poggi sulla coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini-elettori il consenso necessario per governare»? Se usassimo lo stesso metro di giudizio utilizzato dalla sinistra forcaiola e giustizialista, dovremmo dedurne che anche il capo dello Stato è stato colto da allucinazioni ed è rimasto vittima della «sindrome di Berlusconi», cioè di quel pericoloso virus che porta a mettere in dubbio il dogma della sacralità e dell'infallibilità della magistratura...
La verità è un'altra, ed è che chiunque non abbia la mente offuscata dalla furia ideologica del giacobinismo può benissimo constatare senza troppi sforzi come oggi, nel nostro paese, alcuni giudici e pubblici ministeri tentino non di rado di trasformarsi in soggetti politicamente attivi e di decidere così le sorti delle istituzioni democraticamente elette dal popolo. Tale tentativo, in realtà, non nasce ora come un fungo: esso si protrae in maniera evidente dagli inizi degli anni Novanta, cioè da quando, nella crisi dei partiti democratici della Prima Repubblica, la magistratura pensò di poter assumere il ruolo di arbitro (non imparziale) della vita politica, mandando al macero un'intera classe dirigente e preparando il terreno per un nuovo assetto di potere nel quale l'ultima parola spettasse a quello che è stato chiamato «partito dei giudici»: un contenitore che raccogliesse i graziati dalle inchieste di Mani Pulite, il partito postcomunista, pezzi delle élites economiche e culturali che avevano sostenuto a spada tratta l'azione delle toghe milanesi, il «popolo dei fax», alcuni pubblici ministeri passati alla politica. Tale partito sarebbe stato l'unico legittimato a governare grazie al beneplacito delle Procure e sotto la loro protezione.
Se questo progetto non andò in porto fu soltanto grazie alla decisione di Berlusconi di entrare nell'agone politico e alla vittoria del centrodestra alle elezioni del marzo 1994. Nonostante ciò, quello che Lino Jannuzzi ha definito il «disegno di potere» di certa magistratura non fu accantonato. Tant'è vero che fu proprio Berlusconi, dopo la sua «discesa in campo», ad essere preso di mira dagli inquirenti, con una costanza e una regolarità che si protraggono ormai da quindici anni, a partire dal clamoroso avviso di garanzia a mezzo stampa del novembre del '94, mentre il Cavaliere presiedeva un importante summit internazionale sulla criminalità. Da allora per il leader del centrodestra è stato un susseguirsi di accuse di ogni genere, sospetti, perquisizioni, inchieste, processi, da cui egli è sempre uscito a testa alta, senza nemmeno una condanna una. Eppure il tentativo continua. Anzi, negli ultimi mesi esso si è intensificato, tanto più dopo la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale.
Solo gli immarcescibili pasdaran dell'antiberlusconismo, i giustizialisti in servizio effettivo permanente, gli eterni nostalgici di Mani Pulite, i dipietristi d'assalto e i micromeghisti bigotti possono oggi negare che esista un accanimento giudiziario nei confronti del presidente del Consiglio. Chi non è accecato dall'odio viscerale per il Cavaliere sa come stanno le cose, e la stragrande maggioranza degli italiani ha ormai compreso - ed è qui la grande differenza tra i tempi attuali e gli anni di Tangentopoli, quando l'onda emotiva suscitata dai processi e il battage mediatico di glorificazione delle gesta del pool di Milano avevano creato attorno ai magistrati un consenso popolare molto diffuso - che parlare di persecuzione giudiziaria ai danni di Berlusconi non è dire una bestemmia, ma prendere atto di una realtà.
In questo contesto ben vengano le parole di Napolitano, che hanno il merito di porre la presidenza della Repubblica in una posizione ben diversa da quella che essa invece assunse, con Oscar Luigi Scalfaro, dapprima nel periodo di Tangentopoli e poi nei confronti di Berlusconi nei suoi primi anni di attività politica. Il messaggio che oggi proviene dal capo dello Stato è chiaro: se qualcuno cercasse al Quirinale una sponda per abbattere il governo e far fuori dalla scena politica il presidente del Consiglio ha sbagliato indirizzo. Ciò offre alla maggioranza uno spazio di manovra reale per poter portare avanti una riforma che miri alla «definizione di corretti equilibri tra politica e giustizia», per riprendere un'espressione usata dallo stesso Napolitano e contenuta anche nel comunicato diffuso al termine dell'Ufficio di presidenza del Popolo della Libertà, riunitosi giovedì a Roma: «La democrazia si fonda su un corretto e giusto equilibrio fra i diversi poteri e ordini dello Stato». E' dentro a questo snodo decisivo per la tenuta del nostro sistema istituzionale che va inquadrata la questione della difesa di Berlusconi da un'offensiva giudiziaria che mette sulla graticola non soltanto un premier, ma la stessa vita democratica della Repubblica.
Gianteo Bordero
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giovedì 29 ottobre 2009
DALLA CAMERA IL PRIMO SÌ AL «GIORNO DELLA MEMORIA DEI CADUTI IN MISSIONI INTERNAZIONALI»
da Ragionpolitica.it del 29 ottobre 2009
Martedì è arrivato dalla Camera dei Deputati il primo sì al progetto di legge che istituisce il «Giorno della memoria delle vittime di Nassiriya e di tutti i militari e civili italiani caduti in missioni internazionali». I voti favorevoli sono stati 492, 22 gli astenuti. Il testo votato a Montecitorio fissa quale data per la celebrazione del ricordo il 12 novembre, anniversario della strage di Nassiriya del 2003, nella quale, in seguito all'attentato suicida condotto dai terroristi islamici, persero la vita dodici carabinieri e cinque soldati dell'esercito impegnati nell'Operazione «Antica Babilonia», oltre che due civili di una troupe sul posto per girare un documentario. La legge prevede che, in occasione della ricorrenza, «le amministrazioni pubbliche possono organizzare cerimonie commemorative e celebrative e possono favorire, in particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, la promozione e l'organizzazione di studi, di convegni e di momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione su quanto accaduto e sul valore del sacrificio dei caduti nelle missioni internazionali per la pace».
Quella assunta dalla Camera è una decisione che riveste due importanti significati: il primo è quello che riguarda il dovere della memoria, del necessario ricordo di tutti coloro che, impegnati nelle missioni internazioni di peace-keeping, sono morti sotto i colpi del terrorismo: giovani che hanno servito la nazione fino all'estremo sacrificio della vita; soldati che, oltre ad una elevata professionalità ormai riconosciuta dai maggiori partner internazionali dell'Italia, possedevano un altrettanto elevato senso di umanità che consentiva loro di essere visti dalle popolazioni locali non come nemici e invasori, ma come amici e liberatori. Un dato, quest'ultimo, che ci deve ancora oggi far tenere bene in mente la carica di odio e di disprezzo totale della vita che è insita nel fondamentalismo islamico, in qualsiasi Stato e a qualunque latitudine esso tenti di portare a compimento i suoi disegni di distruzione della civiltà. «Distruggere per distruggere - osservava Gianni Baget Bozzo nel settembre 2003 - è la tecnica politica del nichilismo, e il terrorismo islamico lo manifesta con grande chiarezza».
Il secondo significato insito nel testo approvato a Montecitorio è quello culturale ed educativo: sollecitare l'organizzazione di momenti di studio e approfondimento nelle scuole vuol dire favorire l'affermazione di un rinnovato sentimento di appartenenza alla patria, con tutto ciò che esso comporta in termini di conoscenza della nostra identità, della nostra storia, dei valori che stanno alla base della nostra civiltà. Che ciò avvenga proprio attraverso un Giorno del ricordo dei nostri militari caduti nelle missioni internazionali può rappresentare un punto di svolta dopo i lunghi decenni della demonizzazione della figura del soldato, punta dell'iceberg di una più vasta operazione di delegittimazione del concetto stesso di patria e di contestuale esaltazione di un pacifismo «politicamente corretto» che di certo non ha contribuito a far crescere nei giovani l'amore per la nazione e l'orgoglio dell'essere italiani.
Da questo punto di vista, non è casuale che l'iniziativa legislativa per istituire il Giorno della memoria provenga dalla coalizione di centrodestra e dal governo Berlusconi, ossia da chi, in questi ultimi anni, in particolar modo a partire dall'11 settembre 2001, ha fatto della difesa della civiltà occidentale e della promozione dei valori di libertà e democrazia il cardine della sua politica estera. Una politica dell'impegno al fianco dell'Occidente, contrapposta a quella del disimpegno praticata dai governi della sinistra, in particolare dal governo Prodi. Che la cultura dell'identità italiana e dell'appartenenza alla civiltà occidentale si possa oggi diffondere, anche grazie al Giorno della memoria, nelle scuole della Penisola è un altro contributo importante che il centrodestra dà alla nascita di un nuovo sentimento nazionale, più che mai necessario in tempi difficili come quelli che stiamo attraversando.
Gianteo Bordero
Martedì è arrivato dalla Camera dei Deputati il primo sì al progetto di legge che istituisce il «Giorno della memoria delle vittime di Nassiriya e di tutti i militari e civili italiani caduti in missioni internazionali». I voti favorevoli sono stati 492, 22 gli astenuti. Il testo votato a Montecitorio fissa quale data per la celebrazione del ricordo il 12 novembre, anniversario della strage di Nassiriya del 2003, nella quale, in seguito all'attentato suicida condotto dai terroristi islamici, persero la vita dodici carabinieri e cinque soldati dell'esercito impegnati nell'Operazione «Antica Babilonia», oltre che due civili di una troupe sul posto per girare un documentario. La legge prevede che, in occasione della ricorrenza, «le amministrazioni pubbliche possono organizzare cerimonie commemorative e celebrative e possono favorire, in particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, la promozione e l'organizzazione di studi, di convegni e di momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione su quanto accaduto e sul valore del sacrificio dei caduti nelle missioni internazionali per la pace».
Quella assunta dalla Camera è una decisione che riveste due importanti significati: il primo è quello che riguarda il dovere della memoria, del necessario ricordo di tutti coloro che, impegnati nelle missioni internazioni di peace-keeping, sono morti sotto i colpi del terrorismo: giovani che hanno servito la nazione fino all'estremo sacrificio della vita; soldati che, oltre ad una elevata professionalità ormai riconosciuta dai maggiori partner internazionali dell'Italia, possedevano un altrettanto elevato senso di umanità che consentiva loro di essere visti dalle popolazioni locali non come nemici e invasori, ma come amici e liberatori. Un dato, quest'ultimo, che ci deve ancora oggi far tenere bene in mente la carica di odio e di disprezzo totale della vita che è insita nel fondamentalismo islamico, in qualsiasi Stato e a qualunque latitudine esso tenti di portare a compimento i suoi disegni di distruzione della civiltà. «Distruggere per distruggere - osservava Gianni Baget Bozzo nel settembre 2003 - è la tecnica politica del nichilismo, e il terrorismo islamico lo manifesta con grande chiarezza».
Il secondo significato insito nel testo approvato a Montecitorio è quello culturale ed educativo: sollecitare l'organizzazione di momenti di studio e approfondimento nelle scuole vuol dire favorire l'affermazione di un rinnovato sentimento di appartenenza alla patria, con tutto ciò che esso comporta in termini di conoscenza della nostra identità, della nostra storia, dei valori che stanno alla base della nostra civiltà. Che ciò avvenga proprio attraverso un Giorno del ricordo dei nostri militari caduti nelle missioni internazionali può rappresentare un punto di svolta dopo i lunghi decenni della demonizzazione della figura del soldato, punta dell'iceberg di una più vasta operazione di delegittimazione del concetto stesso di patria e di contestuale esaltazione di un pacifismo «politicamente corretto» che di certo non ha contribuito a far crescere nei giovani l'amore per la nazione e l'orgoglio dell'essere italiani.
Da questo punto di vista, non è casuale che l'iniziativa legislativa per istituire il Giorno della memoria provenga dalla coalizione di centrodestra e dal governo Berlusconi, ossia da chi, in questi ultimi anni, in particolar modo a partire dall'11 settembre 2001, ha fatto della difesa della civiltà occidentale e della promozione dei valori di libertà e democrazia il cardine della sua politica estera. Una politica dell'impegno al fianco dell'Occidente, contrapposta a quella del disimpegno praticata dai governi della sinistra, in particolare dal governo Prodi. Che la cultura dell'identità italiana e dell'appartenenza alla civiltà occidentale si possa oggi diffondere, anche grazie al Giorno della memoria, nelle scuole della Penisola è un altro contributo importante che il centrodestra dà alla nascita di un nuovo sentimento nazionale, più che mai necessario in tempi difficili come quelli che stiamo attraversando.
Gianteo Bordero
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giovedì 30 luglio 2009
PERPLESSITÀ E DELUSIONE PER IL PASSAGGIO DELL'ONOREVOLE MONDELLO DAL PDL ALL'UDC
COMUNICATO STAMPA DEL 30 LUGLIO 2009
Apprendo con sorpresa e delusione la notizia del passaggio dell’onorevole Gabriella Mondello dal Popolo della Libertà all’Unione di Centro. Una decisione che lascia perplesso chi, come me, ha aderito con entusiasmo al progetto politico di Silvio Berlusconi in Forza Italia prima e ora nel Popolo della Libertà, e che oggi vede il deputato del suo collegio (finché i collegi sono esistiti) abbandonare il partito nelle cui fila era stato eletto.
Pur rimanendo ferma l’assenza di vincolo di mandato, ossia la libertà di un parlamentare di iscriversi al gruppo ritenuto più confacente alle sue idee politiche, fa comunque specie la scelta di non proseguire il cammino nel partito grazie al quale si è divenuti rappresentanti degli italiani.
Penso che la mia delusione sarà condivisa, a Sestri Levante, da tutti coloro che hanno conosciuto la Gabriella Mondello fiera militante di Forza Italia e convinta sostenitrice di Silvio Berlusconi; da tutti coloro che hanno visto e vedono nella nascita del Popolo della Libertà non soltanto un passo in avanti nella direzione di un moderno bipolarismo di stampo europeo, ma anche la creazione di una vera casa dei moderati, la casa comune di chi si riconosce nei valori dei grandi partiti popolari che hanno fatto la storia dell’Italia e dell’Europa.
Gianteo Bordero
(Capogruppo del "Popolo della Libertà" nel Consiglio Comunale di Sestri Levante)
Apprendo con sorpresa e delusione la notizia del passaggio dell’onorevole Gabriella Mondello dal Popolo della Libertà all’Unione di Centro. Una decisione che lascia perplesso chi, come me, ha aderito con entusiasmo al progetto politico di Silvio Berlusconi in Forza Italia prima e ora nel Popolo della Libertà, e che oggi vede il deputato del suo collegio (finché i collegi sono esistiti) abbandonare il partito nelle cui fila era stato eletto.
Pur rimanendo ferma l’assenza di vincolo di mandato, ossia la libertà di un parlamentare di iscriversi al gruppo ritenuto più confacente alle sue idee politiche, fa comunque specie la scelta di non proseguire il cammino nel partito grazie al quale si è divenuti rappresentanti degli italiani.
Penso che la mia delusione sarà condivisa, a Sestri Levante, da tutti coloro che hanno conosciuto la Gabriella Mondello fiera militante di Forza Italia e convinta sostenitrice di Silvio Berlusconi; da tutti coloro che hanno visto e vedono nella nascita del Popolo della Libertà non soltanto un passo in avanti nella direzione di un moderno bipolarismo di stampo europeo, ma anche la creazione di una vera casa dei moderati, la casa comune di chi si riconosce nei valori dei grandi partiti popolari che hanno fatto la storia dell’Italia e dell’Europa.
Gianteo Bordero
(Capogruppo del "Popolo della Libertà" nel Consiglio Comunale di Sestri Levante)
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martedì 28 luglio 2009
L'IDENTITÀ DELLA NAZIONE
da Ragionpolitica.it del 28 luglio 2009
Festeggiare il 150° anniversario dell'Unità d'Italia non vuol dire soltanto organizzare eventi, mostre, convegni, ma significa anche e soprattutto rimettere al centro dell'attenzione la questione dell'identità nazionale, dell'essere patria, dell'appartenere ad una storia comune. Ridurre tutto il dibattito al problema del calendario delle iniziative e ai relativi finanziamenti significa restringere l'orizzonte al «fare» dimenticandosi dell'«essere», perdendo di vista, in ultima analisi, l'oggetto stesso delle celebrazioni. E' questo il senso dell'intervento (Il Giornale, 26 luglio) con cui il ministro dei Beni Culturali e coordinatore del Popolo della Libertà, Sandro Bondi, ha voluto prendere posizione nel dibattito innescato dall'articolo di Ernesto Galli della Loggia pubblicato sul Corriere della Sera il 20 luglio e intitolato «Noi italiani senza memoria», di cui ha già trattato su queste pagine Raffaele Iannuzzi, il 23 luglio.
Ciò che è prevalso in questo dibattito, accanto ad alcune analisi superficiali e ad altre improntate alla riproposizione di luoghi comuni sulle presunte colpe del «leghismo» nel processo di disgregazione della patria, è stato un pessimismo diffuso circa lo stato di salute del sentimento nazionale degli italiani, dediti - a detta dei più - a coltivare il proprio «orticello» senza curarsi dell'insieme, lasciando campo libero alle tendenze particolaristiche ed egoistiche. Un'analisi che, se da un lato contiene elementi di verità, dall'altro lato rischia - come si suol dire - di gettare via il bambino con l'acqua sporca, non cogliendo gli elementi che ancora oggi consentono di pronunciare la parola «Italia» non come un mero flatus vocis, ma come espressione di una realtà comune e condivisa.
Perciò il ministro Bondi ha sottolineato, nel suo intervento, che se per un verso occorre essere consapevoli «dei nodi insoluti che restano nella storia italiana dalla sua fondazione, tanto che l'identità degli italiani si fortifica per contrasti», per l'altro verso è necessario riconoscere che «nonostante i lai degli intellettuali, l'Italia comunque esiste... Esiste perché trova radici in ambiti prepolitici, come la lingua e il patrimonio culturale e spirituale che abbiamo alle spalle». Insomma, «questa identità è complessa e spesso si fonda per antinomie, ma non per questo è meno solida e non a caso permette da 150 anni che il patto sociale tra italiani ricchi e poveri, del nord e del sud, giovani e vecchi, colti e incolti, resista». Al di là di ogni pessimismo e di ogni disfattismo di maniera sui difetti degli italiani e sulle contraddizioni della loro storia, tutti sono chiamati a prendere atto che persiste, seppur spesso in maniera inconsapevole e non tematizzata, un sentimento d'appartenenza nazionale, l'orgoglio di fare parte di una storia che viene da lontano, la certezza della bontà dei valori che questa storia ci ha trasmesso. Lo abbiamo visto di recente, secondo Bondi, nel dopo-terremoto in Abruzzo, quando sono venuti e galla «segni concreti di un'appartenenza comunitaria a un determinato luogo», con una «solidarietà che spiega e rinnova più di qualunque dichiarazione il sentimento di unità nazionale».
Del resto, se oggi questo sentimento risulta talvolta affievolito, se la parola «patria» viene ritenuta da molti ormai inservibile, è perché negli ultimi decenni la storiografia di sinistra e non solo, in modo del tutto funzionale al mantenimento dell'assetto politico che aveva preso forma in Italia dopo la guerra civile e dopo la Liberazione (con la reciproca legittimazione di democristiani e comunisti imposta da Yalta), ha diffuso la vulgata secondo la quale parlare di nazione e di patria significava perpetrare i fantasmi del Ventennio fascista, e quindi significava minare nelle fondamenta i presupposti dell'arco costituzionale su cui si reggeva il sistema politico post-bellico. Come ha osservato Gianni Baget Bozzo su queste pagine nel gennaio 2007, è stato per merito della «discesa in campo» di Silvio Berlusconi e grazie alla sua decisione di chiamare il nuovo partito «Forza Italia» se il sentimento dell'identità nazionale ha potuto riemergere a un livello politico dopo lunghi anni nei quali esso era stato confinato a un livello privato, da tenere ben nascosto tra le quattro mura di casa: «Quando, nell'82, l'Italia vinse i Mondiali di Spagna, il tricolore si levò spontaneo in molte case e apparve da molti balconi, segno che qualcosa era rimasto di un sentimento che non si riduceva all'ideologia e ai partiti, ma che aveva carne e sangue. Proprio questo fatto indica come il sentimento della propria identità nazionale fosse così delegittimato in Italia da nascondersi dietro il pallone» (detto per inciso, queste parole mostrano chiaramente l'errore di coloro che imputano al Popolo della Libertà una scarsa attenzione al tema dell'identità nazionale).
Per tutti questi motivi il primo compito che spetta agli storici, agli intellettuali, ai politologi in questo frangente, in vista del 150° anniversario dell'Unità d'Italia, dovrebbe essere, secondo il ministro Bondi, quello di «individuare i simboli» dell'identità nazionale, al fine di giungere ad una «memoria condivisa». E' una sfida che va raccolta fino in fondo, mettendo da parte l'idea che bastino i convegni e una pioggia di fondi pubblici a onorare nel migliore dei modi la nostra amata patria.
Gianteo Bordero
Festeggiare il 150° anniversario dell'Unità d'Italia non vuol dire soltanto organizzare eventi, mostre, convegni, ma significa anche e soprattutto rimettere al centro dell'attenzione la questione dell'identità nazionale, dell'essere patria, dell'appartenere ad una storia comune. Ridurre tutto il dibattito al problema del calendario delle iniziative e ai relativi finanziamenti significa restringere l'orizzonte al «fare» dimenticandosi dell'«essere», perdendo di vista, in ultima analisi, l'oggetto stesso delle celebrazioni. E' questo il senso dell'intervento (Il Giornale, 26 luglio) con cui il ministro dei Beni Culturali e coordinatore del Popolo della Libertà, Sandro Bondi, ha voluto prendere posizione nel dibattito innescato dall'articolo di Ernesto Galli della Loggia pubblicato sul Corriere della Sera il 20 luglio e intitolato «Noi italiani senza memoria», di cui ha già trattato su queste pagine Raffaele Iannuzzi, il 23 luglio.
Ciò che è prevalso in questo dibattito, accanto ad alcune analisi superficiali e ad altre improntate alla riproposizione di luoghi comuni sulle presunte colpe del «leghismo» nel processo di disgregazione della patria, è stato un pessimismo diffuso circa lo stato di salute del sentimento nazionale degli italiani, dediti - a detta dei più - a coltivare il proprio «orticello» senza curarsi dell'insieme, lasciando campo libero alle tendenze particolaristiche ed egoistiche. Un'analisi che, se da un lato contiene elementi di verità, dall'altro lato rischia - come si suol dire - di gettare via il bambino con l'acqua sporca, non cogliendo gli elementi che ancora oggi consentono di pronunciare la parola «Italia» non come un mero flatus vocis, ma come espressione di una realtà comune e condivisa.
Perciò il ministro Bondi ha sottolineato, nel suo intervento, che se per un verso occorre essere consapevoli «dei nodi insoluti che restano nella storia italiana dalla sua fondazione, tanto che l'identità degli italiani si fortifica per contrasti», per l'altro verso è necessario riconoscere che «nonostante i lai degli intellettuali, l'Italia comunque esiste... Esiste perché trova radici in ambiti prepolitici, come la lingua e il patrimonio culturale e spirituale che abbiamo alle spalle». Insomma, «questa identità è complessa e spesso si fonda per antinomie, ma non per questo è meno solida e non a caso permette da 150 anni che il patto sociale tra italiani ricchi e poveri, del nord e del sud, giovani e vecchi, colti e incolti, resista». Al di là di ogni pessimismo e di ogni disfattismo di maniera sui difetti degli italiani e sulle contraddizioni della loro storia, tutti sono chiamati a prendere atto che persiste, seppur spesso in maniera inconsapevole e non tematizzata, un sentimento d'appartenenza nazionale, l'orgoglio di fare parte di una storia che viene da lontano, la certezza della bontà dei valori che questa storia ci ha trasmesso. Lo abbiamo visto di recente, secondo Bondi, nel dopo-terremoto in Abruzzo, quando sono venuti e galla «segni concreti di un'appartenenza comunitaria a un determinato luogo», con una «solidarietà che spiega e rinnova più di qualunque dichiarazione il sentimento di unità nazionale».
Del resto, se oggi questo sentimento risulta talvolta affievolito, se la parola «patria» viene ritenuta da molti ormai inservibile, è perché negli ultimi decenni la storiografia di sinistra e non solo, in modo del tutto funzionale al mantenimento dell'assetto politico che aveva preso forma in Italia dopo la guerra civile e dopo la Liberazione (con la reciproca legittimazione di democristiani e comunisti imposta da Yalta), ha diffuso la vulgata secondo la quale parlare di nazione e di patria significava perpetrare i fantasmi del Ventennio fascista, e quindi significava minare nelle fondamenta i presupposti dell'arco costituzionale su cui si reggeva il sistema politico post-bellico. Come ha osservato Gianni Baget Bozzo su queste pagine nel gennaio 2007, è stato per merito della «discesa in campo» di Silvio Berlusconi e grazie alla sua decisione di chiamare il nuovo partito «Forza Italia» se il sentimento dell'identità nazionale ha potuto riemergere a un livello politico dopo lunghi anni nei quali esso era stato confinato a un livello privato, da tenere ben nascosto tra le quattro mura di casa: «Quando, nell'82, l'Italia vinse i Mondiali di Spagna, il tricolore si levò spontaneo in molte case e apparve da molti balconi, segno che qualcosa era rimasto di un sentimento che non si riduceva all'ideologia e ai partiti, ma che aveva carne e sangue. Proprio questo fatto indica come il sentimento della propria identità nazionale fosse così delegittimato in Italia da nascondersi dietro il pallone» (detto per inciso, queste parole mostrano chiaramente l'errore di coloro che imputano al Popolo della Libertà una scarsa attenzione al tema dell'identità nazionale).
Per tutti questi motivi il primo compito che spetta agli storici, agli intellettuali, ai politologi in questo frangente, in vista del 150° anniversario dell'Unità d'Italia, dovrebbe essere, secondo il ministro Bondi, quello di «individuare i simboli» dell'identità nazionale, al fine di giungere ad una «memoria condivisa». E' una sfida che va raccolta fino in fondo, mettendo da parte l'idea che bastino i convegni e una pioggia di fondi pubblici a onorare nel migliore dei modi la nostra amata patria.
Gianteo Bordero
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martedì 23 giugno 2009
SUCCESSO NETTO
da Ragionpolitica.it del 23 giugno 2009
Dopo i ballottaggi di domenica e lunedì è possibile tracciare un bilancio di questa tornata di elezioni amministrative, che hanno visto andare al voto 62 Province e 4.200 Comuni. Per quanto riguarda le prime, 3 erano di nuova costituzione, 9 erano governate dal centrodestra e 50 dal centrosinistra; ora il quadro si presenta così: 34 Province saranno amministrate dal centrodestra (che ha confermato tutte quelle in cui già era maggioranza, ne ha conquistato 2 di nuova costituzione e ne ha strappate 23 agli avversari - 15 al primo turno e 8 al secondo), e 28 dal centrosinistra (che ne perde quindi quasi la metà). Per quanto concerne invece i Comuni, analizzando in particolare quelli capoluogo, su 30 che andavano al voto 4 erano governati dal centrodestra e 26 dal centrosinistra; ora la situazione si presenta con 14 città che saranno amministrate dal centrodestra (che conferma le sue 4 e ne conquista altre 10) e 16 dal centrosinistra (che ne perde più di un terzo). Da segnalare, soffermandoci sui ballottaggi, alcune significative vittorie dell'asse Pdl-Lega, che, oltre a riprendersi la Provincia di Milano con Guido Podestà, riesce a strappare alla sinistra alcune sue roccaforti come la Provincia di Venezia, quella di Savona, il Comune di Prato.
Il voto amministrativo cambia dunque in modo profondo la geografia politica del paese: consegna quasi interamente il nord al centrodestra, pone fine al dominio pressoché incontrastato del centrosinistra in diverse aree del centro, rafforza la presenza di governi locali del Popolo della Libertà al sud. Dunque, invece che parlare di un fantomatico ed inesistente «inizio del declino della destra», il segretario del Pd, Dario Franceschini, dovrebbe innanzitutto guardare in casa propria e iniziare a prendere sul serio le ragioni che hanno condotto il suo partito e gli alleati a cedere agli avversari numerose amministrazioni, anche nelle cosiddette «zone rosse». Dovrebbe chiedersi, ad esempio, perché in una città come Prato l'elettorato da sempre schierato in massa con la sinistra scelga oggi come sindaco l'imprenditore Roberto Cenni. Oppure perché la gauche venga sconfitta, come ricorda Mario Giordano sul Giornale, a Sassuolo e a Orvieto, solo per citare altri due casi eclatanti. Se il livello dell'analisi del voto nel Partito Democratico è racchiuso nelle parole dell'attuale segretario, secondo cui a dover masticare amaro è il centrodestra, allora viene da rimpiangere i vecchi comitati centrali del Pci, in cui ogni dato, anche quello proveniente dal più piccolo e sperduto Comune, era preso sul serio - tant'è vero che fu quella «scuola» a costruire l'egemonia rossa in molte Regioni italiane, mentre oggi, con Franceschini, siamo alle comiche finali.
Le proporzioni della vittoria dell'asse Pdl-Lega divengono ancora più chiare se si pensa che il successo arriva dopo una lunga e feroce campagna di delegittimazione morale del presidente del Consiglio e leader del partito di maggioranza relativa. Una campagna condotta dal giornale-guida della sinistra, La Repubblica, con l'unico scopo di destabilizzare l'attuale quadro politico, obbligare il premier alle dimissioni e insediare un governo non eletto dal popolo ma gradito a poteri forti dell'economia, dell'editoria, delle istituzioni. Lo ha lasciato intendere in modo non equivocabile Eugenio Scalfari nel suo editoriale di domenica, in barba ad ogni rispetto della volontà popolare che sta a fondamento del nostro sistema democratico. Per questo, dopo le pubbliche accuse della signora Veronica, dopo il caso Noemi, dopo la pubblicazione degli scatti rubati a Villa Certosa dal fotografo sardo Antonello Zappadu, e infine dopo le dichiarazioni della escort barese Patrizia D'Addario, la vittoria netta alle elezioni amministrative rappresenta una robusta prova di forza da parte di Berlusconi e dei partiti che lo sostengono, capaci di bene condurre la campagna elettorale in mezzo al fango, alla melma e alla spazzatura gettatigli addosso da Repubblica & CO. Conquistare la maggioranza delle Province e numerose grandi città in queste condizioni è segno di una incredibile solidità politica.
Se la campagna elettorale fosse stata condotta secondo i canoni della pur dura e aspra contesa politica e del rispetto dell'avversario, probabilmente oggi saremmo qui a celebrare non soltanto il successo, ma addirittura il trionfo assoluto del centrodestra. E, contestualmente, celebreremmo il funerale del progetto del Partito Democratico, che resta in piedi soltanto perché, alla fine, qualche effetto la strategia della delegittimazione morale di Berlusconi qualche risultato lo ha portato, se non altro rafforzando ai ballottaggi un astensionismo che tradizionalmente colpisce al secondo turno i partiti di centrodestra. Franceschini e compagni ringrazino quindi La Repubblica (e, ultimamente, anche dal Corriere della Sera), che, nel bel mezzo della crisi strategica e programmatica del Partito Democratico, ha svolto un ruolo di supplenza e ha garantito al centrosinistra di restare, alla fine, di poco sopra la soglia della disfatta totale. Ma tutto ciò non cancella i problemi del Pd, che restano ed anzi rischiano di incancrenire se i suoi dirigenti abdicano, come è accaduto in questa campagna elettorale, al compito di elaborazione e di proposta politica ed affidano le sorti del partito al gossip, alla chiacchiera pruriginosa, al sensazionalismo antiberlusconiano.
Gianteo Bordero
Dopo i ballottaggi di domenica e lunedì è possibile tracciare un bilancio di questa tornata di elezioni amministrative, che hanno visto andare al voto 62 Province e 4.200 Comuni. Per quanto riguarda le prime, 3 erano di nuova costituzione, 9 erano governate dal centrodestra e 50 dal centrosinistra; ora il quadro si presenta così: 34 Province saranno amministrate dal centrodestra (che ha confermato tutte quelle in cui già era maggioranza, ne ha conquistato 2 di nuova costituzione e ne ha strappate 23 agli avversari - 15 al primo turno e 8 al secondo), e 28 dal centrosinistra (che ne perde quindi quasi la metà). Per quanto concerne invece i Comuni, analizzando in particolare quelli capoluogo, su 30 che andavano al voto 4 erano governati dal centrodestra e 26 dal centrosinistra; ora la situazione si presenta con 14 città che saranno amministrate dal centrodestra (che conferma le sue 4 e ne conquista altre 10) e 16 dal centrosinistra (che ne perde più di un terzo). Da segnalare, soffermandoci sui ballottaggi, alcune significative vittorie dell'asse Pdl-Lega, che, oltre a riprendersi la Provincia di Milano con Guido Podestà, riesce a strappare alla sinistra alcune sue roccaforti come la Provincia di Venezia, quella di Savona, il Comune di Prato.
Il voto amministrativo cambia dunque in modo profondo la geografia politica del paese: consegna quasi interamente il nord al centrodestra, pone fine al dominio pressoché incontrastato del centrosinistra in diverse aree del centro, rafforza la presenza di governi locali del Popolo della Libertà al sud. Dunque, invece che parlare di un fantomatico ed inesistente «inizio del declino della destra», il segretario del Pd, Dario Franceschini, dovrebbe innanzitutto guardare in casa propria e iniziare a prendere sul serio le ragioni che hanno condotto il suo partito e gli alleati a cedere agli avversari numerose amministrazioni, anche nelle cosiddette «zone rosse». Dovrebbe chiedersi, ad esempio, perché in una città come Prato l'elettorato da sempre schierato in massa con la sinistra scelga oggi come sindaco l'imprenditore Roberto Cenni. Oppure perché la gauche venga sconfitta, come ricorda Mario Giordano sul Giornale, a Sassuolo e a Orvieto, solo per citare altri due casi eclatanti. Se il livello dell'analisi del voto nel Partito Democratico è racchiuso nelle parole dell'attuale segretario, secondo cui a dover masticare amaro è il centrodestra, allora viene da rimpiangere i vecchi comitati centrali del Pci, in cui ogni dato, anche quello proveniente dal più piccolo e sperduto Comune, era preso sul serio - tant'è vero che fu quella «scuola» a costruire l'egemonia rossa in molte Regioni italiane, mentre oggi, con Franceschini, siamo alle comiche finali.
Le proporzioni della vittoria dell'asse Pdl-Lega divengono ancora più chiare se si pensa che il successo arriva dopo una lunga e feroce campagna di delegittimazione morale del presidente del Consiglio e leader del partito di maggioranza relativa. Una campagna condotta dal giornale-guida della sinistra, La Repubblica, con l'unico scopo di destabilizzare l'attuale quadro politico, obbligare il premier alle dimissioni e insediare un governo non eletto dal popolo ma gradito a poteri forti dell'economia, dell'editoria, delle istituzioni. Lo ha lasciato intendere in modo non equivocabile Eugenio Scalfari nel suo editoriale di domenica, in barba ad ogni rispetto della volontà popolare che sta a fondamento del nostro sistema democratico. Per questo, dopo le pubbliche accuse della signora Veronica, dopo il caso Noemi, dopo la pubblicazione degli scatti rubati a Villa Certosa dal fotografo sardo Antonello Zappadu, e infine dopo le dichiarazioni della escort barese Patrizia D'Addario, la vittoria netta alle elezioni amministrative rappresenta una robusta prova di forza da parte di Berlusconi e dei partiti che lo sostengono, capaci di bene condurre la campagna elettorale in mezzo al fango, alla melma e alla spazzatura gettatigli addosso da Repubblica & CO. Conquistare la maggioranza delle Province e numerose grandi città in queste condizioni è segno di una incredibile solidità politica.
Se la campagna elettorale fosse stata condotta secondo i canoni della pur dura e aspra contesa politica e del rispetto dell'avversario, probabilmente oggi saremmo qui a celebrare non soltanto il successo, ma addirittura il trionfo assoluto del centrodestra. E, contestualmente, celebreremmo il funerale del progetto del Partito Democratico, che resta in piedi soltanto perché, alla fine, qualche effetto la strategia della delegittimazione morale di Berlusconi qualche risultato lo ha portato, se non altro rafforzando ai ballottaggi un astensionismo che tradizionalmente colpisce al secondo turno i partiti di centrodestra. Franceschini e compagni ringrazino quindi La Repubblica (e, ultimamente, anche dal Corriere della Sera), che, nel bel mezzo della crisi strategica e programmatica del Partito Democratico, ha svolto un ruolo di supplenza e ha garantito al centrosinistra di restare, alla fine, di poco sopra la soglia della disfatta totale. Ma tutto ciò non cancella i problemi del Pd, che restano ed anzi rischiano di incancrenire se i suoi dirigenti abdicano, come è accaduto in questa campagna elettorale, al compito di elaborazione e di proposta politica ed affidano le sorti del partito al gossip, alla chiacchiera pruriginosa, al sensazionalismo antiberlusconiano.
Gianteo Bordero
martedì 9 giugno 2009
LA CONQUISTA DEL TERRITORIO
da Ragionpolitica.it del 9 giugno 2009
I risultati delle elezioni amministrative spazzano via in un sol colpo il castello dei sogni di cartapesta che Franceschini e i dirigenti del Partito Democratico avevano costruito domenica notte, dopo aver conosciuto l'esito delle europee. Credevano, Dario e gli altri, di aver aperto una breccia nel solido fortino del consenso berlusconiano, di essere riusciti a piegare l'asse di ferro tra il Pdl e la Lega Nord, di aver frenato la conquista dell'egemonia politica sull'Italia da parte del centrodestra. Senza neppure aver analizzato per bene i dati, erano convinti di aver «fermato la destra». Franceschini e i suoi guardavano la pagliuzza nell'occhio del Popolo della Libertà e non vedevano la trave conficcata nel loro. Si appoggiavano, come gli ubriachi ai lampioni, a quel -2% del Pdl rispetto alle politiche del 2008 e facevano finta che non esistesse quel loro imbarazzante -7%. Parlavano, senza alcun senso del pudore politico, di «fine della stagione berlusconiana», di un centrodestra «minoritario nel paese», di un'Italia «in controtendenza» rispetto all'«onda di destra» che ha sommerso l'Europa. Era il perfetto rovesciamento della realtà.
Sarebbe bastato osservare con maggior cura e a mente fredda i numeri per capire che il vero malato di queste elezioni non era il Cavaliere e l'alleanza che lo sostiene, ma il Partito Democratico: se il calo del 2% del Pdl era già domenica notte chiaramente circoscrivibile ad una particolare zona del paese, la Sicilia (una regione da sempre generosa con il partito di maggioranza, ma che questa volta ha disertato in massa le urne, forse anche a causa del recente scontro di potere interno allo stesso centrodestra), altrettanto non si poteva dire del Pd, che perdeva voti in maniera diffusa su tutta la Penisola, e non soltanto a causa dell'astensionismo, ma anche per la migrazione di molti elettori verso l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. A scrutinio chiuso, i Democratici rimanevano maggioranza relativa in due sole regioni: l'Emilia Romagna e la Toscana. Negli altri due baluardi della «zona rossa» del centro Italia, le Marche e l'Umbria, venivano scavalcati dal Popolo della Libertà, diventato primo partito anche in Liguria e in Basilicata.
Erano segnali d'allarme in vista dello scrutinio delle amministrative, ma Franceschini e i vertici del Pd facevano finta di nulla, anzi continuavano a millantare una vittoria inesistente, a discettare di «crisi del berlusconismo» e via strologando. Ci sono voluti i risultati di provinciali e comunali per mostrare all'intero paese che quella del segretario e degli altri dirigenti democratici era solo una montagna di propaganda senza alcun fondamento in re, nella realtà. Su 62 amministrazioni provinciali che sono andate al voto, il centrodestra ne ha conquistate 26 al primo turno, strappandone ben 15 al centrosinistra, che ne ha confermate soltanto 14 (ne governava 50). Nelle rimanenti 22 si andrà al ballottaggio fra quindici giorni. Cambiano colore politico alcune roccaforti della gauche italiana come Piacenza e Macerata. E poi Napoli, Bari, Salerno. Al nord Cremona, Lecco, Lodi, Biella, Novara, Verbano-Cusio-Ossola. In Abruzzo Chieti, Pescara, Teramo. E infine Avellino. Per quanto riguarda le comunali, il centrodestra strappa al centrosinistra Bergamo e Pavia, Biella e Verbania, Pescara, Campobasso, e manda al ballottaggio i bastioni rossi di Bologna, Firenze e Prato, oltre a Ferrara, Ancona e Padova, tra gli altri. In totale, su 30 città capoluogo di provincia, il centrodestra ne conquista 9, di cui 6 amministrate dal centrosinistra, che ne conferma soltanto 5 delle 25 che governava. I ballottaggi saranno 16. Sono numeri che parlano da soli. E che ancor più parleranno da soli quando i dati aggregati mostreranno in tutta la sua portata il crollo verticale del centrosinistra, e in particolar modo del Pd, nel gradimento dei cittadini.
Avevamo scritto su queste pagine, qualche tempo fa, che le elezioni amministrative avrebbero potuto ridisegnare la mappa del potere in molte aree della Penisola «spostando, in diverse zone del paese, il pendolo da sinistra a destra e consegnando nelle mani dell'alleanza Pdl-Lega, saldamente al comando sul piano del governo nazionale, le chiavi anche di buona parte dei governi territoriali». E affermavamo che era quindi sulle provinciali e sulle comunali che bisognava tener desta l'attenzione, ben più che sulle europee. Perché «una buona performance del centrodestra e un corrispondente arretramento del centrosinistra proprio su quello che da sempre è un suo terreno di conquista - le amministrazioni locali - significherebbe che la crescita dell'alleanza Popolo della Libertà-Lega Nord non rappresenta più una folata occasionale di "vento di destra", ma è il frutto di un robusto e profondo processo politico in atto in Italia, da nord a sud». Questa previsione si è rivelata fondata.
Il voto europeo è stato, come al solito, il puro voto proporzionale e di opinione, la scelta di un partito per la composizione del parlamento di Strasburgo; quello amministrativo è stato la scelta tra due schieramenti e tra due modelli di governo. Se la prima consultazione è stata avvertita come la chiamata alle urne per un'istituzione che spesso viene ancora percepita come lontana, la seconda, come testimoniato dall'affluenza molto più elevata, è stata sentita come la scelta per qualche cosa che riguarda da vicino la vita quotidiana dei cittadini. Insomma, quando il gioco si è fatto duro, i duri sono entrati in gioco. Col seguente risultato: il centrodestra si radica in maniera sostanziale sul territorio, anche con significative incursioni nella «zona rossa» del paese, mentre al centrosinistra non resta che tentare di rimettere insieme i cocci di un potere che va in frantumi sotto il peso della crisi interna della gauche e della crescente forza egemonica di un'alleanza che funziona.
Gianteo Bordero
I risultati delle elezioni amministrative spazzano via in un sol colpo il castello dei sogni di cartapesta che Franceschini e i dirigenti del Partito Democratico avevano costruito domenica notte, dopo aver conosciuto l'esito delle europee. Credevano, Dario e gli altri, di aver aperto una breccia nel solido fortino del consenso berlusconiano, di essere riusciti a piegare l'asse di ferro tra il Pdl e la Lega Nord, di aver frenato la conquista dell'egemonia politica sull'Italia da parte del centrodestra. Senza neppure aver analizzato per bene i dati, erano convinti di aver «fermato la destra». Franceschini e i suoi guardavano la pagliuzza nell'occhio del Popolo della Libertà e non vedevano la trave conficcata nel loro. Si appoggiavano, come gli ubriachi ai lampioni, a quel -2% del Pdl rispetto alle politiche del 2008 e facevano finta che non esistesse quel loro imbarazzante -7%. Parlavano, senza alcun senso del pudore politico, di «fine della stagione berlusconiana», di un centrodestra «minoritario nel paese», di un'Italia «in controtendenza» rispetto all'«onda di destra» che ha sommerso l'Europa. Era il perfetto rovesciamento della realtà.
Sarebbe bastato osservare con maggior cura e a mente fredda i numeri per capire che il vero malato di queste elezioni non era il Cavaliere e l'alleanza che lo sostiene, ma il Partito Democratico: se il calo del 2% del Pdl era già domenica notte chiaramente circoscrivibile ad una particolare zona del paese, la Sicilia (una regione da sempre generosa con il partito di maggioranza, ma che questa volta ha disertato in massa le urne, forse anche a causa del recente scontro di potere interno allo stesso centrodestra), altrettanto non si poteva dire del Pd, che perdeva voti in maniera diffusa su tutta la Penisola, e non soltanto a causa dell'astensionismo, ma anche per la migrazione di molti elettori verso l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. A scrutinio chiuso, i Democratici rimanevano maggioranza relativa in due sole regioni: l'Emilia Romagna e la Toscana. Negli altri due baluardi della «zona rossa» del centro Italia, le Marche e l'Umbria, venivano scavalcati dal Popolo della Libertà, diventato primo partito anche in Liguria e in Basilicata.
Erano segnali d'allarme in vista dello scrutinio delle amministrative, ma Franceschini e i vertici del Pd facevano finta di nulla, anzi continuavano a millantare una vittoria inesistente, a discettare di «crisi del berlusconismo» e via strologando. Ci sono voluti i risultati di provinciali e comunali per mostrare all'intero paese che quella del segretario e degli altri dirigenti democratici era solo una montagna di propaganda senza alcun fondamento in re, nella realtà. Su 62 amministrazioni provinciali che sono andate al voto, il centrodestra ne ha conquistate 26 al primo turno, strappandone ben 15 al centrosinistra, che ne ha confermate soltanto 14 (ne governava 50). Nelle rimanenti 22 si andrà al ballottaggio fra quindici giorni. Cambiano colore politico alcune roccaforti della gauche italiana come Piacenza e Macerata. E poi Napoli, Bari, Salerno. Al nord Cremona, Lecco, Lodi, Biella, Novara, Verbano-Cusio-Ossola. In Abruzzo Chieti, Pescara, Teramo. E infine Avellino. Per quanto riguarda le comunali, il centrodestra strappa al centrosinistra Bergamo e Pavia, Biella e Verbania, Pescara, Campobasso, e manda al ballottaggio i bastioni rossi di Bologna, Firenze e Prato, oltre a Ferrara, Ancona e Padova, tra gli altri. In totale, su 30 città capoluogo di provincia, il centrodestra ne conquista 9, di cui 6 amministrate dal centrosinistra, che ne conferma soltanto 5 delle 25 che governava. I ballottaggi saranno 16. Sono numeri che parlano da soli. E che ancor più parleranno da soli quando i dati aggregati mostreranno in tutta la sua portata il crollo verticale del centrosinistra, e in particolar modo del Pd, nel gradimento dei cittadini.
Avevamo scritto su queste pagine, qualche tempo fa, che le elezioni amministrative avrebbero potuto ridisegnare la mappa del potere in molte aree della Penisola «spostando, in diverse zone del paese, il pendolo da sinistra a destra e consegnando nelle mani dell'alleanza Pdl-Lega, saldamente al comando sul piano del governo nazionale, le chiavi anche di buona parte dei governi territoriali». E affermavamo che era quindi sulle provinciali e sulle comunali che bisognava tener desta l'attenzione, ben più che sulle europee. Perché «una buona performance del centrodestra e un corrispondente arretramento del centrosinistra proprio su quello che da sempre è un suo terreno di conquista - le amministrazioni locali - significherebbe che la crescita dell'alleanza Popolo della Libertà-Lega Nord non rappresenta più una folata occasionale di "vento di destra", ma è il frutto di un robusto e profondo processo politico in atto in Italia, da nord a sud». Questa previsione si è rivelata fondata.
Il voto europeo è stato, come al solito, il puro voto proporzionale e di opinione, la scelta di un partito per la composizione del parlamento di Strasburgo; quello amministrativo è stato la scelta tra due schieramenti e tra due modelli di governo. Se la prima consultazione è stata avvertita come la chiamata alle urne per un'istituzione che spesso viene ancora percepita come lontana, la seconda, come testimoniato dall'affluenza molto più elevata, è stata sentita come la scelta per qualche cosa che riguarda da vicino la vita quotidiana dei cittadini. Insomma, quando il gioco si è fatto duro, i duri sono entrati in gioco. Col seguente risultato: il centrodestra si radica in maniera sostanziale sul territorio, anche con significative incursioni nella «zona rossa» del paese, mentre al centrosinistra non resta che tentare di rimettere insieme i cocci di un potere che va in frantumi sotto il peso della crisi interna della gauche e della crescente forza egemonica di un'alleanza che funziona.
Gianteo Bordero
giovedì 4 giugno 2009
PDL NEL PPE. E IL PD?
da Ragionpolitica.it del 4 giugno 2009
Le elezioni europee del 6 e 7 giugno consacreranno la svolta di sistema rappresentata, in Italia, dalla nascita del Popolo della Libertà. In una campagna elettorale che la stampa antiberlusconiana, seguita a ruota dai due maggiori partiti del centrosinistra (Partito Democratico e Italia dei Valori), ha trasformato in una morbosa caccia allo scandalo nella vita privata del presidente del Consiglio, quasi nessuno s'è preso la briga di porre l'accento su questo dato politico di prim'ordine. E ciò la dice lunga sulla (bassa) qualità di certi organi di informazione nostrani e sulla (scarsa) serietà dei partiti attualmente all'opposizione. Del resto, è comprensibile che parli d'altro chi, come i dirigenti del Pd, non è stato in grado fino ad oggi di dire una parola chiara circa la collocazione europea dei parlamentari che verranno eletti il prossimo fine settimana. Neppure il segretario Franceschini, ospite martedì sera di Porta a Porta, è riuscito a sciogliere il dilemma.
A fronte di una sinistra che affronta il giudizio degli elettori in ordine sparso, con una disgregazione politica ben simboleggiata dalle numerose liste l'un contro l'altra armata (oltre ai già citati Pd e Idv, troviamo Sinistra e Libertà, Lista Pannella-Bonino, Rifondazione-Comunisti Italiani, Partito Comunista dei Lavoratori), segno dell'incapacità di raggiungere una sintesi attorno ad un progetto comune che non sia il solito antiberlusconismo, troviamo dunque un centrodestra all'interno del quale il processo di aggregazione ha raggiunto uno stadio molto avanzato. Ed è importante sottolineare che tale processo è avvenuto proprio in nome dell'Europa, cioè della bipartizione, presente nella maggior parte dei paesi del Vecchio Continente, tra popolari e socialisti. Se nel centrodestra il Popolo della Libertà è stato in grado di raccogliere in un unico soggetto politico tutti i partiti (ad esclusione dell'Udc) la cui stella polare è rappresentata dalla Carta dei Valori del Partito Popolare europeo, altrettanto non si può dire del centrosinistra, dove quello che dovrebbe essere il partito-guida, il Pd, si dibatte nella contraddizione mai risolta del suo nascere dalla confluenza di un partito post-democristiano che non vuole «morire socialista» e di un partito post-comunista che non è stato in grado di un'autentica svolta socialdemocratica.
Per anni abbiamo ascoltato la tiritera secondo cui l'«anomalia» italiana rispetto all'Europa era rappresentata da Silvio Berlusconi e da Forza Italia; si è detto e scritto che non poteva avere cittadinanza nel Vecchio Continente un partito vuoto di progettualità e di idee, fondato esclusivamente sulla persona del suo leader. Oggi, invece, dopo 15 anni dall'ingresso in politica del Cavaliere e con una nuova euro-consultazione alle porte, si scopre che il «partito di plastica» (o, per dirla con Romano Prodi, il «nulla») è diventato un maturo e radicato partito di stampo europeo, pienamente integrato nella grande famiglia del Ppe, di cui si appresta anzi a diventare la delegazione numericamente più consistente. E si scopre che la vera «anomalia» è quella di un centrosinistra, e in particolare di un Pd, che non è né carne né pesce, senza una precisa e definita collocazione in Europa, privo cioè di identità chiara e distinta, costretto a fare i salti mortali per tentare di convincere i partiti che fanno capo al gruppo socialista ad accettare una nuova denominazione pur di ospitare gli eurodeputati del Pd: «In Europa - ha detto martedì sera Franceschini a Porta a Porta - la componente progressista è composta soprattutto da socialisti, ma noi non entreremo nel Partito Socialista europeo, vogliamo un nuovo gruppo parlamentare con socialisti e forze progressiste». Della serie: se la montagna non va a Maometto...
Molto più coerente e lineare, invece, la scelta del Popolo della Libertà di entrare nel Partito Popolare europeo: il Dna politico del Pdl è lo stesso del Ppe, al punto che la Carta dei Valori che è stata approvata durante le assise congressuali dello scorso marzo è la stessa fatta propria dal Ppe in occasione del suo Congresso del trentennale, svoltosi a Roma nel 2006. «Il Partito Popolare europeo - ha detto Berlusconi durante il Congresso fondativo del Pdl - è la naturale famiglia del Popolo della Libertà». Ed è il naturale sbocco di un percorso con il quale il Cavaliere, tenacemente e pazientemente, ha dato vita, nel nostro paese, ad un grande soggetto di centrodestra, rivoluzionando un sistema politico fondato sulla conventio ad excludendum rappresentata dal vecchio arco costituzionale e creando un bipolarismo finalmente in linea con le maggiori democrazie occidentali. Berlusconi, dunque, non ha mancato l'appuntamento con la storia. Chi è in ritardo, ancora una volta, è la sinistra italiana.
Gianteo Bordero
Le elezioni europee del 6 e 7 giugno consacreranno la svolta di sistema rappresentata, in Italia, dalla nascita del Popolo della Libertà. In una campagna elettorale che la stampa antiberlusconiana, seguita a ruota dai due maggiori partiti del centrosinistra (Partito Democratico e Italia dei Valori), ha trasformato in una morbosa caccia allo scandalo nella vita privata del presidente del Consiglio, quasi nessuno s'è preso la briga di porre l'accento su questo dato politico di prim'ordine. E ciò la dice lunga sulla (bassa) qualità di certi organi di informazione nostrani e sulla (scarsa) serietà dei partiti attualmente all'opposizione. Del resto, è comprensibile che parli d'altro chi, come i dirigenti del Pd, non è stato in grado fino ad oggi di dire una parola chiara circa la collocazione europea dei parlamentari che verranno eletti il prossimo fine settimana. Neppure il segretario Franceschini, ospite martedì sera di Porta a Porta, è riuscito a sciogliere il dilemma.
A fronte di una sinistra che affronta il giudizio degli elettori in ordine sparso, con una disgregazione politica ben simboleggiata dalle numerose liste l'un contro l'altra armata (oltre ai già citati Pd e Idv, troviamo Sinistra e Libertà, Lista Pannella-Bonino, Rifondazione-Comunisti Italiani, Partito Comunista dei Lavoratori), segno dell'incapacità di raggiungere una sintesi attorno ad un progetto comune che non sia il solito antiberlusconismo, troviamo dunque un centrodestra all'interno del quale il processo di aggregazione ha raggiunto uno stadio molto avanzato. Ed è importante sottolineare che tale processo è avvenuto proprio in nome dell'Europa, cioè della bipartizione, presente nella maggior parte dei paesi del Vecchio Continente, tra popolari e socialisti. Se nel centrodestra il Popolo della Libertà è stato in grado di raccogliere in un unico soggetto politico tutti i partiti (ad esclusione dell'Udc) la cui stella polare è rappresentata dalla Carta dei Valori del Partito Popolare europeo, altrettanto non si può dire del centrosinistra, dove quello che dovrebbe essere il partito-guida, il Pd, si dibatte nella contraddizione mai risolta del suo nascere dalla confluenza di un partito post-democristiano che non vuole «morire socialista» e di un partito post-comunista che non è stato in grado di un'autentica svolta socialdemocratica.
Per anni abbiamo ascoltato la tiritera secondo cui l'«anomalia» italiana rispetto all'Europa era rappresentata da Silvio Berlusconi e da Forza Italia; si è detto e scritto che non poteva avere cittadinanza nel Vecchio Continente un partito vuoto di progettualità e di idee, fondato esclusivamente sulla persona del suo leader. Oggi, invece, dopo 15 anni dall'ingresso in politica del Cavaliere e con una nuova euro-consultazione alle porte, si scopre che il «partito di plastica» (o, per dirla con Romano Prodi, il «nulla») è diventato un maturo e radicato partito di stampo europeo, pienamente integrato nella grande famiglia del Ppe, di cui si appresta anzi a diventare la delegazione numericamente più consistente. E si scopre che la vera «anomalia» è quella di un centrosinistra, e in particolare di un Pd, che non è né carne né pesce, senza una precisa e definita collocazione in Europa, privo cioè di identità chiara e distinta, costretto a fare i salti mortali per tentare di convincere i partiti che fanno capo al gruppo socialista ad accettare una nuova denominazione pur di ospitare gli eurodeputati del Pd: «In Europa - ha detto martedì sera Franceschini a Porta a Porta - la componente progressista è composta soprattutto da socialisti, ma noi non entreremo nel Partito Socialista europeo, vogliamo un nuovo gruppo parlamentare con socialisti e forze progressiste». Della serie: se la montagna non va a Maometto...
Molto più coerente e lineare, invece, la scelta del Popolo della Libertà di entrare nel Partito Popolare europeo: il Dna politico del Pdl è lo stesso del Ppe, al punto che la Carta dei Valori che è stata approvata durante le assise congressuali dello scorso marzo è la stessa fatta propria dal Ppe in occasione del suo Congresso del trentennale, svoltosi a Roma nel 2006. «Il Partito Popolare europeo - ha detto Berlusconi durante il Congresso fondativo del Pdl - è la naturale famiglia del Popolo della Libertà». Ed è il naturale sbocco di un percorso con il quale il Cavaliere, tenacemente e pazientemente, ha dato vita, nel nostro paese, ad un grande soggetto di centrodestra, rivoluzionando un sistema politico fondato sulla conventio ad excludendum rappresentata dal vecchio arco costituzionale e creando un bipolarismo finalmente in linea con le maggiori democrazie occidentali. Berlusconi, dunque, non ha mancato l'appuntamento con la storia. Chi è in ritardo, ancora una volta, è la sinistra italiana.
Gianteo Bordero
giovedì 2 aprile 2009
L'«OSSERVATORE ROMANO» BENEDICE IL PDL
da Ragionpolitica.it del 2 aprile 2009
E' una benedizione in piena regola quella che il quotidiano della Santa Sede, l'Osservatore Romano, ha riservato ieri al Popolo della Libertà e al suo primo congresso. Una benedizione tanto più significativa se si tiene conto della sua provenienza: il giornale - ancorché «ufficioso» - del Papa. Un giornale che, se non manca mai di esprimere giudizi chiari sui fatti della politica italiana, è però solitamente cauto nel mettere nero su bianco le sue simpatie per questo o quel partito. Segno che da Oltretevere si guarda con fiducia al nuovo soggetto politico di centrodestra. L'edizione del 31 marzo riporta un articolo a firma di Marco Bellizi, nel quale, alla cronaca del congresso romano del Popolo della Libertà, seguono alcune considerazioni finali che non lasciano spazio a dubbi interpretativi. Scrive Bellizi: «L'immagine del Pdl che esce dal primo congresso nazionale è quella di una formazione forte, già più forte, secondo molti analisti, dello stesso Partito Democratico... Più forte non solo in termini percentuali: stando ai più recenti risultati elettorali, il Pdl appare, alla prova dei fatti, maggiormente in grado di esprimere i valori comuni della popolazione italiana, tra i quali quelli cattolici costituiscono una parte non secondaria».
Si tratta di un apprezzamento importante, che non fa che confermare quanto emerso con chiarezza nei tre giorni del congresso: il Popolo della Libertà vuole essere e proporsi all'attenzione degli elettori come il partito degli italiani, e, con ciò, come il partito che si sforza di incarnare, esprimere e tradurre in scelte concrete quei «valori comuni» che stanno alla radice della nazione italiana e che ne hanno innervato in profondità la storia: riconosciuti come fondamento di tutti i partiti popolari europei, questi valori (la centralità della persona e il suo primato rispetto allo Stato, la sacralità della vita umana e la sua tutela, la valorizzazione della famiglia, l'accento posto sul bene comune) hanno trovato nel nostro paese una particolare declinazione, anche per la vicinanza con la sede papale.
Una vicinanza che oggi viene a galla in maniera ancor più evidente, come testimoniato dall'articolo dell'Osservatore Romano. La novità è che tale vicinanza non è dovuta a particolari motivi confessionali, ma innanzitutto alla comune volontà di porsi sul terreno della ragione, della storia e della tradizione culturale e spirituale dell'Italia per affrontare in modo laico le grandi questioni etiche e bioetiche oggi al centro del dibattito politico. Ciò è apparso chiaro al congresso del Pdl, non soltanto nel primo discorso di Silvio Berlusconi, ma anche in altri interventi, come quello svolto nella giornata di sabato da Maurizio Sacconi. Il ministro del Welfare ha affermato: «Noi possiamo dire in una parola chi siamo: noi siamo coloro che collocano al centro la persona, in tutti gli ambiti dell'attività di governo». E, riferendosi in particolare alla vicenda di Eluana Englaro e al decreto legge del governo, ha dichiarato: «Noi abbiamo realizzato una dimensione più alta della laicità, nella quale non possono non essere compresi, per credenti e non credenti, valori fondamentali come quello della persona».
Una «dimensione più alta della laicità», dunque, che piace molto al quotidiano della Santa Sede, oggi divenuto, anche grazie alla linea editoriale impressa dal nuovo direttore, Giovanni Maria Vian, luogo di elaborazione e dibattito culturale e non soltanto mero bollettino vaticano. Scrive ancora Bellizi nel suo articolo: «Nel Pdl si è affermata, in linea di principio, la libertà di coscienza sui temi etici più sensibili. Ma al momento di assumere iniziative concrete il Popolo della Libertà si è trovato unito». Questa è la conferma che il nuovo soggetto politico ha intrapreso la strada giusta nel momento in cui ha scelto di non presentarsi come partito confessionale, al modo della Democrazia Cristiana, ma come partito laico che non vuole tagliare le radici culturali e spirituali dalle quali ha tratto linfa la storia italiana. I tempi rispetto alla Dc sono cambiati. E, del resto, non bisogna dimenticare che è stato lo stesso pontefice Benedetto XVI a sollecitare, nei suoi numerosi interventi in materia di rapporto tra fede e politica, una sana laicità capace di generare decisioni e interventi legislativi fondati innanzitutto sul logos comune a tutti gli uomini.
Gianteo Bordero
E' una benedizione in piena regola quella che il quotidiano della Santa Sede, l'Osservatore Romano, ha riservato ieri al Popolo della Libertà e al suo primo congresso. Una benedizione tanto più significativa se si tiene conto della sua provenienza: il giornale - ancorché «ufficioso» - del Papa. Un giornale che, se non manca mai di esprimere giudizi chiari sui fatti della politica italiana, è però solitamente cauto nel mettere nero su bianco le sue simpatie per questo o quel partito. Segno che da Oltretevere si guarda con fiducia al nuovo soggetto politico di centrodestra. L'edizione del 31 marzo riporta un articolo a firma di Marco Bellizi, nel quale, alla cronaca del congresso romano del Popolo della Libertà, seguono alcune considerazioni finali che non lasciano spazio a dubbi interpretativi. Scrive Bellizi: «L'immagine del Pdl che esce dal primo congresso nazionale è quella di una formazione forte, già più forte, secondo molti analisti, dello stesso Partito Democratico... Più forte non solo in termini percentuali: stando ai più recenti risultati elettorali, il Pdl appare, alla prova dei fatti, maggiormente in grado di esprimere i valori comuni della popolazione italiana, tra i quali quelli cattolici costituiscono una parte non secondaria».
Si tratta di un apprezzamento importante, che non fa che confermare quanto emerso con chiarezza nei tre giorni del congresso: il Popolo della Libertà vuole essere e proporsi all'attenzione degli elettori come il partito degli italiani, e, con ciò, come il partito che si sforza di incarnare, esprimere e tradurre in scelte concrete quei «valori comuni» che stanno alla radice della nazione italiana e che ne hanno innervato in profondità la storia: riconosciuti come fondamento di tutti i partiti popolari europei, questi valori (la centralità della persona e il suo primato rispetto allo Stato, la sacralità della vita umana e la sua tutela, la valorizzazione della famiglia, l'accento posto sul bene comune) hanno trovato nel nostro paese una particolare declinazione, anche per la vicinanza con la sede papale.
Una vicinanza che oggi viene a galla in maniera ancor più evidente, come testimoniato dall'articolo dell'Osservatore Romano. La novità è che tale vicinanza non è dovuta a particolari motivi confessionali, ma innanzitutto alla comune volontà di porsi sul terreno della ragione, della storia e della tradizione culturale e spirituale dell'Italia per affrontare in modo laico le grandi questioni etiche e bioetiche oggi al centro del dibattito politico. Ciò è apparso chiaro al congresso del Pdl, non soltanto nel primo discorso di Silvio Berlusconi, ma anche in altri interventi, come quello svolto nella giornata di sabato da Maurizio Sacconi. Il ministro del Welfare ha affermato: «Noi possiamo dire in una parola chi siamo: noi siamo coloro che collocano al centro la persona, in tutti gli ambiti dell'attività di governo». E, riferendosi in particolare alla vicenda di Eluana Englaro e al decreto legge del governo, ha dichiarato: «Noi abbiamo realizzato una dimensione più alta della laicità, nella quale non possono non essere compresi, per credenti e non credenti, valori fondamentali come quello della persona».
Una «dimensione più alta della laicità», dunque, che piace molto al quotidiano della Santa Sede, oggi divenuto, anche grazie alla linea editoriale impressa dal nuovo direttore, Giovanni Maria Vian, luogo di elaborazione e dibattito culturale e non soltanto mero bollettino vaticano. Scrive ancora Bellizi nel suo articolo: «Nel Pdl si è affermata, in linea di principio, la libertà di coscienza sui temi etici più sensibili. Ma al momento di assumere iniziative concrete il Popolo della Libertà si è trovato unito». Questa è la conferma che il nuovo soggetto politico ha intrapreso la strada giusta nel momento in cui ha scelto di non presentarsi come partito confessionale, al modo della Democrazia Cristiana, ma come partito laico che non vuole tagliare le radici culturali e spirituali dalle quali ha tratto linfa la storia italiana. I tempi rispetto alla Dc sono cambiati. E, del resto, non bisogna dimenticare che è stato lo stesso pontefice Benedetto XVI a sollecitare, nei suoi numerosi interventi in materia di rapporto tra fede e politica, una sana laicità capace di generare decisioni e interventi legislativi fondati innanzitutto sul logos comune a tutti gli uomini.
Gianteo Bordero
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domenica 29 marzo 2009
UNA LAICITA' FONDATA SULLA RAGIONE
da Ragionpolitica.it del 27 marzo 2009
«Il Popolo della Libertà sarà un partito laico che non rinuncerà mai ad un punto di riferimento che consideriamo imprescindibile: la sacralità della vita e la dignità della persona». Così sabato 21 marzo, intervenendo telefonicamente ad un convegno dei Popolari Liberali di Carlo Giovanardi, Silvio Berlusconi ha efficacemente sintetizzato uno dei punti qualificanti la proposta politica del Pdl: un concetto di laicità che renderà il nuovo partito a un tempo aconfessionale e profondamente radicato nella storia spirituale, culturale e religiosa dell'Italia. Le parole del presidente del Consiglio confermano che, anche su questo punto, il Popolo della Libertà sarà un partito all'avanguardia all'interno del panorama politico nazionale, un partito capace di cogliere i segni dei tempi, guardando in faccia le nuove sfide poste dalla società post-novecentesca.
Le innumerevoli questioni etiche sollevate dal progresso tecnologico, i risvolti morali degli esperimenti effettuati in campo biologico e genetico, le nuove possibilità a cui è giunta la scienza medica impongono di leggere sotto un'altra luce il tema della laicità, che non può più essere inteso soltanto come la pur necessaria definizione dei rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa e delle loro rispettive competenze, ma deve aprirsi ai contributi che dal lungo percorso della tradizione cattolica possono giungere al dibattito politico riguardante le materie bioetiche. In particolare, come anche emerge dalle parole del presidente del Consiglio citate in precedenza, si tratta oggi di confrontarsi su un terreno che non è più soltanto e specificamente di fede, ma in primis di ragione: il terreno del corpo umano, della vita e della sua dignità, delle misure che è necessario mettere in atto, in campo legislativo, per proteggerla e non lasciarla in balia di una cultura di impronta nichilista e dell'interesse particolare di lobbies organizzate che perseguono obiettivi non sempre finalizzati al bene comune.
Da questo punto di vista, rappresenta certamente un aiuto significativo all'evoluzione dei rapporti tra Stato e Chiesa e alla definizione di una nuova laicità la linea che l'attuale pontefice ha impresso al suo papato: Benedetto XVI affronta ormai da quattro anni i temi bioetici sempre partendo da un approccio di ragione prima ancora che strictu sensu di fede. Egli invita a considerare quei dati - tra cui appunto la sacralità della vita, la dignità della persona - a cui l'uomo può giungere innanzitutto attraverso il retto uso della ragione, riconoscendo il valore assoluto dell'esistenza anche a prescindere dall'appartenenza religiosa. Basti pensare, a tal proposito, al percorso compiuto da un filosofo laico, moderno e illuminista come Immanuel Kant, che nella sua Fondazione della Metafisica dei costumi arrivava ad affermare che la vita umana deve essere considerata «sempre come un fine, mai come un mezzo».
E' chiaro, dunque, che dire oggi «laicità» significa, in ultima analisi, invitare nuovamente ad un uso della ragione che non resti vincolato a preconcetti ideologici, ma si apra alla possibilità di scoprire nella realtà, e nelle sfide che essa pone, una verità, un significato e, con esso, un'indicazione di marcia in campo etico. Si tratta, in sostanza, di riscoprire nell'essere il fondamento del dover essere, di elaborare perciò posizioni politiche in materia bioetica sempre motivando l'aspetto prescrittivo delle leggi con il richiamo al loro fondamento in un percorso razionale di ascolto leale e rispettoso della realtà, dell'essere.
Qualche tempo fa, su La Repubblica, il teologo Vito Mancuso ha affermato che una posizione del genere - una laicità fondata sulla ragione - dovrebbe per ciò stesso aprirsi al dubbio e riconoscersi quindi come una posizione relativa, priva, a ben guardare, di ogni pretesa veritativa. Ma se tutto, in campo bioetico, è in prima istanza dubbio, e quindi mera relatività, si spalancano alla fine le porte per ogni genere di sopruso ai danni della persona umana: senza la verità e la certezza di ragione in merito alla sacralità, alla dignità, all'indisponibilità della vita, l'essere umano - ed in specie quello più debole: il feto, l'ammalato, il disabile in stato vegetativo persistente - è di fatto esposto ai venti dell'arbitrio e della sopraffazione.
Nella legislatura 2001-2006 la maggioranza che sosteneva il secondo governo Berlusconi promosse una buona legge sulla fecondazione assistita, che resse anche la prova del referendum abrogativo del giugno 2005. Oggi i partiti che appoggiano il Berlusconi IV sono impegnati nell'esame del testo sul fine vita, un testo che tiene conto di quanto affermato in prima persona dal presidente del Consiglio negli ultimi giorni della drammatica vicenda di Eluana Englaro. Annunciando coraggiosamente il decreto legge poi bloccato dal presidente della Repubblica, il premier disse che con la nuova normativa «tutti i cittadini italiani avranno la certezza, qualora cadessero in condizioni di vita vegetativa, di non essere privati della fornitura non di cure, ma degli elementi base della vita, che sono l'acqua e il cibo». Attraversando il suo personale Rubicone sui temi bioetici, fondando la difesa della vita umana e della dignità della persona su argomenti di ragione non confessionali ma radicati nella tradizione spirituale e culturale del nostro paese, Silvio Berlusconi ha così impresso sul Popolo della Libertà il marchio di una sana laicità positiva, che sarà uno dei fiori all'occhiello del nuovo partito.
Gianteo Bordero
«Il Popolo della Libertà sarà un partito laico che non rinuncerà mai ad un punto di riferimento che consideriamo imprescindibile: la sacralità della vita e la dignità della persona». Così sabato 21 marzo, intervenendo telefonicamente ad un convegno dei Popolari Liberali di Carlo Giovanardi, Silvio Berlusconi ha efficacemente sintetizzato uno dei punti qualificanti la proposta politica del Pdl: un concetto di laicità che renderà il nuovo partito a un tempo aconfessionale e profondamente radicato nella storia spirituale, culturale e religiosa dell'Italia. Le parole del presidente del Consiglio confermano che, anche su questo punto, il Popolo della Libertà sarà un partito all'avanguardia all'interno del panorama politico nazionale, un partito capace di cogliere i segni dei tempi, guardando in faccia le nuove sfide poste dalla società post-novecentesca.
Le innumerevoli questioni etiche sollevate dal progresso tecnologico, i risvolti morali degli esperimenti effettuati in campo biologico e genetico, le nuove possibilità a cui è giunta la scienza medica impongono di leggere sotto un'altra luce il tema della laicità, che non può più essere inteso soltanto come la pur necessaria definizione dei rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa e delle loro rispettive competenze, ma deve aprirsi ai contributi che dal lungo percorso della tradizione cattolica possono giungere al dibattito politico riguardante le materie bioetiche. In particolare, come anche emerge dalle parole del presidente del Consiglio citate in precedenza, si tratta oggi di confrontarsi su un terreno che non è più soltanto e specificamente di fede, ma in primis di ragione: il terreno del corpo umano, della vita e della sua dignità, delle misure che è necessario mettere in atto, in campo legislativo, per proteggerla e non lasciarla in balia di una cultura di impronta nichilista e dell'interesse particolare di lobbies organizzate che perseguono obiettivi non sempre finalizzati al bene comune.
Da questo punto di vista, rappresenta certamente un aiuto significativo all'evoluzione dei rapporti tra Stato e Chiesa e alla definizione di una nuova laicità la linea che l'attuale pontefice ha impresso al suo papato: Benedetto XVI affronta ormai da quattro anni i temi bioetici sempre partendo da un approccio di ragione prima ancora che strictu sensu di fede. Egli invita a considerare quei dati - tra cui appunto la sacralità della vita, la dignità della persona - a cui l'uomo può giungere innanzitutto attraverso il retto uso della ragione, riconoscendo il valore assoluto dell'esistenza anche a prescindere dall'appartenenza religiosa. Basti pensare, a tal proposito, al percorso compiuto da un filosofo laico, moderno e illuminista come Immanuel Kant, che nella sua Fondazione della Metafisica dei costumi arrivava ad affermare che la vita umana deve essere considerata «sempre come un fine, mai come un mezzo».
E' chiaro, dunque, che dire oggi «laicità» significa, in ultima analisi, invitare nuovamente ad un uso della ragione che non resti vincolato a preconcetti ideologici, ma si apra alla possibilità di scoprire nella realtà, e nelle sfide che essa pone, una verità, un significato e, con esso, un'indicazione di marcia in campo etico. Si tratta, in sostanza, di riscoprire nell'essere il fondamento del dover essere, di elaborare perciò posizioni politiche in materia bioetica sempre motivando l'aspetto prescrittivo delle leggi con il richiamo al loro fondamento in un percorso razionale di ascolto leale e rispettoso della realtà, dell'essere.
Qualche tempo fa, su La Repubblica, il teologo Vito Mancuso ha affermato che una posizione del genere - una laicità fondata sulla ragione - dovrebbe per ciò stesso aprirsi al dubbio e riconoscersi quindi come una posizione relativa, priva, a ben guardare, di ogni pretesa veritativa. Ma se tutto, in campo bioetico, è in prima istanza dubbio, e quindi mera relatività, si spalancano alla fine le porte per ogni genere di sopruso ai danni della persona umana: senza la verità e la certezza di ragione in merito alla sacralità, alla dignità, all'indisponibilità della vita, l'essere umano - ed in specie quello più debole: il feto, l'ammalato, il disabile in stato vegetativo persistente - è di fatto esposto ai venti dell'arbitrio e della sopraffazione.
Nella legislatura 2001-2006 la maggioranza che sosteneva il secondo governo Berlusconi promosse una buona legge sulla fecondazione assistita, che resse anche la prova del referendum abrogativo del giugno 2005. Oggi i partiti che appoggiano il Berlusconi IV sono impegnati nell'esame del testo sul fine vita, un testo che tiene conto di quanto affermato in prima persona dal presidente del Consiglio negli ultimi giorni della drammatica vicenda di Eluana Englaro. Annunciando coraggiosamente il decreto legge poi bloccato dal presidente della Repubblica, il premier disse che con la nuova normativa «tutti i cittadini italiani avranno la certezza, qualora cadessero in condizioni di vita vegetativa, di non essere privati della fornitura non di cure, ma degli elementi base della vita, che sono l'acqua e il cibo». Attraversando il suo personale Rubicone sui temi bioetici, fondando la difesa della vita umana e della dignità della persona su argomenti di ragione non confessionali ma radicati nella tradizione spirituale e culturale del nostro paese, Silvio Berlusconi ha così impresso sul Popolo della Libertà il marchio di una sana laicità positiva, che sarà uno dei fiori all'occhiello del nuovo partito.
Gianteo Bordero
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martedì 10 marzo 2009
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