da Ragionpolitica.it del 19 gennaio 2011
Politicanti senza spessore politico, personaggi di cui i libri di storia non faranno menzione alcuna, e ai quali si potrebbe applicare la famosa battuta di Fortebraccio ai tempi della Prima Repubblica: «L'auto blu si fermò. L'autista, rapidamente, corse a spalancare la portiera. Non scese nessuno: era Nicolazzi». Stiamo parlando di tutti coloro che in questi giorni e in queste ore, di fronte alla nuova offensiva dei pm contro il presidente del Consiglio, preferiscono anteporre il proprio misero tornaconto immediato (una manciata di voti oggi e qualche poltrona in più domani) alla tutela delle garanzie costituzionali e dell'equilibrio dei poteri sul quale si regge la nostra Repubblica. Non capiscono - o fanno finta di non capire - che, nella sciagurata ipotesi di annientamento di Berlusconi per via giudiziaria, il loro guadagno sarebbe incommensurabilmente minore rispetto al prezzo pagato dall'Italia intera e dalle sue istituzioni rappresentative.
Sarebbe infatti la consacrazione definitiva del principio secondo il quale i governi non vengono scelti dai cittadini attraverso libere elezioni, bensì, in ultima analisi, dai pubblici ministeri e dai giudici, che diverrebbero i detentori dell'ultima parola a proposito della legittimità politica di un esecutivo. Si potrebbe ancora definire «democrazia», questa? Evidentemente no. Ci troveremmo invece di fronte ad un esiziale rovesciamento della nostra forma di Stato: non più una Repubblica «democratica», bensì una Repubblica «giudiziaria» in cui la sovranità non apparterrebbe più, in ultima istanza, al popolo, bensì alla magistratura.
Se quest'ipotesi, negli ultimi diciassette anni, non è diventata realtà, è proprio grazie a Silvio Berlusconi. Egli ha saputo tenere testa con coraggio e determinazione ai suoi accusatori togati. E' riuscito a dimostrare la sua estraneità agli infamanti capi d'imputazione che di volta in volta gli venivano rovesciati addosso come se egli fosse il peggiore dei criminali in circolazione. Ha ribattuto efficacemente, colpo su colpo, a inchieste messe in campo con un dispiegamento di mezzi, risorse, uomini senza precedenti (il tutto, ricordiamolo, a spese dei contribuenti). Berlusconi è stato dunque, dal 1994 ad oggi, l'argine alla deriva giudiziaria che prese il via negli anni delle inchieste di Mani Pulite, quando un'intera classe politica e interi partiti che avevano scritto la storia democratica del nostro Paese vennero spazzati via dall'oggi al domani nei modi e coi metodi che tutti ormai dovrebbero conoscere: uno sputtanamento mediatico scientificamente coordinato, la diffusione generalizzata a mezzo stampa e tv di atti coperti dal segreto istruttorio e «misteriosamente» usciti dalle procure, la trasformazione dell'avviso di garanzia in avviso di condanna, un uso arbitrario della carcerazione preventiva. Una miscela esplosiva finalizzata ad ottenere soltanto un immediato risultato politico e non certo giudiziario, visto che, come documenta Carlo Giovanardi nel suo Storie di straordinaria ingiustizia (Mondadori, 2003), tirando le somme dei processi per Tangentopoli si scopre che le archiviazioni e le assoluzioni raggiungono quasi il 90% dei casi. Archiviazioni e assoluzioni giunte però dopo molti anni, quando ormai, come detto, il fine politico delle inchieste era stato raggiunto e la stragrande maggioranza degli imputati era uscita di scena sotto il peso della gogna mediatica.
E qui, in fondo, sta la differenza tra allora e oggi, tra i rappresentanti della Prima Repubblica e Silvio Berlusconi. Il Cavaliere, ben comprendendo la natura precipuamente politica delle inchieste a suo carico, ha scelto di difendersi non soltanto nei processi, da cui egli è sempre uscito a testa alta, ma anche dai processi, denunciando pubblicamente, in innumerevoli occasioni, l'uso politico della giustizia di cui egli era oggetto, e sottolineando la necessità per un verso di porre mano ad una radicale riforma del sistema giudiziario e, per l'altro verso, di varare leggi volte a tutelare le istituzioni elette dal popolo da indebiti attacchi da parte della magistratura.
Chi oggi chiede a Berlusconi di dimettersi da presidente del Consiglio, di presentarsi davanti ai giudici di Milano e di difendersi di fronte a pm che per l'ennesima volta sembrano voler raggiungere primariamente obiettivi politici, non soltanto trascura la non irrilevante questione della competenza territoriale, non soltanto non tiene conto della sospetta tempistica dell'invito a comparire, non soltanto glissa sul reiterato utilizzo a strascico delle intercettazioni, ma anche e soprattutto mostra di non aver compreso che il vero, gigantesco problema dell'Italia non è la vita privata del premier, ma quello di settori della magistratura che da quasi vent'anni a questa parte tentano di ribaltare con i processi, o quanto meno con l'impatto mediatico delle inchieste, i risultati elettorali, espressione della volontà popolare che sta a fondamento della nostra democrazia. Per questo fa bene Berlusconi ad andare avanti, a resistere, infine a non presentarsi di fronte a quello che egli stesso ha definito un «plotone di esecuzione».
Gianteo Bordero
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mercoledì 19 gennaio 2011
lunedì 17 gennaio 2011
E' L'USO POLITICO DELLA GIUSTIZIA LA VERA ANOMALIA ITALIANA
da Ragionpolitica.it del 17 gennaio 2011
L'uso politico della giustizia è un cancro che mina alla radice la tenuta del nostro sistema democratico, poiché altera in maniera sostanziale il principio della sovranità popolare, costituzionalmente cristallizzato nell'articolo 1 della Carta fondamentale. Quello che sta accadendo in questi giorni, con la nuova offensiva dei pm milanesi nei confronti del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, è l'ennesimo capitolo di una storia che si trascina ormai da quasi vent'anni, e che ha visto settori della magistratura proporsi sulla scena come i detentori ultimi del potere politico e delle stesse sorti del Paese, oltrepassando i confini delle prerogative che la Costituzione e le leggi assegnano al potere giudiziario. Ciò è stato possibile, a partire dal 1992-93, non soltanto a causa della consunzione del sistema sul quale si reggeva la Prima Repubblica, ma anche e soprattutto grazie alla carica ideologica che muoveva quella parte di giudici e pm che si riconosceva nella corrente di Magistratura Democratica, nata negli anni Sessanta del secolo scorso col preciso intento di travasare nell'amministrazione della giustizia le parole d'ordine della lotta di classe e della distruzione dello Stato borghese.
In questo senso, la «colpa» imperdonabile di Silvio Berlusconi è stata quella di dare voce ed espressione politica alla parte maggioritaria dell'elettorato italiano che si era riconosciuta per decenni nei partiti democratici e occidentali poi cancellati dalle inchieste di Mani Pulite, «scendendo in campo» proprio nel momento in cui la strada della conquista del potere sembrava aperta per gli eredi del comunismo, ai quali i membri di Magistratura Democratica si sentivano - ed erano - oggettivamente contigui. Questo è il «peccato originale» dell'avventura politica dell'attuale presidente del Consiglio. Per questo egli è stato considerato, da sùbito, come un usurpatore. Per questo al Cavaliere andava - e va tuttora - necessariamente riservato lo stesso trattamento applicato ai dirigenti della Dc, del Psi e dei loro alleati ai tempi della Prima Repubblica. Per questo l'uomo di Arcore deve essere abbattuto, come si suol dire, con le buone o con le cattive.
E non deve neppure sorprendere che i partiti della sinistra, un tempo schierati strenuamente in difesa del «primato della politica», cavalchino oggi, così come hanno cavalcato nei primi anni Novanta, le inchieste dei pm d'assalto contro coloro che sono stati liberamente eletti dal popolo per guidare il Paese. La ragione di ciò sta nel fatto che, dal punto di vista politico, la sinistra in Italia è morta con la caduta del muro di Berlino e con il crollo del mito della rivoluzione. Per questo la conquista del potere per via giudiziaria è apparsa, sin dai tempi di Tangentopoli, come la provvidenziale scorciatoia per raggiungere con mezzi non democratici ciò che era - ed è ancora oggi - impossibile raggiungere con i normali strumenti della democrazia, cioè il consenso popolare ed il voto. Abbracciare dogmaticamente e acriticamente il giustizialismo, se da un lato è stata una scelta dettata dallo stato di necessità, dall'altro ha accelerato il processo di esaurimento politico della gauche nostrana, assegnandole un ruolo ancillare rispetto a quello svolto dai magistrati e trasformandola in un semplice megafono delle procure, del tutto privo di qualsiasi autonomia programmatica e culturale.
Questo è lo stato delle cose che si protrae da più di tre lustri nel nostro Paese. Questa è la vera anomalia italiana: non quella di un imprenditore di successo che diventa leader politico e raccoglie la maggioranza dei consensi necessaria per governare, bensì quella di certa magistratura politicizzata che tenta di esercitare un potere che in democrazia spetta soltanto al popolo e ai suoi rappresentanti, e quella di una sinistra meschina che rinuncia alle sue prerogative e abdica al suo compito politico nella convinzione e nella speranza che possa essere una sentenza, o quanto meno la gogna mediatica alimentata dalle inchieste-spettacolo, a trasformarla come per magia da forza residuale in forza di governo. E' un disegno che da diciassette anni continua ad essere vanificato dalle vittorie di Berlusconi, ma che, come vediamo in questi giorni, è più vivo che mai. E' chiaro che in ballo non c'è soltanto il destino politico di un uomo, ma anche e soprattutto, come dicevamo, la qualità della nostra democrazia: per questo la capacità di resistenza del Cavaliere continua ancora oggi ad essere la migliore garanzia contro la riduzione a mero flatus vocis del primato della volontà popolare.
Gianteo Bordero
L'uso politico della giustizia è un cancro che mina alla radice la tenuta del nostro sistema democratico, poiché altera in maniera sostanziale il principio della sovranità popolare, costituzionalmente cristallizzato nell'articolo 1 della Carta fondamentale. Quello che sta accadendo in questi giorni, con la nuova offensiva dei pm milanesi nei confronti del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, è l'ennesimo capitolo di una storia che si trascina ormai da quasi vent'anni, e che ha visto settori della magistratura proporsi sulla scena come i detentori ultimi del potere politico e delle stesse sorti del Paese, oltrepassando i confini delle prerogative che la Costituzione e le leggi assegnano al potere giudiziario. Ciò è stato possibile, a partire dal 1992-93, non soltanto a causa della consunzione del sistema sul quale si reggeva la Prima Repubblica, ma anche e soprattutto grazie alla carica ideologica che muoveva quella parte di giudici e pm che si riconosceva nella corrente di Magistratura Democratica, nata negli anni Sessanta del secolo scorso col preciso intento di travasare nell'amministrazione della giustizia le parole d'ordine della lotta di classe e della distruzione dello Stato borghese.
In questo senso, la «colpa» imperdonabile di Silvio Berlusconi è stata quella di dare voce ed espressione politica alla parte maggioritaria dell'elettorato italiano che si era riconosciuta per decenni nei partiti democratici e occidentali poi cancellati dalle inchieste di Mani Pulite, «scendendo in campo» proprio nel momento in cui la strada della conquista del potere sembrava aperta per gli eredi del comunismo, ai quali i membri di Magistratura Democratica si sentivano - ed erano - oggettivamente contigui. Questo è il «peccato originale» dell'avventura politica dell'attuale presidente del Consiglio. Per questo egli è stato considerato, da sùbito, come un usurpatore. Per questo al Cavaliere andava - e va tuttora - necessariamente riservato lo stesso trattamento applicato ai dirigenti della Dc, del Psi e dei loro alleati ai tempi della Prima Repubblica. Per questo l'uomo di Arcore deve essere abbattuto, come si suol dire, con le buone o con le cattive.
E non deve neppure sorprendere che i partiti della sinistra, un tempo schierati strenuamente in difesa del «primato della politica», cavalchino oggi, così come hanno cavalcato nei primi anni Novanta, le inchieste dei pm d'assalto contro coloro che sono stati liberamente eletti dal popolo per guidare il Paese. La ragione di ciò sta nel fatto che, dal punto di vista politico, la sinistra in Italia è morta con la caduta del muro di Berlino e con il crollo del mito della rivoluzione. Per questo la conquista del potere per via giudiziaria è apparsa, sin dai tempi di Tangentopoli, come la provvidenziale scorciatoia per raggiungere con mezzi non democratici ciò che era - ed è ancora oggi - impossibile raggiungere con i normali strumenti della democrazia, cioè il consenso popolare ed il voto. Abbracciare dogmaticamente e acriticamente il giustizialismo, se da un lato è stata una scelta dettata dallo stato di necessità, dall'altro ha accelerato il processo di esaurimento politico della gauche nostrana, assegnandole un ruolo ancillare rispetto a quello svolto dai magistrati e trasformandola in un semplice megafono delle procure, del tutto privo di qualsiasi autonomia programmatica e culturale.
Questo è lo stato delle cose che si protrae da più di tre lustri nel nostro Paese. Questa è la vera anomalia italiana: non quella di un imprenditore di successo che diventa leader politico e raccoglie la maggioranza dei consensi necessaria per governare, bensì quella di certa magistratura politicizzata che tenta di esercitare un potere che in democrazia spetta soltanto al popolo e ai suoi rappresentanti, e quella di una sinistra meschina che rinuncia alle sue prerogative e abdica al suo compito politico nella convinzione e nella speranza che possa essere una sentenza, o quanto meno la gogna mediatica alimentata dalle inchieste-spettacolo, a trasformarla come per magia da forza residuale in forza di governo. E' un disegno che da diciassette anni continua ad essere vanificato dalle vittorie di Berlusconi, ma che, come vediamo in questi giorni, è più vivo che mai. E' chiaro che in ballo non c'è soltanto il destino politico di un uomo, ma anche e soprattutto, come dicevamo, la qualità della nostra democrazia: per questo la capacità di resistenza del Cavaliere continua ancora oggi ad essere la migliore garanzia contro la riduzione a mero flatus vocis del primato della volontà popolare.
Gianteo Bordero
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giovedì 18 novembre 2010
COSÌ VINCE L’ANTIMAFIA DEI FATTI
da Ragionpolitica.it del 18 novembre 2010
Una grande vittoria dello Stato, delle forze di Polizia, del ministero dell'Interno, del governo Berlusconi. La cattura di Antonio Iovine, uno dei capi storici del clan dei Casalesi, «delfino» del boss Francesco Schiavone, rappresenta l'ennesimo duro colpo inferto alla criminalità organizzata negli ultimi due anni. E' l'arresto che accorcia ulteriormente la lista dei latitanti più pericolosi: ventiquattro mesi fa si era partiti da trenta, oggi ne mancano soltanto due: Matteo Messina Denaro e Michele Zagaria. Un risultato straordinario, che ormai senza ombra di dubbio fa dell'ultimo biennio quello più efficace e più fruttuoso nella lotta alle cosche, ai clan, alle 'ndrine. I numeri parlano da soli: 6.754 mafiosi arrestati, di cui 410 latitanti; più di 660 operazioni di polizia giudiziaria; 29.700 beni sequestrati per un valore di quasi 15 miliardi di euro; 5.900 beni confiscati, pari a 3 miliardi di euro. Un'azione capillare e mai prima d'ora così incisiva. Un coordinamento straordinario tra le varie istituzioni coinvolte.
Lo Stato, insomma, è tornato a fare lo Stato. Ha fatto sentire la sua presenza nei territori infestati dalla criminalità organizzata. Ha inviato l'esercito nei luoghi simbolo della malavita per non far sentire i cittadini abbandonati a se stessi, per non lasciare che la paura continuasse a inghiottire intere comunità, per non perpetuare la drammatica realtà di pezzi d'Italia controllati totalmente dalle cosche. Ha dato un segnale chiaro e inequivocabile anche col rafforzamento del carcere duro per i boss, col Piano straordinario antimafia varato dal governo e approvato pochi mesi fa dal parlamento (contenente misure quali la creazione dell'Agenzia per la gestione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, il Codice delle leggi antimafia, l'introduzione di nuovi strumenti di aggressione ai patrimoni mafiosi e all'ecomafia), con la firma del Protocollo per la lotta alla criminalità organizzata assieme a Confindustria. Tanti provvedimenti che vanno in un'unica direzione: contrastare la malavita in ogni modo possibile e in tutti i settori nei quali essa ha infiltrazioni. E' una battaglia dura, durissima, contro un nemico con cento facce e mille diramazioni. Ma decisivo è appunto mostrare e dimostrare che lo Stato c'è, che le istituzioni ci sono, che la volontà di sradicare le mafie si concretizza in atti concreti.
Questa, come è stato detto, è l'antimafia dei fatti e non l'antimafia delle chiacchiere. L'antimafia che combatte ogni giorno la criminalità sul campo e non nei salotti. L'antimafia di tanti eroi ignoti e silenziosi, dei servitori fedeli dello Stato, dei valorosi uomini delle squadre «catturandi», e non di coloro che affollano le tribune mediatiche in cerca di gloria personale. E' l'antimafia di cui c'è bisogno, non quella che ha bisogno della ribalta perché così fa più chic. E' l'antimafia che unisce gli italiani, non quella che li divide sulla base di rozzi stereotipi ideologici, per cui se sei di centrodestra non hai diritto alla patente di perfetto antimafioso, mentre se sei di sinistra sei per ciò stesso un paladino della lotta ai clan. E' l'antimafia che vogliamo, non quella che tentano di imporci certi giornali e tv come strumento di lotta politica. A proposito, tra i principali quotidiani oggi in edicola l'unico che s'è scordato - diciamo così - di dare ampio risalto in prima pagina all'arresto di Iovine è stata l'Unità. Chissà perché...
Gianteo Bordero
Una grande vittoria dello Stato, delle forze di Polizia, del ministero dell'Interno, del governo Berlusconi. La cattura di Antonio Iovine, uno dei capi storici del clan dei Casalesi, «delfino» del boss Francesco Schiavone, rappresenta l'ennesimo duro colpo inferto alla criminalità organizzata negli ultimi due anni. E' l'arresto che accorcia ulteriormente la lista dei latitanti più pericolosi: ventiquattro mesi fa si era partiti da trenta, oggi ne mancano soltanto due: Matteo Messina Denaro e Michele Zagaria. Un risultato straordinario, che ormai senza ombra di dubbio fa dell'ultimo biennio quello più efficace e più fruttuoso nella lotta alle cosche, ai clan, alle 'ndrine. I numeri parlano da soli: 6.754 mafiosi arrestati, di cui 410 latitanti; più di 660 operazioni di polizia giudiziaria; 29.700 beni sequestrati per un valore di quasi 15 miliardi di euro; 5.900 beni confiscati, pari a 3 miliardi di euro. Un'azione capillare e mai prima d'ora così incisiva. Un coordinamento straordinario tra le varie istituzioni coinvolte.
Lo Stato, insomma, è tornato a fare lo Stato. Ha fatto sentire la sua presenza nei territori infestati dalla criminalità organizzata. Ha inviato l'esercito nei luoghi simbolo della malavita per non far sentire i cittadini abbandonati a se stessi, per non lasciare che la paura continuasse a inghiottire intere comunità, per non perpetuare la drammatica realtà di pezzi d'Italia controllati totalmente dalle cosche. Ha dato un segnale chiaro e inequivocabile anche col rafforzamento del carcere duro per i boss, col Piano straordinario antimafia varato dal governo e approvato pochi mesi fa dal parlamento (contenente misure quali la creazione dell'Agenzia per la gestione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, il Codice delle leggi antimafia, l'introduzione di nuovi strumenti di aggressione ai patrimoni mafiosi e all'ecomafia), con la firma del Protocollo per la lotta alla criminalità organizzata assieme a Confindustria. Tanti provvedimenti che vanno in un'unica direzione: contrastare la malavita in ogni modo possibile e in tutti i settori nei quali essa ha infiltrazioni. E' una battaglia dura, durissima, contro un nemico con cento facce e mille diramazioni. Ma decisivo è appunto mostrare e dimostrare che lo Stato c'è, che le istituzioni ci sono, che la volontà di sradicare le mafie si concretizza in atti concreti.
Questa, come è stato detto, è l'antimafia dei fatti e non l'antimafia delle chiacchiere. L'antimafia che combatte ogni giorno la criminalità sul campo e non nei salotti. L'antimafia di tanti eroi ignoti e silenziosi, dei servitori fedeli dello Stato, dei valorosi uomini delle squadre «catturandi», e non di coloro che affollano le tribune mediatiche in cerca di gloria personale. E' l'antimafia di cui c'è bisogno, non quella che ha bisogno della ribalta perché così fa più chic. E' l'antimafia che unisce gli italiani, non quella che li divide sulla base di rozzi stereotipi ideologici, per cui se sei di centrodestra non hai diritto alla patente di perfetto antimafioso, mentre se sei di sinistra sei per ciò stesso un paladino della lotta ai clan. E' l'antimafia che vogliamo, non quella che tentano di imporci certi giornali e tv come strumento di lotta politica. A proposito, tra i principali quotidiani oggi in edicola l'unico che s'è scordato - diciamo così - di dare ampio risalto in prima pagina all'arresto di Iovine è stata l'Unità. Chissà perché...
Gianteo Bordero
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lunedì 28 giugno 2010
ABUSI CONTRO LA CHIESA
da Ragionpolitica.it del 28 giugno 2010
Profanare le tombe di gloriosi cardinali cattolici e tenere praticamente in ostaggio per quasi mezza giornata un'intera Conferenza Episcopale è il modo peggiore per condurre le indagini sui casi di pedofilia che vedono coinvolti membri del clero. Perché in questo modo si dimostra di voler colpire non tanto i singoli che si sono macchiati di un terribile crimine come quello dell'abuso sessuale sui minori, quanto la Chiesa stessa nel suo insieme. Tant'è vero che l'inchiesta della magistratura belga salita agli onori delle cronache in questi giorni è stata ribattezzata, con accenti inquietanti, «Operazione Chiesa». Un nome che definisce l'oggetto stesso delle indagini e delle accuse, facendo scempio di quel sacrosanto principio di responsabilità individuale che sta alla base di ogni codificazione non totalitaria del diritto penale. Solo così, del resto, è possibile motivare - si fa per dire - le scelte compiute dai magistrati che hanno organizzato il blitz dello scorso venerdì nella cattedrale di Malines e nella sede in cui era riunito l'episcopato belga.
Un atto ancor più grave se si tiene conto dell'atteggiamento di leale collaborazione adottato dalla Chiesa del Belgio, che aveva portato alla nascita di un'apposita Commissione indipendente presieduta dallo psichiatra Peter Adriaenssens, docente all'università di Lovanio, e composta anche da rappresentanti del ministero della Giustizia di Bruxelles. Questa Commissione, negli ultimi anni, aveva raccolto le testimonianze di 475 persone le quali avevano raccontato di essere state vittima di abusi sessuali da parte di sacerdoti. Le testimonianze, adeguatamente vagliate, sarebbero poi state trasmesse alle autorità giudiziarie, nel rispetto di coloro che si erano rivolti alla Commissione affermando chiaramente di non voler far ricorso alla magistratura. Così non sarà, visto che tutti i dossier sono stati sequestrati durante la perquisizione ordinata dalla Procura di Bruxelles. Inevitabili sono giunte lunedì le dimissioni del presidente Adriaenssens e di tutti i membri, poiché «la fiducia tra la giustizia e la Commissione è stata deteriorata e di conseguenza anche la fiducia tra la Commissione e le vittime che si sono rivolte a noi».
La magistratura belga, agendo in questo modo, non fa altro che alimentare quel deleterio clima di caccia alle streghe che da qualche tempo a questa parte circonda la Chiesa cattolica in quanto tale, legittimando la vulgata secondo cui essa altro non sarebbe che una congrega di pedofili, una cricca di pervertiti sessuali, una casta di orchi che ne combinano di tutti i colori tentando poi di sottrarsi alla giustizia. Qui, più che di fronte ad una tesi giudiziaria, sembra di trovarsi di fronte ad un teorema ideologico fondato sul pregiudizio nei confronti di una istituzione. E’ chiaro che in questo clima le inchieste non possono svolgersi con quell'equilibrio e quella misura che casi come quelli in oggetto richiederebbero. Se infatti l'obiettivo finale è colpire la Chiesa più che i singoli autori di un reato, saranno inevitabili le distorsioni, le forzature, gli abusi.
Questo è un dato che non va sottovalutato: esso mostra che le indagini sui preti accusati di pedofilia possono essere usate come benzina che viene gettata sul fuoco per alimentare l'ostilità alla Chiesa e l'odio anti-cattolico ormai ampiamente diffusi anche in Occidente. La collaborazione dei vescovi con le autorità giudiziarie non può essere definita tale se queste stesse autorità mostrano una chiara volontà persecutoria nei confronti della Chiesa.
Gianteo Bordero
Profanare le tombe di gloriosi cardinali cattolici e tenere praticamente in ostaggio per quasi mezza giornata un'intera Conferenza Episcopale è il modo peggiore per condurre le indagini sui casi di pedofilia che vedono coinvolti membri del clero. Perché in questo modo si dimostra di voler colpire non tanto i singoli che si sono macchiati di un terribile crimine come quello dell'abuso sessuale sui minori, quanto la Chiesa stessa nel suo insieme. Tant'è vero che l'inchiesta della magistratura belga salita agli onori delle cronache in questi giorni è stata ribattezzata, con accenti inquietanti, «Operazione Chiesa». Un nome che definisce l'oggetto stesso delle indagini e delle accuse, facendo scempio di quel sacrosanto principio di responsabilità individuale che sta alla base di ogni codificazione non totalitaria del diritto penale. Solo così, del resto, è possibile motivare - si fa per dire - le scelte compiute dai magistrati che hanno organizzato il blitz dello scorso venerdì nella cattedrale di Malines e nella sede in cui era riunito l'episcopato belga.
Un atto ancor più grave se si tiene conto dell'atteggiamento di leale collaborazione adottato dalla Chiesa del Belgio, che aveva portato alla nascita di un'apposita Commissione indipendente presieduta dallo psichiatra Peter Adriaenssens, docente all'università di Lovanio, e composta anche da rappresentanti del ministero della Giustizia di Bruxelles. Questa Commissione, negli ultimi anni, aveva raccolto le testimonianze di 475 persone le quali avevano raccontato di essere state vittima di abusi sessuali da parte di sacerdoti. Le testimonianze, adeguatamente vagliate, sarebbero poi state trasmesse alle autorità giudiziarie, nel rispetto di coloro che si erano rivolti alla Commissione affermando chiaramente di non voler far ricorso alla magistratura. Così non sarà, visto che tutti i dossier sono stati sequestrati durante la perquisizione ordinata dalla Procura di Bruxelles. Inevitabili sono giunte lunedì le dimissioni del presidente Adriaenssens e di tutti i membri, poiché «la fiducia tra la giustizia e la Commissione è stata deteriorata e di conseguenza anche la fiducia tra la Commissione e le vittime che si sono rivolte a noi».
La magistratura belga, agendo in questo modo, non fa altro che alimentare quel deleterio clima di caccia alle streghe che da qualche tempo a questa parte circonda la Chiesa cattolica in quanto tale, legittimando la vulgata secondo cui essa altro non sarebbe che una congrega di pedofili, una cricca di pervertiti sessuali, una casta di orchi che ne combinano di tutti i colori tentando poi di sottrarsi alla giustizia. Qui, più che di fronte ad una tesi giudiziaria, sembra di trovarsi di fronte ad un teorema ideologico fondato sul pregiudizio nei confronti di una istituzione. E’ chiaro che in questo clima le inchieste non possono svolgersi con quell'equilibrio e quella misura che casi come quelli in oggetto richiederebbero. Se infatti l'obiettivo finale è colpire la Chiesa più che i singoli autori di un reato, saranno inevitabili le distorsioni, le forzature, gli abusi.
Questo è un dato che non va sottovalutato: esso mostra che le indagini sui preti accusati di pedofilia possono essere usate come benzina che viene gettata sul fuoco per alimentare l'ostilità alla Chiesa e l'odio anti-cattolico ormai ampiamente diffusi anche in Occidente. La collaborazione dei vescovi con le autorità giudiziarie non può essere definita tale se queste stesse autorità mostrano una chiara volontà persecutoria nei confronti della Chiesa.
Gianteo Bordero
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lunedì 21 giugno 2010
IL CASO SEPE. TRASPARENZA NEL RISPETTO DEL CONCORDATO
da Ragionpolitica.it del 21 giugno 2010
Trasparenza e collaborazione con le autorità giudiziarie. Queste parole d'ordine di Benedetto XVI di fronte alla vicenda dei preti accusati di pedofilia valgono anche, mutatis mutandis, per altri casi che vedono implicati membri della Chiesa cattolica in inchieste della magistratura. Come, da ultimo, quella sulla cosiddetta «cricca» dei Grandi Eventi, nella quale risulta indagato per concorso in corruzione aggravata il cardinale Crescenzio Sepe, oggi arcivescovo di Napoli e dal 2001 al 2006 prefetto della Congregazione di Propaganda Fide, l'importante organismo della Santa Sede che si occupa del sostegno all'attività missionaria della Chiesa. E' proprio sul ruolo di Sepe al tempo del suo incarico alla guida della Congregazione che si concentra l'attenzione dei pubblici ministeri, secondo i quali il porporato avrebbe gestito in modo illecito il consistente patrimonio immobiliare di Propaganda Fide per ottenere favori da pubblici ufficiali oggi al centro dell'inchiesta della Procura di Perugia. Come Angelo Balducci, all'epoca provveditore alle Opere Pubbliche del Lazio, nonché Gentiluomo di Sua Santità e consultore della stessa Congregazione.
In una lettera inviata ai fedeli della sua diocesi, dopo aver illustrato gli addebiti che gli vengono mossi dalla magistratura, il cardinale ha affermato di aver sempre agito «nella massima trasparenza», «secondo coscienza» e «avendo come unico obiettivo il bene della Chiesa». Si è detto «sereno nella prova», concludendo però la sua missiva con un accenno che non potrà non suscitare altre polemiche: «Accetto la Croce e perdono, dal profondo del cuore, quanti, dentro e fuori la Chiesa, hanno voluto colpirmi». Il probabile riferimento, per ciò che concerne l'intra Ecclesiam, è a tutti coloro che, in questi giorni, non hanno mancato di ricordare la scelta con cui Ratzinger, nel 2006, da poco eletto Papa, «rimosse» Sepe da Propaganda Fide dopo soli cinque anni di prefettura - un caso più unico che raro per quanto riguarda questa Congregazione - e lo destinò alla guida della diocesi di Napoli, chiamando a sostituirlo il cardinale indiano Ivan Dias. Già allora questa decisione di Benedetto XVI suscitò un certo clamore: l'assegnazione ad una diocesi - ancorché importante come quella partenopea - dopo la guida di un dicastero di prim'ordine come quello delle Missioni non poteva certo essere considerata come una promozione. Tanto più che nel corso del Giubileo del 2000 l'allora cardinale Ratzinger aveva manifestato le sue perplessità per l'attivismo del Comitato organizzatore e aveva annoverato se stesso «tra quelle persone che hanno difficoltà a trovarsi in una struttura celebrativa permanente». E chi era alla guida del Comitato? Guarda caso proprio da Sepe. Coincidenze? Forse, ma a più di uno questo episodio tornò alla mente quando, divenuto Papa, Ratzinger chiamò Dias a Roma e inviò Sepe a Napoli.
In attesa degli sviluppi dell'inchiesta perugina, è importante sottolineare che la scelta della trasparenza e della collaborazione da parte della Santa Sede, ribadita anche in questi giorni, non significa sorvolare sulle norme che regolano i rapporti tra il Vaticano e l'Italia, cioè tra due Stati sovrani le cui relazioni sono disciplinate da un Concordato. Come ha ricordato il responsabile della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, in questa vicenda «bisognerà tenere conto anche degli aspetti procedurali e dei profili giurisdizionali impliciti nei corretti rapporti tra Santa Sede e Italia». In sostanza, i magistrati non potranno trascurare, ad esempio, l'articolo 4 del Concordato. Esso prevede, al comma 4, che «gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero». E' chiaro che se il Vaticano si muove con grande senso di responsabilità e invita il cardinal Sepe alla massima disponibilità nei confronti dei magistrati, eguale atteggiamento dovrebbe caratterizzare l'operato dei pubblici ministeri. Anche perché lo stesso Codice di Procedura Penale italiano, all'articolo 200, comma 1, stabilisce che «i ministri di confessioni religiose, i cui statuti non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano, non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio ministero, salvi i casi in cui hanno l'obbligo di riferirne all'autorità giudiziaria».
In forza di tutto ciò, sarebbe auspicabile, da parte dei pm, uno stile sobrio e altrettanto responsabile, evitando di dare la stura a inutili spettacolarizzazioni o a gogne mediatiche contro l'indagato di turno. Se l'interesse supremo della Chiesa, nel caso in oggetto, è tutelare e difendere il prestigio e il buon nome del suo dicastero che si occupa di una realtà decisiva come le missioni, quello dei magistrati dovrebbe essere quello di mostrare una rinnovata sobrietà e misura in un sistema giudiziario che spesso, troppo spesso, all'accertamento puntuale e circostanziato delle accuse ha preferito il clamore di inchieste sui «grandi nomi» tante volte terminate in «grandi flop».
Gianteo Bordero
Trasparenza e collaborazione con le autorità giudiziarie. Queste parole d'ordine di Benedetto XVI di fronte alla vicenda dei preti accusati di pedofilia valgono anche, mutatis mutandis, per altri casi che vedono implicati membri della Chiesa cattolica in inchieste della magistratura. Come, da ultimo, quella sulla cosiddetta «cricca» dei Grandi Eventi, nella quale risulta indagato per concorso in corruzione aggravata il cardinale Crescenzio Sepe, oggi arcivescovo di Napoli e dal 2001 al 2006 prefetto della Congregazione di Propaganda Fide, l'importante organismo della Santa Sede che si occupa del sostegno all'attività missionaria della Chiesa. E' proprio sul ruolo di Sepe al tempo del suo incarico alla guida della Congregazione che si concentra l'attenzione dei pubblici ministeri, secondo i quali il porporato avrebbe gestito in modo illecito il consistente patrimonio immobiliare di Propaganda Fide per ottenere favori da pubblici ufficiali oggi al centro dell'inchiesta della Procura di Perugia. Come Angelo Balducci, all'epoca provveditore alle Opere Pubbliche del Lazio, nonché Gentiluomo di Sua Santità e consultore della stessa Congregazione.
In una lettera inviata ai fedeli della sua diocesi, dopo aver illustrato gli addebiti che gli vengono mossi dalla magistratura, il cardinale ha affermato di aver sempre agito «nella massima trasparenza», «secondo coscienza» e «avendo come unico obiettivo il bene della Chiesa». Si è detto «sereno nella prova», concludendo però la sua missiva con un accenno che non potrà non suscitare altre polemiche: «Accetto la Croce e perdono, dal profondo del cuore, quanti, dentro e fuori la Chiesa, hanno voluto colpirmi». Il probabile riferimento, per ciò che concerne l'intra Ecclesiam, è a tutti coloro che, in questi giorni, non hanno mancato di ricordare la scelta con cui Ratzinger, nel 2006, da poco eletto Papa, «rimosse» Sepe da Propaganda Fide dopo soli cinque anni di prefettura - un caso più unico che raro per quanto riguarda questa Congregazione - e lo destinò alla guida della diocesi di Napoli, chiamando a sostituirlo il cardinale indiano Ivan Dias. Già allora questa decisione di Benedetto XVI suscitò un certo clamore: l'assegnazione ad una diocesi - ancorché importante come quella partenopea - dopo la guida di un dicastero di prim'ordine come quello delle Missioni non poteva certo essere considerata come una promozione. Tanto più che nel corso del Giubileo del 2000 l'allora cardinale Ratzinger aveva manifestato le sue perplessità per l'attivismo del Comitato organizzatore e aveva annoverato se stesso «tra quelle persone che hanno difficoltà a trovarsi in una struttura celebrativa permanente». E chi era alla guida del Comitato? Guarda caso proprio da Sepe. Coincidenze? Forse, ma a più di uno questo episodio tornò alla mente quando, divenuto Papa, Ratzinger chiamò Dias a Roma e inviò Sepe a Napoli.
In attesa degli sviluppi dell'inchiesta perugina, è importante sottolineare che la scelta della trasparenza e della collaborazione da parte della Santa Sede, ribadita anche in questi giorni, non significa sorvolare sulle norme che regolano i rapporti tra il Vaticano e l'Italia, cioè tra due Stati sovrani le cui relazioni sono disciplinate da un Concordato. Come ha ricordato il responsabile della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, in questa vicenda «bisognerà tenere conto anche degli aspetti procedurali e dei profili giurisdizionali impliciti nei corretti rapporti tra Santa Sede e Italia». In sostanza, i magistrati non potranno trascurare, ad esempio, l'articolo 4 del Concordato. Esso prevede, al comma 4, che «gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero». E' chiaro che se il Vaticano si muove con grande senso di responsabilità e invita il cardinal Sepe alla massima disponibilità nei confronti dei magistrati, eguale atteggiamento dovrebbe caratterizzare l'operato dei pubblici ministeri. Anche perché lo stesso Codice di Procedura Penale italiano, all'articolo 200, comma 1, stabilisce che «i ministri di confessioni religiose, i cui statuti non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano, non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio ministero, salvi i casi in cui hanno l'obbligo di riferirne all'autorità giudiziaria».
In forza di tutto ciò, sarebbe auspicabile, da parte dei pm, uno stile sobrio e altrettanto responsabile, evitando di dare la stura a inutili spettacolarizzazioni o a gogne mediatiche contro l'indagato di turno. Se l'interesse supremo della Chiesa, nel caso in oggetto, è tutelare e difendere il prestigio e il buon nome del suo dicastero che si occupa di una realtà decisiva come le missioni, quello dei magistrati dovrebbe essere quello di mostrare una rinnovata sobrietà e misura in un sistema giudiziario che spesso, troppo spesso, all'accertamento puntuale e circostanziato delle accuse ha preferito il clamore di inchieste sui «grandi nomi» tante volte terminate in «grandi flop».
Gianteo Bordero
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martedì 1 giugno 2010
SE L'INTERCETTAZIONE DIVENTA UN DOGMA IDEOLOGICO
da Ragionpolitica.it del 1° giugno 2010
Intercettare, intercettare, intercettare. La sacralità della captazione telefonica e della sua pubblicazione a mezzo stampa è diventata in questi anni un nuovo dogma del politicamente corretto in salsa italiana. Già, perché nelle altre grandi democrazie «mature» l'uso di questo strumento - tanto in sede di indagine quanto in sede di diffusione mediatica - è di gran lunga più limitato e circostanziato rispetto a quanto accade nel nostro paese. Eppure da noi il mantenimento dello status quo fa comodo a tanti. Ai pubblici ministeri, perché consente loro di pescare comodamente a strascico nel mare magnum del potere bypassando i tradizionali metodi di indagine. Ai giornalisti, perché la sistematica fuoriuscita di brogliacci dalle procure permette loro di dare quotidianamente in pasto ai lettori nuovi scandali, nuove «cricche», nuovi capri espiatori da mettere alla gogna. Ai partiti e ai movimenti giustizialisti, che in questo modo possono continuare ad accreditarsi come la parte sana e pura della società e della politica, come i veri eredi dello «spirito di Mani Pulite», come i paladini incorrotti dell'onestà e della probità morale.
Un autentico liberale come Piero Ostellino ha scritto sul Corriere della Sera, in dissenso dalla linea editoriale del quotidiano di via Solferino, che in un vero stato di diritto dovrebbe valere la «presunzione di innocenza fino a prova contraria appurata in un dibattimento processuale». E ha ricordato che questa garanzia di tutela della persona «si chiama "Habeas Corpus" e fu approvato dal parlamento inglese nella seconda metà del Seicento contro gli abusi del sovrano (e dei suoi inquisitori)». Oggi, invece, l'intercettazione - e la sua diffusione selvaggia su giornali, tv e siti internet - è divenuta lo strumento principe per contraddire i principi a cui Ostellino fa riferimento e per mandare al macero, senza tanti scrupoli, la «tutela della persona» e della sua dignità e onorabilità «fino a prova contraria». E' divenuta cioè, in ultima analisi, l'arma totale di cui il circo mediatico-giudiziario si serve per esercitare un influsso diretto ed efficace sulle vicende del paese, per indirizzarne le sorti, per colpire - e in certi casi affondare - questo o quel potente. Gettato oggi nel fango in quanto «intercettato», sarà poi difficile per lui, in caso di provata innocenza in sede processuale, riavere indietro ciò che il clamore giacobino e la morbosità forcaiola gli avevano tolto in men che si dica.
E' inutile girarci tanto attorno e fare ricorso ai luoghi comuni del «giudiziariamente corretto» per nascondere una verità evidente a chiunque non abbia la mente offuscata dal fanatismo giustizialista: le intercettazioni che più oggi vengono difese a spada tratta dalla casta dei magistrati politicizzati, dai cronisti a caccia di facili colpevoli, dai dipietristi in servizio effettivo permanente, non sono quelle che il disegno di legge in discussione in parlamento mantiene in quanto ritenute fondamentali ai fini della lotta al crimine, e che spesso non fanno neppure notizia, bensì quelle a più alto impatto mediatico, quelle che vedono come protagonisti politici in vista, personaggi famosi, nomi noti dello sport o dello spettacolo. Perché in questi casi le registrazioni telefoniche servono non tanto per dimostrare una tesi giudiziaria, per supportare un'accusa di reato, quanto per continuare a diffondere una tesi ideologica che ben poco ha a che fare con le inchieste: la tesi del potere corrotto per natura e dei potenti criminali per statuto. Un'idea che, usando il caso concreto per generalizzare e universalizzare, viene adoperata - a ben guardare - non per «informare», per rendere conto alla tanto mitizzata «opinione pubblica», per «salvaguardare il principio costituzionale» del diritto di cronaca, quanto per tirare la volata mediatica e politica a coloro che, non senza una certa dose di ipocrisia, si ergono a immacolati difensori unici del popolo (viola) e dell'etica democratica e repubblicana.
Ma questa è, a sua volta, una cinica e scaltra operazione di potere, per di più giocata sulla pelle delle persone e del loro diritto a non essere giudicate colpevoli fino a sentenza definitiva. E' chiaro che il vero stato di diritto è ben altro da questa moderna macelleria mediatico-giudiziaria.
Gianteo Bordero
Intercettare, intercettare, intercettare. La sacralità della captazione telefonica e della sua pubblicazione a mezzo stampa è diventata in questi anni un nuovo dogma del politicamente corretto in salsa italiana. Già, perché nelle altre grandi democrazie «mature» l'uso di questo strumento - tanto in sede di indagine quanto in sede di diffusione mediatica - è di gran lunga più limitato e circostanziato rispetto a quanto accade nel nostro paese. Eppure da noi il mantenimento dello status quo fa comodo a tanti. Ai pubblici ministeri, perché consente loro di pescare comodamente a strascico nel mare magnum del potere bypassando i tradizionali metodi di indagine. Ai giornalisti, perché la sistematica fuoriuscita di brogliacci dalle procure permette loro di dare quotidianamente in pasto ai lettori nuovi scandali, nuove «cricche», nuovi capri espiatori da mettere alla gogna. Ai partiti e ai movimenti giustizialisti, che in questo modo possono continuare ad accreditarsi come la parte sana e pura della società e della politica, come i veri eredi dello «spirito di Mani Pulite», come i paladini incorrotti dell'onestà e della probità morale.
Un autentico liberale come Piero Ostellino ha scritto sul Corriere della Sera, in dissenso dalla linea editoriale del quotidiano di via Solferino, che in un vero stato di diritto dovrebbe valere la «presunzione di innocenza fino a prova contraria appurata in un dibattimento processuale». E ha ricordato che questa garanzia di tutela della persona «si chiama "Habeas Corpus" e fu approvato dal parlamento inglese nella seconda metà del Seicento contro gli abusi del sovrano (e dei suoi inquisitori)». Oggi, invece, l'intercettazione - e la sua diffusione selvaggia su giornali, tv e siti internet - è divenuta lo strumento principe per contraddire i principi a cui Ostellino fa riferimento e per mandare al macero, senza tanti scrupoli, la «tutela della persona» e della sua dignità e onorabilità «fino a prova contraria». E' divenuta cioè, in ultima analisi, l'arma totale di cui il circo mediatico-giudiziario si serve per esercitare un influsso diretto ed efficace sulle vicende del paese, per indirizzarne le sorti, per colpire - e in certi casi affondare - questo o quel potente. Gettato oggi nel fango in quanto «intercettato», sarà poi difficile per lui, in caso di provata innocenza in sede processuale, riavere indietro ciò che il clamore giacobino e la morbosità forcaiola gli avevano tolto in men che si dica.
E' inutile girarci tanto attorno e fare ricorso ai luoghi comuni del «giudiziariamente corretto» per nascondere una verità evidente a chiunque non abbia la mente offuscata dal fanatismo giustizialista: le intercettazioni che più oggi vengono difese a spada tratta dalla casta dei magistrati politicizzati, dai cronisti a caccia di facili colpevoli, dai dipietristi in servizio effettivo permanente, non sono quelle che il disegno di legge in discussione in parlamento mantiene in quanto ritenute fondamentali ai fini della lotta al crimine, e che spesso non fanno neppure notizia, bensì quelle a più alto impatto mediatico, quelle che vedono come protagonisti politici in vista, personaggi famosi, nomi noti dello sport o dello spettacolo. Perché in questi casi le registrazioni telefoniche servono non tanto per dimostrare una tesi giudiziaria, per supportare un'accusa di reato, quanto per continuare a diffondere una tesi ideologica che ben poco ha a che fare con le inchieste: la tesi del potere corrotto per natura e dei potenti criminali per statuto. Un'idea che, usando il caso concreto per generalizzare e universalizzare, viene adoperata - a ben guardare - non per «informare», per rendere conto alla tanto mitizzata «opinione pubblica», per «salvaguardare il principio costituzionale» del diritto di cronaca, quanto per tirare la volata mediatica e politica a coloro che, non senza una certa dose di ipocrisia, si ergono a immacolati difensori unici del popolo (viola) e dell'etica democratica e repubblicana.
Ma questa è, a sua volta, una cinica e scaltra operazione di potere, per di più giocata sulla pelle delle persone e del loro diritto a non essere giudicate colpevoli fino a sentenza definitiva. E' chiaro che il vero stato di diritto è ben altro da questa moderna macelleria mediatico-giudiziaria.
Gianteo Bordero
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mercoledì 5 maggio 2010
QUELLA CULTURA DEL SOSPETTO CHE UCCIDE LO STATO DI DIRITTO
da Ragionpolitica.it del 5 maggio 2010
A diciotto anni di distanza da Tangentopoli e dal conseguente azzeramento dei partiti democratici che avevano governato il paese nel corso della Prima Repubblica, il circo mediatico-giudiziario sembra ancora essere titolare, purtroppo, di un ampio potere di veto sulla vita politica italiana. Il caso Scajola è, da questo punto di vista, emblematico: un ministro che si dimette senza neppure essere indagato, in seguito a una fragorosa campagna di stampa resa possibile dalla diffusione di atti coperti dal segreto istruttorio e filtrati chissà come dagli uffici giudiziari. Se ai tempi di Mani Pulite bastava l'avviso di garanzia per essere segnati col marchio dell'infamia e squalificati dal novero degli appartenenti alla società civile, oggi sono sufficienti il sospetto, come negli anni bui del Terrore giacobino, e qualche titolone dei soliti giornali degli «onesti» e dei «benpensanti». E' un passo in avanti verso la morte dello stato di diritto, cioè del fondamento di ogni autentica democrazia.
Così vengono sistematicamente calpestati non soltanto importanti principi costituzionali come quello della presunzione di non colpevolezza fino a prova contraria e a sentenza definitiva, ma anche la dignità stessa delle persone che, di volta in volta, finiscono nel tritacarne: messe alla pubblica gogna e distrutte mediaticamente prima ancora di essere giudicate da un tribunale, non saranno mai più risarcite in caso di assoluzione, se non con qualche titoletto nelle brevi di cronaca giudiziaria a pagina 24. E' inutile girarci troppo attorno, perché la verità è che tornano alla mente tempi bui che credevano di esserci lasciati definitivamente alle spalle con il '92-'93, quando una cieca furia giustizialista, abilmente fomentata da mass media e magistrati d'assalto, impedì di vedere quello che realmente stava accadendo nel nostro paese. Certo, la corruzione c'era e i corrotti andavano colpiti. Ma quello che venne portato lucidamente avanti fu, in ultima analisi, un disegno di messa in mora della politica e del suo primato rispetto ai poteri non eletti - un'operazione con aspetti per certi versi ancora oscuri per ciò che attiene l'individuazione dei soggetti che, in quel frangente, erano interessati a un commissariamento de facto di un sistema che sembrava non in grado di gestire la delicata fase del post guerra fredda e della conseguente fine della divisione del mondo in blocchi e sfere d'influenza.
Oggi, come è stato detto più volte, non c'è una nuova Tangentopoli, perché non c'è più un sistema organico di finanziamento illecito ai partiti, ora sovvenzionati con soldi pubblici sotto forma di rimborsi elettorali. Nonostante ciò, si ha non di rado l'impressione che in certa magistratura, sempre adeguatamente supportata dai media amici, sia ancora viva l'aspirazione a determinare, rovesciandole, le sorti della politica italiana, tanto più quando è al governo Berlusconi. Cioè colui che, con la sua discesa in campo prima e con le sue ripetute vittorie elettorali poi, ha saputo, grazie alla sua leadership carismatica, dare una nuova e credibile rappresentanza a quell'elettorato moderato orfano dei partiti spazzati via dallo tsunami di Mani Pulite.
In questo quadro ha ragione il coordinatore del Popolo della Libertà e ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, quando, commentando la notizia secondo cui il suo collega alla guida del partito Denis Verdini sarebbe indagato nell'ambito di un'indagine della Procura di Roma, afferma che «c'è qualcosa di poco chiaro e di allarmante in questa nuova ondata di inchieste a carico di esponenti del nostro movimento» e rileva «un orientamento che appare rivolto unicamente nei confronti dei rappresentanti di una determinata parte politica». In questi giorni, infatti, si respira nuovamente un'aria mefitica, inquinata dai veleni, dai sospetti, dalle condanne preventive. Il tutto col chiaro scopo di bloccare l'azione del governo e di mandare all'aria la maggioranza uscita dalle urne nel 2008 e confermata dagli italiani in tutte le tornate elettorali degli ultimi due anni. Non si tratta di fare dell'allarmismo, ma di chiamare le cose col loro nome senza ipocrisia, portando avanti coraggiosamente e senza titubanze i provvedimenti finalizzati a ristabilire quell'equilibrio tra i poteri sancito dalla Costituzione del '48 e venuto meno sotto i colpi del giustizialismo nei primi anni Novanta, quando si affermò l'idea secondo cui i rappresentanti eletti dal popolo sono mascalzoni a prescindere e la magistratura è chiamata a riportare la moralità in una «casta» di ladri, di corrotti e di malviventi.
Gianteo Bordero
A diciotto anni di distanza da Tangentopoli e dal conseguente azzeramento dei partiti democratici che avevano governato il paese nel corso della Prima Repubblica, il circo mediatico-giudiziario sembra ancora essere titolare, purtroppo, di un ampio potere di veto sulla vita politica italiana. Il caso Scajola è, da questo punto di vista, emblematico: un ministro che si dimette senza neppure essere indagato, in seguito a una fragorosa campagna di stampa resa possibile dalla diffusione di atti coperti dal segreto istruttorio e filtrati chissà come dagli uffici giudiziari. Se ai tempi di Mani Pulite bastava l'avviso di garanzia per essere segnati col marchio dell'infamia e squalificati dal novero degli appartenenti alla società civile, oggi sono sufficienti il sospetto, come negli anni bui del Terrore giacobino, e qualche titolone dei soliti giornali degli «onesti» e dei «benpensanti». E' un passo in avanti verso la morte dello stato di diritto, cioè del fondamento di ogni autentica democrazia.
Così vengono sistematicamente calpestati non soltanto importanti principi costituzionali come quello della presunzione di non colpevolezza fino a prova contraria e a sentenza definitiva, ma anche la dignità stessa delle persone che, di volta in volta, finiscono nel tritacarne: messe alla pubblica gogna e distrutte mediaticamente prima ancora di essere giudicate da un tribunale, non saranno mai più risarcite in caso di assoluzione, se non con qualche titoletto nelle brevi di cronaca giudiziaria a pagina 24. E' inutile girarci troppo attorno, perché la verità è che tornano alla mente tempi bui che credevano di esserci lasciati definitivamente alle spalle con il '92-'93, quando una cieca furia giustizialista, abilmente fomentata da mass media e magistrati d'assalto, impedì di vedere quello che realmente stava accadendo nel nostro paese. Certo, la corruzione c'era e i corrotti andavano colpiti. Ma quello che venne portato lucidamente avanti fu, in ultima analisi, un disegno di messa in mora della politica e del suo primato rispetto ai poteri non eletti - un'operazione con aspetti per certi versi ancora oscuri per ciò che attiene l'individuazione dei soggetti che, in quel frangente, erano interessati a un commissariamento de facto di un sistema che sembrava non in grado di gestire la delicata fase del post guerra fredda e della conseguente fine della divisione del mondo in blocchi e sfere d'influenza.
Oggi, come è stato detto più volte, non c'è una nuova Tangentopoli, perché non c'è più un sistema organico di finanziamento illecito ai partiti, ora sovvenzionati con soldi pubblici sotto forma di rimborsi elettorali. Nonostante ciò, si ha non di rado l'impressione che in certa magistratura, sempre adeguatamente supportata dai media amici, sia ancora viva l'aspirazione a determinare, rovesciandole, le sorti della politica italiana, tanto più quando è al governo Berlusconi. Cioè colui che, con la sua discesa in campo prima e con le sue ripetute vittorie elettorali poi, ha saputo, grazie alla sua leadership carismatica, dare una nuova e credibile rappresentanza a quell'elettorato moderato orfano dei partiti spazzati via dallo tsunami di Mani Pulite.
In questo quadro ha ragione il coordinatore del Popolo della Libertà e ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, quando, commentando la notizia secondo cui il suo collega alla guida del partito Denis Verdini sarebbe indagato nell'ambito di un'indagine della Procura di Roma, afferma che «c'è qualcosa di poco chiaro e di allarmante in questa nuova ondata di inchieste a carico di esponenti del nostro movimento» e rileva «un orientamento che appare rivolto unicamente nei confronti dei rappresentanti di una determinata parte politica». In questi giorni, infatti, si respira nuovamente un'aria mefitica, inquinata dai veleni, dai sospetti, dalle condanne preventive. Il tutto col chiaro scopo di bloccare l'azione del governo e di mandare all'aria la maggioranza uscita dalle urne nel 2008 e confermata dagli italiani in tutte le tornate elettorali degli ultimi due anni. Non si tratta di fare dell'allarmismo, ma di chiamare le cose col loro nome senza ipocrisia, portando avanti coraggiosamente e senza titubanze i provvedimenti finalizzati a ristabilire quell'equilibrio tra i poteri sancito dalla Costituzione del '48 e venuto meno sotto i colpi del giustizialismo nei primi anni Novanta, quando si affermò l'idea secondo cui i rappresentanti eletti dal popolo sono mascalzoni a prescindere e la magistratura è chiamata a riportare la moralità in una «casta» di ladri, di corrotti e di malviventi.
Gianteo Bordero
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lunedì 22 febbraio 2010
COSÌ I POST-COMUNISTI DELEGITTIMANO LA POLITICA
da Ragionpolitica.it del 22 febbraio 2010
La vicenda di Mani Pulite e l'uso che ne è stato fatto da parte della sinistra postcomunista italiana non hanno soltanto distrutto l'intero sistema dei partiti occidentali che avevano governato la tanto deprecata «Prima Repubblica» dal 1948 al 1993; hanno contribuito, soprattutto, alla delegittimazione della politica in quanto tale, come strumento di governo democratico della società e di composizione degli interessi presenti al suo interno. Se non si tiene conto di questo dato oggettivo non si riesce neppure a comprendere perché oggi, di fronte all'inchiesta della Procura di Firenze sulla gestione delle emergenze e dei grandi eventi da parte della Protezione Civile, la gauche nostrana tenti di mandare nuovamente in scena la desolante rappresentazione di una classe dirigente collusa con il malaffare e corrotta sin nei suoi più alti vertici istituzionali. Alla base di tale tentativo vi sono certamente, ancora una volta, la volontà di usare il clamore mediatico suscitato dalle indagini giudiziarie come leva per sovvertire il risultato determinato da libere elezioni e l'idea di stringere un patto d'acciaio con i poteri non eletti per instaurare un governo non politico, ma tecnocratico, del paese. La sinistra a corto di idee, di programmi e di leader - cioè di sostanza politica - si affida di nuovo al deus ex machina di qualche potere forte per riuscire a sbianchettare il voto degli italiani e prendere in mano le redini dell'esecutivo.
Ma c'è di più. Perché la critica da parte dell'ex Pci Bersani e dell'ex pm Di Pietro alla gestione della Protezione Civile mette a nudo la cattiva coscienza di coloro che, più di tutti, hanno tratto giovamento dalle conseguenze delle inchieste del 1992-93 e dalla condanna della politica in quanto tale. Se infatti si è giunti al punto di dover affidare alla struttura oggi guidata da Bertolaso competenze eccezionali per far fronte alle emergenze e per assicurare la buona riuscita di eventi di interesse nazionale, è proprio perché, nel corso degli ultimi sedici anni, abbiamo assistito alla destrutturazione sistematica dei poteri dello Stato (riforma del Titolo V della Costituzione) e perciò del governo da parte della sinistra. Una sinistra che, attraverso leggi come quelle ideate da Franco Bassanini, ha di fatto mandato al macero la tradizionale idea del primato della politica, assegnando ai funzionari, ai burocrati e ai dirigenti un ampio potere discrezionale, un tempo appannaggio degli eletti dal popolo. In nome del mito dell'inaffidabilità del politico e della probità del funzionario si è così via via spolpata la sostanza del governo democratico e del mandato popolare a realizzare le riforme necessarie all'ammodernamento del paese.
Le doglianze e le dichiarazioni scandalizzate rilasciate in questi giorni dai capi del centrosinistra rappresentano perciò il classico caso delle lacrime di coccodrillo, che piange dopo aver divorato le sue vittime. Per anni e anni le anime belle gauchiste hanno fatto a gara per privare di ogni autorità ed autorevolezza lo Stato e di ogni credibilità la nazione nel suo insieme. Hanno contribuito a svendere gran parte del patrimonio pubblico negli anni delle privatizzazioni selvagge degli anni Novanta. Hanno consegnato chiavi in mano a magistrati, media amici, banchieri e boiardi vari il cuore pulsante del potere. E ora si lamentano perché quello Stato e quel governo che essi hanno con sistematica solerzia fatto a pezzi devono far ricorso ai poteri speciali della Protezione Civile per intervenire laddove è in gioco la «faccia» del paese. Siamo veramente al culmine dell'ipocrisia. Non soltanto perché, come ha ben documentato la scorsa settimana Il Giornale, la stessa sinistra si è più volte servita della Protezione Civile nella gestione dei grandi eventi, ma anche e soprattutto perché, ancora una volta, i postcomunisti e i loro alleati giustizialisti giocano al massacro nascondendo sotto il tappeto la polvere delle loro gravi responsabilità storiche. Sperano di raccattare qualche voto in più, nell'immediato, cavalcando l'onda delle inchieste e dell'antipolitica, e continuano a non prendere atto che questa strategia - se così la possiamo chiamare - è la stessa che negli ultimi tre lustri li ha condotti in quello stato di profonda confusione e di crisi politica permanente da cui essi rischiano ancora oggi di essere stritolati.
Gianteo Bordero
La vicenda di Mani Pulite e l'uso che ne è stato fatto da parte della sinistra postcomunista italiana non hanno soltanto distrutto l'intero sistema dei partiti occidentali che avevano governato la tanto deprecata «Prima Repubblica» dal 1948 al 1993; hanno contribuito, soprattutto, alla delegittimazione della politica in quanto tale, come strumento di governo democratico della società e di composizione degli interessi presenti al suo interno. Se non si tiene conto di questo dato oggettivo non si riesce neppure a comprendere perché oggi, di fronte all'inchiesta della Procura di Firenze sulla gestione delle emergenze e dei grandi eventi da parte della Protezione Civile, la gauche nostrana tenti di mandare nuovamente in scena la desolante rappresentazione di una classe dirigente collusa con il malaffare e corrotta sin nei suoi più alti vertici istituzionali. Alla base di tale tentativo vi sono certamente, ancora una volta, la volontà di usare il clamore mediatico suscitato dalle indagini giudiziarie come leva per sovvertire il risultato determinato da libere elezioni e l'idea di stringere un patto d'acciaio con i poteri non eletti per instaurare un governo non politico, ma tecnocratico, del paese. La sinistra a corto di idee, di programmi e di leader - cioè di sostanza politica - si affida di nuovo al deus ex machina di qualche potere forte per riuscire a sbianchettare il voto degli italiani e prendere in mano le redini dell'esecutivo.
Ma c'è di più. Perché la critica da parte dell'ex Pci Bersani e dell'ex pm Di Pietro alla gestione della Protezione Civile mette a nudo la cattiva coscienza di coloro che, più di tutti, hanno tratto giovamento dalle conseguenze delle inchieste del 1992-93 e dalla condanna della politica in quanto tale. Se infatti si è giunti al punto di dover affidare alla struttura oggi guidata da Bertolaso competenze eccezionali per far fronte alle emergenze e per assicurare la buona riuscita di eventi di interesse nazionale, è proprio perché, nel corso degli ultimi sedici anni, abbiamo assistito alla destrutturazione sistematica dei poteri dello Stato (riforma del Titolo V della Costituzione) e perciò del governo da parte della sinistra. Una sinistra che, attraverso leggi come quelle ideate da Franco Bassanini, ha di fatto mandato al macero la tradizionale idea del primato della politica, assegnando ai funzionari, ai burocrati e ai dirigenti un ampio potere discrezionale, un tempo appannaggio degli eletti dal popolo. In nome del mito dell'inaffidabilità del politico e della probità del funzionario si è così via via spolpata la sostanza del governo democratico e del mandato popolare a realizzare le riforme necessarie all'ammodernamento del paese.
Le doglianze e le dichiarazioni scandalizzate rilasciate in questi giorni dai capi del centrosinistra rappresentano perciò il classico caso delle lacrime di coccodrillo, che piange dopo aver divorato le sue vittime. Per anni e anni le anime belle gauchiste hanno fatto a gara per privare di ogni autorità ed autorevolezza lo Stato e di ogni credibilità la nazione nel suo insieme. Hanno contribuito a svendere gran parte del patrimonio pubblico negli anni delle privatizzazioni selvagge degli anni Novanta. Hanno consegnato chiavi in mano a magistrati, media amici, banchieri e boiardi vari il cuore pulsante del potere. E ora si lamentano perché quello Stato e quel governo che essi hanno con sistematica solerzia fatto a pezzi devono far ricorso ai poteri speciali della Protezione Civile per intervenire laddove è in gioco la «faccia» del paese. Siamo veramente al culmine dell'ipocrisia. Non soltanto perché, come ha ben documentato la scorsa settimana Il Giornale, la stessa sinistra si è più volte servita della Protezione Civile nella gestione dei grandi eventi, ma anche e soprattutto perché, ancora una volta, i postcomunisti e i loro alleati giustizialisti giocano al massacro nascondendo sotto il tappeto la polvere delle loro gravi responsabilità storiche. Sperano di raccattare qualche voto in più, nell'immediato, cavalcando l'onda delle inchieste e dell'antipolitica, e continuano a non prendere atto che questa strategia - se così la possiamo chiamare - è la stessa che negli ultimi tre lustri li ha condotti in quello stato di profonda confusione e di crisi politica permanente da cui essi rischiano ancora oggi di essere stritolati.
Gianteo Bordero
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venerdì 13 novembre 2009
PRIMATO DELLA POLITICA E IMMUNITÀ PARLAMENTARE
da Ragionpolitica.it del 12 novembre 2009
Subito dopo la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale, lo scorso 7 ottobre, scrivemmo su queste pagine che l'Italia e il suo sistema istituzionale continuavano a pagare le conseguenze della sciagurata abolizione dell'immunità parlamentare, avvenuta nel 1993 sotto l'onda emotiva dei processi di Tangentopoli. Una decisione che ha comportato, nella sostanza, la messa sotto scacco del primato della politica nel nostro paese, assegnando alla magistratura un potere di veto sul parlamento eletto dal popolo sovrano. Che lo si voglia o no, è stata questa la vera, grande anomalia italiana degli ultimi quindici anni: il tentativo di certi giudici e pm di porre sotto tutela, tramite la perenne minaccia dell'avviso di garanzia, delle manette e della carcerazione preventiva, la rappresentanza democratica. Un tentativo sostenuto da buona parte del sistema mediatico nazionale, che ha contribuito a diffondere nell'opinione pubblica l'ideologia dell'antipolitica, che come un tarlo ha roso a poco a poco la coscienza civile del paese, fino al punto di far credere che tutto ciò che reca il timbro dell'autorità giudiziaria porta con sé il carattere dell'infallibilità, mentre le azioni della politica sono per ciò stesso disoneste, corrotte, immorali. Se l'immunità parlamentare aveva garantito per quarant'anni il sacrosanto principio secondo cui l'ultimo giudice delle scelte politiche rimane l'elettore, la sua abolizione ha consegnato questo potere ai magistrati, recando un oggettivo vulnus al nostro sistema democratico.
Cestinato il Lodo Alfano, che proponeva non il ritorno all'immunità, bensì, più modestamente, la sospensione dei processi per le quattro alte cariche dello Stato, il problema è tornato a porsi in tutta la sua gravità. Infatti, che certi togati cerchino ancora oggi di determinare le sorti politiche del paese è un dato di realtà che solo i giustizialisti accecati dal fanatismo ideologico possono non vedere. L'esistenza della volontà di espellere dalla scena colui che nel 1994, legittimato dal voto popolare, impedì con la sua discesa in campo l'ascesa al potere del gran connubio tra partiti di sinistra e giudici, non è un argomento propagandistico creato ad arte dal centrodestra, ma emerge in modo chiaro dalle stesse dichiarazioni di taluni magistrati. Come, da ultimo, Antonino Ingroia, procuratore aggiunto a Palermo, che durante un recente convegno organizzato dall'Italia dei Valori ha chiamato alla lotta totale contro le annunciate riforme del governo in materia di giustizia. Ingroia, esponente di quella Magistratura Democratica che tra i suoi obiettivi storici ha l'abbattimento dello «Stato borghese» tramite l'azione giudiziaria, è lo stesso che su Micromega, assieme al collega Roberto Scarpinato, scriveva qualche tempo fa che è possibile «sospendere autoritativamente la democrazia aritmetica, al fine di salvaguardare la democrazia sostanziale, cioè il bene comune della generalità dei cittadini contro la stessa volontà della maggioranza». Sono frasi che si commentano da sole e che dovrebbero far preoccupare chiunque abbia davvero a cuore la democrazia in Italia e l'equilibrio tra poteri nella nostra Repubblica.
Tornare a garantire il primato della politica e della sovranità popolare è un imperativo che dovrebbe essere fatto proprio da tutti i partiti che ambiscono al governo del paese. Il Popolo della Libertà si è già mosso in questa direzione: l'onorevole Margherita Boniver, ad esempio, ha presentato l'11 novembre alla Camera un progetto di legge costituzionale finalizzato al ripristino dell'immunità parlamentare nell'articolo 68 della Carta fondamentale. E il capogruppo a Montecitorio del partito, Fabrizio Cicchitto, ha dichiarato che, nel quadro della riforma della giustizia allo studio della maggioranza, sarà da ricomprendersi anche il riequilibrio del «delicato rapporto tra politica e magistratura», messo in crisi dalla cancellazione dell'immunità nel 1993.
Dunque, dopo anni di predominio culturale del giustizialismo, riflettere sull'istituto dell'immunità parlamentare non è più tabù, perché è questo uno degli strumenti principali per porre fine all'anomalia di un potere giudiziario che cerca di sostituirsi alla volontà del corpo elettorale nella selezione dei rappresentanti del popolo. Come ha ricordato il direttore del Tg1, Augusto Minzolini, nel suo editoriale del 9 novembre: «I padri costituenti che inserirono nella Carta l'immunità parlamentare lo fecero non perché erano dei malandrini, ma perché consideravano quella norma necessaria per evitare che il potere giudiziario arrivasse a condizionare il potere politico... Non fu di certo un'idea stravagante: strumenti diversi, ma con le stesse finalità, sono previsti in Germania, Inghilterra, Spagna, e dell'immunità beneficiano anche i parlamentari di Strasburgo». Dopo l'ondata giacobina di Mani Pulite, che portò all'auto-castrazione della politica con la cancellazione dell'immunità dal testo costituzionale, oggi sono maturi i tempi affinché quello che Minzolini definisce un «vulnus all'equilibrio tra i poteri» sia definitivamente sanato.
Gianteo Bordero
Subito dopo la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale, lo scorso 7 ottobre, scrivemmo su queste pagine che l'Italia e il suo sistema istituzionale continuavano a pagare le conseguenze della sciagurata abolizione dell'immunità parlamentare, avvenuta nel 1993 sotto l'onda emotiva dei processi di Tangentopoli. Una decisione che ha comportato, nella sostanza, la messa sotto scacco del primato della politica nel nostro paese, assegnando alla magistratura un potere di veto sul parlamento eletto dal popolo sovrano. Che lo si voglia o no, è stata questa la vera, grande anomalia italiana degli ultimi quindici anni: il tentativo di certi giudici e pm di porre sotto tutela, tramite la perenne minaccia dell'avviso di garanzia, delle manette e della carcerazione preventiva, la rappresentanza democratica. Un tentativo sostenuto da buona parte del sistema mediatico nazionale, che ha contribuito a diffondere nell'opinione pubblica l'ideologia dell'antipolitica, che come un tarlo ha roso a poco a poco la coscienza civile del paese, fino al punto di far credere che tutto ciò che reca il timbro dell'autorità giudiziaria porta con sé il carattere dell'infallibilità, mentre le azioni della politica sono per ciò stesso disoneste, corrotte, immorali. Se l'immunità parlamentare aveva garantito per quarant'anni il sacrosanto principio secondo cui l'ultimo giudice delle scelte politiche rimane l'elettore, la sua abolizione ha consegnato questo potere ai magistrati, recando un oggettivo vulnus al nostro sistema democratico.
Cestinato il Lodo Alfano, che proponeva non il ritorno all'immunità, bensì, più modestamente, la sospensione dei processi per le quattro alte cariche dello Stato, il problema è tornato a porsi in tutta la sua gravità. Infatti, che certi togati cerchino ancora oggi di determinare le sorti politiche del paese è un dato di realtà che solo i giustizialisti accecati dal fanatismo ideologico possono non vedere. L'esistenza della volontà di espellere dalla scena colui che nel 1994, legittimato dal voto popolare, impedì con la sua discesa in campo l'ascesa al potere del gran connubio tra partiti di sinistra e giudici, non è un argomento propagandistico creato ad arte dal centrodestra, ma emerge in modo chiaro dalle stesse dichiarazioni di taluni magistrati. Come, da ultimo, Antonino Ingroia, procuratore aggiunto a Palermo, che durante un recente convegno organizzato dall'Italia dei Valori ha chiamato alla lotta totale contro le annunciate riforme del governo in materia di giustizia. Ingroia, esponente di quella Magistratura Democratica che tra i suoi obiettivi storici ha l'abbattimento dello «Stato borghese» tramite l'azione giudiziaria, è lo stesso che su Micromega, assieme al collega Roberto Scarpinato, scriveva qualche tempo fa che è possibile «sospendere autoritativamente la democrazia aritmetica, al fine di salvaguardare la democrazia sostanziale, cioè il bene comune della generalità dei cittadini contro la stessa volontà della maggioranza». Sono frasi che si commentano da sole e che dovrebbero far preoccupare chiunque abbia davvero a cuore la democrazia in Italia e l'equilibrio tra poteri nella nostra Repubblica.
Tornare a garantire il primato della politica e della sovranità popolare è un imperativo che dovrebbe essere fatto proprio da tutti i partiti che ambiscono al governo del paese. Il Popolo della Libertà si è già mosso in questa direzione: l'onorevole Margherita Boniver, ad esempio, ha presentato l'11 novembre alla Camera un progetto di legge costituzionale finalizzato al ripristino dell'immunità parlamentare nell'articolo 68 della Carta fondamentale. E il capogruppo a Montecitorio del partito, Fabrizio Cicchitto, ha dichiarato che, nel quadro della riforma della giustizia allo studio della maggioranza, sarà da ricomprendersi anche il riequilibrio del «delicato rapporto tra politica e magistratura», messo in crisi dalla cancellazione dell'immunità nel 1993.
Dunque, dopo anni di predominio culturale del giustizialismo, riflettere sull'istituto dell'immunità parlamentare non è più tabù, perché è questo uno degli strumenti principali per porre fine all'anomalia di un potere giudiziario che cerca di sostituirsi alla volontà del corpo elettorale nella selezione dei rappresentanti del popolo. Come ha ricordato il direttore del Tg1, Augusto Minzolini, nel suo editoriale del 9 novembre: «I padri costituenti che inserirono nella Carta l'immunità parlamentare lo fecero non perché erano dei malandrini, ma perché consideravano quella norma necessaria per evitare che il potere giudiziario arrivasse a condizionare il potere politico... Non fu di certo un'idea stravagante: strumenti diversi, ma con le stesse finalità, sono previsti in Germania, Inghilterra, Spagna, e dell'immunità beneficiano anche i parlamentari di Strasburgo». Dopo l'ondata giacobina di Mani Pulite, che portò all'auto-castrazione della politica con la cancellazione dell'immunità dal testo costituzionale, oggi sono maturi i tempi affinché quello che Minzolini definisce un «vulnus all'equilibrio tra i poteri» sia definitivamente sanato.
Gianteo Bordero
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giovedì 8 ottobre 2009
IL POPOLO È CON BERLUSCONI
da Ragionpolitica.it dell'8 ottobre 2009
Tutti coloro che, gaudenti e festanti, credono di aver assestato il colpo di grazia a Berlusconi attraverso la sentenza della Corte Costituzionale sul lodo Alfano, dovranno presto riporre le loro speranze nel cassetto: la pronuncia della Consulta non sposterà gli equilibri politici sanciti dal voto del 13 e 14 aprile 2008. Gli italiani, che al contrario di quanto pensano i sapientoni della sinistra non sono un popolo bue, hanno da tempo compreso che il Cavaliere è oggetto di un forsennato attacco concentrico da parte di poteri non eletti, i quali tentano in tutti i modi di sostituirsi alla sovranità popolare e di instaurare un governo tecnocratico non sostenuto dalla legittimazione elettorale - cioè, in sostanza, un governo anticostituzionale e non democratico. Mentre tutti i vecchi apparati, le élites parassitarie, la quasi totalità della stampa nazionale, la magistratura ideologizzata provano con ogni mezzo a loro disposizione a far fuori dalla scena politica il presidente del Consiglio, il popolo è e rimane convintamente schierato al suo fianco. E' e rimane fermamente aggrappato alla possibilità che il voto espresso nell'urna elettorale conti ancora qualcosa e non diventi carta straccia sotto i colpi dei veri nemici della prima, grande, autentica libertà di espressione: quella croce sulla scheda con la quale si affida a un uomo e ad un partito la guida della nazione.
Come è stato ricordato in questi giorni, non era mai accaduto, nel nostro paese, che dopo un anno e mezzo di attività un governo e un premier godessero dello stesso consenso popolare del quale oggi godono il Berlusconi IV e il presidente del Consiglio in carica. Fatto tanto più straordinario quanto più si pensa alle circostanze nelle quali tale consenso è maturato: quanto più, cioè, si tengono a mente non soltanto le grandi emergenze come la crisi economica e il terremoto in Abruzzo, efficacemente affrontate dal governo, ma anche il contesto di delegittimazione mediatica del Cavaliere portata avanti attraverso una ossessiva campagna di stampa fondata unicamente sul pettegolezzo pruriginoso. Una campagna che, come tutti i più recenti sondaggi mostrano, non è riuscita a interrompere la «luna di miele» tra il premier e il popolo italiano.
E sarà così anche per quanto riguarda l'abnorme sentenza civile sul lodo Mondadori e, da ultimo, la sentenza della Corte Costituzionale sul lodo Alfano. Chi ha detto e scritto, negli ultimi giorni, che ormai per il presidente del Consiglio «tutti i lodi vengono al pettine», lasciando con ciò intendere che siamo di fronte alla fine della sua epopea politica, capirà ben presto che si tratta di una pia illusione, di un miraggio nel deserto politico della sinistra, di un sogno alimentato dal peggior fanatismo ideologico antiberlusconiano. Si mettano il cuore in pace: il 7 ottobre 2009 non è e non sarà un nuovo 25 aprile con il Duce appeso a testa in giù. Non soltanto perché in questo caso non vi è nessun dittatore in campo - prova ne sia il fatto che la Consulta ha potuto pronunciare in tutta libertà il suo verdetto di bocciatura della legge - ma anche e soprattutto perché qui non vi è nessuna folla inferocita pronta a massacrare l'uomo nel quale, per tanti anni, si era - piaccia o no alla sinistra antifascista del giorno dopo - identificata. E non sarà neppure un nuovo 1993, non sarà una nuova Tangentopoli che fa tabula rasa dei partiti democratici e dei loro leader; non sarà cioè un nuovo 30 aprile, il giorno nel quale una canaglia fomentata dal bombardamento antipolitico organizzato dal circolo mediatico-giudiziario, all'uscita di un hotel romano condannava di fatto a morte Bettino Craxi e la Prima Repubblica. Perché alla favola giustizialista ormai credono soltanto Di Pietro, De Magistris, Travaglio e le loro gazzette urlatrici, Beppe Grillo e i suoi meetup, insomma gli autoproclamati detentori unici della pubblica moralità. E perché il mito delle manette facili, allora assai in voga, è stato smascherato per quello che effettivamente era: l'anticamera dell'affermazione di un regime non democratico, non liberale e antipopolare.
Il miglior antidoto al ripetersi di tutto ciò è proprio il consenso di cui oggi Silvio Berlusconi continua a godere presso gli italiani. Un consenso robusto, sentito, politicamente motivato. E reso ancora più forte e radicato dagli attacchi di cui il Cavaliere è oggetto da quindici anni a questa parte. Attacchi che si ripetono ancora oggi, con ancora maggiore intensità e in modo sempre più concentrico, da parte dei soliti noti che non hanno mai digerito il fatto che nel 1994 un imprenditore brianzolo mandasse all'aria il disegno di commissariare la democrazia italiana e di asservirla a interessi opposti all'interesse nazionale e al bene comune. La stragrande maggioranza degli italiani, di chi ama davvero l'Italia, ha ormai ben compreso tutto questo. E ha compreso che votare Berlusconi significa votare per chi ha difeso - e difende - il principio costituzionale della sovranità popolare e il principio meta-costituzionale della libertà politica. Quella libertà a cui gli italiani non vogliono di certo rinunciare a causa di una sentenza della magistratura.
Gianteo Bordero
Tutti coloro che, gaudenti e festanti, credono di aver assestato il colpo di grazia a Berlusconi attraverso la sentenza della Corte Costituzionale sul lodo Alfano, dovranno presto riporre le loro speranze nel cassetto: la pronuncia della Consulta non sposterà gli equilibri politici sanciti dal voto del 13 e 14 aprile 2008. Gli italiani, che al contrario di quanto pensano i sapientoni della sinistra non sono un popolo bue, hanno da tempo compreso che il Cavaliere è oggetto di un forsennato attacco concentrico da parte di poteri non eletti, i quali tentano in tutti i modi di sostituirsi alla sovranità popolare e di instaurare un governo tecnocratico non sostenuto dalla legittimazione elettorale - cioè, in sostanza, un governo anticostituzionale e non democratico. Mentre tutti i vecchi apparati, le élites parassitarie, la quasi totalità della stampa nazionale, la magistratura ideologizzata provano con ogni mezzo a loro disposizione a far fuori dalla scena politica il presidente del Consiglio, il popolo è e rimane convintamente schierato al suo fianco. E' e rimane fermamente aggrappato alla possibilità che il voto espresso nell'urna elettorale conti ancora qualcosa e non diventi carta straccia sotto i colpi dei veri nemici della prima, grande, autentica libertà di espressione: quella croce sulla scheda con la quale si affida a un uomo e ad un partito la guida della nazione.
Come è stato ricordato in questi giorni, non era mai accaduto, nel nostro paese, che dopo un anno e mezzo di attività un governo e un premier godessero dello stesso consenso popolare del quale oggi godono il Berlusconi IV e il presidente del Consiglio in carica. Fatto tanto più straordinario quanto più si pensa alle circostanze nelle quali tale consenso è maturato: quanto più, cioè, si tengono a mente non soltanto le grandi emergenze come la crisi economica e il terremoto in Abruzzo, efficacemente affrontate dal governo, ma anche il contesto di delegittimazione mediatica del Cavaliere portata avanti attraverso una ossessiva campagna di stampa fondata unicamente sul pettegolezzo pruriginoso. Una campagna che, come tutti i più recenti sondaggi mostrano, non è riuscita a interrompere la «luna di miele» tra il premier e il popolo italiano.
E sarà così anche per quanto riguarda l'abnorme sentenza civile sul lodo Mondadori e, da ultimo, la sentenza della Corte Costituzionale sul lodo Alfano. Chi ha detto e scritto, negli ultimi giorni, che ormai per il presidente del Consiglio «tutti i lodi vengono al pettine», lasciando con ciò intendere che siamo di fronte alla fine della sua epopea politica, capirà ben presto che si tratta di una pia illusione, di un miraggio nel deserto politico della sinistra, di un sogno alimentato dal peggior fanatismo ideologico antiberlusconiano. Si mettano il cuore in pace: il 7 ottobre 2009 non è e non sarà un nuovo 25 aprile con il Duce appeso a testa in giù. Non soltanto perché in questo caso non vi è nessun dittatore in campo - prova ne sia il fatto che la Consulta ha potuto pronunciare in tutta libertà il suo verdetto di bocciatura della legge - ma anche e soprattutto perché qui non vi è nessuna folla inferocita pronta a massacrare l'uomo nel quale, per tanti anni, si era - piaccia o no alla sinistra antifascista del giorno dopo - identificata. E non sarà neppure un nuovo 1993, non sarà una nuova Tangentopoli che fa tabula rasa dei partiti democratici e dei loro leader; non sarà cioè un nuovo 30 aprile, il giorno nel quale una canaglia fomentata dal bombardamento antipolitico organizzato dal circolo mediatico-giudiziario, all'uscita di un hotel romano condannava di fatto a morte Bettino Craxi e la Prima Repubblica. Perché alla favola giustizialista ormai credono soltanto Di Pietro, De Magistris, Travaglio e le loro gazzette urlatrici, Beppe Grillo e i suoi meetup, insomma gli autoproclamati detentori unici della pubblica moralità. E perché il mito delle manette facili, allora assai in voga, è stato smascherato per quello che effettivamente era: l'anticamera dell'affermazione di un regime non democratico, non liberale e antipopolare.
Il miglior antidoto al ripetersi di tutto ciò è proprio il consenso di cui oggi Silvio Berlusconi continua a godere presso gli italiani. Un consenso robusto, sentito, politicamente motivato. E reso ancora più forte e radicato dagli attacchi di cui il Cavaliere è oggetto da quindici anni a questa parte. Attacchi che si ripetono ancora oggi, con ancora maggiore intensità e in modo sempre più concentrico, da parte dei soliti noti che non hanno mai digerito il fatto che nel 1994 un imprenditore brianzolo mandasse all'aria il disegno di commissariare la democrazia italiana e di asservirla a interessi opposti all'interesse nazionale e al bene comune. La stragrande maggioranza degli italiani, di chi ama davvero l'Italia, ha ormai ben compreso tutto questo. E ha compreso che votare Berlusconi significa votare per chi ha difeso - e difende - il principio costituzionale della sovranità popolare e il principio meta-costituzionale della libertà politica. Quella libertà a cui gli italiani non vogliono di certo rinunciare a causa di una sentenza della magistratura.
Gianteo Bordero
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mercoledì 24 settembre 2008
VOGLIA DI GIUSTIZIA
da Ragionpolitica.it del 23 settembre 2008
Il 59% degli italiani ritiene necessaria e non procrastinabile una riforma che renda più efficiente, rapido e vicino al cittadino il sistema giudiziario. Se a ciò si aggiunge un altro 33% secondo il quale tale riforma è opportuna, ma non prioritaria, si arriva a un 92% di nostri connazionali comunque favorevoli a una svolta decisa in materia di giustizia. I dati emergono da un sondaggio ISPO per il Corriere della Sera, pubblicato sul quotidiano di Via Solferino domenica 21 settembre. Si tratta di numeri che parlano chiaro e che non lasciano spazio a dubbi: la stragrande maggioranza degli italiani vuole un'amministrazione della giustizia più efficace, soprattutto per quanto riguarda l'azione punitiva nei confronti della criminalità. Al punto che potremmo affermare che la riforma del sistema giudiziario rappresenta un corollario del bisogno di sicurezza dei cittadini, i quali non vogliono soltanto maggiore ordine e tranquillità nei centri cittadini e nelle periferie, ma anche un sistema di repressione che, nel momento in cui tale ordine e tale tranquillità venissero violati, sia pronto ad entrare in azione all'insegna della «tolleranza zero», garantendo poi una certezza della pena reale e non solo verbale.
Stando così le cose, non deve stupire un altro dato fornito dal sondaggio condotto da Renato Mannheimer: il 68% degli italiani dà una valutazione negativa dell'attuale sistema giudiziario italiano, ritenendolo evidentemente non all'altezza della situazione. La fiducia nei confronti della magistratura continua a scendere: basti pensare che nello scorso mese di gennaio essa si attestava, secondo un'indagine Eurispes, al 42,5%. Il dato che oggi l'ISPO rileva è agli antipodi rispetto ai primi anni Novanta, gli anni d'oro di Mani Pulite e della grande ondata giustizialista, quando il gradimento per l'opera di giudici e pm viaggiava attorno al 70%. E' chiaro che i grandi processi mediatico-giudiziari contro i politici non interessano più la maggior parte dei cittadini (resta lo zoccolo duro rappresentato dai seguaci di Antonio Di Pietro, Paolo Flores d'Arcais, Marco Travaglio, Beppe Grillo), i quali chiedono innanzitutto che la magistratura si occupi con severità di quei reati che li colpiscono con sempre più alta frequenza nella vita quotidiana (furti, rapine, scippi, minacce, ricatti, violenze personali di vario genere) e che, nella maggior parte dei casi, o restano impuniti oppure vedono il colpevole cavarsela con qualche mese di detenzione (quando va bene) e libero, dopo poco tempo, di tornare a delinquere.
I numeri citati, infine, sembrano smentire le tesi secondo cui quelli della sicurezza e dell'efficienza della giustizia sarebbero problemi creati ad arte da Berlusconi e dal centrodestra per fomentare l'allarmismo e conquistare così facili consensi. L'intellighenzia politicamente corretta, in questi ultimi mesi, ha continuato imperterrita ad affermare che l'insicurezza e il malfunzionamento del sistema giudiziario sono mere «percezioni» a cui non corrisponde alcuna realtà. Ora, dati alla mano, delle due l'una: o il 92% degli italiani vive in uno stato ipnotico, per cui ogni volontà del presidente del Consiglio diventa per ciò stesso legge per la coscienza e ogni sua parola è creduta vera a prescindere, oppure i problemi esistono sul serio e davvero pesano negativamente sulla vita quotidiana dei cittadini. In quest'ultimo caso, si rovescerebbero le parti e ad essere profeti di irrealtà non sarebbero il premier e i partiti che lo sostengono, ma quegli opinionisti che parlano di «bolle» mediatiche pronte a scoppiare al primo impatto col reale.
Lo ha fatto Barbara Spinelli su La Stampa di domenica, lo stesso giorno nel quale il Corriere ha pubblicato il sondaggio di Mannheimer e in cui - ironia della sorte - proprio il quotidiano torinese ha dato grande risalto, anche in prima pagina, ai fatti di Castelvolturno, con la rivolta dei nigeriani che ha messo a ferro e fuoco la cittadina campana dopo l'attentato camorristico di venerdì. Ancora la stessa Stampa, sabato 20 settembre, aveva ospitato un'intervista al vescovo di Capua nella quale il presule affermava: «Qui il vero problema è che ci sono troppi nigeriani, gente intelligente ma dedita piuttosto alla droga e alla prostituzione... Il litorale domizio ha 7 mila africani su 30 mila abitanti. 27 chilometri di terra di nessuno... Episodi molto crudi sono frequenti». La Spinelli si faccia dunque un giro a Castelvolturno e dintorni per vedere se è davvero così irreale il bisogno di sicurezza e di durezza della pena da parte dei cittadini comuni: capirà che la realtà italiana è molto diversa dalle «bolle di sapone» prodotte nei salotti intellettuali. Dalle «bolle» alle «balle» il passaggio è breve...
Gianteo Bordero
Il 59% degli italiani ritiene necessaria e non procrastinabile una riforma che renda più efficiente, rapido e vicino al cittadino il sistema giudiziario. Se a ciò si aggiunge un altro 33% secondo il quale tale riforma è opportuna, ma non prioritaria, si arriva a un 92% di nostri connazionali comunque favorevoli a una svolta decisa in materia di giustizia. I dati emergono da un sondaggio ISPO per il Corriere della Sera, pubblicato sul quotidiano di Via Solferino domenica 21 settembre. Si tratta di numeri che parlano chiaro e che non lasciano spazio a dubbi: la stragrande maggioranza degli italiani vuole un'amministrazione della giustizia più efficace, soprattutto per quanto riguarda l'azione punitiva nei confronti della criminalità. Al punto che potremmo affermare che la riforma del sistema giudiziario rappresenta un corollario del bisogno di sicurezza dei cittadini, i quali non vogliono soltanto maggiore ordine e tranquillità nei centri cittadini e nelle periferie, ma anche un sistema di repressione che, nel momento in cui tale ordine e tale tranquillità venissero violati, sia pronto ad entrare in azione all'insegna della «tolleranza zero», garantendo poi una certezza della pena reale e non solo verbale.
Stando così le cose, non deve stupire un altro dato fornito dal sondaggio condotto da Renato Mannheimer: il 68% degli italiani dà una valutazione negativa dell'attuale sistema giudiziario italiano, ritenendolo evidentemente non all'altezza della situazione. La fiducia nei confronti della magistratura continua a scendere: basti pensare che nello scorso mese di gennaio essa si attestava, secondo un'indagine Eurispes, al 42,5%. Il dato che oggi l'ISPO rileva è agli antipodi rispetto ai primi anni Novanta, gli anni d'oro di Mani Pulite e della grande ondata giustizialista, quando il gradimento per l'opera di giudici e pm viaggiava attorno al 70%. E' chiaro che i grandi processi mediatico-giudiziari contro i politici non interessano più la maggior parte dei cittadini (resta lo zoccolo duro rappresentato dai seguaci di Antonio Di Pietro, Paolo Flores d'Arcais, Marco Travaglio, Beppe Grillo), i quali chiedono innanzitutto che la magistratura si occupi con severità di quei reati che li colpiscono con sempre più alta frequenza nella vita quotidiana (furti, rapine, scippi, minacce, ricatti, violenze personali di vario genere) e che, nella maggior parte dei casi, o restano impuniti oppure vedono il colpevole cavarsela con qualche mese di detenzione (quando va bene) e libero, dopo poco tempo, di tornare a delinquere.
I numeri citati, infine, sembrano smentire le tesi secondo cui quelli della sicurezza e dell'efficienza della giustizia sarebbero problemi creati ad arte da Berlusconi e dal centrodestra per fomentare l'allarmismo e conquistare così facili consensi. L'intellighenzia politicamente corretta, in questi ultimi mesi, ha continuato imperterrita ad affermare che l'insicurezza e il malfunzionamento del sistema giudiziario sono mere «percezioni» a cui non corrisponde alcuna realtà. Ora, dati alla mano, delle due l'una: o il 92% degli italiani vive in uno stato ipnotico, per cui ogni volontà del presidente del Consiglio diventa per ciò stesso legge per la coscienza e ogni sua parola è creduta vera a prescindere, oppure i problemi esistono sul serio e davvero pesano negativamente sulla vita quotidiana dei cittadini. In quest'ultimo caso, si rovescerebbero le parti e ad essere profeti di irrealtà non sarebbero il premier e i partiti che lo sostengono, ma quegli opinionisti che parlano di «bolle» mediatiche pronte a scoppiare al primo impatto col reale.
Lo ha fatto Barbara Spinelli su La Stampa di domenica, lo stesso giorno nel quale il Corriere ha pubblicato il sondaggio di Mannheimer e in cui - ironia della sorte - proprio il quotidiano torinese ha dato grande risalto, anche in prima pagina, ai fatti di Castelvolturno, con la rivolta dei nigeriani che ha messo a ferro e fuoco la cittadina campana dopo l'attentato camorristico di venerdì. Ancora la stessa Stampa, sabato 20 settembre, aveva ospitato un'intervista al vescovo di Capua nella quale il presule affermava: «Qui il vero problema è che ci sono troppi nigeriani, gente intelligente ma dedita piuttosto alla droga e alla prostituzione... Il litorale domizio ha 7 mila africani su 30 mila abitanti. 27 chilometri di terra di nessuno... Episodi molto crudi sono frequenti». La Spinelli si faccia dunque un giro a Castelvolturno e dintorni per vedere se è davvero così irreale il bisogno di sicurezza e di durezza della pena da parte dei cittadini comuni: capirà che la realtà italiana è molto diversa dalle «bolle di sapone» prodotte nei salotti intellettuali. Dalle «bolle» alle «balle» il passaggio è breve...
Gianteo Bordero
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domenica 24 agosto 2008
TUTTI FASCISTI?
da Ragionpolitica.it del 23 agosto 2008
Il gioco politico dell'estate, inaugurato dal settimanale Famiglia Cristiana, trova ogni giorno nuovi aspiranti concorrenti. A dare del «fascista» al governo ora non è più soltanto la rivista dei paolini: da giovedì essa si trova in compagnia nientepopodimeno che dell'Associazione Nazionale dei magistrati. La quale, per bocca del suo segretario, Giuseppe Cascini, fa sapere, tramite una video intervista rilasciata a Klaus Davi, quanto segue: una riforma della giustizia che prevedesse di aumentare il numero di membri del Csm eletti dalle Camere richiamerebbe un «modello autoritario, ovverosia quello fascista». Un «modello in cui la magistratura non è indipendente». Va da sé che la riforma in oggetto, per chi non ne fosse a conoscenza, è quella che ha in mente di attuare il governo Berlusconi e il cui iter dovrebbe prendere avvio in autunno. Di conseguenza è chiaro che, se l'esecutivo procedesse spedito secondo quanto promesso, sarebbe per ciò stesso «autoritario» e «fascista» e toglierebbe alla magistratura la sua indipendenza.
Ma non è tutto. Cascini si lancia infatti in un attacco a tutto campo non soltanto contro le politiche del governo in materia di giustizia, ma anche contro lo stesso presidente del Consiglio: «Alcuni processi che lo riguardano - dice - sono andati in prescrizione e quindi non è stato accertato il fatto. In alcuni casi ci sono state sentenze in cui non si è potuto dire né colpevole né innocente, perché è passato troppo tempo dal fatto. Prima della riforma del 2002 fatta dal governo Berlusconi, quella sul falso in bilancio, questi reati erano punibili molto più gravemente, oggi la punizione è diventata una semplice contravvenzione e l'estinzione del reato si accorcia». Come dire: molte delle sentenze che hanno mandato assolto il Cavaliere lo hanno fatto soltanto per motivi tecnici e non sostanziali, per lo più a seguito di una legge evidentemente concepita ad personam. Ci risiamo.
Cascini entra dunque a gamba tesa sul premier, sul suo esecutivo e sulla maggioranza di centrodestra, ma non risparmia critiche neppure al centrosinistra e, in particolare, al Partito Democratico, il quale, secondo il segretario dell'Anm, farebbe in qualche modo gioco di sponda con l'avversario. Come? Non prendendo una posizione chiara, distinta e distante dall'annunciata riforma della giustizia di marca governativa. Dichiara Cascini: «Quello che mi preoccupa è la mancanza di presa di posizione da parte dell'opposizione. Di fronte a dichiarazioni così esplicite di intervento sui temi della giustizia a livello costituzionale, noi non conosciamo l'opinione dell'opposizione, quantomeno delle forze maggiori, del Partito Democratico». In più - aggiunge - nello stesso centrosinistra ci sono forze, come i Radicali, che hanno «sempre avuto un rapporto problematico con la magistratura» e, come se non bastasse, «alcuni esponenti dello stesso Pd fanno proprie le tesi sulla giustizia che noi contestiamo». Fascisti anche il Partito Democratico e i Radicali? Chi lo sa...
Quello che è certo è che, con le sue dichiarazioni, Cascini, volente o nolente, offre il supporto suo e dei magistrati che egli rappresenta al dipietrismo, al girotondismo, al grillismo - insomma al giustizialismo duro e puro - e alle iniziative che i loro seguaci annunciano per tentare di bloccare le decisioni del governo sulla giustizia. Il segretario dell'Anm compie in questo modo un'operazione politica con tutti i crismi del caso. La stessa politica alla quale chiede di rimanere fuori dal Csm, pena la risorgenza del fascismo, Cascini la invoca quando si tratta di difendere, come ha dichiarato un insospettabile Luciano Violante alla Stampa di ieri, uno spazio di potere che rischia ora di essere insidiato dai provvedimenti dell'esecutivo. Si capisce, quindi, che il problema, per l'Anm, non è «la politica» in generale. Il problema sono quei politici e quei partiti che vogliono riportare negli argini della giustizia costituzionale magistrati che hanno accumulato, a partire da Mani Pulite, uno strapotere politico e mediatico che li ha di fatto costituiti come la vera Casta del nostro sistema istituzionale. Intoccabili ed infallibili per definizione.
Riassumendo: la politica è autoritaria quando propone di aumentare il numero degli eletti dal parlamento nel Csm, mentre è la benvenuta quando serve per bloccare norme democraticamente prodotte dei rappresentanti del popolo nell'esercizio delle loro funzioni. Ora, la domanda sorge spontanea: quale tra i due atteggiamenti è vero fascismo? La risposta è, evidentemente, scontata. L'unica cosa che si può aggiungere è che, se vi fosse ancora qualcuno, tanto tra le fila del centrodestra quanto tra quelle del centrosinistra (Di Pietro fa storia a sé), dubbioso sulla necessità di una riforma della giustizia, ci sembra che le dichiarazioni del segretario dell'Anm facciano evaporare anche le ultime riserve su un provvedimento necessario e non più procrastinabile a data da destinarsi.
Gianteo Bordero
Il gioco politico dell'estate, inaugurato dal settimanale Famiglia Cristiana, trova ogni giorno nuovi aspiranti concorrenti. A dare del «fascista» al governo ora non è più soltanto la rivista dei paolini: da giovedì essa si trova in compagnia nientepopodimeno che dell'Associazione Nazionale dei magistrati. La quale, per bocca del suo segretario, Giuseppe Cascini, fa sapere, tramite una video intervista rilasciata a Klaus Davi, quanto segue: una riforma della giustizia che prevedesse di aumentare il numero di membri del Csm eletti dalle Camere richiamerebbe un «modello autoritario, ovverosia quello fascista». Un «modello in cui la magistratura non è indipendente». Va da sé che la riforma in oggetto, per chi non ne fosse a conoscenza, è quella che ha in mente di attuare il governo Berlusconi e il cui iter dovrebbe prendere avvio in autunno. Di conseguenza è chiaro che, se l'esecutivo procedesse spedito secondo quanto promesso, sarebbe per ciò stesso «autoritario» e «fascista» e toglierebbe alla magistratura la sua indipendenza.
Ma non è tutto. Cascini si lancia infatti in un attacco a tutto campo non soltanto contro le politiche del governo in materia di giustizia, ma anche contro lo stesso presidente del Consiglio: «Alcuni processi che lo riguardano - dice - sono andati in prescrizione e quindi non è stato accertato il fatto. In alcuni casi ci sono state sentenze in cui non si è potuto dire né colpevole né innocente, perché è passato troppo tempo dal fatto. Prima della riforma del 2002 fatta dal governo Berlusconi, quella sul falso in bilancio, questi reati erano punibili molto più gravemente, oggi la punizione è diventata una semplice contravvenzione e l'estinzione del reato si accorcia». Come dire: molte delle sentenze che hanno mandato assolto il Cavaliere lo hanno fatto soltanto per motivi tecnici e non sostanziali, per lo più a seguito di una legge evidentemente concepita ad personam. Ci risiamo.
Cascini entra dunque a gamba tesa sul premier, sul suo esecutivo e sulla maggioranza di centrodestra, ma non risparmia critiche neppure al centrosinistra e, in particolare, al Partito Democratico, il quale, secondo il segretario dell'Anm, farebbe in qualche modo gioco di sponda con l'avversario. Come? Non prendendo una posizione chiara, distinta e distante dall'annunciata riforma della giustizia di marca governativa. Dichiara Cascini: «Quello che mi preoccupa è la mancanza di presa di posizione da parte dell'opposizione. Di fronte a dichiarazioni così esplicite di intervento sui temi della giustizia a livello costituzionale, noi non conosciamo l'opinione dell'opposizione, quantomeno delle forze maggiori, del Partito Democratico». In più - aggiunge - nello stesso centrosinistra ci sono forze, come i Radicali, che hanno «sempre avuto un rapporto problematico con la magistratura» e, come se non bastasse, «alcuni esponenti dello stesso Pd fanno proprie le tesi sulla giustizia che noi contestiamo». Fascisti anche il Partito Democratico e i Radicali? Chi lo sa...
Quello che è certo è che, con le sue dichiarazioni, Cascini, volente o nolente, offre il supporto suo e dei magistrati che egli rappresenta al dipietrismo, al girotondismo, al grillismo - insomma al giustizialismo duro e puro - e alle iniziative che i loro seguaci annunciano per tentare di bloccare le decisioni del governo sulla giustizia. Il segretario dell'Anm compie in questo modo un'operazione politica con tutti i crismi del caso. La stessa politica alla quale chiede di rimanere fuori dal Csm, pena la risorgenza del fascismo, Cascini la invoca quando si tratta di difendere, come ha dichiarato un insospettabile Luciano Violante alla Stampa di ieri, uno spazio di potere che rischia ora di essere insidiato dai provvedimenti dell'esecutivo. Si capisce, quindi, che il problema, per l'Anm, non è «la politica» in generale. Il problema sono quei politici e quei partiti che vogliono riportare negli argini della giustizia costituzionale magistrati che hanno accumulato, a partire da Mani Pulite, uno strapotere politico e mediatico che li ha di fatto costituiti come la vera Casta del nostro sistema istituzionale. Intoccabili ed infallibili per definizione.
Riassumendo: la politica è autoritaria quando propone di aumentare il numero degli eletti dal parlamento nel Csm, mentre è la benvenuta quando serve per bloccare norme democraticamente prodotte dei rappresentanti del popolo nell'esercizio delle loro funzioni. Ora, la domanda sorge spontanea: quale tra i due atteggiamenti è vero fascismo? La risposta è, evidentemente, scontata. L'unica cosa che si può aggiungere è che, se vi fosse ancora qualcuno, tanto tra le fila del centrodestra quanto tra quelle del centrosinistra (Di Pietro fa storia a sé), dubbioso sulla necessità di una riforma della giustizia, ci sembra che le dichiarazioni del segretario dell'Anm facciano evaporare anche le ultime riserve su un provvedimento necessario e non più procrastinabile a data da destinarsi.
Gianteo Bordero
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domenica 29 giugno 2008
LE DUE ANOMALIE ITALIANE
da Ragionpolitica.it del 28 giugno 2008
Il circolo mediatico-giudiziario ha ripreso a lavorare a pieno ritmo. La guerra a Silvio Berlusconi e al suo governo è aperta e pubblicamente dichiarata: da un lato il Consiglio Superiore della Magistratura prepara un documento per togliere la patente di costituzionalità (ma non sarebbe competenza della Corte Costituzionale?) alla norma del decreto legge sulla sicurezza che sospende per 12 mesi i processi per i reati che prevedono pene inferiori ai dieci anni; dall'altro lato l'Espresso pubblica una nuova tranche di intercettazioni telefoniche che vedono, tra i protagonisti, anche il Cavaliere. Se i giorni iniziali della XVI legislatura avevano fatto pensare a una distensione del clima istituzionale, tanto che il ministro della Giustizia Alfano poteva presentare le linee-guida del suo mandato al Csm senza riscontrare particolari ostilità e la cosiddetta «grande stampa» analizzava le prime proposte del nuovo esecutivo senza il solito filtro ideologico dell'anti-berlusconismo, ora il termometro, come in passato, è tornato a segnare tempesta.
Siamo ancora una volta, purtroppo, punto e a capo. Segno che vi sono dei nodi insoluti; nodi di sistema, che riguardano la configurazione e l'equilibrio dei poteri in Italia. E' dal 1993 che la magistratura, sotto la spinta della sua corrente più marcatamente orientata a sinistra (Magistratura Democratica), valicando i limiti impostigli dalla Costituzione e spalleggiata dai mezzi di comunicazione ideologicamente affini, ha iniziato nei fatti ad ergersi a potere supremo del nostro ordinamento, esercitando politicamente il suo ruolo e manovrando prima per cancellare dalla scena politica i partiti democratici che avevano governato l'Italia per cinquant'anni, poi per far cadere esecutivi democraticamente eletti dei cittadini. E' accaduto nel '94, con l'ormai storico avviso di garanzia a Berlusconi recapitato a mezzo stampa durante il G7 di Napoli; è accaduto all'inizio del 2008, con le inchieste che hanno messo nel tritacarne il Guardasigilli del governo Prodi, Clemente Mastella, e la sua famiglia. E accade oggi, ancora una volta, con il Cavaliere a Palazzo Chigi.
Questa è la prima, vera, grande anomalia italiana: una magistratura che interpreta il suo compito in termini politici e non giuridici; che ritiene più importante intercettare morbosamente le comunicazioni degli eletti dal popolo invece che dare seguito ai processi «normali», i cui faldoni vengono lasciati marcire in qualche magazzino di qualche procura della Repubblica; che si pensa cioè, violando palesemente l'articolo 104 della Costituzione, come potere e non come ordine. Questa è, come ha detto qualche giorno fa il presidente del Consiglio, una «metastasi della democrazia», perché sovverte l'ordine istituzionale così come esso è stato delineato dai costituenti, ponendo sotto continuo ricatto coloro che sono stati scelti dai cittadini come loro rappresentanti e lasciando intendere che esista una sovranità superiore a quella del popolo.
In una situazione del genere, ci si aspetterebbe che tutta la classe politica - e non solo una sua parte - reagisse convintamente al tentativo di perenne delegittimazione portato avanti dalla magistratura ideologizzata. Invece ci tocca assistere al triste spettacolo di una sinistra incapace di proporre una linea politica autonoma da quella del «partito delle toghe», rappresentato in parlamento dall'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Una sinistra in tutto e per tutto appiattita sul giustizialismo più becero e qualunquista, sul fanatismo forcaiolo dei vari Travaglio, Grillo, Flores d'Arcais. Una sinistra talmente svuotata di ogni contenuto da non saper più avanzare alcuna proposta per porre un freno allo strapotere dei giudici e dei pm, venerati come oggetti di culto a prescindere da ogni contestualizzazione storica.
Chi è causa del suo mal pianga se stesso, verrebbe da dire. La gauche italiana, che per anni ha cavalcato l'ideologia delle manette facili, dei processi mediatici, delle forche preventive, ne è stata risucchiata a tal punto da perdere se stessa, la sua identità, la sua consistenza come forza politica libera ed autonoma. Col risultato che oggi rimane afona, quando non supina, di fronte al nuovo tentativo di delegittimazione di un governo della Repubblica. Come se la cosa riguardasse soltanto Berlusconi e non anche la classe dirigente nel suo complesso. Come se l'uovo oggi dello sputtanamento del Cavaliere fosse meglio di mille galline (un sistema istituzionale finalmente normale) domani. Come se mille prime pagine sui guai giudiziari del presidente del Consiglio potessero cancellare milioni di voti liberamente espressi dagli italiani. La sinistra è passata dal complesso di superiorità morale al complesso di inferiorità rispetto ai magistrati: una parabola davvero poco edificante, che rappresenta la seconda, grande anomalia del sistema politico italiano. Cambiare è sempre possibile, ma con l'aria che tira di questi tempi non c'è da attendersi nulla di buono da chi ieri annunciava la «nuova stagione» e oggi si è già riallineato al vecchio che ritorna.
Gianteo Bordero
Il circolo mediatico-giudiziario ha ripreso a lavorare a pieno ritmo. La guerra a Silvio Berlusconi e al suo governo è aperta e pubblicamente dichiarata: da un lato il Consiglio Superiore della Magistratura prepara un documento per togliere la patente di costituzionalità (ma non sarebbe competenza della Corte Costituzionale?) alla norma del decreto legge sulla sicurezza che sospende per 12 mesi i processi per i reati che prevedono pene inferiori ai dieci anni; dall'altro lato l'Espresso pubblica una nuova tranche di intercettazioni telefoniche che vedono, tra i protagonisti, anche il Cavaliere. Se i giorni iniziali della XVI legislatura avevano fatto pensare a una distensione del clima istituzionale, tanto che il ministro della Giustizia Alfano poteva presentare le linee-guida del suo mandato al Csm senza riscontrare particolari ostilità e la cosiddetta «grande stampa» analizzava le prime proposte del nuovo esecutivo senza il solito filtro ideologico dell'anti-berlusconismo, ora il termometro, come in passato, è tornato a segnare tempesta.
Siamo ancora una volta, purtroppo, punto e a capo. Segno che vi sono dei nodi insoluti; nodi di sistema, che riguardano la configurazione e l'equilibrio dei poteri in Italia. E' dal 1993 che la magistratura, sotto la spinta della sua corrente più marcatamente orientata a sinistra (Magistratura Democratica), valicando i limiti impostigli dalla Costituzione e spalleggiata dai mezzi di comunicazione ideologicamente affini, ha iniziato nei fatti ad ergersi a potere supremo del nostro ordinamento, esercitando politicamente il suo ruolo e manovrando prima per cancellare dalla scena politica i partiti democratici che avevano governato l'Italia per cinquant'anni, poi per far cadere esecutivi democraticamente eletti dei cittadini. E' accaduto nel '94, con l'ormai storico avviso di garanzia a Berlusconi recapitato a mezzo stampa durante il G7 di Napoli; è accaduto all'inizio del 2008, con le inchieste che hanno messo nel tritacarne il Guardasigilli del governo Prodi, Clemente Mastella, e la sua famiglia. E accade oggi, ancora una volta, con il Cavaliere a Palazzo Chigi.
Questa è la prima, vera, grande anomalia italiana: una magistratura che interpreta il suo compito in termini politici e non giuridici; che ritiene più importante intercettare morbosamente le comunicazioni degli eletti dal popolo invece che dare seguito ai processi «normali», i cui faldoni vengono lasciati marcire in qualche magazzino di qualche procura della Repubblica; che si pensa cioè, violando palesemente l'articolo 104 della Costituzione, come potere e non come ordine. Questa è, come ha detto qualche giorno fa il presidente del Consiglio, una «metastasi della democrazia», perché sovverte l'ordine istituzionale così come esso è stato delineato dai costituenti, ponendo sotto continuo ricatto coloro che sono stati scelti dai cittadini come loro rappresentanti e lasciando intendere che esista una sovranità superiore a quella del popolo.
In una situazione del genere, ci si aspetterebbe che tutta la classe politica - e non solo una sua parte - reagisse convintamente al tentativo di perenne delegittimazione portato avanti dalla magistratura ideologizzata. Invece ci tocca assistere al triste spettacolo di una sinistra incapace di proporre una linea politica autonoma da quella del «partito delle toghe», rappresentato in parlamento dall'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Una sinistra in tutto e per tutto appiattita sul giustizialismo più becero e qualunquista, sul fanatismo forcaiolo dei vari Travaglio, Grillo, Flores d'Arcais. Una sinistra talmente svuotata di ogni contenuto da non saper più avanzare alcuna proposta per porre un freno allo strapotere dei giudici e dei pm, venerati come oggetti di culto a prescindere da ogni contestualizzazione storica.
Chi è causa del suo mal pianga se stesso, verrebbe da dire. La gauche italiana, che per anni ha cavalcato l'ideologia delle manette facili, dei processi mediatici, delle forche preventive, ne è stata risucchiata a tal punto da perdere se stessa, la sua identità, la sua consistenza come forza politica libera ed autonoma. Col risultato che oggi rimane afona, quando non supina, di fronte al nuovo tentativo di delegittimazione di un governo della Repubblica. Come se la cosa riguardasse soltanto Berlusconi e non anche la classe dirigente nel suo complesso. Come se l'uovo oggi dello sputtanamento del Cavaliere fosse meglio di mille galline (un sistema istituzionale finalmente normale) domani. Come se mille prime pagine sui guai giudiziari del presidente del Consiglio potessero cancellare milioni di voti liberamente espressi dagli italiani. La sinistra è passata dal complesso di superiorità morale al complesso di inferiorità rispetto ai magistrati: una parabola davvero poco edificante, che rappresenta la seconda, grande anomalia del sistema politico italiano. Cambiare è sempre possibile, ma con l'aria che tira di questi tempi non c'è da attendersi nulla di buono da chi ieri annunciava la «nuova stagione» e oggi si è già riallineato al vecchio che ritorna.
Gianteo Bordero
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domenica 29 luglio 2007
Lezione di politica
di Gianteo Bordero
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 28 luglio 2007
In questa fase limacciosa della storia politica italiana, in cui sembra tornare prepotentemente alla ribalta quel giustizialismo moralista e ipocrita che già tanto male ha fatto alla vita civile del Paese, le parole pronunciate l'altro ieri da Silvio Berlusconi per annunciare il voto contrario di Forza Italia all'autorizzazione all'uso delle intercettazioni telefoniche di parlamentari implicati nelle inchieste sulle scalate bancarie del 2005...CONTINUA...
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domenica 18 marzo 2007
Indignati a intermittenza
di Gianteo Bordero
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 17 marzo 2007
Chi è che, negli ultimi qundici anni, ha coccolato, elogiato e glorificato in ogni modo la magistratura d'assalto? Chi è che non ha mai battuto ciglio quando dalle inchieste «scottanti» sui politici della prima Repubblica e poi su Berlusconi, Ricucci, Moggi, Vittorio Emanuele trapelavano dalle Procure, per finire in prima pagina, faldoni d'inchiesta riservati, interrogatori secretati, intercettazioni telefoniche e «ambientali»...CONTINUA...
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