IL POPOLO DELLA LIBERTA’ – SESTRI LEVANTE
COMUNICATO STAMPA DEL 1° DICEMBRE 2009
Siamo sconcertati dalle dichiarazioni rese alla stampa dal sindaco Lavarello in merito alla raccolta di firme promossa dal nostro partito in difesa del crocifisso dopo la recente sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo. Lavarello ha infatti definito la nostra iniziativa come “una strumentalizzazione” e come una “trovata di pessimo gusto”. Evidentemente il sindaco, che nei suoi discorsi ama riempirsi la bocca della parola “tolleranza”, è poi il primo intollerante quando si trova di fronte idee diverse dalle sue. Lo dimostra, tra l’altro, anche il fatto che ci sia stata negata l’occupazione di suolo pubblico per la raccolta firme di domenica mattina, cosa che ci ha costretto ad utilizzare il point di un candidato alle elezioni regionali. Evidentemente il Partito Democratico sestrese ha una strana idea della democrazia!
Sulla questione del crocifisso, del resto, i precedenti con l’attuale Amministrazione non erano confortanti: due anni fa la maggioranza consiliare che sostiene Lavarello bocciò un ordine del giorno da noi presentato e finalizzato a garantire la presenza del crocifisso in tutte le aule scolastiche. Quello di oggi è dunque, purtroppo, un film già visto: il rifiuto, da parte del centrosinistra sestrese, di difendere le radici spirituali e culturali dell’Italia - di cui il crocifisso è simbolo - e che a Sestri Levante sono così ben visibili e tangibili non solo nelle tante chiese e conventi sparsi sul territorio, ma anche in una devozione popolare che è ancora ben viva nei cittadini.
Ma ciò che è più grave è che il sindaco, con le sue dichiarazioni di ieri, in sostanza ha offeso anche i tanti sestresi che domenica mattina si sono messi in fila per firmare la nostra petizione. Altri sindaci, anche di centrosinistra, in città a noi vicine, hanno dimostrato nei confronti del crocifisso e nei confronti di chi ha firmato per difenderlo ben altra sensibilità, rispetto e attenzione.
Nella nostra prossima raccolta firme, che avrà luogo nel fine settimana, consegneremo ai sestresi che si recheranno al nostro gazebo copia delle dichiarazioni di Lavarello, in modo che sia chiaro qual è l’atteggiamento del sindaco non soltanto nei confronti della libertà religiosa dei cittadini, ma anche verso il crocefisso quale simbolo della nostra cultura e delle radici cristiane del popolo italiano.
Gianteo Bordero
Marco Conti
Graziano Stagni
Giancarlo Stagnaro
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martedì 1 dicembre 2009
I MINARETI, I DIRITTI E LA STORIA
da Ragionpolitica.it del 1° dicembre 2009
Fateci caso: molti di coloro che oggi si stracciano le vesti per il risultato del referendum svizzero sui minareti, affermando che si tratta di una violazione del principio di libertà religiosa, sono gli stessi che, all'indomani della sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo sul crocifisso, plaudirono a tale decisione in nome della medesima libertà religiosa, che sarebbe violata dalla presenza del simbolo del cristianesimo nelle aule scolastiche. In sostanza: la Svizzera che nega la possibilità di costruire nuovi minareti sarebbe da condannare, mentre la Corte europea che vieta l'esposizione del crocifisso negli uffici pubblici da prendere a modello. C'è qualche cosa che non torna in questo modo di ragionare: l'impressione è che, in questa strana Europa dei nostri tempi, il principio della libertà religiosa debba applicarsi a tutti e a tutto fuorché al cristianesimo. Cioè alla religione che ha plasmato la stessa Europa, la sua cultura, la sua civiltà, la sua società, e che ha dato il la alla codificazione di quei diritti di libertà di cui oggi - giustamente - andiamo tutti orgogliosi.
La contraddizione nasce dal fatto che la classe intellettuale europea e il pensiero oggi dominante nelle élites del Vecchio Continente ci hanno abituati ad una concezione dei diritti talmente astratta da perdere di vista la realtà concreta della storia, la vita quotidiana delle persone, le relazioni tra i popoli, tra le culture, tra le religioni. Si pensa cioè di risolvere ogni problema affermando a priori, in via teorica, alcuni principi di libertà, e si ritiene, con ciò, di essersi messi al riparo da ogni conflitto, da ogni scontro, da ogni incomprensione. Si tratta di una forma mentis che, lungi dal raggiungere gli scopi che si prefigge, finisce col produrre esiti contrari a quelli pomposamente annunciati a parole. E' il dramma di quello che il grande Antonio Rosmini definiva «astrattismo», cioè di quell'approccio che sacrifica sull'altare della ragione astratta l'esperienza reale degli uomini e dei popoli, le loro radici spirituali, le loro tradizioni. Col risultato di creare un malcontento e un risentimento popolare diffuso nei confronti di chi tale astrattismo applica con le sue leggi, le sue direttive, le sue sentenze: lo vediamo oggi nel pronunciamento del popolo svizzero contro i minareti e nelle manifestazioni a difesa del crocifisso a cui stiamo assistendo in Italia, e lo abbiamo visto negli anni scorsi nei referendum che hanno bocciato una Costituzione europea priva del richiamo alle radici cristiane.
L'astrattismo applicato alla libertà religiosa, che ha portato con sé, come corollario, l'idea secondo cui ogni religione è buona e nessuna possiede la verità assoluta, ha avuto come conseguenza quella di far perdere di vista il fatto che le religioni non sono dottrine iperuraniche senza alcun addentellato con la realtà, ma si declinano in chiave storica, dando vita a particolari tipi di società, a diverse concezioni della persona e dei suoi diritti, a differenti usi e costumi. Se si avesse l'onestà intellettuale di guardare a tutto ciò senza presumere di essersi messi l'anima in pace attraverso la semplice, formalistica e aprioristica affermazione della libertà religiosa, forse si riuscirebbe anche a capire la differenza che passa tra una moschea e una chiesa, tra un minareto e un campanile. E, soprattutto, si comprenderebbe perché la stessa libertà religiosa è un concetto pressoché sconosciuto all'islam e fatto invece proprio dal cristianesimo.
Si scoprirebbe, così, che quanto più una religione ha il senso della storia e della realtà umana, tanto più essa riesce a garantire quella libertà che le religioni a-storiche faticano ad accettare e riconoscere. Tant'è vero che è dal cristianesimo - nel quale l'uomo non aderisce in prima battuta a una dottrina, ma a un fatto storico come l'incarnazione di Dio in Gesù Cristo - che è nata la stessa idea di diritti universali che ineriscono a ogni persona in quanto tale e che non sono nella disponibilità del potere umano. Laddove Dio si fa uomo ed entra nella storia c'è vera libertà perché c'è la possibilità di accettare o meno il rapporto con la Persona, mentre laddove Dio coincide con una serie di dettami senza tempo e il fedele è letteralmente un semplice «sottomesso», la libertà rimane sempre su un altro binario rispetto all'esperienza degli uomini e dei popoli. Il rapporto con le comunità musulmane europee, a cui noi riconosciamo quelle libertà fondamentali che il cristianesimo ha instillato nella nostra cultura e nel nostro diritto, sarà sempre più problematico fino a quando esso verrà affrontato a partire dal presupposto sbagliato: quello secondo cui islam e cristianesimo si equivalgono nella loro relatività.
Gianteo Bordero
Fateci caso: molti di coloro che oggi si stracciano le vesti per il risultato del referendum svizzero sui minareti, affermando che si tratta di una violazione del principio di libertà religiosa, sono gli stessi che, all'indomani della sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo sul crocifisso, plaudirono a tale decisione in nome della medesima libertà religiosa, che sarebbe violata dalla presenza del simbolo del cristianesimo nelle aule scolastiche. In sostanza: la Svizzera che nega la possibilità di costruire nuovi minareti sarebbe da condannare, mentre la Corte europea che vieta l'esposizione del crocifisso negli uffici pubblici da prendere a modello. C'è qualche cosa che non torna in questo modo di ragionare: l'impressione è che, in questa strana Europa dei nostri tempi, il principio della libertà religiosa debba applicarsi a tutti e a tutto fuorché al cristianesimo. Cioè alla religione che ha plasmato la stessa Europa, la sua cultura, la sua civiltà, la sua società, e che ha dato il la alla codificazione di quei diritti di libertà di cui oggi - giustamente - andiamo tutti orgogliosi.
La contraddizione nasce dal fatto che la classe intellettuale europea e il pensiero oggi dominante nelle élites del Vecchio Continente ci hanno abituati ad una concezione dei diritti talmente astratta da perdere di vista la realtà concreta della storia, la vita quotidiana delle persone, le relazioni tra i popoli, tra le culture, tra le religioni. Si pensa cioè di risolvere ogni problema affermando a priori, in via teorica, alcuni principi di libertà, e si ritiene, con ciò, di essersi messi al riparo da ogni conflitto, da ogni scontro, da ogni incomprensione. Si tratta di una forma mentis che, lungi dal raggiungere gli scopi che si prefigge, finisce col produrre esiti contrari a quelli pomposamente annunciati a parole. E' il dramma di quello che il grande Antonio Rosmini definiva «astrattismo», cioè di quell'approccio che sacrifica sull'altare della ragione astratta l'esperienza reale degli uomini e dei popoli, le loro radici spirituali, le loro tradizioni. Col risultato di creare un malcontento e un risentimento popolare diffuso nei confronti di chi tale astrattismo applica con le sue leggi, le sue direttive, le sue sentenze: lo vediamo oggi nel pronunciamento del popolo svizzero contro i minareti e nelle manifestazioni a difesa del crocifisso a cui stiamo assistendo in Italia, e lo abbiamo visto negli anni scorsi nei referendum che hanno bocciato una Costituzione europea priva del richiamo alle radici cristiane.
L'astrattismo applicato alla libertà religiosa, che ha portato con sé, come corollario, l'idea secondo cui ogni religione è buona e nessuna possiede la verità assoluta, ha avuto come conseguenza quella di far perdere di vista il fatto che le religioni non sono dottrine iperuraniche senza alcun addentellato con la realtà, ma si declinano in chiave storica, dando vita a particolari tipi di società, a diverse concezioni della persona e dei suoi diritti, a differenti usi e costumi. Se si avesse l'onestà intellettuale di guardare a tutto ciò senza presumere di essersi messi l'anima in pace attraverso la semplice, formalistica e aprioristica affermazione della libertà religiosa, forse si riuscirebbe anche a capire la differenza che passa tra una moschea e una chiesa, tra un minareto e un campanile. E, soprattutto, si comprenderebbe perché la stessa libertà religiosa è un concetto pressoché sconosciuto all'islam e fatto invece proprio dal cristianesimo.
Si scoprirebbe, così, che quanto più una religione ha il senso della storia e della realtà umana, tanto più essa riesce a garantire quella libertà che le religioni a-storiche faticano ad accettare e riconoscere. Tant'è vero che è dal cristianesimo - nel quale l'uomo non aderisce in prima battuta a una dottrina, ma a un fatto storico come l'incarnazione di Dio in Gesù Cristo - che è nata la stessa idea di diritti universali che ineriscono a ogni persona in quanto tale e che non sono nella disponibilità del potere umano. Laddove Dio si fa uomo ed entra nella storia c'è vera libertà perché c'è la possibilità di accettare o meno il rapporto con la Persona, mentre laddove Dio coincide con una serie di dettami senza tempo e il fedele è letteralmente un semplice «sottomesso», la libertà rimane sempre su un altro binario rispetto all'esperienza degli uomini e dei popoli. Il rapporto con le comunità musulmane europee, a cui noi riconosciamo quelle libertà fondamentali che il cristianesimo ha instillato nella nostra cultura e nel nostro diritto, sarà sempre più problematico fino a quando esso verrà affrontato a partire dal presupposto sbagliato: quello secondo cui islam e cristianesimo si equivalgono nella loro relatività.
Gianteo Bordero
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sabato 19 settembre 2009
L'IDEALE E LA PATRIA
da Ragionpolitica.it del 19 settembre 2009
Finché si continuerà a ridurre la questione della presenza dei nostri soldati in Afghanistan a un mero problema di strategia (sia militare che politica), il livello del dibattito su un tema così drammatico e spinoso rimarrà giocoforza basso. E monco. E nessuno, alla fine, capirà perché i nostri uomini continuino a rimanere in una terra lontana e irta di pericoli, mettendo a rischio ogni giorno l'incolumità e la vita. Se c'è una cosa che si può dire dopo la tragedia di Kabul è che, di fronte alla morte, alla violenza e al terrore, di fronte all'esistenza spezzata dei nostri militari, le discettazioni strategiche non bastano. Perché non si dà la vita per una strategia. E i soldati italiani morti a Kabul, come emerge dal racconto commosso dei loro cari e dei loro famigliari, non erano in Afghanistan per amor di strategia. Ma per amor di patria. Hanno dato la vita per la patria. La nostra e quella di un popolo che faticosamente cerca la piena, vera libertà.
Gli analisti, gli esperti e i professori di geopolitica ci hanno spiegato ieri, e ci spiegheranno nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, ogni aspetto tecnico, tattico e strategico della questione afghana, metteranno sul bilancino i pro e i contro della prosecuzione della nostra missione. Disegneranno scenari, indicheranno possibilità, consiglieranno mosse e contromosse. Ma al popolo italiano, alle mogli, ai figli, ai padri e alle madri, ai parenti delle vittime in primis, ciò che innanzitutto interessa è scoprire il senso più profondo, le ragioni più grandi che giustifichino - nella misura in cui ciò è possibile - il sacrificio della vita nel fiore dell'età, in un paese straniero, in una guerra contro un nemico invisibile. Se esiste, questo senso, se esistono, queste ragioni, che esse vengano dette, ricordate, proclamate dinnanzi all'intera nazione, che ha sete di ascoltare una parola che riporti al centro della scena ciò che veramente conta: il significato di una morte come quella di Roberto, Andrea, Davide, Matteo, Gian Domenico e Massimiliano.
Eroi, si è detto. Ma eroi innanzitutto nella vita, prima ancora che nella morte. Eroi nella normalità e nella generosità del servizio alla loro patria. Eroi e patria, dunque. Ritornano le parole dell'epopea italiana. Le parole del Piave, delle trincee, delle pietraie del Carso, le parole che una dozzinale ideologia internazionalista, pseudo-pacifista e antinazionale ha cancellato per decenni dal vocabolario della nostra storia, della nostra comune coscienza di italiani. Ma che sono scritte, e oggi lo vediamo, nel nostro DNA di popolo, e non possiamo scrollarcele di dosso come se niente fosse, salvo perdere un pezzo di noi stessi, della nostra identità, del nostro essere nazione. Non si tratta di esaltare la guerra, di addolcirne la brutalità, ma di riscoprire che l'uomo non è un mucchio d'ossa senza significato e senza scopo, non è un ammasso di cellule destinate al degrado e alla decomposizione, non è un meccanismo cerebrale finalizzato al calcolo e alla misura del tangibile, ma è capace dell'Ideale, è capace di porre al di sopra della sua stessa esistenza un principio più grande al quale offrire il proprio tempo, il proprio cuore, la propria vita. Ideale - si badi - e non ideologia: tra l'Ideale e l'ideologia c'è la stessa differenza che intercorre tra amore e odio. Sono due principi opposti, perché l'Ideale è qualche cosa che non si sceglie a priori, ma che fa parte delle corde più profonde del nostro essere, e viene a galla come in un'alba di verità e di scoperta di sé, mentre l'ideologia è l'applicazione di uno schema mentale alla realtà, che alla realtà finisce per fare violenza.
E allora, se c'è un motivo valido, in fondo l'unico, per onorare i nostri caduti e per rimanere in Afghanistan, è proprio questo: l'Ideale, la patria, la nazione, l'amore per la propria terra e per i valori che il popolo a cui si appartiene ha trasmesso, e l'impegno per affermare questo ideale, questo amore e questi valori in un paese per troppo tempo schiacciato dalla violenza, dall'oppressione e dal fanatismo. Solo chi è libero può portare la libertà. Questo ci dice la tragedia di Kabul. Questa è la ragione per restarci.
Gianteo Bordero
Finché si continuerà a ridurre la questione della presenza dei nostri soldati in Afghanistan a un mero problema di strategia (sia militare che politica), il livello del dibattito su un tema così drammatico e spinoso rimarrà giocoforza basso. E monco. E nessuno, alla fine, capirà perché i nostri uomini continuino a rimanere in una terra lontana e irta di pericoli, mettendo a rischio ogni giorno l'incolumità e la vita. Se c'è una cosa che si può dire dopo la tragedia di Kabul è che, di fronte alla morte, alla violenza e al terrore, di fronte all'esistenza spezzata dei nostri militari, le discettazioni strategiche non bastano. Perché non si dà la vita per una strategia. E i soldati italiani morti a Kabul, come emerge dal racconto commosso dei loro cari e dei loro famigliari, non erano in Afghanistan per amor di strategia. Ma per amor di patria. Hanno dato la vita per la patria. La nostra e quella di un popolo che faticosamente cerca la piena, vera libertà.
Gli analisti, gli esperti e i professori di geopolitica ci hanno spiegato ieri, e ci spiegheranno nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, ogni aspetto tecnico, tattico e strategico della questione afghana, metteranno sul bilancino i pro e i contro della prosecuzione della nostra missione. Disegneranno scenari, indicheranno possibilità, consiglieranno mosse e contromosse. Ma al popolo italiano, alle mogli, ai figli, ai padri e alle madri, ai parenti delle vittime in primis, ciò che innanzitutto interessa è scoprire il senso più profondo, le ragioni più grandi che giustifichino - nella misura in cui ciò è possibile - il sacrificio della vita nel fiore dell'età, in un paese straniero, in una guerra contro un nemico invisibile. Se esiste, questo senso, se esistono, queste ragioni, che esse vengano dette, ricordate, proclamate dinnanzi all'intera nazione, che ha sete di ascoltare una parola che riporti al centro della scena ciò che veramente conta: il significato di una morte come quella di Roberto, Andrea, Davide, Matteo, Gian Domenico e Massimiliano.
Eroi, si è detto. Ma eroi innanzitutto nella vita, prima ancora che nella morte. Eroi nella normalità e nella generosità del servizio alla loro patria. Eroi e patria, dunque. Ritornano le parole dell'epopea italiana. Le parole del Piave, delle trincee, delle pietraie del Carso, le parole che una dozzinale ideologia internazionalista, pseudo-pacifista e antinazionale ha cancellato per decenni dal vocabolario della nostra storia, della nostra comune coscienza di italiani. Ma che sono scritte, e oggi lo vediamo, nel nostro DNA di popolo, e non possiamo scrollarcele di dosso come se niente fosse, salvo perdere un pezzo di noi stessi, della nostra identità, del nostro essere nazione. Non si tratta di esaltare la guerra, di addolcirne la brutalità, ma di riscoprire che l'uomo non è un mucchio d'ossa senza significato e senza scopo, non è un ammasso di cellule destinate al degrado e alla decomposizione, non è un meccanismo cerebrale finalizzato al calcolo e alla misura del tangibile, ma è capace dell'Ideale, è capace di porre al di sopra della sua stessa esistenza un principio più grande al quale offrire il proprio tempo, il proprio cuore, la propria vita. Ideale - si badi - e non ideologia: tra l'Ideale e l'ideologia c'è la stessa differenza che intercorre tra amore e odio. Sono due principi opposti, perché l'Ideale è qualche cosa che non si sceglie a priori, ma che fa parte delle corde più profonde del nostro essere, e viene a galla come in un'alba di verità e di scoperta di sé, mentre l'ideologia è l'applicazione di uno schema mentale alla realtà, che alla realtà finisce per fare violenza.
E allora, se c'è un motivo valido, in fondo l'unico, per onorare i nostri caduti e per rimanere in Afghanistan, è proprio questo: l'Ideale, la patria, la nazione, l'amore per la propria terra e per i valori che il popolo a cui si appartiene ha trasmesso, e l'impegno per affermare questo ideale, questo amore e questi valori in un paese per troppo tempo schiacciato dalla violenza, dall'oppressione e dal fanatismo. Solo chi è libero può portare la libertà. Questo ci dice la tragedia di Kabul. Questa è la ragione per restarci.
Gianteo Bordero
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martedì 18 agosto 2009
IN DIFESA DELL'ORA DI RELIGIONE
da Ragionpolitica.it del 18 agosto 2009
Bene ha fatto, il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, ad annunciare ricorso contro la recente sentenza dell'onnipresente TAR del Lazio che ha dichiarato illegittima l'attribuzione di crediti formativi a coloro che frequentano l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole italiane. Il Tribunale Amministrativo non soltanto è entrato a gamba tesa in una materia regolata da un Trattato internazionale (il Concordato tra Stato e Chiesa), su cui hanno competenza, secondo la Costituzione, il parlamento, il governo e il presidente della Repubblica, ma ha anche «condito» la sua decisione con considerazioni di carattere ideologico inaccettabili per un paese la cui storia e la cui identità non possono essere né studiate né comprese senza il riferimento alle sue radici cristiane. Si legge nelle motivazioni della sentenza: «Un insegnamento di carattere etico e religioso, strettamente attinente alla fede individuale, non può assolutamente essere oggetto di una valutazione sul piano del profitto scolastico, proprio per il rischio di valutazioni di valore proporzionalmente ancorate alla misura della fede stessa». E ancora: «L'attribuzione di un credito formativo ad una scelta di carattere religioso degli studenti e dei loro genitori, quale quella di avvalersi dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, dà luogo ad una precisa forma di discriminazione, dato che lo Stato italiano non assicura identicamente la possibilità per tutti i cittadini di conseguire un credito formativo nelle proprie confessioni ovvero per chi dichiara di non professare alcuna religione in Etica Morale Pubblica».
Il grossolano errore commesso dai giudici del TAR è stato quello di far coincidere, nella sentenza, il significato della parola «religione» con quello della parola «fede», usandole in sostanza come sinonimi intercambiabili. Se è vero che non può esistere, in uno Stato laico e liberale, la valutazione scolastica della fede dell'individuo, non è altrettanto vero che contrastano con la laicità e con la libertà del singolo lo studio e l'approfondimento delle radici spirituali e morali (cioè religiose) del popolo a cui egli appartiene. Anzi, si potrebbe persino affermare che senza la conoscenza di tali radici - nella loro componente intrinsecamente religiosa - ne perderebbe in qualità il complesso dell'offerta formativa della scuola, perché sarebbe come affrontare lo studio di una lingua senza conoscerne l'«abc», il vocabolario e la grammatica. A differenza della fede, che comporta la fiducia convinta in una dottrina e l'adesione consapevole a un complesso di verità, di dogmi, di riti, la religione esprime innanzitutto la tensione primordiale dell'uomo - di qualsiasi uomo - verso l'Infinito, alla ricerca di una spiegazione totale della realtà e della vita (del nascere come del morire). Se quindi è vero che non tutti gli uomini hanno fede, è altrettanto vero che tutti gli uomini, in tutti i tempi e a tutte le latitudini, vengono al mondo con un desiderio incommensurabile di ricercare, dentro e oltre le apparenze, un significato esaustivo dell'esistenza, un punto di fuga che renda possibile la comprensione del gran disegno della realtà. Questo punto di fuga è ciò che - per riprendere le parole di Tommaso D'Aquino - «tutti chiamano Dio».
Dunque, se la fede può rappresentare l'approdo del cammino religioso del singolo, e resta per questo un fatto personale (più che privato), la religione in sé considerata è un elemento ontologico che accomuna tutti: proprio per questo suo aspetto essa è stata, sin dagli albori della storia dell'uomo, un fattore di sviluppo civile, sociale e culturale (le prime espressioni culturali di cui abbiamo notizia sono con tutta evidenza manifestazioni del sentimento religioso dei popoli primitivi). In questo senso, si può pacificamente affermare che senza religione non è data alcuna forma di civiltà e che, quindi, ignorare la storia religiosa e i fondamenti religiosi (spirituali e morali) del proprio popolo non può in alcun modo rappresentare un punto di merito per uno studente: l'offerta formativa non può perciò prescindere dalla religione. Ciò non vuol dire imporre a tutti una «fede» che per sua stessa natura non può essere imposta, ma significa compiere un gesto di alto valore educativo; un gesto doveroso, da parte di una nazione, nei confronti di se stessa - del suo passato, del suo presente e del suo futuro: non ci può essere autentico sviluppo se non abbeverandosi alla fonte da cui ha preso forma e consistenza una storia di popolo.
Per tutti questi motivi è davvero incomprensibile, come ha scritto in una nota il ministro Gelmini commentando la sentenza del TAR e annunciando il ricorso al Consiglio di Stato, che «solo la religione cattolica non debba contribuire alla valutazione globale dello studente tra tutte le attività che danno luogo a crediti formativi». Essa, infatti «esprime un patrimonio di storia, di valori e di tradizioni talmente importante che la sua unicità deve essere riconosciuta e tutelata».
Gianteo Bordero
Bene ha fatto, il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, ad annunciare ricorso contro la recente sentenza dell'onnipresente TAR del Lazio che ha dichiarato illegittima l'attribuzione di crediti formativi a coloro che frequentano l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole italiane. Il Tribunale Amministrativo non soltanto è entrato a gamba tesa in una materia regolata da un Trattato internazionale (il Concordato tra Stato e Chiesa), su cui hanno competenza, secondo la Costituzione, il parlamento, il governo e il presidente della Repubblica, ma ha anche «condito» la sua decisione con considerazioni di carattere ideologico inaccettabili per un paese la cui storia e la cui identità non possono essere né studiate né comprese senza il riferimento alle sue radici cristiane. Si legge nelle motivazioni della sentenza: «Un insegnamento di carattere etico e religioso, strettamente attinente alla fede individuale, non può assolutamente essere oggetto di una valutazione sul piano del profitto scolastico, proprio per il rischio di valutazioni di valore proporzionalmente ancorate alla misura della fede stessa». E ancora: «L'attribuzione di un credito formativo ad una scelta di carattere religioso degli studenti e dei loro genitori, quale quella di avvalersi dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, dà luogo ad una precisa forma di discriminazione, dato che lo Stato italiano non assicura identicamente la possibilità per tutti i cittadini di conseguire un credito formativo nelle proprie confessioni ovvero per chi dichiara di non professare alcuna religione in Etica Morale Pubblica».
Il grossolano errore commesso dai giudici del TAR è stato quello di far coincidere, nella sentenza, il significato della parola «religione» con quello della parola «fede», usandole in sostanza come sinonimi intercambiabili. Se è vero che non può esistere, in uno Stato laico e liberale, la valutazione scolastica della fede dell'individuo, non è altrettanto vero che contrastano con la laicità e con la libertà del singolo lo studio e l'approfondimento delle radici spirituali e morali (cioè religiose) del popolo a cui egli appartiene. Anzi, si potrebbe persino affermare che senza la conoscenza di tali radici - nella loro componente intrinsecamente religiosa - ne perderebbe in qualità il complesso dell'offerta formativa della scuola, perché sarebbe come affrontare lo studio di una lingua senza conoscerne l'«abc», il vocabolario e la grammatica. A differenza della fede, che comporta la fiducia convinta in una dottrina e l'adesione consapevole a un complesso di verità, di dogmi, di riti, la religione esprime innanzitutto la tensione primordiale dell'uomo - di qualsiasi uomo - verso l'Infinito, alla ricerca di una spiegazione totale della realtà e della vita (del nascere come del morire). Se quindi è vero che non tutti gli uomini hanno fede, è altrettanto vero che tutti gli uomini, in tutti i tempi e a tutte le latitudini, vengono al mondo con un desiderio incommensurabile di ricercare, dentro e oltre le apparenze, un significato esaustivo dell'esistenza, un punto di fuga che renda possibile la comprensione del gran disegno della realtà. Questo punto di fuga è ciò che - per riprendere le parole di Tommaso D'Aquino - «tutti chiamano Dio».
Dunque, se la fede può rappresentare l'approdo del cammino religioso del singolo, e resta per questo un fatto personale (più che privato), la religione in sé considerata è un elemento ontologico che accomuna tutti: proprio per questo suo aspetto essa è stata, sin dagli albori della storia dell'uomo, un fattore di sviluppo civile, sociale e culturale (le prime espressioni culturali di cui abbiamo notizia sono con tutta evidenza manifestazioni del sentimento religioso dei popoli primitivi). In questo senso, si può pacificamente affermare che senza religione non è data alcuna forma di civiltà e che, quindi, ignorare la storia religiosa e i fondamenti religiosi (spirituali e morali) del proprio popolo non può in alcun modo rappresentare un punto di merito per uno studente: l'offerta formativa non può perciò prescindere dalla religione. Ciò non vuol dire imporre a tutti una «fede» che per sua stessa natura non può essere imposta, ma significa compiere un gesto di alto valore educativo; un gesto doveroso, da parte di una nazione, nei confronti di se stessa - del suo passato, del suo presente e del suo futuro: non ci può essere autentico sviluppo se non abbeverandosi alla fonte da cui ha preso forma e consistenza una storia di popolo.
Per tutti questi motivi è davvero incomprensibile, come ha scritto in una nota il ministro Gelmini commentando la sentenza del TAR e annunciando il ricorso al Consiglio di Stato, che «solo la religione cattolica non debba contribuire alla valutazione globale dello studente tra tutte le attività che danno luogo a crediti formativi». Essa, infatti «esprime un patrimonio di storia, di valori e di tradizioni talmente importante che la sua unicità deve essere riconosciuta e tutelata».
Gianteo Bordero
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sabato 11 aprile 2009
IL SENSO DEL POPOLO
da Ragionpolitica.it del 10 aprile 2009
Martedì sera, mentre su Rai3 Pierluigi Bersani predicava sullo scarso - a suo dire - senso civico degli italiani, su molti degli altri canali nazionali continuavano a scorrere le immagini provenienti dall'Abruzzo martoriato dal sisma. Le immagini del salvataggio di Marta, rimasta sotto le macerie per un giorno intero ed estratta viva dopo un lungo, attento e difficile lavoro da parte dei Vigili del Fuoco. Le immagini dei volontari che senza sosta scavavano a mani nude per tirare fuori dai cumuli di mattoni e cemento gli ultimi sopravvissuti o i corpi senza vita degli ultimi dispersi. Le immagini degli uomini della Protezione Civile che si adoperavano per non lasciare soli gli sfollati accampati nelle tende. Le immagini dei medici-clown inviati dal ministro Carfagna per rendere meno amara la giornata dei bambini a cui il terremoto ha strappato la casa, la cameretta dei giochi, il mondo dei sogni. Le immagini di chi, pur essendo rimasto colpito dalla furia della terra, non si è tirato indietro per mettere in salvo chi si trovava nel bisogno e nel pericolo. Insomma, le immagini di un'umanità vera, di una solidarietà, di una generosità e di un coraggio che hanno mostrato la vera tempra, il vero carattere, ciò che di più grande e solido alberga nel profondo dell'animo degli italiani. Il contrario delle accuse mosse da Bersani, salito sul pulpito di Ballarò per puntare il dito contro la flaccidità civica del popolo a cui egli stesso appartiene.
Invece la tragedia dell'Aquila, di Onna, di Paganica, tutto il mare di dolore e di amore, di disperazione e speranza, di pianto e voglia di ricominciare, tutto quello a cui abbiamo assistito e a cui stiamo assistendo, giorno dopo giorno, ora dopo ora, dimostra che quello italiano è un popolo sano, che ha le sue radici ben piantate in una terra che non è quella devastata dal sisma, quella fragile e insicura che può essere spezzata e spazzata via dalla furia del terremoto, ma è la terra solida della storia, delle fatiche degli avi, della carne e del sangue di chi ha costruito ed edificato moralmente e spiritualmente la nostra nazione, i nostri paesi, i nostri borghi. La terra fertile che sta alla base di ogni nuovo inizio, di ogni ripresa dopo il tempo del lutto e delle lacrime, di ogni ricostruzione.
C'è chi ha perso i figli, o i genitori, o i fratelli e le sorelle, o gli amici, oppure chi ha perso tutto insieme. La casa, l'automobile, i frutti di una vita di lavoro, di tanti anni di dedizione, sacrificio e fatica. Chi non ha più nulla e nessuno. Chi ha visto portarsi via il passato e il presente. E che ora si trova di fronte soltanto l'enigma nebuloso ed incerto del futuro. Eppure, laddove tutto consiglierebbe di gridare un nulla che appare vincitore, laddove tutto suggerirebbe di maledire ogni cosa, il cielo e la terra, laddove tutto sembrerebbe indicare la strada del non senso, del niente e del rifiuto rabbioso dell'esistenza, proprio qui rimane accesa una luce, una piccola fiammella di speranza, uno spiraglio di bene in mezzo a tanto, troppo male. Lo dicono gli uomini e le donne accampati nelle tende, sdraiati in un letto d'ospedale dopo essere scampati al peggio, in lacrime al pensiero di tutto ciò che fino all'altro ieri c'era e che oggi non c'è più: dicono che l'importante è non rimanere soli, non essere lasciati soli; dicono che la vicinanza di tante persone, la condivisione del proprio dolore con coloro che gli sono al fianco, l'essere insieme, l'essere abbracciati da un'ondata di fratellanza e di calore umano... dicono che tutto ciò - tutti questi fattori e valori così radicati nel Dna del popolo italiano - sono lo spiraglio che si apre sulla luce dopo tanto buio, sono la spinta per andare avanti, per restare attaccati alla vita oggi e per ricostruire domani.
Un grande italiano, un grande narratore dello spirito del nostro popolo, Giovannino Guareschi, nell'adattamento cinematografico di uno dei suoi racconti del «Mondo Piccolo», quando tutto il paese è costretto a sfollare a causa dell'esondazione del fiume, ci ha lasciato, nelle parole di don Camillo che rimane nella sua Chiesa allagata per celebrare la Messa della domenica, una testimonianza che merita oggi di essere ricordata e che vale più di tanti commenti: «Non è la prima volta che il fiume invade le nostre case. Un giorno, però, le acque si ritireranno ed il sole ritornerà a splendere. Allora ci ricorderemo della fratellanza che ci ha unito in queste ore terribili e con la tenacia che Dio ci ha dato ricominceremo a lottare, perché il sole sia più splendente, perché i fiori siano più belli».
Gianteo Bordero
Martedì sera, mentre su Rai3 Pierluigi Bersani predicava sullo scarso - a suo dire - senso civico degli italiani, su molti degli altri canali nazionali continuavano a scorrere le immagini provenienti dall'Abruzzo martoriato dal sisma. Le immagini del salvataggio di Marta, rimasta sotto le macerie per un giorno intero ed estratta viva dopo un lungo, attento e difficile lavoro da parte dei Vigili del Fuoco. Le immagini dei volontari che senza sosta scavavano a mani nude per tirare fuori dai cumuli di mattoni e cemento gli ultimi sopravvissuti o i corpi senza vita degli ultimi dispersi. Le immagini degli uomini della Protezione Civile che si adoperavano per non lasciare soli gli sfollati accampati nelle tende. Le immagini dei medici-clown inviati dal ministro Carfagna per rendere meno amara la giornata dei bambini a cui il terremoto ha strappato la casa, la cameretta dei giochi, il mondo dei sogni. Le immagini di chi, pur essendo rimasto colpito dalla furia della terra, non si è tirato indietro per mettere in salvo chi si trovava nel bisogno e nel pericolo. Insomma, le immagini di un'umanità vera, di una solidarietà, di una generosità e di un coraggio che hanno mostrato la vera tempra, il vero carattere, ciò che di più grande e solido alberga nel profondo dell'animo degli italiani. Il contrario delle accuse mosse da Bersani, salito sul pulpito di Ballarò per puntare il dito contro la flaccidità civica del popolo a cui egli stesso appartiene.
Invece la tragedia dell'Aquila, di Onna, di Paganica, tutto il mare di dolore e di amore, di disperazione e speranza, di pianto e voglia di ricominciare, tutto quello a cui abbiamo assistito e a cui stiamo assistendo, giorno dopo giorno, ora dopo ora, dimostra che quello italiano è un popolo sano, che ha le sue radici ben piantate in una terra che non è quella devastata dal sisma, quella fragile e insicura che può essere spezzata e spazzata via dalla furia del terremoto, ma è la terra solida della storia, delle fatiche degli avi, della carne e del sangue di chi ha costruito ed edificato moralmente e spiritualmente la nostra nazione, i nostri paesi, i nostri borghi. La terra fertile che sta alla base di ogni nuovo inizio, di ogni ripresa dopo il tempo del lutto e delle lacrime, di ogni ricostruzione.
C'è chi ha perso i figli, o i genitori, o i fratelli e le sorelle, o gli amici, oppure chi ha perso tutto insieme. La casa, l'automobile, i frutti di una vita di lavoro, di tanti anni di dedizione, sacrificio e fatica. Chi non ha più nulla e nessuno. Chi ha visto portarsi via il passato e il presente. E che ora si trova di fronte soltanto l'enigma nebuloso ed incerto del futuro. Eppure, laddove tutto consiglierebbe di gridare un nulla che appare vincitore, laddove tutto suggerirebbe di maledire ogni cosa, il cielo e la terra, laddove tutto sembrerebbe indicare la strada del non senso, del niente e del rifiuto rabbioso dell'esistenza, proprio qui rimane accesa una luce, una piccola fiammella di speranza, uno spiraglio di bene in mezzo a tanto, troppo male. Lo dicono gli uomini e le donne accampati nelle tende, sdraiati in un letto d'ospedale dopo essere scampati al peggio, in lacrime al pensiero di tutto ciò che fino all'altro ieri c'era e che oggi non c'è più: dicono che l'importante è non rimanere soli, non essere lasciati soli; dicono che la vicinanza di tante persone, la condivisione del proprio dolore con coloro che gli sono al fianco, l'essere insieme, l'essere abbracciati da un'ondata di fratellanza e di calore umano... dicono che tutto ciò - tutti questi fattori e valori così radicati nel Dna del popolo italiano - sono lo spiraglio che si apre sulla luce dopo tanto buio, sono la spinta per andare avanti, per restare attaccati alla vita oggi e per ricostruire domani.
Un grande italiano, un grande narratore dello spirito del nostro popolo, Giovannino Guareschi, nell'adattamento cinematografico di uno dei suoi racconti del «Mondo Piccolo», quando tutto il paese è costretto a sfollare a causa dell'esondazione del fiume, ci ha lasciato, nelle parole di don Camillo che rimane nella sua Chiesa allagata per celebrare la Messa della domenica, una testimonianza che merita oggi di essere ricordata e che vale più di tanti commenti: «Non è la prima volta che il fiume invade le nostre case. Un giorno, però, le acque si ritireranno ed il sole ritornerà a splendere. Allora ci ricorderemo della fratellanza che ci ha unito in queste ore terribili e con la tenacia che Dio ci ha dato ricominceremo a lottare, perché il sole sia più splendente, perché i fiori siano più belli».
Gianteo Bordero
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sabato 28 febbraio 2009
LA SCUOLA, IL BULLISMO E IL SESSANTOTTO
da Ragionpolitica.it del 28 febbraio 2009
E' comparso in questi giorni su YouTube un video a suo modo shoccante, girato prima di Natale in una scuola di Rho, l'istituto tecnico Cannizzaro, da alcuni studenti dediti a riprendere le loro «imprese» vandaliche all'interno dell'aula durante il cambio d'ora: sedie gettate a terra, bottiglie lanciate dalla finestra, pareti deturpate. Fin qui niente di nuovo rispetto a molti altri filmati a cui, purtroppo, abbiamo quasi fatto il callo, e che dimostrano a quale punto di degrado si sia permesso che la scuola arrivasse, a quale infimo livello di assenza di serietà e autorevolezza, a quale stato di incuria educativa - fermo restando che, per quanto riguarda quest'ultimo punto, responsabilità importanti ricadono anche sulle famiglie.
La poco edificante «novità» del video inserito in rete dagli studenti lombardi è che i protagonisti, per dare un inquietante «tocco di originalità» al loro bullismo, non accontentandosi di emulare le gesta di altri loro colleghi, hanno preso a incendiare il crocifisso appeso alla parete dell'aula. Nel breve filmato si possono osservare i devastatori che, vedendo che il legno stenta ad infiammarsi, incitano il compagno con l'accendino, e non appena la croce iniziare a bruciare esplodono in un tripudio di «gioia»... Poi il video si interrompe.
Come detto, questo filmato, di per sé, non aggiunge nulla di nuovo a quanto già sapevamo circa il fenomeno del bullismo nelle scuole, contro il quale si è impegnata sin dall'inizio del suo mandato, e non senza conseguire risultati, il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, determinata a dare un sacrosanto e quanto mai necessario giro di vite finalizzato a ripristinare nelle scuole italiane la disciplina, il decoro, la serietà e le nozioni di base dell'educazione civica, anche grazie alla rinnovata importanza restituita al voto in condotta, che è tornato ad essere discrimine per essere promossi o bocciati.
Quello che colpisce, nel video girato nell'istituto rhodense, è la rappresentazione plastica delle ragioni che stanno alla base di quel terribile vuoto che sembra tragicamente cingere d'assedio le vite quotidiane di tanti giovani italiani. Non si tratta soltanto di quella che viene comunemente chiamata «assenza di valori», che è spesso un modo ipocrita con il quale il radicalismo chic prende le distanze da quella che ritiene essere la «feccia» della società. Più in profondità, occorre riconoscere che se siamo arrivati a questo punto è anche perché - e, forse, proprio perché - la cultura dominante negli ultimi decenni, diciamo dal '68 in poi, ha sovvertito non tanto i «valori» nella loro astrattezza, ma la tradizione sulla quale il nostro popolo si era da secoli fondato per organizzare la sua convivenza.
E la scuola è stata drammaticamente al centro di questa destrutturazione (spirituale, culturale e pedagogica) della tradizione italiana, teorizzata e alacremente perseguita dai nuovi guru dell'intellighenzia sessantottina. La parola d'ordine è divenuta il rifiuto dell'autorità, accompagnata dal rigetto di tutto ciò che sapeva di legami con un passato che ci si voleva lasciare alle spalle nel nome di un futuro radioso all'insegna della «vera libertà». Così anche l'educazione non ha più voluto significare il radicamento in una storia, in un'esperienza di popolo, in una cultura che porta con sé il respiro dei secoli, ma è divenuta il momento della «liberazione»: dai tabù, dai poteri costituiti, dai dogmi, dai vincoli, dalla morale ereditata dai nonni...
Questo è ciò che nella scuola (e più in generale nello spazio pubblico) si è respirato per trent'anni, ogni giorno, ed era inevitabile che i risultati fossero quelli che oggi tutti abbiamo sotto gli occhi. Ma il caso di Rho ci ricorda un dato in più: se vi è stata la perdita di autorevolezza, di credibilità, di serietà e, in fondo, di senso della scuola - una perdita di cui le varie e sfaccettate forme di bullismo sono conseguenza - è perché, in fondo, si è deciso di gettare nel dimenticatoio, prima ancora che i valori, l'educazione e il decoro, ciò che per secoli quei valori, quell'educazione e quel decoro ha fondato e reso fertili: il crocifisso che oggi viene dato alle fiamme dagli eredi della cultura anti-tradizionale, sfociata in un nichilismo disarmante.
Gianteo Bordero
E' comparso in questi giorni su YouTube un video a suo modo shoccante, girato prima di Natale in una scuola di Rho, l'istituto tecnico Cannizzaro, da alcuni studenti dediti a riprendere le loro «imprese» vandaliche all'interno dell'aula durante il cambio d'ora: sedie gettate a terra, bottiglie lanciate dalla finestra, pareti deturpate. Fin qui niente di nuovo rispetto a molti altri filmati a cui, purtroppo, abbiamo quasi fatto il callo, e che dimostrano a quale punto di degrado si sia permesso che la scuola arrivasse, a quale infimo livello di assenza di serietà e autorevolezza, a quale stato di incuria educativa - fermo restando che, per quanto riguarda quest'ultimo punto, responsabilità importanti ricadono anche sulle famiglie.
La poco edificante «novità» del video inserito in rete dagli studenti lombardi è che i protagonisti, per dare un inquietante «tocco di originalità» al loro bullismo, non accontentandosi di emulare le gesta di altri loro colleghi, hanno preso a incendiare il crocifisso appeso alla parete dell'aula. Nel breve filmato si possono osservare i devastatori che, vedendo che il legno stenta ad infiammarsi, incitano il compagno con l'accendino, e non appena la croce iniziare a bruciare esplodono in un tripudio di «gioia»... Poi il video si interrompe.
Come detto, questo filmato, di per sé, non aggiunge nulla di nuovo a quanto già sapevamo circa il fenomeno del bullismo nelle scuole, contro il quale si è impegnata sin dall'inizio del suo mandato, e non senza conseguire risultati, il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, determinata a dare un sacrosanto e quanto mai necessario giro di vite finalizzato a ripristinare nelle scuole italiane la disciplina, il decoro, la serietà e le nozioni di base dell'educazione civica, anche grazie alla rinnovata importanza restituita al voto in condotta, che è tornato ad essere discrimine per essere promossi o bocciati.
Quello che colpisce, nel video girato nell'istituto rhodense, è la rappresentazione plastica delle ragioni che stanno alla base di quel terribile vuoto che sembra tragicamente cingere d'assedio le vite quotidiane di tanti giovani italiani. Non si tratta soltanto di quella che viene comunemente chiamata «assenza di valori», che è spesso un modo ipocrita con il quale il radicalismo chic prende le distanze da quella che ritiene essere la «feccia» della società. Più in profondità, occorre riconoscere che se siamo arrivati a questo punto è anche perché - e, forse, proprio perché - la cultura dominante negli ultimi decenni, diciamo dal '68 in poi, ha sovvertito non tanto i «valori» nella loro astrattezza, ma la tradizione sulla quale il nostro popolo si era da secoli fondato per organizzare la sua convivenza.
E la scuola è stata drammaticamente al centro di questa destrutturazione (spirituale, culturale e pedagogica) della tradizione italiana, teorizzata e alacremente perseguita dai nuovi guru dell'intellighenzia sessantottina. La parola d'ordine è divenuta il rifiuto dell'autorità, accompagnata dal rigetto di tutto ciò che sapeva di legami con un passato che ci si voleva lasciare alle spalle nel nome di un futuro radioso all'insegna della «vera libertà». Così anche l'educazione non ha più voluto significare il radicamento in una storia, in un'esperienza di popolo, in una cultura che porta con sé il respiro dei secoli, ma è divenuta il momento della «liberazione»: dai tabù, dai poteri costituiti, dai dogmi, dai vincoli, dalla morale ereditata dai nonni...
Questo è ciò che nella scuola (e più in generale nello spazio pubblico) si è respirato per trent'anni, ogni giorno, ed era inevitabile che i risultati fossero quelli che oggi tutti abbiamo sotto gli occhi. Ma il caso di Rho ci ricorda un dato in più: se vi è stata la perdita di autorevolezza, di credibilità, di serietà e, in fondo, di senso della scuola - una perdita di cui le varie e sfaccettate forme di bullismo sono conseguenza - è perché, in fondo, si è deciso di gettare nel dimenticatoio, prima ancora che i valori, l'educazione e il decoro, ciò che per secoli quei valori, quell'educazione e quel decoro ha fondato e reso fertili: il crocifisso che oggi viene dato alle fiamme dagli eredi della cultura anti-tradizionale, sfociata in un nichilismo disarmante.
Gianteo Bordero
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domenica 16 dicembre 2007
La Nota dottrinale
su alcuni aspetti dell'evangelizzazione
di Gianteo Bordero
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 15 dicembre 2007
Christopher Dawson, nel suo saggio Il cristianesimo e la formazione della civiltà occidentale, individua nell'opera dei missionari uno degli elementi che hanno consentito a popoli altrimenti disomogenei per storia, cultura e tradizioni di dare vita alla casa comune dell'Europa prima e di diffondere poi, in tutto il mondo, un nuovo e «vincente» modello di società, fondato sulla centralità e sulla dignità della persona umana...CONTINUA...
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giovedì 13 dicembre 2007
La sfera e la croce
di Gianteo Bordero
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 13 dicembre 2007
Sebbene si tratti di un caso isolato, l'episodio deve comunque far riflettere, perché è indice di una brutta aria che si respira nei rapporti tra la nostra civiltà occidentale e l'Islam: Baris Kaska, avvocato turco esperto di diritto europeo, si è rivolto ad un giudice di Smirne per chiedere l'annullamento della partita di Champions League Inter-Fenerbahce, svoltasi allo stadio Meazza lo scorso 27 novembre...CONTINUA...
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sabato 23 giugno 2007
Ue, la grande sfida è ritrovare le radici
di Gianteo Bordero
da "Avanti!" del 23 giugno 2007
Al Consiglio europeo di Bruxelles l’Ue cerca di rimettere insieme i cocci del Trattato costituzionale, ma il gioco dei veti incrociati e le stesse dichiarazioni dei protagonisti lasciano intendere che non è più il tempo dei sogni e che, più realisticamente, si tratta di riuscire almeno a trovare un accordo, pena la paralisi, sui meccanismi istituzionali che presiedono al funzionamento dell’Unione Europea...CONTINUA...
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