da Ragionpolitica.it del 28 gennaio 2011
Povero Bersani! Politico generoso ma senza carisma nel tempo delle leadership personali, egli viene di volta in volta eclissato da chi, nel Partito Democratico o nell'area del centrosinistra, si rivela dotato di un qualche appeal capace di esercitare una forte presa sull'opinione pubblica e sull'elettorato della gauche. Si chiami costui Matteo Renzi, Nichi Vendola, Walter Veltroni o Roberto Saviano, l'effetto è sempre lo stesso: l'attuale segretario del maggior partito dell'opposizione, che in via teorica potrebbe e dovrebbe legittimamente aspirare a diventare il leader indiscusso di tutto lo «schieramento avverso» al centrodestra, di fatto non riesce invece a porsi e proporsi come figura di riferimento dell'intero centrosinistra, e neppure dello stesso Pd.
Lo confermano due eventi accaduti negli ultimi giorni: da un lato il discorso di Walter Veltroni al Lingotto e soprattutto l'accoglienza che ad esso è stata riservata da Repubblica, dall'altro lato la denuncia di Roberto Saviano a proposito delle irregolarità nelle primarie napoletane del Pd per la scelta del candidato sindaco. Nel primo caso un editoriale di Eugenio Scalfari ha in sostanza riconosciuto all'iniziativa del già sindaco di Roma e già segretario democrat il merito di aver riportato il partito al centro della scena, svegliandolo dal torpore nel quale esso si trovava: Veltroni, secondo il fondatore di Repubblica, «ha parlato da leader, con la passione e l'eloquenza d'un leader ed anche con il senso di unità e di generosità che un leader deve avere, il desiderio di fare squadra, di rilanciare una scommessa all'insegna del cambiamento». E ancora: rispetto a Bersani, a D'Alema, a Franceschini, Veltroni «possiede un "in più" che nessuno degli altri ha: è capace di evocare un sogno». E' il «carisma», che «potrà funzionare oppure no», ma nel Pd Walter «oggi è il solo che possieda quel requisito». Un talento che Scalfari di fatto contrappone al «parlare paesano e colloquiale» di Bersani, il cui intervento al Lingotto dopo quello di Veltroni «faceva uno strano effetto, di quelli che spesso Crozza provoca quando lo imita a Ballarò». Bravo, buono, intelligente e pragmatico l'attuale segretario - dice in sostanza il padre di Repubblica - ma privo di quelle doti di leadership carismatica espresse dal suo predecessore. Considerato il peso che il quotidiano di Largo Fochetti ha nell'indirizzare gli umori dell'elettorato del Pd e del centrosinistra, è facile dedurre che per Bersani non si prospettino tempi tranquilli.
Cosa, questa, confermata anche dalla vicenda delle primarie napoletane e dalla «discesa in campo» di Roberto Saviano per chiederne l'annullamento. L'autore di Gomorra ha parlato di un risultato della consultazione distorto e inficiato da infiltrazioni esterne al partito, con l'attivismo di personaggi poco raccomandabili, «faccendieri che cercano voti e li comprano per poter poi chiedere in cambio, al candidato, poteri e favori». Voti comprati dai clan? «Non proprio, ma dagli eterni mediatori che vivono nello spazio tra la politica, l'impresa e la criminalità». Non certo una bella immagine, quella descritta da Saviano: «Le primarie di Napoli sono state davvero un grande caos, forse addirittura un'occasione persa e una brutta figura». La soluzione? Azzerare tutto e proporre alla città la candidatura del magistrato anti-camorra Raffaele Cantone. Risultato: Saviano chiama e Bersani risponde, congelando la proclamazione del vincitore delle primarie, commissariando il partito a Napoli e cancellando la prevista assemblea nazionale nel capoluogo campano. La domanda sorge spontanea: chi detta davvero la linea all'interno del Pd? La risposta oggi sembrerebbe essere: tutti tranne Bersani.
Su Saviano, in particolare, occorre sottolineare, anche alla luce dell'articolo in difesa dei pm milanesi pubblicato il 28 gennaio da Repubblica, che la sua influenza diretta sull'elettorato del Pd e indiretta sulla sua dirigenza può avere come conseguenza quella di cristallizzare in maniera irreversibile la figura dei democratici come «partito dei giudici», o peggio come «partito delle procure». Verrebbe così vanificato ogni sforzo compiuto dagli esponenti più riformisti per affrancarsi da quel giustizialismo che non a torto è stato descritto come la caratteristica principale del post-comunismo italiano a partire da Mani Pulite. Sarebbe un passo indietro che condannerebbe il Pd nella ridotta giacobina, archiviandone definitivamente ogni ambizione di proporsi all'elettorato come partito di governo dotato di un progetto complessivo per il sistema-Paese.
Gianteo Bordero
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venerdì 28 gennaio 2011
martedì 4 gennaio 2011
IL MA-ANCHISMO, MALATTIA CONGENITA DEL PD
da Ragionpolitica.it del 4 gennaio 2011
Sulla vicenda Fiat bene Marchionne, ma anche la Fiom ha le sue ragioni. Sulle alleanze porte aperte al Terzo Polo, ma anche alla sinistra di Nichi Vendola. Sulle primarie non si torna indietro, ma occorre anche una riflessione sulla loro utilità. L'elenco potrebbe continuare, ma ci fermiamo ai tre temi di maggiore attualità. La sostanza è sempre la stessa: non c'è argomento all'ordine del giorno nel dibattito politico italiano su cui il Partito Democratico riesca ad assumere una posizione netta ed univoca, o di qua o di là: o con l'ad di Fiat o con i metalmeccanici Cgil, o per una strategia di centro-sinistra col trattino o per una riedizione sotto altre forme dell'Unione prodiana, o per le primarie o contro le primarie. E meno male che il «ma-anchismo» avrebbe dovuto essere archiviato assieme al suo fondatore e massimo propugnatore, l'ex segretario e candidato premier nel 2008, Walter Veltroni. Invece pare che questa perniciosa malattia politica sia congenita al partito che avrebbe dovuto rappresentare il nuovo volto della sinistra italiana, il salto in avanti verso una gauche moderna ed europea, dall'identità ben definita e con un programma chiaro, capace di contendere il governo del Paese al centrodestra berlusconiano.
Ma passano i giorni, passano gli anni, passano i segretari, e di questa identità e di questo programma non vi è neppure l'ombra. E' evidente, dunque, che non è soltanto un problema di persone, ma anche e soprattutto di Dna. Un problema, cioè, che riguarda l'essenza stessa e l'autocoscienza del maggiore partito di opposizione. Su questo punto, la confusione regna sovrana oggi così come regnava sovrana al momento della nascita del Pd. Romano Prodi e Arturo Parisi lo immaginavano e ne parlavano come lo spazio fisico del dossettismo realizzato, il luogo nel quale avrebbero dovuto finalmente fondersi, motivati dalla comune coscienza politica incardinata nella Costituzione del '48 e nell'antifascismo, cattolici e (post) comunisti; altri, come Massimo D'Alema e Franco Marini, lo consideravano un inevitabile matrimonio d'interesse nel quale le distinzioni culturali tra i due contraenti avrebbero dovuto rimanere tali; altri ancora, come Walter Veltroni, lo presentavano come il naviglio agile e leggero capace di andare oltre le appartenenze del passato ed intraprendere così la navigazione nel mare aperto del riformismo contemporaneo. Con prospettive così radicalmente diverse alle spalle - ognuna delle quali comportante scelte strategiche tra loro assai divergenti - era inevitabile che, senza una previa chiarificazione in proposito, il Partito Democratico finisse con l'impantanarsi nella palude che i suoi stessi fondatori avevano contribuito a creare. E così è accaduto.
Oggi, dunque, a più di tre anni di distanza dalla sua nascita, il Pd è di fatto costretto, nella perdurante incertezza circa la sua identità e la sua missione nel Paese e tra le forze presenti nel panorama politico nazionale, a oscillare perennemente tra posizioni di retroguardia, dettate dal retaggio ideologico dei partiti che in esso sono confluiti, e posizioni più moderne e all'avanguardia, che caratterizzano - o hanno caratterizzato negli anni scorsi - le più avanzate esperienze di governo della sinistra in Europa. Chi ha seguito, ormai più di un anno fa, il dibattito innescato da un articolo sul Messaggero in cui Romano Prodi imputava al nuovo laburismo blairiano di essere all'origine della perdita di identità della sinistra europea e la causa del suo cedimento a destra, può ritrovare ancora oggi la tensione tra queste due prospettive nel quotidiano dibattito politico interno al Pd. Un partito i cui segretari pro tempore, per non scontentare nessuno - né i «modernisti» né i «tradizionalisti» né coloro che stanno in posizione mediana - e per tenere in piedi la vacillante costruzione democrat, finiscono col dare ragione un po' agli uni e un po' agli altri, oppure a tutti contemporaneamente, e torto a nessuno. Con tanti saluti alla chiarezza, al programma e alla costruzione di un'alternativa credibile di governo. E con l'inevitabile conseguenza di rimanere ostaggi del «ma-anchismo», che ad oggi appare come l'unico tratto certo dell'identità del Pd.
Gianteo Bordero
Sulla vicenda Fiat bene Marchionne, ma anche la Fiom ha le sue ragioni. Sulle alleanze porte aperte al Terzo Polo, ma anche alla sinistra di Nichi Vendola. Sulle primarie non si torna indietro, ma occorre anche una riflessione sulla loro utilità. L'elenco potrebbe continuare, ma ci fermiamo ai tre temi di maggiore attualità. La sostanza è sempre la stessa: non c'è argomento all'ordine del giorno nel dibattito politico italiano su cui il Partito Democratico riesca ad assumere una posizione netta ed univoca, o di qua o di là: o con l'ad di Fiat o con i metalmeccanici Cgil, o per una strategia di centro-sinistra col trattino o per una riedizione sotto altre forme dell'Unione prodiana, o per le primarie o contro le primarie. E meno male che il «ma-anchismo» avrebbe dovuto essere archiviato assieme al suo fondatore e massimo propugnatore, l'ex segretario e candidato premier nel 2008, Walter Veltroni. Invece pare che questa perniciosa malattia politica sia congenita al partito che avrebbe dovuto rappresentare il nuovo volto della sinistra italiana, il salto in avanti verso una gauche moderna ed europea, dall'identità ben definita e con un programma chiaro, capace di contendere il governo del Paese al centrodestra berlusconiano.
Ma passano i giorni, passano gli anni, passano i segretari, e di questa identità e di questo programma non vi è neppure l'ombra. E' evidente, dunque, che non è soltanto un problema di persone, ma anche e soprattutto di Dna. Un problema, cioè, che riguarda l'essenza stessa e l'autocoscienza del maggiore partito di opposizione. Su questo punto, la confusione regna sovrana oggi così come regnava sovrana al momento della nascita del Pd. Romano Prodi e Arturo Parisi lo immaginavano e ne parlavano come lo spazio fisico del dossettismo realizzato, il luogo nel quale avrebbero dovuto finalmente fondersi, motivati dalla comune coscienza politica incardinata nella Costituzione del '48 e nell'antifascismo, cattolici e (post) comunisti; altri, come Massimo D'Alema e Franco Marini, lo consideravano un inevitabile matrimonio d'interesse nel quale le distinzioni culturali tra i due contraenti avrebbero dovuto rimanere tali; altri ancora, come Walter Veltroni, lo presentavano come il naviglio agile e leggero capace di andare oltre le appartenenze del passato ed intraprendere così la navigazione nel mare aperto del riformismo contemporaneo. Con prospettive così radicalmente diverse alle spalle - ognuna delle quali comportante scelte strategiche tra loro assai divergenti - era inevitabile che, senza una previa chiarificazione in proposito, il Partito Democratico finisse con l'impantanarsi nella palude che i suoi stessi fondatori avevano contribuito a creare. E così è accaduto.
Oggi, dunque, a più di tre anni di distanza dalla sua nascita, il Pd è di fatto costretto, nella perdurante incertezza circa la sua identità e la sua missione nel Paese e tra le forze presenti nel panorama politico nazionale, a oscillare perennemente tra posizioni di retroguardia, dettate dal retaggio ideologico dei partiti che in esso sono confluiti, e posizioni più moderne e all'avanguardia, che caratterizzano - o hanno caratterizzato negli anni scorsi - le più avanzate esperienze di governo della sinistra in Europa. Chi ha seguito, ormai più di un anno fa, il dibattito innescato da un articolo sul Messaggero in cui Romano Prodi imputava al nuovo laburismo blairiano di essere all'origine della perdita di identità della sinistra europea e la causa del suo cedimento a destra, può ritrovare ancora oggi la tensione tra queste due prospettive nel quotidiano dibattito politico interno al Pd. Un partito i cui segretari pro tempore, per non scontentare nessuno - né i «modernisti» né i «tradizionalisti» né coloro che stanno in posizione mediana - e per tenere in piedi la vacillante costruzione democrat, finiscono col dare ragione un po' agli uni e un po' agli altri, oppure a tutti contemporaneamente, e torto a nessuno. Con tanti saluti alla chiarezza, al programma e alla costruzione di un'alternativa credibile di governo. E con l'inevitabile conseguenza di rimanere ostaggi del «ma-anchismo», che ad oggi appare come l'unico tratto certo dell'identità del Pd.
Gianteo Bordero
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martedì 21 dicembre 2010
PD IN STATO CONFUSIONALE
da Ragionpolitica.it del 21 dicembre 2010
La confusione regna sovrana nel Pd. Solo poche settimane fa il segretario Pier Luigi Bersani aveva incontrato Nichi Vendola per stringere un patto elettorale che prevedeva le primarie di coalizione e, negli stessi giorni, aveva confermato l'alleanza con l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Oggi ecco il cambio di rotta. Basta sinistra e basta primarie. La nuova proposta è quella di un accordo con il nascente Terzo Polo formato da Udc, Fli, Api e Mpa. Un accordo che di politico, a ben vedere, avrebbe ben poco, e rischierebbe di risolversi nell'ennesimo sforzo per costruire un'armata Brancaleone senza altro contenuto concreto oltre al vecchio e mai domo antiberlusconismo. In casa democrat sono convinti di risolvere tutti i problemi con l'aritmetica: seduti a tavolino, calcolatrice alla mano, i vari Bersani, D'Alema e Franceschini fanno di calcolo e si convincono che la somma di Pd + Udc + Fli + Mpa risulterà superiore a quella ottenuta mettendo insieme Pd + Sel + Idv.
Peccato soltanto che non facciano i conti, come del resto è loro usanza, con la realtà. Cioè con il loro elettorato. Che, come emerge da numerosi sondaggi (Repubblica esclusa, guarda caso), preferirebbe di gran lunga andare alle urne in compagnia del governatore pugliese e dell'ex pm piuttosto che con i moderati Casini e Rutelli e con l'ex fascista Fini. Tanto più che, in una ipotetica alleanza con il Terzo Polo, al primato numerico del Partito Democratico non corrisponderebbe un altrettanto chiaro primato politico, con tanti saluti alla vocazione maggioritaria sotto la cui stella era nato il Pd. Sarebbe una curiosa riedizione del centro-sinistra col trattino, ma priva di quel collante, quel minimo di coerenza politica di fondo che procurò molte fortune a questa formula nei passati decenni della nostra storia repubblicana. In questo caso avremmo al massimo un matrimonio d'interessi senza una comune cultura politica. Avremmo la somma di ambizioni particolari di corto respiro e non un progetto organico di governo del Paese.
Ha dunque buon gioco Nichi Vendola a denunciare la debolezza costitutiva di tale progetto, a sottolinearne lo scollamento dai problemi reali dell'Italia, a evidenziare il carattere non politico di un'operazione che sembra finalizzata più a garantire rendite di posizione immediate alla classe dirigente del Partito Democratico che non a proporre al popolo della sinistra una forte alternativa programmatica al centrodestra. Curiosamente, assistiamo qui ad un inaspettato rovesciamento di ruoli: non sono più i «moderati» - si fa per dire - del Pd, bensì i partiti più radicali della sinistra a invocare un'uscita dall'antiberlusconismo fine a se stesso come criterio per costruire le coalizioni. E' il presidente della Regione Puglia a chiedere un ritorno alla politica e ai contenuti, mentre l'ex margheritino Dario Franceschini usa toni estremistici da Cln contro il presidente del Consiglio per giustificare le scelte del suo partito.
Di certo archiviare le primarie e fare del Pd la seconda gamba di una strana alleanza con i nemici di un tempo segnerebbe a suo modo una svolta rispetto alle prospettive con cui il partito era nato e si era mosso sino ad ora. Una svolta che però è soltanto tattica, e a cui non corrisponde un altrettanto significativo cambio di rotta per ciò che concerne l'autocoscienza del Pd, la definizione della sua identità, la rielaborazione della sua cultura politica, se mai ne ha avuto una. Se una simile operazione dovesse andare in porto - ed è lecito nutrire più di un dubbio in proposito, considerate le ultime dichiarazioni di Casini - il risultato sarebbe quello di regalare la golden share della sinistra a Vendola e quella del centro (o meglio del «centrino», per dirla con Paolo Bonaiuti) a Udc & CO: così sarebbe definitivamente compiuta la lunga marcia del Pd verso la totale irrilevanza nel panorama politico italiano.
Gianteo Bordero
La confusione regna sovrana nel Pd. Solo poche settimane fa il segretario Pier Luigi Bersani aveva incontrato Nichi Vendola per stringere un patto elettorale che prevedeva le primarie di coalizione e, negli stessi giorni, aveva confermato l'alleanza con l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Oggi ecco il cambio di rotta. Basta sinistra e basta primarie. La nuova proposta è quella di un accordo con il nascente Terzo Polo formato da Udc, Fli, Api e Mpa. Un accordo che di politico, a ben vedere, avrebbe ben poco, e rischierebbe di risolversi nell'ennesimo sforzo per costruire un'armata Brancaleone senza altro contenuto concreto oltre al vecchio e mai domo antiberlusconismo. In casa democrat sono convinti di risolvere tutti i problemi con l'aritmetica: seduti a tavolino, calcolatrice alla mano, i vari Bersani, D'Alema e Franceschini fanno di calcolo e si convincono che la somma di Pd + Udc + Fli + Mpa risulterà superiore a quella ottenuta mettendo insieme Pd + Sel + Idv.
Peccato soltanto che non facciano i conti, come del resto è loro usanza, con la realtà. Cioè con il loro elettorato. Che, come emerge da numerosi sondaggi (Repubblica esclusa, guarda caso), preferirebbe di gran lunga andare alle urne in compagnia del governatore pugliese e dell'ex pm piuttosto che con i moderati Casini e Rutelli e con l'ex fascista Fini. Tanto più che, in una ipotetica alleanza con il Terzo Polo, al primato numerico del Partito Democratico non corrisponderebbe un altrettanto chiaro primato politico, con tanti saluti alla vocazione maggioritaria sotto la cui stella era nato il Pd. Sarebbe una curiosa riedizione del centro-sinistra col trattino, ma priva di quel collante, quel minimo di coerenza politica di fondo che procurò molte fortune a questa formula nei passati decenni della nostra storia repubblicana. In questo caso avremmo al massimo un matrimonio d'interessi senza una comune cultura politica. Avremmo la somma di ambizioni particolari di corto respiro e non un progetto organico di governo del Paese.
Ha dunque buon gioco Nichi Vendola a denunciare la debolezza costitutiva di tale progetto, a sottolinearne lo scollamento dai problemi reali dell'Italia, a evidenziare il carattere non politico di un'operazione che sembra finalizzata più a garantire rendite di posizione immediate alla classe dirigente del Partito Democratico che non a proporre al popolo della sinistra una forte alternativa programmatica al centrodestra. Curiosamente, assistiamo qui ad un inaspettato rovesciamento di ruoli: non sono più i «moderati» - si fa per dire - del Pd, bensì i partiti più radicali della sinistra a invocare un'uscita dall'antiberlusconismo fine a se stesso come criterio per costruire le coalizioni. E' il presidente della Regione Puglia a chiedere un ritorno alla politica e ai contenuti, mentre l'ex margheritino Dario Franceschini usa toni estremistici da Cln contro il presidente del Consiglio per giustificare le scelte del suo partito.
Di certo archiviare le primarie e fare del Pd la seconda gamba di una strana alleanza con i nemici di un tempo segnerebbe a suo modo una svolta rispetto alle prospettive con cui il partito era nato e si era mosso sino ad ora. Una svolta che però è soltanto tattica, e a cui non corrisponde un altrettanto significativo cambio di rotta per ciò che concerne l'autocoscienza del Pd, la definizione della sua identità, la rielaborazione della sua cultura politica, se mai ne ha avuto una. Se una simile operazione dovesse andare in porto - ed è lecito nutrire più di un dubbio in proposito, considerate le ultime dichiarazioni di Casini - il risultato sarebbe quello di regalare la golden share della sinistra a Vendola e quella del centro (o meglio del «centrino», per dirla con Paolo Bonaiuti) a Udc & CO: così sarebbe definitivamente compiuta la lunga marcia del Pd verso la totale irrilevanza nel panorama politico italiano.
Gianteo Bordero
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martedì 12 ottobre 2010
IL PD SENZA VOCAZIONE MAGGIORITARIA
da Ragionpolitica.it del 12 ottobre 2010
Al di là della guerra personale tra Massimo D'Alema e Walter Veltroni, specchio delle lotte intestine che da sempre caratterizzano la storia della sinistra italiana, vi è un dato politico di prim'ordine sul quale è necessario riflettere per comprendere l'attuale stato delle cose nel Partito Democratico. Con l'ascesa alla segreteria di Pier Luigi Bersani e la contestuale archiviazione di quella «vocazione maggioritaria» che era stata indicata dall'ex sindaco di Roma, nel suo ormai celebre discorso del Lingotto, come prospettiva strategica essenziale del nuovo soggetto politico, il Pd si trova oggi in un ginepraio che lo costringe ad inseguire all'un tempo i centristi di Pier Ferdinando Casini e di Francesco Rutelli, la sinistra di Nichi Vendola, l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Si tratta, con ogni evidenza, di partiti che esprimono visioni politiche inconciliabili tra loro su temi decisivi dell'agenda di governo, come l'economia, la giustizia, la politica estera, solo per citarne alcuni tra i più rilevanti. Ciò obbliga di fatto il Pd a mantenere una posizione incerta ed ondivaga, attenta a non creare strappi con alcuno dei potenziali alleati che Bersani intende coinvolgere in vista delle prossime elezioni politiche (esemplare, in tal senso, è la frenata di questi giorni del vertice del partito dopo le aperture di Piero Fassino riguardo alla necessità di armare gli aerei italiani impegnati in Afghanistan al fine di garantire maggiore sicurezza al nostro contingente).
Il risultato di questa scelta operata dall'attuale segretario è sotto gli occhi di tutti, ed è confermata senza tema di smentita dai sondaggi effettuati nelle ultime settimane dai principali istituti demoscopici: il Pd cala, mentre gli altri partiti o rimangono stabili oppure, nella maggior parte dei casi, aumentano i loro consensi. Ciò è la conseguenza inevitabile della decisione di Bersani di gettare a mare la strategia veltroniana, tendente a dare vita ad un bipolarismo forte fondato su due partiti di governo solidi e a dimensione nazionale, e di tornare di fatto al vecchio sistema di alleanze onnicomprensive che ha caratterizzato il centrosinistra italiano negli ultimi sedici anni. In particolare, come ha osservato Fabio Martini in un bell'articolo su La Stampa del 12 ottobre, si assiste ad un significativo rafforzamento, nelle intenzioni di voto, della sinistra radicale: il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo viene dato dall'Ipsos al 3,8%, Rifondazione Comunista e i Comunisti Italiani, oggi raggruppati in un'unica lista, ondeggiano tra il 2 e il 2,5%, Sinistra e Libertà di Nichi Vendola è salita al 5%, mentre l'Italia dei Valori si attesta sul 7,5%. In totale, si tratta di un'area che potrebbe raccogliere (il condizionale è d'obbligo, visto che allo stato attuale delle cose ci si muove ancora nel campo del voto d'opinione) quasi il 20% dei consensi degli italiani. Solo due anni fa, alle elezioni politiche del 2008, con Veltroni regnante, la sinistra radicale capitanata da Fausto Bertinotti si era fermata a quota 3,1% (con l'Idv allora alleata del Pd). Sempre in quell'occasione, il Partito Democratico raggiunse il 33%, mentre oggi viene dato sotto quota 25%.
La risposta di Bersani a questa allarmante situazione è, o almeno sembra essere, soltanto l'offerta di alleanza a questo o a quel partito di centro o di sinistra, al sol fine di fare numero e creare una massa critica da contrapporre al centrodestra alle prossime elezioni. Pur affermando un giorno sì e l'altro pure che egli non è intenzionato a rimettere in pista la formula dell'Unione prodiana, il segretario del Pd si muove di fatto lungo questa direttrice che privilegia l'alchimia politica rispetto alla definizione di un programma di governo chiaro e distinto, attorno al quale aggregare poi, in un secondo tempo, chi in esso si riconosce senza se e senza ma. Inoltre è evidente, seguendo la logica che sembra ispirare Bersani, che l'unico collante capace di tenere insieme forze tanto diverse e distanti tra loro può essere, ancora una volta, solo e soltanto il mai tramontato antiberlusconismo. Che cosa infatti può unire oggi il Pd, Vendola, Di Pietro e l'Udc? La risposta è scontata, e conferma che la tanto deprecata (a parole) Unione è poi (in concreto) la stella polare che guida l'azione del segretario democratico. Almeno Veltroni era riuscito a suscitare la speranza di una novità nel centrosinistra, mentre ora l'impressione è quella di assistere ad un film già visto, ad un indigesto remake di seconda mano di fronte al quale la figura dell'ex sindaco di Roma giganteggia non soltanto per risultati ottenuti, ma anche per coraggio e visione politica. E con ciò è detto tutto.
Gianteo Bordero
Al di là della guerra personale tra Massimo D'Alema e Walter Veltroni, specchio delle lotte intestine che da sempre caratterizzano la storia della sinistra italiana, vi è un dato politico di prim'ordine sul quale è necessario riflettere per comprendere l'attuale stato delle cose nel Partito Democratico. Con l'ascesa alla segreteria di Pier Luigi Bersani e la contestuale archiviazione di quella «vocazione maggioritaria» che era stata indicata dall'ex sindaco di Roma, nel suo ormai celebre discorso del Lingotto, come prospettiva strategica essenziale del nuovo soggetto politico, il Pd si trova oggi in un ginepraio che lo costringe ad inseguire all'un tempo i centristi di Pier Ferdinando Casini e di Francesco Rutelli, la sinistra di Nichi Vendola, l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Si tratta, con ogni evidenza, di partiti che esprimono visioni politiche inconciliabili tra loro su temi decisivi dell'agenda di governo, come l'economia, la giustizia, la politica estera, solo per citarne alcuni tra i più rilevanti. Ciò obbliga di fatto il Pd a mantenere una posizione incerta ed ondivaga, attenta a non creare strappi con alcuno dei potenziali alleati che Bersani intende coinvolgere in vista delle prossime elezioni politiche (esemplare, in tal senso, è la frenata di questi giorni del vertice del partito dopo le aperture di Piero Fassino riguardo alla necessità di armare gli aerei italiani impegnati in Afghanistan al fine di garantire maggiore sicurezza al nostro contingente).
Il risultato di questa scelta operata dall'attuale segretario è sotto gli occhi di tutti, ed è confermata senza tema di smentita dai sondaggi effettuati nelle ultime settimane dai principali istituti demoscopici: il Pd cala, mentre gli altri partiti o rimangono stabili oppure, nella maggior parte dei casi, aumentano i loro consensi. Ciò è la conseguenza inevitabile della decisione di Bersani di gettare a mare la strategia veltroniana, tendente a dare vita ad un bipolarismo forte fondato su due partiti di governo solidi e a dimensione nazionale, e di tornare di fatto al vecchio sistema di alleanze onnicomprensive che ha caratterizzato il centrosinistra italiano negli ultimi sedici anni. In particolare, come ha osservato Fabio Martini in un bell'articolo su La Stampa del 12 ottobre, si assiste ad un significativo rafforzamento, nelle intenzioni di voto, della sinistra radicale: il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo viene dato dall'Ipsos al 3,8%, Rifondazione Comunista e i Comunisti Italiani, oggi raggruppati in un'unica lista, ondeggiano tra il 2 e il 2,5%, Sinistra e Libertà di Nichi Vendola è salita al 5%, mentre l'Italia dei Valori si attesta sul 7,5%. In totale, si tratta di un'area che potrebbe raccogliere (il condizionale è d'obbligo, visto che allo stato attuale delle cose ci si muove ancora nel campo del voto d'opinione) quasi il 20% dei consensi degli italiani. Solo due anni fa, alle elezioni politiche del 2008, con Veltroni regnante, la sinistra radicale capitanata da Fausto Bertinotti si era fermata a quota 3,1% (con l'Idv allora alleata del Pd). Sempre in quell'occasione, il Partito Democratico raggiunse il 33%, mentre oggi viene dato sotto quota 25%.
La risposta di Bersani a questa allarmante situazione è, o almeno sembra essere, soltanto l'offerta di alleanza a questo o a quel partito di centro o di sinistra, al sol fine di fare numero e creare una massa critica da contrapporre al centrodestra alle prossime elezioni. Pur affermando un giorno sì e l'altro pure che egli non è intenzionato a rimettere in pista la formula dell'Unione prodiana, il segretario del Pd si muove di fatto lungo questa direttrice che privilegia l'alchimia politica rispetto alla definizione di un programma di governo chiaro e distinto, attorno al quale aggregare poi, in un secondo tempo, chi in esso si riconosce senza se e senza ma. Inoltre è evidente, seguendo la logica che sembra ispirare Bersani, che l'unico collante capace di tenere insieme forze tanto diverse e distanti tra loro può essere, ancora una volta, solo e soltanto il mai tramontato antiberlusconismo. Che cosa infatti può unire oggi il Pd, Vendola, Di Pietro e l'Udc? La risposta è scontata, e conferma che la tanto deprecata (a parole) Unione è poi (in concreto) la stella polare che guida l'azione del segretario democratico. Almeno Veltroni era riuscito a suscitare la speranza di una novità nel centrosinistra, mentre ora l'impressione è quella di assistere ad un film già visto, ad un indigesto remake di seconda mano di fronte al quale la figura dell'ex sindaco di Roma giganteggia non soltanto per risultati ottenuti, ma anche per coraggio e visione politica. E con ciò è detto tutto.
Gianteo Bordero
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venerdì 27 agosto 2010
L'ULIVISMO È LA CAUSA (NON IL RIMEDIO) DEI MALI DELLA SINISTRA
da Ragionpolitica.it del 27 agosto 2010
Quando manca la «cosa», cioè la sostanza, rimangono i nudi nomi. Ed ecco allora che il segretario del Pd, un partito che già da lunga pezza ha divorziato dalla politica e si presenta oggi come un puro aggregato della nomenklatura di Ds e Margherita, tira fuori dal cassetto impolverato della memoria del centrosinistra la parola magica. Quella che dovrebbe, per il fatto stesso di essere pronunciata, risolvere di colpo i giganteschi problemi della gauche nostrana: Ulivo. Cinque lettere che nell'immaginario collettivo del popolo di sinistra vogliono dire la vittoria del '96, l'aprile rosso raccontato da Nanni Moretti, le piazze stracolme di bandiere e di gente festante, i post-comunisti che conquistano il potere, il sogno di una lunga e indisturbata stagione di governo. E soprattutto vogliono dire Romano Prodi, il padre di quell'esperienza politico-botanica che tanta nostalgia suscita ancora nell'ormai disilluso elettorato di sinistra.
Già, Prodi. Come poteva il discepolo di Dossetti, cioè di colui che fece dell'Ulivo una cultura e una coltura politica piantandone uno beneaugurante nelle terre del suo ritiro di Montesole, rimanere silente di fronte alla missiva del segretario del Pd? Non poteva. E infatti il Professore ha preso carta e penna e ha scritto al Messaggero per rallegrarsi del fatto che finalmente, dopo 12 anni, l'ulivismo venga nuovamente proposto come stella polare per tracciare la rotta del centrosinistra che verrà. Scrive Prodi: «Dal 1998 la coltura dell'Ulivo è stata ritenuta non più remunerativa per il riformismo italiano ed è progressivamente scomparsa dai registri della nostra politica. Mi ha destato quindi una piacevole sorpresa leggere che Bersani ha deciso di riprenderne la coltivazione, facendone un punto di riferimento per rimettere in ordine i registri dell'azienda italiana, messi in grave difficoltà dalle male organizzate tecniche agrarie succedutesi nel frattempo».
Punto e fine. Proposte concrete? Zero. Idee programmatiche? Nessuna. Una visione dell'Italia? Idem con patate. Tanto per Bersani quanto per Prodi basta dire la taumaturgica parolina e tutto viene da sé. Che cosa sia poi precisamente questo nuovo Ulivo non è dato saperlo, e forse nessuno lo saprà mai, visto che qui ci muoviamo nel campo del più radicale nominalismo, l'unico appiglio a cui oggi la sinistra si può aggrappare per evitare di fare i conti col suo vuoto identitario, con il suo non-essere politico, con la crisi nella quale è sprofondata in questi ultimi anni. Dire «Ulivo» è l'estremo tentativo di scacciare l'horror vacui che alberga nella mente di tanti esponenti del Pd e degli altri partiti della gauche italiana.
Ma la soluzione, in questo come in tanti altri casi, è peggiore del male. Anzi, potremmo dire che, a ben vedere, Bersani pensa di curare il male con il male stesso. Come non riconoscere, infatti, che proprio l'ulivismo è stato, con i suoi presupposti di fondo, all'origine della consunzione politica della sinistra e della sua riduzione a mero aggregato di forze tenute insieme soltanto dall'antiberlusconismo? Ha scritto don Gianni Baget Bozzo nel suo saggio su Giuseppe Dossetti: «Che cosa rappresentava nel '96 Romano Prodi, se non l'uomo indicato da Dossetti, cioè da colui che aveva, con la sua autorità spirituale, delegittimato la nuova maggioranza berlusconiana del '94 e indicato nella lotta contro di essa il fondamento del paese? Era stato il dossettismo a creare le basi di una nuova guerra civile italiana: quella tra una maggioranza democratica, votata dal popolo, e la Costituzione repubblicana... Dossetti riuscì a dare vita ad una maggioranza politica fondata sul principio che forze anticostituzionali erano in parlamento e che la Costituzione doveva difendere la democrazia dando vita ad un partito fondato su di essa. L'Ulivo fu appunto questo». E concludeva: «L'Ulivo voleva dire che dalla terra nasceva ora un nuovo germe, che era la medesima cosa dell'unità popolare originaria contro il fascismo».
L'eco di questa prospettiva si sente chiaramente in molti passaggi della lettera di Bersani, soprattutto quando egli parla della necessità di dare vita ad una «alleanza democratica capace di riaffermare i principi costituzionali» per fermare la deriva «populista» del presidente del Consiglio. Ma se almeno Prodi aveva dalla sua, nel '96, la carta della novità, non si capisce perché oggi Bersani, dopo che la formula delle macchine da guerra in mera funzione antiberlusconiana si è rivelata fallimentare e ha mostrato tutte le sue esiziali conseguenze per la sinistra stessa, la riproponga come se essa fosse foriera di magnifiche sorti e progressive per il Pd & CO. L'unica spiegazione possibile è che questa del segretario sia veramente la mossa della disperazione tipica di chi ha perduto la rotta e non sa più da che parte andare.
Gianteo Bordero
Quando manca la «cosa», cioè la sostanza, rimangono i nudi nomi. Ed ecco allora che il segretario del Pd, un partito che già da lunga pezza ha divorziato dalla politica e si presenta oggi come un puro aggregato della nomenklatura di Ds e Margherita, tira fuori dal cassetto impolverato della memoria del centrosinistra la parola magica. Quella che dovrebbe, per il fatto stesso di essere pronunciata, risolvere di colpo i giganteschi problemi della gauche nostrana: Ulivo. Cinque lettere che nell'immaginario collettivo del popolo di sinistra vogliono dire la vittoria del '96, l'aprile rosso raccontato da Nanni Moretti, le piazze stracolme di bandiere e di gente festante, i post-comunisti che conquistano il potere, il sogno di una lunga e indisturbata stagione di governo. E soprattutto vogliono dire Romano Prodi, il padre di quell'esperienza politico-botanica che tanta nostalgia suscita ancora nell'ormai disilluso elettorato di sinistra.
Già, Prodi. Come poteva il discepolo di Dossetti, cioè di colui che fece dell'Ulivo una cultura e una coltura politica piantandone uno beneaugurante nelle terre del suo ritiro di Montesole, rimanere silente di fronte alla missiva del segretario del Pd? Non poteva. E infatti il Professore ha preso carta e penna e ha scritto al Messaggero per rallegrarsi del fatto che finalmente, dopo 12 anni, l'ulivismo venga nuovamente proposto come stella polare per tracciare la rotta del centrosinistra che verrà. Scrive Prodi: «Dal 1998 la coltura dell'Ulivo è stata ritenuta non più remunerativa per il riformismo italiano ed è progressivamente scomparsa dai registri della nostra politica. Mi ha destato quindi una piacevole sorpresa leggere che Bersani ha deciso di riprenderne la coltivazione, facendone un punto di riferimento per rimettere in ordine i registri dell'azienda italiana, messi in grave difficoltà dalle male organizzate tecniche agrarie succedutesi nel frattempo».
Punto e fine. Proposte concrete? Zero. Idee programmatiche? Nessuna. Una visione dell'Italia? Idem con patate. Tanto per Bersani quanto per Prodi basta dire la taumaturgica parolina e tutto viene da sé. Che cosa sia poi precisamente questo nuovo Ulivo non è dato saperlo, e forse nessuno lo saprà mai, visto che qui ci muoviamo nel campo del più radicale nominalismo, l'unico appiglio a cui oggi la sinistra si può aggrappare per evitare di fare i conti col suo vuoto identitario, con il suo non-essere politico, con la crisi nella quale è sprofondata in questi ultimi anni. Dire «Ulivo» è l'estremo tentativo di scacciare l'horror vacui che alberga nella mente di tanti esponenti del Pd e degli altri partiti della gauche italiana.
Ma la soluzione, in questo come in tanti altri casi, è peggiore del male. Anzi, potremmo dire che, a ben vedere, Bersani pensa di curare il male con il male stesso. Come non riconoscere, infatti, che proprio l'ulivismo è stato, con i suoi presupposti di fondo, all'origine della consunzione politica della sinistra e della sua riduzione a mero aggregato di forze tenute insieme soltanto dall'antiberlusconismo? Ha scritto don Gianni Baget Bozzo nel suo saggio su Giuseppe Dossetti: «Che cosa rappresentava nel '96 Romano Prodi, se non l'uomo indicato da Dossetti, cioè da colui che aveva, con la sua autorità spirituale, delegittimato la nuova maggioranza berlusconiana del '94 e indicato nella lotta contro di essa il fondamento del paese? Era stato il dossettismo a creare le basi di una nuova guerra civile italiana: quella tra una maggioranza democratica, votata dal popolo, e la Costituzione repubblicana... Dossetti riuscì a dare vita ad una maggioranza politica fondata sul principio che forze anticostituzionali erano in parlamento e che la Costituzione doveva difendere la democrazia dando vita ad un partito fondato su di essa. L'Ulivo fu appunto questo». E concludeva: «L'Ulivo voleva dire che dalla terra nasceva ora un nuovo germe, che era la medesima cosa dell'unità popolare originaria contro il fascismo».
L'eco di questa prospettiva si sente chiaramente in molti passaggi della lettera di Bersani, soprattutto quando egli parla della necessità di dare vita ad una «alleanza democratica capace di riaffermare i principi costituzionali» per fermare la deriva «populista» del presidente del Consiglio. Ma se almeno Prodi aveva dalla sua, nel '96, la carta della novità, non si capisce perché oggi Bersani, dopo che la formula delle macchine da guerra in mera funzione antiberlusconiana si è rivelata fallimentare e ha mostrato tutte le sue esiziali conseguenze per la sinistra stessa, la riproponga come se essa fosse foriera di magnifiche sorti e progressive per il Pd & CO. L'unica spiegazione possibile è che questa del segretario sia veramente la mossa della disperazione tipica di chi ha perduto la rotta e non sa più da che parte andare.
Gianteo Bordero
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venerdì 6 agosto 2010
IL CLN DI BERSANI È FIGLIO DELL'ODIO E DEL NICHILISMO POLITICO
da Ragionpolitica.it del 6 agosto 2010
Senza politica, senza identità, senza progettualità. Senza l'abc che costituisce il fondamento di ogni partito degno di tal nome. Tenuto in piedi soltanto da un'ossessione: Silvio Berlusconi. Questo è il Pd oggi. Il Pd di Pierluigi Bersani e di Rosy Bindi, che sui giornali si dichiarano disponibili a tutto e pronti a qualsiasi alleanza pur di abbattere il nuovo tiranno. «Dobbiamo liberarci di Berlusconi, per questo non vado troppo per il sottile e mi rivolgo a tutti», dice senza tanti giri di parole il segretario a Repubblica. «Personalmente non avrei preclusioni verso nessuno, da Fini a Di Pietro, a Vendola», aggiunge la pasionaria della Val di Chiana intervistata da La Stampa.
Ed eccolo, dunque, il nuovo Comitato di Liberazione Nazionale auspicato dai vertici del Partito Democratico: una grande ammucchiata pseudo-resistenziale che tenga dentro chiunque abbia un motivo di risentimento, di rabbia, di odio nei confronti del Cavaliere Nero. Chiunque abbia intenzione di «normalizzare» lo scenario italiano eliminando dal panorama politico la cosiddetta «anomalia berlusconiana».
Secondo questa prospettiva, l'uomo di Arcore non va sconfitto democraticamente, cioè attraverso il voto dei cittadini, partendo da una proposta alternativa fatta di contenuti culturali, di programmi di governo, di diversi progetti politici. No. Egli va rimosso dalla scena in nome di una negatività assoluta, di un disprezzo ontologico totale e di una conseguente volontà distruttrice. Che cosa vi sia alla base di questa visione - se così possiamo chiamarla - è presto detto: un nichilismo politico che talvolta oltrepassa gli steccati divisori degli schieramenti, e che è potenzialmente in grado di tenere insieme quelli che a prima vista potrebbero apparire come uomini e storie opposti e incompatibili, ma che in realtà sono accomunati dall'incapacità di dare vita a proposte positive di governo dopo la fine delle ideologie novecentesche e delle grandi narrazioni che, nel bene e nel male, avevano costituito l'ossatura della politica italiana nel secolo passato.
Conseguenza diretta di questo nichilismo è una concezione del potere autoreferenziale e fine a se stessa, in cui di fatto scompare - anche se viene evocato a parole - ogni riferimento agli interessi vitali della nazione, sostituito da un frenetico tatticismo di palazzo che nulla di buono produce per il Paese. Questa idea del potere si manifesta, ad esempio, nelle manovre per dare vita a governi che non tengano in alcun conto la volontà popolare espressa in libere elezioni, ma che garantiscano comunque la sopravvivenza di pezzi del ceto politicante che da tempo non godono più della fiducia e del consenso degli elettori. E poco importa se è la tanto evocata Costituzione a stabilire che in Italia «la sovranità appartiene al popolo»: il gorgo nichilista tutto inghiotte, tutto dimentica, tutto calpesta. Rimane soltanto il potere per il potere e la lotta disperata per ottenerlo.
Alla luce di tutto ciò, non esagera il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, quando afferma che le parole pronunciate dal segretario del Partito Democratico a proposito della necessità di «liberarsi di Berlusconi» non soltanto sono inaccettabili, ma contengono in sé una «inaudita violenza». Perché la violenza è uno sbocco sempre possibile del nichilismo e dell'odio, del disprezzo totale di una realtà che va in direzione opposta ai propri desideri. Credevamo, dopo le gesta di Tartaglia, di esserci lasciati il peggio alle spalle. Forse non è così.
Gianteo Bordero
Senza politica, senza identità, senza progettualità. Senza l'abc che costituisce il fondamento di ogni partito degno di tal nome. Tenuto in piedi soltanto da un'ossessione: Silvio Berlusconi. Questo è il Pd oggi. Il Pd di Pierluigi Bersani e di Rosy Bindi, che sui giornali si dichiarano disponibili a tutto e pronti a qualsiasi alleanza pur di abbattere il nuovo tiranno. «Dobbiamo liberarci di Berlusconi, per questo non vado troppo per il sottile e mi rivolgo a tutti», dice senza tanti giri di parole il segretario a Repubblica. «Personalmente non avrei preclusioni verso nessuno, da Fini a Di Pietro, a Vendola», aggiunge la pasionaria della Val di Chiana intervistata da La Stampa.
Ed eccolo, dunque, il nuovo Comitato di Liberazione Nazionale auspicato dai vertici del Partito Democratico: una grande ammucchiata pseudo-resistenziale che tenga dentro chiunque abbia un motivo di risentimento, di rabbia, di odio nei confronti del Cavaliere Nero. Chiunque abbia intenzione di «normalizzare» lo scenario italiano eliminando dal panorama politico la cosiddetta «anomalia berlusconiana».
Secondo questa prospettiva, l'uomo di Arcore non va sconfitto democraticamente, cioè attraverso il voto dei cittadini, partendo da una proposta alternativa fatta di contenuti culturali, di programmi di governo, di diversi progetti politici. No. Egli va rimosso dalla scena in nome di una negatività assoluta, di un disprezzo ontologico totale e di una conseguente volontà distruttrice. Che cosa vi sia alla base di questa visione - se così possiamo chiamarla - è presto detto: un nichilismo politico che talvolta oltrepassa gli steccati divisori degli schieramenti, e che è potenzialmente in grado di tenere insieme quelli che a prima vista potrebbero apparire come uomini e storie opposti e incompatibili, ma che in realtà sono accomunati dall'incapacità di dare vita a proposte positive di governo dopo la fine delle ideologie novecentesche e delle grandi narrazioni che, nel bene e nel male, avevano costituito l'ossatura della politica italiana nel secolo passato.
Conseguenza diretta di questo nichilismo è una concezione del potere autoreferenziale e fine a se stessa, in cui di fatto scompare - anche se viene evocato a parole - ogni riferimento agli interessi vitali della nazione, sostituito da un frenetico tatticismo di palazzo che nulla di buono produce per il Paese. Questa idea del potere si manifesta, ad esempio, nelle manovre per dare vita a governi che non tengano in alcun conto la volontà popolare espressa in libere elezioni, ma che garantiscano comunque la sopravvivenza di pezzi del ceto politicante che da tempo non godono più della fiducia e del consenso degli elettori. E poco importa se è la tanto evocata Costituzione a stabilire che in Italia «la sovranità appartiene al popolo»: il gorgo nichilista tutto inghiotte, tutto dimentica, tutto calpesta. Rimane soltanto il potere per il potere e la lotta disperata per ottenerlo.
Alla luce di tutto ciò, non esagera il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, quando afferma che le parole pronunciate dal segretario del Partito Democratico a proposito della necessità di «liberarsi di Berlusconi» non soltanto sono inaccettabili, ma contengono in sé una «inaudita violenza». Perché la violenza è uno sbocco sempre possibile del nichilismo e dell'odio, del disprezzo totale di una realtà che va in direzione opposta ai propri desideri. Credevamo, dopo le gesta di Tartaglia, di esserci lasciati il peggio alle spalle. Forse non è così.
Gianteo Bordero
mercoledì 28 luglio 2010
ALLARME VENDOLA PER IL PD
da Ragionpolitica.it del 28 luglio 2010
E' allarme rosso nel Pd. In tutti i sensi. Non soltanto perché le ultime rilevazioni statistiche registrano un calo di consensi per il partito - e questa non è di per sé una novità - ma anche e soprattutto per le reazioni positive dell'elettorato democrat all'autocandidatura di Nichi Vendola a leader del centrosinistra per la corsa alle prossime elezioni politiche. Una nomination che il presidente della Regione Puglia ha lanciato in grande stile, nei giorni scorsi, proprio in nome del ritorno a una politica autenticamente «rossa», che egli vede ora del tutto assente nel Partito Democratico. Anche se, allo stato attuale delle cose, non è dato sapere con precisione quali siano concretamente le proposte di Vendola per ridare fiato alla suddetta politica «di sinistra», l'impatto che ha fatto registrare la sua iniziativa sull'elettorato gauchista non è da sottovalutare.
Lo mostra con chiarezza un sondaggio condotto da Ipr Markenting per La Repubblica su un campione di elettori del centrosinistra, dal quale emergono numeri che faranno preoccupare più di un dirigente del Pd. Alla domanda «se domani si dovesse votare alle primarie del centrosinistra per scegliere il candidato premier, lei chi voterebbe tra Pierluigi Bersani e Nichi Vendola?», hanno dichiarato di preferire il secondo al primo non soltanto i simpatizzanti dei partiti della cosiddetta «sinistra radicale» (64% a 36%) - da cui Vendola proviene - e dell'Italia dei Valori (56% a 44%), ma anche coloro che alle ultime elezioni hanno votato per il Pd: 52% a 48% per il presidente pugliese. Il segretario del Partito Democratico prevale soltanto tra gli elettori di centrosinistra indecisi: 59% a 41%. Un risultato ancor più netto viene fuori dalle risposte al successivo quesito del sondaggio: «Secondo lei, in caso di nuove elezioni, chi avrebbe più possibilità di battere Silvio Berlusconi?». Qui la forbice si allarga ulteriormente, e tra gli stessi supporter del Pd Vendola ha la meglio col 53% rispetto al 29% di Bersani (18% coloro che non hanno espresso un'opinione).
Sono dati allarmanti per i vertici del Partito Democratico. Soprattutto per la maggioranza interna che sostiene Bersani. La quale, nei giorni scorsi, dopo la «discesa in campo» di Nichi, aveva giudicato la cosa con troppa sufficienza e superficialità di giudizio, ripetendo ad ogni piè sospinto che lo statuto del Pd prevede che il candidato premier ha da essere lo stesso segretario del partito. In tal senso erano arrivate le dichiarazioni di più di un esponente della maggioranza - D'Alema in primis - e ancora martedì Matteo Orfini, membro della segreteria, dichiarava a Libero: «Quando ci saranno le primarie le faremo e batteremo Vendola». Evidentemente non la pensano allo stesso modo, almeno per ora, gli elettori interpellati da Ipr Marketing.
Non che Bersani riscuota un giudizio negativo riguardo alla sua azione politica - chi ha risposto al sondaggio di Repubblica lo giudica «competente e preparato», «affidabile», «onesto», un buon «mediatore», e la fiducia complessiva nei suoi confronti è al 77% tra gli elettori di centrosinistra, una percentuale più alta di quella fatta registrare dallo stesso Vendola. Il fatto preoccupante è che proprio sulla questione della leadership della coalizione, cioè una questione cruciale per i destini della gauche nostrana, il segretario del maggior partito della futura alleanza che affronterà il centrodestra venga ritenuto non adeguato - o comunque non abbastanza - alla sfida. E questo è un problema serio per il Pd. Perché lo obbliga a dover andare alla ricerca di figure alternative, forti e carismatiche, di cui oggi però non si vede traccia. Con una minoranza interna che evoca un «nuovo Prodi» e una maggioranza per ora costretta a difendere d'ufficio una candidatura a premier - quella di Bersani - in cui pochi sembrano effettivamente credere.
Gianteo Bordero
E' allarme rosso nel Pd. In tutti i sensi. Non soltanto perché le ultime rilevazioni statistiche registrano un calo di consensi per il partito - e questa non è di per sé una novità - ma anche e soprattutto per le reazioni positive dell'elettorato democrat all'autocandidatura di Nichi Vendola a leader del centrosinistra per la corsa alle prossime elezioni politiche. Una nomination che il presidente della Regione Puglia ha lanciato in grande stile, nei giorni scorsi, proprio in nome del ritorno a una politica autenticamente «rossa», che egli vede ora del tutto assente nel Partito Democratico. Anche se, allo stato attuale delle cose, non è dato sapere con precisione quali siano concretamente le proposte di Vendola per ridare fiato alla suddetta politica «di sinistra», l'impatto che ha fatto registrare la sua iniziativa sull'elettorato gauchista non è da sottovalutare.
Lo mostra con chiarezza un sondaggio condotto da Ipr Markenting per La Repubblica su un campione di elettori del centrosinistra, dal quale emergono numeri che faranno preoccupare più di un dirigente del Pd. Alla domanda «se domani si dovesse votare alle primarie del centrosinistra per scegliere il candidato premier, lei chi voterebbe tra Pierluigi Bersani e Nichi Vendola?», hanno dichiarato di preferire il secondo al primo non soltanto i simpatizzanti dei partiti della cosiddetta «sinistra radicale» (64% a 36%) - da cui Vendola proviene - e dell'Italia dei Valori (56% a 44%), ma anche coloro che alle ultime elezioni hanno votato per il Pd: 52% a 48% per il presidente pugliese. Il segretario del Partito Democratico prevale soltanto tra gli elettori di centrosinistra indecisi: 59% a 41%. Un risultato ancor più netto viene fuori dalle risposte al successivo quesito del sondaggio: «Secondo lei, in caso di nuove elezioni, chi avrebbe più possibilità di battere Silvio Berlusconi?». Qui la forbice si allarga ulteriormente, e tra gli stessi supporter del Pd Vendola ha la meglio col 53% rispetto al 29% di Bersani (18% coloro che non hanno espresso un'opinione).
Sono dati allarmanti per i vertici del Partito Democratico. Soprattutto per la maggioranza interna che sostiene Bersani. La quale, nei giorni scorsi, dopo la «discesa in campo» di Nichi, aveva giudicato la cosa con troppa sufficienza e superficialità di giudizio, ripetendo ad ogni piè sospinto che lo statuto del Pd prevede che il candidato premier ha da essere lo stesso segretario del partito. In tal senso erano arrivate le dichiarazioni di più di un esponente della maggioranza - D'Alema in primis - e ancora martedì Matteo Orfini, membro della segreteria, dichiarava a Libero: «Quando ci saranno le primarie le faremo e batteremo Vendola». Evidentemente non la pensano allo stesso modo, almeno per ora, gli elettori interpellati da Ipr Marketing.
Non che Bersani riscuota un giudizio negativo riguardo alla sua azione politica - chi ha risposto al sondaggio di Repubblica lo giudica «competente e preparato», «affidabile», «onesto», un buon «mediatore», e la fiducia complessiva nei suoi confronti è al 77% tra gli elettori di centrosinistra, una percentuale più alta di quella fatta registrare dallo stesso Vendola. Il fatto preoccupante è che proprio sulla questione della leadership della coalizione, cioè una questione cruciale per i destini della gauche nostrana, il segretario del maggior partito della futura alleanza che affronterà il centrodestra venga ritenuto non adeguato - o comunque non abbastanza - alla sfida. E questo è un problema serio per il Pd. Perché lo obbliga a dover andare alla ricerca di figure alternative, forti e carismatiche, di cui oggi però non si vede traccia. Con una minoranza interna che evoca un «nuovo Prodi» e una maggioranza per ora costretta a difendere d'ufficio una candidatura a premier - quella di Bersani - in cui pochi sembrano effettivamente credere.
Gianteo Bordero
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lunedì 26 aprile 2010
TU QUOQUE, BERSANI!
da Ragionpolitica.it del 26 aprile 2010
Che delusione Pierluigi Bersani! Proprio nei giorni in cui il presidente del Consiglio invoca, in sintonia con il capo dello Stato, uno spirito costituente capace di andare oltre le divisioni partitiche per «scrivere insieme una nuova pagina di storia della nostra democrazia e della nostra Italia», il segretario del Pd non trova di meglio da fare che proporre per l'ennesima volta una sorta di CLN contro la «deriva populista» che, a suo dire, Berlusconi vorrebbe imporre alle istituzioni democratiche del nostro paese.
La risposta negativa di Bersani al premier, ribadita in un'intervista su Repubblica, oltre che mostrare l'incapacità del Partito Democratico di rompere in maniera definitiva con quell'antiberlusconismo duro e puro che da sedici anni a questa parte paralizza ogni autentico processo di rinnovamento della sinistra italiana, mette in luce un'imbarazzante incomprensione delle parole pronunciate sabato alla Scala di Milano dal capo dello Stato. Parole che contengono un'interessante novità nell'interpretazione delle vicende che portarono alla nascita della Repubblica e che dischiudono, dal punto di vista politico, una prospettiva che potrebbe consentire - se davvero tutti i partiti la facessero propria - il superamento di una sterile retorica di parte e quindi la riscoperta di un terreno comune sulla base del quale dare vita ad un diverso modo di concepire e sviluppare il confronto tra le forze politiche.
Quando afferma che «il 25 aprile è non solo Festa della Liberazione: è Festa della riunificazione d'Italia», Napolitano fa infatti appello ad uno spirito nazionale e ad un sentimento patriottico che dovrebbero essere comun denominatore di tutti i protagonisti della vita politica e che li dovrebbero spingere, nel momento in cui i principi di libertà e democrazia sanciti dalla Costituzione sono fatti propri da tutti i partiti rappresentati in parlamento, a non concepire la lotta politica come una sorta di perenne guerra civile, ma come un confronto che, per quanto aspro, non punta alla delegittimazione totale dell'avversario dipingendolo come un nuovo Duce contro il quale organizzare una nuova Resistenza. Che significa tutto ciò? Che sarebbe ora di finirla con una lettura faziosa della Liberazione, utilizzata in modo strumentale per colpire il nemico di turno e cancellarlo dal novero degli amanti della democrazia. Tanto più che - come ha ricordato ancora il capo dello Stato - «nel più ampio e condiviso sentimento della Nazione, nel grande alveo della guerra patriottica si raccolsero forze che non erano state partecipi dell'antifascismo militante e fresche energie rappresentative di nuove, giovanissime generazioni. E questa caratterizzazione più ricca, e sempre meno di parte, della Resistenza si rispecchiò più tardi nel confronto costituente, nel disegno e nei principi della Costituzione repubblicana». Per questo «si tratta di celebrare il 25 aprile nel suo profondo significato nazionale».
Vallo a spiegare a Bersani, tutto intento, con un tempismo degno di miglior causa, a organizzare il nuovo «patto repubblicano» contro il presidente del Consiglio, nella convinzione di poter in questo modo sconfiggere il Cavaliere alle prossime elezioni, tenendo insieme il Partito Democratico, Di Pietro, la sinistra radicale, l'Udc e tutti gli antiberlusconiani d'Italia, in una riedizione - se possibile ancor più vasta - di quell'Unione prodiana che ha già dimostrato tutta la sua inconsistenza politica e tutta la sua incapacità di governo del paese. Possibile che passino gli anni, passino i segretari del Pd, passino le sconfitte e il maggior partito della sinistra non riesca a proporre altro che il solito, stantio progetto del Comitato di Liberazione Nazionale contro l'uomo di Arcore? Non uno straccio di idea, nessuna disponibilità al confronto, le consuete alchimie per mettere in piedi un'alleanza dove convivano tutto e il suo contrario. E' evidente che si tratta dell'opposto di quello spirito nazionale richiamato dal presidente della Repubblica. Stavolta è chiaro chi sia a far spallucce di fronte alle ragionevoli e sagge parole dell'inquilino del Colle.
Gianteo Bordero
Che delusione Pierluigi Bersani! Proprio nei giorni in cui il presidente del Consiglio invoca, in sintonia con il capo dello Stato, uno spirito costituente capace di andare oltre le divisioni partitiche per «scrivere insieme una nuova pagina di storia della nostra democrazia e della nostra Italia», il segretario del Pd non trova di meglio da fare che proporre per l'ennesima volta una sorta di CLN contro la «deriva populista» che, a suo dire, Berlusconi vorrebbe imporre alle istituzioni democratiche del nostro paese.
La risposta negativa di Bersani al premier, ribadita in un'intervista su Repubblica, oltre che mostrare l'incapacità del Partito Democratico di rompere in maniera definitiva con quell'antiberlusconismo duro e puro che da sedici anni a questa parte paralizza ogni autentico processo di rinnovamento della sinistra italiana, mette in luce un'imbarazzante incomprensione delle parole pronunciate sabato alla Scala di Milano dal capo dello Stato. Parole che contengono un'interessante novità nell'interpretazione delle vicende che portarono alla nascita della Repubblica e che dischiudono, dal punto di vista politico, una prospettiva che potrebbe consentire - se davvero tutti i partiti la facessero propria - il superamento di una sterile retorica di parte e quindi la riscoperta di un terreno comune sulla base del quale dare vita ad un diverso modo di concepire e sviluppare il confronto tra le forze politiche.
Quando afferma che «il 25 aprile è non solo Festa della Liberazione: è Festa della riunificazione d'Italia», Napolitano fa infatti appello ad uno spirito nazionale e ad un sentimento patriottico che dovrebbero essere comun denominatore di tutti i protagonisti della vita politica e che li dovrebbero spingere, nel momento in cui i principi di libertà e democrazia sanciti dalla Costituzione sono fatti propri da tutti i partiti rappresentati in parlamento, a non concepire la lotta politica come una sorta di perenne guerra civile, ma come un confronto che, per quanto aspro, non punta alla delegittimazione totale dell'avversario dipingendolo come un nuovo Duce contro il quale organizzare una nuova Resistenza. Che significa tutto ciò? Che sarebbe ora di finirla con una lettura faziosa della Liberazione, utilizzata in modo strumentale per colpire il nemico di turno e cancellarlo dal novero degli amanti della democrazia. Tanto più che - come ha ricordato ancora il capo dello Stato - «nel più ampio e condiviso sentimento della Nazione, nel grande alveo della guerra patriottica si raccolsero forze che non erano state partecipi dell'antifascismo militante e fresche energie rappresentative di nuove, giovanissime generazioni. E questa caratterizzazione più ricca, e sempre meno di parte, della Resistenza si rispecchiò più tardi nel confronto costituente, nel disegno e nei principi della Costituzione repubblicana». Per questo «si tratta di celebrare il 25 aprile nel suo profondo significato nazionale».
Vallo a spiegare a Bersani, tutto intento, con un tempismo degno di miglior causa, a organizzare il nuovo «patto repubblicano» contro il presidente del Consiglio, nella convinzione di poter in questo modo sconfiggere il Cavaliere alle prossime elezioni, tenendo insieme il Partito Democratico, Di Pietro, la sinistra radicale, l'Udc e tutti gli antiberlusconiani d'Italia, in una riedizione - se possibile ancor più vasta - di quell'Unione prodiana che ha già dimostrato tutta la sua inconsistenza politica e tutta la sua incapacità di governo del paese. Possibile che passino gli anni, passino i segretari del Pd, passino le sconfitte e il maggior partito della sinistra non riesca a proporre altro che il solito, stantio progetto del Comitato di Liberazione Nazionale contro l'uomo di Arcore? Non uno straccio di idea, nessuna disponibilità al confronto, le consuete alchimie per mettere in piedi un'alleanza dove convivano tutto e il suo contrario. E' evidente che si tratta dell'opposto di quello spirito nazionale richiamato dal presidente della Repubblica. Stavolta è chiaro chi sia a far spallucce di fronte alle ragionevoli e sagge parole dell'inquilino del Colle.
Gianteo Bordero
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sabato 6 marzo 2010
IL PD IN UN VICOLO CIECO
da Ragionpolitica.it del 6 marzo 2010
Invece delle «forze armate per fermare il dittatore», come auspicava il solito Antonio Di Pietro, venerdì sera è arrivata la firma del presidente della Repubblica al decreto legge del governo finalizzato a garantire il regolare svolgimento delle elezioni regionali del 28 e 29 marzo. Così la sinistra, che negli ultimi giorni aveva gridato all'abuso di potere, al golpe strisciante, all'imminente attentato alla democrazia messo in atto dal Cavaliere Nero, si ritrova oggi, per l'ennesima volta, con il proverbiale pugno di mosche in mano, costretta nuovamente a ricorrere alla piazza per mascherare la sua inconsistenza politica e la sua incapacità di confrontarsi seriamente e responsabilmente con le forze di maggioranza.
Il discorso vale in particolar modo per il Partito Democratico di Pier Luigi Bersani, che ha mantenuto un atteggiamento di chiusura preconcetta alle proposte del centrodestra, con la tacita speranza di poter trarre profitto dal caos sorto in seguito alla bocciatura della lista del Pdl nella Provincia di Roma e del listino di Formigoni in Lombardia ed ottenere così un successo a tavolino, in una gara senza competitori, in due Regioni chiave per stabilire vincitori e vinti della consultazione di fine marzo. Ha fatto ancora una volta capolino il solito vizietto post-comunista di gareggiare azzoppando gli avversari o escludendoli dall'agone. L'inebriante odore della conquista del potere fine a se stessa ha avuto la meglio sulle voci sagge e ragionevoli (su tutte quella di Massimo Cacciari) che consigliavano alla dirigenza del Pd di considerare gli effetti di un voto di fatto falsato dalla mancata partecipazione del partito di maggioranza relativa.
Così Bersani si è infilato in un vicolo cieco. Messosi al traino di Di Pietro nei giorni precedenti il varo del decreto legge, oggi si ritrova nella sgradevole situazione di dover da un lato prendere le distanze dal suo alleato di ferro quando arriva a chiedere addirittura l'impeachment per Giorgio Napolitano - definito dall'ex pm «correo, non arbitro imparziale» - e dall'altro lato di garantire comunque l'adesione del Pd alla manifestazione di piazza annunciata per il prossimo sabato, dove è prevedibile che il capo dello Stato continuerà ad essere preso di mira dal popolo viola e dai militanti della sinistra, e dove il leader dell'Idv giocherà ancora una volta con astuzia il suo ruolo incontrastato di arruffapopoli per conquistare consensi in vista del voto.
Sono questi i risultati inevitabili di una strategia confusa, incerta e sempre oscillante tra il «vorrei ma non posso» di un rapporto non perennemente guerreggiato con la maggioranza e la tentazione di cedere agli istinti belluini di una piazza antipolitica e antiberlusconiana considerata come un serbatoio di voti irrinunciabile per il Pd. Nei giorni scorsi, subito dopo l'annuncio dell'esclusione delle liste del Pdl, il partito di Bersani era convinto di poter cavalcare la cresta dell'onda e di navigare col vento in poppa verso un inaspettato trionfo alle elezioni di fine marzo, soprattutto in una Regione come la Lombardia, da sempre feudo indiscusso del centrodestra. Oggi, dopo il sì del presidente della Repubblica al decreto del governo, la riammissione del listino di Formigoni e l'immediata offensiva di piazza di Di Pietro, l'entusiasmo lascia il passo alla delusione e alla disillusione: i nodi vengono al pettine e il Partito Democratico è costretto a tornare coi piedi per terra, a fare i conti con le sue contraddizioni e con l'incapacità congenita di porsi come soggetto che traccia la rotta stabile di una coalizione e che rinuncia a farsi guidare dalla prima nave pirata di passaggio.
Gianteo Bordero
Invece delle «forze armate per fermare il dittatore», come auspicava il solito Antonio Di Pietro, venerdì sera è arrivata la firma del presidente della Repubblica al decreto legge del governo finalizzato a garantire il regolare svolgimento delle elezioni regionali del 28 e 29 marzo. Così la sinistra, che negli ultimi giorni aveva gridato all'abuso di potere, al golpe strisciante, all'imminente attentato alla democrazia messo in atto dal Cavaliere Nero, si ritrova oggi, per l'ennesima volta, con il proverbiale pugno di mosche in mano, costretta nuovamente a ricorrere alla piazza per mascherare la sua inconsistenza politica e la sua incapacità di confrontarsi seriamente e responsabilmente con le forze di maggioranza.
Il discorso vale in particolar modo per il Partito Democratico di Pier Luigi Bersani, che ha mantenuto un atteggiamento di chiusura preconcetta alle proposte del centrodestra, con la tacita speranza di poter trarre profitto dal caos sorto in seguito alla bocciatura della lista del Pdl nella Provincia di Roma e del listino di Formigoni in Lombardia ed ottenere così un successo a tavolino, in una gara senza competitori, in due Regioni chiave per stabilire vincitori e vinti della consultazione di fine marzo. Ha fatto ancora una volta capolino il solito vizietto post-comunista di gareggiare azzoppando gli avversari o escludendoli dall'agone. L'inebriante odore della conquista del potere fine a se stessa ha avuto la meglio sulle voci sagge e ragionevoli (su tutte quella di Massimo Cacciari) che consigliavano alla dirigenza del Pd di considerare gli effetti di un voto di fatto falsato dalla mancata partecipazione del partito di maggioranza relativa.
Così Bersani si è infilato in un vicolo cieco. Messosi al traino di Di Pietro nei giorni precedenti il varo del decreto legge, oggi si ritrova nella sgradevole situazione di dover da un lato prendere le distanze dal suo alleato di ferro quando arriva a chiedere addirittura l'impeachment per Giorgio Napolitano - definito dall'ex pm «correo, non arbitro imparziale» - e dall'altro lato di garantire comunque l'adesione del Pd alla manifestazione di piazza annunciata per il prossimo sabato, dove è prevedibile che il capo dello Stato continuerà ad essere preso di mira dal popolo viola e dai militanti della sinistra, e dove il leader dell'Idv giocherà ancora una volta con astuzia il suo ruolo incontrastato di arruffapopoli per conquistare consensi in vista del voto.
Sono questi i risultati inevitabili di una strategia confusa, incerta e sempre oscillante tra il «vorrei ma non posso» di un rapporto non perennemente guerreggiato con la maggioranza e la tentazione di cedere agli istinti belluini di una piazza antipolitica e antiberlusconiana considerata come un serbatoio di voti irrinunciabile per il Pd. Nei giorni scorsi, subito dopo l'annuncio dell'esclusione delle liste del Pdl, il partito di Bersani era convinto di poter cavalcare la cresta dell'onda e di navigare col vento in poppa verso un inaspettato trionfo alle elezioni di fine marzo, soprattutto in una Regione come la Lombardia, da sempre feudo indiscusso del centrodestra. Oggi, dopo il sì del presidente della Repubblica al decreto del governo, la riammissione del listino di Formigoni e l'immediata offensiva di piazza di Di Pietro, l'entusiasmo lascia il passo alla delusione e alla disillusione: i nodi vengono al pettine e il Partito Democratico è costretto a tornare coi piedi per terra, a fare i conti con le sue contraddizioni e con l'incapacità congenita di porsi come soggetto che traccia la rotta stabile di una coalizione e che rinuncia a farsi guidare dalla prima nave pirata di passaggio.
Gianteo Bordero
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lunedì 1 marzo 2010
IL PD IN VIOLA
da Ragionpolitica.it del 1° marzo 2010
Commentando l'adesione del Pd alla manifestazione del cosiddetto «popolo viola» svoltasi sabato a Roma, Maria Teresa Meli ha scritto sul Corriere della Sera (28 febbraio) che «il Partito Democratico sotto elezioni riscopre l'antiberlusconismo». In realtà, non si tratta di una riscoperta, bensì dell'emersione di un sentimento che non ha mai cessato, da sedici anni a questa parte, di battere forte nel cuore e nella mente dei rappresentanti del centrosinistra italiano. Un sentimento che ne ha caratterizzato e ne caratterizza ancora oggi le scelte strategiche di fondo, come quella di tentare di rimettere in piedi una larga alleanza che vada da Rutelli e Casini fino alla sinistra di Vendola, unicamente nel nome della cacciata del Cavaliere, senza alcun comune denominatore programmatico e politico degno di tal nome.
Del resto, bastava leggere gli slogan che campeggiavano sugli striscioni di piazza del Popolo per capire che la «nuova opposizione» a Berlusconi - se così possiamo chiamarla - è ancora una volta tenuta insieme soltanto dall'odio, dal disprezzo e dal rancore nei confronti del presidente del Consiglio, dipinto alla stregua di un incallito criminale e descritto dal solito Di Pietro come capo di un governo «fascista e piduista». Il sogno del «popolo viola» e dei partiti presenti sabato all'adunata romana, quindi anche del Pd, è uno soltanto, sempre lo stesso, ben rappresentato da numerosi cartelli issati dai manifestanti: vedere l'uomo di Arcore in ceppi, rinchiuso nelle patrie galere, costretto ai lavori forzati come il peggiore dei delinquenti.
«I have a dream», recitavano le gigantografie con la caricatura del premier con la divisa da carcerato, la palla al piede e la piccozza in spalla. Solo due anni fa lo stesso memorabile motto di Martin Luther King era stato usato per tutt'altri scopi dall'allora leader del Partito Democratico, Walter Veltroni, che al Lingotto di Torino, acclamato come il salvatore della patria dopo la disastrosa esperienza di governo dell'Unione prodiana, aveva provato a mettere fine alla stagione dell'antiberlusconismo ideologico e a tratteggiare una sinistra diversa, non più prigioniera della sua perenne ossessione ad personam e capace di proporre al paese un'agenda autenticamente e sanamente riformista. Sappiamo tutti com'è andato a finire quel tentativo. E la distanza che separa il progetto di una gauche italiana moderna e responsabile dalla situazione attuale è tutta in questo passaggio dall'«I have a dream» di Veltroni all'«I have a dream» della manifestazione di sabato: gli spiriti animali della sinistra hanno avuto la meglio sulla paziente tessitura politica, la pancia ha prevalso sulla ragione, il tornaconto immediato sulla prospettiva strategica, l'antipolitica sulla politica. E così sia.
Tutto ciò è avvenuto e avviene con l'assenso di un segretario come Pier Luigi Bersani, che solo pochi mesi fa aveva detto «no» all'adesione ufficiale del Partito Democratico al «No-B day» - la prima uscita del «popolo viola» - in nome di una opposizione diversa da quella condotta da Di Pietro. Sembrava un gesto coraggioso, quello di Bersani, che lasciava finalmente intravedere la possibilità di un'uscita del Pd dal giustizialismo duro e puro e di un confronto costruttivo tra centrodestra e centrosinistra sulle grandi questioni di interesse nazionale. E' bastato poco per capire che si trattava dell'ennesima dichiarazione di intenti a cui non avrebbe fatto seguito alcuna svolta politica concreta: tant'è vero che, pressato dalle scadenze elettorali, per mettere al sicuro innanzitutto la sua poltrona, il segretario del Pd si è premurato di stringere un patto di ferro con l'ex pm in vista delle ragionali, suggellando poi tale alleanza, con tanto di baci e abbracci a Tonino, durante il congresso dell'Idv.
Tutto ciò dimostra che, nella sostanza, non vi è alcuna «riscoperta» dell'antiberlusconismo, per il semplice fatto che non c'è mai stato un autentico, riscontrabile abbandono dello stesso da parte del partito post-comunista italiano. Come si è visto anche nel caso dell'inchiesta sulla Protezione Civile, con la richiesta di dimissioni di Bertolaso giocata da Bersani come carta contro il governo, alla fine nel Pd prevale sempre il richiamo della foresta giustizialista e anti-Cavaliere. E' la memoria degli anni di Mani Pulite che si fa sentire, è la stessa ragione sociale degli eredi del Pci nella Seconda Repubblica che reclama il suo spazio, condizionandone ogni mossa, ogni pensiero, ogni scelta strategica.
Gianteo Bordero
Commentando l'adesione del Pd alla manifestazione del cosiddetto «popolo viola» svoltasi sabato a Roma, Maria Teresa Meli ha scritto sul Corriere della Sera (28 febbraio) che «il Partito Democratico sotto elezioni riscopre l'antiberlusconismo». In realtà, non si tratta di una riscoperta, bensì dell'emersione di un sentimento che non ha mai cessato, da sedici anni a questa parte, di battere forte nel cuore e nella mente dei rappresentanti del centrosinistra italiano. Un sentimento che ne ha caratterizzato e ne caratterizza ancora oggi le scelte strategiche di fondo, come quella di tentare di rimettere in piedi una larga alleanza che vada da Rutelli e Casini fino alla sinistra di Vendola, unicamente nel nome della cacciata del Cavaliere, senza alcun comune denominatore programmatico e politico degno di tal nome.
Del resto, bastava leggere gli slogan che campeggiavano sugli striscioni di piazza del Popolo per capire che la «nuova opposizione» a Berlusconi - se così possiamo chiamarla - è ancora una volta tenuta insieme soltanto dall'odio, dal disprezzo e dal rancore nei confronti del presidente del Consiglio, dipinto alla stregua di un incallito criminale e descritto dal solito Di Pietro come capo di un governo «fascista e piduista». Il sogno del «popolo viola» e dei partiti presenti sabato all'adunata romana, quindi anche del Pd, è uno soltanto, sempre lo stesso, ben rappresentato da numerosi cartelli issati dai manifestanti: vedere l'uomo di Arcore in ceppi, rinchiuso nelle patrie galere, costretto ai lavori forzati come il peggiore dei delinquenti.
«I have a dream», recitavano le gigantografie con la caricatura del premier con la divisa da carcerato, la palla al piede e la piccozza in spalla. Solo due anni fa lo stesso memorabile motto di Martin Luther King era stato usato per tutt'altri scopi dall'allora leader del Partito Democratico, Walter Veltroni, che al Lingotto di Torino, acclamato come il salvatore della patria dopo la disastrosa esperienza di governo dell'Unione prodiana, aveva provato a mettere fine alla stagione dell'antiberlusconismo ideologico e a tratteggiare una sinistra diversa, non più prigioniera della sua perenne ossessione ad personam e capace di proporre al paese un'agenda autenticamente e sanamente riformista. Sappiamo tutti com'è andato a finire quel tentativo. E la distanza che separa il progetto di una gauche italiana moderna e responsabile dalla situazione attuale è tutta in questo passaggio dall'«I have a dream» di Veltroni all'«I have a dream» della manifestazione di sabato: gli spiriti animali della sinistra hanno avuto la meglio sulla paziente tessitura politica, la pancia ha prevalso sulla ragione, il tornaconto immediato sulla prospettiva strategica, l'antipolitica sulla politica. E così sia.
Tutto ciò è avvenuto e avviene con l'assenso di un segretario come Pier Luigi Bersani, che solo pochi mesi fa aveva detto «no» all'adesione ufficiale del Partito Democratico al «No-B day» - la prima uscita del «popolo viola» - in nome di una opposizione diversa da quella condotta da Di Pietro. Sembrava un gesto coraggioso, quello di Bersani, che lasciava finalmente intravedere la possibilità di un'uscita del Pd dal giustizialismo duro e puro e di un confronto costruttivo tra centrodestra e centrosinistra sulle grandi questioni di interesse nazionale. E' bastato poco per capire che si trattava dell'ennesima dichiarazione di intenti a cui non avrebbe fatto seguito alcuna svolta politica concreta: tant'è vero che, pressato dalle scadenze elettorali, per mettere al sicuro innanzitutto la sua poltrona, il segretario del Pd si è premurato di stringere un patto di ferro con l'ex pm in vista delle ragionali, suggellando poi tale alleanza, con tanto di baci e abbracci a Tonino, durante il congresso dell'Idv.
Tutto ciò dimostra che, nella sostanza, non vi è alcuna «riscoperta» dell'antiberlusconismo, per il semplice fatto che non c'è mai stato un autentico, riscontrabile abbandono dello stesso da parte del partito post-comunista italiano. Come si è visto anche nel caso dell'inchiesta sulla Protezione Civile, con la richiesta di dimissioni di Bertolaso giocata da Bersani come carta contro il governo, alla fine nel Pd prevale sempre il richiamo della foresta giustizialista e anti-Cavaliere. E' la memoria degli anni di Mani Pulite che si fa sentire, è la stessa ragione sociale degli eredi del Pci nella Seconda Repubblica che reclama il suo spazio, condizionandone ogni mossa, ogni pensiero, ogni scelta strategica.
Gianteo Bordero
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lunedì 8 febbraio 2010
QUELLI CHE VOGLIONO RIFARE L'UNIONE
da Ragionpolitica.it dell'8 febbraio 2010
Baci e abbracci, al congresso dell'Italia dei Valori, tra Antonio Di Pietro e il segretario del Partito Democratico, Pierluigi Bersani. E in platea applaude Nichi Vendola, nuova icona della gauche nostrana dopo l'eclatante vittoria alle primarie pugliesi. Sarà dunque questa la nuova troika (Di Pietro, Bersani, Vendola) chiamata a risollevare le sorti della sinistra italiana dopo i rovesci elettorali di questi ultimi anni. In realtà, di nuovo c'è ben poco: il film a cui stiamo assistendo in questi giorni non ha il sapore di un'inedita alleanza politica fondata su una chiara e condivisa proposta programmatica per il governo del paese, ma è la riproposizione della vecchia formula tanto cara a Romano Prodi, l'Unione di tutti coloro che non hanno altro obiettivo oltre alla cacciata di Berlusconi.
Insomma, la sinistra, invece che proiettarsi verso il futuro sulla base di un'analisi radicale delle cause che l'hanno condannata alla minorità politica, riavvolge la pellicola e ritorna al 2006. Come se niente fosse accaduto. Come se i due anni di esecutivo Prodi non fossero mai esistiti. Come se quell'accozzaglia di forze tenute insieme soltanto dall'odio nei confronti del Cavaliere non avesse già dimostrato, alla prova dei fatti, di non poter produrre nulla di buono e di duraturo sotto il profilo dell'elaborazione politica e dell'azione di governo. Invece che prendere atto delle ragioni profonde della sua crisi, la sinistra sceglie di mettere da parte la politica e di affidarsi, ancora una volta, all'aritmetica, alla mera sommatoria dei voti sulla carta, immemore di quanto questo atteggiamento le sia già costato caro nel recente passato.
Alla vigilia delle elezioni del 2006, tale mentalità aveva fatto illudere i dirigenti dell'Unione di portare a casa una vittoria talmente ampia e netta da costringere alla resa definitiva l'uomo di Arcore. Sappiamo tutti come andò a finire: il trionfo non ci fu, le previsioni sulla carta furono smentite dai voti reali degli italiani, Berlusconi ne uscì a testa alta dimostrando di saper parlare meglio di chiunque altro agli elettori, ma la sinistra fece finta di nulla e pensò che quei 24 mila voti di vantaggio (lo 0,01% del corpo elettorale) le dessero il titolo di governare e di occupare tutto il potere disponibile come se la vittoria fosse stata totale. Fu quello, ancor prima del dispiegarsi dell'azione di governo, l'inizio della fine dell'Unione.
E fa specie che oggi la suddetta troika non sappia far tesoro di quell'esperienza e la riproponga, senza senso della realtà e della storia, come il rimedio a tutti i mali della sinistra. Con l'aggravante che questa volta anche i numeri sembrano remar contro i sogni di gloria di Di Pietro, Bersani e Vendola. I quali dovrebbero, tra le altre cose, tener conto di tre dati: in primis del fatto che l'Unione, quattro anni or sono, ha raccolto il massimo dei consensi che la gauche italiana ha mai potuto racimolare; in secondo luogo che, per fare ciò, Prodi ha dovuto mettere assieme ben dieci partiti (Ds, Margherita, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi, Italia dei Valori, Udeur, Socialisti Democratici italiani, Radicali, Repubblicani europei); in terzo luogo, che il risultato del 2006 fu reso possibile anche, se non soprattutto, dallo stato di debolezza e di calo dei consensi di un centrodestra diviso e litigioso. Basta poco per capire quanto la realtà odierna sia diversa da quella di allora e per ipotizzare che le situazioni congiunturali che quattro anni fa portarono alla vittoria del centrosinistra difficilmente potranno prendere nuovamente forma nel prossimo futuro.
E allora è chiaro che quello a cui si apprestano a dar vita Di Pietro, Bersani e Vendola assomiglia più alla classica mossa della disperazione che a un progetto politico degno di tal nome. E se è vero che oggi questa alleanza può essere utile per garantire alla sinistra un risultato decoroso alle elezioni regionali di marzo, domani, cioè da aprile in poi, non potrà non mostrarsi per quello che realmente è: l'illusione di poter sconfiggere il centrodestra non in forza di un disegno politico organico e capace di parlare al paese sui grandi temi dell'economia, del lavoro, della scuola, della giustizia, ma sulla base di una semplice addizione di voti - che potrebbero non bastare.
Gianteo Bordero
Baci e abbracci, al congresso dell'Italia dei Valori, tra Antonio Di Pietro e il segretario del Partito Democratico, Pierluigi Bersani. E in platea applaude Nichi Vendola, nuova icona della gauche nostrana dopo l'eclatante vittoria alle primarie pugliesi. Sarà dunque questa la nuova troika (Di Pietro, Bersani, Vendola) chiamata a risollevare le sorti della sinistra italiana dopo i rovesci elettorali di questi ultimi anni. In realtà, di nuovo c'è ben poco: il film a cui stiamo assistendo in questi giorni non ha il sapore di un'inedita alleanza politica fondata su una chiara e condivisa proposta programmatica per il governo del paese, ma è la riproposizione della vecchia formula tanto cara a Romano Prodi, l'Unione di tutti coloro che non hanno altro obiettivo oltre alla cacciata di Berlusconi.
Insomma, la sinistra, invece che proiettarsi verso il futuro sulla base di un'analisi radicale delle cause che l'hanno condannata alla minorità politica, riavvolge la pellicola e ritorna al 2006. Come se niente fosse accaduto. Come se i due anni di esecutivo Prodi non fossero mai esistiti. Come se quell'accozzaglia di forze tenute insieme soltanto dall'odio nei confronti del Cavaliere non avesse già dimostrato, alla prova dei fatti, di non poter produrre nulla di buono e di duraturo sotto il profilo dell'elaborazione politica e dell'azione di governo. Invece che prendere atto delle ragioni profonde della sua crisi, la sinistra sceglie di mettere da parte la politica e di affidarsi, ancora una volta, all'aritmetica, alla mera sommatoria dei voti sulla carta, immemore di quanto questo atteggiamento le sia già costato caro nel recente passato.
Alla vigilia delle elezioni del 2006, tale mentalità aveva fatto illudere i dirigenti dell'Unione di portare a casa una vittoria talmente ampia e netta da costringere alla resa definitiva l'uomo di Arcore. Sappiamo tutti come andò a finire: il trionfo non ci fu, le previsioni sulla carta furono smentite dai voti reali degli italiani, Berlusconi ne uscì a testa alta dimostrando di saper parlare meglio di chiunque altro agli elettori, ma la sinistra fece finta di nulla e pensò che quei 24 mila voti di vantaggio (lo 0,01% del corpo elettorale) le dessero il titolo di governare e di occupare tutto il potere disponibile come se la vittoria fosse stata totale. Fu quello, ancor prima del dispiegarsi dell'azione di governo, l'inizio della fine dell'Unione.
E fa specie che oggi la suddetta troika non sappia far tesoro di quell'esperienza e la riproponga, senza senso della realtà e della storia, come il rimedio a tutti i mali della sinistra. Con l'aggravante che questa volta anche i numeri sembrano remar contro i sogni di gloria di Di Pietro, Bersani e Vendola. I quali dovrebbero, tra le altre cose, tener conto di tre dati: in primis del fatto che l'Unione, quattro anni or sono, ha raccolto il massimo dei consensi che la gauche italiana ha mai potuto racimolare; in secondo luogo che, per fare ciò, Prodi ha dovuto mettere assieme ben dieci partiti (Ds, Margherita, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi, Italia dei Valori, Udeur, Socialisti Democratici italiani, Radicali, Repubblicani europei); in terzo luogo, che il risultato del 2006 fu reso possibile anche, se non soprattutto, dallo stato di debolezza e di calo dei consensi di un centrodestra diviso e litigioso. Basta poco per capire quanto la realtà odierna sia diversa da quella di allora e per ipotizzare che le situazioni congiunturali che quattro anni fa portarono alla vittoria del centrosinistra difficilmente potranno prendere nuovamente forma nel prossimo futuro.
E allora è chiaro che quello a cui si apprestano a dar vita Di Pietro, Bersani e Vendola assomiglia più alla classica mossa della disperazione che a un progetto politico degno di tal nome. E se è vero che oggi questa alleanza può essere utile per garantire alla sinistra un risultato decoroso alle elezioni regionali di marzo, domani, cioè da aprile in poi, non potrà non mostrarsi per quello che realmente è: l'illusione di poter sconfiggere il centrodestra non in forza di un disegno politico organico e capace di parlare al paese sui grandi temi dell'economia, del lavoro, della scuola, della giustizia, ma sulla base di una semplice addizione di voti - che potrebbero non bastare.
Gianteo Bordero
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sabato 30 gennaio 2010
BERSANI-DI PIETRO. RITORNO AL PASSATO
da Ragionpolitica.it del 30 gennaio 2010
Gira che ti rigira, alla fine il segretario del Partito Democratico ha deciso di riannodare i legami con l'Italia dei Valori in vista delle elezioni regionali del prossimo marzo. Una scelta per certi versi scontata, se si tiene conto del fatto che senza l'apporto del voto dipietrista il Pd rischia di capitolare in numerose Regioni nelle quali oggi è al governo e che i sondaggi più recenti danno in bilico tra centrosinistra e centrodestra. Così, dopo le liti dei mesi scorsi, dopo le ripetute prese di distanza di molti esponenti democratici dai toni e dai contenuti delle battaglie condotte dall'ex pm, improntate a un antiberlusconismo totale e dogmatico dal quale Bersani aveva annunciato di volersi affrancare, ecco che, come se nulla fosse accaduto, i leader dei due partiti si sono presentati insieme in conferenza stampa per annunciare un nuovo patto politico. Un accordo che - precisano - non riguarderà soltanto la prossima scadenza elettorale, ma anche il prosieguo della legislatura, in vista della creazione di una larga alleanza di centrosinistra capace di contendere al centrodestra la vittoria alle politiche del 2013.
Si tratta non soltanto di una sconfessione in piena regola della strategia annunciata a parole da Bersani nella fase pre-congressuale del Partito Democratico e finalizzata a dare vita ad un nuovo centro-sinistra fondato sull'asse tra Pd e Udc, con un'Italia dei Valori relegata al ruolo di gregario, ma anche di un ritorno al passato senza se e senza ma. In primis un ritorno all'alleanza stipulata da Veltroni con Di Pietro alla vigilia delle elezioni politiche del 2008, che ha avuto come conseguenza quella di regalare all'ex pm una corposa rappresentanza parlamentare e di consentirgli, con l'estrema sinistra rimasta fuori dal Palazzo, di autonominarsi, agli occhi dell'opinione pubblica, rappresentante unico della gauche massimalista. Ma è anche un ritorno de facto all'Unione prodiana, cioè - in sostanza - alla volontà di mettere insieme forze che hanno come solo denominatore comune l'avversione a Berlusconi. Idee, contenuti e proposte passano così in secondo piano, anzi divengono ininfluenti alla luce dell'unico punto programmatico capace di tenere uniti partiti tanto diversi tra loro: abbattere il Cavaliere Nero, costi quel che costi.
A soli quattro mesi dal suo insediamento alla segreteria del Pd, Bersani si trova dunque in un evidente stato confusionale: a parole dice di voler seguire una determinata direzione (quella del riformismo socialdemocratico e del confronto con la maggioranza sui grandi temi dell'agenda di governo) ma poi, nei fatti, sceglie di percorrere quella opposta (l'arroccamento nell'antiberlusconismo ideologico, chiuso ad ogni ipotesi di collaborazione istituzionale tra i due schieramenti). L'impressione è che il leader del Partito Democratico non sappia che pesci prendere e che, temendo una pesante sconfitta alle regionali, potenzialmente devastante per le sorti della sua segreteria, sia alla disperata ricerca di alleati con i quali mettere assieme i numeri necessari per rendere sopportabile e in qualche modo digeribile il risultato delle urne. L'elaborazione di una proposta politica seria e credibile, quindi, lascia nuovamente spazio alla mera aritmetica elettorale, cioè alla volontà di conquista del potere fine a se stessa. Come se non avesse insegnato nulla, ai dirigenti del Pd, l'esperienza degli ultimi sedici anni, a partire dalla bocciatura della «gioiosa macchina da guerra» di Achille Occhetto nel 1994. I postcomunisti sembrano aver dimenticato persino gli insegnamenti del loro maestro di un tempo, quel Karl Marx il quale profeticamente affermò che «la storia si ripete sempre due volte: la prima volta in tragedia, la seconda in farsa». Dopo il fallimento dell'Unione prodiana, giunta al minimo storico dei consensi tra gli stessi elettori di sinistra a causa della sua insostenibilità e assurdità politica, il rischio è proprio quello descritto dall'autore del Capitale: arrivare alle comiche finali della sinistra in Italia.
Bersani, infatti, siglando un nuovo patto di reciproca fedeltà con un partito che in alcun modo, a causa del suo stesso Dna, può essere partecipe di un progetto di modernizzazione del paese, non si rende conto di sacrificare sull'altare della convenienza e del tornaconto immediato del partito quel poco di prospettiva riformista lasciata intravedere al momento della sua elezione a leader del Pd. Siamo alle solite: niente di nuovo sul fronte gauchista. Con l'aggravante che questa volta, considerato il progressivo stato di disgregazione interna del Partito Democratico (si pensi, ad esempio, all'addio di Rutelli, Lanzillotta, Dellai, Carra, Lusetti), i fili che il segretario ha riannodato con Di Pietro rischiano di trasformarsi nel cappio capace di soffocare definitivamente il già affannoso e stentato respiro del Pd. Perché l'ex pm, come un avvoltoio, è pronto a fare caccia grossa nell'elettorato orfano del «grande partito» che fu.
Gianteo Bordero
Gira che ti rigira, alla fine il segretario del Partito Democratico ha deciso di riannodare i legami con l'Italia dei Valori in vista delle elezioni regionali del prossimo marzo. Una scelta per certi versi scontata, se si tiene conto del fatto che senza l'apporto del voto dipietrista il Pd rischia di capitolare in numerose Regioni nelle quali oggi è al governo e che i sondaggi più recenti danno in bilico tra centrosinistra e centrodestra. Così, dopo le liti dei mesi scorsi, dopo le ripetute prese di distanza di molti esponenti democratici dai toni e dai contenuti delle battaglie condotte dall'ex pm, improntate a un antiberlusconismo totale e dogmatico dal quale Bersani aveva annunciato di volersi affrancare, ecco che, come se nulla fosse accaduto, i leader dei due partiti si sono presentati insieme in conferenza stampa per annunciare un nuovo patto politico. Un accordo che - precisano - non riguarderà soltanto la prossima scadenza elettorale, ma anche il prosieguo della legislatura, in vista della creazione di una larga alleanza di centrosinistra capace di contendere al centrodestra la vittoria alle politiche del 2013.
Si tratta non soltanto di una sconfessione in piena regola della strategia annunciata a parole da Bersani nella fase pre-congressuale del Partito Democratico e finalizzata a dare vita ad un nuovo centro-sinistra fondato sull'asse tra Pd e Udc, con un'Italia dei Valori relegata al ruolo di gregario, ma anche di un ritorno al passato senza se e senza ma. In primis un ritorno all'alleanza stipulata da Veltroni con Di Pietro alla vigilia delle elezioni politiche del 2008, che ha avuto come conseguenza quella di regalare all'ex pm una corposa rappresentanza parlamentare e di consentirgli, con l'estrema sinistra rimasta fuori dal Palazzo, di autonominarsi, agli occhi dell'opinione pubblica, rappresentante unico della gauche massimalista. Ma è anche un ritorno de facto all'Unione prodiana, cioè - in sostanza - alla volontà di mettere insieme forze che hanno come solo denominatore comune l'avversione a Berlusconi. Idee, contenuti e proposte passano così in secondo piano, anzi divengono ininfluenti alla luce dell'unico punto programmatico capace di tenere uniti partiti tanto diversi tra loro: abbattere il Cavaliere Nero, costi quel che costi.
A soli quattro mesi dal suo insediamento alla segreteria del Pd, Bersani si trova dunque in un evidente stato confusionale: a parole dice di voler seguire una determinata direzione (quella del riformismo socialdemocratico e del confronto con la maggioranza sui grandi temi dell'agenda di governo) ma poi, nei fatti, sceglie di percorrere quella opposta (l'arroccamento nell'antiberlusconismo ideologico, chiuso ad ogni ipotesi di collaborazione istituzionale tra i due schieramenti). L'impressione è che il leader del Partito Democratico non sappia che pesci prendere e che, temendo una pesante sconfitta alle regionali, potenzialmente devastante per le sorti della sua segreteria, sia alla disperata ricerca di alleati con i quali mettere assieme i numeri necessari per rendere sopportabile e in qualche modo digeribile il risultato delle urne. L'elaborazione di una proposta politica seria e credibile, quindi, lascia nuovamente spazio alla mera aritmetica elettorale, cioè alla volontà di conquista del potere fine a se stessa. Come se non avesse insegnato nulla, ai dirigenti del Pd, l'esperienza degli ultimi sedici anni, a partire dalla bocciatura della «gioiosa macchina da guerra» di Achille Occhetto nel 1994. I postcomunisti sembrano aver dimenticato persino gli insegnamenti del loro maestro di un tempo, quel Karl Marx il quale profeticamente affermò che «la storia si ripete sempre due volte: la prima volta in tragedia, la seconda in farsa». Dopo il fallimento dell'Unione prodiana, giunta al minimo storico dei consensi tra gli stessi elettori di sinistra a causa della sua insostenibilità e assurdità politica, il rischio è proprio quello descritto dall'autore del Capitale: arrivare alle comiche finali della sinistra in Italia.
Bersani, infatti, siglando un nuovo patto di reciproca fedeltà con un partito che in alcun modo, a causa del suo stesso Dna, può essere partecipe di un progetto di modernizzazione del paese, non si rende conto di sacrificare sull'altare della convenienza e del tornaconto immediato del partito quel poco di prospettiva riformista lasciata intravedere al momento della sua elezione a leader del Pd. Siamo alle solite: niente di nuovo sul fronte gauchista. Con l'aggravante che questa volta, considerato il progressivo stato di disgregazione interna del Partito Democratico (si pensi, ad esempio, all'addio di Rutelli, Lanzillotta, Dellai, Carra, Lusetti), i fili che il segretario ha riannodato con Di Pietro rischiano di trasformarsi nel cappio capace di soffocare definitivamente il già affannoso e stentato respiro del Pd. Perché l'ex pm, come un avvoltoio, è pronto a fare caccia grossa nell'elettorato orfano del «grande partito» che fu.
Gianteo Bordero
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giovedì 14 gennaio 2010
IL CORAGGIO CHE MANCA AL PD
da Ragionpolitica.it del 14 gennaio 2010
Le attuali difficoltà del Partito Democratico nella definizione delle alleanze e delle candidature per le prossime elezioni regionali sono lo specchio di una crisi più profonda, che rischia di spegnere sul nascere i buoni propositi espressi dal nuovo segretario Pier Luigi Bersani all'indomani della sua elezione e poi, più di recente, dopo l'aggressione subìta a Milano dal presidente del Consiglio. Se la carta vincente con cui l'ex ministro dello Sviluppo del governo Prodi aveva conquistato la guida del partito era stata la proposta di dotare il Pd di una chiara e distinta identità riformista, oggi questo punto centrale della mozione Bersani è messo in discussione da una serie di fattori che obbligano il segretario a navigare a vista e a rinunciare ad ogni coraggioso slancio in avanti.
Innanzitutto Bersani deve fare i conti con un'opposizione interna (rappresentata in larga parte dai seguaci di Veltroni e Franceschini) che sembra intenta più a perseguire la propria rivincita sul nuovo segretario che a costruire insieme a lui un partito in grado di contendere al Popolo della Libertà e al centrodestra il governo del paese. Prevalgono cioè, ancora una volta, i personalismi, i desideri di vendetta contro il leader di turno, i rancori e le mai sopite lotte intestine. Invece che collaborare - ancorché criticamente - con il segretario, si pensa soltanto al modo per indebolirne l'autorevolezza oggi e per metterne in discussione il ruolo domani, quando dalle urne delle elezioni regionali potrebbe uscire un quadro desolante per il Pd. Se non prenderà le adeguate contromisure mostrando un piglio decisionista e determinato con gli avversari interni, Bersani potrebbe ritrovarsi in men che si dica nelle condizioni dei suoi predecessori. E non sarebbe un bello spettacolo.
In secondo luogo, il segretario del Partito Democratico si trova a dover fronteggiare l'eterna questione dei rapporti con Antonio Di Pietro, che, come ha scritto Giampaolo Pansa su Libero del 13 gennaio, «non è un alleato, bensì l'amico del giaguaro, un cannibale politico con un unico programma: mangiarsi l'elettorato del Pd, boccone dopo boccone». Tant'è vero che, ogni volta che Bersani lascia trasparire dalle sue dichiarazioni la pur minima intenzione di volersi confrontare con la maggioranza sulle questioni di interesse generale del paese, ecco che l'ex pm parte alla carica accusando il Pd di intelligenza con il nemico, di berlusconismo, di complicità col Cavaliere Nero. Tutto ciò costringe il segretario a dare un colpo al cerchio del dialogo e un colpo alla botte dell'antiberlusconismo, col risultato di apparire indeciso e ondivago sul da farsi. L'alternativa sarebbe la rottura netta col leader dell'Idv, ma ciò, se da un lato contribuirebbe a una maggiore libertà d'azione per il Pd, dall'altro comprometterebbe il progetto bersaniano di dare vita ad una coalizione abbastanza larga da poter competere con il centrodestra.
Tutto ciò conduce alla terza considerazione, che riguarda la stessa definizione di partito «riformista». Nelle grandi democrazie occidentali, chi si definisce tale non perde occasione per dimostrarlo anche con i fatti. Il che comporta, per un partito d'opposizione, una continua disponibilità al confronto con chi le riforme le propone - cioè i governi -, e una capacità di proposta e di emendamento a partire da un programma chiaro riguardo ai problemi del paese. Nel caso del Pd, invece, l'impressione è che la disponibilità al confronto esista a giorni alterni e secondo l'opportunità tattica del momento, e che la capacità di formulare proposte alternative sia ancora di là da venire. La conseguenza è che il Partito Democratico - si pensi alle recenti dichiarazioni di Bersani contro le proposte di riforma su fisco e giustizia avanzate dalla maggioranza - appare come un altro dei tanti «partiti del no» che hanno caratterizzato la storia recente della sinistra italiana, conducendola in quello stato di marginalità politica che è oggi sotto gli occhi di tutti.
La verità, in conclusione, è che non esiste riformismo se ad esso non s'accompagna una buona dose di coraggio: coraggio di rompere con le abitudini consolidate, coraggio di lasciarsi alle spalle gli schemi del passato, coraggio di tagliare i ponti con chi si oppone alla modernizzazione di un partito, coraggio di assumere posizioni scomode all'interno del proprio schieramento. In una parola: coraggio di cambiare. Per il Pd e per Bersani questo significa chiudere definitivamente la stagione dell'antiberlusconismo, staccarsi dall'estremismo giustizialista di Di Pietro, concentrarsi sull'elaborazione di un programma credibile di governo, aprire in modo stabile al confronto con il centrodestra sulle riforme di sistema, saper dire dei «sì» quando ci si trova di fronte a provvedimenti utili ai cittadini. E' su questo terreno che si gioca il futuro del Partito Democratico e del suo attuale segretario. L'alternativa è la disgregazione finale di ciò che resta della sinistra in Italia.
Gianteo Bordero
Le attuali difficoltà del Partito Democratico nella definizione delle alleanze e delle candidature per le prossime elezioni regionali sono lo specchio di una crisi più profonda, che rischia di spegnere sul nascere i buoni propositi espressi dal nuovo segretario Pier Luigi Bersani all'indomani della sua elezione e poi, più di recente, dopo l'aggressione subìta a Milano dal presidente del Consiglio. Se la carta vincente con cui l'ex ministro dello Sviluppo del governo Prodi aveva conquistato la guida del partito era stata la proposta di dotare il Pd di una chiara e distinta identità riformista, oggi questo punto centrale della mozione Bersani è messo in discussione da una serie di fattori che obbligano il segretario a navigare a vista e a rinunciare ad ogni coraggioso slancio in avanti.
Innanzitutto Bersani deve fare i conti con un'opposizione interna (rappresentata in larga parte dai seguaci di Veltroni e Franceschini) che sembra intenta più a perseguire la propria rivincita sul nuovo segretario che a costruire insieme a lui un partito in grado di contendere al Popolo della Libertà e al centrodestra il governo del paese. Prevalgono cioè, ancora una volta, i personalismi, i desideri di vendetta contro il leader di turno, i rancori e le mai sopite lotte intestine. Invece che collaborare - ancorché criticamente - con il segretario, si pensa soltanto al modo per indebolirne l'autorevolezza oggi e per metterne in discussione il ruolo domani, quando dalle urne delle elezioni regionali potrebbe uscire un quadro desolante per il Pd. Se non prenderà le adeguate contromisure mostrando un piglio decisionista e determinato con gli avversari interni, Bersani potrebbe ritrovarsi in men che si dica nelle condizioni dei suoi predecessori. E non sarebbe un bello spettacolo.
In secondo luogo, il segretario del Partito Democratico si trova a dover fronteggiare l'eterna questione dei rapporti con Antonio Di Pietro, che, come ha scritto Giampaolo Pansa su Libero del 13 gennaio, «non è un alleato, bensì l'amico del giaguaro, un cannibale politico con un unico programma: mangiarsi l'elettorato del Pd, boccone dopo boccone». Tant'è vero che, ogni volta che Bersani lascia trasparire dalle sue dichiarazioni la pur minima intenzione di volersi confrontare con la maggioranza sulle questioni di interesse generale del paese, ecco che l'ex pm parte alla carica accusando il Pd di intelligenza con il nemico, di berlusconismo, di complicità col Cavaliere Nero. Tutto ciò costringe il segretario a dare un colpo al cerchio del dialogo e un colpo alla botte dell'antiberlusconismo, col risultato di apparire indeciso e ondivago sul da farsi. L'alternativa sarebbe la rottura netta col leader dell'Idv, ma ciò, se da un lato contribuirebbe a una maggiore libertà d'azione per il Pd, dall'altro comprometterebbe il progetto bersaniano di dare vita ad una coalizione abbastanza larga da poter competere con il centrodestra.
Tutto ciò conduce alla terza considerazione, che riguarda la stessa definizione di partito «riformista». Nelle grandi democrazie occidentali, chi si definisce tale non perde occasione per dimostrarlo anche con i fatti. Il che comporta, per un partito d'opposizione, una continua disponibilità al confronto con chi le riforme le propone - cioè i governi -, e una capacità di proposta e di emendamento a partire da un programma chiaro riguardo ai problemi del paese. Nel caso del Pd, invece, l'impressione è che la disponibilità al confronto esista a giorni alterni e secondo l'opportunità tattica del momento, e che la capacità di formulare proposte alternative sia ancora di là da venire. La conseguenza è che il Partito Democratico - si pensi alle recenti dichiarazioni di Bersani contro le proposte di riforma su fisco e giustizia avanzate dalla maggioranza - appare come un altro dei tanti «partiti del no» che hanno caratterizzato la storia recente della sinistra italiana, conducendola in quello stato di marginalità politica che è oggi sotto gli occhi di tutti.
La verità, in conclusione, è che non esiste riformismo se ad esso non s'accompagna una buona dose di coraggio: coraggio di rompere con le abitudini consolidate, coraggio di lasciarsi alle spalle gli schemi del passato, coraggio di tagliare i ponti con chi si oppone alla modernizzazione di un partito, coraggio di assumere posizioni scomode all'interno del proprio schieramento. In una parola: coraggio di cambiare. Per il Pd e per Bersani questo significa chiudere definitivamente la stagione dell'antiberlusconismo, staccarsi dall'estremismo giustizialista di Di Pietro, concentrarsi sull'elaborazione di un programma credibile di governo, aprire in modo stabile al confronto con il centrodestra sulle riforme di sistema, saper dire dei «sì» quando ci si trova di fronte a provvedimenti utili ai cittadini. E' su questo terreno che si gioca il futuro del Partito Democratico e del suo attuale segretario. L'alternativa è la disgregazione finale di ciò che resta della sinistra in Italia.
Gianteo Bordero
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giovedì 31 dicembre 2009
IL SOLITO PD
da Ragionpolitica.it del 30 dicembre 2009
Passano le stagioni, passano gli anni, passano i segretari. Ma il Partito Democratico non cambia mai. Diviso come sempre, litigioso come sempre, inconcludente come sempre. Ogni leader che ne prende in mano il timone viene in un primo momento acclamato e presentato come il salvatore della patria, salvo poi rimanere ostaggio dei veti incrociati, delle ripicche personali, delle vendette tra notabili. Il risultato è che il partito appare come una barca ingovernabile, strattonata a destra da chi vorrebbe un Pd più moderno, riformista e responsabile, e a manca da chi lo vorrebbe sempre più antiberlusconiano, dipietrista ed estremista. Tenere la barra al centro, in queste condizioni, è impresa quasi disperata. E non basta vincere un Congresso e accontentare gli sconfitti con incarichi di primo piano per mettersi al riparo dalle rivolte interne di una ciurma in cui ognuno aspira a fare il comandante e nessuno si sacrifica per il gruppo. Ne sta facendo esperienza diretta, in questi giorni, il nuovo segretario Pier Luigi Bersani, che, dopo una breve fase post-congressuale nella quale sembravano essere presenti tutte le condizioni per poter seguire una rotta politica certa e per intraprendere una navigazione più tranquilla rispetto agli anni scorsi, deve ora fare i conti con i fantasmi del passato che incombono alle sue spalle con un'ombra inquietante che nulla di buono lascia presagire per il futuro.
I fatti sono noti: al contrario del suo predecessore, capace soltanto di ripetere banali slogan antiberlusconiani nella speranza di strappare qualche voto all'amico-nemico Antonio Di Pietro (pia illusione!), Bersani ha deciso che non è più il tempo delle mele, cioè dell'adolescenza politica del Pd, e che è arrivato il momento della maturità, cioè della responsabilità. Tradotto: basta con la purulenta dose quotidiana di contumelie contro il centrodestra e il suo leader, che nulla producono sul piano politico e neppure riescono a spostare un voto uno in direzione del Partito Democratico; meglio confrontarsi con l'avversario sul terreno dei contenuti, sull'idea di paese, contrapponendosi sul piano della politica senza però fomentare l'odio contro la persona. E se c'è da affrontare insieme i grandi nodi della riforma costituzionale, il Pd non si tira di certo indietro. Apriti cielo! E' bastato che il nuovo segretario sussurrasse questi concetti, propri di ogni democrazia e patrimonio di ogni vero democratico, per scatenare il «fuoco amico» delle solite Rosy Bindi e dei soliti Ignazio Marino e Dario Franceschini, contrari a prescindere ad ogni minimo contatto con il Cavaliere Nero. Persino un redivivo Walter Veltroni, che tutti ricordano come l'uomo del disgelo, della nuova stagione, delle prediche contro l'infantilismo antiberlusconiano, ha reso noto il suo sdegno per le posizioni espresse da Bersani e soprattutto dal suo grande sponsor, Massimo D'Alema, colpevole di aver dichiarato che a volte i compromessi con l'avversario sono utili se hanno come fine il bene del paese.
Così Bersani si ritrova oggi a dover giocare sulla difensiva, costretto a smentire ogni tipo di contatto con il presidente del Consiglio e a cercare di dimostrare di non essere l'uomo dell'inciucio. Una situazione, quella del segretario, resa ancor più complicata dall'approssimarsi della data per la definizione delle candidature per le elezioni regionali del prossimo marzo. Un appuntamento decisivo per il Partito Democratico e, soprattutto, un importante banco di prova per Bersani, che uscirebbe malconcio da un'eventuale (e non improbabile) débacle in alcune Regioni attualmente amministrate dal centrosinistra e che, secondo i sondaggi, potrebbero passare al centrodestra. La scelta dei candidati e, soprattutto, la definizione delle alleanze sono dunque decisive per riuscire a tener testa allo schieramento avverso: il segretario ha detto chiaro e tondo di non voler rinunciare, laddove possibile, a un accordo con l'Udc di Pier Ferdinando Casini, ago della bilancia in alcune Regioni. Accordo che viene invece visto come fumo negli occhi dall'ala dura e pura, che pensa soprattutto a siglare patti con Di Pietro e ad allargare il più possibile a sinistra l'alleanza. Indicativo è, in tal senso, quello che sta accadendo in Puglia, con una lotta senza esclusione di colpi, in vista della nomination, tra il presidente uscente, Nichi Vendola, e il sindaco di Bari Michele Emiliano, osteggiato dai veltroniani e sostenuto dal segretario.
Sono segnali che indicano come il livello di scontro all'interno del Partito Democratico sia tornato a livelli da stato d'allerta, e che potrebbero avere serie ripercussioni sul confronto in merito alle riforme costituzionali auspicate dai leader di entrambi gli schieramenti. Come ha osservato Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 30 dicembre, «le trattative sulle riforme sono come i negoziati internazionali: non portano a nulla se l'uno o l'altro (sia esso un partito politico o uno Stato) dei supposti protagonisti della trattativa è debole e diviso al suo interno, il che lo rende un negoziatore poco efficace e poco affidabile. Questa è la situazione in cui versa oggi il Partito democratico». Non sarà dunque responsabilità di Berlusconi se la maggioranza sarà di fatto costretta a procedere da sola nell'ammodernare la Carta costituzionale e le istituzioni italiane.
Gianteo Bordero
Passano le stagioni, passano gli anni, passano i segretari. Ma il Partito Democratico non cambia mai. Diviso come sempre, litigioso come sempre, inconcludente come sempre. Ogni leader che ne prende in mano il timone viene in un primo momento acclamato e presentato come il salvatore della patria, salvo poi rimanere ostaggio dei veti incrociati, delle ripicche personali, delle vendette tra notabili. Il risultato è che il partito appare come una barca ingovernabile, strattonata a destra da chi vorrebbe un Pd più moderno, riformista e responsabile, e a manca da chi lo vorrebbe sempre più antiberlusconiano, dipietrista ed estremista. Tenere la barra al centro, in queste condizioni, è impresa quasi disperata. E non basta vincere un Congresso e accontentare gli sconfitti con incarichi di primo piano per mettersi al riparo dalle rivolte interne di una ciurma in cui ognuno aspira a fare il comandante e nessuno si sacrifica per il gruppo. Ne sta facendo esperienza diretta, in questi giorni, il nuovo segretario Pier Luigi Bersani, che, dopo una breve fase post-congressuale nella quale sembravano essere presenti tutte le condizioni per poter seguire una rotta politica certa e per intraprendere una navigazione più tranquilla rispetto agli anni scorsi, deve ora fare i conti con i fantasmi del passato che incombono alle sue spalle con un'ombra inquietante che nulla di buono lascia presagire per il futuro.
I fatti sono noti: al contrario del suo predecessore, capace soltanto di ripetere banali slogan antiberlusconiani nella speranza di strappare qualche voto all'amico-nemico Antonio Di Pietro (pia illusione!), Bersani ha deciso che non è più il tempo delle mele, cioè dell'adolescenza politica del Pd, e che è arrivato il momento della maturità, cioè della responsabilità. Tradotto: basta con la purulenta dose quotidiana di contumelie contro il centrodestra e il suo leader, che nulla producono sul piano politico e neppure riescono a spostare un voto uno in direzione del Partito Democratico; meglio confrontarsi con l'avversario sul terreno dei contenuti, sull'idea di paese, contrapponendosi sul piano della politica senza però fomentare l'odio contro la persona. E se c'è da affrontare insieme i grandi nodi della riforma costituzionale, il Pd non si tira di certo indietro. Apriti cielo! E' bastato che il nuovo segretario sussurrasse questi concetti, propri di ogni democrazia e patrimonio di ogni vero democratico, per scatenare il «fuoco amico» delle solite Rosy Bindi e dei soliti Ignazio Marino e Dario Franceschini, contrari a prescindere ad ogni minimo contatto con il Cavaliere Nero. Persino un redivivo Walter Veltroni, che tutti ricordano come l'uomo del disgelo, della nuova stagione, delle prediche contro l'infantilismo antiberlusconiano, ha reso noto il suo sdegno per le posizioni espresse da Bersani e soprattutto dal suo grande sponsor, Massimo D'Alema, colpevole di aver dichiarato che a volte i compromessi con l'avversario sono utili se hanno come fine il bene del paese.
Così Bersani si ritrova oggi a dover giocare sulla difensiva, costretto a smentire ogni tipo di contatto con il presidente del Consiglio e a cercare di dimostrare di non essere l'uomo dell'inciucio. Una situazione, quella del segretario, resa ancor più complicata dall'approssimarsi della data per la definizione delle candidature per le elezioni regionali del prossimo marzo. Un appuntamento decisivo per il Partito Democratico e, soprattutto, un importante banco di prova per Bersani, che uscirebbe malconcio da un'eventuale (e non improbabile) débacle in alcune Regioni attualmente amministrate dal centrosinistra e che, secondo i sondaggi, potrebbero passare al centrodestra. La scelta dei candidati e, soprattutto, la definizione delle alleanze sono dunque decisive per riuscire a tener testa allo schieramento avverso: il segretario ha detto chiaro e tondo di non voler rinunciare, laddove possibile, a un accordo con l'Udc di Pier Ferdinando Casini, ago della bilancia in alcune Regioni. Accordo che viene invece visto come fumo negli occhi dall'ala dura e pura, che pensa soprattutto a siglare patti con Di Pietro e ad allargare il più possibile a sinistra l'alleanza. Indicativo è, in tal senso, quello che sta accadendo in Puglia, con una lotta senza esclusione di colpi, in vista della nomination, tra il presidente uscente, Nichi Vendola, e il sindaco di Bari Michele Emiliano, osteggiato dai veltroniani e sostenuto dal segretario.
Sono segnali che indicano come il livello di scontro all'interno del Partito Democratico sia tornato a livelli da stato d'allerta, e che potrebbero avere serie ripercussioni sul confronto in merito alle riforme costituzionali auspicate dai leader di entrambi gli schieramenti. Come ha osservato Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 30 dicembre, «le trattative sulle riforme sono come i negoziati internazionali: non portano a nulla se l'uno o l'altro (sia esso un partito politico o uno Stato) dei supposti protagonisti della trattativa è debole e diviso al suo interno, il che lo rende un negoziatore poco efficace e poco affidabile. Questa è la situazione in cui versa oggi il Partito democratico». Non sarà dunque responsabilità di Berlusconi se la maggioranza sarà di fatto costretta a procedere da sola nell'ammodernare la Carta costituzionale e le istituzioni italiane.
Gianteo Bordero
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sabato 7 novembre 2009
IL VECCHIO CHE AVANZA
da Ragionpolitica.it del 7 novembre 2009
«E' il nuovo che avanza, non lo senti il suo viavai», cantava Antonello Venditti pochi anni dopo l'avvento del berlusconismo politico nel nostro paese. Oggi, dopo aver ascoltato il discorso programmatico di Pierluigi Bersani di fronte all'Assemblea Nazionale del Pd, potremmo parafrasare il cantautore romano e dire che, dalle parti della sinistra italiana, «è il vecchio che avanza». Lo stile Bersani, per quanto egli si sforzi di dare qualche incipriata di novità al Partito Democratico, rimane quello del vecchio dirigente del Pci, dell'ex presidente di Comunità Montana. Lo stile - così lui l'ha chiamato - «da bocciofila». Meglio sarebbe dire da Festa dell'Unità del piccolo paese, con le salamelle, la piadina, il Lambrusco, il torneo di carte e l‘orchestra del liscio...
«Nostalgia canaglia», direbbero Albano e Romina. E va bene che dopo l'ubriacatura collettiva del nuovismo di Veltroni ci voleva una robusta frenata, qualcuno che facesse tornare il Partito Democratico con i piedi per terra dopo i voli pindarici di Walter il sognatore, l'Obama «de noantri». Ma qui si è esagerato, perché non c'è stata soltanto la frenata: il terzo segretario del Pd ha innestato con decisione la retromarcia e ha fatto capire che la musica che suonerà il Pd nei prossimi anni non sarà più il pop veltroniano, ma la ballata folk in stile gucciniano. Dal «Mi fido di te» jovanottiano alla «Locomotiva», con tutti i suoi richiami al bel tempo che fu, il proletariato, gli operai, le fabbriche, la lotta contro le ingiustizie...
E allora corre, corre, corre la locomotiva bersaniana. Ma corre all'indietro. Se il Veltroni del Lingotto auspicava la «nuova stagione», la fine dell'antiberlusconismo, il dialogo leale tra due grandi partiti, l'uscita definitiva dal Novecento, il partito «liquido» e postmoderno, Bersani non rinuncia ai vecchi, cari temi della lotta al Cavaliere (sulla riforma della giustizia, ad esempio, ha detto che il problema è rappresentato dalla «insuperabile interferenza di questioni che si riferiscono alla situazione personale del premier» e «dalla aggressività e dalla volontà di rivincita scagliate contro il sistema giudiziario e la magistratura»), della grande coalizione tra le forze di sinistra (il Pd si rivolgerà «a tutte le forze di opposizione», da quelle parlamentari a quelle rimaste sotto la soglia per entrare a Palazzo, «come Sinistra e Libertà, Verdi, formazioni civiche e di origine socialista e repubblicana»), del partito «solido» e fortemente radicato sul territorio.
«Costruire il partito, preparare l'alternativa», dice Bersani. Ma intanto c'è da sbrigare la pratica delle nomine e del riassetto interno della nomenklatura. Ed anche qui il ritorno alle vecchie logiche è garantito. Bisogna accontentare tutte le correnti e correntine, trovare il posto ad ognuno in modo che nessuno si lamenti, Franceschini e Marino in primis. Perché vanno bene le primarie e la lotta serrata tra diverse idee di partito, ma poi mica si può fare troppo sul serio e mandare a casa gli sconfitti. E allora, via col manuale Cencelli per sistemare il tale qui e il tal'altro là, in un gioco di potere ed equilibrio interno da far rimpiangere la tanto deprecata Prima Repubblica. A rimanere fuori dalla «gestione plurale» sono solo gli assenti: Romano Prodi, che ha declinato l'invito a diventare presidente del partito (carica assegnata a Rosy Bindi, evvai!), Walter Veltroni, ormai in tutt'altre faccende affaccendato, e Francesco Rutelli, che ha sciolto gli ormeggi in direzione Casini dopo la vittoria di Bersani alle primarie. Tre «padri nobili» del Pd che, per un motivo o per l'altro, hanno intrapreso altre strade rispetto a quella impervia che oggi si appresta a percorre il nuovo segretario: tenere in vita un partito che a soli due anni dalla nascita rischia di soffocare sotto il peso della storia politica dei suoi padri.
Gianteo Bordero
«E' il nuovo che avanza, non lo senti il suo viavai», cantava Antonello Venditti pochi anni dopo l'avvento del berlusconismo politico nel nostro paese. Oggi, dopo aver ascoltato il discorso programmatico di Pierluigi Bersani di fronte all'Assemblea Nazionale del Pd, potremmo parafrasare il cantautore romano e dire che, dalle parti della sinistra italiana, «è il vecchio che avanza». Lo stile Bersani, per quanto egli si sforzi di dare qualche incipriata di novità al Partito Democratico, rimane quello del vecchio dirigente del Pci, dell'ex presidente di Comunità Montana. Lo stile - così lui l'ha chiamato - «da bocciofila». Meglio sarebbe dire da Festa dell'Unità del piccolo paese, con le salamelle, la piadina, il Lambrusco, il torneo di carte e l‘orchestra del liscio...
«Nostalgia canaglia», direbbero Albano e Romina. E va bene che dopo l'ubriacatura collettiva del nuovismo di Veltroni ci voleva una robusta frenata, qualcuno che facesse tornare il Partito Democratico con i piedi per terra dopo i voli pindarici di Walter il sognatore, l'Obama «de noantri». Ma qui si è esagerato, perché non c'è stata soltanto la frenata: il terzo segretario del Pd ha innestato con decisione la retromarcia e ha fatto capire che la musica che suonerà il Pd nei prossimi anni non sarà più il pop veltroniano, ma la ballata folk in stile gucciniano. Dal «Mi fido di te» jovanottiano alla «Locomotiva», con tutti i suoi richiami al bel tempo che fu, il proletariato, gli operai, le fabbriche, la lotta contro le ingiustizie...
E allora corre, corre, corre la locomotiva bersaniana. Ma corre all'indietro. Se il Veltroni del Lingotto auspicava la «nuova stagione», la fine dell'antiberlusconismo, il dialogo leale tra due grandi partiti, l'uscita definitiva dal Novecento, il partito «liquido» e postmoderno, Bersani non rinuncia ai vecchi, cari temi della lotta al Cavaliere (sulla riforma della giustizia, ad esempio, ha detto che il problema è rappresentato dalla «insuperabile interferenza di questioni che si riferiscono alla situazione personale del premier» e «dalla aggressività e dalla volontà di rivincita scagliate contro il sistema giudiziario e la magistratura»), della grande coalizione tra le forze di sinistra (il Pd si rivolgerà «a tutte le forze di opposizione», da quelle parlamentari a quelle rimaste sotto la soglia per entrare a Palazzo, «come Sinistra e Libertà, Verdi, formazioni civiche e di origine socialista e repubblicana»), del partito «solido» e fortemente radicato sul territorio.
«Costruire il partito, preparare l'alternativa», dice Bersani. Ma intanto c'è da sbrigare la pratica delle nomine e del riassetto interno della nomenklatura. Ed anche qui il ritorno alle vecchie logiche è garantito. Bisogna accontentare tutte le correnti e correntine, trovare il posto ad ognuno in modo che nessuno si lamenti, Franceschini e Marino in primis. Perché vanno bene le primarie e la lotta serrata tra diverse idee di partito, ma poi mica si può fare troppo sul serio e mandare a casa gli sconfitti. E allora, via col manuale Cencelli per sistemare il tale qui e il tal'altro là, in un gioco di potere ed equilibrio interno da far rimpiangere la tanto deprecata Prima Repubblica. A rimanere fuori dalla «gestione plurale» sono solo gli assenti: Romano Prodi, che ha declinato l'invito a diventare presidente del partito (carica assegnata a Rosy Bindi, evvai!), Walter Veltroni, ormai in tutt'altre faccende affaccendato, e Francesco Rutelli, che ha sciolto gli ormeggi in direzione Casini dopo la vittoria di Bersani alle primarie. Tre «padri nobili» del Pd che, per un motivo o per l'altro, hanno intrapreso altre strade rispetto a quella impervia che oggi si appresta a percorre il nuovo segretario: tenere in vita un partito che a soli due anni dalla nascita rischia di soffocare sotto il peso della storia politica dei suoi padri.
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martedì 27 ottobre 2009
SEGRETARIO DOPO SEGRETARIO...
da Ragionpolitica.it del 27 ottobre 2009
Dalla nascita della Repubblica alla caduta del Muro di Berlino il Partito Comunista italiano vide avvicendarsi alla sua guida cinque segretari (Togliatti, Longo, Berlinguer, Natta, Occhetto). In media, nove anni per segretario. Dalla dissoluzione del PCI ad oggi i capi del partito postcomunista nelle sue varie denominazioni (Pds, Ds, Pd) sono stati - escluso l'ultimo arrivato Bersani - sei (Occhetto, D'Alema, Veltroni, Fassino, ancora Veltroni, Franceschini). In media, tre anni cadauno. Anche da questi numeri emerge lo stato confusionale nel quale si è trovata dopo il 1989 la sinistra erede del Partito Comunista, che ha consumato uno dopo l'altro, dopo averli osannati e incensati come i nuovi campioni delle «magnifiche sorti e progressive», i suoi leader. Scissioni, liti interne, inimicizie, rancori personali, duelli senza esclusione di colpi si sono moltiplicati stagione dopo stagione, anno dopo anno, lustro dopo lustro. Mentre tutt'attorno il mondo cambiava, come cambiava in tanti paesi la politica della sinistra orfana di Marx, i nipotini di Togliatti si contorcevano, tutti ripiegati su se stessi, in spietate lotte di potere, convinti che significasse ancora qualcosa tenere in mano il glorioso «corpaccione» del Partito, senza rendersi conto che l'anima era andata ormai perduta.
Non che nei decenni precedenti fossero mancate le guerre interne, anzi. Soltanto che esse venivano abilmente mascherate - e tacitate - sotto il velo del centralismo democratico, in nome dell'unità attorno all'ideale supremo, della rivoluzione da compiere, del mondo da rivoltare come un calzino per instaurare la dittatura del proletariato. Crollati i sogni, le utopie, le speranze, venuta meno la «spinta propulsiva», esauritesi la motivazione interiore, la tensione quasi religiosa per adempiere la missione, la fede nel verbo rosso, è dunque rimasta soltanto una snervante e massacrante lotta per il potere fine a se stesso. Il potere per il potere. Mentre un elettorato sempre più disilluso, spaesato e incerto abbandonava, elezione dopo elezione, l'antica casa madre, i dirigenti postcomunisti si concentravano unicamente in un'assurda battaglia autoreferenziale, pestandosi i piedi a vicenda, delegittimandosi l'un con l'altro, trasformando il loro impegno politico in una disperata caccia al Nemico interno.
Così le parole d'ordine di un tempo (la militanza, la vita di sezione, la tessera in tasca), svuotate del loro significato storico e carnale, sono diventate gli strumenti con cui tenere in vita il guscio del partito, senza però curarsi dello stato di salute interiore. Il quale è andato, giorno dopo giorno, peggiorando. E non sono servite le iniezioni «nuoviste» del cambio di nome, non è servito il maquillage per rendere affascinante un volto sfatto e rugoso, non è servita la chirurgia estetica su un corpo ormai flaccido e decadente. Quanto più si è voluto accelerare in questa direzione, senza avere a cuore l'anima politica del partito, tanto più i risultati sono stati disastrosi.
Basti pensare al Partito Democratico, che in due anni appena di vita si ritrova oggi ad avere il suo terzo segretario dopo la lunga guerra civile che ha portato prima all'affossamento di Veltroni e poi del suo epigono Franceschini da parte del sempiterno Massimo D'Alema. Il quale, pilotando Pierluigi Bersani alla guida del Pd, si ritrova oggi ad essere il vero simbolo della continuità col passato. Una continuità che, come abbiamo visto, non riguarda l'ideologia politica - ormai talmente vaga ed incerta da non essere neppure più definibile - ma unicamente la gestione interna del potere, la difesa degli apparati, il controllo delle sedi sul territorio, il mantenimento di una rete di «pacchetti elettorali» tale da garantire la sopravvivenza del partito. E' la solita illusione del postcomunismo italiano: pensare che il buon funzionamento della struttura possa supplire alla mancanza di idee, di progetti di governo, di radicamento nella mente e nel cuore del popolo - l'unica cosa che, in democrazia, conta veramente. Avanti il prossimo.
Gianteo Bordero
Dalla nascita della Repubblica alla caduta del Muro di Berlino il Partito Comunista italiano vide avvicendarsi alla sua guida cinque segretari (Togliatti, Longo, Berlinguer, Natta, Occhetto). In media, nove anni per segretario. Dalla dissoluzione del PCI ad oggi i capi del partito postcomunista nelle sue varie denominazioni (Pds, Ds, Pd) sono stati - escluso l'ultimo arrivato Bersani - sei (Occhetto, D'Alema, Veltroni, Fassino, ancora Veltroni, Franceschini). In media, tre anni cadauno. Anche da questi numeri emerge lo stato confusionale nel quale si è trovata dopo il 1989 la sinistra erede del Partito Comunista, che ha consumato uno dopo l'altro, dopo averli osannati e incensati come i nuovi campioni delle «magnifiche sorti e progressive», i suoi leader. Scissioni, liti interne, inimicizie, rancori personali, duelli senza esclusione di colpi si sono moltiplicati stagione dopo stagione, anno dopo anno, lustro dopo lustro. Mentre tutt'attorno il mondo cambiava, come cambiava in tanti paesi la politica della sinistra orfana di Marx, i nipotini di Togliatti si contorcevano, tutti ripiegati su se stessi, in spietate lotte di potere, convinti che significasse ancora qualcosa tenere in mano il glorioso «corpaccione» del Partito, senza rendersi conto che l'anima era andata ormai perduta.
Non che nei decenni precedenti fossero mancate le guerre interne, anzi. Soltanto che esse venivano abilmente mascherate - e tacitate - sotto il velo del centralismo democratico, in nome dell'unità attorno all'ideale supremo, della rivoluzione da compiere, del mondo da rivoltare come un calzino per instaurare la dittatura del proletariato. Crollati i sogni, le utopie, le speranze, venuta meno la «spinta propulsiva», esauritesi la motivazione interiore, la tensione quasi religiosa per adempiere la missione, la fede nel verbo rosso, è dunque rimasta soltanto una snervante e massacrante lotta per il potere fine a se stesso. Il potere per il potere. Mentre un elettorato sempre più disilluso, spaesato e incerto abbandonava, elezione dopo elezione, l'antica casa madre, i dirigenti postcomunisti si concentravano unicamente in un'assurda battaglia autoreferenziale, pestandosi i piedi a vicenda, delegittimandosi l'un con l'altro, trasformando il loro impegno politico in una disperata caccia al Nemico interno.
Così le parole d'ordine di un tempo (la militanza, la vita di sezione, la tessera in tasca), svuotate del loro significato storico e carnale, sono diventate gli strumenti con cui tenere in vita il guscio del partito, senza però curarsi dello stato di salute interiore. Il quale è andato, giorno dopo giorno, peggiorando. E non sono servite le iniezioni «nuoviste» del cambio di nome, non è servito il maquillage per rendere affascinante un volto sfatto e rugoso, non è servita la chirurgia estetica su un corpo ormai flaccido e decadente. Quanto più si è voluto accelerare in questa direzione, senza avere a cuore l'anima politica del partito, tanto più i risultati sono stati disastrosi.
Basti pensare al Partito Democratico, che in due anni appena di vita si ritrova oggi ad avere il suo terzo segretario dopo la lunga guerra civile che ha portato prima all'affossamento di Veltroni e poi del suo epigono Franceschini da parte del sempiterno Massimo D'Alema. Il quale, pilotando Pierluigi Bersani alla guida del Pd, si ritrova oggi ad essere il vero simbolo della continuità col passato. Una continuità che, come abbiamo visto, non riguarda l'ideologia politica - ormai talmente vaga ed incerta da non essere neppure più definibile - ma unicamente la gestione interna del potere, la difesa degli apparati, il controllo delle sedi sul territorio, il mantenimento di una rete di «pacchetti elettorali» tale da garantire la sopravvivenza del partito. E' la solita illusione del postcomunismo italiano: pensare che il buon funzionamento della struttura possa supplire alla mancanza di idee, di progetti di governo, di radicamento nella mente e nel cuore del popolo - l'unica cosa che, in democrazia, conta veramente. Avanti il prossimo.
Gianteo Bordero
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politica interna,
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