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venerdì 28 gennaio 2011

GLI AFFANNI DI BERSANI

da Ragionpolitica.it del 28 gennaio 2011

Povero Bersani! Politico generoso ma senza carisma nel tempo delle leadership personali, egli viene di volta in volta eclissato da chi, nel Partito Democratico o nell'area del centrosinistra, si rivela dotato di un qualche appeal capace di esercitare una forte presa sull'opinione pubblica e sull'elettorato della gauche. Si chiami costui Matteo Renzi, Nichi Vendola, Walter Veltroni o Roberto Saviano, l'effetto è sempre lo stesso: l'attuale segretario del maggior partito dell'opposizione, che in via teorica potrebbe e dovrebbe legittimamente aspirare a diventare il leader indiscusso di tutto lo «schieramento avverso» al centrodestra, di fatto non riesce invece a porsi e proporsi come figura di riferimento dell'intero centrosinistra, e neppure dello stesso Pd.


Lo confermano due eventi accaduti negli ultimi giorni: da un lato il discorso di Walter Veltroni al Lingotto e soprattutto l'accoglienza che ad esso è stata riservata da Repubblica, dall'altro lato la denuncia di Roberto Saviano a proposito delle irregolarità nelle primarie napoletane del Pd per la scelta del candidato sindaco. Nel primo caso un editoriale di Eugenio Scalfari ha in sostanza riconosciuto all'iniziativa del già sindaco di Roma e già segretario democrat il merito di aver riportato il partito al centro della scena, svegliandolo dal torpore nel quale esso si trovava: Veltroni, secondo il fondatore di Repubblica, «ha parlato da leader, con la passione e l'eloquenza d'un leader ed anche con il senso di unità e di generosità che un leader deve avere, il desiderio di fare squadra, di rilanciare una scommessa all'insegna del cambiamento». E ancora: rispetto a Bersani, a D'Alema, a Franceschini, Veltroni «possiede un "in più" che nessuno degli altri ha: è capace di evocare un sogno». E' il «carisma», che «potrà funzionare oppure no», ma nel Pd Walter «oggi è il solo che possieda quel requisito». Un talento che Scalfari di fatto contrappone al «parlare paesano e colloquiale» di Bersani, il cui intervento al Lingotto dopo quello di Veltroni «faceva uno strano effetto, di quelli che spesso Crozza provoca quando lo imita a Ballarò». Bravo, buono, intelligente e pragmatico l'attuale segretario - dice in sostanza il padre di Repubblica - ma privo di quelle doti di leadership carismatica espresse dal suo predecessore. Considerato il peso che il quotidiano di Largo Fochetti ha nell'indirizzare gli umori dell'elettorato del Pd e del centrosinistra, è facile dedurre che per Bersani non si prospettino tempi tranquilli.


Cosa, questa, confermata anche dalla vicenda delle primarie napoletane e dalla «discesa in campo» di Roberto Saviano per chiederne l'annullamento. L'autore di Gomorra ha parlato di un risultato della consultazione distorto e inficiato da infiltrazioni esterne al partito, con l'attivismo di personaggi poco raccomandabili, «faccendieri che cercano voti e li comprano per poter poi chiedere in cambio, al candidato, poteri e favori». Voti comprati dai clan? «Non proprio, ma dagli eterni mediatori che vivono nello spazio tra la politica, l'impresa e la criminalità». Non certo una bella immagine, quella descritta da Saviano: «Le primarie di Napoli sono state davvero un grande caos, forse addirittura un'occasione persa e una brutta figura». La soluzione? Azzerare tutto e proporre alla città la candidatura del magistrato anti-camorra Raffaele Cantone. Risultato: Saviano chiama e Bersani risponde, congelando la proclamazione del vincitore delle primarie, commissariando il partito a Napoli e cancellando la prevista assemblea nazionale nel capoluogo campano. La domanda sorge spontanea: chi detta davvero la linea all'interno del Pd? La risposta oggi sembrerebbe essere: tutti tranne Bersani.


Su Saviano, in particolare, occorre sottolineare, anche alla luce dell'articolo in difesa dei pm milanesi pubblicato il 28 gennaio da Repubblica, che la sua influenza diretta sull'elettorato del Pd e indiretta sulla sua dirigenza può avere come conseguenza quella di cristallizzare in maniera irreversibile la figura dei democratici come «partito dei giudici», o peggio come «partito delle procure». Verrebbe così vanificato ogni sforzo compiuto dagli esponenti più riformisti per affrancarsi da quel giustizialismo che non a torto è stato descritto come la caratteristica principale del post-comunismo italiano a partire da Mani Pulite. Sarebbe un passo indietro che condannerebbe il Pd nella ridotta giacobina, archiviandone definitivamente ogni ambizione di proporsi all'elettorato come partito di governo dotato di un progetto complessivo per il sistema-Paese.

Gianteo Bordero

martedì 25 gennaio 2011

DA BAGNASCO UNA LEZIONE DI LAICITÀ AI MORALISTI DELL'ULTIMA ORA

da Ragionpolitica.it del 25 gennaio 2011

Che delusione, per i moralisti dell'ultima ora, la prolusione del cardinal Bagnasco al Consiglio permanente della Cei! Si aspettavano che il presidente dei vescovi italiani vestisse i panni dell'inquisitore e accendesse il rogo con cui bruciare sulla pubblica piazza il Grande Peccatore. Attendevano la condanna, senza se e senza ma, dell'Immorale di Arcore. Loro, i paladini del laicismo totale, fremevano dalla voglia di assistere ad un'ingerenza in grande stile, un'entrata a gamba tesa capace di mettere fuori combattimento l'Uomo dello Scandalo. Invece niente, almeno nei termini auspicati dai novelli adepti del rigore etico e della disciplina morale.


Perché Bagnasco ha parlato chiaro, ma ha detto cose scomode per tutti. Ha richiamato con fermezza alla «misura» e alla «sobrietà» coloro che hanno ricevuto dai cittadini un mandato politico, ma si è chiesto «a che cosa sia dovuta l'ingente mole di strumenti di indagine». Ha descritto poteri «che non solo si guardano con diffidenza, ma si tendono tranelli», e ha ricordato che «la vita di una democrazia si compone di delicati e necessari equilibri, poggia sulla capacità da parte di ciascuno di auto-limitarsi, di mantenersi cioè con sapienza entro i confini invalicabili delle proprie prerogative». Un po' poco per chi, non si sa bene a quel titolo, aveva chiesto al cardinale di contribuire all'opera di delegittimazione totale di Berlusconi.


Il fatto è che - basta leggere il testo integrale della prolusione per rendersene conto - a differenza dei poco credibili sostenitori della «scomunica» del Cavaliere, il presidente della Cei si è espresso, come suo solito, avendo come stella polare delle sue analisi e dei suoi richiami unicamente il bene comune dell'Italia e degli italiani, non la volontà di modificare gli assetti politici del Paese né, tanto meno, il desiderio di delegittimare e distruggere un solo uomo. E ciò dovrebbe essere ben accetto e salutato con favore da tutti coloro che si dicono amanti della laicità e chiedono alla Chiesa di non indicare soluzioni politiche specifiche.


Ma forse è pretendere troppo da chi, in queste ultime settimane, ha pensato che l'inchiesta milanese sul caso Ruby, con tutto ciò che ne è seguito a livello mediatico, fosse l'occasione buona per dare la spallata finale al presidente del Consiglio, per realizzare un sogno lungo diciassette anni, per togliere dalla scena l'ingombrante figura di Berlusconi. Cioè di colui che è stato rappresentato, in questi lustri, come il ricettacolo di tutti i mali del Paese, come l'origine del suo degrado morale (da qual pulpito!), come il luciferino corruttore dei costumi, insomma come il Grande Satana de noantri.


Su questo punto la Chiesa italiana ha dimostrato e dimostra oggi, con il cardinal Bagnasco, di essere molto più laica, sanamente laica, di chi tenta di usare opportunisticamente la morale cristiana come strumento di lotta politica, come clava da scagliare contro il nemico numero uno, salvo poi riporla nel cassetto quando si tratta di affrontare temi decisivi come quelli della vita, della famiglia, dell'educazione. Questioni a proposito delle quali ogni parola proveniente dal Papa e dai vescovi viene classificata come un insopportabile tentativo di imporre indebitamente a tutti, credenti e non, l'etica cattolica. Questo atteggiamento intermittente dei moralisti improvvisati, che negli ultimi giorni hanno fatto a gara per condannare Berlusconi, la dice lunga sulle loro intenzioni e sulla loro credibilità di fondo.


Per questo non ci sembra esagerato affermare che le parole pronunciate lunedì dal presidente della Cei rappresentano una grande lezione di laicità impartita ai novelli Torquemada della sinistra e dei suoi giornali. Gente che fino a ieri inneggiava al sesso libero e alla liberazione dall'etica cristiana, ritenendo ciò un grande passo in avanti per l'umanità e per il suo progresso, e che oggi teorizza - senza peraltro crederci - un uso politico della morale religiosa che la stessa Chiesa, in special modo col grande Papa Ratzinger, stigmatizza e deplora.

Gianteo Bordero

mercoledì 19 gennaio 2011

BERLUSCONI È L'ARGINE ALLA REPUBBLICA GIUDIZIARIA

da Ragionpolitica.it del 19 gennaio 2011

Politicanti senza spessore politico, personaggi di cui i libri di storia non faranno menzione alcuna, e ai quali si potrebbe applicare la famosa battuta di Fortebraccio ai tempi della Prima Repubblica: «L'auto blu si fermò. L'autista, rapidamente, corse a spalancare la portiera. Non scese nessuno: era Nicolazzi». Stiamo parlando di tutti coloro che in questi giorni e in queste ore, di fronte alla nuova offensiva dei pm contro il presidente del Consiglio, preferiscono anteporre il proprio misero tornaconto immediato (una manciata di voti oggi e qualche poltrona in più domani) alla tutela delle garanzie costituzionali e dell'equilibrio dei poteri sul quale si regge la nostra Repubblica. Non capiscono - o fanno finta di non capire - che, nella sciagurata ipotesi di annientamento di Berlusconi per via giudiziaria, il loro guadagno sarebbe incommensurabilmente minore rispetto al prezzo pagato dall'Italia intera e dalle sue istituzioni rappresentative.


Sarebbe infatti la consacrazione definitiva del principio secondo il quale i governi non vengono scelti dai cittadini attraverso libere elezioni, bensì, in ultima analisi, dai pubblici ministeri e dai giudici, che diverrebbero i detentori dell'ultima parola a proposito della legittimità politica di un esecutivo. Si potrebbe ancora definire «democrazia», questa? Evidentemente no. Ci troveremmo invece di fronte ad un esiziale rovesciamento della nostra forma di Stato: non più una Repubblica «democratica», bensì una Repubblica «giudiziaria» in cui la sovranità non apparterrebbe più, in ultima istanza, al popolo, bensì alla magistratura.


Se quest'ipotesi, negli ultimi diciassette anni, non è diventata realtà, è proprio grazie a Silvio Berlusconi. Egli ha saputo tenere testa con coraggio e determinazione ai suoi accusatori togati. E' riuscito a dimostrare la sua estraneità agli infamanti capi d'imputazione che di volta in volta gli venivano rovesciati addosso come se egli fosse il peggiore dei criminali in circolazione. Ha ribattuto efficacemente, colpo su colpo, a inchieste messe in campo con un dispiegamento di mezzi, risorse, uomini senza precedenti (il tutto, ricordiamolo, a spese dei contribuenti). Berlusconi è stato dunque, dal 1994 ad oggi, l'argine alla deriva giudiziaria che prese il via negli anni delle inchieste di Mani Pulite, quando un'intera classe politica e interi partiti che avevano scritto la storia democratica del nostro Paese vennero spazzati via dall'oggi al domani nei modi e coi metodi che tutti ormai dovrebbero conoscere: uno sputtanamento mediatico scientificamente coordinato, la diffusione generalizzata a mezzo stampa e tv di atti coperti dal segreto istruttorio e «misteriosamente» usciti dalle procure, la trasformazione dell'avviso di garanzia in avviso di condanna, un uso arbitrario della carcerazione preventiva. Una miscela esplosiva finalizzata ad ottenere soltanto un immediato risultato politico e non certo giudiziario, visto che, come documenta Carlo Giovanardi nel suo Storie di straordinaria ingiustizia (Mondadori, 2003), tirando le somme dei processi per Tangentopoli si scopre che le archiviazioni e le assoluzioni raggiungono quasi il 90% dei casi. Archiviazioni e assoluzioni giunte però dopo molti anni, quando ormai, come detto, il fine politico delle inchieste era stato raggiunto e la stragrande maggioranza degli imputati era uscita di scena sotto il peso della gogna mediatica.


E qui, in fondo, sta la differenza tra allora e oggi, tra i rappresentanti della Prima Repubblica e Silvio Berlusconi. Il Cavaliere, ben comprendendo la natura precipuamente politica delle inchieste a suo carico, ha scelto di difendersi non soltanto nei processi, da cui egli è sempre uscito a testa alta, ma anche dai processi, denunciando pubblicamente, in innumerevoli occasioni, l'uso politico della giustizia di cui egli era oggetto, e sottolineando la necessità per un verso di porre mano ad una radicale riforma del sistema giudiziario e, per l'altro verso, di varare leggi volte a tutelare le istituzioni elette dal popolo da indebiti attacchi da parte della magistratura.


Chi oggi chiede a Berlusconi di dimettersi da presidente del Consiglio, di presentarsi davanti ai giudici di Milano e di difendersi di fronte a pm che per l'ennesima volta sembrano voler raggiungere primariamente obiettivi politici, non soltanto trascura la non irrilevante questione della competenza territoriale, non soltanto non tiene conto della sospetta tempistica dell'invito a comparire, non soltanto glissa sul reiterato utilizzo a strascico delle intercettazioni, ma anche e soprattutto mostra di non aver compreso che il vero, gigantesco problema dell'Italia non è la vita privata del premier, ma quello di settori della magistratura che da quasi vent'anni a questa parte tentano di ribaltare con i processi, o quanto meno con l'impatto mediatico delle inchieste, i risultati elettorali, espressione della volontà popolare che sta a fondamento della nostra democrazia. Per questo fa bene Berlusconi ad andare avanti, a resistere, infine a non presentarsi di fronte a quello che egli stesso ha definito un «plotone di esecuzione».


Gianteo Bordero

lunedì 17 gennaio 2011

E' L'USO POLITICO DELLA GIUSTIZIA LA VERA ANOMALIA ITALIANA

da Ragionpolitica.it del 17 gennaio 2011

L'uso politico della giustizia è un cancro che mina alla radice la tenuta del nostro sistema democratico, poiché altera in maniera sostanziale il principio della sovranità popolare, costituzionalmente cristallizzato nell'articolo 1 della Carta fondamentale. Quello che sta accadendo in questi giorni, con la nuova offensiva dei pm milanesi nei confronti del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, è l'ennesimo capitolo di una storia che si trascina ormai da quasi vent'anni, e che ha visto settori della magistratura proporsi sulla scena come i detentori ultimi del potere politico e delle stesse sorti del Paese, oltrepassando i confini delle prerogative che la Costituzione e le leggi assegnano al potere giudiziario. Ciò è stato possibile, a partire dal 1992-93, non soltanto a causa della consunzione del sistema sul quale si reggeva la Prima Repubblica, ma anche e soprattutto grazie alla carica ideologica che muoveva quella parte di giudici e pm che si riconosceva nella corrente di Magistratura Democratica, nata negli anni Sessanta del secolo scorso col preciso intento di travasare nell'amministrazione della giustizia le parole d'ordine della lotta di classe e della distruzione dello Stato borghese.


In questo senso, la «colpa» imperdonabile di Silvio Berlusconi è stata quella di dare voce ed espressione politica alla parte maggioritaria dell'elettorato italiano che si era riconosciuta per decenni nei partiti democratici e occidentali poi cancellati dalle inchieste di Mani Pulite, «scendendo in campo» proprio nel momento in cui la strada della conquista del potere sembrava aperta per gli eredi del comunismo, ai quali i membri di Magistratura Democratica si sentivano - ed erano - oggettivamente contigui. Questo è il «peccato originale» dell'avventura politica dell'attuale presidente del Consiglio. Per questo egli è stato considerato, da sùbito, come un usurpatore. Per questo al Cavaliere andava - e va tuttora - necessariamente riservato lo stesso trattamento applicato ai dirigenti della Dc, del Psi e dei loro alleati ai tempi della Prima Repubblica. Per questo l'uomo di Arcore deve essere abbattuto, come si suol dire, con le buone o con le cattive.


E non deve neppure sorprendere che i partiti della sinistra, un tempo schierati strenuamente in difesa del «primato della politica», cavalchino oggi, così come hanno cavalcato nei primi anni Novanta, le inchieste dei pm d'assalto contro coloro che sono stati liberamente eletti dal popolo per guidare il Paese. La ragione di ciò sta nel fatto che, dal punto di vista politico, la sinistra in Italia è morta con la caduta del muro di Berlino e con il crollo del mito della rivoluzione. Per questo la conquista del potere per via giudiziaria è apparsa, sin dai tempi di Tangentopoli, come la provvidenziale scorciatoia per raggiungere con mezzi non democratici ciò che era - ed è ancora oggi - impossibile raggiungere con i normali strumenti della democrazia, cioè il consenso popolare ed il voto. Abbracciare dogmaticamente e acriticamente il giustizialismo, se da un lato è stata una scelta dettata dallo stato di necessità, dall'altro ha accelerato il processo di esaurimento politico della gauche nostrana, assegnandole un ruolo ancillare rispetto a quello svolto dai magistrati e trasformandola in un semplice megafono delle procure, del tutto privo di qualsiasi autonomia programmatica e culturale.


Questo è lo stato delle cose che si protrae da più di tre lustri nel nostro Paese. Questa è la vera anomalia italiana: non quella di un imprenditore di successo che diventa leader politico e raccoglie la maggioranza dei consensi necessaria per governare, bensì quella di certa magistratura politicizzata che tenta di esercitare un potere che in democrazia spetta soltanto al popolo e ai suoi rappresentanti, e quella di una sinistra meschina che rinuncia alle sue prerogative e abdica al suo compito politico nella convinzione e nella speranza che possa essere una sentenza, o quanto meno la gogna mediatica alimentata dalle inchieste-spettacolo, a trasformarla come per magia da forza residuale in forza di governo. E' un disegno che da diciassette anni continua ad essere vanificato dalle vittorie di Berlusconi, ma che, come vediamo in questi giorni, è più vivo che mai. E' chiaro che in ballo non c'è soltanto il destino politico di un uomo, ma anche e soprattutto, come dicevamo, la qualità della nostra democrazia: per questo la capacità di resistenza del Cavaliere continua ancora oggi ad essere la migliore garanzia contro la riduzione a mero flatus vocis del primato della volontà popolare.


Gianteo Bordero

martedì 4 gennaio 2011

IL MA-ANCHISMO, MALATTIA CONGENITA DEL PD

da Ragionpolitica.it del 4 gennaio 2011

Sulla vicenda Fiat bene Marchionne, ma anche la Fiom ha le sue ragioni. Sulle alleanze porte aperte al Terzo Polo, ma anche alla sinistra di Nichi Vendola. Sulle primarie non si torna indietro, ma occorre anche una riflessione sulla loro utilità. L'elenco potrebbe continuare, ma ci fermiamo ai tre temi di maggiore attualità. La sostanza è sempre la stessa: non c'è argomento all'ordine del giorno nel dibattito politico italiano su cui il Partito Democratico riesca ad assumere una posizione netta ed univoca, o di qua o di là: o con l'ad di Fiat o con i metalmeccanici Cgil, o per una strategia di centro-sinistra col trattino o per una riedizione sotto altre forme dell'Unione prodiana, o per le primarie o contro le primarie. E meno male che il «ma-anchismo» avrebbe dovuto essere archiviato assieme al suo fondatore e massimo propugnatore, l'ex segretario e candidato premier nel 2008, Walter Veltroni. Invece pare che questa perniciosa malattia politica sia congenita al partito che avrebbe dovuto rappresentare il nuovo volto della sinistra italiana, il salto in avanti verso una gauche moderna ed europea, dall'identità ben definita e con un programma chiaro, capace di contendere il governo del Paese al centrodestra berlusconiano.


Ma passano i giorni, passano gli anni, passano i segretari, e di questa identità e di questo programma non vi è neppure l'ombra. E' evidente, dunque, che non è soltanto un problema di persone, ma anche e soprattutto di Dna. Un problema, cioè, che riguarda l'essenza stessa e l'autocoscienza del maggiore partito di opposizione. Su questo punto, la confusione regna sovrana oggi così come regnava sovrana al momento della nascita del Pd. Romano Prodi e Arturo Parisi lo immaginavano e ne parlavano come lo spazio fisico del dossettismo realizzato, il luogo nel quale avrebbero dovuto finalmente fondersi, motivati dalla comune coscienza politica incardinata nella Costituzione del '48 e nell'antifascismo, cattolici e (post) comunisti; altri, come Massimo D'Alema e Franco Marini, lo consideravano un inevitabile matrimonio d'interesse nel quale le distinzioni culturali tra i due contraenti avrebbero dovuto rimanere tali; altri ancora, come Walter Veltroni, lo presentavano come il naviglio agile e leggero capace di andare oltre le appartenenze del passato ed intraprendere così la navigazione nel mare aperto del riformismo contemporaneo. Con prospettive così radicalmente diverse alle spalle - ognuna delle quali comportante scelte strategiche tra loro assai divergenti - era inevitabile che, senza una previa chiarificazione in proposito, il Partito Democratico finisse con l'impantanarsi nella palude che i suoi stessi fondatori avevano contribuito a creare. E così è accaduto.


Oggi, dunque, a più di tre anni di distanza dalla sua nascita, il Pd è di fatto costretto, nella perdurante incertezza circa la sua identità e la sua missione nel Paese e tra le forze presenti nel panorama politico nazionale, a oscillare perennemente tra posizioni di retroguardia, dettate dal retaggio ideologico dei partiti che in esso sono confluiti, e posizioni più moderne e all'avanguardia, che caratterizzano - o hanno caratterizzato negli anni scorsi - le più avanzate esperienze di governo della sinistra in Europa. Chi ha seguito, ormai più di un anno fa, il dibattito innescato da un articolo sul Messaggero in cui Romano Prodi imputava al nuovo laburismo blairiano di essere all'origine della perdita di identità della sinistra europea e la causa del suo cedimento a destra, può ritrovare ancora oggi la tensione tra queste due prospettive nel quotidiano dibattito politico interno al Pd. Un partito i cui segretari pro tempore, per non scontentare nessuno - né i «modernisti» né i «tradizionalisti» né coloro che stanno in posizione mediana - e per tenere in piedi la vacillante costruzione democrat, finiscono col dare ragione un po' agli uni e un po' agli altri, oppure a tutti contemporaneamente, e torto a nessuno. Con tanti saluti alla chiarezza, al programma e alla costruzione di un'alternativa credibile di governo. E con l'inevitabile conseguenza di rimanere ostaggi del «ma-anchismo», che ad oggi appare come l'unico tratto certo dell'identità del Pd.


Gianteo Bordero

martedì 21 dicembre 2010

PD IN STATO CONFUSIONALE

da Ragionpolitica.it del 21 dicembre 2010

La confusione regna sovrana nel Pd. Solo poche settimane fa il segretario Pier Luigi Bersani aveva incontrato Nichi Vendola per stringere un patto elettorale che prevedeva le primarie di coalizione e, negli stessi giorni, aveva confermato l'alleanza con l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Oggi ecco il cambio di rotta. Basta sinistra e basta primarie. La nuova proposta è quella di un accordo con il nascente Terzo Polo formato da Udc, Fli, Api e Mpa. Un accordo che di politico, a ben vedere, avrebbe ben poco, e rischierebbe di risolversi nell'ennesimo sforzo per costruire un'armata Brancaleone senza altro contenuto concreto oltre al vecchio e mai domo antiberlusconismo. In casa democrat sono convinti di risolvere tutti i problemi con l'aritmetica: seduti a tavolino, calcolatrice alla mano, i vari Bersani, D'Alema e Franceschini fanno di calcolo e si convincono che la somma di Pd + Udc + Fli + Mpa risulterà superiore a quella ottenuta mettendo insieme Pd + Sel + Idv.


Peccato soltanto che non facciano i conti, come del resto è loro usanza, con la realtà. Cioè con il loro elettorato. Che, come emerge da numerosi sondaggi (Repubblica esclusa, guarda caso), preferirebbe di gran lunga andare alle urne in compagnia del governatore pugliese e dell'ex pm piuttosto che con i moderati Casini e Rutelli e con l'ex fascista Fini. Tanto più che, in una ipotetica alleanza con il Terzo Polo, al primato numerico del Partito Democratico non corrisponderebbe un altrettanto chiaro primato politico, con tanti saluti alla vocazione maggioritaria sotto la cui stella era nato il Pd. Sarebbe una curiosa riedizione del centro-sinistra col trattino, ma priva di quel collante, quel minimo di coerenza politica di fondo che procurò molte fortune a questa formula nei passati decenni della nostra storia repubblicana. In questo caso avremmo al massimo un matrimonio d'interessi senza una comune cultura politica. Avremmo la somma di ambizioni particolari di corto respiro e non un progetto organico di governo del Paese.


Ha dunque buon gioco Nichi Vendola a denunciare la debolezza costitutiva di tale progetto, a sottolinearne lo scollamento dai problemi reali dell'Italia, a evidenziare il carattere non politico di un'operazione che sembra finalizzata più a garantire rendite di posizione immediate alla classe dirigente del Partito Democratico che non a proporre al popolo della sinistra una forte alternativa programmatica al centrodestra. Curiosamente, assistiamo qui ad un inaspettato rovesciamento di ruoli: non sono più i «moderati» - si fa per dire - del Pd, bensì i partiti più radicali della sinistra a invocare un'uscita dall'antiberlusconismo fine a se stesso come criterio per costruire le coalizioni. E' il presidente della Regione Puglia a chiedere un ritorno alla politica e ai contenuti, mentre l'ex margheritino Dario Franceschini usa toni estremistici da Cln contro il presidente del Consiglio per giustificare le scelte del suo partito.


Di certo archiviare le primarie e fare del Pd la seconda gamba di una strana alleanza con i nemici di un tempo segnerebbe a suo modo una svolta rispetto alle prospettive con cui il partito era nato e si era mosso sino ad ora. Una svolta che però è soltanto tattica, e a cui non corrisponde un altrettanto significativo cambio di rotta per ciò che concerne l'autocoscienza del Pd, la definizione della sua identità, la rielaborazione della sua cultura politica, se mai ne ha avuto una. Se una simile operazione dovesse andare in porto - ed è lecito nutrire più di un dubbio in proposito, considerate le ultime dichiarazioni di Casini - il risultato sarebbe quello di regalare la golden share della sinistra a Vendola e quella del centro (o meglio del «centrino», per dirla con Paolo Bonaiuti) a Udc & CO: così sarebbe definitivamente compiuta la lunga marcia del Pd verso la totale irrilevanza nel panorama politico italiano.

Gianteo Bordero

giovedì 16 dicembre 2010

IL POLO DELLA CONFUSIONE

da Ragionpolitica.it del 16 dicembre 2010

L'annunciato «Terzo Polo» assomiglia all'Araba Fenice: tutti ne parlano, ma nessuno sa in realtà di che cosa effettivamente si tratti. L'unica certezza al riguardo è che non ci sono certezze. L'alleanza tra Casini, Fini, Rutelli e Lombardo nasce infatti all'insegna della confusione. Centrismo come dice l'Udc? Nuovo centrodestra come vaticina Futuro e Libertà? Area di responsabilità come auspica l'Api? Chi vivrà vedrà...


Quello che però già oggi si può dire è che questa coalizione sorge sotto la stella della cocente sconfitta subìta alla Camera dei deputati in occasione del voto di fiducia di martedì, quando un Silvio Berlusconi dato ormai politicamente per morto ha fornito l'ennesima dimostrazione di forza e vitalità. Come inizio non c'è male. E niente può fugare l'impressione che la riunione convocata mercoledì per annunciare con toni altisonanti la nascita del «Polo della Nazione» sia servita, molto più prosaicamente, soltanto a dare ossigeno al vero sconfitto della votazione a Montecitorio, cioè Gianfranco Fini. Il quale, fallito l'assalto al presidente del Consiglio, al termine della sua lunga marcia antiberlusconiana si è ritrovato sull'orlo del precipizio, con un piede già nel vuoto e l'altro pericolosamente malfermo sul ciglio del burrone. Per salvarlo è dunque arrivata la Croce Rossa dell'Udc. Con la conseguenza che domani Casini potrà a buon titolo rivendicare la leadership del Terzo Polo, mentre il fondatore di Fli dovrà ingoiare di buon grado il rospo di essere ancora una volta il numero due. Complimenti davvero, onorevole Fini.


Andando al di là di questa motivazione contingente, tattica più che strategica, poco o nulla di politicamente sostanzioso si può dire al riguardo del sedicente «Nuovo Polo», salvo contestare proprio la definizione di «nuovo» che ad esso è stata assegnata. Che cosa c'è di «nuovo», infatti, in una coalizione i cui leader (o almeno alcuni di essi, e già questa mancanza di unità la dice lunga sul respiro politico di questa alleanza) ripetono un giorno sì e l'altro pure che il bipolarismo italiano ha fallito e che è un modello da archiviare quanto prima? Che cosa c'è di «nuovo» nell'invocare ad ogni piè sospinto la cancellazione dell'attuale legge elettorale, che grazie al premio di maggioranza consente quel minimo di governabilità che è sempre mancato agli esecutivi della nostra Repubblica? Che cosa, ancora, c'è di «nuovo» nel riproporre quell'assetto istituzionale esasperatamente partitocentrico che gli italiani hanno dimostrato di voler superare già dai primi anni Novanta del secolo scorso? Se proprio vogliono darsi un nome adeguato alla cosa, i protagonisti di questa nuova aggregazione possono definirsi come «Polo della Nostalgia».


Se l'adesione di Fini era di fatto obbligata per tentare di sopravvivere, e se l'Api di Rutelli naviga costantemente sotto l'1% dei consensi, una parola va detta sulla scelta di Pier Ferdinando Casini, il cui intestardirsi in un progetto palesemente antistorico e di piccolo cabotaggio lascia quanto meno a desiderare e fa sorgere più di un interrogativo circa i veri scopi che l'Udc si prefigge con la sua azione. Se fine supremo del partito di Casini fosse quello di dare forza alla presenza dei cattolici in politica e respiro al popolarismo europeo di matrice cristiana, egli ci avrebbe pensato non una, ma cento volte prima di imbarcare Gianfranco Fini, che - come ha scritto un lettore di Avvenire in una missiva pubblicata giovedì - «non appartiene alla cultura politica "di centro" e calpesta i "principi non negoziabili" dell'agire politico del cattolico». Inoltre, ovunque in Europa i partiti appartenenti al Ppe sono rigorosamente collocati nel centrodestra, in alternativa alla socialdemocrazia e al centrosinistra. Sarà forse anche per questo che una figura di spicco della Chiesa come il cardinale Camillo Ruini, intervenendo alcuni giorni fa ad un convegno sui 150 anni dell'unità d'Italia, ha ribadito che il bipolarismo, la legge elettorale di impianto maggioritario, il rafforzamento dei poteri del governo all'interno della prossima articolazione federale dello Stato devono essere i punti cardine del nuovo assetto istituzionale del Paese. Punti che proprio il partito di Casini contrasta alla radice. Alla luce di tutto ciò, la domanda sorge dunque spontanea: dove va l'Udc con il suo «Terzo Polo»?

Gianteo Bordero

martedì 14 dicembre 2010

LA VITTORIA DI BERLUSCONI, LA SCONFITTA DI FINI

da Ragionpolitica.it del 14 dicembre 2010

Il berlusconicidio è fallito. Silvio vince, resta in sella, ottiene una fiducia alla Camera che solo quindici giorni fa sembrava impossibile conquistare, almeno a sentire giornali, tv e opposizioni varie. Lo davano ancora una volta per morto, e ancora una volta devono prendere atto che il Cavaliere è come i gatti: ha sette vite, e proprio quando lo si dà per perso rieccolo fare nuovamente capolino in piena salute. E' la conferma che dopo sedici anni la maggior parte del ceto politico e intellettuale, della grande stampa e degli opinion makers, non ha ancora compreso l'uomo Berlusconi, la forza della sua leadership, la robustezza di ciò a cui egli ha dato politicamente vita dal 1994, con il consenso maggioritario del popolo italiano.


Ancora ieri bastava ascoltare i tg e i programmi di approfondimento per sentire gli esponenti della galassia antiberlusconiana annunciare l'imminente Caporetto del presidente del Consiglio, la sua disfatta finale, l'archiviazione di un ciclo, la fine di un'epoca, il tramonto di un progetto politico, la rovinosa caduta da cavallo di un condottiero stanco e non più in grado di guidare il suo esercito prossimo all'umiliazione.


Invece Silvio è ancora in piedi. E il valore simbolico della votazione alla Camera va ben oltre il valore numerico. Oggi vincere o perdere a Montecitorio, anche se solo per un voto o per un pugno di voti, non era la stessa cosa. Perché in ballo non c'era solamente la sopravvivenza di un governo, ma anche e soprattutto il significato di simbolo che era stato attribuito a questa giornata. Di mezzo, cioè, c'era l'aria da nuovo 25 aprile iniettata in dosi industriali dall'esercito antiberlusconiano al gran completo, a partire dal Pd e dall'Idv per arrivare a Fini, passando per le truppe di complemento giornalistiche, La Repubblica, Il Fatto, L'Unità e simili. Tutti insieme hanno creato un clima torrido da liberazione dal tiranno, certi che questo sarebbe stato il gran giorno, la volta buona, la data da segnare in rosso sul calendario e da tramandare ai posteri, il momento catartico, l'istante in cui il sogno si materializza e diventa realtà.


Tutto questo non si è avverato, e chi ha seminato vento ora raccoglierà tempesta. Perché il pallino del gioco è tornato saldo nelle mani di Berlusconi. Perché la sua figura ne esce rafforzata. Perché la sua leadership sul centrodestra si è rivelata a prova di bomba, cioè a prova di giochi di Palazzo, tradimenti e congiure varie. Come diceva Machiavelli, citato ieri sul Corriere della Sera da Pierluigi Battista, «per esperienzia si vede molte essere state le coniure, e poche aver avuto buon fine», con conseguenze disastrose per i «coniurati». «Se le controffensive non riescono - ha chiosato Battista in riferimento alla mozione di sfiducia promossa da Futuro e Libertà - gli effetti sono disastrosi per chi ha attaccato con troppa e velleitaria frettolosità. La sfiducia a Berlusconi voleva dire infliggere il colpo definitivo al premier. Ma se quel colpo va a vuoto, il contraccolpo sarebbe violentissimo per chi fallisce l'obiettivo».


E' Gianfranco Fini, dunque, il vero sconfitto del voto alla Camera. E' lui che ha perso la partita della vita. E' lui che ha puntato tutto sulla sfiducia al presidente del Consiglio. E' lui che ha dimostrato una totale mancanza di saggezza e lungimiranza politica con la sua strategia antiberlusconiana messa in campo da un anno e mezzo a questa parte. E' lui che ha flirtato con i nemici storici del Cavaliere per tentare di mettere insieme i numeri per farlo cadere. E' lui che più di tutti ne ha chiesto le dimissioni in questi ultimi mesi. Ed è lui, quindi, che paga e pagherà il prezzo più salato di questa sconfitta che fa finalmente piazza pulita di tutto il fango gettato addosso a Berlusconi dai pasdaran di Futuro e Libertà. Il fango passa, il governo resta. Silvio vince, Gianfranco perde. Vince l'interesse nazionale, perdono i personalismi senza costrutto.


Gianteo Bordero

martedì 7 dicembre 2010

IL SENSO DI RESPONSABILITÀ E I SUOI NEMICI

da Ragionpolitica.it del 7 dicembre 2010

I giochetti di Palazzo e le alchimie da Prima Repubblica dovrebbero lasciare spazio, nell'attuale frangente, al senso di responsabilità di fronte ai rischi di attacco al nostro Paese da parte della speculazione finanziaria internazionale. Come ha ricordato qualche giorno fa il presidente del Consiglio, la solidità politica dell'esecutivo è la conditio sine qua non per rimanere al riparo da manovre simili a quelle che hanno colpito altri Stati del Vecchio Continente nei mesi scorsi.


Come ormai unanimemente riconosciuto nelle più prestigiose sedi europee e mondiali, il governo Berlusconi ha avuto il merito, con la politica di rigore portata avanti in questi due anni dal ministro Giulio Tremonti, di tenere i conti in ordine e di impostare una coraggiosa linea d'intervento volta alla riduzione dei costi dell'apparato statale, all'eliminazione degli sprechi e al contenimento del deficit. Quest'azione del ministro dell'Economia è stata possibile proprio perché essa si inseriva nel quadro di un esecutivo forte, capace di resistere al canto delle sirene della spesa pubblica, di non lasciarsi ammaliare dal mito del deficit spending come strumento per mantenere il consenso sociale.


E' stata, questa, una politica di alto profilo e di grande responsabilità, che gli italiani hanno mostrato di apprezzare, consapevoli dei rischi a cui il Paese sarebbe andato incontro qualora fosse stata messa in campo una strategia diversa quando non opposta. Del resto, sin dalla campagna elettorale del 2008 il Popolo della Libertà aveva detto chiaro e tondo che sarebbe arrivata la crisi e, con essa, anni difficili e di vacche magre, mentre il Partito Democratico si esercitava a proporre ai cittadini un libro dei sogni che, per essere attuato, avrebbe comportato un aumento sconsiderato della spesa pubblica, con tutte le esiziali conseguenze del caso. Votando il centrodestra e il governo Berlusconi, gli elettori hanno detto sì alla sua politica economica, dimostrandosi per l'ennesima volta più realisti e più maturi di tanti loro rappresentanti ancora legati ai bei tempi andati della lira e delle cosiddette «svalutazioni competitive».


Dunque, se l'Italia non ha fatto la fine della Grecia e non è stata inghiottita dalla speculazione finanziaria, ciò è dovuto al combinato disposto di stabilità politica e stabilità economica garantita dall'esecutivo Berlusconi in questi due anni. Questo elemento dovrebbe esser tenuto bene a mente da tutti coloro che, da un po' di mesi a questa parte, giocano una partita allo sfascio della maggioranza parlamentare soltanto nominalmente in ragione di un'altra politica (quale?) e di un altro programma di governo (quale?), mentre di fatto operano solo sulla base di personali ambizioni di potere. Ambizioni che, per quanto legittime, dovrebbero cedere il passo al senso di responsabilità nazionale, quella vera e non quella declamata al sol fine di ipotizzare scenari ambigui e confusi, la cui unica ragion d'essere è la volontà di escludere dalla scena colui che è stato liberamente scelto dai cittadini per guidare il Paese.


Oggi, a una settimana dal decisivo voto di fiducia alle Camere del 14 dicembre, dev'essere chiaro che una eventuale interruzione del cammino del governo Berlusconi, che ha fin qui operato molto bene nel difficile contesto dato, non potrà non essere intestata a coloro che hanno preferito anteporre all'interesse generale dell'Italia (come detto, la stabilità politica ed economica) il proprio particulare. A coloro che hanno rimesso in pista i peggiori tatticismi del passato e i peggiori rituali della vecchia partitocrazia, con l'unico scopo di abbattere un solo uomo e indebolire la sua leadership nella quale la maggioranza dei cittadini si è riconosciuta nel 2008 e nelle successive elezioni europee ed amministrative del 2009 e 2010. Invocare un governo sostenuto anche da Pdl e Lega e magari guidato da uno degli uomini più vicini al Cavaliere («TTB, Tutti Tranne Berlusconi», come ha scritto Il Foglio di Giuliano Ferrara commentando la posizione dei terzopolisti) è la conferma che nella testa dei centristi il primato non spetta alla tenuta del Sistema-Paese, ma soltanto alla mai sopita ed immarcescibile ossessione antiberlusconiana.

Gianteo Bordero

mercoledì 1 dicembre 2010

SE IL PARTITO DEMOCRATICO TEME LA DEMOCRAZIA…

da Ragionpolitica.it del 1° dicembre 2010

Un partito che si fregia del titolo «democratico» e che, allo stesso tempo, teme l'espressione massima della democrazia, cioè il voto popolare? Succede anche questo, in Italia, sul finire dell'anno di grazia 2010. Il gioco è semplice: dichiarare con teatrale sussiego che nell'attuale frangente le elezioni sarebbero una sciagura per il Paese al sol fine di non ammettere che la vera sciagura in caso di chiamata alle urne dei cittadini sarebbe quella che, per l'ennesima volta, toccherebbe in sorte a lor signori. A D'Alema, a Veltroni, a Bersani, tutte facce della stessa medaglia, figure intercambiabili di un postcomunismo italiano che, a conti fatti, non ha mai del tutto rinunciato all'antico vizietto di considerare il responso popolare come un fattore secondario rispetto al fine primario della presa del potere. E se il fine giustifica i mezzi, ben venga anche un governo non eletto, un ribaltone che sovverta la volontà del popolo, un compromesso storico con l'innominabile nemico di un tempo. Tutto fa brodo per insediarsi a Palazzo.


Gira che ti rigira, questo è il succo della questione. Questo è il senso, neppure troppo velato, delle dichiarazioni rilasciate in questi giorni dai massimi esponenti del Pd, a partire dall'intervista a D'Alema pubblicata domenica sul Messaggero. Guai a portare il Paese al voto in un momento come questo! Guai a esporre l'Italia al vento della speculazione internazionale! Per carità, argomenti validi se utilizzati da chi, avendo ottenuto il consenso maggioritario dei cittadini e trovandosi sulle spalle l'onore e l'onere di governare e di tenere la barra dritta in mezzo ai marosi della crisi, richiama tutte le forze di maggioranza al senso di responsabilità, invitandole a non gettare il Paese nell'instabilità e nel caos in nome di pur legittime ambizioni personali. Ma usati da partiti che stanno all'opposizione e che in teoria, in un sistema democratico, dovrebbero volere al più presto una legittimazione popolare per diventare maggioranza e mettere in atto un diverso programma e una ricetta alternativa di governo, questi stessi argomenti assumono tutt'altro sapore. Tanto più se si hanno sotto mano sondaggi che vedono la principale forza dello schieramento di minoranza in costante affanno. E tanto più se la coalizione di governo, nonostante tutto quello che è capitato in seno al partito di maggioranza relativa negli ultimi mesi, continua a risultare la più gradita dagli italiani.


E allora è chiaro che la proposta dei vertici del Partito Democratico di dare vita ad un esecutivo che tenga insieme Bersani, Fini, Di Pietro e Casini non ha, non può avere altro fine se non quello di evitare il ricorso alle urne. Anche perché un governo di tal fatta non potrebbe mai, ragionevolmente, dare quelle risposte in nome delle quali esso viene invocato dallo stratega D'Alema: quali miracolose ricette anticrisi e quale ardito programma di incisive riforme sociali potrebbero avere in comune Fli, Udc, Pd e Idv? In realtà, essendo non una visione condivisa del Paese bensì l'antiberlusconismo l'unica forma politica di questa nuova versione del Cln, è evidente che la sola riforma che questo coacervo di forze potrebbe mettere in opera è quella della legge elettorale, per cancellare il premio di maggioranza e impedire un altro giro di valzer del Cavaliere a Palazzo Chigi. Altro che preoccupazione per l'economia! Altro che amor di patria in un momento difficile!


E se poi finisse che le manovre di Palazzo non vanno in porto e ci saranno davvero le elezioni anticipate? Nessun problema, sempre lo statista D'Alema ha già pronta la soluzione: allargare il Cln anche a Nichi Vendola e alla sua sinistra dura e pura, che di resistenza se ne intende, pensando così di assestare il colpo finale al duce di Arcore. Il leader Massimo fa la somma a tavolino dei voti che vanno da Fli a Sel, ma come spesso gli accade fa i conti senza l'oste: il popolo italiano e quella maggioranza silenziosa dei moderati che già in più di un'occasione hanno dimostrato di non credere nella «gioiosa macchina da guerra», e che non crederebbero neppure alla sua ennesima riedizione.

Gianteo Bordero

giovedì 25 novembre 2010

UNIVERSITÀ. IL PD SCHERZA COL FUOCO

da Ragionpolitica.it del 25 novembre 2010

Pur di abbattere il governo Berlusconi, il Partito Democratico è pronto a fare anche i proverbiali patti col diavolo. Non soltanto alleandosi con l'ex odiato e deprecato fascista Fini, ma anche assecondando la protesta studentesca che sta andando in scena in questi giorni nei modi e nelle forme che tutti hanno potuto e possono vedere. La logica democratica richiederebbe che un partito, per salire al governo del Paese, godesse della legittimazione popolare, che passasse attraverso libere elezioni ed ottenesse il consenso maggioritario dei cittadini. Peccato soltanto che ciò oggi risulti, per il Pd, un miraggio lontano come i Tartari del famoso romanzo di Dino Buzzati. E allora? E allora meglio ricorrere ai mezzi alternativi, ai metodi spicci, come ha fatto Bersani unendosi alla protesta degli studenti e salendo con loro sul tetto dell'università nella convinzione di alimentare un'onda di ribellione che, negli auspici dei Democratici, dovrebbe gonfiarsi fino a sommergere e a spazzare via come uno tsunami Berlusconi, il suo governo e la maggioranza che lo sostiene. Come ha osservato il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto, il Pd - in compagnia del movimento estremista per eccellenza, l'Idv - «cavalca la protesta arrivando allo spettacolo grottesco di salire sui tetti, mentre c'è una componente eversiva di questa protesta che ieri ha preso d'assalto il Senato». Ed ha aggiunto, rivolto a Bersani e al suo partito: «Voi state lisciando il pelo a un movimento minoritario ed estremista che provocherà danni seri al Paese».


E' proprio così: in assenza di una proposta politica in grado di porsi come seria e credibile alternativa di governo, incapace di elaborare una piattaforma programmatica all'altezza delle sfide che l'Italia si trova a dover affrontare in questo complesso frangente storico, il Partito Democratico ha scelto ancora una volta la strada dell'estremismo, del peggior conservatorismo sociale, dell'anacronistica difesa di quei privilegi (nel campo della scuola, dell'università, del welfare, solo per citare alcuni casi macroscopici) che negli scorsi decenni hanno portato il nostro Paese ad accumulare debito pubblico, parassitismo, clientelismo e inefficienze varie, con le deleterie conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.


Alla luce dell'atteggiamento tenuto da Bersani e dalla dirigenza democrat in questi giorni, è chiaro che la formula del Pd come «partito riformista», tanto evocata e ripetuta ad ogni piè sospinto a meri fini di propaganda, appare a conti fatti come un ossimoro. Il Pd non è il nuovo, non è la strada italiana alla moderna socialdemocrazia, ma è la somma di tutto ciò che è vecchio, dei privilegi acquisiti, dell'ipertrofia statalista. Esageriamo? Ma se il punto cardine della riforma universitaria della Gelmini è la meritocrazia, come altro definire il tipo di opposizione che sta portando avanti il Partito Democratico, se non come bieca conservazione dello status quo? E questo è solo l'ultimo episodio in ordine di tempo, perché se andiamo ad analizzare la risposta politica data nel corso degli anni dal Pd ai provvedimenti innovatori messi in campo dai governi Berlusconi, l'elenco potrebbe allungarsi a dismisura, a partire dalla pervicace e preconcetta ostilità alle riforme in materia di lavoro e di welfare ispirate alle proposte di Marco Biagi e realizzate grazie alla coraggiosa iniziativa di Maurizio Sacconi.


Insomma, gli anni passano ma i post-comunisti non cambiano mai: sempre arroccati in difesa dell'indifendibile, sempre schierati al fianco dei nemici del rinnovamento, sempre incapaci di rompere una volta per tutte con il loro passato che non vuole passare. D'Alema, Veltroni, Franceschini, Bersani sono, alla fine dei conti, le facce di una stessa medaglia, l'espressione di una medesima cultura - se così si può chiamare - ancora fondata sull'antagonismo e sull'odio preconcetto nei confronti dell'avversario. Addirittura con un'aggravante rispetto al Pci, che per lo meno manteneva un realistico (anche se opportunistico) senso delle istituzioni e sapeva prendere le distanze (ancorché nei modi e nei tempi tipici di un partito legato a doppio filo con l'Unione Sovietica) dai movimenti di lotta violenta. Cosa che il Pd oggi non sembra in grado di fare, preferendo invece scherzare col fuoco pur di cancellare dalla scena politica il nemico Silvio.

Gianteo Bordero

venerdì 12 novembre 2010

QUANDO FINI ERA CONTRO I RIBALTONI

da Ragionpolitica.it del 12 novembre 2010

«In Costituzione la norma antiribaltone». «Se il governo perde la maggioranza si va alle urne». Firmato Gianfranco Fini. Peccato soltanto che si tratti di dichiarazioni risalenti all'anno di grazia 2005. Quattordicesima legislatura. Terzo governo Berlusconi. Maggioranza di centrodestra formato Casa delle Libertà: Forza Italia, An, Lega e Udc. Intervistato dal Gazzettino di Venezia, l'allora vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri analizza la situazione politica, che vede all'ordine del giorno le dimissioni di Marco Follini da segretario dell'Udc e le conseguenti voci su un possibile passaggio di quest'ultimo al centrosinistra. Domanda dell'intervistatore, Giorgio Gasco, a Fini: «Lei ha appena detto che c'è in giro qualcuno che ha governato per quattro anni e ora si chiama fuori, all'ultimo giro. Insomma, i voltagabbana. Pensava a Follini?». Risposta: «Pensavo a quelli che, eletti col centrodestra, poi si sono collocati nel centrosinistra, magari attraverso quel grande riciclatore, quella lavanderia della politica, che è Mastella dell'Udeur». A futura memoria. Passando poi all'esame del più importante provvedimento in votazione alle Camere in quella fase, e cioè la riforma costituzionale che sarebbe poi stata bocciata dal referendum dell'anno successivo, affermava l'allora presidente di An: «La revisione (della Costituzione, ndr) conterrà la norma antiribaltone, così che se il governo perde la maggioranza si va alle urne, evitando di replicare le storture di Prodi e D'Alema».


Chissà se oggi l'onorevole Fini condivide ancora queste parole da lui stesso pronunciate. Sono infatti tali e tante le giravolte di idee e di posizioni politiche a cui egli ci ha abituati da un po' di tempo a questa parte (immigrazione, temi etici, Costituzione, ecc...), che è lecito nutrire qualche dubbio anche in merito al tema in oggetto. Chi ha avuto occasione di seguire il dibattito tra il presidente della Camera e Massimo D'Alema organizzato qualche tempo fa ad Asolo dalle fondazioni FareFuturo e Italianieuropei se ne sarà reso conto: il feeling tra i due andava ben oltre la personale stima reciproca, che entrambi non hanno mai nascosto. Si trattava invece di una liaison politica a tutti gli effetti. Per quanto riguarda D'Alema, non c'è da stupirsi: stiamo parlando del maggior teorico - e pratico - del ribaltone che vi sia in circolazione, avendo egli già organizzato quello del post Berlusconi nel 1994, che portò alla nascita del governo Dini, e avendo realizzato quello del 1998 con il quale cacciò da Palazzo Chigi il suo compagno di schieramento Romano Prodi e si insediò personalmente alla guida dell'esecutivo. Quello che oggi lascia perplessi - per usare un eufemismo - non è dunque la tendenza dalemiana a reiterare i tentativi del passato con manovre finalizzate a trasformare gli sconfitti dalle urne in vincitori con giochi di Palazzo, quanto la china intrapresa da Fini in merito alla nascita di governi non legittimati dal voto popolare.


Ce lo ricordiamo tutti il segretario del Msi tuonare contro la Prima Repubblica, contro il consociativismo e contro la partitocrazia. Ce lo ricordiamo tutti il presidente di An strenuo difensore del bipolarismo e del rispetto della volontà popolare contro ogni ritorno al passato. E più vivi sono questi ricordi, più stride con la memoria l'immagine che oggi Fini fornisce di sé con le sue scelte, con quel suo tatticismo esasperato, con quel riportare in auge le peggiori liturgie politiche del tempo che fu, i riti fumosi di un'epoca che gli italiani non rimpiangono. Tant'è vero che, come ha sottolineato di recente il direttore responsabile de Il Giornale, Alessandro Sallusti, il Fini in versione Alleanza Nazionale, alleato di Berlusconi, era riuscito a portare il suo partito al 15% dei consensi, mentre oggi il Fini nella versione antiberlusconiana di Futuro e Libertà non ne raccoglie - sondaggi alla mano - neppure la metà nella migliore delle ipotesi, e ancora meno ne raccoglierebbe se decidesse di lanciarsi in spericolate alleanze con coloro che egli ha sempre combattuto e contrastato.


Insomma, il «nuovo Fini», come già ci è capitato di osservare, potrà pure piacere un sacco all'intellighenzia politicamente corretta, ai maitre-a-penser della sinistra radical chic, ai benpensanti che leggono Repubblica e ai giustizialisti che leggono Il Fatto, agli antiberlusconiani in servizio permanente effettivo. Ma il rischio più che concreto - per lui - è che a non seguirlo siano proprio molti dei suoi estimatori di un tempo, quel popolo della destra che vedeva in Fini una bandiera della coerenza, della fedeltà ai patti e alle alleanze, della chiarezza politica, dei valori tradizionali, e che oggi non si riconosce più in un politico che sembra rinnegare, gettandolo a mare, tutto ciò che egli ha costruito negli ultimi vent'anni.

Gianteo Bordero

lunedì 8 novembre 2010

FINI. E QUESTO SAREBBE IL LEADER DEL FUTURO?

da Ragionpolitica.it dell'8 novembre 2010

E questo sarebbe il nuovo? Questo sarebbe il coraggio di un grande leader? Ma ci faccia il piacere, onorevole Fini. Raschiando via dal suo discorso alla convention di Futuro e Libertà i quintali di chiacchiere senza costrutto e di retorica da vecchia politique politicienne, quello che resta è da un lato la sua richiesta a Berlusconi di aprire una crisi parlamentare al buio, come ai tempi peggiori della Prima Repubblica (a proposito, Fli non doveva inaugurare a Perugia la Terza?) e, dall'altro lato, la sua mancanza di coraggio nel trarre le conseguenze logiche delle sue stesse parole, votando la sfiducia al governo Berlusconi, in cui non si riconosce più, nelle sede a ciò preposta, cioè - come lei dovrebbe ben sapere, anche se domenica ha fatto finta di dimenticarsene - il parlamento. Altro che ruggito del leone! La sua è soltanto una fuga dalla piena assunzione di responsabilità, la dissociazione - tipica anche in questo caso della peggior politica politicante - tra il dire e il fare. Del resto, come diceva Manzoni, il coraggio se uno non ce l'ha non può darselo. Al suo confronto il tanto vituperato Clemente Mastella, che dopo essersi dimesso da ministro andò in Senato per votare la sfiducia al governo Prodi, svetta come un gigante di coerenza e di credibilità.


Esageriamo? Sono i fatti stessi a darci ragione. Anzi, i non fatti, cioè quello che non accade. Se secondo lei il Berlusconi IV è al capolinea e non è più in grado di mettere in atto scelte utili per il Paese, c'è una sola strada maestra da percorrere. Innanzitutto, prima di invocare le dimissioni di Berlusconi, si dimetta lei da presidente di Montecitorio, visto che ormai è chiara a tutti l'assoluta insostenibilità della sua posizione di terza carica dello Stato che invece di rappresentare in modo imparziale tutta la Camera, come stabilisce lo stesso regolamento oltre che il comune buon senso, si fa attore di parte, promuovendo scissioni, dando vita a un nuovo partito, gettando fango su quello dal quale proviene, lavorando attivamente e in prima fila per rivoltare come un calzino il quadro politico uscito da libere elezioni. Poi, dopo essersi dimesso, da capo parlamentare della sua nuova - si fa per dire - creatura, sfili anche lei sotto il banco della presidenza della Camera e voti di fronte ai rappresentanti del popolo la sfiducia al governo. Questo sì che sarebbe un atto di coraggio, da vero leader quale lei aspira ad essere.


Ma lei non farà nessuna delle due cose. Ritirerà la delegazione di Fli dall'esecutivo e poi, come ha annunciato a Perugia, si terrà le mani libere, votando di volta in volta, senza vincolo di maggioranza, i provvedimenti sottoposti all'attenzione delle Camere. Così, oltre a creare il caos parlamentare e la paralisi dell'azione di governo, facendo pagare al Paese il prezzo salato della sua personale ambizione politica, riporterà indietro le lancette della nostra storia repubblicana, riproponendo la deleteria prassi delle maggioranze variabili slegate da qualsiasi rapporto organico con l'esecutivo. Lei, che per decenni è stato il fautore di una svolta presidenziale per l'Italia in nome della governabilità e dell'ammodernamento delle nostre istituzioni, si comporta ora come un qualsiasi segretario del pentapartito che fu. Tutto questo non in nome del ritorno alla politica da lei invocato dal palco della convention di Futuro e Libertà, ma per un mero calcolo tattico.


Perché è chiaro che lei, onorevole Fini, non sta facendo politica, alta politica - checché ne dicano i suoi pasdaran che sembrano affetti da quello stesso culto cieco della personalità rimproverato agli esponenti e ai militanti del Pdl - bensì un logorante, cinico e sterile tatticismo fine a se stesso. Come altro spiegare, ad esempio, il fatto che solo un mese fa Fli aveva votato, alla Camera e al Senato, la fiducia all'esecutivo sui cinque punti programmatici illustrati dal presidente del Consiglio, mentre oggi scopriamo che questi punti sono diventati «punticini», il «compitino» assegnato a ogni parlamentare, e che serve una «nuova agenda» di governo, anzi serve un nuovo governo con una nuova maggioranza?


Quando lei ha camminato in proprio in chiave antiberlusconiana, in questi ultimi sedici anni, non ha avuto grande fortuna. L'episodio dell'Elefantino con Mario Segni, naufragato miseramente causa disarmante mancanza di voti, è li a dimostrarlo. Non sappiamo come finirà la sua nuova avventura. Questa volta lei gode dell'ampio consenso dei media e della sinistra, di Scalfari e di D'Alema. Dubitiamo fortemente che le basterà per realizzare i suoi sogni di gloria. Non si illuda: non saranno i voti della gauche a benedire quella «nuova destra, moderna ed europea» che Fli dice di voler costruire. Quanto ai voti del centrodestra, nella stragrande maggioranza dei casi continueranno ad andare, come peraltro documentato dai sondaggi, verso colui che il centrodestra ha creato e fatto crescere in questi anni. Chiaramente non si tratta di lei, ma di colui dal quale sono dipese, dal '94 ad oggi, anche le sue fortune politiche.

Gianteo Bordero

sabato 6 novembre 2010

ELOGIO DI GUIDO BERTOLASO

da Ragionpolitica.it del 6 novembre 2010

Guido Bertolaso va in pensione. L'11 novembre lascerà la direzione della Protezione civile e l'incarico di sottosegretario del governo Berlusconi. E' una «brutta notizia», come ha affermato il presidente del Consiglio durante la conferenza stampa tenuta venerdì al termine del Consiglio dei ministri, auspicando allo stesso tempo che la collaborazione con lui possa continuare in altre forme.


In questi anni Bertolaso è stato soprannominato «l'uomo delle emergenze», chiamato a gestire le situazioni più difficili e complicate conseguenti alle calamità naturali (dalle alluvioni ai terremoti alle frane agli incendi), e a intervenire in circostanze di degrado non più sostenibili (ad esempio la questione dei rifiuti in Campania). Ma la definizione che più si attaglia al capo della Protezione civile è quella che lui stesso ha dato di sé: un «servitore dello Stato». Perché Guido Bertolaso questo ha rappresentato da circa quindici anni a questa parte: il simbolo, il volto, la presenza tangibile dello Stato nei luoghi colpiti e martoriati dalla furia della terra e/o dall'incuria degli uomini. Egli ha portato lo Stato dove lo Stato non c'era o risultava non pervenuto.


Chi l'ha criticato e lo critica per il dilatarsi dei poteri che nel corso degli anni si sono stratificati attorno alla Protezione civile da lui guidata, non tiene conto di questo dato sistemico con cui Bertolaso, sin dal suo primo incarico ricevuto durante il governo Prodi nel 1996, ha dovuto fare i conti: la drammatica debolezza dello Stato in molte parti della Penisola. Una debolezza, quando non un'assenza, dovuta al fatto che per molti decenni, e in maniera più accentuata a cominciare dagli anni Sessanta del secolo scorso, lo Stato - si perdoni la ripetizione - è stato assorbito quasi per intero dai partiti (la «Repubblica dei partiti», come la chiamava Pietro Scoppola), con conseguente indebolimento della dimensione istituzionale degli organismi preposti al governo del Paese. Partito indica infatti una parte, mentre l'istituzione rappresenta tutti, rappresenta la nazione nel suo insieme. E un conto è lavorare per una parte, un conto è lavorare nel e per l'interesse generale.


Guido Bertolaso non è stato e non è uomo di parte, ma in tutto e per tutto uomo delle istituzioni, che è un altro modo per dire «servitore dello Stato». E proprio per questo Silvio Berlusconi lo ha chiamato a ricoprire l'incarico di sottosegretario nel suo quarto governo: non soltanto perché il capo della Protezione civile è, come il presidente del Consiglio, «uomo del fare», ma anche e soprattutto perché egli ben rappresenta, incarnandolo in sé, il programma con il quale la coalizione di centrodestra si è presentata agli elettori nel 2008, riassunto in quel «Rialzati, Italia» che significava e significa la volontà di lavorare per dare forma ad uno Stato degno di tal nome, più efficiente, più vicino al cittadino, capace di far sentire la sua presenza laddove le circostanze lo richiedano. Lo stesso Berlusconi, del resto, ha più volte affermato, anche di recente, di non intendere la sua missione politica come un impegno di parte e quindi di partito, ma come dedizione all'insieme, a tutto il popolo italiano, allo Stato in quanto casa comune dei cittadini.


Lo spirito con cui Bertolaso ha operato in questi anni, e in ragione del quale si è creata una particolare sintonia con il premier, è dunque una ricchezza per il nostro Paese, è ciò che serve all'Italia per continuare nel cammino verso la costruzione di uno Stato nel quale tutti possano riconoscersi e di cui tutti possano andare orgogliosi. Chi conosce i volontari della Protezione civile che negli ultimi lustri, in ogni parte dello Stivale e nelle condizioni più difficili, hanno lavorato con Bertolaso, sa di che cosa stiamo parlando. Il resto - le inchieste, il fango mediatico, i giudizi affrettati, i presunti scandali - lo lasciamo ai professionisti del giustizialismo e dell'ideologia anti-italiana che purtroppo alberga in tanta parte degli opinion makers nostrani. Anche perché al clamore iniziale delle recenti inchieste non ha fatto finora seguito alcuna sentenza, e perché già in passato abbiamo assistito alla condanna preventiva e alla delegittimazione pubblica di fedeli servitori dello Stato rivelatisi poi, alla prova dei fatti, totalmente estranei alle accuse mosse nei loro confronti.


Gianteo Bordero

mercoledì 3 novembre 2010

ANTIBERLUSCONISMO, SINISTRA OSSESSIONE

da Ragionpolitica.it del 3 novembre 2010

Su RaiNews24 va in onda un'intervista ad uno psichiatra che tenta di illustrare ai telespettatori la presunta malattia del presidente del Consiglio, con un compiaciuto Corradino Mineo, direttore della testata, a fargli da suggeritore e da spalla. E' l'ultimo dei tanti segnali, questo, che mostra come davvero il nostro Paese stia toccando uno dei punti più bassi del dibattito pubblico. Sommato agli articoli e alle analisi - chiamiamole così - pubblicate in questi giorni dalla cosiddetta «grande stampa» nazionale e alle dichiarazioni dei leader dell'opposizione, esso certifica che la vera psicosi non è quella che secondo i benpensanti di ogni ordine e grado attanaglia il capo del governo, bensì quella che ormai da lunga pezza ha preso dimora nelle menti dell'intellighenzia antiberlusconiana. E' infatti dal 1994, cioè dalla fondazione di Forza Italia e dalla vittoria elettorale sulla «gioiosa macchina da guerra» capitanata da Achille Occhetto, che si è diffusa nel nostro Paese, soprattutto tra i rappresentanti della cultura radical-chic e politicamente corretta, dominante nelle «alte sfere» della società e tra i cosiddetti «poteri forti», un'ossessione monomaniacale nei confronti dell'uomo di Arcore.


Per tutti coloro che sedici anni fa, avendo cavalcato l'onda giustizialista e ipocritamente moralista di Mani Pulite, si ritenevano titolati ad assumere sulle proprie spalle anche il potere politico e la guida del governo, Berlusconi ha rappresentato e rappresenta l'incubo che diventa realtà quando meno te lo aspetti, l'odioso imprevisto che ti taglia il fiato a un metro dal traguardo, la sciagura che fa affondare la nave che sta per approdare in porto. La iattura delle iatture. Intollerabile come tutte le disavventure che ti colpiscono sul più bello, quando sei lì che pregusti quella vittoria finale che niente e nessuno ti potranno mai togliere dalle mani. E invece... E invece succede, e la vittoria si trasforma in sconfitta, la realtà evapora tra le nebbie dei sogni, la meta sicura diventa di colpo un miraggio.


Quando si parla dei motivi per i quali la sinistra italiana e i suoi sostenitori nel mondo della cultura, dell'informazione, della scuola e della magistratura non sono riusciti a comprendere, salvo qualche rarissima eccezione, gli elementi politici del successo elettorale di Berlusconi, occorre tenere presente questa dimensione metapolitica e - in questo caso sì - psicologica che pesa come un macigno nel determinare ancora oggi l'atteggiamento di tanti oppositori nei confronti del presidente del Consiglio. Se la sinistra con i suoi addentellati, infatti, considerasse il Cavaliere un avversario politico, lo combatterebbe con mezzi politici, lo contrasterebbe sul piano dei programmi, delle proposte, dell'azione di governo, delle riforme. Il fatto che invece lo assalti un giorno sì e l'altro pure sul piano personale, andando a rovistare quasi voyeuristicamente nella sua vita privata, mettendo in scena processi mediatici al suo «stile di vita» e via degradando senza soluzione di continuità, conferma che il campo in cui essa si muove è un altro, che la rappresentazione di Berlusconi che essa propone agli italiani nasce da qualcosa di diverso dall'avversione politica e persino dall'odio politico.


E' appunto un'ossessione, è quello che la Treccani definisce come «fenomeno patologico che si manifesta con la presenza, persistente o periodica, di una rappresentazione mentale, un impulso, un affetto, che la volontà non riesce a eliminare, e che risulta accompagnata da un sentimento sgradevole di ansia, paragonabile a quello di una minaccia incombente». Come spiegare altrimenti le quotidiane montagne di carta dedicate prima al caso Noemi, poi alla vicenda D'Addario e oggi alla storia della giovane «Ruby Rubacuori»? Come trovare altrimenti giustificazione ai numeri monotematici de La Repubblica, alle puntate di Annozero in versione gossip, alle dichiarazioni moraleggianti dell'onorevole Di Pietro? Questa è infine l'opposizione oggi: non un'alternativa politica, ma una congerie di gruppi, centri di potere, circoli intellettuali tenuti insieme non da una «certa idea del Paese», non dalla comune volontà di realizzare un programma di riforme, bensì, ancora e sempre, da un antiberlusconismo psicologico e patologico che la fa rimanere lontana anni luce dalla realtà profonda dell'Italia e degli italiani.

Gianteo Bordero

martedì 26 ottobre 2010

L'ALTERNATIVA A BERLUSCONI? IL RITORNO DELLA PARTITOCRAZIA

da Ragionpolitica.it del 26 ottobre 2010

Che cosa teorizzano, in realtà, coloro che oggi caldeggiano la nascita di un governo di transizione alternativo al governo Berlusconi? Niente di più e niente di meno che il ritorno alla partitocrazia. Le giustificazioni (la necessità di modificare la legge elettorale e di gestire in modo diverso la crisi economica) che i vari D'Alema, Casini, Fini adducono per motivare siffatta proposta altro non sono altro che lo specchietto per le allodole con cui essi tentano di nobilitare un'operazione che di nobile ha davvero poco. Si tratta, in sostanza, di una prospettiva che riporterebbe il nostro Paese agli anni peggiori della Prima Repubblica, quando la democrazia parlamentare compiuta alla quale aveva lavorato Alcide De Gasperi degradò verso quella forma di regime partitocratico e consociativo che si è protratta fino all'inizio degli anni Novanta del secolo scorso.


De Gasperi aveva compreso che il problema centrale derivante dall'assetto istituzionale prodotto dalla Carta del '48 era l'assenza di un vero statuto di governo, tale cioè da garantire robustezza e continuità all'azione riformatrice dell'esecutivo. Occorreva, a Costituzione invariata, affermare con chiarezza l'idea secondo la quale compito supremo del parlamento è quello di esprimere una solida, stabile e coesa maggioranza di governo. Egli tentò di realizzare la sua intuizione con la legge elettorale varata, dopo molte polemiche e un forte ostruzionismo delle opposizioni, nei primi mesi del 1953. La nuova normativa prevedeva la possibilità dell'apparentamento di due o più partiti e, assieme a ciò, un premio di maggioranza (65% dei seggi) al partito o alla coalizione di partiti che avessero superato la metà del totale dei voti validi. Quella che la sinistra definì come «legge truffa» era in realtà lo strumento che avrebbe potuto evitare al Paese trent'anni e più d'instabilità di governo - con tutte le deleterie conseguenze che ciò ha comportato - e il diffondersi sempre più pervasivo della partitocrazia. Purtroppo, nelle elezioni politiche del 7 giugno del '53, il premio di maggioranza non scattò per poche migliaia di voti (il quadripartito Dc, Pli, Pri e Psdi raggiunse quota 49,8%). Fu una sconfitta cocente per De Gasperi. Una sconfitta che segnò il tramonto non soltanto della parabola politica del grande leader democristiano, ma anche, per usare le parole di Baget Bozzo, del «tentativo cattolico liberale di dare una vera vita parlamentare alla democrazia italiana». Ciò che venne dopo, infatti, fu infatti quell'assemblearismo consociativo che ha rappresentato una pagina grigia della nostra storia. La politica - nota ancora Baget Bozzo - fu ridotta a «mera tattica, fatta di accordi convergenti senza fini comuni, maggioranze di fatto e di compromesso».


Questo breve excursus storico è utile per comprendere qual è il rischio che corre il nostro Paese qualora dovesse realizzarsi, nei prossimi mesi, l'ipotesi di un governo di transizione sostenuto da forze in gran parte diverse da quelle premiate dai cittadini nel 2008. Tanto più che tale esecutivo avrebbe, come primo punto all'ordino del giorno, proprio la cancellazione, dall'attuale legge elettorale, di quel premio di maggioranza che oggi garantisce alla coalizione che ha ottenuto il maggior numero di consensi la quota di parlamentari sufficiente per governare e dare attuazione concreta al programma presentato ai cittadini. Il tanto detestato e criticato «Porcellum» ha infatti il pregio, così come lo aveva la legge De Gasperi, di far coincidere maggioranza parlamentare e maggioranza di governo, anche grazie all'indicazione del nome del candidato presidente del Consiglio all'interno del simbolo elettorale. Ciò corrisponde a quello che gli italiani hanno chiesto a gran voce a partire dai referendum Segni del '93, che diedero l'impulso alla nascita di quel bipolarismo che rappresenta la conquista maggiore della Seconda Repubblica. L'alternativa proposta dai fautori di un nuovo esecutivo (sostenuto da partiti altri da quelli usciti vincitori due anni fa) e di una nuova legge elettorale (senza più premio di maggioranza) non è dunque, checché essi ne dicano, un passo in avanti verso una compiuta democrazia governante, ma una pericolosa replica del tempo in cui i partiti pensavano di avere dai cittadini una delega in bianco per gestire a modo loro tutto il potere disponibile, assorbendo così in se stessi tutta l'ampiezza della sovranità popolare.


Gianteo Bordero

martedì 19 ottobre 2010

D'ALEMA, ICONA DELLA SINISTRA CHE HA DIVORZIATO DALLA REALTÀ

da Ragionpolitica.it del 19 ottobre 2010

Possibile che la sinistra non impari mai dai suoi errori? Possibile, anzi certificato dai fatti. L'ultimo esempio, in ordine di tempo, lo ha fornito lunedì sera a Otto e Mezzo Massimo D'Alema. Non un esponente qualsiasi della gauche nostrana, dunque, bensì colui che più di chiunque altro ne rappresenta oggi, in qualche modo, l'icona, avendo vissuto da protagonista la storia del passaggio dal Pci al Pds, poi ai Ds e infine al Pd, ed essendo diventato, nei modi che tutti conosciamo, il primo presidente del Consiglio proveniente dal Partito Comunista italiano.


Interrogato da Lilli Gruber a proposito della situazione politica del Paese, D'Alema ha ancora una volta fatto venire a galla, con le sue analisi che si pretendono argute e raffinate, il vero vizio capitale che caratterizza l'attuale sinistra. Un vizio che essa ha ereditato, senza alcun significativo mutamento di rotta, dal Pci: quel senso di superiorità culturale, politica e morale che l'ha condannata in passato, la condanna oggi e la condannerà in futuro, se le cose non cambieranno, a non saper entrare in connessione profonda con il popolo italiano, da essa ritenuto perennemente immaturo, bue, facile a lasciarsi incantare dalle sirene dell'uomo della provvidenza di turno. Ascoltare per credere. Ha affermato D'Alema: «Purtroppo un certo numero di italiani sembra disposto ad accettare l'anomalia» rappresentata da Berlusconi. Già, purtroppo - per l'illuminato leader Massimo e per i suoi colleghi di partito e di schieramento - tanti nostri connazionali, nel momento in cui sono chiamati a entrare in cabina elettorale per affidare a qualcuno le chiavi del governo del Paese, mettono la loro croce sul nome dell'impresentabile uomo di Arcore e non sui gloriosi simboli della gloriosa sinistra italiana.


Ora, se fossimo all'anno zero dell'avventura politica di Berlusconi, le affermazioni di D'Alema si potrebbero comprendere. Invece sono sedici anni - sedici - che la storia va avanti così, e che ad ogni vittoria del Cavaliere e ad ogni sua esperienza a Palazzo Chigi i suoi avversari non sanno fare altro che ripetere senza posa la solita teoria del popolo incapace di intendere e di volere, di distinguere tra il Bene (la sinistra) e il Male (la destra berlusconiana). Pensando di mettersi la coscienza a posto sol scaricando ogni colpa sui cittadini elettori, i post-comunisti hanno così evitato, ed evitano tuttora, di fare i conti con i propri errori, con la propria miopia politica, con la propria siderale distanza dal sentire della gente comune. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: antiberlusconismo monomaniacale, assenza di una seria e credibile proposta programmatica di governo, astrattismo assoluto riguardo alle soluzioni con cui affrontare i problemi del Paese.


Però - potrebbe obiettare qualcuno - è stato lo stesso D'Alema, sempre a Otto e Mezzo, ad annunciare che il nuovo numero della sua rivista, Italianieuropei, ha messo al centro il tema del lavoro e del conflitto sociale come punto di ripartenza della sinistra. Ecco, appunto: non si ascolta in presa diretta il popolo, i bisogni dei cittadini in carne ed ossa, dei povericristi che ogni mattina si spezzano la schiena in fabbrica per sbarcare il lunario e mandare avanti la famiglia; si pontifica invece dall'alto, ex cathedra, tra un convegno e l'altro, dalle patinate pagine di una rivista che tutt'al più finisce in mano agli intellettuali dei salotti buoni, alla gente che piace all'establishment culturale più o meno radical-chic. Non certo agli operai, alle manovalanze, a quello che un tempo era chiamato, non senza enfasi, il «popolo della sinistra». Un popolo a cui oggi dà invece risposte concrete, come ha documentato su La Stampa del 10 ottobre Luca Ricolfi, il governo di centrodestra, il governo del tanto odiato Silvio Berlusconi: «Cassa integrazione in deroga, estensione degli assegni di disoccupazione, social card, sussidi alle famiglie e ai non autosufficienti - ha scritto tra le altre cose Ricolfi - sono misure che hanno attenuato sensibilmente l'impatto della crisi, come mostra piuttosto inequivocabilmente la serie storica Isae delle famiglie in difficoltà, calate proprio nel momento più basso della congiuntura (fra la metà del 2008 e la metà del 2009)». D'Alema e i dotti analisti e politologi vicini alla sinistra possono ironizzare quanto vogliono sulla «politica del fare» di cui mena vanto il presidente del Consiglio, ma a dare ragione a Berlusconi sono, appunto, i fatti, come quelli riportati dall'editorialista del quotidiano torinese.


E se spostiamo la nostra attenzione sul prediletto di Baffino, Pier Luigi Bersani, le cose non cambiano. Ospite dieci giorni fa di Annozero, il segretario del Pd, dopo una lunga intervista a una cassaintegrata della Omsa che raccontava le sue tante difficoltà in questo periodo di crisi e chiedeva risposte ai politici presenti in studio, non ha saputo fare di meglio che spostare sùbito il discorso su Santoro e sul contenzioso col direttore generale della Rai. Altro che lavoro! Altro che disagio sociale! Meglio occuparsi delle grane del milionario conduttore tv. E poi si chiedono perché il Partito Democratico sia in crisi di consensi e gli italiani abbiano voltato le spalle alla sinistra: perché è la sinistra, e in particolare il Pd, ad aver voltato le spalle agli italiani.

Gianteo Bordero

giovedì 14 ottobre 2010

FINIANI. SE QUESTO È IL «FUTURO»...

da Ragionpolitica.it del 14 ottobre 2010

Se stiamo ai fatti di questi giorni, appare evidente come Futuro e Libertà non si configuri come la «nuova destra, moderna ed europea», bensì come il partito del «vecchio», come un movimento nostalgico dei riti e delle liturgie politiche della Prima Repubblica. Un esempio su tutti può confermarlo: mentre Fli dichiara la sua fedeltà e la sua lealtà al governo, si muove in parlamento per dare vita a maggioranze alternative su temi rilevanti come la riforma della legge elettorale. E' stato lo stesso presidente della Camera a chiedere nei giorni scorsi, con una lettera inviata al presidente del Senato, che tale riforma sia incardinata al più presto a Montecitorio, nonostante Palazzo Madama se ne stia occupando già da tempo e i lavori siano giunti a buon punto, come ha spiegato il relatore Lucio Malan (Pdl). Fini, nella sua doppia e sempre più ingombrante veste di leader di partito e di numero uno della Camera, è consapevole infatti che mentre al Senato il suo gruppo non risulta decisivo, nell'altro ramo del parlamento Futuro e Libertà potrebbe determinare la formazione di maggioranze diverse da quella attuale.


Tattica o strategica che sia, questa mossa di Fli rimette in campo un'idea di parlamentarismo che certo non guarda al futuro, e che riporta invece indietro nel tempo le lancette della storia repubblicana dell'Italia. Pensare che possa esistere una maggioranza parlamentare diversa e in qualche caso alternativa alla maggioranza di governo significa aderire a quel modello assemblearista che ha provocato solo guai laddove esso ha trovato applicazione concreta, primi tra tutti l'instabilità degli esecutivi e l'impossibilità di una programmazione riformatrice di lungo periodo. Nel moderno parlamentarismo, come più volte abbiamo sottolineato, compito principale della maggioranza uscita vincitrice dal voto è quello di esprimere un governo e di sostenerne le proposte, non quello di porsi in posizione di terzietà rispetto ad esso. L'Italia ha intrapreso con chiarezza questa strada nel momento in cui sulla scheda elettorale (all'interno dei simboli di partito) e nei programmi consegnati al momento della presentazione ufficiale delle liste è comparso anche il nome del candidato alla presidenza del Consiglio: ciò lega inscindibilmente, facendole di fatto coincidere, maggioranza parlamentare e maggioranza di governo. Questo, del resto, è quello che accade in tutti i sistemi istituzionali dove il parlamentarismo, non degradando in assemblearismo, garantisce quella «democrazia governante» che è il frutto maturo delle conquiste costituzionali dell'epoca moderna. Coloro che oggi dichiarano di voler abrogare la vigente legge elettorale mostrano in sostanza, volenti o nolenti, di voler cancellare anche quel poco di stabilità degli esecutivi che il nostro Paese ha conquistato in quella che è stata chiamata «Seconda Repubblica».


Questa prospettiva non coincide in alcun modo con il bene e con gli interessi dell'Italia, e neppure con ciò che i cittadini si aspettano dalla politica: tutt'al più è funzionale ai giochi di potere di questo o quel gruppuscolo smanioso di contare di più nei Palazzi con meno voti nelle urne. Se veramente si vuole guardare avanti e modernizzare definitivamente le nostre istituzioni, occorrerebbe fare il contrario di quanto sostengono i fautori della riforma elettorale anti-Porcellum e delle maggioranze variabili: impegnarsi affinché quelli che ad oggi sono princìpi sanciti solo da una legge ordinaria (quale è quella elettorale) e dalla Costituzione materiale del Paese possano diventare parte integrante anche della Costituzione formale. Del resto, come ha scritto il presidente del Consiglio nel suo messaggio per la commemorazione in Senato di Francesco Cossiga, la Costituzione non è «un dogma, ma una carta delle regole democratiche che riconosce essa stessa per prima, al suo stesso interno, la possibilità di adattare ai tempi le istituzioni dello Stato». Si tratta, in sostanza, di cristallizzare nella Carta l'evoluzione istituzionale già avvenuta de facto negli ultimi sedici anni, dando al governo quel che è del governo e mettendo una pietra tombale sulle degenerazioni partitocratiche a cui abbiamo assistito in passato e che rischiano oggi di tornare sulla scena, magari mascherate sotto l'etichetta del «futuro».


Gianteo Bordero

martedì 12 ottobre 2010

IL PD SENZA VOCAZIONE MAGGIORITARIA

da Ragionpolitica.it del 12 ottobre 2010

Al di là della guerra personale tra Massimo D'Alema e Walter Veltroni, specchio delle lotte intestine che da sempre caratterizzano la storia della sinistra italiana, vi è un dato politico di prim'ordine sul quale è necessario riflettere per comprendere l'attuale stato delle cose nel Partito Democratico. Con l'ascesa alla segreteria di Pier Luigi Bersani e la contestuale archiviazione di quella «vocazione maggioritaria» che era stata indicata dall'ex sindaco di Roma, nel suo ormai celebre discorso del Lingotto, come prospettiva strategica essenziale del nuovo soggetto politico, il Pd si trova oggi in un ginepraio che lo costringe ad inseguire all'un tempo i centristi di Pier Ferdinando Casini e di Francesco Rutelli, la sinistra di Nichi Vendola, l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Si tratta, con ogni evidenza, di partiti che esprimono visioni politiche inconciliabili tra loro su temi decisivi dell'agenda di governo, come l'economia, la giustizia, la politica estera, solo per citarne alcuni tra i più rilevanti. Ciò obbliga di fatto il Pd a mantenere una posizione incerta ed ondivaga, attenta a non creare strappi con alcuno dei potenziali alleati che Bersani intende coinvolgere in vista delle prossime elezioni politiche (esemplare, in tal senso, è la frenata di questi giorni del vertice del partito dopo le aperture di Piero Fassino riguardo alla necessità di armare gli aerei italiani impegnati in Afghanistan al fine di garantire maggiore sicurezza al nostro contingente).


Il risultato di questa scelta operata dall'attuale segretario è sotto gli occhi di tutti, ed è confermata senza tema di smentita dai sondaggi effettuati nelle ultime settimane dai principali istituti demoscopici: il Pd cala, mentre gli altri partiti o rimangono stabili oppure, nella maggior parte dei casi, aumentano i loro consensi. Ciò è la conseguenza inevitabile della decisione di Bersani di gettare a mare la strategia veltroniana, tendente a dare vita ad un bipolarismo forte fondato su due partiti di governo solidi e a dimensione nazionale, e di tornare di fatto al vecchio sistema di alleanze onnicomprensive che ha caratterizzato il centrosinistra italiano negli ultimi sedici anni. In particolare, come ha osservato Fabio Martini in un bell'articolo su La Stampa del 12 ottobre, si assiste ad un significativo rafforzamento, nelle intenzioni di voto, della sinistra radicale: il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo viene dato dall'Ipsos al 3,8%, Rifondazione Comunista e i Comunisti Italiani, oggi raggruppati in un'unica lista, ondeggiano tra il 2 e il 2,5%, Sinistra e Libertà di Nichi Vendola è salita al 5%, mentre l'Italia dei Valori si attesta sul 7,5%. In totale, si tratta di un'area che potrebbe raccogliere (il condizionale è d'obbligo, visto che allo stato attuale delle cose ci si muove ancora nel campo del voto d'opinione) quasi il 20% dei consensi degli italiani. Solo due anni fa, alle elezioni politiche del 2008, con Veltroni regnante, la sinistra radicale capitanata da Fausto Bertinotti si era fermata a quota 3,1% (con l'Idv allora alleata del Pd). Sempre in quell'occasione, il Partito Democratico raggiunse il 33%, mentre oggi viene dato sotto quota 25%.


La risposta di Bersani a questa allarmante situazione è, o almeno sembra essere, soltanto l'offerta di alleanza a questo o a quel partito di centro o di sinistra, al sol fine di fare numero e creare una massa critica da contrapporre al centrodestra alle prossime elezioni. Pur affermando un giorno sì e l'altro pure che egli non è intenzionato a rimettere in pista la formula dell'Unione prodiana, il segretario del Pd si muove di fatto lungo questa direttrice che privilegia l'alchimia politica rispetto alla definizione di un programma di governo chiaro e distinto, attorno al quale aggregare poi, in un secondo tempo, chi in esso si riconosce senza se e senza ma. Inoltre è evidente, seguendo la logica che sembra ispirare Bersani, che l'unico collante capace di tenere insieme forze tanto diverse e distanti tra loro può essere, ancora una volta, solo e soltanto il mai tramontato antiberlusconismo. Che cosa infatti può unire oggi il Pd, Vendola, Di Pietro e l'Udc? La risposta è scontata, e conferma che la tanto deprecata (a parole) Unione è poi (in concreto) la stella polare che guida l'azione del segretario democratico. Almeno Veltroni era riuscito a suscitare la speranza di una novità nel centrosinistra, mentre ora l'impressione è quella di assistere ad un film già visto, ad un indigesto remake di seconda mano di fronte al quale la figura dell'ex sindaco di Roma giganteggia non soltanto per risultati ottenuti, ma anche per coraggio e visione politica. E con ciò è detto tutto.

Gianteo Bordero

lunedì 4 ottobre 2010

LA DIFFERENZA BERLUSCONIANA

da Ragionpolitica.it del 4 ottobre 2010

Il quadro che emerge dal dibattito pubblico di questi ultimi giorni delinea chiaramente due schieramenti caratterizzati da due modi alternativi di intendere la politica: da un lato Silvio Berlusconi e l'asse Pdl-Lega, con la centralità attribuita alla «politica del fare», al rispetto del programma presentato ai cittadini e alla premiership indicata nel simbolo elettorale, dall'altro lato un agglomerato di forze la cui unica volontà sembra essere quella di riportare in auge un modello fondato sul primato dei partiti nel decidere a tavolino, nelle «secrete stanze» dei palazzi romani, le sorti del governo del Paese. Così, mentre a Milano, alla Festa della Libertà, il presidente del Consiglio illustra i risultati raggiunti dal suo esecutivo per garantire la tenuta del Sistema-Italia e parla delle riforme ancora necessarie (in primis quella della giustizia) per rendere lo Stato veramente «amico» dei cittadini, altrove si discetta di questioni che tutt'al più possono interessare soltanto la cerchia ristretta dei dirigenti di partito al fine della loro sopravvivenza politica.


C'è un abisso che separa il tono e l'ispirazione di fondo del discorso del premier alla kermesse milanese del Pdl e le dichiarazioni di coloro i quali, invece che delineare proposte alternative sui vari capitoli di governo, non sanno fare altro che invocare una nuova legge elettorale al solo scopo di mettere fuori dai giochi il Cavaliere dando vita a meccanismi tecnici per anestetizzare il responso delle urne e la volontà popolare. Basta prendere in esame le dichiarazioni domenicali dell'onorevole Bocchino per rendersene conto. Il capogruppo di Futuro e Libertà alla Camera, che solo pochi giorni fa aveva votato a Montecitorio la fiducia all'esecutivo sui cinque punti illustrati in aula dal presidente del Consiglio, ieri si è detto pronto a dare vita a un governo alternativo a quello di Berlusconi al sol fine di modificare l'attuale normativa elettorale, cancellando il premio di maggioranza che oggi garantisce alla coalizione uscita vincitrice dalle urne i numeri sufficienti per mettere in atto il proprio programma.


Da una parte, dunque, vi è - continua ad esservi - la novità berlusconiana inaugurata nel 1994, fondata sul rapporto diretto tra leader e popolo, sulla scelta del premier da parte del corpo elettorale sulla base di una definita e chiara agenda di governo, mentre dall'altra si riaffaccia sulla scena la nostalgia del vecchio sistema che ha caratterizzato gli ultimi decenni della Prima Repubblica e che è stato alla base della sua consunzione politica: una partitocrazia autoreferenziale, interessata solamente alla sopravvivenza della «Casta» e di fatto sciolta, in nome dell'assenza del vincolo di mandato prevista dalla Costituzione del '48, da ogni legame diretto con il popolo votante. Come ha dichiarato in una nota il coordinatore nazionale del Pdl Sandro Bondi, se la proposta dell'onorevole Bocchino diventasse realtà «si formerebbe un fronte trasversale costituito anche dalla sinistra e dall'Udc, plastica esemplificazione del trasformismo parlamentare, della manipolazione più sfrontata della volontà popolare, della volontà di affossare il bipolarismo per ritornare agli amati riti della partitocrazia».


Non è casuale, così, che prima del suo intervento alla Festa della Libertà il presidente del Consiglio abbia deciso di riproporre il video nel quale egli annunciava la sua «discesa in campo», come non è casuale che il premier, al termine del suo discorso, abbia riletto una pagina del suo primo incontro pubblico con gli elettori, nella quale è riassunto il credo politico attorno al quale ha preso forma quel popolo che si è ritrovato prima in Forza Italia e poi nel Pdl. Quel popolo che da sedici anni a questa parte non ha mai fatto venire meno la sua fiducia in Berlusconi, riconoscendo in lui l'unica possibilità per uscire dalle secche della partitocrazia e per dare vita ad una politica nuova, capace di restituire al Paese il senso della sua missione, la consapevolezza delle sue radici, l'orgoglio per la sua storia. Un messaggio che oggi conserva ancora intatta la sua forza d'urto per il presente e per il futuro, mentre tutt'attorno si danno convegno i nostalgici non soltanto del «vecchio», ma anche del «peggio».

Gianteo Bordero