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giovedì 18 giugno 2009

ALTRO CHE “ROCCAFORTE DEL PD”! A SESTRI LEVANTE IL VENTO STA CAMBIANDO. LO DICONO I NUMERI

IL POPOLO DELLA LIBERTÀ – SESTRI LEVANTE

COMUNICATO STAMPA DEL 18 GIUGNO 2009

Il voto europeo del 6 e 7 giugno a Sestri Levante ha messo innanzitutto in evidenza un crollo di ampie proporzioni del Partito Democratico. Alle elezioni politiche del 2008 il Pd aveva raccolto, nella nostra città, il 42,1% dei consensi; alle europee 2009 si è fermato al 34%. Si tratta di un calo di ben 8 punti percentuali rispetto a un anno fa. Se poi raffrontiamo il dato delle europee 2009 con quello delle europee 2004, le cose per il Partito Democratico vanno ancora peggio: allora la lista Uniti nell’Ulivo, che raccoglieva Ds e Margherita, ottenne il 44,4% dei voti. La perdita è stata, in questo caso, del 10,4%. In termini assoluti, dal 2004 al 2009 il partito che governa Sestri Levante è passato da 5072 a 3454 voti, lasciando per strada il 31,9% dei consensi che raccoglieva tra i cittadini, quasi un elettore su tre.

Per quel che riguarda invece il nostro partito, il Popolo della Libertà, se è vero che vi è stata una flessione rispetto alle elezioni politiche del 2008 (dal 30,7% al 29,5%), guardando alle europee del 2004 si scopre che Forza Italia e Alleanza Nazionale, che allora correvano ancora divise, ottenevano in totale il 24,9% dei consensi, 2849 voti. Ciò significa che oggi il Popolo della Libertà è cresciuto, rispetto al 2004, del 4,6% in termini percentuali e, in termini assoluti, di 147 voti (ne ha raccolti, il 6 e 7 giugno, 2996).

Questi dati indicano, come elemento politico di prim’ordine, il differente esito dei processi di unione e semplificazione avvenuti rispettivamente col Partito Democratico e col Popolo della Libertà. Nel primo caso assistiamo oggi al fallimento sostanziale della fusione dei Democratici di Sinistra e della Margherita in un unico soggetto; nel secondo caso, invece, osserviamo la buona riuscita della convergenza di Forza Italia e Alleanza Nazionale nel Pdl, una convergenza che trova il gradimento dell’elettorato sestrese. In sintesi: nella nostra città, mentre il Pd prende meno voti di Ds + Margherita, il Pdl prende più voti di Forza Italia + An.

Per avere conferma del fatto che ha preso corpo, a Sestri Levante, una tendenza favorevole al centrodestra e di sfiducia nei confronti del centrosinistra, basta guardare ai dati delle coalizioni attualmente presenti in Consiglio Comunale. Il centrosinistra che sostiene il sindaco Lavarello ha ottenuto, il 6 e 7 giugno, il 42,5% dei consensi, mentre il centrodestra, rappresentato dal gruppo Pdl-Lega-Udc, ha raggiunto quota 44,1%. La sinistra radicale - che nel nostro Comune è all’opposizione - è al 7,6%. Anche se si è trattato di elezioni europee e non amministrative, quello che è importante cogliere è appunto il trend, la tendenza, che in modo chiaro e incontestabile indica un declino della sinistra e una crescita del centrodestra a Sestri Levante.

Per questo non è possibile concordare con quanti, nei giorni scorsi, hanno parlato di Sestri Levante come di una “roccaforte del Pd”. Il Partito Democratico, su base nazionale, ha perso, rispetto alle politiche del 2008, il 7,3% dei consensi; a Sestri, come abbiamo visto, ha perso l’8%. Dove sia la “roccaforte” è difficile a dirsi. Quello che invece rileva, numeri alla mano, è il cambio di direzione del vento politico nella nostra città, con un centrodestra che cresce a vista d’occhio e che ormai è una realtà forte e radicata anche a Sestri Levante.

I dirigenti e i consiglieri comunali
del Popolo della Libertà, Sestri Levante

Graziano Stagni
Giancarlo Stagnaro
Gianteo Bordero
Marco Conti
Giuseppe Ianni

giovedì 4 giugno 2009

PDL NEL PPE. E IL PD?

da Ragionpolitica.it del 4 giugno 2009

Le elezioni europee del 6 e 7 giugno consacreranno la svolta di sistema rappresentata, in Italia, dalla nascita del Popolo della Libertà. In una campagna elettorale che la stampa antiberlusconiana, seguita a ruota dai due maggiori partiti del centrosinistra (Partito Democratico e Italia dei Valori), ha trasformato in una morbosa caccia allo scandalo nella vita privata del presidente del Consiglio, quasi nessuno s'è preso la briga di porre l'accento su questo dato politico di prim'ordine. E ciò la dice lunga sulla (bassa) qualità di certi organi di informazione nostrani e sulla (scarsa) serietà dei partiti attualmente all'opposizione. Del resto, è comprensibile che parli d'altro chi, come i dirigenti del Pd, non è stato in grado fino ad oggi di dire una parola chiara circa la collocazione europea dei parlamentari che verranno eletti il prossimo fine settimana. Neppure il segretario Franceschini, ospite martedì sera di Porta a Porta, è riuscito a sciogliere il dilemma.

A fronte di una sinistra che affronta il giudizio degli elettori in ordine sparso, con una disgregazione politica ben simboleggiata dalle numerose liste l'un contro l'altra armata (oltre ai già citati Pd e Idv, troviamo Sinistra e Libertà, Lista Pannella-Bonino, Rifondazione-Comunisti Italiani, Partito Comunista dei Lavoratori), segno dell'incapacità di raggiungere una sintesi attorno ad un progetto comune che non sia il solito antiberlusconismo, troviamo dunque un centrodestra all'interno del quale il processo di aggregazione ha raggiunto uno stadio molto avanzato. Ed è importante sottolineare che tale processo è avvenuto proprio in nome dell'Europa, cioè della bipartizione, presente nella maggior parte dei paesi del Vecchio Continente, tra popolari e socialisti. Se nel centrodestra il Popolo della Libertà è stato in grado di raccogliere in un unico soggetto politico tutti i partiti (ad esclusione dell'Udc) la cui stella polare è rappresentata dalla Carta dei Valori del Partito Popolare europeo, altrettanto non si può dire del centrosinistra, dove quello che dovrebbe essere il partito-guida, il Pd, si dibatte nella contraddizione mai risolta del suo nascere dalla confluenza di un partito post-democristiano che non vuole «morire socialista» e di un partito post-comunista che non è stato in grado di un'autentica svolta socialdemocratica.


Per anni abbiamo ascoltato la tiritera secondo cui l'«anomalia» italiana rispetto all'Europa era rappresentata da Silvio Berlusconi e da Forza Italia; si è detto e scritto che non poteva avere cittadinanza nel Vecchio Continente un partito vuoto di progettualità e di idee, fondato esclusivamente sulla persona del suo leader. Oggi, invece, dopo 15 anni dall'ingresso in politica del Cavaliere e con una nuova euro-consultazione alle porte, si scopre che il «partito di plastica» (o, per dirla con Romano Prodi, il «nulla») è diventato un maturo e radicato partito di stampo europeo, pienamente integrato nella grande famiglia del Ppe, di cui si appresta anzi a diventare la delegazione numericamente più consistente. E si scopre che la vera «anomalia» è quella di un centrosinistra, e in particolare di un Pd, che non è né carne né pesce, senza una precisa e definita collocazione in Europa, privo cioè di identità chiara e distinta, costretto a fare i salti mortali per tentare di convincere i partiti che fanno capo al gruppo socialista ad accettare una nuova denominazione pur di ospitare gli eurodeputati del Pd: «In Europa - ha detto martedì sera Franceschini a Porta a Porta - la componente progressista è composta soprattutto da socialisti, ma noi non entreremo nel Partito Socialista europeo, vogliamo un nuovo gruppo parlamentare con socialisti e forze progressiste». Della serie: se la montagna non va a Maometto...

Molto più coerente e lineare, invece, la scelta del Popolo della Libertà di entrare nel Partito Popolare europeo: il Dna politico del Pdl è lo stesso del Ppe, al punto che la Carta dei Valori che è stata approvata durante le assise congressuali dello scorso marzo è la stessa fatta propria dal Ppe in occasione del suo Congresso del trentennale, svoltosi a Roma nel 2006. «Il Partito Popolare europeo - ha detto Berlusconi durante il Congresso fondativo del Pdl - è la naturale famiglia del Popolo della Libertà». Ed è il naturale sbocco di un percorso con il quale il Cavaliere, tenacemente e pazientemente, ha dato vita, nel nostro paese, ad un grande soggetto di centrodestra, rivoluzionando un sistema politico fondato sulla conventio ad excludendum rappresentata dal vecchio arco costituzionale e creando un bipolarismo finalmente in linea con le maggiori democrazie occidentali. Berlusconi, dunque, non ha mancato l'appuntamento con la storia. Chi è in ritardo, ancora una volta, è la sinistra italiana.

Gianteo Bordero

domenica 31 maggio 2009

LA SINISTRA S'È FERMATA A CASORIA

da Ragionpolitica.it del 30 maggio 2009

Un tempo, diciamo fino a circa quindici anni fa, la sinistra in Italia era una cosa seria. Comunista, certo. Rivolta con lo sguardo verso Mosca, certo. Non pienamente democratica, certo. Però seria. Non seriosa, come i suoi leader che dal 1994 in poi si sono candidati alla guida del paese, col volto troppo teso e imbronciato per essere vero. Una volta c'erano la causa per cui combattere, il proletariato, la classe operaria, le lotte sindacali, la battaglia contro il capitalismo, le feste dell'Unità affollate in ogni ordine di posti per qualsiasi dibattito politico avesse luogo. Insomma, c'era quello che Giorgio Gaber, nella sua canzone Qualcuno era comunista, ha chiamato «uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di sentirsi due persone in una». Mosca era lontana, un mito e un miraggio per tanti. Di vicino c'era solo il compagno di fabbrica, o di casa, c'era solo la sezione in cui ritrovarsi, non soltanto per parlare di politica. Essere comunisti, votare Partito Comunista, per molti in Italia ha voluto dire identificarsi, appartenere, perfino credere in qualcosa nonostante l'ateismo ufficialmente imposto dalla dottrina.

Oggi anche questo qualcosa è svanito. Evaporato. Dissolto. Caduto non soltanto sotto il peso delle macerie del Muro di Berlino, ma anche a causa dell'incapacità della classe dirigente ex Pci di fare i conti fino in fondo col passato, rimanendo in una terra di mezzo, anzi di nessuno, con il solo risultato da un lato di umiliare il popolo comunista e, dall'altro, di non sapere proporre ai cittadini una ricetta nuova, diversa, che scaturisse da una sincera presa d'atto della verità. Del resto, da chi era stato educato alla doppiezza della verità non ci si poteva certo aspettare un repentino cambio di rotta. E così è stato. Con la differenza che, dopo il crollo del Muro, si è passati dalla doppia verità a nessuna verità.

Il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti: della sinistra non è rimasto che il nome, a cui ora non corrisponde più la cosa. E se è vero quello che diceva Chesterton, ossia che «quando l'uomo non crede più in niente finisce col credere a tutto», allora si capisce l'ultima svolta degli eredi di Togliatti e Berlinguer: dismesso l'impegno sui grandi temi cosiddetti «di sistema» (le riforme, il welfare, le pensioni, il lavoro, ecc...), la battaglia si è spostata su quanto di più evanescente ed effimero possa esserci, cioè la chiacchiera, il pettegolezzo, il gossip. Lo vediamo in questi giorni di campagna elettorale in vista delle votazioni del 6 e 7 giugno, con l'accanimento morboso sulle vicende private di Berlusconi, con la ricerca dello scoop che possa mettere in difficoltà il Cavaliere non più sul piano politico, ma su quello della privacy. Salvo scoprire che i presunti «testimoni autorevoli» a cui si fa affidamento (in questo caso l'ex fidanzato di Noemi Letizia) sono in realtà personaggi in cerca d'autore e di celebrità, disposti anch'essi a tutto pur di trarre profitto mediatico da quanto sta accadendo.

In quest'ultima settimana sono giunti alla nostra redazione molti commenti di elettori della sinistra, delusi dalle scelte e dal tenore della campagna elettorale condotta dai dirigenti dei loro partiti di riferimento, in particolare del Pd. Si sentono orfani e capiscono, molto prima dei vari Franceschini e D'Alema, e molto meglio dell'intellighenzia schierata a difesa degli ultimi bastioni antiberlusconiani, che tutto questo polverone su Noemi, sulle feste a Villa Certosa e via gossippando si ritorcerà come un boomerang sulla sinistra nel momento in cui i suoi sostenitori dovranno trovare un buon motivo per andare alle urne il prossimo fine settimana. Siamo solidali con questi militanti delusi e traditi, abbandonati da una classe dirigente che ha chiuso con la Politica con la P maiuscola e vaga come un'anima persa tra le pagine di Novella 2000 alla ricerca di un argomento da spendere contro Berlusconi. Per parte nostra, possiamo solo osservare, parafrasando il titolo di un celebre romanzo di Carlo Levi, che oggi la sinistra «s'è fermata a Casoria», la patria di Noemi Letizia e Gino Flaminio.

Gianteo Bordero

giovedì 21 maggio 2009

DI PIETRO IL CANNIBALE

da Ragionpolitica.it del 21 maggio 2009

Per quanto paradossale possa apparire, a pagare il dazio politico più pesante dopo la sentenza Mills e a rischiare un significativo calo dei consensi in vista delle prossime elezioni del 6 e 7 giugno non sono il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il Popolo della Libertà, bensì il Partito Democratico. Come faceva notare martedì sera a Ballarò il sondaggista Nando Pagnoncelli, una sentenza come quella emessa dai giudici milanesi non produce spostamento di voti da uno schieramento all'altro, ma ha soltanto l'effetto di radicalizzare ancor di più lo scontro attorno alla figura del Cavaliere. Ergo: se travaso di consensi vi sarà, esso avverrà all'interno dello schieramento di opposizione. E va da sé che avrà la meglio chi urlerà più forte contro il capo del governo, soddisfacendo l'atavico e mai domo antiberlusconismo che ancora alberga in larga parte della sinistra italiana.

Ci vuole poco per capire chi uscirà vincitore da questa battaglia per spartirsi i voti destinati a quel che resta della gauche italiana: colui che dall'inizio della legislatura si è presentato come l'unico in grado di fare vera opposizione al Caimano; come l'unico che non avrebbe ceduto alle lusinghe della «nuova stagione» veltroniana del dialogo e non si sarebbe sporcato le mani (pulite) cercando accordi con il nemico sui grandi temi della politica nazionale; come colui che non avrebbe messo nel cassetto la lotta alla Casta, la retorica grillante, la guerra ai privilegi; come l'unico che avrebbe resistito, senza se e senza ma, di fronte all'incedere del nuovo regime.

Antonio Di Pietro queste cose le disse in modo chiaro già nel suo primo discorso alla Camera dei deputati in occasione del dibattito sulla fiducia al Berlusconi IV, e non c'è dunque da stupirsi se oggi le riafferma in maniera se possibile ancor più radicale di fronte alla sentenza Mills, che è per lui come la famosa trippa per gatti o come il sangue per il conte Dracula. Quello che semmai deve, più che stupire, preoccupare, è la totale incapacità degli altri partiti di opposizione - Partito Democratico in primis - di assumere, di fronte a casi come quello in oggetto, un atteggiamento ben distinto e distante da quello forcaiolo, giustizialista e giacobino del leader dell'Italia dei Valori. Un'incapacità che è tutta nelle parole del segretario del Pd, Dario Franceschini, che prova nella sostanza a scimmiottare Di Pietro, ma non ci riesce fino in fondo, perché se l'Idv ha subito chiesto con voce ferma e tonante, dopo la sentenza, le dimissioni immediate del premier, i Democratici si sono limitati più timidamente a sollecitare la rinuncia, da parte dello stesso, allo scudo protettivo del lodo Alfano. Insomma, nella gara a chi è più antiberlusconiano, Tonino è destinato ad avere sempre la meglio nei confronti di un Pd ondivago, tentennante e indeciso sulla strategia di opposizione da adottare nei confronti del governo. Segno che la questione del rapporto con Berlusconi non ha ancora avuto risposta chiara da parte dei Democratici.

Così, nel vuoto politico a sinistra,il capo dell'Idv si trova dinanzi nuove terre di conquista, e può dichiarare con piglio da condottiero, di fronte a microfoni e telecamere, che ormai l'unica sinistra è lui; può presentarsi come la vera alternativa al Cavaliere ed evocare la nascita di un inedito bipolarismo Berlusconi-Di Pietro. Quello dell'ex pm è il tipico atteggiamento del cannibale, e lascia sbalorditi il fatto che le vittime predestinate facciano finta di niente o cerchino persino di mostrarsi condiscendenti con gli appetiti del loro carnefice, facilitandogli così il lavoro. Nessun accenno di rivolta, nessun tentativo di arginare lo strapotere di Tonino. I dirigenti del Partito Democratico dimenticano persino che le parole e i toni oggi usati dal leader Idv nei confronti di Berlusconi sono gli stessi che egli usò per molti mesi, sul finire del 2008, nei confronti di quegli amministratori locali del Pd finiti nel mirino dei magistrati. La ghigliottina che oggi Di Pietro vorrebbe azionare contro il presidente del Consiglio è la stessa che egli avrebbe volentieri azionato, sino a ieri, contro sindaci ed assessori democratici caduti nella rete delle inchieste giudiziarie. Ma mentre il premier tiene duro e ribatte colpo su colpo tanto ai magistrati politicizzati quanto al loro mentore Di Pietro, il Partito Democratico collabora volentieri all'opera e porge docile la testa al boia.

Di Pietro ha riscosso molto successo alla Fiera del Libro di Torino, assieme al suo ideologo Marco Travaglio, e tanti intellettuali della sinistra storica italiana hanno dichiarato di voler combattere al suo fianco la battaglia dell'antiberlusconismo. Abbandonato anche dall'intellighenzia dopo essere stato abbandonato dal popolo, il Partito Democratico sembra ormai totalmente passivo di fronte agli eventi, li subisce, incapace di esprimere quel coraggio e quell'ardore politico che fanno grandi i partiti, non solo dal punto di vista numerico. La vera vittima della sentenza Mills, in fondo, rischia di essere proprio il Pd.


Gianteo Bordero

martedì 19 maggio 2009

L'IMPORTANZA DEL VOTO AMMINISTRATIVO DEL 6 E 7 GIUGNO

da Ragionpolitica.it del 19 maggio 2009

L'attenzione delle pagine politiche dei giornali nazionali sembra incentrarsi quasi esclusivamente, in questi ultimi giorni, sulle previsioni di voto in vista delle europee del 6 e 7 giugno prossimi. Esse rappresentano certamente un banco di prova importante per misurare la temperatura politica del paese a un anno dalle elezioni dell'aprile 2008. In particolare, si attende dalle urne un responso circa la crescita - finora certificata dai sondaggi - dei partiti che compongono la maggioranza di governo (il Popolo della Libertà e la Lega Nord); circa la quantificazione del calo dei consensi per il Partito Democratico rispetto al voto delle politiche; circa l'eventuale ridefinizione dei rapporti di forza all'interno degli schieramenti. In questo senso, le ultime rilevazioni del «Termometro politico» registrano un Pdl che naviga attorno al 40% (+2,5% rispetto allo scorso anno), una Lega al 9,5% (+1,3%), mentre il Pd si attesta sul 26,5% (-6,5%) e l'Italia dei Valori sul 6,6% (+2,3%).

Minore attenzione è invece riservata al voto amministrativo che avrà luogo negli stessi giorni della consultazione europea. Andranno alle urne i cittadini di ben 4.200 Comuni, di cui 216 con popolazione superiore ai 15 mila abitanti (tra questi vi sono 27 capoluoghi di Provincia) e di 64 Province. Tra le città che si recheranno al voto vi sono Bologna, Firenze, Modena, Bari, Padova, Perugia, Cremona, Vercelli, Reggio Emilia, Livorno, Prato, Campobasso, Potenza, Ascoli Piceno, solo per citare le più importanti. Tra le Province: Milano, Torino, Napoli, Bologna, Firenze, Venezia, Padova, Verona, Pescara, Perugia, Brescia. E' evidente che i risultati in queste realtà potrebbero ridisegnare nel profondo la mappa del potere locale in Italia, spostando, in diverse zone del paese, il pendolo da sinistra a destra e consegnando nelle mani dell'alleanza Pdl-Lega, saldamente al comando sul piano del governo nazionale, le chiavi anche di buona parte dei governi territoriali.

Basti pensare, ad esempio, che tra le 64 amministrazioni provinciali da rinnovare ben 50 sono oggi guidate dal centrosinistra e che, come ricordava qualche settimana fa sul Corriere della Sera Paolo Franchi citando un'analisi condotta dal responsabile enti locali del Pd, Paolo Fontanelli, «se gli elettori si comportassero come nelle politiche sarebbe un disastro... Della cinquantina di amministrazioni provinciali attuali, al Pd ne resterebbero 15». Fermo restando che le logiche che presiedono al voto locale spesso non coincidono con quelle del voto nazionale, poiché nel primo caso entrano in gioco fattori che esulano dai grandi temi di interesse generale attorno ai quali ruotano le campagne elettorali per le politiche, è comunque chiaro che quello amministrativo del 6 e 7 giugno prossimi sarà un appuntamento che potrebbe segnare un ulteriore passo in avanti nel processo politico iniziato il 13 e 14 aprile 2008.

In sostanza, una buona performance del centrodestra e un corrispondente arretramento del centrosinistra proprio su quello che da sempre è un suo terreno di conquista - le amministrazioni locali - significherebbe che la crescita dell'alleanza Popolo della Libertà-Lega Nord non rappresenta più, come molti hanno detto e scritto dopo la vittoria dello scorso anno, una folata occasionale di «vento di destra» che spira su una nazione in preda alle paure e all'incertezza, ma è il frutto di un robusto e profondo processo politico in atto in Italia, da nord a sud. Un processo di radicamento sostanziale (e non solo strutturale) del centrodestra nella cosiddetta «pancia del paese» e di contestuale disgregazione della sinistra, divenuta minoranza non soltanto nei numeri, ma anche nello stesso linguaggio e nella stessa cultura politica prevalente.

E' quasi inutile sottolineare che si tratta, per i partiti che compongono l'attuale maggioranza di governo, di una sfida epocale: ad essere in ballo non vi è soltanto, infatti, l'elezione dei sindaci e dei presidenti provinciali, e quindi l'insediamento in spazi di potere prima inesplorati, ma anche e soprattutto la possibilità di consolidare una svolta di sistema impensabile fino a 2 anni fa. Nel 2004 le elezioni amministrative segnarono l'inizio del declino della maggioranza berlusconiana; oggi possono segnare il rafforzamento della sua egemonia politica nel paese.

Gianteo Bordero