da Ragionpolitica.it del 26 ottobre 2010
Che cosa teorizzano, in realtà, coloro che oggi caldeggiano la nascita di un governo di transizione alternativo al governo Berlusconi? Niente di più e niente di meno che il ritorno alla partitocrazia. Le giustificazioni (la necessità di modificare la legge elettorale e di gestire in modo diverso la crisi economica) che i vari D'Alema, Casini, Fini adducono per motivare siffatta proposta altro non sono altro che lo specchietto per le allodole con cui essi tentano di nobilitare un'operazione che di nobile ha davvero poco. Si tratta, in sostanza, di una prospettiva che riporterebbe il nostro Paese agli anni peggiori della Prima Repubblica, quando la democrazia parlamentare compiuta alla quale aveva lavorato Alcide De Gasperi degradò verso quella forma di regime partitocratico e consociativo che si è protratta fino all'inizio degli anni Novanta del secolo scorso.
De Gasperi aveva compreso che il problema centrale derivante dall'assetto istituzionale prodotto dalla Carta del '48 era l'assenza di un vero statuto di governo, tale cioè da garantire robustezza e continuità all'azione riformatrice dell'esecutivo. Occorreva, a Costituzione invariata, affermare con chiarezza l'idea secondo la quale compito supremo del parlamento è quello di esprimere una solida, stabile e coesa maggioranza di governo. Egli tentò di realizzare la sua intuizione con la legge elettorale varata, dopo molte polemiche e un forte ostruzionismo delle opposizioni, nei primi mesi del 1953. La nuova normativa prevedeva la possibilità dell'apparentamento di due o più partiti e, assieme a ciò, un premio di maggioranza (65% dei seggi) al partito o alla coalizione di partiti che avessero superato la metà del totale dei voti validi. Quella che la sinistra definì come «legge truffa» era in realtà lo strumento che avrebbe potuto evitare al Paese trent'anni e più d'instabilità di governo - con tutte le deleterie conseguenze che ciò ha comportato - e il diffondersi sempre più pervasivo della partitocrazia. Purtroppo, nelle elezioni politiche del 7 giugno del '53, il premio di maggioranza non scattò per poche migliaia di voti (il quadripartito Dc, Pli, Pri e Psdi raggiunse quota 49,8%). Fu una sconfitta cocente per De Gasperi. Una sconfitta che segnò il tramonto non soltanto della parabola politica del grande leader democristiano, ma anche, per usare le parole di Baget Bozzo, del «tentativo cattolico liberale di dare una vera vita parlamentare alla democrazia italiana». Ciò che venne dopo, infatti, fu infatti quell'assemblearismo consociativo che ha rappresentato una pagina grigia della nostra storia. La politica - nota ancora Baget Bozzo - fu ridotta a «mera tattica, fatta di accordi convergenti senza fini comuni, maggioranze di fatto e di compromesso».
Questo breve excursus storico è utile per comprendere qual è il rischio che corre il nostro Paese qualora dovesse realizzarsi, nei prossimi mesi, l'ipotesi di un governo di transizione sostenuto da forze in gran parte diverse da quelle premiate dai cittadini nel 2008. Tanto più che tale esecutivo avrebbe, come primo punto all'ordino del giorno, proprio la cancellazione, dall'attuale legge elettorale, di quel premio di maggioranza che oggi garantisce alla coalizione che ha ottenuto il maggior numero di consensi la quota di parlamentari sufficiente per governare e dare attuazione concreta al programma presentato ai cittadini. Il tanto detestato e criticato «Porcellum» ha infatti il pregio, così come lo aveva la legge De Gasperi, di far coincidere maggioranza parlamentare e maggioranza di governo, anche grazie all'indicazione del nome del candidato presidente del Consiglio all'interno del simbolo elettorale. Ciò corrisponde a quello che gli italiani hanno chiesto a gran voce a partire dai referendum Segni del '93, che diedero l'impulso alla nascita di quel bipolarismo che rappresenta la conquista maggiore della Seconda Repubblica. L'alternativa proposta dai fautori di un nuovo esecutivo (sostenuto da partiti altri da quelli usciti vincitori due anni fa) e di una nuova legge elettorale (senza più premio di maggioranza) non è dunque, checché essi ne dicano, un passo in avanti verso una compiuta democrazia governante, ma una pericolosa replica del tempo in cui i partiti pensavano di avere dai cittadini una delega in bianco per gestire a modo loro tutto il potere disponibile, assorbendo così in se stessi tutta l'ampiezza della sovranità popolare.
Gianteo Bordero
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martedì 26 ottobre 2010
giovedì 8 luglio 2010
SOGNARE IL TERZO POLO E SVEGLIARSI SUDATI
da Ragionpolitica.it dell'8 luglio 2010
Il mitico e mitizzato «Terzo Polo», di cui oggi si torna ancora una volta a parlare, è il sogno perpetuo di tutti quei politici che, con la testa e con il cuore, sono rimasti fermi alla Prima Repubblica. Cioè a quando i governi e i presidenti del Consiglio non li sceglievano i cittadini col voto, bensì le segreterie di partito. Le quali, dopo ogni tornata elettorale, si sedevano a tavolino e, come piccoli alchimisti, cercavano la formula giusta e i numeri necessari per mettere in piedi un esecutivo.
Quel tempo - piaccia o no - è finito sedici anni fa, nel 1994, quando un imprenditore brianzolo di nome Silvio Berlusconi decise, dopo lo tsunami di Mani Pulite e di fronte alla prospettiva di un'inquietante ascesa al potere della «gioiosa macchina da guerra» organizzata dal partito post-comunista, di gettarsi nella mischia e di creare un «Polo» alternativo a quello della sinistra uscita miracolosamente indenne dalle inchieste giudiziarie. Da lì, anche grazie al sistema elettorale maggioritario che si era affermato nei referendum Segni del 1993, prese finalmente forma anche nel nostro paese il bipolarismo tipico delle democrazie più evolute, in cui si fronteggiano due schieramenti distinti e distanti per idee, obbiettivi, cultura politica. Tali schieramenti si presentano agli elettori chiedendo la fiducia sulla base di un programma di governo ben definito, e per così dire «incarnato» dalla figura del leader della coalizione. Non più, dunque, estenuanti liturgie di palazzo e bizantinismi di vario genere per decidere consociativamente, nelle segrete stanze di partito, a chi affidare la guida del paese, bensì la scelta diretta, da parte dei cittadini, di uno schieramento, di un leader, di un programma e, in sostanza, dello stesso governo.
Ma - osservano oggi i terzopolisti di ogni ordine e grado - negli scorsi tre lustri le due coalizioni si sono spesso dimostrate politicamente fragili, litigiose e non in grado di reggere la prova di un'intera legislatura (solo la Casa delle Libertà ci è riuscita negli anni 2001-2006). Ergo - ne deducono - bisogna buttare via il bambino assieme all'acqua sporca, cioè mettere sotto accusa il bipolarismo in quanto tale, il sistema dell'alternanza tra centrodestra e centrosinistra, scrivere una nuova legge elettorale che con qualche astruso meccanismo permetta al «Terzo Polo» antibipolare di prendere più potere con meno voti, di insediarsi a palazzo sol in nome di un superiore senso di «responsabilità nazionale». Come se i cittadini fossero incapaci di intendere e di volere e occorresse un partito di illuminati per raddrizzare le loro scelte sbagliate e testardamente fossilizzate sulla scelta tra destra e sinistra. Popolo bue.
Quello che i fautori del Terzo Polo non comprendono è che i difetti di quella che è stata chiamata «Seconda Repubblica» non sono imputabili al bipolarismo in sé considerato, ma sono dovuti semmai alle iniezioni del vecchio sistema nel nuovo. A partire, ad esempio, dalla sciagurata scelta del «Mattarellum», che si fece beffe del referendum Segni introducendo una quota di proporzionale nel nuovo metodo di voto e aprì la strada a una frammentazione che oggi è stata superata solo grazie all'evoluzione in senso ancor più bipolare delle due coalizioni (2008).
Insomma, come in ogni processo politico di grande portata bisogna dare tempo al tempo, lasciare che le cose maturino, operando per correggere le criticità che man mano emergono. Senza catastrofismi, senza invocare a ogni piè sospinto il ritorno al passato, senza evocare un giorno sì e l'altro pure il motto «si stava meglio quando si stava peggio». La qual cosa può essere vera per certi terzopolisti ora finiti ai margini del panorama politico, ma di sicuro non per la stragrande maggioranza degli elettori, che di giochi e giochetti di palazzo non ne può davvero più.
Gianteo Bordero
Il mitico e mitizzato «Terzo Polo», di cui oggi si torna ancora una volta a parlare, è il sogno perpetuo di tutti quei politici che, con la testa e con il cuore, sono rimasti fermi alla Prima Repubblica. Cioè a quando i governi e i presidenti del Consiglio non li sceglievano i cittadini col voto, bensì le segreterie di partito. Le quali, dopo ogni tornata elettorale, si sedevano a tavolino e, come piccoli alchimisti, cercavano la formula giusta e i numeri necessari per mettere in piedi un esecutivo.
Quel tempo - piaccia o no - è finito sedici anni fa, nel 1994, quando un imprenditore brianzolo di nome Silvio Berlusconi decise, dopo lo tsunami di Mani Pulite e di fronte alla prospettiva di un'inquietante ascesa al potere della «gioiosa macchina da guerra» organizzata dal partito post-comunista, di gettarsi nella mischia e di creare un «Polo» alternativo a quello della sinistra uscita miracolosamente indenne dalle inchieste giudiziarie. Da lì, anche grazie al sistema elettorale maggioritario che si era affermato nei referendum Segni del 1993, prese finalmente forma anche nel nostro paese il bipolarismo tipico delle democrazie più evolute, in cui si fronteggiano due schieramenti distinti e distanti per idee, obbiettivi, cultura politica. Tali schieramenti si presentano agli elettori chiedendo la fiducia sulla base di un programma di governo ben definito, e per così dire «incarnato» dalla figura del leader della coalizione. Non più, dunque, estenuanti liturgie di palazzo e bizantinismi di vario genere per decidere consociativamente, nelle segrete stanze di partito, a chi affidare la guida del paese, bensì la scelta diretta, da parte dei cittadini, di uno schieramento, di un leader, di un programma e, in sostanza, dello stesso governo.
Ma - osservano oggi i terzopolisti di ogni ordine e grado - negli scorsi tre lustri le due coalizioni si sono spesso dimostrate politicamente fragili, litigiose e non in grado di reggere la prova di un'intera legislatura (solo la Casa delle Libertà ci è riuscita negli anni 2001-2006). Ergo - ne deducono - bisogna buttare via il bambino assieme all'acqua sporca, cioè mettere sotto accusa il bipolarismo in quanto tale, il sistema dell'alternanza tra centrodestra e centrosinistra, scrivere una nuova legge elettorale che con qualche astruso meccanismo permetta al «Terzo Polo» antibipolare di prendere più potere con meno voti, di insediarsi a palazzo sol in nome di un superiore senso di «responsabilità nazionale». Come se i cittadini fossero incapaci di intendere e di volere e occorresse un partito di illuminati per raddrizzare le loro scelte sbagliate e testardamente fossilizzate sulla scelta tra destra e sinistra. Popolo bue.
Quello che i fautori del Terzo Polo non comprendono è che i difetti di quella che è stata chiamata «Seconda Repubblica» non sono imputabili al bipolarismo in sé considerato, ma sono dovuti semmai alle iniezioni del vecchio sistema nel nuovo. A partire, ad esempio, dalla sciagurata scelta del «Mattarellum», che si fece beffe del referendum Segni introducendo una quota di proporzionale nel nuovo metodo di voto e aprì la strada a una frammentazione che oggi è stata superata solo grazie all'evoluzione in senso ancor più bipolare delle due coalizioni (2008).
Insomma, come in ogni processo politico di grande portata bisogna dare tempo al tempo, lasciare che le cose maturino, operando per correggere le criticità che man mano emergono. Senza catastrofismi, senza invocare a ogni piè sospinto il ritorno al passato, senza evocare un giorno sì e l'altro pure il motto «si stava meglio quando si stava peggio». La qual cosa può essere vera per certi terzopolisti ora finiti ai margini del panorama politico, ma di sicuro non per la stragrande maggioranza degli elettori, che di giochi e giochetti di palazzo non ne può davvero più.
Gianteo Bordero
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martedì 12 gennaio 2010
LA DEBOLE STRATEGIA DELL'UDC
da Ragionpolitica.it del 12 gennaio 2010
Il coordinatore nazionale del Pdl e ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, ha descritto con precisione, in un intervento pubblicato dalla Stampa il 9 gennaio, l'attuale strategia portata avanti dall'Udc di Pier Ferdinando Casini. Ha osservato Bondi: «Dal momento in cui ha scelto di non aderire al Pdl e di correre - con coraggio, va detto - un'avventura politica autonoma, l'ex esponente della Democrazia Cristiana ha fondato la sua politica unicamente sulla previsione dello sfaldamento, della disgregazione e della dissoluzione dell'attuale sistema politico. L'Udc scommette ancora una volta sul dopo Berlusconi, nella convinzione che solo Berlusconi mantiene in vita sia il Pd che il Pdl». Secondo il coordinatore del Popolo della Libertà, «si tratta in realtà di un'analisi grossolana e semplicistica dei cambiamenti avvenuti nel corso di questi ultimi vent'anni, sulla base di una certa superbia della politica, che alla fine si rivela soltanto velleitaria e inconcludente».
Per comprendere quanto l'analisi del ministro colga nel segno basta osservare le ultime mosse dell'Udc in vista della definizione delle alleanze per le elezioni regionali del marzo prossimo. Alleanze, come si suol dire, «a macchia di leopardo», che rispondono alla vecchia politica dei due forni, un po' di qua e un po' di là, con il fine - esplicitamente dichiarato dallo stesso Casini - di destrutturare l'attuale quadro bipolare. Così, se nel Lazio e in Calabria, ad esempio, l'Udc si dice pronta a sostenere i candidati governatori indicati dal centrodestra (Renata Polverini e Giuseppe Scopelliti), in Puglia e in Piemonte il partito centrista appoggerà i candidati del centrosinistra (Francesco Boccia - in verità ancora incerto - e Mercedes Bresso). In tutti i casi si tratta di scelte che puntano a portare scompiglio nei due schieramenti. Per quanto riguarda il centrodestra, infatti, Pier Ferdinando afferma di voler sostenere Polverini e Scoppeliti non in forza di un accordo politico con i partiti che compongono la coalizione, bensì in ragione della sola credibilità e autorevolezza dei candidati; detta fuor di politichese: il leader dell'Unione di Centro pensa che appoggiando due esponenti di spicco della cosiddetta «area finiana» del Pdl potrà smuovere le acque nel partito di maggioranza ed alterarne gli equilibri interni in direzione antiberlusconiana. Per quanto riguarda il centrosinistra, prendendo in esame soprattutto l'alleanza che si profila in Puglia, Casini mira a separare in maniera definitiva il Partito Democratico dalla sinistra radicale, spingendolo verso una nuova aggregazione che tagli fuori le estreme e si candidi a governare il paese dal centro, come la Democrazia Cristiana ai tempi della Prima Repubblica: sarebbe una nuova edizione del centro-sinistra (col trattino) alla quale, secondo il capo dell'Udc, potrebbero aggregarsi ampi settori del Popolo della Libertà dopo l'uscita di scena di Berlusconi.
Come si vede, il punto a cui tendono le variegate alleanze dell'Udc è sempre lo stesso (il «dopo-Berlusconi»), perché identico è il punto da cui esse si dipartono: l'idea che l'attuale bipolarismo sia una forma politica fittizia, che si regge soltanto sulla presenza del Cavaliere sulla scena e che è destinata a lasciare il posto al ritorno del bel tempo che fu. In sostanza, Casini è convinto che dopo Berlusconi il sistema fondato sul rapporto diretto tra leader degli schieramenti e popolo si sfalderà e tornerà in auge il primato dei partiti nel decidere le sorti della Repubblica e delle sue istituzioni - da qui la preferenza dell'Udc per un sistema elettorale di stampo tedesco, che faccia piazza pulita di ogni tendenza presidenzialista. Tirando le somme, Pier Ferdinando ritiene che quella che ha avuto inizio nel 1994 sia soltanto una (triste) parentesi per la storia politica italiana, che egli vede caratterizzata ontologicamente dalla centralità dei partiti e che ad essa deve sempre fare ritorno. Da qui la sua strategia volta a scomporre gli schieramenti e a seminare zizzania all'interno di essi.
Come Casini pensi di realizzare l'obiettivo finale di tale strategia è difficile a dirsi. Non soltanto perché i numeri vanno in direzione opposta da quella da lui indicata, con il 70% dei voti degli italiani che si concentra su due partiti alternativi in una logica tipica delle grandi democrazie, ma anche e soprattutto perché, come afferma Bondi, il leader dell'Udc non vede - o finge di non vedere - come negli ultimi sedici anni il paese sia cambiato e come gli elettori abbiano ormai abbracciato senza indugi la chiarezza insita in un moderno sistema bipolare, nel quale si contrappongono due grandi schieramenti diversi per programmi, storia e valori. Tutto il resto è caos.
Gianteo Bordero
Il coordinatore nazionale del Pdl e ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, ha descritto con precisione, in un intervento pubblicato dalla Stampa il 9 gennaio, l'attuale strategia portata avanti dall'Udc di Pier Ferdinando Casini. Ha osservato Bondi: «Dal momento in cui ha scelto di non aderire al Pdl e di correre - con coraggio, va detto - un'avventura politica autonoma, l'ex esponente della Democrazia Cristiana ha fondato la sua politica unicamente sulla previsione dello sfaldamento, della disgregazione e della dissoluzione dell'attuale sistema politico. L'Udc scommette ancora una volta sul dopo Berlusconi, nella convinzione che solo Berlusconi mantiene in vita sia il Pd che il Pdl». Secondo il coordinatore del Popolo della Libertà, «si tratta in realtà di un'analisi grossolana e semplicistica dei cambiamenti avvenuti nel corso di questi ultimi vent'anni, sulla base di una certa superbia della politica, che alla fine si rivela soltanto velleitaria e inconcludente».
Per comprendere quanto l'analisi del ministro colga nel segno basta osservare le ultime mosse dell'Udc in vista della definizione delle alleanze per le elezioni regionali del marzo prossimo. Alleanze, come si suol dire, «a macchia di leopardo», che rispondono alla vecchia politica dei due forni, un po' di qua e un po' di là, con il fine - esplicitamente dichiarato dallo stesso Casini - di destrutturare l'attuale quadro bipolare. Così, se nel Lazio e in Calabria, ad esempio, l'Udc si dice pronta a sostenere i candidati governatori indicati dal centrodestra (Renata Polverini e Giuseppe Scopelliti), in Puglia e in Piemonte il partito centrista appoggerà i candidati del centrosinistra (Francesco Boccia - in verità ancora incerto - e Mercedes Bresso). In tutti i casi si tratta di scelte che puntano a portare scompiglio nei due schieramenti. Per quanto riguarda il centrodestra, infatti, Pier Ferdinando afferma di voler sostenere Polverini e Scoppeliti non in forza di un accordo politico con i partiti che compongono la coalizione, bensì in ragione della sola credibilità e autorevolezza dei candidati; detta fuor di politichese: il leader dell'Unione di Centro pensa che appoggiando due esponenti di spicco della cosiddetta «area finiana» del Pdl potrà smuovere le acque nel partito di maggioranza ed alterarne gli equilibri interni in direzione antiberlusconiana. Per quanto riguarda il centrosinistra, prendendo in esame soprattutto l'alleanza che si profila in Puglia, Casini mira a separare in maniera definitiva il Partito Democratico dalla sinistra radicale, spingendolo verso una nuova aggregazione che tagli fuori le estreme e si candidi a governare il paese dal centro, come la Democrazia Cristiana ai tempi della Prima Repubblica: sarebbe una nuova edizione del centro-sinistra (col trattino) alla quale, secondo il capo dell'Udc, potrebbero aggregarsi ampi settori del Popolo della Libertà dopo l'uscita di scena di Berlusconi.
Come si vede, il punto a cui tendono le variegate alleanze dell'Udc è sempre lo stesso (il «dopo-Berlusconi»), perché identico è il punto da cui esse si dipartono: l'idea che l'attuale bipolarismo sia una forma politica fittizia, che si regge soltanto sulla presenza del Cavaliere sulla scena e che è destinata a lasciare il posto al ritorno del bel tempo che fu. In sostanza, Casini è convinto che dopo Berlusconi il sistema fondato sul rapporto diretto tra leader degli schieramenti e popolo si sfalderà e tornerà in auge il primato dei partiti nel decidere le sorti della Repubblica e delle sue istituzioni - da qui la preferenza dell'Udc per un sistema elettorale di stampo tedesco, che faccia piazza pulita di ogni tendenza presidenzialista. Tirando le somme, Pier Ferdinando ritiene che quella che ha avuto inizio nel 1994 sia soltanto una (triste) parentesi per la storia politica italiana, che egli vede caratterizzata ontologicamente dalla centralità dei partiti e che ad essa deve sempre fare ritorno. Da qui la sua strategia volta a scomporre gli schieramenti e a seminare zizzania all'interno di essi.
Come Casini pensi di realizzare l'obiettivo finale di tale strategia è difficile a dirsi. Non soltanto perché i numeri vanno in direzione opposta da quella da lui indicata, con il 70% dei voti degli italiani che si concentra su due partiti alternativi in una logica tipica delle grandi democrazie, ma anche e soprattutto perché, come afferma Bondi, il leader dell'Udc non vede - o finge di non vedere - come negli ultimi sedici anni il paese sia cambiato e come gli elettori abbiano ormai abbracciato senza indugi la chiarezza insita in un moderno sistema bipolare, nel quale si contrappongono due grandi schieramenti diversi per programmi, storia e valori. Tutto il resto è caos.
Gianteo Bordero
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mercoledì 3 settembre 2008
PDL. UN PARTITO NAZIONAL-POPOLARE
da Ragionpolitica.it del 2 settembre 2008
Avanzo una proposta per definire in termini politici il nascituro partito del Popolo della Libertà. Poiché il nuovo soggetto dovrà giocoforza presentarsi sugli scaffali del grande supermarket dei partiti con un suo brand specifico e ben riconoscibile dai cittadini, e lo dovrà fare differenziandosi da quelle che sono le offerte presenti attualmente sul mercato politico, propongo di assegnare al Pdl la caratterizzazione di «partito nazional-popolare». Cioè di partito dell'Italia, della tradizione italiana, dell'identità italiana.
Vediamo che oggi, infatti, esistono sulla scena un grande partito che si definisce «democratico», un grande partito «federalista», un (meno grande) partito «dei valori», un partito «centrista». E, se guardiamo anche al di fuori delle aule parlamentari, troviamo due partiti «comunisti», un partito «verde», un partito «socialista», un partito di «destra», solo per citare i più rappresentativi di tendenze ben radicate all'interno dell'elettorato. E' chiaro quindi, rebus sic stantibus, che la definizione di «partito nazional-popolare», con tutto il valore aggiunto che una tale caratterizzazione comporta, sarebbe prerogativa assoluta del Popolo della Libertà, il suo marchio di fabbrica.
E sarebbe anche, in sostanza, il miglior modo per sintetizzare le due grandi esperienze politiche che in esso stanno confluendo: quella di Forza Italia e quella di Alleanza Nazionale, che fanno entrambe riferimento, nella loro denominazione, al nostro paese, e che, sin dal momento della loro fondazione, hanno portato avanti con tenacia ed orgoglio una politica incentrata sulla difesa e sulla promozione dell'interesse nazionale, dell'italianità e dell'immagine dell'Italia nel mondo.
La genesi storica dei due partiti può aiutarci a comprendere anche la particolare declinazione che potrebbe assumere l'aggettivo «nazional-popolare» in riferimento al Pdl e la differenza del nuovo soggetto dal resto dei partiti «popolari» presenti in Europa. Forza Italia nasce nel momento culmine della delegittimazione dell'idea dell'Italia come Stato nazionale, quando l'onda lunga di Mani Pulite copre d'infamia la classe politica che aveva governato il paese dal dopoguerra in poi. Nasce come risposta all'azzeramento per via giudiziaria della tradizione repubblicana. Nasce come nuova possibilità democratica offerta al popolo orfano dei partiti popolari. Alleanza Nazionale nasce invece come ultimo approdo del percorso intrapreso dalla destra italiana nel dopoguerra, come distillato finale di un lungo cammino di purificazione dalle scorie del fascismo, trattenendo il valore della patria ma reinserendolo in un quadro ormai compiutamente democratico. Da un lato, dunque, un partito creato nell'emergenza per salvare ciò che restava dell'Italia come sentimento popolare, dall'altro un partito nato come frutto maturo della decennale storia della destra nazionale.
Un connubio singolare - un caso unico in Europa - ma ineluttabile. Un connubio che, come abbiamo visto, ha alle spalle non tanto l'ideologia, quanto la storia: la storia di un uomo, Berlusconi, che si fa voce del popolo, e la storia di un partito che, nei lunghi anni del «sonno della nazione», tiene vivo l'orgoglio nazionale. Un connubio fondato perciò non su un'astrazione («liberalismo», «riformismo», eccetera) ma su un fatto: l'Italia, la sua tradizione, la sua identità. La sua storia, la sua cultura, le sue città. I suoi valori, i suoi tesori, le sue radici.
Questa è e sarà la forza del Popolo della Libertà, il miglior investimento per un lungo e duraturo cammino politico: mettere al centro di ogni proposta, di ogni campagna elettorale, di ogni atto di governo l'amore per l'Italia. Il che non significa buoni sentimenti campati per aria, ma precise politiche nei più svariati campi: dall'immigrazione alla sicurezza, dall'economia all'industria, passando per la politica estera. Lo sta già mostrando il governo Berlusconi con i suoi provvedimenti di questi primi mesi di attività, da ultimo quello sull'Alitalia. Ora si tratta di proseguire su questa strada - che non è pragmatismo puro senza ideali, ma puro patriottismo - nel cammino che porterà alla nascita del Popolo della Libertà come partito. Il partito del popolo e della nazione italiani.
Gianteo Bordero
Avanzo una proposta per definire in termini politici il nascituro partito del Popolo della Libertà. Poiché il nuovo soggetto dovrà giocoforza presentarsi sugli scaffali del grande supermarket dei partiti con un suo brand specifico e ben riconoscibile dai cittadini, e lo dovrà fare differenziandosi da quelle che sono le offerte presenti attualmente sul mercato politico, propongo di assegnare al Pdl la caratterizzazione di «partito nazional-popolare». Cioè di partito dell'Italia, della tradizione italiana, dell'identità italiana.
Vediamo che oggi, infatti, esistono sulla scena un grande partito che si definisce «democratico», un grande partito «federalista», un (meno grande) partito «dei valori», un partito «centrista». E, se guardiamo anche al di fuori delle aule parlamentari, troviamo due partiti «comunisti», un partito «verde», un partito «socialista», un partito di «destra», solo per citare i più rappresentativi di tendenze ben radicate all'interno dell'elettorato. E' chiaro quindi, rebus sic stantibus, che la definizione di «partito nazional-popolare», con tutto il valore aggiunto che una tale caratterizzazione comporta, sarebbe prerogativa assoluta del Popolo della Libertà, il suo marchio di fabbrica.
E sarebbe anche, in sostanza, il miglior modo per sintetizzare le due grandi esperienze politiche che in esso stanno confluendo: quella di Forza Italia e quella di Alleanza Nazionale, che fanno entrambe riferimento, nella loro denominazione, al nostro paese, e che, sin dal momento della loro fondazione, hanno portato avanti con tenacia ed orgoglio una politica incentrata sulla difesa e sulla promozione dell'interesse nazionale, dell'italianità e dell'immagine dell'Italia nel mondo.
La genesi storica dei due partiti può aiutarci a comprendere anche la particolare declinazione che potrebbe assumere l'aggettivo «nazional-popolare» in riferimento al Pdl e la differenza del nuovo soggetto dal resto dei partiti «popolari» presenti in Europa. Forza Italia nasce nel momento culmine della delegittimazione dell'idea dell'Italia come Stato nazionale, quando l'onda lunga di Mani Pulite copre d'infamia la classe politica che aveva governato il paese dal dopoguerra in poi. Nasce come risposta all'azzeramento per via giudiziaria della tradizione repubblicana. Nasce come nuova possibilità democratica offerta al popolo orfano dei partiti popolari. Alleanza Nazionale nasce invece come ultimo approdo del percorso intrapreso dalla destra italiana nel dopoguerra, come distillato finale di un lungo cammino di purificazione dalle scorie del fascismo, trattenendo il valore della patria ma reinserendolo in un quadro ormai compiutamente democratico. Da un lato, dunque, un partito creato nell'emergenza per salvare ciò che restava dell'Italia come sentimento popolare, dall'altro un partito nato come frutto maturo della decennale storia della destra nazionale.
Un connubio singolare - un caso unico in Europa - ma ineluttabile. Un connubio che, come abbiamo visto, ha alle spalle non tanto l'ideologia, quanto la storia: la storia di un uomo, Berlusconi, che si fa voce del popolo, e la storia di un partito che, nei lunghi anni del «sonno della nazione», tiene vivo l'orgoglio nazionale. Un connubio fondato perciò non su un'astrazione («liberalismo», «riformismo», eccetera) ma su un fatto: l'Italia, la sua tradizione, la sua identità. La sua storia, la sua cultura, le sue città. I suoi valori, i suoi tesori, le sue radici.
Questa è e sarà la forza del Popolo della Libertà, il miglior investimento per un lungo e duraturo cammino politico: mettere al centro di ogni proposta, di ogni campagna elettorale, di ogni atto di governo l'amore per l'Italia. Il che non significa buoni sentimenti campati per aria, ma precise politiche nei più svariati campi: dall'immigrazione alla sicurezza, dall'economia all'industria, passando per la politica estera. Lo sta già mostrando il governo Berlusconi con i suoi provvedimenti di questi primi mesi di attività, da ultimo quello sull'Alitalia. Ora si tratta di proseguire su questa strada - che non è pragmatismo puro senza ideali, ma puro patriottismo - nel cammino che porterà alla nascita del Popolo della Libertà come partito. Il partito del popolo e della nazione italiani.
Gianteo Bordero
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