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martedì 24 novembre 2009

IL DISPREZZO

da Ragionpolitica.it del 24 novembre 2009

Passano gli anni, passano i governi, passano le legislature. Ma la sinistra italiana è ancora ferma lì, a quel 23 novembre del 1993, giorno nel quale - come ha ricordato Paolo Del Debbio dalle colonne de Il Giornale - Silvio Berlusconi, durante l'inaugurazione di un nuovo supermercato a Casalecchio di Reno, creò con un geniale colpo di magia il centrodestra in Italia sol dichiarando che, se egli avesse dovuto votare al ballottaggio per l'elezione del sindaco di Roma, avrebbe senz'altro sostenuto Gianfranco Fini, e non Francesco Rutelli. Apriti cielo! Nel giro di ventiquattr'ore la sdegnata intellighenzia gauchista, custode e detentrice della sacra ed inviolabile legittimità politica nel nostro paese, segnò col marchio dell'infamia l'uomo di Arcore. Che da quel giorno cessò di essere l'imprenditore Berlusconi e divenne il Cavaliere nero, il distruttore dell'arco costituzionale, il pericoloso parvenu della politica che rischiava di mettere a repentaglio gli equilibri istituzionali della Repubblica.


Una raffigurazione di Berlusconi che si consolidò nei mesi immediatamente successivi, prima con la nascita di Forza Italia e poi con la clamorosa vittoria dell'alleanza di centrodestra alle elezioni del 27 marzo 1994. Una rappresentazione che da allora, nella sostanza, non è mai mutata nella mente della sinistra italiana e dei suoi guru politico-culturali. I quali, incapaci di comprendere i veri motivi per cui Berlusconi andava riscuotendo tanto successo presso l'elettorato e, contestualmente, di analizzare le ragioni del progressivo crollo di consensi degli eredi del Pci, preferirono sbrigarsela rispolverando la cara, vecchia dottrina del «popolo bue», ammaliato dalle sirene della televisione commerciale e dalla spettacolarizzazione della politica. Cioè dai due strumenti che, secondo i dotti e sapienti della gauche caviar, il diabolico Berlusconi utilizzava per mandare i cervelli all'ammasso e addomesticare la mano che avrebbe poi dovuto tracciare la croce sulla scheda elettorale.


Così, mentre Berlusconi, giorno dopo giorno, continuava a strappare consensi alla coalizione a lui avversa e conquistava palmo a palmo sempre maggiori porzioni di paese reale, la sinistra e i suoi (cattivi) maestri si rinchiudevano nei loro salotti non per un salutare ripensamento culturale e politico, bensì per vomitare tutta la loro rabbia acida contro il «Caimano», il «partito di plastica», i «nani e le ballerine», e per lanciare infuocati anatemi contro il «pericolo per la democrazia». I risultati di questa - chiamiamola così - strategia sono ora sotto gli occhi tutti: partiti ex, post e neo comunisti alla canna del gas; classi dirigenti in perenne stato confusionale, vagolanti nel buio politico più fitto; elettori della sinistra storica delusi, sconfortati, annoiati.


Di fronte all'evidenza di tale disastro, oggi sarebbe lecito attendersi, da parte di chi ne è stato all'origine, o un sincero mea culpa o un dignitoso silenzio. Pie illusioni. Speranze malriposte in chi ancora è convinto di essere circondato da una patina di superiorità morale, ontologica ed intellettuale che gli dà titolo ad ergersi a giudice di tutto e di tutti. Come Eugenio Scalfari, che, dopo 16 anni di fallimentari elucubrazioni politiche antiberlusconiane, incapace di accettare il fatto che il paese reale non risponda e non corrisponda ai desiderata suoi e della sua Repubblica, si lancia in una scomunica a tutto tondo non soltanto - com'è ovvio - di Berlusconi e dei dirigenti del suo partito, ma della realtà stessa, dell'Italia e degli italiani. Colpevoli, come un personaggio di Diderot, di essere diventati «amorali» e di aver smarrito, votando per il Cavaliere nero, il «senso del bene e del male». «Il mondo degli uomini senza qualità»: così Scalfari ha titolato la sua reprimenda domenicale. Ma il titolo giusto sarebbe stato «Il disprezzo»: disprezzo di tutto ciò che non va per il verso auspicato dall'intelligentissima cervice scalfariana. Un articolo da tramandare ai posteri non soltanto per spiegare il significato della parola «antiberlusconismo», ma anche per far loro comprendere in tutta la sua terribile profondità la crisi della sinistra italiana dopo quel 23 novembre 1993.


Gianteo Bordero

sabato 25 luglio 2009

LA CRISI DELLA SINISTRA VISTA DA DE GIOVANNI

da Ragionpolitica.it del 25 luglio 2009

Intervistato giovedì da Il Giornale, il filosofo della politica Biagio De Giovanni, già deputato europeo del PCI e poi del PDS, fissa quattro punti fermi per l'analisi dello stato della sinistra nel nostro paese.

Primo punto: «La sinistra italiana si ostina a non interpretare Berlusconi come un fenomeno politico reale e per questo spera di poterlo battere con strumenti e mezzi che non sono politici (il riferimento è alla recente campagna di stampa, capitanata da La Repubblica, riguardante la vita privata del presidente del Consiglio, ndr). E' un errore che aggraverà la sconfitta che è già avvenuta». Insomma, passano gli anni ma la sinistra non riesce a liberarsi da quella sindrome antiberlusconiana che le ha impedito e tuttora le impedisce di comprendere le ragioni dei ripetuti successi del Cavaliere. Ragioni che, secondo De Giovanni, sono eminentemente politiche, fondate sulla capacità del leader del centrodestra di interpretare le esigenze e i bisogni del popolo italiano per poi trarre da essi una proposta di governo credibile.

Da qui discende il secondo punto: quell'ampia fetta della sinistra che si riconosce nel giornale-partito La Repubblica, e che a partire dagli anni Novanta ha affidato la definizione di sé a Eugenio Scalfari, è una sinistra «pseudo-moralista, da salotto, senza un progetto per l'Italia... Una sinistra che ormai è senza popolo». Avendo seguito Scalfari nella sua interpretazione del fenomeno Berlusconi come simbolo antipolitico del presunto degrado civile e morale dell'Italia, come concentrato di tutti i vizi e di tutte le contraddizioni degli italiani, la sinistra si è arroccata in una lettura elitaria, settaria, intellettualoide e radical-chic del paese, finendo col perdere il contatto con la realtà e coi mutamenti che avvenivano anno dopo anno nella società. Insomma, oggi la sinistra «è senza popolo, mentre la destra oggi ha questa dimensione». La conferma di ciò sta, ad esempio, nelle accuse di «populismo» che diversi rappresentanti della sinistra muovono a Berlusconi in maniera ossessiva e senza soluzione di continuità da quindici anni a questa parte. Commenta De Giovanni: «Obama non è forse un populista, cioè un politico che si mette direttamente in contatto con il popolo?». Più chiaro di così...

Terzo punto: pur chiamandosi fuori dalla contesa e dal dibattito interno al Partito Democratico in vista del Congresso di ottobre, De Giovanni sottolinea che, se fosse costretto a scegliere, «sarebbe meglio Dario Franceschini di Pierluigi Bersani, perché si colloca nella scia di una visione del partito che tende ad avere in se stesso la maggioranza politica». Tradotto dal linguaggio politologico: se la spuntasse Bersani, si tornerebbe indietro, alle coalizioni extra-large che comprendono tutto e il suo contrario pur di sconfiggere il nemico, senza però possedere quella coesione interna in grado di reggere la sfida del governo; se vincesse Franceschini, invece, rimarrebbe comunque intatto il principio secondo cui può esistere, nel nostro paese, un partito di sinistra capace di elaborare al proprio interno un progetto politico di governo potenzialmente in grado di competere con quello presentato dalla destra. E' chiaro che al popolo della sinistra non servono più Unioni in stile prodiano, ma un partito all'altezza delle aspettative e delle domande poste dai cittadini.

Quarto e ultimo punto sottolineato da De Giovanni: per rilanciare la sfida della sinistra in Italia di tutto c'è bisogno fuorché di Antonio Di Pietro. Anzi, l'ex pm «è quanto di più negativo sia emerso nella vicenda politica italiana». Qui troviamo una conferma a quanto scritto giovedì su queste stesse pagine: il leader dell'Italia dei Valori rappresenta la negazione di ogni progettualità politica degna di tal nome, essendone piuttosto il «distruttore» sin dai tempi di Mani Pulite. Quindi, meglio per la sinistra starne alla larga e pensare piuttosto a ritrovare se stessa dopo i tanti errori commessi negli ultimi tre lustri.

Gianteo Bordero

martedì 11 dicembre 2007

Il cilicio e la gogna
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" dell'11 dicembre 2007
Quando, in passato, ci è capitato di criticare da queste pagine la senatrice teodem Paola Binetti, le nostre obiezioni hanno sempre riguardato la sfera politica: ci siamo più volte chiesti come facesse l'ex presidente del comitato Scienza & Vita, che nel 2005 fu tra i maggiori protagonisti della campagna per l'astensione al referendum sulla fecondazione assistita, a portare avanti le sue posizioni e a combattere le sue battaglie...CONTINUA...

mercoledì 27 giugno 2007

Overdose di veltronismo
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 26 giugno 2007
E' una splendida domenica estiva, in Liguria. Ne approfitto per andare al mare e fare il primo bagno stagionale. Prima di gettarmi in spiaggia passo dall'edicola e compro i giornali. Come al solito, do una sbirciatina ai titoli e agli editoriali e poi decido quali acquistare. Tra Afghanistan, beghe di governo, Consiglio europeo di Bruxelles, non c'è testata che non dedichi ampio spazio alla notizia più succulenta del momento...CONTINUA...