giovedì 25 novembre 2010
UNIVERSITÀ. IL PD SCHERZA COL FUOCO
Pur di abbattere il governo Berlusconi, il Partito Democratico è pronto a fare anche i proverbiali patti col diavolo. Non soltanto alleandosi con l'ex odiato e deprecato fascista Fini, ma anche assecondando la protesta studentesca che sta andando in scena in questi giorni nei modi e nelle forme che tutti hanno potuto e possono vedere. La logica democratica richiederebbe che un partito, per salire al governo del Paese, godesse della legittimazione popolare, che passasse attraverso libere elezioni ed ottenesse il consenso maggioritario dei cittadini. Peccato soltanto che ciò oggi risulti, per il Pd, un miraggio lontano come i Tartari del famoso romanzo di Dino Buzzati. E allora? E allora meglio ricorrere ai mezzi alternativi, ai metodi spicci, come ha fatto Bersani unendosi alla protesta degli studenti e salendo con loro sul tetto dell'università nella convinzione di alimentare un'onda di ribellione che, negli auspici dei Democratici, dovrebbe gonfiarsi fino a sommergere e a spazzare via come uno tsunami Berlusconi, il suo governo e la maggioranza che lo sostiene. Come ha osservato il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto, il Pd - in compagnia del movimento estremista per eccellenza, l'Idv - «cavalca la protesta arrivando allo spettacolo grottesco di salire sui tetti, mentre c'è una componente eversiva di questa protesta che ieri ha preso d'assalto il Senato». Ed ha aggiunto, rivolto a Bersani e al suo partito: «Voi state lisciando il pelo a un movimento minoritario ed estremista che provocherà danni seri al Paese».
E' proprio così: in assenza di una proposta politica in grado di porsi come seria e credibile alternativa di governo, incapace di elaborare una piattaforma programmatica all'altezza delle sfide che l'Italia si trova a dover affrontare in questo complesso frangente storico, il Partito Democratico ha scelto ancora una volta la strada dell'estremismo, del peggior conservatorismo sociale, dell'anacronistica difesa di quei privilegi (nel campo della scuola, dell'università, del welfare, solo per citare alcuni casi macroscopici) che negli scorsi decenni hanno portato il nostro Paese ad accumulare debito pubblico, parassitismo, clientelismo e inefficienze varie, con le deleterie conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.
Alla luce dell'atteggiamento tenuto da Bersani e dalla dirigenza democrat in questi giorni, è chiaro che la formula del Pd come «partito riformista», tanto evocata e ripetuta ad ogni piè sospinto a meri fini di propaganda, appare a conti fatti come un ossimoro. Il Pd non è il nuovo, non è la strada italiana alla moderna socialdemocrazia, ma è la somma di tutto ciò che è vecchio, dei privilegi acquisiti, dell'ipertrofia statalista. Esageriamo? Ma se il punto cardine della riforma universitaria della Gelmini è la meritocrazia, come altro definire il tipo di opposizione che sta portando avanti il Partito Democratico, se non come bieca conservazione dello status quo? E questo è solo l'ultimo episodio in ordine di tempo, perché se andiamo ad analizzare la risposta politica data nel corso degli anni dal Pd ai provvedimenti innovatori messi in campo dai governi Berlusconi, l'elenco potrebbe allungarsi a dismisura, a partire dalla pervicace e preconcetta ostilità alle riforme in materia di lavoro e di welfare ispirate alle proposte di Marco Biagi e realizzate grazie alla coraggiosa iniziativa di Maurizio Sacconi.
Insomma, gli anni passano ma i post-comunisti non cambiano mai: sempre arroccati in difesa dell'indifendibile, sempre schierati al fianco dei nemici del rinnovamento, sempre incapaci di rompere una volta per tutte con il loro passato che non vuole passare. D'Alema, Veltroni, Franceschini, Bersani sono, alla fine dei conti, le facce di una stessa medaglia, l'espressione di una medesima cultura - se così si può chiamare - ancora fondata sull'antagonismo e sull'odio preconcetto nei confronti dell'avversario. Addirittura con un'aggravante rispetto al Pci, che per lo meno manteneva un realistico (anche se opportunistico) senso delle istituzioni e sapeva prendere le distanze (ancorché nei modi e nei tempi tipici di un partito legato a doppio filo con l'Unione Sovietica) dai movimenti di lotta violenta. Cosa che il Pd oggi non sembra in grado di fare, preferendo invece scherzare col fuoco pur di cancellare dalla scena politica il nemico Silvio.
Gianteo Bordero
martedì 20 ottobre 2009
NO ALL'ORA DI ISLAM NELLE SCUOLE ITALIANE
Meglio non scherzare col fuoco e cercare di capire perché la proposta di introdurre un'ora facoltativa di religione islamica nelle scuole italiane, avanzata sabato dalla fondazione «Farefuturo», non può essere accolta. Innanzitutto occorre ricordare che l'insegnamento della religione cattolica negli istituti scolastici del nostro paese è regolata da un Concordato tra la Chiesa e lo Stato, tra la gerarchia cattolica e i vertici istituzionali italiani. Ora, è del tutto evidente che, stante l'attuale normativa (fondata sull'articolo 8 della Costituzione), anche l'inserimento di un'ora di islam non potrebbe non seguire questa dinamica concordataria ed essere organizzato senza un previo Patto con le massime autorità musulmane, al fine di specificare natura e limiti dell'insegnamento della loro religione nelle scuole italiane e di stabilire il metodo di reclutamento dei docenti. Purtroppo si dà il caso che l'islam non conosca al suo interno una gerarchizzazione come quella che caratterizza la Chiesa cattolica, come neppure conosce la stessa idea di Chiesa come istituzione, che invece è connaturata al cristianesimo. E neanche è possibile paragonare l'imam al sacerdote cattolico che amministra i sacramenti dopo un percorso che lo ha portato all'ordinazione sacra. L'islam non ha un clero che «media» tra l'uomo e Dio: è immediato nel rapporto tra Allah e il «sottomesso» (così la religione musulmana considera il fedele). E' chiaro, rebus sic stantibus, che risulta impossibile addivenire a una qualche forma di Concordato con l'islam simile a quella che regola le relazioni tra Stato italiano e Chiesa cattolica. A meno che non si vogliano considerare rappresentanti di tutta la comunità musulmana presente nel nostro paese gli imam delle moschee, le quali però sono frequentate da una minima percentuale di fedeli, che di solito è la più permeabile a un indottrinamento di stampo fondamentalista. Catapultare nelle aule scolastiche italiane questi imam sarebbe il più grande regalo per quei predicatori del venerdì che fomentano l'odio nei confronti della nostra civiltà, della nostra storia, della nostra società.
Secondo punto. «Farefuturo», nel formulare la sua proposta, parte dal presupposto del «ruolo positivo delle religioni all'interno di uno Stato laico, quale elemento importante nel processo formativo umano e culturale». Ora, anche qui siamo ai ragionamenti un tanto al chilo, se non alla riproposizione di uno dei cliché maggiormente abusati dal «politicamente corretto»: tutte le religioni sono buone in quanto tali. Con l'implicito corollario relativista che ne segue: ogni religione è vera relativamente al proprio credo perché nessuna religione possiede la verità assoluta, che non esiste. Non bisogna andar troppo lontano per sfatare questo mito buonista: chi di noi può ritenere «buona e vera» una religione che, ad esempio, prescrive ai suoi fedeli di uccidere i miscredenti, che considera la donna alla stregua di un oggetto nelle mani dell'uomo, che prevede (negli Stati in cui essa conquista il potere politico) una «imposta di sottomissione» per i seguaci di altre religioni? Inoltre, per quel che riguarda la questione della laicità a cui accenna il documento di «Farefuturo», è evidente che una religione non vale l'altra: il cristianesimo, che con le parole di Gesù («Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio») ha stabilito una netta distinzione tra sfera civile e sfera religiosa, ha al suo stesso interno i semi di una sana laicità e per questo il suo insegnamento in una scuola di Stato non pone problemi. Anzi: è un aiuto oggettivo a comprendere come e quanto un corretto rapporto tra fede religiosa e potere civile possa contribuire a rendere più umana, rispettosa e giusta la società. Altrettanto non si può dire dell'islam, che non conosce nulla di simile all'insegnamento di Gesù in materia di distinzione tra potere spirituale e potere temporale.
Terzo punto. Hanno ragione coloro i quali dicono che l'Italia ha la sua tradizione e la sua storia, ed è necessario che la scuola pubblica faccia in primis conoscere ai giovani tale tradizione e tale storia. Ciò riguarda tutti, sia gli studenti italiani sia gli studenti stranieri (musulmani in particolare, visto che molti figli d'immigrati provengono da paesi di cultura cristiana quali quelli dell'est europeo) che frequentano gli istituti statali. Considerato che la nostra nazione ha le sue peculiarità culturali e religiose, il primo dovere di chi frequenta la nostra scuola è confrontarsi con queste specificità, con questa ipotesi di lavoro, approfondendone lo studio e prendendo sul serio quanto essa ha trasmesso nel corso dei secoli per arrivare sino a noi, scegliendo infine se aderirvi o meno. Prima di proporre l'ora di islam, meglio sarebbe far bene conoscere le caratteristiche del nostro essere italiani. Altrimenti il rischio è quello di mettere sullo stesso piano tutte le culture e tutte le tradizioni religiose, come se fosse di nessuna importanza il dato storico ed empirico dell'appartenenza dell'Italia ad una in particolare di queste.
In tale direzione sembrano andare le dichiarazioni di coloro che da sinistra, in risposta all'idea lanciata da «Farefuturo», hanno parlato della necessità di introdurre, al posto dell'insegnamento della religione cattolica, una generica e «neutra» storia delle religioni: ora, a parte il fatto che i docenti di religione in ruolo nella scuola italiana già fanno, nelle loro lezioni, una breve storia delle varie esperienze religiose dell'umanità all'interno della quale inquadrare l'avvenimento cristiano, ciò avrebbe pesanti ripercussioni dal punto di vista pedagogico, perché finirebbe col relativizzare ogni punto di vista, trasformando la scuola in un supermarket multiculturale e multireligioso nel quale ognuno sceglie, senza troppo impegno e a livello meramente teorico, il prodotto del momento. E' un modello che ha già fallito in molti paesi europei e che di certo non aiuta l'integrazione: al contrario, favorisce la dis-integrazione delle identità nel nome di un relativismo che nulla costruisce ma tutto, nichilisticamente, distrugge.
Gianteo Bordero
martedì 18 agosto 2009
IN DIFESA DELL'ORA DI RELIGIONE
Bene ha fatto, il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, ad annunciare ricorso contro la recente sentenza dell'onnipresente TAR del Lazio che ha dichiarato illegittima l'attribuzione di crediti formativi a coloro che frequentano l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole italiane. Il Tribunale Amministrativo non soltanto è entrato a gamba tesa in una materia regolata da un Trattato internazionale (il Concordato tra Stato e Chiesa), su cui hanno competenza, secondo la Costituzione, il parlamento, il governo e il presidente della Repubblica, ma ha anche «condito» la sua decisione con considerazioni di carattere ideologico inaccettabili per un paese la cui storia e la cui identità non possono essere né studiate né comprese senza il riferimento alle sue radici cristiane. Si legge nelle motivazioni della sentenza: «Un insegnamento di carattere etico e religioso, strettamente attinente alla fede individuale, non può assolutamente essere oggetto di una valutazione sul piano del profitto scolastico, proprio per il rischio di valutazioni di valore proporzionalmente ancorate alla misura della fede stessa». E ancora: «L'attribuzione di un credito formativo ad una scelta di carattere religioso degli studenti e dei loro genitori, quale quella di avvalersi dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, dà luogo ad una precisa forma di discriminazione, dato che lo Stato italiano non assicura identicamente la possibilità per tutti i cittadini di conseguire un credito formativo nelle proprie confessioni ovvero per chi dichiara di non professare alcuna religione in Etica Morale Pubblica».
Il grossolano errore commesso dai giudici del TAR è stato quello di far coincidere, nella sentenza, il significato della parola «religione» con quello della parola «fede», usandole in sostanza come sinonimi intercambiabili. Se è vero che non può esistere, in uno Stato laico e liberale, la valutazione scolastica della fede dell'individuo, non è altrettanto vero che contrastano con la laicità e con la libertà del singolo lo studio e l'approfondimento delle radici spirituali e morali (cioè religiose) del popolo a cui egli appartiene. Anzi, si potrebbe persino affermare che senza la conoscenza di tali radici - nella loro componente intrinsecamente religiosa - ne perderebbe in qualità il complesso dell'offerta formativa della scuola, perché sarebbe come affrontare lo studio di una lingua senza conoscerne l'«abc», il vocabolario e la grammatica. A differenza della fede, che comporta la fiducia convinta in una dottrina e l'adesione consapevole a un complesso di verità, di dogmi, di riti, la religione esprime innanzitutto la tensione primordiale dell'uomo - di qualsiasi uomo - verso l'Infinito, alla ricerca di una spiegazione totale della realtà e della vita (del nascere come del morire). Se quindi è vero che non tutti gli uomini hanno fede, è altrettanto vero che tutti gli uomini, in tutti i tempi e a tutte le latitudini, vengono al mondo con un desiderio incommensurabile di ricercare, dentro e oltre le apparenze, un significato esaustivo dell'esistenza, un punto di fuga che renda possibile la comprensione del gran disegno della realtà. Questo punto di fuga è ciò che - per riprendere le parole di Tommaso D'Aquino - «tutti chiamano Dio».
Dunque, se la fede può rappresentare l'approdo del cammino religioso del singolo, e resta per questo un fatto personale (più che privato), la religione in sé considerata è un elemento ontologico che accomuna tutti: proprio per questo suo aspetto essa è stata, sin dagli albori della storia dell'uomo, un fattore di sviluppo civile, sociale e culturale (le prime espressioni culturali di cui abbiamo notizia sono con tutta evidenza manifestazioni del sentimento religioso dei popoli primitivi). In questo senso, si può pacificamente affermare che senza religione non è data alcuna forma di civiltà e che, quindi, ignorare la storia religiosa e i fondamenti religiosi (spirituali e morali) del proprio popolo non può in alcun modo rappresentare un punto di merito per uno studente: l'offerta formativa non può perciò prescindere dalla religione. Ciò non vuol dire imporre a tutti una «fede» che per sua stessa natura non può essere imposta, ma significa compiere un gesto di alto valore educativo; un gesto doveroso, da parte di una nazione, nei confronti di se stessa - del suo passato, del suo presente e del suo futuro: non ci può essere autentico sviluppo se non abbeverandosi alla fonte da cui ha preso forma e consistenza una storia di popolo.
Per tutti questi motivi è davvero incomprensibile, come ha scritto in una nota il ministro Gelmini commentando la sentenza del TAR e annunciando il ricorso al Consiglio di Stato, che «solo la religione cattolica non debba contribuire alla valutazione globale dello studente tra tutte le attività che danno luogo a crediti formativi». Essa, infatti «esprime un patrimonio di storia, di valori e di tradizioni talmente importante che la sua unicità deve essere riconosciuta e tutelata».
Gianteo Bordero
martedì 3 marzo 2009
IL VOTO IN CONDOTTA RIDÀ DIGNITÀ ALLA SCUOLA E AUTORITÀ AGLI INSEGNANTI
Per riformare ci vuole coraggio. Per opporsi alle riforme in nome della conservazione e del mantenimento dello status quo basta poco: è sufficiente alzare la voce, creare falsi allarmi, diffondere paura, magari scendere in piazza. Il quarto governo Berlusconi ha scelto la prima strada. E lo ha fatto già a partire dalla campagna in vista del voto del 13 e 14 aprile dello scorso anno: lo slogan «Rialzati, Italia» e il programma presentato agli elettori portavano con sé l'impegno ad affrontare in modo diretto le cause che impedivano a settori vitali del sistema-paese di procedere a passo spedito verso l'efficienza, la modernizzazione, l'innalzamento del livello qualitativo dei servizi forniti ai cittadini.
Uno di questi settori è stato quello della scuola. Il ministro Mariastella Gelmini ha messo sul piatto importanti e sostanziali provvedimenti, finalizzati a restituire credibilità, autorevolezza e forza al sistema formativo italiano: l'introduzione del maestro prevalente, il ritorno del voto numerico, il ripristino dell'importanza del voto in condotta, solo per citare i più importanti. L'opera della Gelmini, tanto contestata in autunno dagli ultras della conservazione e dall'Onda studentesca che sembrava intenzionata a travolgere con la sua forza d'urto ogni tentativo riformatore, è stata però apprezzata dalla maggioranza degli italiani, tanto che Mariastella è diventata uno dei ministri più popolari dell'intero governo Berlusconi.
Ma a dimostrare la bontà delle scelte operate dalla responsabile dell'Istruzione ci sono anche i dati riguardanti il voto in condotta, diffusi in questi giorni. Essi confermano che la decisione di mettere le mani in uno dei punti di degrado della scuola, quello della disciplina, per imprimervi un netto cambio di rotta, sta portando i primi, significativi risultati. I numeri forniti dal ministero dicono che sono 34.311 i 5 in condotta che sono stati assegnati dagli insegnanti agli studenti delle scuole secondarie superiori nel primo quadrimestre dell'anno scolastico in corso. Tra questi 34.311 casi, sono 8.151 quelli per i quali tale insufficienza rappresenta l'unica nel complesso della pagella. La maggior parte degli indisciplinati si concentra negli istituti professionali, seguiti dagli istituti tecnici e infine dai licei. Per quanto riguarda la collocazione geografica, quasi la metà dei 5 in condotta si trova al sud (15.683 studenti), che distanzia ampiamente sia il nord che il centro della Penisola. A detenere la maglia nera sono i ragazzi delle province campane, seguiti dai colleghi di Nuoro e Oristano, Isernia, Brindisi e Taranto.
Commentando ieri questi dati il ministro, che ha tra l'altro annunciato che a breve emanerà un regolamento che disciplinerà in maniera specifica la valutazione del comportamento, ha ribadito che il provvedimento sul 5 in condotta «non vuole essere un modo per punire o per sanzionare, ma per educare i ragazzi... Affiancare alla valutazione del profitto conseguito dai ragazzi nelle singole materie anche la valutazione del comportamento - ha spiegato - è un modo per restituire alle scuole la funzione educativa». E' seguendo questa logica che il regolamento prossimo venturo mirerà da un lato a «premiare con voti alti, che possono anche aumentare la media, i ragazzi che tengono comportamenti corretti», dall'altro lato a «non abbandonare a loro stessi i ragazzi più indisciplinati».
I numeri sulla condotta mostrano, infine, che gli insegnanti hanno compreso l'importanza di uno strumento prezioso, che consente loro di recuperare autorità (e quindi di svolgere meglio il loro delicato lavoro) nelle aule scolastiche e di non subire ogni genere di sopruso da parti dei bulli e degli indisciplinati senza poter opporre alcuna efficace contromisura. Come ha scritto la professoressa Mastrocola su La Stampa di ieri, dopo aver raccontato un episodio nel quale l'indisciplina di una classe la fece sentire, come insegnante, «perduta, completamente inerme e molto ridicola»: «Non c'erano rimedi, leggi da applicare, autorità da invocare. Oggi invece abbiamo la possibilità di dare 5 in condotta. Oggi abbiamo uno strumento». E ha concluso: «Io non so se essere felice di poter usare il 5 in condotta... Ma, se è necessario, che la lunga via di una minima rieducazione alla vita civile abbia dunque inizio».
Gianteo Bordero
sabato 28 febbraio 2009
LA SCUOLA, IL BULLISMO E IL SESSANTOTTO
E' comparso in questi giorni su YouTube un video a suo modo shoccante, girato prima di Natale in una scuola di Rho, l'istituto tecnico Cannizzaro, da alcuni studenti dediti a riprendere le loro «imprese» vandaliche all'interno dell'aula durante il cambio d'ora: sedie gettate a terra, bottiglie lanciate dalla finestra, pareti deturpate. Fin qui niente di nuovo rispetto a molti altri filmati a cui, purtroppo, abbiamo quasi fatto il callo, e che dimostrano a quale punto di degrado si sia permesso che la scuola arrivasse, a quale infimo livello di assenza di serietà e autorevolezza, a quale stato di incuria educativa - fermo restando che, per quanto riguarda quest'ultimo punto, responsabilità importanti ricadono anche sulle famiglie.
La poco edificante «novità» del video inserito in rete dagli studenti lombardi è che i protagonisti, per dare un inquietante «tocco di originalità» al loro bullismo, non accontentandosi di emulare le gesta di altri loro colleghi, hanno preso a incendiare il crocifisso appeso alla parete dell'aula. Nel breve filmato si possono osservare i devastatori che, vedendo che il legno stenta ad infiammarsi, incitano il compagno con l'accendino, e non appena la croce iniziare a bruciare esplodono in un tripudio di «gioia»... Poi il video si interrompe.
Come detto, questo filmato, di per sé, non aggiunge nulla di nuovo a quanto già sapevamo circa il fenomeno del bullismo nelle scuole, contro il quale si è impegnata sin dall'inizio del suo mandato, e non senza conseguire risultati, il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, determinata a dare un sacrosanto e quanto mai necessario giro di vite finalizzato a ripristinare nelle scuole italiane la disciplina, il decoro, la serietà e le nozioni di base dell'educazione civica, anche grazie alla rinnovata importanza restituita al voto in condotta, che è tornato ad essere discrimine per essere promossi o bocciati.
Quello che colpisce, nel video girato nell'istituto rhodense, è la rappresentazione plastica delle ragioni che stanno alla base di quel terribile vuoto che sembra tragicamente cingere d'assedio le vite quotidiane di tanti giovani italiani. Non si tratta soltanto di quella che viene comunemente chiamata «assenza di valori», che è spesso un modo ipocrita con il quale il radicalismo chic prende le distanze da quella che ritiene essere la «feccia» della società. Più in profondità, occorre riconoscere che se siamo arrivati a questo punto è anche perché - e, forse, proprio perché - la cultura dominante negli ultimi decenni, diciamo dal '68 in poi, ha sovvertito non tanto i «valori» nella loro astrattezza, ma la tradizione sulla quale il nostro popolo si era da secoli fondato per organizzare la sua convivenza.
E la scuola è stata drammaticamente al centro di questa destrutturazione (spirituale, culturale e pedagogica) della tradizione italiana, teorizzata e alacremente perseguita dai nuovi guru dell'intellighenzia sessantottina. La parola d'ordine è divenuta il rifiuto dell'autorità, accompagnata dal rigetto di tutto ciò che sapeva di legami con un passato che ci si voleva lasciare alle spalle nel nome di un futuro radioso all'insegna della «vera libertà». Così anche l'educazione non ha più voluto significare il radicamento in una storia, in un'esperienza di popolo, in una cultura che porta con sé il respiro dei secoli, ma è divenuta il momento della «liberazione»: dai tabù, dai poteri costituiti, dai dogmi, dai vincoli, dalla morale ereditata dai nonni...
Questo è ciò che nella scuola (e più in generale nello spazio pubblico) si è respirato per trent'anni, ogni giorno, ed era inevitabile che i risultati fossero quelli che oggi tutti abbiamo sotto gli occhi. Ma il caso di Rho ci ricorda un dato in più: se vi è stata la perdita di autorevolezza, di credibilità, di serietà e, in fondo, di senso della scuola - una perdita di cui le varie e sfaccettate forme di bullismo sono conseguenza - è perché, in fondo, si è deciso di gettare nel dimenticatoio, prima ancora che i valori, l'educazione e il decoro, ciò che per secoli quei valori, quell'educazione e quel decoro ha fondato e reso fertili: il crocifisso che oggi viene dato alle fiamme dagli eredi della cultura anti-tradizionale, sfociata in un nichilismo disarmante.
Gianteo Bordero
mercoledì 5 novembre 2008
LE BUGIE DEL PARTITO DEMOCRATICO SULLA SCUOLA
La mozione presentata dal Partito Democratico di Sestri Levante sulla scuola mi ha fatto tornare in mente l’espressione «lingua di legno», con la quale, in Francia, veniva indicata l’usanza dei comunisti di ripetere una menzogna tante volte da convincere i non comunisti che il linguaggio fosse diventato realtà. Anche oggi ascoltiamo, da parte dei rappresentanti del Pd, in merito alla legge sulla scuola varata dal governo, un mare di menzogne che vengono ripetute mille e mille altre volte ancora, credendo con ciò che esse divengano verità. Vediamone alcune.
Il Partito Democratico dice che la scuola subirà un taglio di 8 miliardi di euro. Falso, perché il taglio per il prossimo anno sarà inferiore a 0,5 miliardi (cioè l’1% del budget) e i tagli netti previsti per il triennio 2009-2011 saranno pari a 3,6 miliardi spalmati su tre anni. Il Partito Democratico dice che con l’introduzione del maestro prevalente la scuola elementare perderà in qualità. Falso, perché l’Italia si trovava al 3° posto nelle classifiche mondiali di valutazione delle elementari finché ha avuto un solo maestro e oggi è scesa molto più in basso, con preoccupanti picchi negativi per quanto riguarda la conoscenza di materie quali la matematica e le scienze. E’ ora di risalire la china.
Il Partito Democratico dice che dalle scuole elementari scomparirà il tempo pieno. Falso, perché l’introduzione del maestro prevalente, con conseguente soppressione delle ore di compresenza, libererà un numero di ore più che sufficiente ad aumentare le ore di tempo pieno. Il Partito Democratico dice che saranno licenziati 87.000 insegnanti. Falso, perché la riduzione avverrà limitando le nuove assunzioni, la cifra di 87.000 si raggiungerà nel 2012 e include nel calcolo le riduzioni già pianificate dal governo Prodi. Il Partito Democratico dice che vi saranno 30 alunni per classe. Falso, perché gli alunni saranno in media 18 per classe e potranno, al massimo, arrivare a 26. Il Partito Democratico dice che verrà ridotto il numero degli insegnanti di sostegno per i disabili. Falso, perché il numero degli insegnanti di sostegno rimarrà tale e quale quello attuale.
Deve far riflettere l’accanimento del Pd nel mettere in circolo assolute falsità, che non trovano riscontro alcuno nella realtà e nei testi legislativi. Il motivo di tale accanimento è che la sinistra, che negli ultimi decenni ha trasformato la scuola in uno dei tanti ammortizzatori sociali attraverso i quali «creare» nuovi posti di lavoro e nuove clientele, teme di perdere una delle sue roccaforti di potere e di consenso. Così, in maniera irresponsabile, da un lato usa i bambini come «carne da cannone» per una protesta che serve soltanto a garantire i privilegi dei grandi e non il diritto dei piccoli a un’istruzione di qualità, dall’altro alimenta la paura delle famiglie facendo credere che gli istituti verranno chiusi, che scomparirà il tempo pieno, che non verranno più insegnate importanti materie. Se il Partito Democratico avesse veramente a cuore un’istruzione di qualità non griderebbe allo scandalo per semplici misure di buon senso. Ma poiché ad esso interessa solamente il tornaconto di partito, è chiaro che tutto fa brodo per la propaganda e per la protesta.
Gianteo Bordero
Vice-presidente del Consiglio Comunale di Sestri Levante
Consigliere Comunale del gruppo “Pdl-Lega-Udc-Per Ianni sindaco”
venerdì 24 ottobre 2008
PROTESTA IN NOME DEL NULLA
da Ragionpolitica.it del 23 ottobre 2008
Faceva impressione, domenica, vedere al Tg4 delle 13.30 le interviste agli studenti delle superiori che protestano contro la riforma Gelmini: quasi nessuno, tra loro, ne conosce il contenuto, neppure per sommi capi. Ripetono slogan come automi. Qualcuno, addirittura, pensa che il maestro unico non sia quello delle elementari, ma un fantomatico «professore unico» di licei e istituti tecnici. L'ignoranza al potere, dunque. A cui si somma una totale assenza di giudizio critico su ciò che accade. Ma non sarebbe compito proprio della scuola quello di combattere tale ignoranza e di far sviluppare la suddetta capacità di giudizio? Se c'è una ragione per sostenere le iniziative del ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, essa è insita proprio in questa insanabile contraddizione di fondo che viene a galla in questi giorni di proteste, scioperi, manifestazioni e cortei: si grida allo smantellamento della scuola proprio mentre si fornisce la prova provata del fatto che tale smantellamento è già avvenuto. Non a livello di strutture, numeri e burocrazia. Ma al livello dell'anima della scuola, che da lunga pezza ha abdicato alla sua missione principale: quella educativa.
La scuola è cioè diventata, da un lato, un parcheggio dove depositare ragazzi che arrivano a 8 anni già sazi di tutto e assetati di niente, senza quella sana curiosità che è alla base di ogni grande esperienza conoscitiva, relazionale e formativa. Dall'altro lato, è stata trasformata dalla politica, in special modo da quella statalista e assistenzialista, in uno dei tanti ammortizzatori sociali attraverso i quali «creare» nuovi posti di lavoro e nuove sacche di consenso, con somma gioia pure dei sindacati. L'insegnante, così, non è stato più pensato come un grande compagno d'avventura che spalanca gli orizzonti dell'alunno sul mare immenso della realtà, ma come un freddo burocrate incaricato di gestire una delle tante macchine statali. Senza più passione. Senza più cuore. Senza più dedizione umana.
Coloro che protestano oggi, dunque, lo fanno contro una scuola che ancora non c'è (quella della Gelmini) e per difendere una scuola che c'è - ma che non è più tale. E' l'esatto contrario di quello che accadeva nel Sessantotto, dove la ribellione era a favore di una scuola diversa e per abbattere quella esistente. Delle due cose, solo una è riuscita: è stato distrutto il buono che c'era e non è stato creato nulla che possa neanche lontanamente essere definito come «scuola». E' questo nulla che i contestatori di oggi, seppur inconsapevolmente, difendono. Per il resto, il paragone col Sessantotto è più uno svago intellettuale che un fatto reale: la Valla Giulia cantata da Venditti come simbolo di quei giorni e di quelle passioni non è più quella dove «ancora brilla la luna», quella delle «albe cinesi di seta indiana», ma solo uno dei tanti piccoli teatri dove va in scena una commedia già vista, già scritta, già giudicata.
E la colpa più grossa non è neppure imputabile agli studenti, che possono trovare una giustificazione nella giovane età, ma agli adulti, sia nelle vesti di genitori che in quelle di insegnanti: i primi, molte volte, hanno finito con lo scaricare sulla scuola compiti e responsabilità che erano innanzitutto di loro spettanza, i secondi hanno spesso usato il loro spazio come luogo non più di formazione, ma di pura conservazione di un sistema sindacalizzato e politicizzato, che poco o punto aveva a che fare con l'insegnamento e la trasmissione del sapere. Tutto ciò ha creato un corto circuito educativo che ha fatto saltare per aria i concetti di responsabilità, di rispetto, di merito - i cardini su cui da sempre si regge, oltre che la scuola, la stessa società umana. Il risultato non poteva che essere lo sfascio. Che ben si riassume, oggi, nelle immagini dei bambini usati da genitori e insegnanti come carne da propaganda contro il ministro e in quelle dei ragazzi delle superiori che protestano assieme ai professori contro ciò che neppure conoscono. Altro che '68! A Valle Giulia la luna è tramontata.
Gianteo Bordero
sabato 4 ottobre 2008
AL VIA LA SCUOLA DIGITALE
«Non è un gesto simbolico, ma l'inizio di un cambiamento. Occorre colmare il grave ritardo in cui abbiamo trovato l'istruzione pubblica in Italia». Con queste parole il presidente del Consiglio, nella conferenza stampa tenuta a Palazzo Chigi nel pomeriggio di giovedì assieme ai ministri dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, e della Pubblica Amministrazione e Innovazione, Renato Brunetta, ha presentato il progetto del governo per l'informatizzazione della scuola italiana. Le nuove tecnologie offrono enormi possibilità per l'ammodernamento del nostro sistema scolastico, che deve marciare al passo con quelli del resto d'Europa. Non si tratta soltanto, come in parte già oggi avviene, di adoperare internet e l'informatica sul versante amministrativo, ma di allargarne l'uso anche nella didattica, per facilitare il lavoro dei docenti e il loro rapporto con gli alunni ad anche con le loro famiglie.
«Vogliamo offrire opportunità da un lato agli studenti, per apprendere meglio, e dall'altro ai docenti, per poter svolgere al meglio la loro professione», ha affermato il ministro Mariastella Gelmini. Fiore all'occhiello del provvedimento governativo è rappresentato dall'ingresso, in 10.000 aule italiane, della lavagna interattiva multimediale. L'investimento è di 20 milioni di euro per il 2008, e di altri 10 milioni di euro per il 2009. «Si tratta di uno strumento didattico innovativo - ha detto il ministro - che consentirà anche di sperimentare un nuovo rapporto tra i libri di testo e contenuti digitali». La lavagna, in questo senso, va a completare un percorso già iniziato con la Finanziaria, la quale aveva posto al centro dell'attenzione l'e-book, al fine di alleggerire il peso (sia in termini fisici che economici) dei libri di testo. Il nuovo strumento, come è emerso dalla spiegazione tenuta durante la conferenza stampa dal professor Giovanni Biondi, è un mezzo veramente straordinario, che ha il pregio di poter rendere ancor più affascinanti i contenuti delle lezioni scolastiche attraverso la loro interazione con i software più evoluti. La lavagna, inoltre, è in grado di registrare tutto ciò che avviene su di essa; in questo modo gli studenti che sono assenti si possono collegare da casa e rivedere la lezione.
Ma non finisce qui. Il progetto del governo per l'informatizzazione della scuola prevede infatti anche il potenziamento della dotazione informatica degli istituti (computer portatili e fondi per acquisire contenuti digitali), nuovi servizi in rete per le famiglie (pagella on line, registro digitale, accesso telematico al fascicolo elettronico dello studente), potenziamento delle connessioni (maggiore velocità, sicurezza e affidabilità), implementazione di servizi quali la formazione e la didattica a distanza dal vivo, l'interazione on line degli organi collegiali. Inoltre, 11 mila istituti saranno collegati tra loro in rete e alle pubbliche amministrazioni attraverso la connessione al Sistema Pubblico di Connettività.
Quello della digitalizzazione - ha tenuto a precisare il ministro - è il secondo pilastro su cui si regge la riforma della scuola. «La scuola del governo Berlusconi - ha affermato - riprende principi come il rispetto degli altri, l'impegno, la fatica nello studio, che forse la sinistra ritiene superati, ma è una scuola che guarda anche alla modernizzazione e che, attraverso un corretto impiego delle risorse, riesce a liberare finanziamenti per l'innovazione tecnologica». Insomma, strumenti quali quello della lavagna digitale non sono fini a se stessi, ma vanno inquadrati all'interno del generale progetto di riforma pensato dal ministro Gelmini per ridare alla scuola italiana autorevolezza, serietà, credibilità; per riportare la nostra Istruzione al passo con quella degli altri paesi europei; soprattutto, per rimettere al centro del nostro sistema scolastico la persona, quella dell'alunno e della sua famiglia, e quella dell'insegnante. In quest'ottica, tutto ciò che può aiutare la formazione di un circolo virtuoso nel rapporto tra i protagonisti del sistema formativo è il benvenuto. «Anche l'impiego dell'innovazione tecnologica - ha concluso il ministro - nella scuola va nella direzione di non rassegnarci alle basse performance, ma di lavorare tutti insieme per migliorare il nostro sistema dell'Istruzione».
Gianteo Bordero

