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giovedì 14 ottobre 2010

FINIANI. SE QUESTO È IL «FUTURO»...

da Ragionpolitica.it del 14 ottobre 2010

Se stiamo ai fatti di questi giorni, appare evidente come Futuro e Libertà non si configuri come la «nuova destra, moderna ed europea», bensì come il partito del «vecchio», come un movimento nostalgico dei riti e delle liturgie politiche della Prima Repubblica. Un esempio su tutti può confermarlo: mentre Fli dichiara la sua fedeltà e la sua lealtà al governo, si muove in parlamento per dare vita a maggioranze alternative su temi rilevanti come la riforma della legge elettorale. E' stato lo stesso presidente della Camera a chiedere nei giorni scorsi, con una lettera inviata al presidente del Senato, che tale riforma sia incardinata al più presto a Montecitorio, nonostante Palazzo Madama se ne stia occupando già da tempo e i lavori siano giunti a buon punto, come ha spiegato il relatore Lucio Malan (Pdl). Fini, nella sua doppia e sempre più ingombrante veste di leader di partito e di numero uno della Camera, è consapevole infatti che mentre al Senato il suo gruppo non risulta decisivo, nell'altro ramo del parlamento Futuro e Libertà potrebbe determinare la formazione di maggioranze diverse da quella attuale.


Tattica o strategica che sia, questa mossa di Fli rimette in campo un'idea di parlamentarismo che certo non guarda al futuro, e che riporta invece indietro nel tempo le lancette della storia repubblicana dell'Italia. Pensare che possa esistere una maggioranza parlamentare diversa e in qualche caso alternativa alla maggioranza di governo significa aderire a quel modello assemblearista che ha provocato solo guai laddove esso ha trovato applicazione concreta, primi tra tutti l'instabilità degli esecutivi e l'impossibilità di una programmazione riformatrice di lungo periodo. Nel moderno parlamentarismo, come più volte abbiamo sottolineato, compito principale della maggioranza uscita vincitrice dal voto è quello di esprimere un governo e di sostenerne le proposte, non quello di porsi in posizione di terzietà rispetto ad esso. L'Italia ha intrapreso con chiarezza questa strada nel momento in cui sulla scheda elettorale (all'interno dei simboli di partito) e nei programmi consegnati al momento della presentazione ufficiale delle liste è comparso anche il nome del candidato alla presidenza del Consiglio: ciò lega inscindibilmente, facendole di fatto coincidere, maggioranza parlamentare e maggioranza di governo. Questo, del resto, è quello che accade in tutti i sistemi istituzionali dove il parlamentarismo, non degradando in assemblearismo, garantisce quella «democrazia governante» che è il frutto maturo delle conquiste costituzionali dell'epoca moderna. Coloro che oggi dichiarano di voler abrogare la vigente legge elettorale mostrano in sostanza, volenti o nolenti, di voler cancellare anche quel poco di stabilità degli esecutivi che il nostro Paese ha conquistato in quella che è stata chiamata «Seconda Repubblica».


Questa prospettiva non coincide in alcun modo con il bene e con gli interessi dell'Italia, e neppure con ciò che i cittadini si aspettano dalla politica: tutt'al più è funzionale ai giochi di potere di questo o quel gruppuscolo smanioso di contare di più nei Palazzi con meno voti nelle urne. Se veramente si vuole guardare avanti e modernizzare definitivamente le nostre istituzioni, occorrerebbe fare il contrario di quanto sostengono i fautori della riforma elettorale anti-Porcellum e delle maggioranze variabili: impegnarsi affinché quelli che ad oggi sono princìpi sanciti solo da una legge ordinaria (quale è quella elettorale) e dalla Costituzione materiale del Paese possano diventare parte integrante anche della Costituzione formale. Del resto, come ha scritto il presidente del Consiglio nel suo messaggio per la commemorazione in Senato di Francesco Cossiga, la Costituzione non è «un dogma, ma una carta delle regole democratiche che riconosce essa stessa per prima, al suo stesso interno, la possibilità di adattare ai tempi le istituzioni dello Stato». Si tratta, in sostanza, di cristallizzare nella Carta l'evoluzione istituzionale già avvenuta de facto negli ultimi sedici anni, dando al governo quel che è del governo e mettendo una pietra tombale sulle degenerazioni partitocratiche a cui abbiamo assistito in passato e che rischiano oggi di tornare sulla scena, magari mascherate sotto l'etichetta del «futuro».


Gianteo Bordero

giovedì 9 settembre 2010

MEGLIO IL PORCELLUM DEL TRANELLUM

da Ragionpolitica.it del 9 settembre 2010

Pd, Udc e qualche futurista finiano dicono che il governo Berlusconi non si occupa dei «veri problemi del paese». E quindi? Quindi occorre un nuovo esecutivo... per riscrivere la legge elettorale. Non è una battuta di spirito - anche se lo sembra - ma una cosa detta e ridetta in queste settimane centinaia di volte, con ostentata convinzione, dagli oppositori del presidente del Consiglio. Se ne deduce che i suddetti «veri problemi del paese» si riducono infine ad uno soltanto, che purtroppo però non riguarda né gli interessi generali dell'Italia né la vita concreta degli italiani, bensì soltanto il tornaconto politico più o meno immediato di lorsignori: modificare l'attuale normativa elettorale, cancellare il premio di maggioranza che assegna alla coalizione più votata i numeri per governare, introdurre o reintrodurre un sistema nel quale siano i partiti dopo il voto, e non più i cittadini nelle urne, a menare le danze. Così, quelle che con buona probabilità, a legge elettorale invariata, continuerebbero ad essere minoranze, con la nuova geniale trovata si ritroverebbero di colpo a reggere le sorti della nazione.


Non sappiamo ancora quale forma concreta assumerà questa nuova legge, ma di certo possiamo già dire che passeremmo dal tanto deprecato Porcellum, che bene o male garantisce il rispetto del principio fondamentale della moderna democrazia rappresentativa (chi prende più voti ha il diritto di governare), a un tanto più deprecabile Tranellum, studiato apposta per consentire ad una somma di minoranze di assumere la guida del paese. Se l'attuale legge elettorale è una «porcata», l'aggettivo per definire quella che verrebbe fuori da un fantomatico - e ci auguriamo rimanga tale - governo dei perdenti non può che sconfinare nel turpiloquio.


E la cosa peggiore è che molte delle anime belle che si esercitano quotidianamente, dalle colonne dei giornali o dagli schermi televisivi, nella distruzione della vigente normativa, stracciandosi le vesti a causa dell'impossibilità di esprimere la preferenza (ma non era stato proprio il sistema delle preferenze, sempre a loro dire, il «cancro» della Prima Repubblica?) e sostenendo che ciò rappresenta una ferita mortale inferta alla democrazia, sono le stesse che poi non battono ciglio quando gli si fa notare che la legge elettorale da loro immaginata è meno democratica dell'attuale, essendo concepita per impedire a colui che ancora gode della maggioranza relativa dei consensi, cioè Berlusconi (e l'alleanza tra Pdl e Lega), di tornare ancora una volta a palazzo Chigi. Da tutto ciò si comprende che anche l'invocare ad ogni piè sospinto il ripristino delle preferenze è un mero paravento per nascondere il vero obiettivo dei promotori del Tranellum: escogitare un sistema per far fuori dalla scena politica l'uomo di Arcore.


E' quella che potremmo chiamare «legge di Bersani»: se i numeri mancano, se il gradimento popolare è scarso, se l'entusiasmo dei militanti languisce, se la sinistra in Italia è ridotta ad un mero flatus vocis a cui non corrisponde realtà alcuna, e se Berlusconi continua ad essere il leader politico più apprezzato dai cittadini, allora bisogna cercare di ottenere con giochi di palazzo, costi quel che costi, quello che non si può ottenere con il consenso democratico. E' chiaro, in questa prospettiva, che il reiterato ed ossessivo richiamo al «bene del paese» altro non è che una finzione retorica, una maschera indossata dai perdenti di ieri, e forse anche di domani, per occultare il loro desolante vuoto politico e l'unico, disarmante punto programmatico che essi sono in grado di elaborare: una legge contra personam che alla fine sarebbe, di fatto, una legge contro il popolo e contro la democrazia.


Gianteo Bordero

martedì 24 agosto 2010

IL FALSO MITO DEL PRESIDENTE «NOTAIO»

da Ragionpolitica.it del 24 agosto 2010

E' curioso che molti di coloro che accusano Berlusconi di coltivare progetti anti-democratici ed eversivi sol perché egli insiste sulla necessità di dare al governo italiano gli stessi poteri che agli esecutivi sono garantiti nei regimi parlamentari classici, difendano poi a spada tratta i grandi poteri di un'istituzione che, così com'è costituzionalmente strutturata, fa assomigliare il nostro sistema - come ha osservato Piero Ostellino sul Corriere della Sera del 23 agosto - alle «monarchie costituzionali dell'Ottocento, quando il re aveva l'ultima parola e la democrazia rappresentativa faceva i primi passi». Stiamo parlando della presidenza della Repubblica, un'istituzione che solo qualche ideologo in malafede o qualche sprovveduto in diritto costituzionale può definire come «notarile», e che invece gode di poteri ben più ampi di quelli che la Carta del '48 riserva allo stesso governo.


Basta leggere il testo costituzionale per rendersene conto: il presidente della Repubblica è «capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale» (art. 86); «autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del governo» (art. 87); «promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti» (art. 87); «prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione» (art. 74). E ancora: «Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere» (art. 87); «presiede il Consiglio superiore della magistratura»; «può concedere grazia e commutare le pene» (art. 87). E infine, ma non ultimo: «Può, sentiti i loro presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse» (art. 88); «nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri» (art. 92). Può convocare le Camere in via straordinaria (art. 62). Nomina un terzo dei giudici della Corte costituzionale (art. 135).


Se a questi poteri codificati dalla Costituzione si aggiungono quelli che col tempo si sono stratificati nella prassi, ne esce un quadro che ancor più difficilmente può essere definito «notarile». Si prenda, ad esempio, la consuetudine - non prevista dalla Carta - delle consultazioni in vista della nomina del governo. Come osserva Fausto Cuocolo nel suo Principi di diritto costituzionale, «il ruolo delle consultazioni ha assunto talora significati più ampi» di quelli iniziali, «non limitandosi il capo dello Stato ad ascoltare leaders di partito o capigruppo parlamentari, ma estendendo la sua attività ricognitiva a personalità tecniche, particolarmente in campo economico-finanziario... Il che sembra indicare che nella fase preparatoria del procedimento formativo del governo il ruolo del capo dello Stato non è meramente di registrazione, ma si spinge nel merito dei problemi». Per non parlare dell'altro istituto consuetudinario dell'incarico, dove la discrezionalità delle scelte del presidente è ancor più evidente: «La libertà di scelta - scrive ancora Cuocolo - è tanto più ampia quanto più variabili possono essere le maggioranze alternative eventualmente realizzabili in sede parlamentare». Ricordiamo che qui stiamo parlando di prassi e di atti non delineati dal testo del '48: ne dovrebbero tener conto tutti coloro che storcono il naso e gridano al regime ogni qual volta gli esponenti del centrodestra invocano la «Costituzione materiale» a proposito dei poteri del governo, e che tacciono compiaciuti quando invece la stessa «Costituzione materiale» riguarda l'ampliamento delle «prerogative» del presidente della Repubblica. Uno strabismo sospetto, quando non ipocrita.


La verità che in molti stentano ad ammettere, per motivi vuoi ideologici e culturali, vuoi più spesso di contingenza politica, è che un inquilino del Quirinale che esercitasse fino in fondo ed incisivamente i poteri previsti dalla Costituzione, e restasse fedele alle prassi che si sono affermate col tempo, non potrebbe non essere riconosciuto a tutti gli effetti come il principale protagonista della vita politica del paese, come il decisore ultimo, sopra le parti non nel senso della terzietà, ma nel senso della superiorità. E' già accaduto in passato, può accadere ancora a Costituzione invariata.


Ora, questa dotazione di poteri e prerogative non rappresenterebbe un problema se fossimo in un regime presidenziale o semi-presidenziale, nel quale il presidente viene eletto direttamente dal popolo e gode quindi dell'investitura dei cittadini. Ma così non è in Italia, dove vige ancora un sistema parlamentare (assembleare?) ed il capo dello Stato viene votato non dal popolo, ma dai suoi rappresentanti. I quali, tra l'altro, non avendo «vincolo di mandato», possono al limite muoversi anche contro la stessa volontà di chi li ha eletti.


Delle due l'una: o si sceglie di evolvere anche formalmente verso il presidenzialismo o il semi-presidenzialismo, sul modello americano o francese, oppure si realizza un vero e classico regime parlamentare sul modello inglese, dove - come ha osservato ancora Ostellino - il capo dello Stato (la Corona) «non mette naso nelle leggi che il primo ministro gli porta a firmare. Tanto meno va alla ricerca, in parlamento, di un'altra maggioranza se il primo ministro ha perso la sua, perché l'ipotesi di un governo non eletto dal popolo non è neppure prevedibile». L'attuale sistema italiano è un ibrido mal riuscito, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

Gianteo Bordero

giovedì 8 aprile 2010

PD, SE CI SEI BATTI UN COLPO

da Ragionpolitica.it dell'8 aprile 2010

Mentre la maggioranza, uscita rafforzata dall'esito del voto regionale, macina politica a pieno ritmo e mette in cantiere un grande progetto di riforme a tutto campo da realizzarsi negli ultimi tre anni di legislatura, il Partito Democratico sembra scomparso dalla scena. Pd, non pervenuto. Sarà per la delusione conseguente alle elezioni del 28 e 29 marzo scorsi; sarà perché Bersani e suoi hanno dovuto riporre ancora una volta nel cassetto il sogno della spallata a Berlusconi; sarà per l'emorragia di consensi registrata perfino nei tradizionali feudi rossi; sarà per lo stordimento di fronte alla ripresa in grande stile dell'iniziativa politica da parte dell'asse Pdl-Lega... Fatto sta che il maggior partito d'opposizione, da un po' di giorni a questa parte, è diventato quasi afono: qualche dichiarazione d'ufficio del segretario, il solito inconcludente dibattito interno, pochi titoli di giornale e per lo più relegati nelle pagine interne. Insomma, il Pd non fa più notizia. Forse perché la notizia non c'è.


Prima delle elezioni ragionali il partito di Bersani sembrava destinato, stando alle dichiarazioni dei suoi esponenti, a spaccare il mondo, a infliggere una pesante sconfitta al Cavaliere e a indebolirne così il governo, a riproporsi come il perno politico di una nuova alleanza di centrosinistra in grado di contendere allo schieramento avversario la vittoria alle elezioni generali del 2013. In realtà già questa era mera propaganda senza costrutto, perché sin dalla fase della definizione delle candidature per la guida delle Regioni il Pd non aveva certo brillato per capacità d'iniziativa e per autorevolezza nella conduzione del centrosinistra. Alcuni esempi: nel Lazio aveva di fatto subìto la candidatura della radicale Bonino, in Puglia aveva visto morire nella culla delle primarie il progetto dalemiano di un'alleanza con l'Udc di Casini e aveva dovuto ingoiare per la seconda volta la nomination di Vendola, in Calabria aveva tentennato fino all'ultimo sul da farsi, non riuscendo a trovare un accordo con l'Idv. Insomma, se queste erano le premesse, era oggettivamente difficile credere che le conseguenze sarebbero state diverse. Invece i dirigenti del Pd annunciavano giorni radiosi per le sorti del partito e della sinistra, parlavano - come usanza da dieci anni a questa parte - di imminente declino del berlusconismo, pronosticavano un ampio malcontento dell'elettorato di centrodestra nei confronti del governo, e via profetizzando...


Per un verso era quindi inevitabile che dopo una smentita così clamorosa delle loro previsioni e dei loro vaticini gli illuminati del Pd si rinchiudessero silenti nelle «secrete stanze» del Nazareno per tentare di metabolizzare la sconfitta e di trovare una plausibile spiegazione ad essa. Per un altro verso, però, l'atteggiamento mostrato in questi giorni dai vertici democratici (da ultimo i tentennamenti a proposito del dialogo con la maggioranza sulle riforme, con dichiarazioni tutte all'insegna del «sì, però», «ma», «forse», «vedremo», «chi lo sa», ecc..) deve far riflettere sullo stato di crisi permanente di un partito che, nonostante i ripetuti cambi di leadership, gli annunci di rinnovamento, di nuove stagioni e di svolte epocali, non riesce ad esprimere nulla che assomigli - neanche lontanamente - a una linea politica degna di tal nome, a una strategia capace di rendere competitivo il centrosinistra sul piano dei programmi e delle proposte andando oltre l'antiberlusconismo di maniera, a un progetto di ampio respiro che riparta dal rapporto col territorio per mettersi in sintonia con le esigenze del paese.


Così, col Pd in stato comatoso, il campo è sgombro per le scorribande dei vari Di Pietro, Vendola, Grillo, che possono tranquillamente andare a caccia di voti in libera uscita da un partito senza idee, senza coraggio, senza prospettive. Se Bersani pensava di ottenere dalle regionali la conferma della possibilità di rifare una grande Unione di centrosinistra sotto la regia democratica e in chiave anti-Cavaliere, ha sbagliato i suoi conti. Non soltanto perché - vedi il caso Piemonte - anche la riedizione della formula prodiana potrebbe non essere sufficiente a vincere, ma anche e soprattutto perché i suoi sedicenti alleati hanno ben compreso che le loro fortune presenti e future dipendono dalle sfortune del Pd, cioè dal suo progressivo indebolimento e cedimento strutturale. Oggi il segretario del Partito Democratico ha un'occasione d'oro per uscire dalle sabbie mobili: sedersi senza indugi al tavolo delle riforme con la maggioranza e diventare co-protagonista del cambiamento delle istituzioni e dell'ammodernamento dello Stato. Se sceglierà la strada opposta, condannerà se stesso e il Pd alla definitiva irrilevanza politica, aprendo la via alla dissoluzione finale del partito. E' l'ultima chiamata.


Gianteo Bordero

sabato 28 novembre 2009

UNO SNODO POLITICO DECISIVO

da Ragionpolitica.it del 28 novembre 2009

Ammettiamo - ma non concediamo - per un istante che sulla questione della magistratura italiana Silvio Berlusconi esageri, in quanto direttamente coinvolto nelle inchieste. Ammettiamo - e non concediamo - che anche il Popolo della Libertà esageri, in quanto arroccato nella difesa del suo leader. Che cosa dovremmo dire, allora, del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che venerdì ha dichiarato che «quanti appartengono all'istituzione preposta all'esercizio della giurisdizione debbono attenersi rigorosamente allo svolgimento di tale funzione» e che «nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del parlamento, in quanto poggi sulla coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini-elettori il consenso necessario per governare»? Se usassimo lo stesso metro di giudizio utilizzato dalla sinistra forcaiola e giustizialista, dovremmo dedurne che anche il capo dello Stato è stato colto da allucinazioni ed è rimasto vittima della «sindrome di Berlusconi», cioè di quel pericoloso virus che porta a mettere in dubbio il dogma della sacralità e dell'infallibilità della magistratura...


La verità è un'altra, ed è che chiunque non abbia la mente offuscata dalla furia ideologica del giacobinismo può benissimo constatare senza troppi sforzi come oggi, nel nostro paese, alcuni giudici e pubblici ministeri tentino non di rado di trasformarsi in soggetti politicamente attivi e di decidere così le sorti delle istituzioni democraticamente elette dal popolo. Tale tentativo, in realtà, non nasce ora come un fungo: esso si protrae in maniera evidente dagli inizi degli anni Novanta, cioè da quando, nella crisi dei partiti democratici della Prima Repubblica, la magistratura pensò di poter assumere il ruolo di arbitro (non imparziale) della vita politica, mandando al macero un'intera classe dirigente e preparando il terreno per un nuovo assetto di potere nel quale l'ultima parola spettasse a quello che è stato chiamato «partito dei giudici»: un contenitore che raccogliesse i graziati dalle inchieste di Mani Pulite, il partito postcomunista, pezzi delle élites economiche e culturali che avevano sostenuto a spada tratta l'azione delle toghe milanesi, il «popolo dei fax», alcuni pubblici ministeri passati alla politica. Tale partito sarebbe stato l'unico legittimato a governare grazie al beneplacito delle Procure e sotto la loro protezione.


Se questo progetto non andò in porto fu soltanto grazie alla decisione di Berlusconi di entrare nell'agone politico e alla vittoria del centrodestra alle elezioni del marzo 1994. Nonostante ciò, quello che Lino Jannuzzi ha definito il «disegno di potere» di certa magistratura non fu accantonato. Tant'è vero che fu proprio Berlusconi, dopo la sua «discesa in campo», ad essere preso di mira dagli inquirenti, con una costanza e una regolarità che si protraggono ormai da quindici anni, a partire dal clamoroso avviso di garanzia a mezzo stampa del novembre del '94, mentre il Cavaliere presiedeva un importante summit internazionale sulla criminalità. Da allora per il leader del centrodestra è stato un susseguirsi di accuse di ogni genere, sospetti, perquisizioni, inchieste, processi, da cui egli è sempre uscito a testa alta, senza nemmeno una condanna una. Eppure il tentativo continua. Anzi, negli ultimi mesi esso si è intensificato, tanto più dopo la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale.


Solo gli immarcescibili pasdaran dell'antiberlusconismo, i giustizialisti in servizio effettivo permanente, gli eterni nostalgici di Mani Pulite, i dipietristi d'assalto e i micromeghisti bigotti possono oggi negare che esista un accanimento giudiziario nei confronti del presidente del Consiglio. Chi non è accecato dall'odio viscerale per il Cavaliere sa come stanno le cose, e la stragrande maggioranza degli italiani ha ormai compreso - ed è qui la grande differenza tra i tempi attuali e gli anni di Tangentopoli, quando l'onda emotiva suscitata dai processi e il battage mediatico di glorificazione delle gesta del pool di Milano avevano creato attorno ai magistrati un consenso popolare molto diffuso - che parlare di persecuzione giudiziaria ai danni di Berlusconi non è dire una bestemmia, ma prendere atto di una realtà.


In questo contesto ben vengano le parole di Napolitano, che hanno il merito di porre la presidenza della Repubblica in una posizione ben diversa da quella che essa invece assunse, con Oscar Luigi Scalfaro, dapprima nel periodo di Tangentopoli e poi nei confronti di Berlusconi nei suoi primi anni di attività politica. Il messaggio che oggi proviene dal capo dello Stato è chiaro: se qualcuno cercasse al Quirinale una sponda per abbattere il governo e far fuori dalla scena politica il presidente del Consiglio ha sbagliato indirizzo. Ciò offre alla maggioranza uno spazio di manovra reale per poter portare avanti una riforma che miri alla «definizione di corretti equilibri tra politica e giustizia», per riprendere un'espressione usata dallo stesso Napolitano e contenuta anche nel comunicato diffuso al termine dell'Ufficio di presidenza del Popolo della Libertà, riunitosi giovedì a Roma: «La democrazia si fonda su un corretto e giusto equilibrio fra i diversi poteri e ordini dello Stato». E' dentro a questo snodo decisivo per la tenuta del nostro sistema istituzionale che va inquadrata la questione della difesa di Berlusconi da un'offensiva giudiziaria che mette sulla graticola non soltanto un premier, ma la stessa vita democratica della Repubblica.

Gianteo Bordero

domenica 22 novembre 2009

AVANTI CON LE RIFORME

da Ragionpolitica.it del 21 novembre 2009

Con gli indicatori economici che iniziano a segnalare con regolarità l'inizio dell'uscita dell'Italia dalla crisi, e avviandosi quindi a conclusione la fase della gestione dell'emergenza protrattasi per dodici mesi, il governo Berlusconi può finalmente imprimere un'accelerata alla realizzazione dell'agenda riformatrice contenuta nel programma presentato agli elettori il 13 e 14 aprile del 2008. Non che nell'ultimo anno l'esecutivo non abbia messo in campo importanti provvedimenti «di sistema»: basti pensare, ad esempio, alla riforma della Pubblica Amministrazione fortemente voluta dal ministro Brunetta, all'avvio dell'iter che condurrà alla piena attuazione del federalismo fiscale, al disegno di legge sullo sviluppo promosso dal ministro Scajola, agli interventi in campo scolastico del ministro Gelmini, alla riforma del codice di procedura civile - solo per citarne alcuni tra i più rilevanti. Ma oggi, con il barometro della situazione economica che ha smesso di segnare tempesta (si vedano, da ultimo, i dati Istat relativi alla produzione industriale), vi sono le condizioni oggettive per mettere mano a nodi ancora insoluti, che non potevano essere sciolti mentre il governo era impegnato a tener dritta la barra del timone in mezzo ai marosi della crisi - un compito gravoso che però è stato svolto in maniera ferma e responsabile, con risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti: il paese ha reagito meglio di molti altri al periodo di grave difficoltà che ha investito l'intero pianeta, e anche grazie agli interventi studiati dall'esecutivo ha potuto evitare di vedere la crisi economica trasformarsi in una pericolosa e potenzialmente devastante crisi sociale.

Tra le riforme che il Berlusconi IV metterà in cantiere nei prossimi mesi spiccano per importanza quelle relative a tre grandi capitoli di governo: la fiscalità, la giustizia e le istituzioni. Per quanto riguarda il primo punto, è stato lo stesso presidente del Consiglio, pochi giorni fa, ad annunciare che, con l'uscita dalla fase acuta della crisi, l'esecutivo si dedicherà, sempre «compatibilmente con la situazione dei conti pubblici», da un lato ad una prima riduzione dell'Irap e, dall'altro lato, alla messa in cantiere del cosiddetto «quoziente familiare», in base al quale le tasse che il singolo dovrà pagare allo Stato saranno calcolate anche tenendo conto della composizione del nucleo familiare. Sul secondo tema, quello della giustizia, è già stato presentato al Senato il disegno di legge per ridurre i tempi dei processi, vera e propria piaga che affligge il sistema giudiziario italiano, mentre sono già in fase di discussione, nelle commissioni parlamentari, la riforma del processo penale e dell'avvocatura. A questi provvedimenti seguirà, come ha dichiarato venerdì il capo del governo nel suo messaggio alla sesta conferenza nazionale dell'Avvocatura, «l'indispensabile riforma costituzionale della giustizia, che porrà in condizione di effettiva parità l'accusa e la difesa nel processo». E sempre in tema di modifiche costituzionali - terzo capitolo di intervento riformista del governo - è ferma intenzione dell'esecutivo e della maggioranza portare avanti un progetto di ammodernamento delle istituzioni ripartendo da alcune proposte già contenute nella riforma costituzionale del 2001-2006, poi naufragata col referendum del giugno di quell'anno: rafforzamento dei poteri del premier, sfiducia costruttiva, riduzione del numero dei parlamentari. E, soprattutto, sarà sul tappeto la questione, già sollevata in modo esplicito da Berlusconi, dell'elezione diretta del capo del governo.

E' evidente che si tratta di riforme che avranno un forte impatto nei vari settori oggetto di intervento. Riforme - come detto in precedenza - «di sistema» che, per poter essere realizzate, richiedono due precondizioni politiche fondamentali: una maggioranza unita e determinata nel portare a termine il programma di governo e un forte sostegno dell'elettorato. Sulla prima questione, dopo giorni incerti e confusi, un punto fermo è stato posto dal presidente del Consiglio con la nota ufficiale del 18 novembre: smentendo categoricamente le insistenti voci di elezioni anticipate, Berlusconi ha affermato: «Il mandato che abbiamo ricevuto dagli elettori è di governare per i cinque anni della legislatura, ed è questo l'impegno che stiamo già portando avanti con determinazione e che intendiamo concludere nell'interesse del paese. La maggioranza che sostiene il governo è solida anche al di là di una dialettica interna che comunque ne accentua le capacità ideative». Sul secondo punto, quello che riguarda il consenso popolare, i sondaggi degli ultimi giorni da un lato confermano la tenuta del gradimento dei cittadini per l'azione di governo, dall'altro segnalano una crescita della fiducia nel principale partito di maggioranza, il Popolo della Libertà, che secondo l'ultima rilevazione effettuata dall'Istituto Piepoli per il quotidiano Libero riscuote il 38,5% dei consensi, con un +3,2% rispetto alle elezioni europee del giugno scorso.

E' chiaro, in conclusione, che le condizioni politiche ed economiche per poter procedere sul cammino delle riforme ci sono tutte. Quindi, avanti senza indugi per continuare l'opera di buongoverno iniziata un anno e mezzo fa.

Gianteo Bordero

venerdì 13 novembre 2009

PRIMATO DELLA POLITICA E IMMUNITÀ PARLAMENTARE

da Ragionpolitica.it del 12 novembre 2009

Subito dopo la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale, lo scorso 7 ottobre, scrivemmo su queste pagine che l'Italia e il suo sistema istituzionale continuavano a pagare le conseguenze della sciagurata abolizione dell'immunità parlamentare, avvenuta nel 1993 sotto l'onda emotiva dei processi di Tangentopoli. Una decisione che ha comportato, nella sostanza, la messa sotto scacco del primato della politica nel nostro paese, assegnando alla magistratura un potere di veto sul parlamento eletto dal popolo sovrano. Che lo si voglia o no, è stata questa la vera, grande anomalia italiana degli ultimi quindici anni: il tentativo di certi giudici e pm di porre sotto tutela, tramite la perenne minaccia dell'avviso di garanzia, delle manette e della carcerazione preventiva, la rappresentanza democratica. Un tentativo sostenuto da buona parte del sistema mediatico nazionale, che ha contribuito a diffondere nell'opinione pubblica l'ideologia dell'antipolitica, che come un tarlo ha roso a poco a poco la coscienza civile del paese, fino al punto di far credere che tutto ciò che reca il timbro dell'autorità giudiziaria porta con sé il carattere dell'infallibilità, mentre le azioni della politica sono per ciò stesso disoneste, corrotte, immorali. Se l'immunità parlamentare aveva garantito per quarant'anni il sacrosanto principio secondo cui l'ultimo giudice delle scelte politiche rimane l'elettore, la sua abolizione ha consegnato questo potere ai magistrati, recando un oggettivo vulnus al nostro sistema democratico.


Cestinato il Lodo Alfano, che proponeva non il ritorno all'immunità, bensì, più modestamente, la sospensione dei processi per le quattro alte cariche dello Stato, il problema è tornato a porsi in tutta la sua gravità. Infatti, che certi togati cerchino ancora oggi di determinare le sorti politiche del paese è un dato di realtà che solo i giustizialisti accecati dal fanatismo ideologico possono non vedere. L'esistenza della volontà di espellere dalla scena colui che nel 1994, legittimato dal voto popolare, impedì con la sua discesa in campo l'ascesa al potere del gran connubio tra partiti di sinistra e giudici, non è un argomento propagandistico creato ad arte dal centrodestra, ma emerge in modo chiaro dalle stesse dichiarazioni di taluni magistrati. Come, da ultimo, Antonino Ingroia, procuratore aggiunto a Palermo, che durante un recente convegno organizzato dall'Italia dei Valori ha chiamato alla lotta totale contro le annunciate riforme del governo in materia di giustizia. Ingroia, esponente di quella Magistratura Democratica che tra i suoi obiettivi storici ha l'abbattimento dello «Stato borghese» tramite l'azione giudiziaria, è lo stesso che su Micromega, assieme al collega Roberto Scarpinato, scriveva qualche tempo fa che è possibile «sospendere autoritativamente la democrazia aritmetica, al fine di salvaguardare la democrazia sostanziale, cioè il bene comune della generalità dei cittadini contro la stessa volontà della maggioranza». Sono frasi che si commentano da sole e che dovrebbero far preoccupare chiunque abbia davvero a cuore la democrazia in Italia e l'equilibrio tra poteri nella nostra Repubblica.


Tornare a garantire il primato della politica e della sovranità popolare è un imperativo che dovrebbe essere fatto proprio da tutti i partiti che ambiscono al governo del paese. Il Popolo della Libertà si è già mosso in questa direzione: l'onorevole Margherita Boniver, ad esempio, ha presentato l'11 novembre alla Camera un progetto di legge costituzionale finalizzato al ripristino dell'immunità parlamentare nell'articolo 68 della Carta fondamentale. E il capogruppo a Montecitorio del partito, Fabrizio Cicchitto, ha dichiarato che, nel quadro della riforma della giustizia allo studio della maggioranza, sarà da ricomprendersi anche il riequilibrio del «delicato rapporto tra politica e magistratura», messo in crisi dalla cancellazione dell'immunità nel 1993.


Dunque, dopo anni di predominio culturale del giustizialismo, riflettere sull'istituto dell'immunità parlamentare non è più tabù, perché è questo uno degli strumenti principali per porre fine all'anomalia di un potere giudiziario che cerca di sostituirsi alla volontà del corpo elettorale nella selezione dei rappresentanti del popolo. Come ha ricordato il direttore del Tg1, Augusto Minzolini, nel suo editoriale del 9 novembre: «I padri costituenti che inserirono nella Carta l'immunità parlamentare lo fecero non perché erano dei malandrini, ma perché consideravano quella norma necessaria per evitare che il potere giudiziario arrivasse a condizionare il potere politico... Non fu di certo un'idea stravagante: strumenti diversi, ma con le stesse finalità, sono previsti in Germania, Inghilterra, Spagna, e dell'immunità beneficiano anche i parlamentari di Strasburgo». Dopo l'ondata giacobina di Mani Pulite, che portò all'auto-castrazione della politica con la cancellazione dell'immunità dal testo costituzionale, oggi sono maturi i tempi affinché quello che Minzolini definisce un «vulnus all'equilibrio tra i poteri» sia definitivamente sanato.


Gianteo Bordero

giovedì 5 novembre 2009

IL PREMIER ELETTO DAL POPOLO

da Ragionpolitica.it del 5 novembre 2009

E così il dado è tratto. Silvio Berlusconi dichiara, nel nuovo libro di Bruno Vespa, che il «titolare del potere esecutivo» deve essere «scelto direttamente dal popolo». Lo aveva già fatto intuire, il presidente del Consiglio, nel suo intervento alla Festa della Libertà di Benevento, l'11 ottobre, quando aveva affermato che «dobbiamo trovare il modo di riportare il nostro paese sulla strada di una vera e compiuta democrazia, dando ai cittadini la possibilità di scegliere coloro da cui vogliono essere governati». Ora il Cavaliere non lascia spazio a dubbi interpretativi. Precisa che «sarà il parlamento, nei prossimi mesi, a definire quale sia il modello più adatto alla realtà italiana», ma sottolinea in modo netto che è ormai giunto il tempo in cui «la Costituzione formale» deve essere «aggiornata e messa al passo con la realtà del paese». Si tratta, in sostanza, di formalizzare nel testo scritto della nostra Carta fondamentale le modifiche materiali che sono intervenute nella vita politica della Repubblica italiana a partire dal 1994. Cioè da quando, con l'ingresso in politica di Berlusconi e la nascita del bipolarismo, la battaglia elettorale si è trasformata da una competizione tra partiti in una competizione tra i leader dei due schieramenti.


Perché tale modifica della Costituzione formale non abbia ancora avuto luogo è presto detto: la sinistra ha continuato, in questi tre lustri, a descrivere l'elezione diretta del capo del governo come l'anticamera del ritorno del fascismo nel nostro paese. E lo ha fatto arroccandosi in modo anacronistico sul testo del 1946 - un testo nato alla fine del Ventennio e quindi finalizzato a creare un sistema istituzionale nel quale il potere esecutivo fosse posto permanentemente sotto scacco da un assemblearismo esasperato, fondato sulla preminenza dei partiti, di fatto divenuti i veri detentori della sovranità repubblicana. Che tutto ciò non fosse più sostenibile cinquant'anni dopo, in un mondo nel quale si imponevano scelte rapide ed efficaci da parte dei governi e in un'Italia che aveva preso atto dell'involuzione autoreferenziale del sistema dei partiti e chiedeva a gran voce un rinnovamento delle istituzioni, molti esponenti della gauche nostrana lo avevano ben compreso, ma in nome di un comodo antiberlusconismo hanno preferito continuare a ripetere la cantilena del «nuovo Duce», dell'«assalto alla Costituzione», del «ritorno del totalitarismo» e via strologando. Dopo la vittoria elettorale del centrodestra nel 2008 e la fine della cosiddetta «egemonia culturale della sinistra» - che ancora nel 2006 era riuscita a cancellare per via referendaria la riforma costituzionale varata dall'allora Casa delle Libertà nella XIV legislatura - i tempi sono ormai maturi per procedere all'aggiornamento della Carta indicato da Berlusconi.


«Aggiornamento» - si badi - e non «stravolgimento». Perché non si tratta di inventare ex novo strane modifiche del dettato costituzionale, bensì, come ha sottolineato il presidente del Consiglio, di adeguare la Costituzione formale alla Costituzione materiale. La quale prevede già, di fatto, l'elezione diretta del capo del governo, dal momento che la legge elettorale vigente (varata nel 2005 accogliendo una prassi ormai ben accetta dagli italiani) ammette la possibilità di indicare all'interno dei simboli di partito il nome del loro leader e, soprattutto, stabilisce che «i partiti o i gruppi politici organizzati tra loro collegati in coalizione che si candidano a governare depositano un unico programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come unico capo della coalizione» (e tanto basta per confutare quanto scritto da Giovanni Sartori sul Corriere della Sera del 30 ottobre, e cioè che «il voto per Berlusconi è in realtà soltanto il voto conseguito dal Pdl»).


Dopo la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale, che ha inspiegabilmente rigettato la definizione della figura del presidente del Consiglio come «primus super pares», proposta dagli avvocati difensori del Lodo sulla base della citata norma della legge elettorale, non rimane che percorrere la strada della modifica formale della Costituzione, mettendo finalmente per iscritto ciò che i cittadini hanno già fatto proprio da diversi anni.


Gianteo Bordero

sabato 24 ottobre 2009

RIFORMA DELLO STATO. SINISTRA ALLA PROVA

da Ragionpolitica.it del 24 ottobre 2009

Ricevendo giovedì al Quirinale una delegazione dell'ANCI, l'Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha rilanciato il tema della riforma delle istituzioni, affermando che essa «è indispensabile». Ed ha aggiunto: «Da troppo tempo queste questioni sono state anche largamente istruite e non si riesce ad arrivare a sbocchi che sono essenziali». A differenza di qualche suo predecessore, in particolare di Oscar Luigi Scalfaro, il quale durante il suo settennato contribuì ad alimentare il mito della Costituzione «sacra ed inviolabile», l'attuale inquilino del Colle ha scelto una linea riformista che può contribuire a creare uno spazio reale di incontro tra le forze politiche interessate a modernizzare l'architettura dello Stato.

Ora, il punto è questo: esiste davvero, tale volontà, nei partiti attualmente rappresentati nel parlamento italiano? Purtroppo dobbiamo prendere atto che, se da un lato la coalizione di centrodestra ha già da tempo formulato proposte di revisione della Costituzione per aggiornarne il testo tenendo conto dei mutamenti materiali di cui esso è stato oggetto da quindi anni a questa parte, dall'altro lato, a sinistra, sembra dominare un conservatorismo miope e fine a se stesso, che risponde con una lunga teoria di «no» ad ogni ipotesi di modifica costituzionale e istituzionale, gridando alla «lesa maestà», al «tentativo di instaurare un regime», al «ritorno del fascismo» sotto le mentite spoglie berlusconiane. E' chiaro che non è possibile portare avanti un discorso serio di riforma dello Stato fino a che a sinistra perdurerà tale atteggiamento di dogmatico arroccamento ideologico.

Eppure - si dirà - aperture al dialogo e al confronto da parte della gauche nostrana c'erano state: in occasione della Bicamerale presieduta da Massimo D'Alema nel 1997; dopo il discorso di Walter Veltroni al Lingotto dieci anni dopo; da ultimo con la «bozza Violante» di cui ancora si discute in parlamento. Peccato soltanto che alle buone intenzioni non siano poi seguiti i fatti e che, quando si è trattato di dire un «sì» chiaro e distinto alla modifica dell'architettura istituzionale abbiano prevalso, nello schieramento di sinistra, i distinguo, i «ma» e i «se», le insanabili contraddizioni tra l'ala riformista e quella ideologicamente intransigente.

Questa schizofrenia dei partiti oggi all'opposizione riguardo al tema della cosiddetta «grande riforma» è emersa in maniera evidente in due frangenti della recente storia politica del paese. Primo: al termine della legislatura 1996-2001, ormai certa della sconfitta alle elezioni, nel disperato tentativo di sedurre la Lega Nord per una improbabile alleanza, la sinistra promosse, a colpi di maggioranza, la sciagurata modifica del titolo V della Costituzione, ampliando i poteri assegnati alle Regioni e creando un confuso sistema di materie concorrenti che comportò un'assurda moltiplicazione dei centri di spesa e una destrutturazione delle funzioni del governo centrale in questioni di rilevanza nazionale, oltre che una pioggia di ricorsi di attribuzione davanti alla Consulta.

Secondo episodio: quando, nella legislatura 2001-2006, vi fu la reale possibilità di un aggiornamento organico del sistema istituzionale grazie alla riforma promossa dal centrodestra, la gauche, cedendo agli animal spirits dell'antiberlusconismo fanatico che erano l'unico collante dell'Unione prodiana, si oppose in tutti i modi possibili e immaginabili, anche in vista delle elezioni politiche del 2006 che essa credeva di stravincere alimentando l'odio preconcetto nei confronti del Cavaliere. Dalle urne la vittoria netta non uscì, ma tanto bastò a far naufragare, col referendum costituzionale del giugno di quell'anno, il testo votato dall'allora Casa delle Libertà. Il dato che deve far riflettere è che uno degli argomenti propagandistici che vennero usati per combattere la riforma della Cdl fu quello secondo cui essa metteva a rischio l'unità nazionale, mentre era vero il contrario: e cioè che il centrodestra aveva tentato di mettere ordine al caos generato dalla già citata modifica del titolo V voluta della sinistra, e quindi di preservare l'unità nazionale messa a rischio dalla riforma gauchista. Se questa menzogna, da un lato, servì all'Unione per serrare i ranghi contro Berlusconi, dall'altro rivelò il modo strumentale di intendere la riforma costituzionale da parte della sinistra: quando torna utile a fini elettorali la Carta si può modificare senza scrupoli e senza remore; quando non si può andare subito all'incasso, invece, essa torna ad essere intoccabile e irreformabile.

Vedremo ora, dopo le parole del presidente della Repubblica, se l'attuale opposizione, erede dell'alleanza prodiana, riuscirà a dare un taglio netto con questo passato fatto di doppiogiochismo e di tatticismo fine a se stesso, iniziando a dialogare sul serio con la maggioranza, oppure continuerà a trattare una materia decisiva come quella della riforma dello Stato come strumento di propaganda contro il Nemico.

Gianteo Bordero

martedì 13 ottobre 2009

IL GOVERNO SCELTO DAL POPOLO

da Ragionpolitica.it del 13 ottobre 2009

Intervenendo il 9 ottobre alla trasmissione Otto e Mezzo, il parlamentare dell'Udc Bruno Tabacci ha annunciato di voler presentare un ricorso presso la Corte Costituzionale finalizzato a eliminare dalla scheda delle elezioni politiche l'indicazione del nome del candidato premier: secondo Tabacci ciò sarebbe in contrasto con la Costituzione italiana, la quale prevede, all'articolo 92, che il presidente del Consiglio dei ministri non sia eletto direttamente dal popolo, ma venga nominato dal presidente della Repubblica. Il deputato dell'Unione di Centro ha affermato che l'Italia è, a tutt'oggi, una Repubblica parlamentare e non presidenziale: da qui la sua iniziativa di fronte alla Consulta per sanare quella che egli ritiene un'inammissibile anomalia.


Tabacci ha però omesso di ricordare (come invece ha fatto il ministro Raffaele Fitto, presente anch'egli alla trasmissione condotta da Lilli Gruber) che a partire dal momento dell'avvento del bipolarismo nel nostro paese, e cioè, in sostanza, dall'ingresso in politica di Silvio Berlusconi nel 1994, vi è stata de facto un'evoluzione in senso presidenziale della cosiddetta «Costituzione materiale» dell'Italia. Detta in altri termini: se vi è stato un cambiamento costituzionale sostanziale nel passaggio dalla Prima Repubblica (quella che Pietro Scoppola aveva chiamato la «Repubblica dei partiti») alla Seconda - un passaggio per certi versi anticipato dai referendum maggioritari del 1993 - esso è consistito proprio nella centralità assunta, nel nuovo sistema, dalla figura dei leader dei due schieramenti in campo, che ha trasformato materialmente il voto ai partiti in un voto alla persona alla guida della coalizione, e quindi in una scelta di fatto diretta del presidente del Consiglio da parte degli elettori. Che tale modifica sostanziale abbia avuto luogo non in seguito ad una revisione costituzionale operata dal parlamento, bensì grazie all'iniziativa politica di Berlusconi, non può essere usato come un argomento per riportare le lancette della storia italiana indietro di tre lustri e ritornare ad un sistema nel quale la scelta del capo del governo è affidata alla mediazione tra partiti e non al corpo elettorale.


Inoltre, è necessario tenere a mente che le drammatiche circostanze che spinsero Berlusconi a un impegno diretto in politica, e cioè la cancellazione dei partiti democratici per mano della magistratura milanese, rischiavano di trasformare la stessa Costituzione formale, che all'articolo 1 stabilisce che «la sovranità appartiene al popolo», in carta straccia, e di consegnare a un potere non eletto le chiavi della legittimità politica e istituzionale della Repubblica. In quest'ottica, l'iniziativa berlusconiana si pose in totale continuità con la prospettiva democratica indicata dalla Carta costituzionale nel già richiamato articolo 1, facendola evolvere in una direzione resasi ormai improcrastinabile in seguito alla crisi di consenso e di rappresentanza delle forze politiche della Prima Repubblica (tale crisi fu precedente a Tangentopoli e fu proprio la debolezza del sistema ad essa conseguente a rendere possibile il fatto che l'azione disgregatrice delle indagini di Mani Pulite non trovasse dinanzi a sé alcun ostacolo).


In un'Italia che chiedeva a gran voce il passaggio a quella che è stata chiamata «democrazia governante», ossia ad un sistema che superasse gli avvitamenti autoreferenziali e assemblearistici della Prima Repubblica, i quali avevano finito col penalizzare la dimensione del buon governo della cosa pubblica privilegiando invece il tornaconto immediato dei partiti e delle loro clientele, la risposta alternativa a quella fornita dal circolo mediatico-giudiziario non poteva essere la riproposizione tout court del vecchio modello: occorreva dare al corpo elettorale la possibilità di esprimere in modo diretto la scelta del presidente del Consiglio, collegando così in modo più stretto il governo ai cittadini. Se non è stato possibile giungere anche ad una formalizzazione costituzionale di tale passaggio epocale nella storia politica italiana, e quindi ad una modifica della Carta per via parlamentare, è perché, come osservava Gianni Baget Bozzo in un articolo pubblicato su La Stampa il 21 agosto 2007, «i partiti del centrosinistra detengono ancora il principio della sacralità della Costituzione come frutto dell'antifascismo e non tengono conto che quella storia è ormai superata per il paese». Tant'è vero che proprio in nome di questa sacralità la sinistra organizzò il referendum costituzionale del 2006 per cancellare la riforma approvata nelle aule parlamentari dalla maggioranza di centrodestra nella legislatura iniziata nel 2001.


Ora, con la bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta si è riaperto il problema, perché è stata rigettata la lettura materiale della Costituzione fatta propria dagli avvocati difensori del lodo, i quali partendo da essa hanno tentato, purtroppo invano, di fondare la definizione del presidente del Consiglio come «primus super pares», che gode cioè di una legittimazione popolare di cui gli altri ministri non godono, in forza del fatto che il suo nome appare sulla scheda elettorale. Anche in ragione di ciò, è dunque evidente che oggi è più che mai necessario addivenire a una modifica anche formale della Costituzione per sancire in via definitiva il legame diretto tra popolo e governo, tra corpo elettorale e presidente del Consiglio, che è il portato più rilevante del «berlusconismo» per ciò che attiene alla forma politica dello Stato italiano. Non è più possibile rimandare sine die la formalizzazione costituzionale di ciò che gli italiani hanno già riformato materialmente da almeno quindici anni. Come ha affermato lo stesso Berlusconi intervenendo domenica alla Festa della Libertà di Benevento, «dobbiamo trovare il modo di riportare il nostro paese sulla strada di una vera e compiuta democrazia, dando ai cittadini la possibilità di scegliere coloro da cui vogliono essere governati».


Gianteo Bordero

domenica 24 maggio 2009

LA MEMORIA CORTA DEL PD

da Ragionpolitica.it del 24 maggio 2009

Una (discutibile) regola non scritta della politica è quella secondo cui in campagna elettorale tutto è permesso. Virulenti attacchi contra personam, intrusioni nella vita privata dei candidati, rivelazioni piccanti su questo o quell'aspirante parlamentare o sindaco, e via degradando... Ma ad essere violato, spesso, non è soltanto il sacro confine della privacy, ma anche e soprattutto l'altrettanto sacro confine della verità. Verità storica e verità politica. Prendiamo la campagna elettorale - se così si può definire - condotta dai dirigenti del Partito Democratico in vista della prossima consultazione del 6 e 7 giugno. Smaniosi di attaccare Berlusconi su tutto, finiscono non tanto col diventare ripetitivi, noiosi e prevedibili nelle loro quotidiane dichiarazioni, quanto col fare letteralmente a pezzi ciò che essi stessi hanno detto, scritto e solennemente ribadito fino a poco tempo fa.

Si consideri, ad esempio, il capitolo giustizia. Oggi che, con un timing perfetto, la procura milanese ha reso note le motivazioni della sentenza Mills, dalle parti del Pd è tutto un mulinare di parole contro il presidente del Consiglio e in difesa dei magistrati a 360 gradi. Ma come dimenticare che fino a pochi mesi fa, quando ad essere nel mirino dei pm erano presidenti di Regione, sindaci e amministratori locali democrats, improvvisamente dai vertici del partito giunsero non soltanto aperte critiche all'operato delle toghe, ma anche la disponibilità a discutere, senza il paraocchi del solito antiberlusconismo forcaiolo, di riforma della giustizia. Insomma: quando i magistrati colpiscono il nemico, viva i magistrati; quando i magistrati colpiscono l'amico, abbasso i magistrati. Memoria corta e la vecchia, cara doppiezza di comunista memoria.

Ma il culmine della smemoratezza i capi del Partito Democratico lo hanno raggiunto giovedì, dopo le dichiarazioni del premier all'assemblea di Confindustria in merito alla riduzione del numero dei parlamentari e alla necessità di snellire le procedure decisionali e di dotare di maggiori poteri l'esecutivo. Cose che Berlusconi ha già detto e ridetto molte volte, in questi ultimi mesi. Ma oggi, nel pieno della campagna elettorale, è diverso: bisogna raccogliere qualche voto in più, e per farlo è necessario distorcere e drammatizzare ogni parola che esce dalla bocca del presidente del Consiglio. Così si può dire agli italiani, come ha fatto ieri Franceschini, che quello del 6 e 7 giugno «è anche un voto per la democrazia», cioè per difendere la democrazia dalla minaccia rappresentata dalla volontà del Cavaliere di sfoltire il numero di deputati e senatori e dare più forza al governo. Così, ancora, si può inviare una missiva ai capigruppo di Idv e Udc per una risposta comune di fronte alla «reiterata manifestazione di ostilità e disprezzo verso le prerogative del parlamento» da parte del premier.

Democrazia in pericolo, dunque. Ostilità e disprezzo per il parlamento. Peccato soltanto che le stesse proposte avanzate da Berlusconi facciano capolino non nello statuto di qualche neonato partito fascista, bensì nel programma elettorale del Partito Democratico, anno 2008. Punto 11, dedicato alla «democrazia governante»: «La democrazia governante richiede anzitutto il pieno esercizio della sovranità popolare. E' inaccettabile ritenere gli elettori italiani, solo sul piano nazionale, dei minorenni incapaci di scelte chiare e dirette. Per questo appare necessaria la scelta diretta di soli 470 deputati... Il Senato rinnovato di 100 membri scelti dalle autonomie regionali e locali è la sede della collaborazione tra lo Stato e tali autonomie». E ancora: «Quanto alla forma di governo, si tratta di verificare quale tra i modelli delle grandi democrazie contemporanee possa incontrare il maggiore consenso. In ogni caso, qualora si convenisse di muoversi nel solco dell'attuale assetto parlamentare, il presidente del Consiglio, nominato dal capo dello Stato sulla base dei risultati della Camera, dovrebbe ricevere da solo la fiducia esclusivamente dalla Camera, dovrebbe poter richiedere al capo dello Stato la revoca dei ministri; e i disegni di legge approvati dal governo dovrebbero essere votati entro una data certa, comunque non oltre due mesi». Per non dire che la famosa «bozza Violante», così cara al Pd, assegnava al premier anche il potere di nomina e revoca dei ministri.

E' chiaro che se le proposte di riforma istituzionale di Berlusconi sono, come sembrano lasciar intendere i dirigenti del Partito Democratico in questi giorni, l'anticamera del ritorno del fascismo nel nostro paese, allora una bella camicia nera va assegnata anche a chi proposte simili le ha messe nere su bianco nel suo programma elettorale e le ha più volte ribadite fino all'altro ieri. La verità è che il Pd sa che quelle dette dal presidente del Consiglio sono cose di buon senso, necessarie al buon funzionamento dello Stato. Il problema è che, in mancanza di argomenti e progetti alternativi, ad urne «calde» e a sondaggi «freddi» può fare cilecca anche la memoria. Quella dei dirigenti del Pd, non quella degli italiani.

Gianteo Bordero

martedì 3 marzo 2009

IL VOTO IN CONDOTTA RIDÀ DIGNITÀ ALLA SCUOLA E AUTORITÀ AGLI INSEGNANTI

da Ragionpolitica.it del 3 marzo 2009

Per riformare ci vuole coraggio. Per opporsi alle riforme in nome della conservazione e del mantenimento dello status quo basta poco: è sufficiente alzare la voce, creare falsi allarmi, diffondere paura, magari scendere in piazza. Il quarto governo Berlusconi ha scelto la prima strada. E lo ha fatto già a partire dalla campagna in vista del voto del 13 e 14 aprile dello scorso anno: lo slogan «Rialzati, Italia» e il programma presentato agli elettori portavano con sé l'impegno ad affrontare in modo diretto le cause che impedivano a settori vitali del sistema-paese di procedere a passo spedito verso l'efficienza, la modernizzazione, l'innalzamento del livello qualitativo dei servizi forniti ai cittadini.

Uno di questi settori è stato quello della scuola. Il ministro Mariastella Gelmini ha messo sul piatto importanti e sostanziali provvedimenti, finalizzati a restituire credibilità, autorevolezza e forza al sistema formativo italiano: l'introduzione del maestro prevalente, il ritorno del voto numerico, il ripristino dell'importanza del voto in condotta, solo per citare i più importanti. L'opera della Gelmini, tanto contestata in autunno dagli ultras della conservazione e dall'Onda studentesca che sembrava intenzionata a travolgere con la sua forza d'urto ogni tentativo riformatore, è stata però apprezzata dalla maggioranza degli italiani, tanto che Mariastella è diventata uno dei ministri più popolari dell'intero governo Berlusconi.

Ma a dimostrare la bontà delle scelte operate dalla responsabile dell'Istruzione ci sono anche i dati riguardanti il voto in condotta, diffusi in questi giorni. Essi confermano che la decisione di mettere le mani in uno dei punti di degrado della scuola, quello della disciplina, per imprimervi un netto cambio di rotta, sta portando i primi, significativi risultati. I numeri forniti dal ministero dicono che sono 34.311 i 5 in condotta che sono stati assegnati dagli insegnanti agli studenti delle scuole secondarie superiori nel primo quadrimestre dell'anno scolastico in corso. Tra questi 34.311 casi, sono 8.151 quelli per i quali tale insufficienza rappresenta l'unica nel complesso della pagella. La maggior parte degli indisciplinati si concentra negli istituti professionali, seguiti dagli istituti tecnici e infine dai licei. Per quanto riguarda la collocazione geografica, quasi la metà dei 5 in condotta si trova al sud (15.683 studenti), che distanzia ampiamente sia il nord che il centro della Penisola. A detenere la maglia nera sono i ragazzi delle province campane, seguiti dai colleghi di Nuoro e Oristano, Isernia, Brindisi e Taranto.

Commentando ieri questi dati il ministro, che ha tra l'altro annunciato che a breve emanerà un regolamento che disciplinerà in maniera specifica la valutazione del comportamento, ha ribadito che il provvedimento sul 5 in condotta «non vuole essere un modo per punire o per sanzionare, ma per educare i ragazzi... Affiancare alla valutazione del profitto conseguito dai ragazzi nelle singole materie anche la valutazione del comportamento - ha spiegato - è un modo per restituire alle scuole la funzione educativa». E' seguendo questa logica che il regolamento prossimo venturo mirerà da un lato a «premiare con voti alti, che possono anche aumentare la media, i ragazzi che tengono comportamenti corretti», dall'altro lato a «non abbandonare a loro stessi i ragazzi più indisciplinati».

I numeri sulla condotta mostrano, infine, che gli insegnanti hanno compreso l'importanza di uno strumento prezioso, che consente loro di recuperare autorità (e quindi di svolgere meglio il loro delicato lavoro) nelle aule scolastiche e di non subire ogni genere di sopruso da parti dei bulli e degli indisciplinati senza poter opporre alcuna efficace contromisura. Come ha scritto la professoressa Mastrocola su La Stampa di ieri, dopo aver raccontato un episodio nel quale l'indisciplina di una classe la fece sentire, come insegnante, «perduta, completamente inerme e molto ridicola»: «Non c'erano rimedi, leggi da applicare, autorità da invocare. Oggi invece abbiamo la possibilità di dare 5 in condotta. Oggi abbiamo uno strumento». E ha concluso: «Io non so se essere felice di poter usare il 5 in condotta... Ma, se è necessario, che la lunga via di una minima rieducazione alla vita civile abbia dunque inizio».

Gianteo Bordero

mercoledì 24 settembre 2008

VOGLIA DI GIUSTIZIA

da Ragionpolitica.it del 23 settembre 2008

Il 59% degli italiani ritiene necessaria e non procrastinabile una riforma che renda più efficiente, rapido e vicino al cittadino il sistema giudiziario. Se a ciò si aggiunge un altro 33% secondo il quale tale riforma è opportuna, ma non prioritaria, si arriva a un 92% di nostri connazionali comunque favorevoli a una svolta decisa in materia di giustizia. I dati emergono da un sondaggio ISPO per il Corriere della Sera, pubblicato sul quotidiano di Via Solferino domenica 21 settembre. Si tratta di numeri che parlano chiaro e che non lasciano spazio a dubbi: la stragrande maggioranza degli italiani vuole un'amministrazione della giustizia più efficace, soprattutto per quanto riguarda l'azione punitiva nei confronti della criminalità. Al punto che potremmo affermare che la riforma del sistema giudiziario rappresenta un corollario del bisogno di sicurezza dei cittadini, i quali non vogliono soltanto maggiore ordine e tranquillità nei centri cittadini e nelle periferie, ma anche un sistema di repressione che, nel momento in cui tale ordine e tale tranquillità venissero violati, sia pronto ad entrare in azione all'insegna della «tolleranza zero», garantendo poi una certezza della pena reale e non solo verbale.

Stando così le cose, non deve stupire un altro dato fornito dal sondaggio condotto da Renato Mannheimer: il 68% degli italiani dà una valutazione negativa dell'attuale sistema giudiziario italiano, ritenendolo evidentemente non all'altezza della situazione. La fiducia nei confronti della magistratura continua a scendere: basti pensare che nello scorso mese di gennaio essa si attestava, secondo un'indagine Eurispes, al 42,5%. Il dato che oggi l'ISPO rileva è agli antipodi rispetto ai primi anni Novanta, gli anni d'oro di Mani Pulite e della grande ondata giustizialista, quando il gradimento per l'opera di giudici e pm viaggiava attorno al 70%. E' chiaro che i grandi processi mediatico-giudiziari contro i politici non interessano più la maggior parte dei cittadini (resta lo zoccolo duro rappresentato dai seguaci di Antonio Di Pietro, Paolo Flores d'Arcais, Marco Travaglio, Beppe Grillo), i quali chiedono innanzitutto che la magistratura si occupi con severità di quei reati che li colpiscono con sempre più alta frequenza nella vita quotidiana (furti, rapine, scippi, minacce, ricatti, violenze personali di vario genere) e che, nella maggior parte dei casi, o restano impuniti oppure vedono il colpevole cavarsela con qualche mese di detenzione (quando va bene) e libero, dopo poco tempo, di tornare a delinquere.

I numeri citati, infine, sembrano smentire le tesi secondo cui quelli della sicurezza e dell'efficienza della giustizia sarebbero problemi creati ad arte da Berlusconi e dal centrodestra per fomentare l'allarmismo e conquistare così facili consensi. L'intellighenzia politicamente corretta, in questi ultimi mesi, ha continuato imperterrita ad affermare che l'insicurezza e il malfunzionamento del sistema giudiziario sono mere «percezioni» a cui non corrisponde alcuna realtà. Ora, dati alla mano, delle due l'una: o il 92% degli italiani vive in uno stato ipnotico, per cui ogni volontà del presidente del Consiglio diventa per ciò stesso legge per la coscienza e ogni sua parola è creduta vera a prescindere, oppure i problemi esistono sul serio e davvero pesano negativamente sulla vita quotidiana dei cittadini. In quest'ultimo caso, si rovescerebbero le parti e ad essere profeti di irrealtà non sarebbero il premier e i partiti che lo sostengono, ma quegli opinionisti che parlano di «bolle» mediatiche pronte a scoppiare al primo impatto col reale.

Lo ha fatto Barbara Spinelli su La Stampa di domenica, lo stesso giorno nel quale il Corriere ha pubblicato il sondaggio di Mannheimer e in cui - ironia della sorte - proprio il quotidiano torinese ha dato grande risalto, anche in prima pagina, ai fatti di Castelvolturno, con la rivolta dei nigeriani che ha messo a ferro e fuoco la cittadina campana dopo l'attentato camorristico di venerdì. Ancora la stessa Stampa, sabato 20 settembre, aveva ospitato un'intervista al vescovo di Capua nella quale il presule affermava: «Qui il vero problema è che ci sono troppi nigeriani, gente intelligente ma dedita piuttosto alla droga e alla prostituzione... Il litorale domizio ha 7 mila africani su 30 mila abitanti. 27 chilometri di terra di nessuno... Episodi molto crudi sono frequenti». La Spinelli si faccia dunque un giro a Castelvolturno e dintorni per vedere se è davvero così irreale il bisogno di sicurezza e di durezza della pena da parte dei cittadini comuni: capirà che la realtà italiana è molto diversa dalle «bolle di sapone» prodotte nei salotti intellettuali. Dalle «bolle» alle «balle» il passaggio è breve...

Gianteo Bordero

sabato 13 settembre 2008

IL NODO FEDERALISTA


Negli ultimi 15 anni, in Italia, abbiamo spesso assistito alla consunzione lenta, al logoramento quotidiano di governi dilacerati al loro interno da fratture insanabili tra partiti, leader, programmi (il caso dell'ultimo gabinetto Prodi è, in tal senso, esemplare). Ora che le ultime elezioni politiche del 13 e 14 aprile hanno portato ad una netta semplificazione del quadro parlamentare, spingendo il bipolarismo della seconda Repubblica verso una più marcata forma di bipartitismo, scene come quelle viste nel passato non dovrebbero in teoria più ripetersi. Le cronache degli ultimi giorni sembrano, invece, riportare sulla scena ciò che credevamo esserci lasciati alle spalle. Titola in prima pagina La Stampa dell'8 settembre: «Lega-Pdl, scontri a raffica». Il quotidiano torinese, in un commento a firma di Ugo Magri, cita, come casi di dissidio tra le due formazioni che compongono l'attuale maggioranza, il federalismo fiscale, la sicurezza, la giustizia, la presidenza delle Regioni del nord.

Che succede, dunque, nei rapporti tra il Popolo della Libertà e la Lega Nord? Siamo di fronte a una fisiologica dialettica tra alleati, a scaramucce tattiche oppure affiorano in superficie divergenze strategiche o, peggio ancora, discrepanze tra prospettive politiche? La risposta non è facile. Eppure è da essa che dipendono, in sostanza, le sorti del quarto governo Berlusconi. Premesso che vi è senz'altro una gonfiatura giornalistica (soprattutto da parte dei quotidiani tradizionalmente ostili al centrodestra) di quanto sta accadendo, sarebbe però stolto negare ciò che è invece si intravede con sufficiente nitidezza: la Lega manda «segnali di fumo» abbastanza evidenti, forte del consenso ricevuto il 13 e 14 aprile e delle ultime rilevazioni dei sondaggisti, al fine di imprimere in profondità il suo copyright sull'azione dell'esecutivo. E' chiaro che il Carroccio non pretende l'esclusiva ai danni del Pdl, ma un'impronta netta e duratura sul Berlusconi IV, quella la vuole lasciare. In primis con l'introduzione del federalismo fiscale, vero nucleo della proposta politica leghista, a cui sta alacremente lavorando, anche in dialogo con il Partito Democratico e con i suoi amministratori locali, il ministro Calderoli.

Ora, a questo punto si pone il problema: il cuore politico, l'atto politicamente decisivo del quarto governo Berlusconi deve essere il federalismo fiscale oppure, come auspicato dal Pdl, la ripresa di autorevolezza dello Stato, la sua riconquistata autorità, il restyling delle sue principali articolazioni amministrative? O meglio: è possibile conciliare (e se sì, fino a che punto) un percorso volto a «spostare» verso il basso, cioè verso le Amministrazioni locali, l'attribuzione delle entrate fiscali con un progetto che punta a garantire allo Stato in quanto tale maggiore efficienza, maggiore credibilità, maggiore forza? In linea di massima sì, vista anche l'esperienza di altre grandi democrazie occidentali che hanno saputo armonizzare centrale e locale con saggio equilibrio. Però siamo in Italia. E le cose si complicano.

In primo luogo perché, almeno fino ad ora, il «federalismo» in salsa italiana non ha dato grande prova di sé. Anzi, il più delle volte esso ha voluto dire, come nel caso dei nuovi poteri assegnati alle Regioni, soltanto una duplicazione delle burocrazie, un aggravio dei costi, un aumento delle spese e, dal punto di vista istituzionale, una paralizzante serie di conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni. Si dirà: la colpa è dello Stato che non ha voluto cedere sul serio le sue competenze ai livelli amministrativi più prossimi ai cittadini. Vero, come è vero che le Regioni, col pretesto del «federalismo» e della «vicinanza ai cittadini», si sono trasformate in macchine mangiasoldi, centri di clientela, fontane inesauribili di spesa. Senza una previa revisione di questo perverso meccanismo, riesce oggettivamente difficile pensare al federalismo fiscale come a un qualcosa di veramente utile ed efficace per i fini che esso si prefigge di raggiungere (efficienza amministrativa, equità fiscale, dinamismo sociale ed istituzionale).

In secondo luogo, non può essere elusa una questione: se il grosso delle entrate fiscali rimane sul territorio e anche ai sindaci viene data una più ampia facoltà di tassare, chi ci garantisce che anche i Comuni non diventino dei moloc che si auto-alimentano voracemente prelevando denaro dalle tasche dei contribuenti, dando vita ad una curiosa forma di «statalismo municipale», differente da quello «romano» soltanto per il fatto di essere più vicino (e quindi potenzialmente più oppressivo) ai cittadini? Calderoli, intervistato da La Stampa del 7 settembre, sostiene che un sindaco «scialacquerà una volta sola, perché la gente lo giudicherà e non sarà più rieletto». Bene. E se il sindaco successivo facesse lo stesso? E quello dopo ancora idem? Il rischio è che la catena non si interrompa mai. Occorrono a monte meccanismi di garanzia contro la possibilità del «centralismo comunale».

In terzo luogo, il federalismo non può essere pensato come un gioco a somma zero. Sull'altro piatto della bilancia vi dovranno essere delle contropartite costituzionali che ridiano in termini istituzionali allo Stato ciò che gli sarà stato tolto in termini fiscali. In sostanza: un forte potere di controllo e di veto sull'attività di Regioni e Comuni (le prime già oggi fanno il bello e il cattivo tempo coi soldi pubblici, i secondi lo potrebbero fare domani o dopodomani); un'accentuazione dei poteri del governo nelle materie che riguardano l'interesse e la sicurezza nazionali (immigrazione, difesa, politica estera); un rafforzamento del potere legislativo nazionale da attuarsi attraverso la chiara definizione costituzionale delle materie di esclusiva competenza statale, l'abbandono del bicameralismo perfetto e lo snellimento delle procedure per l'approvazione delle leggi.

Come si vede, si tratta di problemi complessi, che hanno a che fare con l'essenza stessa della nostra Repubblica e con il suo ordinamento. Sarebbe perciò un errore capitale quello di procedere in fretta e senza prima aver ben soppesato tutti i pro e i contro della «rivoluzione federalista». Soprattutto, sarebbe esiziale eludere previamente la questione dell'equilibrio complessivo del sistema, ossia del rapporto tra Stato centrale ed Enti locali, che riguarda, in ultima analisi, l'unità stessa della nazione e il modo in cui essa ha da articolarsi. Trovandoci al cuore dell'Italia come realtà politica, bisognerebbe mettere da parte il tornaconto immediato in termini di consenso e ragionare invece, se possibile e se ciò interessa veramente, come padri (premurosi e saggi) della patria. Altrimenti il rischio è che venga messo a repentaglio l'equilibrio del governo e, cosa ancora peggiore, del paese. Mai come oggi le due cose sono state così intimamente legate.

Gianteo Bordero

domenica 24 agosto 2008

TUTTI FASCISTI?

da Ragionpolitica.it del 23 agosto 2008

Il gioco politico dell'estate, inaugurato dal settimanale Famiglia Cristiana, trova ogni giorno nuovi aspiranti concorrenti. A dare del «fascista» al governo ora non è più soltanto la rivista dei paolini: da giovedì essa si trova in compagnia nientepopodimeno che dell'Associazione Nazionale dei magistrati. La quale, per bocca del suo segretario, Giuseppe Cascini, fa sapere, tramite una video intervista rilasciata a Klaus Davi, quanto segue: una riforma della giustizia che prevedesse di aumentare il numero di membri del Csm eletti dalle Camere richiamerebbe un «modello autoritario, ovverosia quello fascista». Un «modello in cui la magistratura non è indipendente». Va da sé che la riforma in oggetto, per chi non ne fosse a conoscenza, è quella che ha in mente di attuare il governo Berlusconi e il cui iter dovrebbe prendere avvio in autunno. Di conseguenza è chiaro che, se l'esecutivo procedesse spedito secondo quanto promesso, sarebbe per ciò stesso «autoritario» e «fascista» e toglierebbe alla magistratura la sua indipendenza.

Ma non è tutto. Cascini si lancia infatti in un attacco a tutto campo non soltanto contro le politiche del governo in materia di giustizia, ma anche contro lo stesso presidente del Consiglio: «Alcuni processi che lo riguardano - dice - sono andati in prescrizione e quindi non è stato accertato il fatto. In alcuni casi ci sono state sentenze in cui non si è potuto dire né colpevole né innocente, perché è passato troppo tempo dal fatto. Prima della riforma del 2002 fatta dal governo Berlusconi, quella sul falso in bilancio, questi reati erano punibili molto più gravemente, oggi la punizione è diventata una semplice contravvenzione e l'estinzione del reato si accorcia». Come dire: molte delle sentenze che hanno mandato assolto il Cavaliere lo hanno fatto soltanto per motivi tecnici e non sostanziali, per lo più a seguito di una legge evidentemente concepita ad personam. Ci risiamo.

Cascini entra dunque a gamba tesa sul premier, sul suo esecutivo e sulla maggioranza di centrodestra, ma non risparmia critiche neppure al centrosinistra e, in particolare, al Partito Democratico, il quale, secondo il segretario dell'Anm, farebbe in qualche modo gioco di sponda con l'avversario. Come? Non prendendo una posizione chiara, distinta e distante dall'annunciata riforma della giustizia di marca governativa. Dichiara Cascini: «Quello che mi preoccupa è la mancanza di presa di posizione da parte dell'opposizione. Di fronte a dichiarazioni così esplicite di intervento sui temi della giustizia a livello costituzionale, noi non conosciamo l'opinione dell'opposizione, quantomeno delle forze maggiori, del Partito Democratico». In più - aggiunge - nello stesso centrosinistra ci sono forze, come i Radicali, che hanno «sempre avuto un rapporto problematico con la magistratura» e, come se non bastasse, «alcuni esponenti dello stesso Pd fanno proprie le tesi sulla giustizia che noi contestiamo». Fascisti anche il Partito Democratico e i Radicali? Chi lo sa...

Quello che è certo è che, con le sue dichiarazioni, Cascini, volente o nolente, offre il supporto suo e dei magistrati che egli rappresenta al dipietrismo, al girotondismo, al grillismo - insomma al giustizialismo duro e puro - e alle iniziative che i loro seguaci annunciano per tentare di bloccare le decisioni del governo sulla giustizia. Il segretario dell'Anm compie in questo modo un'operazione politica con tutti i crismi del caso. La stessa politica alla quale chiede di rimanere fuori dal Csm, pena la risorgenza del fascismo, Cascini la invoca quando si tratta di difendere, come ha dichiarato un insospettabile Luciano Violante alla Stampa di ieri, uno spazio di potere che rischia ora di essere insidiato dai provvedimenti dell'esecutivo. Si capisce, quindi, che il problema, per l'Anm, non è «la politica» in generale. Il problema sono quei politici e quei partiti che vogliono riportare negli argini della giustizia costituzionale magistrati che hanno accumulato, a partire da Mani Pulite, uno strapotere politico e mediatico che li ha di fatto costituiti come la vera Casta del nostro sistema istituzionale. Intoccabili ed infallibili per definizione.

Riassumendo: la politica è autoritaria quando propone di aumentare il numero degli eletti dal parlamento nel Csm, mentre è la benvenuta quando serve per bloccare norme democraticamente prodotte dei rappresentanti del popolo nell'esercizio delle loro funzioni. Ora, la domanda sorge spontanea: quale tra i due atteggiamenti è vero fascismo? La risposta è, evidentemente, scontata. L'unica cosa che si può aggiungere è che, se vi fosse ancora qualcuno, tanto tra le fila del centrodestra quanto tra quelle del centrosinistra (Di Pietro fa storia a sé), dubbioso sulla necessità di una riforma della giustizia, ci sembra che le dichiarazioni del segretario dell'Anm facciano evaporare anche le ultime riserve su un provvedimento necessario e non più procrastinabile a data da destinarsi.

Gianteo Bordero