da Ragionpolitica.it del 14 marzo 2009
Non c'è neanche la possibilità dell'errore di traduzione, perché Benedetto XVI ha scritto di suo pugno la lettera ai vescovi in due versioni: italiano e tedesco. E quindi la parola usata è proprio quella: «Odio». Papa Ratzinger sente che si è diffuso, tra i membri stessi della Chiesa, questo forte sentimento di rabbiosa avversione e di profondo risentimento proprio nei suoi confronti, nei confronti del vicario di Cristo e successore dell'apostolo Pietro. Venisse da fuori, da coloro che sono extra ecclesiam, quest'odio non desterebbe scandalo e il pontefice non si sentirebbe tenuto a rispondere con una inconsueta lettera ufficiale. No. L'odio - dice Benedetto - viene da dentro, dalle membra del corpo, che si ribellano alla volontà del capo e covano dentro di sé cupi disegni di rivalsa e di vendetta.
Tornano alla mente le parole dell'allora cardinal Ratzinger alla Via Crucis del 2005: «Quanta sporcizia c'è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!». Oggi è lo stesso Ratzinger ad annunciare che la sporcizia ha mutato forma ed è degradata in odio. Per essere chiaro e non prestarsi ad equivoci interpretativi, il Papa ricorre a un'immagine usata da San Paolo nella lettera ai Galati: quella del «mordersi e divorarsi» a vicenda come belve feroci. Benedetto afferma che sono state proprio le presenti circostanze a fargli comprendere meglio questo passaggio del testo paolino, da lui finora ritenuto una delle «esagerazioni retoriche» dell'apostolo delle genti. Scrive il Papa: «Purtroppo questo "mordere e divorare" esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata».
E il risultato di questo mordersi e divorarsi - ammonisce San Paolo e ricorda Benedetto XVI - è la distruzione. Ergo: l'odio delle membra contro il capo può portare alla consunzione del corpo. E l'odio di vescovi, preti e teologi contro il Papa può portare alla disgregazione della Chiesa. Alla fine è questo ciò che è in ballo in questi mesi e in questi giorni, e forse potremmo dire in questi anni di pontificato ratzingeriano, in ciò paragonabile al drammatico papato di Paolo VI, anch'egli fortemente contestato (e, guarda caso, accusato come Benedetto XVI di «conservatorismo») da ampia parte degli episcopati e dalla casta teologica dominante dopo il Concilio Vaticano II.
E allora torniamo per un attimo proprio a Papa Montini e a quelle parole del novembre 1972 spesso citate, ma che oggi, alla luce della lettera di Papa Ratzinger ai vescovi e alla denuncia in essa contenuta di un odio nei confronti del pontefice radicato e diffuso nella Chiesa stessa, assumono ancor di più un profilo di profetica verità: «Da qualche fessura è entrato il fumo di Satana nel Tempio di Dio... Nella Chiesa regna questo stato d'incertezza; si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E' venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio». Queste parole non furono pronunciate da qualche lefebvriano smanioso di gettare fango sul Vaticano II, ma da colui che del Concilio fu uno dei maggiori e più convinti sostenitori (anche qui, come l'allora teologo Ratzinger): per questo sono ancor più autorevoli. E la prova della consapevolezza interiore con cui furono dette è nel dolore, nella sofferenza, nel dramma che consumarono la persona di Papa Montini negli ultimi anni della sua permanenza sul soglio di Pietro, quando egli dovette assistere alla ribellione di vescovi e teologi agli atti papali, allo svuotamento dei seminari, all'indebolirsi della presenza cattolica nella società.
Il riferimento a Satana fatto da Paolo VI è ancora più significativo oggi, nel momento in cui Benedetto XVI subisce una diffusa e pesante contestazione da parte di molti episcopati ed esponenti dell'intellighenzia cattolica, avente ad oggetto ancora una volta, in sostanza, il Concilio Vaticano II, e vede dietro tale contestazione il seme e il movente dell'odio. E l'odio, nei Vangeli, è il sentimento proprio del Maligno. E' la caratteristica del Demonio, la cui opera nella storia punta a dividere il corpo di Cristo, e quindi a distruggerlo per frantumazione. Più nella Chiesa ci si «morde e divora», più il «fumo di Satana» ha campo libero per entrare nel tempio. Per questo la denuncia dell'odio fatta da Papa Ratzinger nella sua lettera ai vescovi, più che lo sfogo personale del pontefice romano, deve essere considerata come un richiamo del vicario di Cristo a non lasciare che le tenebre, la tempesta e il buio spengano la luce della Verità. Quella Verità affidata a colui al quale duemila anni fa venne detto: «Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa».
Gianteo Bordero
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sabato 14 marzo 2009
giovedì 12 marzo 2009
BENEDETTO XVI RISPONDE AI «GRANDI DIFENSORI DEL CONCILIO»
da Ragionpolitica.it del 12 marzo 2009
C'è un passaggio, nella lettera che Papa Ratzinger ha inviato ai vescovi di tutto il mondo riguardo al caso Williamson e alla remissione della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani, che lascia trasparire tutta la sofferenza interiore e l'amarezza che il pontefice deve aver provato in queste ultime settimane a causa delle critiche e degli attacchi subìti per le decisioni da lui assunte nei confronti degli scismatici di Ecône. Scrive a un certo punto Benedetto XVI: «Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un'ostilità pronta all'attacco». Il Papa non fa - com'è ovvio - nomi né cognomi, ma è facile pensare che egli si riferisca a quegli episcopati europei che non hanno mancato di esprimere in forma ufficiale e pubblica la loro presa di distanze dalla scelta pontificia. Ma non solo, visto che larga parte della stessa pubblicistica cattolica non si è mostrata di certo entusiasta nel vedere «condonata» la scomunica i seguaci di monsignor Lefebvre. In più, si tengano a mente le dichiarazioni, le interviste, le prese di posizione di numerosi teologi che si sono affrettati a spiegare urbi et orbi che l'atto papale ha rappresentato un netto passo indietro nella storia della Chiesa.
Un quadro davvero desolante, che però non deve stupire più di tanto. Esiste infatti a tutt'oggi, nella Chiesa cattolica, una sorta di «pensiero dominante» che si nutre di luoghi comuni ormai in voga da decenni, che venera anch'esso i suoi totem ideologici, che considera alla stregua di un reato di lesa maestà la messa in discussione dei suoi slogan «ecclesialmente corretti». Quasi inutile ribadire che tra questi luoghi comuni, tra questi totem, tra questi slogan, c'è quello della mitizzazione del Vaticano II, pensato come rifondazione della Chiesa, come rottura con una storia ritenuta infame, come presa di distanze da una tradizione da ripudiare. E' questo «pensiero dominante» che, sin dai primi mesi di pontificato ratzingeriano, diciamo sin dal discorso di Benedetto XVI alla Curia romana del dicembre 2005, riguardante la corretta ermeneutica del Concilio, ha soffiato sul fuoco della polemica, ha diffuso nell'opinione pubblica e nel mondo cattolico l'immagine falsata e artefatta di un Papa con lo sguardo tutto rivolto al passato, intento a restaurare ciò che il Vaticano II aveva superato, mosso unicamente da una ferrea e ostinata volontà conservatrice.
Una «leggenda nera» anti-ratzingeriana, questa, che ha conosciuto una seconda fase di sostanziosa crescita nel luglio del 2007, al momento dell'emanazione del motu proprio Summorum pontificum, con il quale Benedetto XVI ha «liberalizzato» la celebrazione della Messa secondo il rito di San Pio V, definito forma straordinaria dell'unica liturgia cattolica (la cui forma ordinaria è quella fissata dal Messale riformato da Paolo VI nel 1970). A quella decisione seguirono dapprima vibrate proteste, e poi un vero e proprio ammutinamento da parte di sacerdoti ma soprattutto vescovi, fermamente intenzionati a non concedere (contravvenendo così allo stesso dettato del motu proprio) la Messa col rito antico ai fedeli che legittimamente ne facevano richiesta.
E così arriviamo allo tsunami di polemiche di questi ultimi 40 giorni e alla lettera papale resa nota quest'oggi dalla Santa Sede. Una missiva che, se da un lato contiene il riconoscimento, da parte del Papa, di alcuni errori che potremmo definire «di gestione» dell'intera vicenda legata alla revoca della scomunica, dall'altro lato non fa che confermare ed esplicitare le ragioni e le motivazioni che hanno spinto Benedetto XVI a compiere un passo così importante: in primis la ricerca della «piena unità tra i credenti», compito specifico assegnato al successore di Pietro, come Ratzinger sottolinea nella seconda parte della missiva.
Ma il nocciolo della lettera è in fondo, ancora una volta, rappresentato dalla questione dell'interpretazione del Vaticano II: Ratzinger fa direttamente riferimento a coloro che a parole si dicono «grandi difensori del Concilio» senza però comprendere che esso è in continuità con «l'intera storia dottrinale della Chiesa»: «Chi vuole essere obbediente al Concilio - scrive il Papa - deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l'albero vive». E' chiaro che, seguendo una lettura distorta del Vaticano II, i lefebvriani divengono i supremi rappresentanti di tutti coloro che si sono opposti alla rottura col passato e alla discontinuità con la storia della Chiesa operate dal Concilio. Ed è per questo che essi non dovrebbero in alcun modo essere riaccolti, appunto perché emblema di una Chiesa che non esiste più, spazzata via dal vento della rivoluzione conciliare. Osservare come questa mentalità abbia messo radici profonde e quanto essa ancora incida all'interno della comunità cattolica ha evidentemente amareggiato il Papa, che si è visto contestato proprio da coloro che invece dovrebbero essere i suoi collaboratori fedeli e obbedienti.
Perciò, dopo aver puntualizzato che la revoca della scomunica si applica ai singoli e non all'istituzione, e che quindi la remissione operata a favore dei quattro vescovi lefebvriani non significa per ciò stesso la riappacificazione definitiva con la comunità San Pio X; dopo aver sottolineato che «da rappresentanti di quella comunità abbiamo sentito molte cose stonate - superbia e saccenteria, fissazione su unilateralismi»; ebbene, dopo tutto ciò Benedetto scrive: «Non dobbiamo forse ammettere che anche nell'ambiente ecclesiale è emersa qualche stonatura? A volte si ha l'impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi - in questo caso il Papa - perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo». Più chiaro di così...
Concludendo: non sappiamo ancora come evolverà e quale esito finale avrà la revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Quello che però già oggi si può sottolineare - e la missiva ne è indirettamente la conferma - è l'evidenza di un ampio dissenso nei confronti del pontefice all'interno della Chiesa stessa, l'emergere di un contrasto (tra Papa da un lato e parte di vescovi e teologi dall'altro) che tocca una ferita ancora aperta e sanguinante nel corpo ecclesiale (appunto l'ermeneutica del Concilio), di cui la questione lefebvriana è solo una manifestazione. Da questo punto di vista, Benedetto XVI ha davvero scelto, con coraggio, di dare un significato audace e profondo al suo pontificato, ben al di là di quella «continuità con Giovanni Paolo II» che a molti sembrava l'unica ragion d'essere dell'elezione di Ratzinger al soglio di Pietro.
Gianteo Bordero
C'è un passaggio, nella lettera che Papa Ratzinger ha inviato ai vescovi di tutto il mondo riguardo al caso Williamson e alla remissione della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani, che lascia trasparire tutta la sofferenza interiore e l'amarezza che il pontefice deve aver provato in queste ultime settimane a causa delle critiche e degli attacchi subìti per le decisioni da lui assunte nei confronti degli scismatici di Ecône. Scrive a un certo punto Benedetto XVI: «Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un'ostilità pronta all'attacco». Il Papa non fa - com'è ovvio - nomi né cognomi, ma è facile pensare che egli si riferisca a quegli episcopati europei che non hanno mancato di esprimere in forma ufficiale e pubblica la loro presa di distanze dalla scelta pontificia. Ma non solo, visto che larga parte della stessa pubblicistica cattolica non si è mostrata di certo entusiasta nel vedere «condonata» la scomunica i seguaci di monsignor Lefebvre. In più, si tengano a mente le dichiarazioni, le interviste, le prese di posizione di numerosi teologi che si sono affrettati a spiegare urbi et orbi che l'atto papale ha rappresentato un netto passo indietro nella storia della Chiesa.
Un quadro davvero desolante, che però non deve stupire più di tanto. Esiste infatti a tutt'oggi, nella Chiesa cattolica, una sorta di «pensiero dominante» che si nutre di luoghi comuni ormai in voga da decenni, che venera anch'esso i suoi totem ideologici, che considera alla stregua di un reato di lesa maestà la messa in discussione dei suoi slogan «ecclesialmente corretti». Quasi inutile ribadire che tra questi luoghi comuni, tra questi totem, tra questi slogan, c'è quello della mitizzazione del Vaticano II, pensato come rifondazione della Chiesa, come rottura con una storia ritenuta infame, come presa di distanze da una tradizione da ripudiare. E' questo «pensiero dominante» che, sin dai primi mesi di pontificato ratzingeriano, diciamo sin dal discorso di Benedetto XVI alla Curia romana del dicembre 2005, riguardante la corretta ermeneutica del Concilio, ha soffiato sul fuoco della polemica, ha diffuso nell'opinione pubblica e nel mondo cattolico l'immagine falsata e artefatta di un Papa con lo sguardo tutto rivolto al passato, intento a restaurare ciò che il Vaticano II aveva superato, mosso unicamente da una ferrea e ostinata volontà conservatrice.
Una «leggenda nera» anti-ratzingeriana, questa, che ha conosciuto una seconda fase di sostanziosa crescita nel luglio del 2007, al momento dell'emanazione del motu proprio Summorum pontificum, con il quale Benedetto XVI ha «liberalizzato» la celebrazione della Messa secondo il rito di San Pio V, definito forma straordinaria dell'unica liturgia cattolica (la cui forma ordinaria è quella fissata dal Messale riformato da Paolo VI nel 1970). A quella decisione seguirono dapprima vibrate proteste, e poi un vero e proprio ammutinamento da parte di sacerdoti ma soprattutto vescovi, fermamente intenzionati a non concedere (contravvenendo così allo stesso dettato del motu proprio) la Messa col rito antico ai fedeli che legittimamente ne facevano richiesta.
E così arriviamo allo tsunami di polemiche di questi ultimi 40 giorni e alla lettera papale resa nota quest'oggi dalla Santa Sede. Una missiva che, se da un lato contiene il riconoscimento, da parte del Papa, di alcuni errori che potremmo definire «di gestione» dell'intera vicenda legata alla revoca della scomunica, dall'altro lato non fa che confermare ed esplicitare le ragioni e le motivazioni che hanno spinto Benedetto XVI a compiere un passo così importante: in primis la ricerca della «piena unità tra i credenti», compito specifico assegnato al successore di Pietro, come Ratzinger sottolinea nella seconda parte della missiva.
Ma il nocciolo della lettera è in fondo, ancora una volta, rappresentato dalla questione dell'interpretazione del Vaticano II: Ratzinger fa direttamente riferimento a coloro che a parole si dicono «grandi difensori del Concilio» senza però comprendere che esso è in continuità con «l'intera storia dottrinale della Chiesa»: «Chi vuole essere obbediente al Concilio - scrive il Papa - deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l'albero vive». E' chiaro che, seguendo una lettura distorta del Vaticano II, i lefebvriani divengono i supremi rappresentanti di tutti coloro che si sono opposti alla rottura col passato e alla discontinuità con la storia della Chiesa operate dal Concilio. Ed è per questo che essi non dovrebbero in alcun modo essere riaccolti, appunto perché emblema di una Chiesa che non esiste più, spazzata via dal vento della rivoluzione conciliare. Osservare come questa mentalità abbia messo radici profonde e quanto essa ancora incida all'interno della comunità cattolica ha evidentemente amareggiato il Papa, che si è visto contestato proprio da coloro che invece dovrebbero essere i suoi collaboratori fedeli e obbedienti.
Perciò, dopo aver puntualizzato che la revoca della scomunica si applica ai singoli e non all'istituzione, e che quindi la remissione operata a favore dei quattro vescovi lefebvriani non significa per ciò stesso la riappacificazione definitiva con la comunità San Pio X; dopo aver sottolineato che «da rappresentanti di quella comunità abbiamo sentito molte cose stonate - superbia e saccenteria, fissazione su unilateralismi»; ebbene, dopo tutto ciò Benedetto scrive: «Non dobbiamo forse ammettere che anche nell'ambiente ecclesiale è emersa qualche stonatura? A volte si ha l'impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi - in questo caso il Papa - perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo». Più chiaro di così...
Concludendo: non sappiamo ancora come evolverà e quale esito finale avrà la revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Quello che però già oggi si può sottolineare - e la missiva ne è indirettamente la conferma - è l'evidenza di un ampio dissenso nei confronti del pontefice all'interno della Chiesa stessa, l'emergere di un contrasto (tra Papa da un lato e parte di vescovi e teologi dall'altro) che tocca una ferita ancora aperta e sanguinante nel corpo ecclesiale (appunto l'ermeneutica del Concilio), di cui la questione lefebvriana è solo una manifestazione. Da questo punto di vista, Benedetto XVI ha davvero scelto, con coraggio, di dare un significato audace e profondo al suo pontificato, ben al di là di quella «continuità con Giovanni Paolo II» che a molti sembrava l'unica ragion d'essere dell'elezione di Ratzinger al soglio di Pietro.
Gianteo Bordero
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giovedì 5 febbraio 2009
QUANDO PAPA WOJTYLA ESORTO' IL CARDINALE RATZINGER A RICUCIRE CON LEFEBVRE IN NOME DEL CONCILIO
da Ragionpolitica.it del 5 febbraio 2009
La questione lefebvriana si intreccia oggi, come sempre si è intrecciata, con la questione della corretta interpretazione del Vaticano II. Lo dimostrano, da ultimo, i fatti accaduti di recente, nei giorni successivi alla remissione della scomunica a carico dei quattro vescovi ordinati da monsignor Lefebvre nel 1988: chi critica la decisione di Benedetto XVI la fa soprattutto in nome di una «fedeltà al Concilio» che sarebbe stata tradita dal pontefice con la sua scelta. In sostanza, il cammino intrapreso dal Papa per giungere ad una piena ricucitura dello scisma lefebvriano sarebbe, a detta di molti, un passo indietro rispetto al percorso compiuto dalla Chiesa e dai predecessori di Ratzinger sul soglio di Pietro, che non hanno esitato a prendere provvedimenti i più gravi per condannare l'arcivescovo francese fondatore della Fraternità San Pio X.
Questa è di certo una lettura arbitraria della storia, specchio di un'altrettanto arbitraria lettura del Vaticano II e di ciò che esso ha rappresentato nel cammino della Chiesa. In particolare, ci si dimentica di sottolineare il filo della continuità che lega, su questo punto, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Nonostante le apparenze e le facili approssimazioni, Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger sono più vicini di quello che sembra in merito alla questione lefebvriana. Certo: il primo è stato colui che ha scomunicato Lefebvre (anche se, formalmente, il provvedimento a carico del monsignore è scattato in modo «automatico» al momento della consacrazione dei vescovi senza l'autorizzazione papale), mentre il secondo è colui che ha revocato tale scomunica e che si avvia a sanare la ferita dello scisma. Eppure, ci si dimentica di ricordare non soltanto che l'attuale pontefice è stato per più di vent'anni prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede per volontà del suo predecessore (il quale, anche negli ultimi anni di regno, volle mantenere il cardinale tedesco nel suo incarico nonostante i sopraggiunti limiti d'età per la «pensione» episcopale), ma anche che fu per impulso di Giovanni Paolo II che Ratzinger provò in tutti i modi, e fino all'ultimo, a evitare lo scisma.
A testimonianza di questa sintonia tra il pontefice polacco e l'allora prefetto dell'ex Sant'Uffizio vi è, tra le altre cose, una lettera inviata dal primo al secondo l'8 aprile del 1988, cioè proprio nei mesi precedenti la rottura definitiva tra Roma ed Ecône. In quel momento, gli sforzi del Vaticano per scongiurare il peggio erano molto intensi. La trattativa fu affidata in prima persona al cardinal Ratzinger. Essa porterà, il 5 maggio di quell'anno, alla sottoscrizione di un protocollo d'accordo siglato dallo stesso porporato tedesco e dall'arcivescovo francese: quest'ultimo si impegnava a garantire fedeltà al Papa, accoglieva la dottrina conciliare sulla Chiesa e sul magistero pontificio, riconosceva la validità del Messale riformato da Paolo VI; in cambio, sarebbe stata rimossa la sospensione a divinis del monsignore e la Fraternità San Pio X sarebbe divenuta una Società di vita apostolica, retta da un vescovo nominato dal Papa su indicazione di Lefebvre. L'accordo venne ripudiato il giorno successivo dallo stesso Lefebvre, il quale sostenne di esser stato ingannato. Quel ripudio fu l'inizio della fine.
Ma la citata lettera di Giovanni Paolo II al cardinal Ratzinger rimane molto significativa, perché essa, oltre a rinnovare l'invito al prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede a proseguire negli sforzi per ricucire con il monsignore francese, affinché «si compiano anche in questo caso le parole dette dal Signore nella preghiera sacerdotale per l'unità di tutti i suoi discepoli e seguaci», contiene, in nuce, l'interpretazione del Vaticano II che è stata poi esplicitata da Benedetto XVI nel suo ormai celebre discorso alla Curia romana del dicembre 2005. Dopo aver sottolineato il carattere di rinnovamento nella continuità operato dal Concilio, Giovanni Paolo II scrive: «Si sono fatte vive delle tendenze che sulla via della realizzazione del Concilio creano una certa difficoltà. Una di queste tendenze è caratterizzata dal desiderio di cambiamenti che non sempre sono in sintonia con l'insegnamento e con lo spirito del Vaticano II, anche se cercano di fare riferimento al Concilio. Questi cambiamenti vorrebbero esprimere un progresso, e perciò questa tendenza è designata con il nome di "progressismo". Il progresso, in questo caso, è una aspirazione verso il futuro, che rompe con il passato, non tenendo conto della funzione della Tradizione che è fondamentale alla missione della Chiesa, perché essa possa perdurare nella Verità ad essa trasmessa da Cristo Signore e dagli Apostoli, e custodita con diligenza dal Magistero». D'altro lato, vi è pure la tendenza opposta, il «conservatorismo», che «vede il giusto soltanto in ciò che è "antico" ritenendolo sinonimo della Tradizione».
Tutte queste tendenze, concludeva Papa Wojtyla, non colgono il punto focale della questione. Perché «non è l'"antico" in quanto tale, né il "nuovo" per se stesso che corrispondono al concetto giusto della Tradizione nella vita della Chiesa. Tale concetto infatti significa la fedele permanenza della Chiesa nella verità ricevuta da Dio, attraverso le mutevoli vicende della storia. La Chiesa, come quel padrone di casa del Vangelo, estrae con sagacia "dal suo tesoro cose nuove e cose antiche" rimanendo assolutamente obbediente allo Spirito di verità che Cristo ha dato alla Chiesa come Guida divina». Espressioni, queste, identiche nella sostanza a quelle pronunciate da Benedetto XVI alla Curia romana, con la distinzione tra la corretta ermeneutica del Vaticano II (il Concilio come «riforma») e quella non corrispondente a verità (il Concilio come «discontinuità e rottura»).
Tutto questo per dire che sbagliano coloro che vedono nelle recenti decisioni di Papa Ratzinger una rivoluzione rispetto all'operato dei suoi predecessori, uno sterile ritorno al passato mosso dalla volontà di cancellare i frutti del Vaticano II: in realtà, come emerge dalla lettera qui riportata, egli si muove - seppur con accento e stile diversi - su una linea che tutti i Papi del post-Concilio, a partire dallo stesso Paolo VI, hanno cercato di promuovere nel momento in cui si sono resi conto che la mitizzazione, la semplificazione ideologica, la de-contestualizzazione del Vaticano II non avrebbero portato nulla di buono per la Chiesa e per i cattolici. Se lo scisma lefebvriano, con tutte le difficoltà che ancora ieri sono emerse, sarà sanato, sarà questa linea portata avanti dal papato a vincere, non un passatismo che appare tale soltanto agli occhi di chi, in buona o cattiva fede, aveva interpretato (e tuttora interpreta) il Vaticano II come una grande sbianchettatura di duemila anni di storia.
Gianteo Bordero
La questione lefebvriana si intreccia oggi, come sempre si è intrecciata, con la questione della corretta interpretazione del Vaticano II. Lo dimostrano, da ultimo, i fatti accaduti di recente, nei giorni successivi alla remissione della scomunica a carico dei quattro vescovi ordinati da monsignor Lefebvre nel 1988: chi critica la decisione di Benedetto XVI la fa soprattutto in nome di una «fedeltà al Concilio» che sarebbe stata tradita dal pontefice con la sua scelta. In sostanza, il cammino intrapreso dal Papa per giungere ad una piena ricucitura dello scisma lefebvriano sarebbe, a detta di molti, un passo indietro rispetto al percorso compiuto dalla Chiesa e dai predecessori di Ratzinger sul soglio di Pietro, che non hanno esitato a prendere provvedimenti i più gravi per condannare l'arcivescovo francese fondatore della Fraternità San Pio X.
Questa è di certo una lettura arbitraria della storia, specchio di un'altrettanto arbitraria lettura del Vaticano II e di ciò che esso ha rappresentato nel cammino della Chiesa. In particolare, ci si dimentica di sottolineare il filo della continuità che lega, su questo punto, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Nonostante le apparenze e le facili approssimazioni, Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger sono più vicini di quello che sembra in merito alla questione lefebvriana. Certo: il primo è stato colui che ha scomunicato Lefebvre (anche se, formalmente, il provvedimento a carico del monsignore è scattato in modo «automatico» al momento della consacrazione dei vescovi senza l'autorizzazione papale), mentre il secondo è colui che ha revocato tale scomunica e che si avvia a sanare la ferita dello scisma. Eppure, ci si dimentica di ricordare non soltanto che l'attuale pontefice è stato per più di vent'anni prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede per volontà del suo predecessore (il quale, anche negli ultimi anni di regno, volle mantenere il cardinale tedesco nel suo incarico nonostante i sopraggiunti limiti d'età per la «pensione» episcopale), ma anche che fu per impulso di Giovanni Paolo II che Ratzinger provò in tutti i modi, e fino all'ultimo, a evitare lo scisma.
A testimonianza di questa sintonia tra il pontefice polacco e l'allora prefetto dell'ex Sant'Uffizio vi è, tra le altre cose, una lettera inviata dal primo al secondo l'8 aprile del 1988, cioè proprio nei mesi precedenti la rottura definitiva tra Roma ed Ecône. In quel momento, gli sforzi del Vaticano per scongiurare il peggio erano molto intensi. La trattativa fu affidata in prima persona al cardinal Ratzinger. Essa porterà, il 5 maggio di quell'anno, alla sottoscrizione di un protocollo d'accordo siglato dallo stesso porporato tedesco e dall'arcivescovo francese: quest'ultimo si impegnava a garantire fedeltà al Papa, accoglieva la dottrina conciliare sulla Chiesa e sul magistero pontificio, riconosceva la validità del Messale riformato da Paolo VI; in cambio, sarebbe stata rimossa la sospensione a divinis del monsignore e la Fraternità San Pio X sarebbe divenuta una Società di vita apostolica, retta da un vescovo nominato dal Papa su indicazione di Lefebvre. L'accordo venne ripudiato il giorno successivo dallo stesso Lefebvre, il quale sostenne di esser stato ingannato. Quel ripudio fu l'inizio della fine.
Ma la citata lettera di Giovanni Paolo II al cardinal Ratzinger rimane molto significativa, perché essa, oltre a rinnovare l'invito al prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede a proseguire negli sforzi per ricucire con il monsignore francese, affinché «si compiano anche in questo caso le parole dette dal Signore nella preghiera sacerdotale per l'unità di tutti i suoi discepoli e seguaci», contiene, in nuce, l'interpretazione del Vaticano II che è stata poi esplicitata da Benedetto XVI nel suo ormai celebre discorso alla Curia romana del dicembre 2005. Dopo aver sottolineato il carattere di rinnovamento nella continuità operato dal Concilio, Giovanni Paolo II scrive: «Si sono fatte vive delle tendenze che sulla via della realizzazione del Concilio creano una certa difficoltà. Una di queste tendenze è caratterizzata dal desiderio di cambiamenti che non sempre sono in sintonia con l'insegnamento e con lo spirito del Vaticano II, anche se cercano di fare riferimento al Concilio. Questi cambiamenti vorrebbero esprimere un progresso, e perciò questa tendenza è designata con il nome di "progressismo". Il progresso, in questo caso, è una aspirazione verso il futuro, che rompe con il passato, non tenendo conto della funzione della Tradizione che è fondamentale alla missione della Chiesa, perché essa possa perdurare nella Verità ad essa trasmessa da Cristo Signore e dagli Apostoli, e custodita con diligenza dal Magistero». D'altro lato, vi è pure la tendenza opposta, il «conservatorismo», che «vede il giusto soltanto in ciò che è "antico" ritenendolo sinonimo della Tradizione».
Tutte queste tendenze, concludeva Papa Wojtyla, non colgono il punto focale della questione. Perché «non è l'"antico" in quanto tale, né il "nuovo" per se stesso che corrispondono al concetto giusto della Tradizione nella vita della Chiesa. Tale concetto infatti significa la fedele permanenza della Chiesa nella verità ricevuta da Dio, attraverso le mutevoli vicende della storia. La Chiesa, come quel padrone di casa del Vangelo, estrae con sagacia "dal suo tesoro cose nuove e cose antiche" rimanendo assolutamente obbediente allo Spirito di verità che Cristo ha dato alla Chiesa come Guida divina». Espressioni, queste, identiche nella sostanza a quelle pronunciate da Benedetto XVI alla Curia romana, con la distinzione tra la corretta ermeneutica del Vaticano II (il Concilio come «riforma») e quella non corrispondente a verità (il Concilio come «discontinuità e rottura»).
Tutto questo per dire che sbagliano coloro che vedono nelle recenti decisioni di Papa Ratzinger una rivoluzione rispetto all'operato dei suoi predecessori, uno sterile ritorno al passato mosso dalla volontà di cancellare i frutti del Vaticano II: in realtà, come emerge dalla lettera qui riportata, egli si muove - seppur con accento e stile diversi - su una linea che tutti i Papi del post-Concilio, a partire dallo stesso Paolo VI, hanno cercato di promuovere nel momento in cui si sono resi conto che la mitizzazione, la semplificazione ideologica, la de-contestualizzazione del Vaticano II non avrebbero portato nulla di buono per la Chiesa e per i cattolici. Se lo scisma lefebvriano, con tutte le difficoltà che ancora ieri sono emerse, sarà sanato, sarà questa linea portata avanti dal papato a vincere, non un passatismo che appare tale soltanto agli occhi di chi, in buona o cattiva fede, aveva interpretato (e tuttora interpreta) il Vaticano II come una grande sbianchettatura di duemila anni di storia.
Gianteo Bordero
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martedì 3 febbraio 2009
COSI' IL CARDINAL SIRI TENTO' DI EVITARE LO SCISMA LEFEBVRIANO
da Ragionpolitica.it del 3 febbraio 2009
Un tentativo audace e coraggioso, mosso da un genuino spirito cattolico, volto a preservare l'unità della Chiesa. Questo fu ciò che decise di compiere il cardinal Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova dal 1946 al 1987, nei confronti di monsignor Marcel Lefebvre prima che su quest'ultimo cadesse la scomunica latae sententiae a seguito dell'ordinazione di quattro vescovi fatta senza la necessaria autorizzazione papale nel 1988.
Il rapporto tra Siri e Lefebvre datava agli anni del Vaticano II, quando attorno all'arcivescovo del capoluogo ligure, allora presidente della Cei, si raccolse gran parte dell'episcopato contrario alla trasformazione delle assise conciliari in un'occasione di rottura radicale con la tradizione della Chiesa. La sera del 22 ottobre del 1963, proprio nel bel mezzo della discussione riguardo al documento conciliare sulla Chiesa (quello attorno al quale si sarebbe poi verificata la clamorosa presa di posizione del Papa Paolo VI con la Nota Praevia del 16 novembre 1964 sul significato della parola «collegialità») i due si incontrarono alla prima riunione di quello che sarebbe poi divenuto il Coetus Internationalis Patrum, un gruppo che inizialmente raccoglieva una trentina di padri conciliari «preoccupati e insoddisfatti dei lavori in aula» (Benny Lai, Il Papa non eletto, Laterza 1993), coordinati dal vescovo brasiliano Gerardo de Proenca Sigaud e dallo stesso monsignor Lefebvre.
Nei mesi immediatamente successivi, durante una pausa dei lavori conciliari, Lefebvre decise di inviare a Genova padre Cristiano Charlot, allora seminarista e suo aiutante, per incontrare il cardinal Siri e proporgli la creazione di un seminario internazionale nel quale i giovani destinati al sacerdozio potessero ricevere una formazione nel solco della tradizione cattolica, in opposizione alla deriva progressista di buona parte della teologia. Racconta Charlot, poi divenuto sacerdote della «Fraternità di Maria» e in seguito fidato collaboratore dello stesso Siri, intervistato da padre Raimondo Spiazzi nel libro Il cardinale Giuseppe Siri (Edizioni Studio Domenicano, 1990): «Sulla faccenda del seminario di Lefebvre mi disse: "E' un'ottima cosa, bisogna farla bene, sempre però nello spirito della Chiesa, in obbedienza"». E sul Coetus Internationalis Patrum: «Siri diceva che non bisognava distruggere con le nostre riunioni quello che la Chiesa ha istituito. Non voleva che ci fosse un sindacato dei padri del Concilio, a prescindere dal ruolo, per fare pressione. Se la Chiesa lo aveva voluto cardinale un motivo c'era: i cardinali dovevano avere un occhio largo sulla Chiesa universale e aiutare in questo il Papa».
Da questo episodio circostanziato emerge, tra l'altro, la grande differenza d'approccio al Concilio (e alla Chiesa) da parte di Siri e di Lefevbre: se il primo, pur con tutte le personali riserve in merito allo svolgimento e alla piega che andava prendendo il Vaticano II, metteva sempre al primo posto l'obbedienza al Papa e il dovere di collaborare con lui al fine del raggiungimento del bene generale della Chiesa, il secondo tendeva già allora a far prevalere il proprio particolare punto di vista, declinandolo in modo ideologico, e quindi potenzialmente «violento», nei confronti del dettato conciliare. Il seguito della storia prova che questa prima differenza iniziale tra Siri e Lefebvre sarebbe poi stata all'origine della divaricazione delle loro strade: la prima produsse un impegno fruttuoso dentro il corpo ecclesiale, nella fedeltà al Papa, per leggere il Concilio in continuità con la storia della Chiesa, dando voce e parole a coloro che, pur critici nei confronti del Vaticano II, non volevano perdere il senso e la ricchezza della loro esperienza cattolica; la seconda ebbe come esito la «fuga» ad Ecône, la rottura con il papato, l'ordinazione episcopale senza mandato pontificio, la scomunica e lo scisma, in rivolta contro lo stesso magistero che si voleva a spada tratta difendere (come sottolineò allora un comunicato stampa di Comunione e Liberazione, «quanto accaduto a Ecône è una gravissima ferita all'unità del corpo di Cristo, di fronte alla quale impallidiscono tutte le ragioni addotte per spiegarlo. La conseguenza più grave di questo atto di ribellione compiuto per difendere i valori della tradizione è proprio quella di favorire gli avversari della vera tradizione»).
Fu proprio in forza del suo amore alla Chiesa cattolica e alla sua unità che il cardinal Siri, negli anni che precedettero la scomunica, tentò in tutti i modi di prevenire quello che già allora appariva come un possibile, doloroso scisma all'interno della Chiesa. Con padre Charlot, che nel frattempo era entrato a far parte della «Fraternità della Santissima Vergine Maria», rispose positivamente all'invito di monsignor Lefebvre per una collaborazione con il suo seminario. Racconta Charlot: «Gli dicemmo di sì, purché accettasse il nostro spirito: bisognava entrare positivamente in una visione più mistica della Chiesa, bisognava apprendere le riforme conciliari e cercare di vivificarle con lo spirito della Chiesa eterna. Non era chiuso, Lefebvre. Ma intorno aveva gente... che non voleva sentir parlare che della Messa, che delle forme. Lo avrebbero abbandonato se avesse accettato il punto di vista di Siri. Qui finì la stima di Siri per Lefebvre».
Nonostante ciò, l'impegno del cardinale genovese per ricucire i rapporti tra Roma ed Ecône rimase vivo e fu massimo anche negli anni successivi, dopo la sospensione a divinis di monsignor Lefebvre avvenuta nel 1976 a causa dell'ordinazione di sacerdoti stante il divieto impostogli dal Vaticano. Siri fu molto attivo in tal senso nel 1977-1978. Negli ultimi mesi di quell'anno, anche in seguito ad alcuni ripensamenti di Lefebvre e alle pubbliche parole di apprezzamento da questi riservate al cardinale in occasione del secondo conclave di quell'anno, invitò il monsignore a Genova, proponendogli uno schema di accordo: «Piena sottomissione all'autorità del Papa e altrettanta piena adesione alle norme del Concilio. L'unica richiesta di Lefebvre riguardava il permesso di celebrare la messa in latino secondo il rito di San Pio V» (B. Lai, Il Papa non eletto). Il cardinale fu ricevuto in udienza da Giovanni Paolo II il 13 novembre del 1978 e lì sottopose al pontefice la bozza di accordo che Lefebvre sembrava disposto ad accettare. Papa Wojtyla diede il suo assenso e decise di ricevere il fondatore della San Pio X in Vaticano il giorno 18 novembre. Siri aveva consigliato a Giovanni Paolo II di informare della visita di Lefebvre soltanto, a titolo personale, il cardinale Franjo Seper, presidente del Sant'Uffizio. E gli aveva suggerito di far pubblicare solo a cose fatte, sull'Osservatore Romano, un breve comunicato nel quale si annunciava che il monsignore aveva «regolato le sue questioni con la Santa Sede».
Ma qualcosa non andò per il verso giusto, e all'incontro tra il Papa e Lefebvre non seguì alcun annuncio della pace fatta tra la Santa Sede e la San Pio X. Scrive Lai: «L'udienza portò nei primi giorni del 1979 ad un colloquio di Seper con il vescovo "ribelle", da questi bruscamente interrotto. Il vescovo francese, il quale pensava di aver risolto la questione con il pontefice, si trovò sottoposto alla normale procedura del Sant'Uffizio riguardante le imputazioni dottrinali e disciplinari». Inoltre «apprese da un comunicato della sala stampa della Santa Sede che sarebbe stato soggetto al giudizio di un tribunale composto da cinque cardinali, alcuni dei quali, a suo avviso, lo avevano già condannato». Così fallì il tentativo di Siri. Se esso fosse andato a buon fine, quasi certamente non avrebbe poi avuto luogo la definitiva rottura del 1988, culminata con la scomunica e lo scisma. Il 22 giugno di quell'anno, quando Lefebvre annunciò la sua intenzione di ordinare quattro vescovi, il porporato genovese così scriveva al monsignore francese: «Monsignore, vi prego in ginocchio di non distaccarvi dalla Chiesa! Voi siete stato un apostolo, un grande vescovo; voi dovete restare al vostro posto. Alla nostra età noi siamo davanti alla porta dell'eternità. Riflettiamo! Io vi attendo sempre, qui nella Chiesa e poi in Paradiso». Era l'ennesima, dolorosa testimonianza di ciò che per Siri era essenziale: l'amore alla Chiesa e all'unità delle sue membra prima di tutto.
In conclusione, riallacciando il filo del discorso con l'attualità, è importante notare come la proposta di mediazione del porporato genovese del 1978 sia stata poi ripresa, sostanzialmente nei termini prima esposti, ma purtroppo senza fortuna, in primo luogo dal successore del cardinal Seper alla guida della Congregazione per la Dottrina della Fede: quel cardinale Joseph Ratzinger che si avvia oggi, da Papa, con tutta l'autorità che da ciò discende, a dare compimento definitivo, dopo trent'anni, agli sforzi di Giuseppe Siri, il cui impegno, come si vede, non è stato vano. Anche se ha dovuto fare i conti con tutte le difficoltà che sempre incontrano i profeti e i precursori.
Gianteo Bordero
Un tentativo audace e coraggioso, mosso da un genuino spirito cattolico, volto a preservare l'unità della Chiesa. Questo fu ciò che decise di compiere il cardinal Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova dal 1946 al 1987, nei confronti di monsignor Marcel Lefebvre prima che su quest'ultimo cadesse la scomunica latae sententiae a seguito dell'ordinazione di quattro vescovi fatta senza la necessaria autorizzazione papale nel 1988.
Il rapporto tra Siri e Lefebvre datava agli anni del Vaticano II, quando attorno all'arcivescovo del capoluogo ligure, allora presidente della Cei, si raccolse gran parte dell'episcopato contrario alla trasformazione delle assise conciliari in un'occasione di rottura radicale con la tradizione della Chiesa. La sera del 22 ottobre del 1963, proprio nel bel mezzo della discussione riguardo al documento conciliare sulla Chiesa (quello attorno al quale si sarebbe poi verificata la clamorosa presa di posizione del Papa Paolo VI con la Nota Praevia del 16 novembre 1964 sul significato della parola «collegialità») i due si incontrarono alla prima riunione di quello che sarebbe poi divenuto il Coetus Internationalis Patrum, un gruppo che inizialmente raccoglieva una trentina di padri conciliari «preoccupati e insoddisfatti dei lavori in aula» (Benny Lai, Il Papa non eletto, Laterza 1993), coordinati dal vescovo brasiliano Gerardo de Proenca Sigaud e dallo stesso monsignor Lefebvre.
Nei mesi immediatamente successivi, durante una pausa dei lavori conciliari, Lefebvre decise di inviare a Genova padre Cristiano Charlot, allora seminarista e suo aiutante, per incontrare il cardinal Siri e proporgli la creazione di un seminario internazionale nel quale i giovani destinati al sacerdozio potessero ricevere una formazione nel solco della tradizione cattolica, in opposizione alla deriva progressista di buona parte della teologia. Racconta Charlot, poi divenuto sacerdote della «Fraternità di Maria» e in seguito fidato collaboratore dello stesso Siri, intervistato da padre Raimondo Spiazzi nel libro Il cardinale Giuseppe Siri (Edizioni Studio Domenicano, 1990): «Sulla faccenda del seminario di Lefebvre mi disse: "E' un'ottima cosa, bisogna farla bene, sempre però nello spirito della Chiesa, in obbedienza"». E sul Coetus Internationalis Patrum: «Siri diceva che non bisognava distruggere con le nostre riunioni quello che la Chiesa ha istituito. Non voleva che ci fosse un sindacato dei padri del Concilio, a prescindere dal ruolo, per fare pressione. Se la Chiesa lo aveva voluto cardinale un motivo c'era: i cardinali dovevano avere un occhio largo sulla Chiesa universale e aiutare in questo il Papa».
Da questo episodio circostanziato emerge, tra l'altro, la grande differenza d'approccio al Concilio (e alla Chiesa) da parte di Siri e di Lefevbre: se il primo, pur con tutte le personali riserve in merito allo svolgimento e alla piega che andava prendendo il Vaticano II, metteva sempre al primo posto l'obbedienza al Papa e il dovere di collaborare con lui al fine del raggiungimento del bene generale della Chiesa, il secondo tendeva già allora a far prevalere il proprio particolare punto di vista, declinandolo in modo ideologico, e quindi potenzialmente «violento», nei confronti del dettato conciliare. Il seguito della storia prova che questa prima differenza iniziale tra Siri e Lefebvre sarebbe poi stata all'origine della divaricazione delle loro strade: la prima produsse un impegno fruttuoso dentro il corpo ecclesiale, nella fedeltà al Papa, per leggere il Concilio in continuità con la storia della Chiesa, dando voce e parole a coloro che, pur critici nei confronti del Vaticano II, non volevano perdere il senso e la ricchezza della loro esperienza cattolica; la seconda ebbe come esito la «fuga» ad Ecône, la rottura con il papato, l'ordinazione episcopale senza mandato pontificio, la scomunica e lo scisma, in rivolta contro lo stesso magistero che si voleva a spada tratta difendere (come sottolineò allora un comunicato stampa di Comunione e Liberazione, «quanto accaduto a Ecône è una gravissima ferita all'unità del corpo di Cristo, di fronte alla quale impallidiscono tutte le ragioni addotte per spiegarlo. La conseguenza più grave di questo atto di ribellione compiuto per difendere i valori della tradizione è proprio quella di favorire gli avversari della vera tradizione»).
Fu proprio in forza del suo amore alla Chiesa cattolica e alla sua unità che il cardinal Siri, negli anni che precedettero la scomunica, tentò in tutti i modi di prevenire quello che già allora appariva come un possibile, doloroso scisma all'interno della Chiesa. Con padre Charlot, che nel frattempo era entrato a far parte della «Fraternità della Santissima Vergine Maria», rispose positivamente all'invito di monsignor Lefebvre per una collaborazione con il suo seminario. Racconta Charlot: «Gli dicemmo di sì, purché accettasse il nostro spirito: bisognava entrare positivamente in una visione più mistica della Chiesa, bisognava apprendere le riforme conciliari e cercare di vivificarle con lo spirito della Chiesa eterna. Non era chiuso, Lefebvre. Ma intorno aveva gente... che non voleva sentir parlare che della Messa, che delle forme. Lo avrebbero abbandonato se avesse accettato il punto di vista di Siri. Qui finì la stima di Siri per Lefebvre».
Nonostante ciò, l'impegno del cardinale genovese per ricucire i rapporti tra Roma ed Ecône rimase vivo e fu massimo anche negli anni successivi, dopo la sospensione a divinis di monsignor Lefebvre avvenuta nel 1976 a causa dell'ordinazione di sacerdoti stante il divieto impostogli dal Vaticano. Siri fu molto attivo in tal senso nel 1977-1978. Negli ultimi mesi di quell'anno, anche in seguito ad alcuni ripensamenti di Lefebvre e alle pubbliche parole di apprezzamento da questi riservate al cardinale in occasione del secondo conclave di quell'anno, invitò il monsignore a Genova, proponendogli uno schema di accordo: «Piena sottomissione all'autorità del Papa e altrettanta piena adesione alle norme del Concilio. L'unica richiesta di Lefebvre riguardava il permesso di celebrare la messa in latino secondo il rito di San Pio V» (B. Lai, Il Papa non eletto). Il cardinale fu ricevuto in udienza da Giovanni Paolo II il 13 novembre del 1978 e lì sottopose al pontefice la bozza di accordo che Lefebvre sembrava disposto ad accettare. Papa Wojtyla diede il suo assenso e decise di ricevere il fondatore della San Pio X in Vaticano il giorno 18 novembre. Siri aveva consigliato a Giovanni Paolo II di informare della visita di Lefebvre soltanto, a titolo personale, il cardinale Franjo Seper, presidente del Sant'Uffizio. E gli aveva suggerito di far pubblicare solo a cose fatte, sull'Osservatore Romano, un breve comunicato nel quale si annunciava che il monsignore aveva «regolato le sue questioni con la Santa Sede».
Ma qualcosa non andò per il verso giusto, e all'incontro tra il Papa e Lefebvre non seguì alcun annuncio della pace fatta tra la Santa Sede e la San Pio X. Scrive Lai: «L'udienza portò nei primi giorni del 1979 ad un colloquio di Seper con il vescovo "ribelle", da questi bruscamente interrotto. Il vescovo francese, il quale pensava di aver risolto la questione con il pontefice, si trovò sottoposto alla normale procedura del Sant'Uffizio riguardante le imputazioni dottrinali e disciplinari». Inoltre «apprese da un comunicato della sala stampa della Santa Sede che sarebbe stato soggetto al giudizio di un tribunale composto da cinque cardinali, alcuni dei quali, a suo avviso, lo avevano già condannato». Così fallì il tentativo di Siri. Se esso fosse andato a buon fine, quasi certamente non avrebbe poi avuto luogo la definitiva rottura del 1988, culminata con la scomunica e lo scisma. Il 22 giugno di quell'anno, quando Lefebvre annunciò la sua intenzione di ordinare quattro vescovi, il porporato genovese così scriveva al monsignore francese: «Monsignore, vi prego in ginocchio di non distaccarvi dalla Chiesa! Voi siete stato un apostolo, un grande vescovo; voi dovete restare al vostro posto. Alla nostra età noi siamo davanti alla porta dell'eternità. Riflettiamo! Io vi attendo sempre, qui nella Chiesa e poi in Paradiso». Era l'ennesima, dolorosa testimonianza di ciò che per Siri era essenziale: l'amore alla Chiesa e all'unità delle sue membra prima di tutto.
In conclusione, riallacciando il filo del discorso con l'attualità, è importante notare come la proposta di mediazione del porporato genovese del 1978 sia stata poi ripresa, sostanzialmente nei termini prima esposti, ma purtroppo senza fortuna, in primo luogo dal successore del cardinal Seper alla guida della Congregazione per la Dottrina della Fede: quel cardinale Joseph Ratzinger che si avvia oggi, da Papa, con tutta l'autorità che da ciò discende, a dare compimento definitivo, dopo trent'anni, agli sforzi di Giuseppe Siri, il cui impegno, come si vede, non è stato vano. Anche se ha dovuto fare i conti con tutte le difficoltà che sempre incontrano i profeti e i precursori.
Gianteo Bordero
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sabato 31 gennaio 2009
C'E' CHI VUOLE DIVIDERE CIO' CHE BENEDETTO XVI UNISCE
da Ragionpolitica.it del 31 gennaio 2009
E' vero quello che oggi in tanti dicono: monsignor Marcel Lefebvre, ordinando nel 1988 quattro vescovi senza la necessaria autorizzazione papale e incorrendo così nella scomunica latae sententiae, inferse una profonda ferita all'unità della Chiesa, l'amore alla quale richiederebbe la disponibilità ad obbedire al vicario di Cristo sacrificando magari la rivendicazione delle proprie personali idee. Idee di cui, invece, Lefebvre e i suoi seguaci hanno fatto una bandiera, talvolta trasformandole in una vera e propria «ideologia» ecclesiale pregiudizialmente contraria a tutto ciò che in qualche modo potesse essere collegato alle parole «Concilio», «aggiornamento», «modernità».
Ma è vero, allo stesso modo, che Lefebvre non fu scomunicato da Papa Giovanni Paolo II a causa delle sue idee. Neppure quelle riguardanti il Vaticano II. Oggi tutti coloro che soffiano sul fuoco della polemica dopo la decisione di Benedetto XVI di revocare la scomunica ai vescovi ordinati dal monsignore scismatico, questo dimenticano di dirlo e di ricordarlo, come se niente fosse. Così mestano nel torbido, lasciando intendere che siano le personali opinioni dei lefebvriani a tenerli fuori dalla comunione ecclesiale. Anzi. Molti di coloro che, dalle pagine dei giornali e dagli schermi televisivi, confondono deliberatamente le idee dei lettori e dei telespettatori su questa vicenda, quasi godono nel ribadire che la piena riammissione della Fraternità San Pio X non è ancora avvenuta, che sono ancora molti i passi da fare (come se il ritiro della scomunica da parte del Papa fosse un fatto di poco conto), e a sostegno delle loro tesi portano sorridenti le dichiarazioni sulla Shoah prima di monsignor Williamson e ora, in mancanza d'altro, di qualche sacerdote lefebvriano. Spulciano negli archivi e nelle emeroteche, su Google e su YouTube, per cercare altri documenti, altre prove che mostrino in maniera inconfutabile l'errore del pontefice regnante.
Concediamo per un attimo quello che quello che gli intellettuali e i vaticanisti progressisti, martiniani e dossettiani lasciano intendere, e cioè che la rottura dell'unità della Chiesa sia avvenuta a causa delle idee anticonciliari dei lefebvriani, e non dell'ordinazione episcopale, sia vero. E quindi poniamo come criterio per essere scomunicati la difformità dai documenti del Vaticano II. Sono così sicuri, questi Torquemada dei tempi moderni, che in un caso del genere loro uscirebbero indenni dalle grinfie della nuova Inquisizione «conciliarmente corretta»? Ad esempio, sono così sicuri che la loro simpatia per la Messa pop, quella che in teoria avrebbe dovuto avvicinare gli uomini alla Chiesa e che invece ha allontanato i cristiani dalle chiese, trovi conferma nel dettato del Vaticano II? Ad esempio, ancora, sono sicuri che le loro aperture a tutto ciò che sa di moderno, anche in tema di famiglia, procreazione, sessualità abbia un qualche fondamento nelle Costituzioni conciliari? Perché si aggrappano ad ogni pie' sospinto allo «spirito del Concilio» e ne dimenticano la lettera? Forse perché lo «spirito» lo si può immaginare come si vuole ed invece la «lettera» è stampata e lapidaria? Parafrasando il famoso detto latino, potremmo dire che per i più ferventi critici della decisione di Benedetto XVI valga la regola: «Spiritus volat, scripta manent». E, ovviamente, loro stanno dalla parte dello «spiritus».
Per fortuna loro, e grazie a Dio, non pioverà sul loro capo nessuna scomunica, perché il criterio adottato dalla Chiesa non è il loro criterio, tant'è vero che il Papa, prima della revoca, non ha chiesto ai vescovi lefebvriani alcun giuramento pubblico e formale di fedeltà al Concilio. Il criterio usato da Benedetto XVI è stato invece quello del perdono in funzione della piena unità tra le membra del corpo mistico di Cristo. E sorprende che intellettuali, commentatori e giornalisti che da sempre salutano, senza risparmiare l'entusiasmo e la retorica, le «aperture» dei predecessori di Ratzinger a chi sta fuori dalla Chiesa, oggi facciano il diavolo a quattro per una «apertura» ancora più grande, il cui frutto potrebbe essere la fine di uno scisma. Forse perché si tratta di una «apertura» alla parte sbagliata, alla parte più «impresentabile» di coloro che sono extra Ecclesiam, alla parte che da quarant'anni neppure andrebbe nominata in ossequio al decoro teologico e all'«ecclesialmente corretto». E' davvero un modo singolare di ragionare e di pensare la Chiesa, questo. Un modo settario e ideologico tanto quanto lo è quello dei lefebvriani. Con la differenza che questi ultimi vengono quotidianamente attaccati, criticati e «scomunicati» a mezzo stampa o tv, mentre i loro inquisitori godono di buona stampa, impazzano su giornali, radio e teleschermi senza che nessuno (o quasi) alzi la voce nei loro confronti. Con l'aggravante che, mentre il superiore generale della San Pio X ha manifestato al pontefice la volontà di poter rientrare in comunione con Roma, esprimendo dolore per la divisione, loro tutto fanno fuorché mostrarsi dispiaciuti per le ricadute delle loro idee sul popolo credente e sull'opinione pubblica.
Papa Benedetto, uomo saggio e misericordioso, se ne sta fuori da questa contesa ed esercita su un altro piano la sua missione: non quello dell'affermazione di un'ideologia ecclesiale, di un proprio punto di vista, per quanto teologicamente geniale, ma quello della risposta alla missione assegnata da Gesù a San Pietro: riunire (e non dividere) il gregge di Cristo. E, se necessario, andare alla ricerca della pecora smarrita.
Gianteo Bordero
E' vero quello che oggi in tanti dicono: monsignor Marcel Lefebvre, ordinando nel 1988 quattro vescovi senza la necessaria autorizzazione papale e incorrendo così nella scomunica latae sententiae, inferse una profonda ferita all'unità della Chiesa, l'amore alla quale richiederebbe la disponibilità ad obbedire al vicario di Cristo sacrificando magari la rivendicazione delle proprie personali idee. Idee di cui, invece, Lefebvre e i suoi seguaci hanno fatto una bandiera, talvolta trasformandole in una vera e propria «ideologia» ecclesiale pregiudizialmente contraria a tutto ciò che in qualche modo potesse essere collegato alle parole «Concilio», «aggiornamento», «modernità».
Ma è vero, allo stesso modo, che Lefebvre non fu scomunicato da Papa Giovanni Paolo II a causa delle sue idee. Neppure quelle riguardanti il Vaticano II. Oggi tutti coloro che soffiano sul fuoco della polemica dopo la decisione di Benedetto XVI di revocare la scomunica ai vescovi ordinati dal monsignore scismatico, questo dimenticano di dirlo e di ricordarlo, come se niente fosse. Così mestano nel torbido, lasciando intendere che siano le personali opinioni dei lefebvriani a tenerli fuori dalla comunione ecclesiale. Anzi. Molti di coloro che, dalle pagine dei giornali e dagli schermi televisivi, confondono deliberatamente le idee dei lettori e dei telespettatori su questa vicenda, quasi godono nel ribadire che la piena riammissione della Fraternità San Pio X non è ancora avvenuta, che sono ancora molti i passi da fare (come se il ritiro della scomunica da parte del Papa fosse un fatto di poco conto), e a sostegno delle loro tesi portano sorridenti le dichiarazioni sulla Shoah prima di monsignor Williamson e ora, in mancanza d'altro, di qualche sacerdote lefebvriano. Spulciano negli archivi e nelle emeroteche, su Google e su YouTube, per cercare altri documenti, altre prove che mostrino in maniera inconfutabile l'errore del pontefice regnante.
Concediamo per un attimo quello che quello che gli intellettuali e i vaticanisti progressisti, martiniani e dossettiani lasciano intendere, e cioè che la rottura dell'unità della Chiesa sia avvenuta a causa delle idee anticonciliari dei lefebvriani, e non dell'ordinazione episcopale, sia vero. E quindi poniamo come criterio per essere scomunicati la difformità dai documenti del Vaticano II. Sono così sicuri, questi Torquemada dei tempi moderni, che in un caso del genere loro uscirebbero indenni dalle grinfie della nuova Inquisizione «conciliarmente corretta»? Ad esempio, sono così sicuri che la loro simpatia per la Messa pop, quella che in teoria avrebbe dovuto avvicinare gli uomini alla Chiesa e che invece ha allontanato i cristiani dalle chiese, trovi conferma nel dettato del Vaticano II? Ad esempio, ancora, sono sicuri che le loro aperture a tutto ciò che sa di moderno, anche in tema di famiglia, procreazione, sessualità abbia un qualche fondamento nelle Costituzioni conciliari? Perché si aggrappano ad ogni pie' sospinto allo «spirito del Concilio» e ne dimenticano la lettera? Forse perché lo «spirito» lo si può immaginare come si vuole ed invece la «lettera» è stampata e lapidaria? Parafrasando il famoso detto latino, potremmo dire che per i più ferventi critici della decisione di Benedetto XVI valga la regola: «Spiritus volat, scripta manent». E, ovviamente, loro stanno dalla parte dello «spiritus».
Per fortuna loro, e grazie a Dio, non pioverà sul loro capo nessuna scomunica, perché il criterio adottato dalla Chiesa non è il loro criterio, tant'è vero che il Papa, prima della revoca, non ha chiesto ai vescovi lefebvriani alcun giuramento pubblico e formale di fedeltà al Concilio. Il criterio usato da Benedetto XVI è stato invece quello del perdono in funzione della piena unità tra le membra del corpo mistico di Cristo. E sorprende che intellettuali, commentatori e giornalisti che da sempre salutano, senza risparmiare l'entusiasmo e la retorica, le «aperture» dei predecessori di Ratzinger a chi sta fuori dalla Chiesa, oggi facciano il diavolo a quattro per una «apertura» ancora più grande, il cui frutto potrebbe essere la fine di uno scisma. Forse perché si tratta di una «apertura» alla parte sbagliata, alla parte più «impresentabile» di coloro che sono extra Ecclesiam, alla parte che da quarant'anni neppure andrebbe nominata in ossequio al decoro teologico e all'«ecclesialmente corretto». E' davvero un modo singolare di ragionare e di pensare la Chiesa, questo. Un modo settario e ideologico tanto quanto lo è quello dei lefebvriani. Con la differenza che questi ultimi vengono quotidianamente attaccati, criticati e «scomunicati» a mezzo stampa o tv, mentre i loro inquisitori godono di buona stampa, impazzano su giornali, radio e teleschermi senza che nessuno (o quasi) alzi la voce nei loro confronti. Con l'aggravante che, mentre il superiore generale della San Pio X ha manifestato al pontefice la volontà di poter rientrare in comunione con Roma, esprimendo dolore per la divisione, loro tutto fanno fuorché mostrarsi dispiaciuti per le ricadute delle loro idee sul popolo credente e sull'opinione pubblica.
Papa Benedetto, uomo saggio e misericordioso, se ne sta fuori da questa contesa ed esercita su un altro piano la sua missione: non quello dell'affermazione di un'ideologia ecclesiale, di un proprio punto di vista, per quanto teologicamente geniale, ma quello della risposta alla missione assegnata da Gesù a San Pietro: riunire (e non dividere) il gregge di Cristo. E, se necessario, andare alla ricerca della pecora smarrita.
Gianteo Bordero
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