da Ragionpolitica.it del 21 dicembre 2010
La confusione regna sovrana nel Pd. Solo poche settimane fa il segretario Pier Luigi Bersani aveva incontrato Nichi Vendola per stringere un patto elettorale che prevedeva le primarie di coalizione e, negli stessi giorni, aveva confermato l'alleanza con l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Oggi ecco il cambio di rotta. Basta sinistra e basta primarie. La nuova proposta è quella di un accordo con il nascente Terzo Polo formato da Udc, Fli, Api e Mpa. Un accordo che di politico, a ben vedere, avrebbe ben poco, e rischierebbe di risolversi nell'ennesimo sforzo per costruire un'armata Brancaleone senza altro contenuto concreto oltre al vecchio e mai domo antiberlusconismo. In casa democrat sono convinti di risolvere tutti i problemi con l'aritmetica: seduti a tavolino, calcolatrice alla mano, i vari Bersani, D'Alema e Franceschini fanno di calcolo e si convincono che la somma di Pd + Udc + Fli + Mpa risulterà superiore a quella ottenuta mettendo insieme Pd + Sel + Idv.
Peccato soltanto che non facciano i conti, come del resto è loro usanza, con la realtà. Cioè con il loro elettorato. Che, come emerge da numerosi sondaggi (Repubblica esclusa, guarda caso), preferirebbe di gran lunga andare alle urne in compagnia del governatore pugliese e dell'ex pm piuttosto che con i moderati Casini e Rutelli e con l'ex fascista Fini. Tanto più che, in una ipotetica alleanza con il Terzo Polo, al primato numerico del Partito Democratico non corrisponderebbe un altrettanto chiaro primato politico, con tanti saluti alla vocazione maggioritaria sotto la cui stella era nato il Pd. Sarebbe una curiosa riedizione del centro-sinistra col trattino, ma priva di quel collante, quel minimo di coerenza politica di fondo che procurò molte fortune a questa formula nei passati decenni della nostra storia repubblicana. In questo caso avremmo al massimo un matrimonio d'interessi senza una comune cultura politica. Avremmo la somma di ambizioni particolari di corto respiro e non un progetto organico di governo del Paese.
Ha dunque buon gioco Nichi Vendola a denunciare la debolezza costitutiva di tale progetto, a sottolinearne lo scollamento dai problemi reali dell'Italia, a evidenziare il carattere non politico di un'operazione che sembra finalizzata più a garantire rendite di posizione immediate alla classe dirigente del Partito Democratico che non a proporre al popolo della sinistra una forte alternativa programmatica al centrodestra. Curiosamente, assistiamo qui ad un inaspettato rovesciamento di ruoli: non sono più i «moderati» - si fa per dire - del Pd, bensì i partiti più radicali della sinistra a invocare un'uscita dall'antiberlusconismo fine a se stesso come criterio per costruire le coalizioni. E' il presidente della Regione Puglia a chiedere un ritorno alla politica e ai contenuti, mentre l'ex margheritino Dario Franceschini usa toni estremistici da Cln contro il presidente del Consiglio per giustificare le scelte del suo partito.
Di certo archiviare le primarie e fare del Pd la seconda gamba di una strana alleanza con i nemici di un tempo segnerebbe a suo modo una svolta rispetto alle prospettive con cui il partito era nato e si era mosso sino ad ora. Una svolta che però è soltanto tattica, e a cui non corrisponde un altrettanto significativo cambio di rotta per ciò che concerne l'autocoscienza del Pd, la definizione della sua identità, la rielaborazione della sua cultura politica, se mai ne ha avuto una. Se una simile operazione dovesse andare in porto - ed è lecito nutrire più di un dubbio in proposito, considerate le ultime dichiarazioni di Casini - il risultato sarebbe quello di regalare la golden share della sinistra a Vendola e quella del centro (o meglio del «centrino», per dirla con Paolo Bonaiuti) a Udc & CO: così sarebbe definitivamente compiuta la lunga marcia del Pd verso la totale irrilevanza nel panorama politico italiano.
Gianteo Bordero
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martedì 21 dicembre 2010
mercoledì 1 dicembre 2010
SE IL PARTITO DEMOCRATICO TEME LA DEMOCRAZIA…
da Ragionpolitica.it del 1° dicembre 2010
Un partito che si fregia del titolo «democratico» e che, allo stesso tempo, teme l'espressione massima della democrazia, cioè il voto popolare? Succede anche questo, in Italia, sul finire dell'anno di grazia 2010. Il gioco è semplice: dichiarare con teatrale sussiego che nell'attuale frangente le elezioni sarebbero una sciagura per il Paese al sol fine di non ammettere che la vera sciagura in caso di chiamata alle urne dei cittadini sarebbe quella che, per l'ennesima volta, toccherebbe in sorte a lor signori. A D'Alema, a Veltroni, a Bersani, tutte facce della stessa medaglia, figure intercambiabili di un postcomunismo italiano che, a conti fatti, non ha mai del tutto rinunciato all'antico vizietto di considerare il responso popolare come un fattore secondario rispetto al fine primario della presa del potere. E se il fine giustifica i mezzi, ben venga anche un governo non eletto, un ribaltone che sovverta la volontà del popolo, un compromesso storico con l'innominabile nemico di un tempo. Tutto fa brodo per insediarsi a Palazzo.
Gira che ti rigira, questo è il succo della questione. Questo è il senso, neppure troppo velato, delle dichiarazioni rilasciate in questi giorni dai massimi esponenti del Pd, a partire dall'intervista a D'Alema pubblicata domenica sul Messaggero. Guai a portare il Paese al voto in un momento come questo! Guai a esporre l'Italia al vento della speculazione internazionale! Per carità, argomenti validi se utilizzati da chi, avendo ottenuto il consenso maggioritario dei cittadini e trovandosi sulle spalle l'onore e l'onere di governare e di tenere la barra dritta in mezzo ai marosi della crisi, richiama tutte le forze di maggioranza al senso di responsabilità, invitandole a non gettare il Paese nell'instabilità e nel caos in nome di pur legittime ambizioni personali. Ma usati da partiti che stanno all'opposizione e che in teoria, in un sistema democratico, dovrebbero volere al più presto una legittimazione popolare per diventare maggioranza e mettere in atto un diverso programma e una ricetta alternativa di governo, questi stessi argomenti assumono tutt'altro sapore. Tanto più se si hanno sotto mano sondaggi che vedono la principale forza dello schieramento di minoranza in costante affanno. E tanto più se la coalizione di governo, nonostante tutto quello che è capitato in seno al partito di maggioranza relativa negli ultimi mesi, continua a risultare la più gradita dagli italiani.
E allora è chiaro che la proposta dei vertici del Partito Democratico di dare vita ad un esecutivo che tenga insieme Bersani, Fini, Di Pietro e Casini non ha, non può avere altro fine se non quello di evitare il ricorso alle urne. Anche perché un governo di tal fatta non potrebbe mai, ragionevolmente, dare quelle risposte in nome delle quali esso viene invocato dallo stratega D'Alema: quali miracolose ricette anticrisi e quale ardito programma di incisive riforme sociali potrebbero avere in comune Fli, Udc, Pd e Idv? In realtà, essendo non una visione condivisa del Paese bensì l'antiberlusconismo l'unica forma politica di questa nuova versione del Cln, è evidente che la sola riforma che questo coacervo di forze potrebbe mettere in opera è quella della legge elettorale, per cancellare il premio di maggioranza e impedire un altro giro di valzer del Cavaliere a Palazzo Chigi. Altro che preoccupazione per l'economia! Altro che amor di patria in un momento difficile!
E se poi finisse che le manovre di Palazzo non vanno in porto e ci saranno davvero le elezioni anticipate? Nessun problema, sempre lo statista D'Alema ha già pronta la soluzione: allargare il Cln anche a Nichi Vendola e alla sua sinistra dura e pura, che di resistenza se ne intende, pensando così di assestare il colpo finale al duce di Arcore. Il leader Massimo fa la somma a tavolino dei voti che vanno da Fli a Sel, ma come spesso gli accade fa i conti senza l'oste: il popolo italiano e quella maggioranza silenziosa dei moderati che già in più di un'occasione hanno dimostrato di non credere nella «gioiosa macchina da guerra», e che non crederebbero neppure alla sua ennesima riedizione.
Gianteo Bordero
Un partito che si fregia del titolo «democratico» e che, allo stesso tempo, teme l'espressione massima della democrazia, cioè il voto popolare? Succede anche questo, in Italia, sul finire dell'anno di grazia 2010. Il gioco è semplice: dichiarare con teatrale sussiego che nell'attuale frangente le elezioni sarebbero una sciagura per il Paese al sol fine di non ammettere che la vera sciagura in caso di chiamata alle urne dei cittadini sarebbe quella che, per l'ennesima volta, toccherebbe in sorte a lor signori. A D'Alema, a Veltroni, a Bersani, tutte facce della stessa medaglia, figure intercambiabili di un postcomunismo italiano che, a conti fatti, non ha mai del tutto rinunciato all'antico vizietto di considerare il responso popolare come un fattore secondario rispetto al fine primario della presa del potere. E se il fine giustifica i mezzi, ben venga anche un governo non eletto, un ribaltone che sovverta la volontà del popolo, un compromesso storico con l'innominabile nemico di un tempo. Tutto fa brodo per insediarsi a Palazzo.
Gira che ti rigira, questo è il succo della questione. Questo è il senso, neppure troppo velato, delle dichiarazioni rilasciate in questi giorni dai massimi esponenti del Pd, a partire dall'intervista a D'Alema pubblicata domenica sul Messaggero. Guai a portare il Paese al voto in un momento come questo! Guai a esporre l'Italia al vento della speculazione internazionale! Per carità, argomenti validi se utilizzati da chi, avendo ottenuto il consenso maggioritario dei cittadini e trovandosi sulle spalle l'onore e l'onere di governare e di tenere la barra dritta in mezzo ai marosi della crisi, richiama tutte le forze di maggioranza al senso di responsabilità, invitandole a non gettare il Paese nell'instabilità e nel caos in nome di pur legittime ambizioni personali. Ma usati da partiti che stanno all'opposizione e che in teoria, in un sistema democratico, dovrebbero volere al più presto una legittimazione popolare per diventare maggioranza e mettere in atto un diverso programma e una ricetta alternativa di governo, questi stessi argomenti assumono tutt'altro sapore. Tanto più se si hanno sotto mano sondaggi che vedono la principale forza dello schieramento di minoranza in costante affanno. E tanto più se la coalizione di governo, nonostante tutto quello che è capitato in seno al partito di maggioranza relativa negli ultimi mesi, continua a risultare la più gradita dagli italiani.
E allora è chiaro che la proposta dei vertici del Partito Democratico di dare vita ad un esecutivo che tenga insieme Bersani, Fini, Di Pietro e Casini non ha, non può avere altro fine se non quello di evitare il ricorso alle urne. Anche perché un governo di tal fatta non potrebbe mai, ragionevolmente, dare quelle risposte in nome delle quali esso viene invocato dallo stratega D'Alema: quali miracolose ricette anticrisi e quale ardito programma di incisive riforme sociali potrebbero avere in comune Fli, Udc, Pd e Idv? In realtà, essendo non una visione condivisa del Paese bensì l'antiberlusconismo l'unica forma politica di questa nuova versione del Cln, è evidente che la sola riforma che questo coacervo di forze potrebbe mettere in opera è quella della legge elettorale, per cancellare il premio di maggioranza e impedire un altro giro di valzer del Cavaliere a Palazzo Chigi. Altro che preoccupazione per l'economia! Altro che amor di patria in un momento difficile!
E se poi finisse che le manovre di Palazzo non vanno in porto e ci saranno davvero le elezioni anticipate? Nessun problema, sempre lo statista D'Alema ha già pronta la soluzione: allargare il Cln anche a Nichi Vendola e alla sua sinistra dura e pura, che di resistenza se ne intende, pensando così di assestare il colpo finale al duce di Arcore. Il leader Massimo fa la somma a tavolino dei voti che vanno da Fli a Sel, ma come spesso gli accade fa i conti senza l'oste: il popolo italiano e quella maggioranza silenziosa dei moderati che già in più di un'occasione hanno dimostrato di non credere nella «gioiosa macchina da guerra», e che non crederebbero neppure alla sua ennesima riedizione.
Gianteo Bordero
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mercoledì 3 novembre 2010
ANTIBERLUSCONISMO, SINISTRA OSSESSIONE
da Ragionpolitica.it del 3 novembre 2010
Su RaiNews24 va in onda un'intervista ad uno psichiatra che tenta di illustrare ai telespettatori la presunta malattia del presidente del Consiglio, con un compiaciuto Corradino Mineo, direttore della testata, a fargli da suggeritore e da spalla. E' l'ultimo dei tanti segnali, questo, che mostra come davvero il nostro Paese stia toccando uno dei punti più bassi del dibattito pubblico. Sommato agli articoli e alle analisi - chiamiamole così - pubblicate in questi giorni dalla cosiddetta «grande stampa» nazionale e alle dichiarazioni dei leader dell'opposizione, esso certifica che la vera psicosi non è quella che secondo i benpensanti di ogni ordine e grado attanaglia il capo del governo, bensì quella che ormai da lunga pezza ha preso dimora nelle menti dell'intellighenzia antiberlusconiana. E' infatti dal 1994, cioè dalla fondazione di Forza Italia e dalla vittoria elettorale sulla «gioiosa macchina da guerra» capitanata da Achille Occhetto, che si è diffusa nel nostro Paese, soprattutto tra i rappresentanti della cultura radical-chic e politicamente corretta, dominante nelle «alte sfere» della società e tra i cosiddetti «poteri forti», un'ossessione monomaniacale nei confronti dell'uomo di Arcore.
Per tutti coloro che sedici anni fa, avendo cavalcato l'onda giustizialista e ipocritamente moralista di Mani Pulite, si ritenevano titolati ad assumere sulle proprie spalle anche il potere politico e la guida del governo, Berlusconi ha rappresentato e rappresenta l'incubo che diventa realtà quando meno te lo aspetti, l'odioso imprevisto che ti taglia il fiato a un metro dal traguardo, la sciagura che fa affondare la nave che sta per approdare in porto. La iattura delle iatture. Intollerabile come tutte le disavventure che ti colpiscono sul più bello, quando sei lì che pregusti quella vittoria finale che niente e nessuno ti potranno mai togliere dalle mani. E invece... E invece succede, e la vittoria si trasforma in sconfitta, la realtà evapora tra le nebbie dei sogni, la meta sicura diventa di colpo un miraggio.
Quando si parla dei motivi per i quali la sinistra italiana e i suoi sostenitori nel mondo della cultura, dell'informazione, della scuola e della magistratura non sono riusciti a comprendere, salvo qualche rarissima eccezione, gli elementi politici del successo elettorale di Berlusconi, occorre tenere presente questa dimensione metapolitica e - in questo caso sì - psicologica che pesa come un macigno nel determinare ancora oggi l'atteggiamento di tanti oppositori nei confronti del presidente del Consiglio. Se la sinistra con i suoi addentellati, infatti, considerasse il Cavaliere un avversario politico, lo combatterebbe con mezzi politici, lo contrasterebbe sul piano dei programmi, delle proposte, dell'azione di governo, delle riforme. Il fatto che invece lo assalti un giorno sì e l'altro pure sul piano personale, andando a rovistare quasi voyeuristicamente nella sua vita privata, mettendo in scena processi mediatici al suo «stile di vita» e via degradando senza soluzione di continuità, conferma che il campo in cui essa si muove è un altro, che la rappresentazione di Berlusconi che essa propone agli italiani nasce da qualcosa di diverso dall'avversione politica e persino dall'odio politico.
E' appunto un'ossessione, è quello che la Treccani definisce come «fenomeno patologico che si manifesta con la presenza, persistente o periodica, di una rappresentazione mentale, un impulso, un affetto, che la volontà non riesce a eliminare, e che risulta accompagnata da un sentimento sgradevole di ansia, paragonabile a quello di una minaccia incombente». Come spiegare altrimenti le quotidiane montagne di carta dedicate prima al caso Noemi, poi alla vicenda D'Addario e oggi alla storia della giovane «Ruby Rubacuori»? Come trovare altrimenti giustificazione ai numeri monotematici de La Repubblica, alle puntate di Annozero in versione gossip, alle dichiarazioni moraleggianti dell'onorevole Di Pietro? Questa è infine l'opposizione oggi: non un'alternativa politica, ma una congerie di gruppi, centri di potere, circoli intellettuali tenuti insieme non da una «certa idea del Paese», non dalla comune volontà di realizzare un programma di riforme, bensì, ancora e sempre, da un antiberlusconismo psicologico e patologico che la fa rimanere lontana anni luce dalla realtà profonda dell'Italia e degli italiani.
Gianteo Bordero
Su RaiNews24 va in onda un'intervista ad uno psichiatra che tenta di illustrare ai telespettatori la presunta malattia del presidente del Consiglio, con un compiaciuto Corradino Mineo, direttore della testata, a fargli da suggeritore e da spalla. E' l'ultimo dei tanti segnali, questo, che mostra come davvero il nostro Paese stia toccando uno dei punti più bassi del dibattito pubblico. Sommato agli articoli e alle analisi - chiamiamole così - pubblicate in questi giorni dalla cosiddetta «grande stampa» nazionale e alle dichiarazioni dei leader dell'opposizione, esso certifica che la vera psicosi non è quella che secondo i benpensanti di ogni ordine e grado attanaglia il capo del governo, bensì quella che ormai da lunga pezza ha preso dimora nelle menti dell'intellighenzia antiberlusconiana. E' infatti dal 1994, cioè dalla fondazione di Forza Italia e dalla vittoria elettorale sulla «gioiosa macchina da guerra» capitanata da Achille Occhetto, che si è diffusa nel nostro Paese, soprattutto tra i rappresentanti della cultura radical-chic e politicamente corretta, dominante nelle «alte sfere» della società e tra i cosiddetti «poteri forti», un'ossessione monomaniacale nei confronti dell'uomo di Arcore.
Per tutti coloro che sedici anni fa, avendo cavalcato l'onda giustizialista e ipocritamente moralista di Mani Pulite, si ritenevano titolati ad assumere sulle proprie spalle anche il potere politico e la guida del governo, Berlusconi ha rappresentato e rappresenta l'incubo che diventa realtà quando meno te lo aspetti, l'odioso imprevisto che ti taglia il fiato a un metro dal traguardo, la sciagura che fa affondare la nave che sta per approdare in porto. La iattura delle iatture. Intollerabile come tutte le disavventure che ti colpiscono sul più bello, quando sei lì che pregusti quella vittoria finale che niente e nessuno ti potranno mai togliere dalle mani. E invece... E invece succede, e la vittoria si trasforma in sconfitta, la realtà evapora tra le nebbie dei sogni, la meta sicura diventa di colpo un miraggio.
Quando si parla dei motivi per i quali la sinistra italiana e i suoi sostenitori nel mondo della cultura, dell'informazione, della scuola e della magistratura non sono riusciti a comprendere, salvo qualche rarissima eccezione, gli elementi politici del successo elettorale di Berlusconi, occorre tenere presente questa dimensione metapolitica e - in questo caso sì - psicologica che pesa come un macigno nel determinare ancora oggi l'atteggiamento di tanti oppositori nei confronti del presidente del Consiglio. Se la sinistra con i suoi addentellati, infatti, considerasse il Cavaliere un avversario politico, lo combatterebbe con mezzi politici, lo contrasterebbe sul piano dei programmi, delle proposte, dell'azione di governo, delle riforme. Il fatto che invece lo assalti un giorno sì e l'altro pure sul piano personale, andando a rovistare quasi voyeuristicamente nella sua vita privata, mettendo in scena processi mediatici al suo «stile di vita» e via degradando senza soluzione di continuità, conferma che il campo in cui essa si muove è un altro, che la rappresentazione di Berlusconi che essa propone agli italiani nasce da qualcosa di diverso dall'avversione politica e persino dall'odio politico.
E' appunto un'ossessione, è quello che la Treccani definisce come «fenomeno patologico che si manifesta con la presenza, persistente o periodica, di una rappresentazione mentale, un impulso, un affetto, che la volontà non riesce a eliminare, e che risulta accompagnata da un sentimento sgradevole di ansia, paragonabile a quello di una minaccia incombente». Come spiegare altrimenti le quotidiane montagne di carta dedicate prima al caso Noemi, poi alla vicenda D'Addario e oggi alla storia della giovane «Ruby Rubacuori»? Come trovare altrimenti giustificazione ai numeri monotematici de La Repubblica, alle puntate di Annozero in versione gossip, alle dichiarazioni moraleggianti dell'onorevole Di Pietro? Questa è infine l'opposizione oggi: non un'alternativa politica, ma una congerie di gruppi, centri di potere, circoli intellettuali tenuti insieme non da una «certa idea del Paese», non dalla comune volontà di realizzare un programma di riforme, bensì, ancora e sempre, da un antiberlusconismo psicologico e patologico che la fa rimanere lontana anni luce dalla realtà profonda dell'Italia e degli italiani.
Gianteo Bordero
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martedì 19 ottobre 2010
D'ALEMA, ICONA DELLA SINISTRA CHE HA DIVORZIATO DALLA REALTÀ
da Ragionpolitica.it del 19 ottobre 2010
Possibile che la sinistra non impari mai dai suoi errori? Possibile, anzi certificato dai fatti. L'ultimo esempio, in ordine di tempo, lo ha fornito lunedì sera a Otto e Mezzo Massimo D'Alema. Non un esponente qualsiasi della gauche nostrana, dunque, bensì colui che più di chiunque altro ne rappresenta oggi, in qualche modo, l'icona, avendo vissuto da protagonista la storia del passaggio dal Pci al Pds, poi ai Ds e infine al Pd, ed essendo diventato, nei modi che tutti conosciamo, il primo presidente del Consiglio proveniente dal Partito Comunista italiano.
Interrogato da Lilli Gruber a proposito della situazione politica del Paese, D'Alema ha ancora una volta fatto venire a galla, con le sue analisi che si pretendono argute e raffinate, il vero vizio capitale che caratterizza l'attuale sinistra. Un vizio che essa ha ereditato, senza alcun significativo mutamento di rotta, dal Pci: quel senso di superiorità culturale, politica e morale che l'ha condannata in passato, la condanna oggi e la condannerà in futuro, se le cose non cambieranno, a non saper entrare in connessione profonda con il popolo italiano, da essa ritenuto perennemente immaturo, bue, facile a lasciarsi incantare dalle sirene dell'uomo della provvidenza di turno. Ascoltare per credere. Ha affermato D'Alema: «Purtroppo un certo numero di italiani sembra disposto ad accettare l'anomalia» rappresentata da Berlusconi. Già, purtroppo - per l'illuminato leader Massimo e per i suoi colleghi di partito e di schieramento - tanti nostri connazionali, nel momento in cui sono chiamati a entrare in cabina elettorale per affidare a qualcuno le chiavi del governo del Paese, mettono la loro croce sul nome dell'impresentabile uomo di Arcore e non sui gloriosi simboli della gloriosa sinistra italiana.
Ora, se fossimo all'anno zero dell'avventura politica di Berlusconi, le affermazioni di D'Alema si potrebbero comprendere. Invece sono sedici anni - sedici - che la storia va avanti così, e che ad ogni vittoria del Cavaliere e ad ogni sua esperienza a Palazzo Chigi i suoi avversari non sanno fare altro che ripetere senza posa la solita teoria del popolo incapace di intendere e di volere, di distinguere tra il Bene (la sinistra) e il Male (la destra berlusconiana). Pensando di mettersi la coscienza a posto sol scaricando ogni colpa sui cittadini elettori, i post-comunisti hanno così evitato, ed evitano tuttora, di fare i conti con i propri errori, con la propria miopia politica, con la propria siderale distanza dal sentire della gente comune. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: antiberlusconismo monomaniacale, assenza di una seria e credibile proposta programmatica di governo, astrattismo assoluto riguardo alle soluzioni con cui affrontare i problemi del Paese.
Però - potrebbe obiettare qualcuno - è stato lo stesso D'Alema, sempre a Otto e Mezzo, ad annunciare che il nuovo numero della sua rivista, Italianieuropei, ha messo al centro il tema del lavoro e del conflitto sociale come punto di ripartenza della sinistra. Ecco, appunto: non si ascolta in presa diretta il popolo, i bisogni dei cittadini in carne ed ossa, dei povericristi che ogni mattina si spezzano la schiena in fabbrica per sbarcare il lunario e mandare avanti la famiglia; si pontifica invece dall'alto, ex cathedra, tra un convegno e l'altro, dalle patinate pagine di una rivista che tutt'al più finisce in mano agli intellettuali dei salotti buoni, alla gente che piace all'establishment culturale più o meno radical-chic. Non certo agli operai, alle manovalanze, a quello che un tempo era chiamato, non senza enfasi, il «popolo della sinistra». Un popolo a cui oggi dà invece risposte concrete, come ha documentato su La Stampa del 10 ottobre Luca Ricolfi, il governo di centrodestra, il governo del tanto odiato Silvio Berlusconi: «Cassa integrazione in deroga, estensione degli assegni di disoccupazione, social card, sussidi alle famiglie e ai non autosufficienti - ha scritto tra le altre cose Ricolfi - sono misure che hanno attenuato sensibilmente l'impatto della crisi, come mostra piuttosto inequivocabilmente la serie storica Isae delle famiglie in difficoltà, calate proprio nel momento più basso della congiuntura (fra la metà del 2008 e la metà del 2009)». D'Alema e i dotti analisti e politologi vicini alla sinistra possono ironizzare quanto vogliono sulla «politica del fare» di cui mena vanto il presidente del Consiglio, ma a dare ragione a Berlusconi sono, appunto, i fatti, come quelli riportati dall'editorialista del quotidiano torinese.
E se spostiamo la nostra attenzione sul prediletto di Baffino, Pier Luigi Bersani, le cose non cambiano. Ospite dieci giorni fa di Annozero, il segretario del Pd, dopo una lunga intervista a una cassaintegrata della Omsa che raccontava le sue tante difficoltà in questo periodo di crisi e chiedeva risposte ai politici presenti in studio, non ha saputo fare di meglio che spostare sùbito il discorso su Santoro e sul contenzioso col direttore generale della Rai. Altro che lavoro! Altro che disagio sociale! Meglio occuparsi delle grane del milionario conduttore tv. E poi si chiedono perché il Partito Democratico sia in crisi di consensi e gli italiani abbiano voltato le spalle alla sinistra: perché è la sinistra, e in particolare il Pd, ad aver voltato le spalle agli italiani.
Gianteo Bordero
Possibile che la sinistra non impari mai dai suoi errori? Possibile, anzi certificato dai fatti. L'ultimo esempio, in ordine di tempo, lo ha fornito lunedì sera a Otto e Mezzo Massimo D'Alema. Non un esponente qualsiasi della gauche nostrana, dunque, bensì colui che più di chiunque altro ne rappresenta oggi, in qualche modo, l'icona, avendo vissuto da protagonista la storia del passaggio dal Pci al Pds, poi ai Ds e infine al Pd, ed essendo diventato, nei modi che tutti conosciamo, il primo presidente del Consiglio proveniente dal Partito Comunista italiano.
Interrogato da Lilli Gruber a proposito della situazione politica del Paese, D'Alema ha ancora una volta fatto venire a galla, con le sue analisi che si pretendono argute e raffinate, il vero vizio capitale che caratterizza l'attuale sinistra. Un vizio che essa ha ereditato, senza alcun significativo mutamento di rotta, dal Pci: quel senso di superiorità culturale, politica e morale che l'ha condannata in passato, la condanna oggi e la condannerà in futuro, se le cose non cambieranno, a non saper entrare in connessione profonda con il popolo italiano, da essa ritenuto perennemente immaturo, bue, facile a lasciarsi incantare dalle sirene dell'uomo della provvidenza di turno. Ascoltare per credere. Ha affermato D'Alema: «Purtroppo un certo numero di italiani sembra disposto ad accettare l'anomalia» rappresentata da Berlusconi. Già, purtroppo - per l'illuminato leader Massimo e per i suoi colleghi di partito e di schieramento - tanti nostri connazionali, nel momento in cui sono chiamati a entrare in cabina elettorale per affidare a qualcuno le chiavi del governo del Paese, mettono la loro croce sul nome dell'impresentabile uomo di Arcore e non sui gloriosi simboli della gloriosa sinistra italiana.
Ora, se fossimo all'anno zero dell'avventura politica di Berlusconi, le affermazioni di D'Alema si potrebbero comprendere. Invece sono sedici anni - sedici - che la storia va avanti così, e che ad ogni vittoria del Cavaliere e ad ogni sua esperienza a Palazzo Chigi i suoi avversari non sanno fare altro che ripetere senza posa la solita teoria del popolo incapace di intendere e di volere, di distinguere tra il Bene (la sinistra) e il Male (la destra berlusconiana). Pensando di mettersi la coscienza a posto sol scaricando ogni colpa sui cittadini elettori, i post-comunisti hanno così evitato, ed evitano tuttora, di fare i conti con i propri errori, con la propria miopia politica, con la propria siderale distanza dal sentire della gente comune. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: antiberlusconismo monomaniacale, assenza di una seria e credibile proposta programmatica di governo, astrattismo assoluto riguardo alle soluzioni con cui affrontare i problemi del Paese.
Però - potrebbe obiettare qualcuno - è stato lo stesso D'Alema, sempre a Otto e Mezzo, ad annunciare che il nuovo numero della sua rivista, Italianieuropei, ha messo al centro il tema del lavoro e del conflitto sociale come punto di ripartenza della sinistra. Ecco, appunto: non si ascolta in presa diretta il popolo, i bisogni dei cittadini in carne ed ossa, dei povericristi che ogni mattina si spezzano la schiena in fabbrica per sbarcare il lunario e mandare avanti la famiglia; si pontifica invece dall'alto, ex cathedra, tra un convegno e l'altro, dalle patinate pagine di una rivista che tutt'al più finisce in mano agli intellettuali dei salotti buoni, alla gente che piace all'establishment culturale più o meno radical-chic. Non certo agli operai, alle manovalanze, a quello che un tempo era chiamato, non senza enfasi, il «popolo della sinistra». Un popolo a cui oggi dà invece risposte concrete, come ha documentato su La Stampa del 10 ottobre Luca Ricolfi, il governo di centrodestra, il governo del tanto odiato Silvio Berlusconi: «Cassa integrazione in deroga, estensione degli assegni di disoccupazione, social card, sussidi alle famiglie e ai non autosufficienti - ha scritto tra le altre cose Ricolfi - sono misure che hanno attenuato sensibilmente l'impatto della crisi, come mostra piuttosto inequivocabilmente la serie storica Isae delle famiglie in difficoltà, calate proprio nel momento più basso della congiuntura (fra la metà del 2008 e la metà del 2009)». D'Alema e i dotti analisti e politologi vicini alla sinistra possono ironizzare quanto vogliono sulla «politica del fare» di cui mena vanto il presidente del Consiglio, ma a dare ragione a Berlusconi sono, appunto, i fatti, come quelli riportati dall'editorialista del quotidiano torinese.
E se spostiamo la nostra attenzione sul prediletto di Baffino, Pier Luigi Bersani, le cose non cambiano. Ospite dieci giorni fa di Annozero, il segretario del Pd, dopo una lunga intervista a una cassaintegrata della Omsa che raccontava le sue tante difficoltà in questo periodo di crisi e chiedeva risposte ai politici presenti in studio, non ha saputo fare di meglio che spostare sùbito il discorso su Santoro e sul contenzioso col direttore generale della Rai. Altro che lavoro! Altro che disagio sociale! Meglio occuparsi delle grane del milionario conduttore tv. E poi si chiedono perché il Partito Democratico sia in crisi di consensi e gli italiani abbiano voltato le spalle alla sinistra: perché è la sinistra, e in particolare il Pd, ad aver voltato le spalle agli italiani.
Gianteo Bordero
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martedì 12 ottobre 2010
IL PD SENZA VOCAZIONE MAGGIORITARIA
da Ragionpolitica.it del 12 ottobre 2010
Al di là della guerra personale tra Massimo D'Alema e Walter Veltroni, specchio delle lotte intestine che da sempre caratterizzano la storia della sinistra italiana, vi è un dato politico di prim'ordine sul quale è necessario riflettere per comprendere l'attuale stato delle cose nel Partito Democratico. Con l'ascesa alla segreteria di Pier Luigi Bersani e la contestuale archiviazione di quella «vocazione maggioritaria» che era stata indicata dall'ex sindaco di Roma, nel suo ormai celebre discorso del Lingotto, come prospettiva strategica essenziale del nuovo soggetto politico, il Pd si trova oggi in un ginepraio che lo costringe ad inseguire all'un tempo i centristi di Pier Ferdinando Casini e di Francesco Rutelli, la sinistra di Nichi Vendola, l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Si tratta, con ogni evidenza, di partiti che esprimono visioni politiche inconciliabili tra loro su temi decisivi dell'agenda di governo, come l'economia, la giustizia, la politica estera, solo per citarne alcuni tra i più rilevanti. Ciò obbliga di fatto il Pd a mantenere una posizione incerta ed ondivaga, attenta a non creare strappi con alcuno dei potenziali alleati che Bersani intende coinvolgere in vista delle prossime elezioni politiche (esemplare, in tal senso, è la frenata di questi giorni del vertice del partito dopo le aperture di Piero Fassino riguardo alla necessità di armare gli aerei italiani impegnati in Afghanistan al fine di garantire maggiore sicurezza al nostro contingente).
Il risultato di questa scelta operata dall'attuale segretario è sotto gli occhi di tutti, ed è confermata senza tema di smentita dai sondaggi effettuati nelle ultime settimane dai principali istituti demoscopici: il Pd cala, mentre gli altri partiti o rimangono stabili oppure, nella maggior parte dei casi, aumentano i loro consensi. Ciò è la conseguenza inevitabile della decisione di Bersani di gettare a mare la strategia veltroniana, tendente a dare vita ad un bipolarismo forte fondato su due partiti di governo solidi e a dimensione nazionale, e di tornare di fatto al vecchio sistema di alleanze onnicomprensive che ha caratterizzato il centrosinistra italiano negli ultimi sedici anni. In particolare, come ha osservato Fabio Martini in un bell'articolo su La Stampa del 12 ottobre, si assiste ad un significativo rafforzamento, nelle intenzioni di voto, della sinistra radicale: il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo viene dato dall'Ipsos al 3,8%, Rifondazione Comunista e i Comunisti Italiani, oggi raggruppati in un'unica lista, ondeggiano tra il 2 e il 2,5%, Sinistra e Libertà di Nichi Vendola è salita al 5%, mentre l'Italia dei Valori si attesta sul 7,5%. In totale, si tratta di un'area che potrebbe raccogliere (il condizionale è d'obbligo, visto che allo stato attuale delle cose ci si muove ancora nel campo del voto d'opinione) quasi il 20% dei consensi degli italiani. Solo due anni fa, alle elezioni politiche del 2008, con Veltroni regnante, la sinistra radicale capitanata da Fausto Bertinotti si era fermata a quota 3,1% (con l'Idv allora alleata del Pd). Sempre in quell'occasione, il Partito Democratico raggiunse il 33%, mentre oggi viene dato sotto quota 25%.
La risposta di Bersani a questa allarmante situazione è, o almeno sembra essere, soltanto l'offerta di alleanza a questo o a quel partito di centro o di sinistra, al sol fine di fare numero e creare una massa critica da contrapporre al centrodestra alle prossime elezioni. Pur affermando un giorno sì e l'altro pure che egli non è intenzionato a rimettere in pista la formula dell'Unione prodiana, il segretario del Pd si muove di fatto lungo questa direttrice che privilegia l'alchimia politica rispetto alla definizione di un programma di governo chiaro e distinto, attorno al quale aggregare poi, in un secondo tempo, chi in esso si riconosce senza se e senza ma. Inoltre è evidente, seguendo la logica che sembra ispirare Bersani, che l'unico collante capace di tenere insieme forze tanto diverse e distanti tra loro può essere, ancora una volta, solo e soltanto il mai tramontato antiberlusconismo. Che cosa infatti può unire oggi il Pd, Vendola, Di Pietro e l'Udc? La risposta è scontata, e conferma che la tanto deprecata (a parole) Unione è poi (in concreto) la stella polare che guida l'azione del segretario democratico. Almeno Veltroni era riuscito a suscitare la speranza di una novità nel centrosinistra, mentre ora l'impressione è quella di assistere ad un film già visto, ad un indigesto remake di seconda mano di fronte al quale la figura dell'ex sindaco di Roma giganteggia non soltanto per risultati ottenuti, ma anche per coraggio e visione politica. E con ciò è detto tutto.
Gianteo Bordero
Al di là della guerra personale tra Massimo D'Alema e Walter Veltroni, specchio delle lotte intestine che da sempre caratterizzano la storia della sinistra italiana, vi è un dato politico di prim'ordine sul quale è necessario riflettere per comprendere l'attuale stato delle cose nel Partito Democratico. Con l'ascesa alla segreteria di Pier Luigi Bersani e la contestuale archiviazione di quella «vocazione maggioritaria» che era stata indicata dall'ex sindaco di Roma, nel suo ormai celebre discorso del Lingotto, come prospettiva strategica essenziale del nuovo soggetto politico, il Pd si trova oggi in un ginepraio che lo costringe ad inseguire all'un tempo i centristi di Pier Ferdinando Casini e di Francesco Rutelli, la sinistra di Nichi Vendola, l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Si tratta, con ogni evidenza, di partiti che esprimono visioni politiche inconciliabili tra loro su temi decisivi dell'agenda di governo, come l'economia, la giustizia, la politica estera, solo per citarne alcuni tra i più rilevanti. Ciò obbliga di fatto il Pd a mantenere una posizione incerta ed ondivaga, attenta a non creare strappi con alcuno dei potenziali alleati che Bersani intende coinvolgere in vista delle prossime elezioni politiche (esemplare, in tal senso, è la frenata di questi giorni del vertice del partito dopo le aperture di Piero Fassino riguardo alla necessità di armare gli aerei italiani impegnati in Afghanistan al fine di garantire maggiore sicurezza al nostro contingente).
Il risultato di questa scelta operata dall'attuale segretario è sotto gli occhi di tutti, ed è confermata senza tema di smentita dai sondaggi effettuati nelle ultime settimane dai principali istituti demoscopici: il Pd cala, mentre gli altri partiti o rimangono stabili oppure, nella maggior parte dei casi, aumentano i loro consensi. Ciò è la conseguenza inevitabile della decisione di Bersani di gettare a mare la strategia veltroniana, tendente a dare vita ad un bipolarismo forte fondato su due partiti di governo solidi e a dimensione nazionale, e di tornare di fatto al vecchio sistema di alleanze onnicomprensive che ha caratterizzato il centrosinistra italiano negli ultimi sedici anni. In particolare, come ha osservato Fabio Martini in un bell'articolo su La Stampa del 12 ottobre, si assiste ad un significativo rafforzamento, nelle intenzioni di voto, della sinistra radicale: il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo viene dato dall'Ipsos al 3,8%, Rifondazione Comunista e i Comunisti Italiani, oggi raggruppati in un'unica lista, ondeggiano tra il 2 e il 2,5%, Sinistra e Libertà di Nichi Vendola è salita al 5%, mentre l'Italia dei Valori si attesta sul 7,5%. In totale, si tratta di un'area che potrebbe raccogliere (il condizionale è d'obbligo, visto che allo stato attuale delle cose ci si muove ancora nel campo del voto d'opinione) quasi il 20% dei consensi degli italiani. Solo due anni fa, alle elezioni politiche del 2008, con Veltroni regnante, la sinistra radicale capitanata da Fausto Bertinotti si era fermata a quota 3,1% (con l'Idv allora alleata del Pd). Sempre in quell'occasione, il Partito Democratico raggiunse il 33%, mentre oggi viene dato sotto quota 25%.
La risposta di Bersani a questa allarmante situazione è, o almeno sembra essere, soltanto l'offerta di alleanza a questo o a quel partito di centro o di sinistra, al sol fine di fare numero e creare una massa critica da contrapporre al centrodestra alle prossime elezioni. Pur affermando un giorno sì e l'altro pure che egli non è intenzionato a rimettere in pista la formula dell'Unione prodiana, il segretario del Pd si muove di fatto lungo questa direttrice che privilegia l'alchimia politica rispetto alla definizione di un programma di governo chiaro e distinto, attorno al quale aggregare poi, in un secondo tempo, chi in esso si riconosce senza se e senza ma. Inoltre è evidente, seguendo la logica che sembra ispirare Bersani, che l'unico collante capace di tenere insieme forze tanto diverse e distanti tra loro può essere, ancora una volta, solo e soltanto il mai tramontato antiberlusconismo. Che cosa infatti può unire oggi il Pd, Vendola, Di Pietro e l'Udc? La risposta è scontata, e conferma che la tanto deprecata (a parole) Unione è poi (in concreto) la stella polare che guida l'azione del segretario democratico. Almeno Veltroni era riuscito a suscitare la speranza di una novità nel centrosinistra, mentre ora l'impressione è quella di assistere ad un film già visto, ad un indigesto remake di seconda mano di fronte al quale la figura dell'ex sindaco di Roma giganteggia non soltanto per risultati ottenuti, ma anche per coraggio e visione politica. E con ciò è detto tutto.
Gianteo Bordero
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lunedì 27 settembre 2010
L'«AFFAIRE MONTECARLO»? REALTÀ, NON PATACCA
da Ragionpolitica.it del 27 settembre 2010
Con il videomessaggio diffuso nel tardo pomeriggio di sabato, Gianfranco Fini - non sappiamo se volontariamente o meno - ha fatto piazza pulita di tutti i giudizi che una parte della sinistra, molti media antiberlusconiani e tanti tra gli stessi esponenti di Futuro e Libertà avevano espresso sull'inchiesta del Giornale e di Libero a proposito della casa di Montecarlo. Dossieraggio orchestrato dal Cavaliere e dal suo entourage, uso distorto dei servizi segreti da parte di Berlusconi medesimo, patacche confezionate ad arte dai soliti «ambienti vicini al presidente del Consiglio» e chi più ne ha ne metta: tutto spazzato via, di fatto, dalle dichiarazioni della terza carica dello Stato, che non soltanto ha affermato apertis verbis che la «lealtà istituzionale dei servizi di intelligence è fuori discussione», con sommo dispiacere - immaginiamo - dei pasdaran di Fli, ma è arrivato al punto di collegare la sua permanenza alla guida della Camera alla verità sul quartierino nel Principato. Verità che, per quanto concerne il ruolo svolto nella vicenda da suo «cognato» Giancarlo Tulliani, egli dice di non conoscere ancora, pur avendo avuto dal Tulliani stesso ripetute rassicurazioni al proposito: «Anche io mi chiedo - ha detto - chi è il vero proprietario della casa di Montecarlo. È Giancarlo Tulliani, come tanti pensano? Non lo so. Gliel'ho chiesto con insistenza: egli ha sempre negato con forza, pubblicamente e in privato. Restano i dubbi? Certamente, anche a me. E se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario e che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a lasciare la presidenza della Camera».
Parole, contenuti e toni assai diversi da quelli usati da Fini ancora di recente, nell'intervista rilasciata a Enrico Mentana per il Tg de La7, quando egli aveva affermato che «nel momento in cui si saprà la verità sulla casa di Montecarlo ci sarà da ridere». Adesso è l'inquilino di Montecitorio il primo a non ridere e a prendere sul serio la questione, tanto da mettere in ballo il suo incarico istituzionale.
In attesa di sviluppi - anche se, a dire il vero, una parola chiara è già venuta dalla lettera inviata dal ministro della Giustizia di Santa Lucia al suo premier in merito alla presenza di Tulliani nelle società off shore che rilevarono da An l'appartamento monegasco - resta il fatto che il tramonto della teoria del dossieraggio e dello zampino dei servizi segreti è un colpo duro da assorbire per coloro che speravano di rovesciare le responsabilità dell'intera vicenda su Berlusconi e di caricare sul groppone del presidente del Concislio anche l'accusa di golpismo e di uso privato delle strutture dello Stato per eliminare dalla scena un avversario politico. Chi credeva di poter formulare l'ennesimo accorato appello «in difesa della democrazia in pericolo» e, in nome di ciò, invocare una santa alleanza antiberlusconiana per rovesciare l'attuale quadro politico, ha dovuto riporre le sue illusioni nel cassetto.
Una parola, in particolare, va detta su coloro i quali, a sinistra, pensavano di poter lucrare politicamente dalla teoria del complotto ordito dall'uomo di Arcore per dar vita, nel nome dell'«emergenza democratica», a nuovi scenari, completamente diversi da quelli sanciti - essi sì democraticamente - dal voto popolare dell'aprile 2008. Qui siamo veramente, per ciò che concerne la gauche nostrana, alle «comiche finali», a un teatrino che mette a nudo, in maniera a dir poco imbarazzante, il vuoto pneumatico di idee, di identità, di leadership e di programmi del Pd e dei suoi alleati, costretti ad affidare i loro destini a colui che un tempo era l'innominabile capo di un impresentabile partito la cui sede ideale veniva individuata nelle fogne. Perso ogni contatto con la realtà, la sinistra si affida ormai soltanto ai sogni, costi quel che costi.
Ora la parola torna alla politica. Mercoledì il presidente del Consiglio interverrà alla Camera per esporre i punti sui quali si concentrerà l'azione di governo da qui alla fine della legislatura. Sarà quella la sede in cui ognuno dovrà parlare chiaro ed assumersi le sue responsabilità di fronte al parlamento e di fronte agli elettori. In questo senso, se qualcuno avesse avuto in animo di usare la teoria del dossieraggio sulla casa di Montecarlo come un alibi per scelte di rottura, venuto meno questo argomento egli ora dovrà motivare le sue decisioni, quali che siano, su basi esclusivamente politiche, senza tirare in ballo il fantasma della Spectre o simili amenità di cui nessuno avverte il bisogno.
Gianteo Bordero
Con il videomessaggio diffuso nel tardo pomeriggio di sabato, Gianfranco Fini - non sappiamo se volontariamente o meno - ha fatto piazza pulita di tutti i giudizi che una parte della sinistra, molti media antiberlusconiani e tanti tra gli stessi esponenti di Futuro e Libertà avevano espresso sull'inchiesta del Giornale e di Libero a proposito della casa di Montecarlo. Dossieraggio orchestrato dal Cavaliere e dal suo entourage, uso distorto dei servizi segreti da parte di Berlusconi medesimo, patacche confezionate ad arte dai soliti «ambienti vicini al presidente del Consiglio» e chi più ne ha ne metta: tutto spazzato via, di fatto, dalle dichiarazioni della terza carica dello Stato, che non soltanto ha affermato apertis verbis che la «lealtà istituzionale dei servizi di intelligence è fuori discussione», con sommo dispiacere - immaginiamo - dei pasdaran di Fli, ma è arrivato al punto di collegare la sua permanenza alla guida della Camera alla verità sul quartierino nel Principato. Verità che, per quanto concerne il ruolo svolto nella vicenda da suo «cognato» Giancarlo Tulliani, egli dice di non conoscere ancora, pur avendo avuto dal Tulliani stesso ripetute rassicurazioni al proposito: «Anche io mi chiedo - ha detto - chi è il vero proprietario della casa di Montecarlo. È Giancarlo Tulliani, come tanti pensano? Non lo so. Gliel'ho chiesto con insistenza: egli ha sempre negato con forza, pubblicamente e in privato. Restano i dubbi? Certamente, anche a me. E se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario e che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a lasciare la presidenza della Camera».
Parole, contenuti e toni assai diversi da quelli usati da Fini ancora di recente, nell'intervista rilasciata a Enrico Mentana per il Tg de La7, quando egli aveva affermato che «nel momento in cui si saprà la verità sulla casa di Montecarlo ci sarà da ridere». Adesso è l'inquilino di Montecitorio il primo a non ridere e a prendere sul serio la questione, tanto da mettere in ballo il suo incarico istituzionale.
In attesa di sviluppi - anche se, a dire il vero, una parola chiara è già venuta dalla lettera inviata dal ministro della Giustizia di Santa Lucia al suo premier in merito alla presenza di Tulliani nelle società off shore che rilevarono da An l'appartamento monegasco - resta il fatto che il tramonto della teoria del dossieraggio e dello zampino dei servizi segreti è un colpo duro da assorbire per coloro che speravano di rovesciare le responsabilità dell'intera vicenda su Berlusconi e di caricare sul groppone del presidente del Concislio anche l'accusa di golpismo e di uso privato delle strutture dello Stato per eliminare dalla scena un avversario politico. Chi credeva di poter formulare l'ennesimo accorato appello «in difesa della democrazia in pericolo» e, in nome di ciò, invocare una santa alleanza antiberlusconiana per rovesciare l'attuale quadro politico, ha dovuto riporre le sue illusioni nel cassetto.
Una parola, in particolare, va detta su coloro i quali, a sinistra, pensavano di poter lucrare politicamente dalla teoria del complotto ordito dall'uomo di Arcore per dar vita, nel nome dell'«emergenza democratica», a nuovi scenari, completamente diversi da quelli sanciti - essi sì democraticamente - dal voto popolare dell'aprile 2008. Qui siamo veramente, per ciò che concerne la gauche nostrana, alle «comiche finali», a un teatrino che mette a nudo, in maniera a dir poco imbarazzante, il vuoto pneumatico di idee, di identità, di leadership e di programmi del Pd e dei suoi alleati, costretti ad affidare i loro destini a colui che un tempo era l'innominabile capo di un impresentabile partito la cui sede ideale veniva individuata nelle fogne. Perso ogni contatto con la realtà, la sinistra si affida ormai soltanto ai sogni, costi quel che costi.
Ora la parola torna alla politica. Mercoledì il presidente del Consiglio interverrà alla Camera per esporre i punti sui quali si concentrerà l'azione di governo da qui alla fine della legislatura. Sarà quella la sede in cui ognuno dovrà parlare chiaro ed assumersi le sue responsabilità di fronte al parlamento e di fronte agli elettori. In questo senso, se qualcuno avesse avuto in animo di usare la teoria del dossieraggio sulla casa di Montecarlo come un alibi per scelte di rottura, venuto meno questo argomento egli ora dovrà motivare le sue decisioni, quali che siano, su basi esclusivamente politiche, senza tirare in ballo il fantasma della Spectre o simili amenità di cui nessuno avverte il bisogno.
Gianteo Bordero
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giovedì 9 settembre 2010
MEGLIO IL PORCELLUM DEL TRANELLUM
da Ragionpolitica.it del 9 settembre 2010
Pd, Udc e qualche futurista finiano dicono che il governo Berlusconi non si occupa dei «veri problemi del paese». E quindi? Quindi occorre un nuovo esecutivo... per riscrivere la legge elettorale. Non è una battuta di spirito - anche se lo sembra - ma una cosa detta e ridetta in queste settimane centinaia di volte, con ostentata convinzione, dagli oppositori del presidente del Consiglio. Se ne deduce che i suddetti «veri problemi del paese» si riducono infine ad uno soltanto, che purtroppo però non riguarda né gli interessi generali dell'Italia né la vita concreta degli italiani, bensì soltanto il tornaconto politico più o meno immediato di lorsignori: modificare l'attuale normativa elettorale, cancellare il premio di maggioranza che assegna alla coalizione più votata i numeri per governare, introdurre o reintrodurre un sistema nel quale siano i partiti dopo il voto, e non più i cittadini nelle urne, a menare le danze. Così, quelle che con buona probabilità, a legge elettorale invariata, continuerebbero ad essere minoranze, con la nuova geniale trovata si ritroverebbero di colpo a reggere le sorti della nazione.
Non sappiamo ancora quale forma concreta assumerà questa nuova legge, ma di certo possiamo già dire che passeremmo dal tanto deprecato Porcellum, che bene o male garantisce il rispetto del principio fondamentale della moderna democrazia rappresentativa (chi prende più voti ha il diritto di governare), a un tanto più deprecabile Tranellum, studiato apposta per consentire ad una somma di minoranze di assumere la guida del paese. Se l'attuale legge elettorale è una «porcata», l'aggettivo per definire quella che verrebbe fuori da un fantomatico - e ci auguriamo rimanga tale - governo dei perdenti non può che sconfinare nel turpiloquio.
E la cosa peggiore è che molte delle anime belle che si esercitano quotidianamente, dalle colonne dei giornali o dagli schermi televisivi, nella distruzione della vigente normativa, stracciandosi le vesti a causa dell'impossibilità di esprimere la preferenza (ma non era stato proprio il sistema delle preferenze, sempre a loro dire, il «cancro» della Prima Repubblica?) e sostenendo che ciò rappresenta una ferita mortale inferta alla democrazia, sono le stesse che poi non battono ciglio quando gli si fa notare che la legge elettorale da loro immaginata è meno democratica dell'attuale, essendo concepita per impedire a colui che ancora gode della maggioranza relativa dei consensi, cioè Berlusconi (e l'alleanza tra Pdl e Lega), di tornare ancora una volta a palazzo Chigi. Da tutto ciò si comprende che anche l'invocare ad ogni piè sospinto il ripristino delle preferenze è un mero paravento per nascondere il vero obiettivo dei promotori del Tranellum: escogitare un sistema per far fuori dalla scena politica l'uomo di Arcore.
E' quella che potremmo chiamare «legge di Bersani»: se i numeri mancano, se il gradimento popolare è scarso, se l'entusiasmo dei militanti languisce, se la sinistra in Italia è ridotta ad un mero flatus vocis a cui non corrisponde realtà alcuna, e se Berlusconi continua ad essere il leader politico più apprezzato dai cittadini, allora bisogna cercare di ottenere con giochi di palazzo, costi quel che costi, quello che non si può ottenere con il consenso democratico. E' chiaro, in questa prospettiva, che il reiterato ed ossessivo richiamo al «bene del paese» altro non è che una finzione retorica, una maschera indossata dai perdenti di ieri, e forse anche di domani, per occultare il loro desolante vuoto politico e l'unico, disarmante punto programmatico che essi sono in grado di elaborare: una legge contra personam che alla fine sarebbe, di fatto, una legge contro il popolo e contro la democrazia.
Gianteo Bordero
Pd, Udc e qualche futurista finiano dicono che il governo Berlusconi non si occupa dei «veri problemi del paese». E quindi? Quindi occorre un nuovo esecutivo... per riscrivere la legge elettorale. Non è una battuta di spirito - anche se lo sembra - ma una cosa detta e ridetta in queste settimane centinaia di volte, con ostentata convinzione, dagli oppositori del presidente del Consiglio. Se ne deduce che i suddetti «veri problemi del paese» si riducono infine ad uno soltanto, che purtroppo però non riguarda né gli interessi generali dell'Italia né la vita concreta degli italiani, bensì soltanto il tornaconto politico più o meno immediato di lorsignori: modificare l'attuale normativa elettorale, cancellare il premio di maggioranza che assegna alla coalizione più votata i numeri per governare, introdurre o reintrodurre un sistema nel quale siano i partiti dopo il voto, e non più i cittadini nelle urne, a menare le danze. Così, quelle che con buona probabilità, a legge elettorale invariata, continuerebbero ad essere minoranze, con la nuova geniale trovata si ritroverebbero di colpo a reggere le sorti della nazione.
Non sappiamo ancora quale forma concreta assumerà questa nuova legge, ma di certo possiamo già dire che passeremmo dal tanto deprecato Porcellum, che bene o male garantisce il rispetto del principio fondamentale della moderna democrazia rappresentativa (chi prende più voti ha il diritto di governare), a un tanto più deprecabile Tranellum, studiato apposta per consentire ad una somma di minoranze di assumere la guida del paese. Se l'attuale legge elettorale è una «porcata», l'aggettivo per definire quella che verrebbe fuori da un fantomatico - e ci auguriamo rimanga tale - governo dei perdenti non può che sconfinare nel turpiloquio.
E la cosa peggiore è che molte delle anime belle che si esercitano quotidianamente, dalle colonne dei giornali o dagli schermi televisivi, nella distruzione della vigente normativa, stracciandosi le vesti a causa dell'impossibilità di esprimere la preferenza (ma non era stato proprio il sistema delle preferenze, sempre a loro dire, il «cancro» della Prima Repubblica?) e sostenendo che ciò rappresenta una ferita mortale inferta alla democrazia, sono le stesse che poi non battono ciglio quando gli si fa notare che la legge elettorale da loro immaginata è meno democratica dell'attuale, essendo concepita per impedire a colui che ancora gode della maggioranza relativa dei consensi, cioè Berlusconi (e l'alleanza tra Pdl e Lega), di tornare ancora una volta a palazzo Chigi. Da tutto ciò si comprende che anche l'invocare ad ogni piè sospinto il ripristino delle preferenze è un mero paravento per nascondere il vero obiettivo dei promotori del Tranellum: escogitare un sistema per far fuori dalla scena politica l'uomo di Arcore.
E' quella che potremmo chiamare «legge di Bersani»: se i numeri mancano, se il gradimento popolare è scarso, se l'entusiasmo dei militanti languisce, se la sinistra in Italia è ridotta ad un mero flatus vocis a cui non corrisponde realtà alcuna, e se Berlusconi continua ad essere il leader politico più apprezzato dai cittadini, allora bisogna cercare di ottenere con giochi di palazzo, costi quel che costi, quello che non si può ottenere con il consenso democratico. E' chiaro, in questa prospettiva, che il reiterato ed ossessivo richiamo al «bene del paese» altro non è che una finzione retorica, una maschera indossata dai perdenti di ieri, e forse anche di domani, per occultare il loro desolante vuoto politico e l'unico, disarmante punto programmatico che essi sono in grado di elaborare: una legge contra personam che alla fine sarebbe, di fatto, una legge contro il popolo e contro la democrazia.
Gianteo Bordero
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venerdì 27 agosto 2010
L'ULIVISMO È LA CAUSA (NON IL RIMEDIO) DEI MALI DELLA SINISTRA
da Ragionpolitica.it del 27 agosto 2010
Quando manca la «cosa», cioè la sostanza, rimangono i nudi nomi. Ed ecco allora che il segretario del Pd, un partito che già da lunga pezza ha divorziato dalla politica e si presenta oggi come un puro aggregato della nomenklatura di Ds e Margherita, tira fuori dal cassetto impolverato della memoria del centrosinistra la parola magica. Quella che dovrebbe, per il fatto stesso di essere pronunciata, risolvere di colpo i giganteschi problemi della gauche nostrana: Ulivo. Cinque lettere che nell'immaginario collettivo del popolo di sinistra vogliono dire la vittoria del '96, l'aprile rosso raccontato da Nanni Moretti, le piazze stracolme di bandiere e di gente festante, i post-comunisti che conquistano il potere, il sogno di una lunga e indisturbata stagione di governo. E soprattutto vogliono dire Romano Prodi, il padre di quell'esperienza politico-botanica che tanta nostalgia suscita ancora nell'ormai disilluso elettorato di sinistra.
Già, Prodi. Come poteva il discepolo di Dossetti, cioè di colui che fece dell'Ulivo una cultura e una coltura politica piantandone uno beneaugurante nelle terre del suo ritiro di Montesole, rimanere silente di fronte alla missiva del segretario del Pd? Non poteva. E infatti il Professore ha preso carta e penna e ha scritto al Messaggero per rallegrarsi del fatto che finalmente, dopo 12 anni, l'ulivismo venga nuovamente proposto come stella polare per tracciare la rotta del centrosinistra che verrà. Scrive Prodi: «Dal 1998 la coltura dell'Ulivo è stata ritenuta non più remunerativa per il riformismo italiano ed è progressivamente scomparsa dai registri della nostra politica. Mi ha destato quindi una piacevole sorpresa leggere che Bersani ha deciso di riprenderne la coltivazione, facendone un punto di riferimento per rimettere in ordine i registri dell'azienda italiana, messi in grave difficoltà dalle male organizzate tecniche agrarie succedutesi nel frattempo».
Punto e fine. Proposte concrete? Zero. Idee programmatiche? Nessuna. Una visione dell'Italia? Idem con patate. Tanto per Bersani quanto per Prodi basta dire la taumaturgica parolina e tutto viene da sé. Che cosa sia poi precisamente questo nuovo Ulivo non è dato saperlo, e forse nessuno lo saprà mai, visto che qui ci muoviamo nel campo del più radicale nominalismo, l'unico appiglio a cui oggi la sinistra si può aggrappare per evitare di fare i conti col suo vuoto identitario, con il suo non-essere politico, con la crisi nella quale è sprofondata in questi ultimi anni. Dire «Ulivo» è l'estremo tentativo di scacciare l'horror vacui che alberga nella mente di tanti esponenti del Pd e degli altri partiti della gauche italiana.
Ma la soluzione, in questo come in tanti altri casi, è peggiore del male. Anzi, potremmo dire che, a ben vedere, Bersani pensa di curare il male con il male stesso. Come non riconoscere, infatti, che proprio l'ulivismo è stato, con i suoi presupposti di fondo, all'origine della consunzione politica della sinistra e della sua riduzione a mero aggregato di forze tenute insieme soltanto dall'antiberlusconismo? Ha scritto don Gianni Baget Bozzo nel suo saggio su Giuseppe Dossetti: «Che cosa rappresentava nel '96 Romano Prodi, se non l'uomo indicato da Dossetti, cioè da colui che aveva, con la sua autorità spirituale, delegittimato la nuova maggioranza berlusconiana del '94 e indicato nella lotta contro di essa il fondamento del paese? Era stato il dossettismo a creare le basi di una nuova guerra civile italiana: quella tra una maggioranza democratica, votata dal popolo, e la Costituzione repubblicana... Dossetti riuscì a dare vita ad una maggioranza politica fondata sul principio che forze anticostituzionali erano in parlamento e che la Costituzione doveva difendere la democrazia dando vita ad un partito fondato su di essa. L'Ulivo fu appunto questo». E concludeva: «L'Ulivo voleva dire che dalla terra nasceva ora un nuovo germe, che era la medesima cosa dell'unità popolare originaria contro il fascismo».
L'eco di questa prospettiva si sente chiaramente in molti passaggi della lettera di Bersani, soprattutto quando egli parla della necessità di dare vita ad una «alleanza democratica capace di riaffermare i principi costituzionali» per fermare la deriva «populista» del presidente del Consiglio. Ma se almeno Prodi aveva dalla sua, nel '96, la carta della novità, non si capisce perché oggi Bersani, dopo che la formula delle macchine da guerra in mera funzione antiberlusconiana si è rivelata fallimentare e ha mostrato tutte le sue esiziali conseguenze per la sinistra stessa, la riproponga come se essa fosse foriera di magnifiche sorti e progressive per il Pd & CO. L'unica spiegazione possibile è che questa del segretario sia veramente la mossa della disperazione tipica di chi ha perduto la rotta e non sa più da che parte andare.
Gianteo Bordero
Quando manca la «cosa», cioè la sostanza, rimangono i nudi nomi. Ed ecco allora che il segretario del Pd, un partito che già da lunga pezza ha divorziato dalla politica e si presenta oggi come un puro aggregato della nomenklatura di Ds e Margherita, tira fuori dal cassetto impolverato della memoria del centrosinistra la parola magica. Quella che dovrebbe, per il fatto stesso di essere pronunciata, risolvere di colpo i giganteschi problemi della gauche nostrana: Ulivo. Cinque lettere che nell'immaginario collettivo del popolo di sinistra vogliono dire la vittoria del '96, l'aprile rosso raccontato da Nanni Moretti, le piazze stracolme di bandiere e di gente festante, i post-comunisti che conquistano il potere, il sogno di una lunga e indisturbata stagione di governo. E soprattutto vogliono dire Romano Prodi, il padre di quell'esperienza politico-botanica che tanta nostalgia suscita ancora nell'ormai disilluso elettorato di sinistra.
Già, Prodi. Come poteva il discepolo di Dossetti, cioè di colui che fece dell'Ulivo una cultura e una coltura politica piantandone uno beneaugurante nelle terre del suo ritiro di Montesole, rimanere silente di fronte alla missiva del segretario del Pd? Non poteva. E infatti il Professore ha preso carta e penna e ha scritto al Messaggero per rallegrarsi del fatto che finalmente, dopo 12 anni, l'ulivismo venga nuovamente proposto come stella polare per tracciare la rotta del centrosinistra che verrà. Scrive Prodi: «Dal 1998 la coltura dell'Ulivo è stata ritenuta non più remunerativa per il riformismo italiano ed è progressivamente scomparsa dai registri della nostra politica. Mi ha destato quindi una piacevole sorpresa leggere che Bersani ha deciso di riprenderne la coltivazione, facendone un punto di riferimento per rimettere in ordine i registri dell'azienda italiana, messi in grave difficoltà dalle male organizzate tecniche agrarie succedutesi nel frattempo».
Punto e fine. Proposte concrete? Zero. Idee programmatiche? Nessuna. Una visione dell'Italia? Idem con patate. Tanto per Bersani quanto per Prodi basta dire la taumaturgica parolina e tutto viene da sé. Che cosa sia poi precisamente questo nuovo Ulivo non è dato saperlo, e forse nessuno lo saprà mai, visto che qui ci muoviamo nel campo del più radicale nominalismo, l'unico appiglio a cui oggi la sinistra si può aggrappare per evitare di fare i conti col suo vuoto identitario, con il suo non-essere politico, con la crisi nella quale è sprofondata in questi ultimi anni. Dire «Ulivo» è l'estremo tentativo di scacciare l'horror vacui che alberga nella mente di tanti esponenti del Pd e degli altri partiti della gauche italiana.
Ma la soluzione, in questo come in tanti altri casi, è peggiore del male. Anzi, potremmo dire che, a ben vedere, Bersani pensa di curare il male con il male stesso. Come non riconoscere, infatti, che proprio l'ulivismo è stato, con i suoi presupposti di fondo, all'origine della consunzione politica della sinistra e della sua riduzione a mero aggregato di forze tenute insieme soltanto dall'antiberlusconismo? Ha scritto don Gianni Baget Bozzo nel suo saggio su Giuseppe Dossetti: «Che cosa rappresentava nel '96 Romano Prodi, se non l'uomo indicato da Dossetti, cioè da colui che aveva, con la sua autorità spirituale, delegittimato la nuova maggioranza berlusconiana del '94 e indicato nella lotta contro di essa il fondamento del paese? Era stato il dossettismo a creare le basi di una nuova guerra civile italiana: quella tra una maggioranza democratica, votata dal popolo, e la Costituzione repubblicana... Dossetti riuscì a dare vita ad una maggioranza politica fondata sul principio che forze anticostituzionali erano in parlamento e che la Costituzione doveva difendere la democrazia dando vita ad un partito fondato su di essa. L'Ulivo fu appunto questo». E concludeva: «L'Ulivo voleva dire che dalla terra nasceva ora un nuovo germe, che era la medesima cosa dell'unità popolare originaria contro il fascismo».
L'eco di questa prospettiva si sente chiaramente in molti passaggi della lettera di Bersani, soprattutto quando egli parla della necessità di dare vita ad una «alleanza democratica capace di riaffermare i principi costituzionali» per fermare la deriva «populista» del presidente del Consiglio. Ma se almeno Prodi aveva dalla sua, nel '96, la carta della novità, non si capisce perché oggi Bersani, dopo che la formula delle macchine da guerra in mera funzione antiberlusconiana si è rivelata fallimentare e ha mostrato tutte le sue esiziali conseguenze per la sinistra stessa, la riproponga come se essa fosse foriera di magnifiche sorti e progressive per il Pd & CO. L'unica spiegazione possibile è che questa del segretario sia veramente la mossa della disperazione tipica di chi ha perduto la rotta e non sa più da che parte andare.
Gianteo Bordero
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giovedì 15 luglio 2010
D'ALEMA. QUANDO IL PALAZZO SOSTITUISCE GLI ELETTORI
da Ragionpolitica.it del 15 luglio 2010
A Massimo D'Alema, intervistato da Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera, sfugge un concetto basilare che sta a fondamento delle moderne democrazie: i governi non li fanno i «migliori», gli «illuminati», i «filosofi della politica», gli «intellettuali» più o meno organici (alla sinistra), bensì nascono dalla volontà del popolo espressa mediante libere elezioni. All'ex segretario diessino questo evidentemente non piace: basti pensare al modo in cui entrò a Palazzo Chigi nel 1998 dopo aver mandato gambe all'aria il governo Prodi scelto dagli elettori due anni prima: fuori Bertinotti e dentro qualche transfuga del centrodestra allora all'opposizione... e il gioco è fatto. Oggi, a dodici anni di distanza, Baffino è ancora lì a discettare della necessità di dare al paese un altro esecutivo sempre attraverso gli stessi metodi d'allora: non il voto degli italiani, non il rispetto della volontà popolare, che D'Alema mostra di non tenere in grande considerazione, bensì le manovre di Palazzo, le alchimie tra partiti, le formule da piccolo chimico della politologia.
E allora via con la «fase nuova», le «larghe intese», l'«appello alla responsabilità». Tutto questo per dire cosa? Per ottenere cosa, alla fine dei conti? Un ritorno al governo del partito postcomunista senza passare per la strada maestra delle elezioni, che in questo momento - come peraltro accade da un po' di anni a questa parte - punirebbero in maniera severa una sinistra senza arte né parte, priva di un leader autorevole, di un programma chiaro, di un progetto potenzialmente vincente. E' il solito vizietto degli eredi del Pci, a cui la democrazia sta bene fino a quando premia loro, ma che diventa insopportabile ingiustizia quando manda al governo l'altra parte, di solito definita «nemica del popolo» - e non si capisce bene perché, se è lo stesso popolo ad averla votata. Del resto, i figli di Berlinguer sono così: talmente convinti della loro superiorità politica, morale, antropologica e culturale da ritenersi loro i veri interpreti, i maieuti della volontà di un popolo bue, immaturo, e che, se lasciato a se stesso, produce solo disastri su disastri.
D'Alema ci informa poi per l'ennesima volta - ormai abbiamo perso il conto - che «la lunga fase della parabola berlusconiana è finita». Sono dieci anni che sentiamo gli esponenti della sinistra ripetere che Berlusconi è in declino, è sul viale del tramonto, è a fine corsa, non ha più benzina nel motore, ha fallito e gli italiani gli hanno voltato le spalle e via strologando... La storia dimostra la lungimiranza di certi illuminati giudizi che i dirigenti della gauche nostrana e i maître à penser dell'antiberlusconismo militante hanno propalato per due lustri dipingendo ogni giorno come se fosse l'ultimo dell'esperienza politica del Cavaliere. E' proprio questa lontananza, questo distacco dalla realtà ad aver condotto la sinistra a quella marginalità politica che oggi è sotto gli occhi di tutti e che spinge D'Alema a ipotizzare strane soluzioni per ottenere coi metodi della vecchia politica politicante ciò che il suo partito non potrebbe avere passando attraverso le urne.
E che cosa dovrebbe fare questo fantomatico governo di larghe intese, ovviamente non più guidato dall'impresentabile Berlusconi? Al primo posto, e non a caso, Baffino mette la riforma della legge elettorale. Perché l'attuale, a suo dire, «produce un bipolarismo fondato su una personalizzazione distorta della politica». Basta, dunque, con il bipolarismo muscolare, meglio tornare al vecchio sogno dalemiano del modello tedesco, rimettendo al centro i partiti al posto delle leadership, le nomenklature al posto del rapporto diretto tra leader e popolo, infine gli apparati al posto degli elettori. Solo così, infatti, D'Alema e altre figure di spicco - diciamo così - del panorama politico nazionale potrebbero aspirare a guidare governi frutto sì di maggioranze parlamentari, ma figli sciagurati della sommatoria di minoranze elettorali.
Gianteo Bordero
A Massimo D'Alema, intervistato da Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera, sfugge un concetto basilare che sta a fondamento delle moderne democrazie: i governi non li fanno i «migliori», gli «illuminati», i «filosofi della politica», gli «intellettuali» più o meno organici (alla sinistra), bensì nascono dalla volontà del popolo espressa mediante libere elezioni. All'ex segretario diessino questo evidentemente non piace: basti pensare al modo in cui entrò a Palazzo Chigi nel 1998 dopo aver mandato gambe all'aria il governo Prodi scelto dagli elettori due anni prima: fuori Bertinotti e dentro qualche transfuga del centrodestra allora all'opposizione... e il gioco è fatto. Oggi, a dodici anni di distanza, Baffino è ancora lì a discettare della necessità di dare al paese un altro esecutivo sempre attraverso gli stessi metodi d'allora: non il voto degli italiani, non il rispetto della volontà popolare, che D'Alema mostra di non tenere in grande considerazione, bensì le manovre di Palazzo, le alchimie tra partiti, le formule da piccolo chimico della politologia.
E allora via con la «fase nuova», le «larghe intese», l'«appello alla responsabilità». Tutto questo per dire cosa? Per ottenere cosa, alla fine dei conti? Un ritorno al governo del partito postcomunista senza passare per la strada maestra delle elezioni, che in questo momento - come peraltro accade da un po' di anni a questa parte - punirebbero in maniera severa una sinistra senza arte né parte, priva di un leader autorevole, di un programma chiaro, di un progetto potenzialmente vincente. E' il solito vizietto degli eredi del Pci, a cui la democrazia sta bene fino a quando premia loro, ma che diventa insopportabile ingiustizia quando manda al governo l'altra parte, di solito definita «nemica del popolo» - e non si capisce bene perché, se è lo stesso popolo ad averla votata. Del resto, i figli di Berlinguer sono così: talmente convinti della loro superiorità politica, morale, antropologica e culturale da ritenersi loro i veri interpreti, i maieuti della volontà di un popolo bue, immaturo, e che, se lasciato a se stesso, produce solo disastri su disastri.
D'Alema ci informa poi per l'ennesima volta - ormai abbiamo perso il conto - che «la lunga fase della parabola berlusconiana è finita». Sono dieci anni che sentiamo gli esponenti della sinistra ripetere che Berlusconi è in declino, è sul viale del tramonto, è a fine corsa, non ha più benzina nel motore, ha fallito e gli italiani gli hanno voltato le spalle e via strologando... La storia dimostra la lungimiranza di certi illuminati giudizi che i dirigenti della gauche nostrana e i maître à penser dell'antiberlusconismo militante hanno propalato per due lustri dipingendo ogni giorno come se fosse l'ultimo dell'esperienza politica del Cavaliere. E' proprio questa lontananza, questo distacco dalla realtà ad aver condotto la sinistra a quella marginalità politica che oggi è sotto gli occhi di tutti e che spinge D'Alema a ipotizzare strane soluzioni per ottenere coi metodi della vecchia politica politicante ciò che il suo partito non potrebbe avere passando attraverso le urne.
E che cosa dovrebbe fare questo fantomatico governo di larghe intese, ovviamente non più guidato dall'impresentabile Berlusconi? Al primo posto, e non a caso, Baffino mette la riforma della legge elettorale. Perché l'attuale, a suo dire, «produce un bipolarismo fondato su una personalizzazione distorta della politica». Basta, dunque, con il bipolarismo muscolare, meglio tornare al vecchio sogno dalemiano del modello tedesco, rimettendo al centro i partiti al posto delle leadership, le nomenklature al posto del rapporto diretto tra leader e popolo, infine gli apparati al posto degli elettori. Solo così, infatti, D'Alema e altre figure di spicco - diciamo così - del panorama politico nazionale potrebbero aspirare a guidare governi frutto sì di maggioranze parlamentari, ma figli sciagurati della sommatoria di minoranze elettorali.
Gianteo Bordero
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mercoledì 14 aprile 2010
SCONFITTA DOPO SCONFITTA
da Ragionpolitica.it del 14 aprile 2010
Dopo sessantacinque anni capitola anche una delle ultime roccaforti rosse: il centrodestra strappa al centrosinistra il Comune di Mantova. E' il simbolo da un lato del processo di rafforzamento sul territorio dell'asse Pdl-Lega, dall'altro della crisi sempre più profonda in cui versa la gauche italiana. Una crisi che viene da lontano (essa ha avuto inizio nel momento in cui si è affermata l'idea che l'unico collante per sconfiggere il centrodestra fosse l'antiberlusconismo duro e puro) ma che negli ultimi due anni è emersa in tutta la sua portata. Il centrosinistra ha perso, nell'ordine: nel 2008 le elezioni politiche e le regionali in Friuli e in Abruzzo; nel 2009 le elezioni regionali in Sardegna, le europee e le amministrative; infine, nel 2010, le regionali e le amministrative del 28 e 29 marzo scorsi. Un panorama desolante: in ventiquattro mesi è cambiata radicalmente la geografia politica del paese, e quello che fino agli inizi del 2008 sarebbe apparso anche al più pessimista tra i sostenitori della sinistra come uno scenario da incubo, è invece divenuto realtà.
A poco è servito, al maggior partito dell'attuale opposizione - cioè quello che dovrebbe essere il motore del centrosinistra, il suo cuore pulsante - avvicendare ben tre segretari in due anni: Veltroni, Franceschini, Bersani. Perché al cambiamento del nome del leader non è corrisposto alcun cambiamento della cosa, cioè della rotta politica del partito. Soprattutto, nessuno dei tre capi del Pd è stato veramente in grado di far uscire il soggetto erede dei Ds e della Margherita dalle secche nelle quali l'avevano condotto più di due lustri di fede cieca nel mito delle varie Unioni, Ulivi, Grandi Alleanze Democratiche, messe in piedi sotto lo stellone di Prodi senza alcun fondamento programmatico oltre all'avversione totale e quasi teologica al Cavaliere. Ci aveva provato Veltroni, e sappiamo tutti che triste fine abbia fatto la sua «nuova stagione»; Franceschini, memore della lezione, si era rigettato nell'antiberlusconismo più becero, nella speranza di salvare la poltrona al congresso del 2009: niente, perché essere stato il vice di Walter era una colpa inescusabile agli occhi della vecchia guardia del partito; infine è arrivato Bersani, con la promessa di «dare un senso a questa storia»: sono passati già sei mesi e di questo «senso» non c'è traccia alcuna. Si vedono soltanto le solite sconfitte elettorali, le solite liti interne, la solita caccia al segretario di turno, e soprattutto si vede la solita incapacità di andare alle radici della crisi e di agire di conseguenza, dando vita coraggiosamente a una moderna sinistra di stampo europeo che rompa con i vecchi schemi del passato. Certo, è un'operazione che richiede tempo e paziente tessitura politica, ma a furia di rimandare al domani la gauche italiana sta perdendo tutti gli appuntamenti con la storia.
E sui treni persi dal Pd e dai suoi alleati ci sale invece il centrodestra: ci salgono Berlusconi e Bossi, il Popolo della Libertà e la Lega Nord, che riescono a fare breccia in fasce sempre più ampie dell'elettorato e perfino in quei settori un tempo appannaggio esclusivo della sinistra. Una sinistra che non è più capace di parlare a quello che per decenni è stato il suo popolo, che non ha programmi e soluzioni da proporre ai suoi tradizionali simpatizzanti, che ha perso il contatto con gli italiani e con i loro problemi quotidiani. Tutta ripiegata su se stessa e concentrata unicamente sulle formule aritmetiche di coalizione con cui tentare di tornare ad essere competitiva con il centrodestra, senza più visione e senza più anima genuinamente popolare, la gauche nostrana sembra incamminata su un sentiero senza via d'uscita. Prova ne sia, da ultimo, l'accusa di populismo rivolta al Pdl e alla Lega: è l'ennesima resa a quell'atteggiamento radical-chic che negli ultimi lustri ha trasformato i partiti di sinistra in soggetti autoreferenziali, in gruppi ristretti di personale politico che non sono stati più in grado di attingere alla linfa vitale del rapporto con il loro popolo, che ha iniziato a guardare da un'altra parte e a cercare altri leader da cui farsi rappresentare.
Gianteo Bordero
Dopo sessantacinque anni capitola anche una delle ultime roccaforti rosse: il centrodestra strappa al centrosinistra il Comune di Mantova. E' il simbolo da un lato del processo di rafforzamento sul territorio dell'asse Pdl-Lega, dall'altro della crisi sempre più profonda in cui versa la gauche italiana. Una crisi che viene da lontano (essa ha avuto inizio nel momento in cui si è affermata l'idea che l'unico collante per sconfiggere il centrodestra fosse l'antiberlusconismo duro e puro) ma che negli ultimi due anni è emersa in tutta la sua portata. Il centrosinistra ha perso, nell'ordine: nel 2008 le elezioni politiche e le regionali in Friuli e in Abruzzo; nel 2009 le elezioni regionali in Sardegna, le europee e le amministrative; infine, nel 2010, le regionali e le amministrative del 28 e 29 marzo scorsi. Un panorama desolante: in ventiquattro mesi è cambiata radicalmente la geografia politica del paese, e quello che fino agli inizi del 2008 sarebbe apparso anche al più pessimista tra i sostenitori della sinistra come uno scenario da incubo, è invece divenuto realtà.
A poco è servito, al maggior partito dell'attuale opposizione - cioè quello che dovrebbe essere il motore del centrosinistra, il suo cuore pulsante - avvicendare ben tre segretari in due anni: Veltroni, Franceschini, Bersani. Perché al cambiamento del nome del leader non è corrisposto alcun cambiamento della cosa, cioè della rotta politica del partito. Soprattutto, nessuno dei tre capi del Pd è stato veramente in grado di far uscire il soggetto erede dei Ds e della Margherita dalle secche nelle quali l'avevano condotto più di due lustri di fede cieca nel mito delle varie Unioni, Ulivi, Grandi Alleanze Democratiche, messe in piedi sotto lo stellone di Prodi senza alcun fondamento programmatico oltre all'avversione totale e quasi teologica al Cavaliere. Ci aveva provato Veltroni, e sappiamo tutti che triste fine abbia fatto la sua «nuova stagione»; Franceschini, memore della lezione, si era rigettato nell'antiberlusconismo più becero, nella speranza di salvare la poltrona al congresso del 2009: niente, perché essere stato il vice di Walter era una colpa inescusabile agli occhi della vecchia guardia del partito; infine è arrivato Bersani, con la promessa di «dare un senso a questa storia»: sono passati già sei mesi e di questo «senso» non c'è traccia alcuna. Si vedono soltanto le solite sconfitte elettorali, le solite liti interne, la solita caccia al segretario di turno, e soprattutto si vede la solita incapacità di andare alle radici della crisi e di agire di conseguenza, dando vita coraggiosamente a una moderna sinistra di stampo europeo che rompa con i vecchi schemi del passato. Certo, è un'operazione che richiede tempo e paziente tessitura politica, ma a furia di rimandare al domani la gauche italiana sta perdendo tutti gli appuntamenti con la storia.
E sui treni persi dal Pd e dai suoi alleati ci sale invece il centrodestra: ci salgono Berlusconi e Bossi, il Popolo della Libertà e la Lega Nord, che riescono a fare breccia in fasce sempre più ampie dell'elettorato e perfino in quei settori un tempo appannaggio esclusivo della sinistra. Una sinistra che non è più capace di parlare a quello che per decenni è stato il suo popolo, che non ha programmi e soluzioni da proporre ai suoi tradizionali simpatizzanti, che ha perso il contatto con gli italiani e con i loro problemi quotidiani. Tutta ripiegata su se stessa e concentrata unicamente sulle formule aritmetiche di coalizione con cui tentare di tornare ad essere competitiva con il centrodestra, senza più visione e senza più anima genuinamente popolare, la gauche nostrana sembra incamminata su un sentiero senza via d'uscita. Prova ne sia, da ultimo, l'accusa di populismo rivolta al Pdl e alla Lega: è l'ennesima resa a quell'atteggiamento radical-chic che negli ultimi lustri ha trasformato i partiti di sinistra in soggetti autoreferenziali, in gruppi ristretti di personale politico che non sono stati più in grado di attingere alla linfa vitale del rapporto con il loro popolo, che ha iniziato a guardare da un'altra parte e a cercare altri leader da cui farsi rappresentare.
Gianteo Bordero
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lunedì 12 aprile 2010
I SASSOLINI DI PRODI
da Ragionpolitica.it del 12 aprile 2010
Di sassolini da togliersi dalle scarpe Romano Prodi ne avrebbe parecchi. Unico leader della sinistra che sia stato in grado, negli ultimi quindici anni, di sconfiggere per due volte il centrodestra - seppur di misura e mettendo insieme coalizioni tanto larghe quanto politicamente fragili e incapaci di reggere alla prova del governo - egli ha oggi più di un motivo per servire il piatto freddo della vendetta a quei sedicenti alleati che, tanto nel 1998 quanto nel 2008, si adoperarono in tutti i modi per dargli il benservito. Il Professore lo può fare, come si suol dire, tenendo il coltello dalla parte del manico, visto che dopo la caduta del suo secondo esecutivo la gauche italiana è sprofondata in uno stato di crisi dal quale non sembra in grado di riemergere. E se è indubbio che all'origine di tale stato confusionale vi sia anche il malcontento generale per il modo con cui Prodi ha portato avanti la sua azione quando si trovava alla guida del centrosinistra, è altrettanto evidente che coloro che sono venuti dopo di lui non hanno certo brillato per capacità di visione politica e di proposta programmatica. Così l'ex presidente del Consiglio ha oggi buon gioco nel prendere di mira l'attuale classe dirigente del Partito Democratico, tanto più dopo il deludente risultato ottenuto alle Regionali del 28 e 29 marzo scorsi.
Ed è proprio da qui, dalla recente debacle elettorale del Pd, che Prodi prende le mosse per sferrare un attacco a tutto campo contro i suoi nemici storici all'interno del partito che egli ha contribuito a fondare. Lo fa con una lettera al Messaggero - giornale di cui è editorialista - nella quale, senza tanti giri di parole, afferma che «il risultato delle elezioni è stato inferiore alle attese e la comune interpretazione di questo risultato è che la struttura del partito stesso sia diventata fortemente autoreferenziale, con rapporti troppo deboli con il territorio e con i problemi quotidiani degli italiani, messi in secondo piano dai ristretti obiettivi dei dirigenti e delle correnti». Un'interpretazione, questa, evidentemente fatta propria dal Professore. Che infatti parte proprio da essa per avanzare la sua proposta per una profonda riforma organizzativa del Pd, che prevede, in sostanza, l'azzeramento senza se e senza ma dell'attuale classe dirigente e l'elezione tramite primarie di venti segretari regionali che andrebbero poi a costituire l'esecutivo nazionale del partito. Spetterebbe quindi a questi venti coordinatori regionali il compito di «eleggere il segretario nazionale», «decidere sulle grandi strategie politiche del partito» e «le candidature per le rappresentanze parlamentari».
E' dunque una rivoluzione in piena regola quella invocata da Prodi dalle colonne del Messaggero. Una rivoluzione che però ha il sapore più di una resa dei conti interna che di una genuina proposta (cioè avanzata senza secondi fini) per ridare slancio al maggior partito d'opposizione. Gli indizi che suggeriscono una tale lettura delle parole del fondatore dell'Ulivo sono contenuti nelle durissime espressioni che egli dedica ai notabili del Pd. Parla infatti della necessità di «cancellare gli organi nazionali che si sono dimostrati inefficaci», invoca per il futuro l'esclusione dall'esecutivo del partito delle «infinite code di benemeriti e aventi diritto, compresi gli ex segretari e gli ex presidenti del Consiglio». Ogni malcelato riferimento a Veltroni e D'Alema non è puramente casuale. E Bersani? Sembra essercene anche per lui quando il Professore scrive, in riferimento all'attuale discussione sulle riforme istituzionali, che «non si può continuare con dibattiti senza fine nei quali si ritorna sempre al punto di partenza e ogni decisione viene sentita come provvisoria, per cui, ad esempio, dopo aver optato per il cancellierato si ritorna al semipresidenzialismo e dal semipresidenzialismo si finisce con la scelta di non cambiare nulla».
Insomma, «gl'è tutto da rifare», come avrebbe detto il grande Gino Bartali. Peccato soltanto che a invocare il rinnovamento sia uno dei protagonisti - se non il principale - della non certo esaltante stagione che ha portato al declino del centrosinistra italiano e del suo partito-guida. Prodi, in sostanza, non si può certo chiamare fuori dalla scena che lui stesso ha contribuito a creare da quindici anni a questa parte. Perciò, alla fine, l'impressione è che in ballo vi siano soltanto rivendicazioni personali, regolamenti di conti interni e, come accennato in precedenza, vendette servite a freddo al momento opportuno, cogliendo la palla al balzo di una sconfitta elettorale. Tant'è vero che il Professore non avanza nuove proposte programmatiche da sottoporre all'attenzione degli italiani, non suggerisce - come invece sarebbe auspicabile - nuove idee per il governo del paese. Si concentra unicamente sull'organizzazione interna del Pd, cioè su un aspetto di scarsissimo interesse per i cittadini, e lancia frecce avvelenate contro i suoi detrattori di un tempo. E questo la dice lunga sulle reali intenzioni di un leader deluso e tradito che si è seduto sulla sponda del fiume e attende il passaggio, elezione dopo elezione, del cadavere politico dei suoi amici-nemici.
Gianteo Bordero
Di sassolini da togliersi dalle scarpe Romano Prodi ne avrebbe parecchi. Unico leader della sinistra che sia stato in grado, negli ultimi quindici anni, di sconfiggere per due volte il centrodestra - seppur di misura e mettendo insieme coalizioni tanto larghe quanto politicamente fragili e incapaci di reggere alla prova del governo - egli ha oggi più di un motivo per servire il piatto freddo della vendetta a quei sedicenti alleati che, tanto nel 1998 quanto nel 2008, si adoperarono in tutti i modi per dargli il benservito. Il Professore lo può fare, come si suol dire, tenendo il coltello dalla parte del manico, visto che dopo la caduta del suo secondo esecutivo la gauche italiana è sprofondata in uno stato di crisi dal quale non sembra in grado di riemergere. E se è indubbio che all'origine di tale stato confusionale vi sia anche il malcontento generale per il modo con cui Prodi ha portato avanti la sua azione quando si trovava alla guida del centrosinistra, è altrettanto evidente che coloro che sono venuti dopo di lui non hanno certo brillato per capacità di visione politica e di proposta programmatica. Così l'ex presidente del Consiglio ha oggi buon gioco nel prendere di mira l'attuale classe dirigente del Partito Democratico, tanto più dopo il deludente risultato ottenuto alle Regionali del 28 e 29 marzo scorsi.
Ed è proprio da qui, dalla recente debacle elettorale del Pd, che Prodi prende le mosse per sferrare un attacco a tutto campo contro i suoi nemici storici all'interno del partito che egli ha contribuito a fondare. Lo fa con una lettera al Messaggero - giornale di cui è editorialista - nella quale, senza tanti giri di parole, afferma che «il risultato delle elezioni è stato inferiore alle attese e la comune interpretazione di questo risultato è che la struttura del partito stesso sia diventata fortemente autoreferenziale, con rapporti troppo deboli con il territorio e con i problemi quotidiani degli italiani, messi in secondo piano dai ristretti obiettivi dei dirigenti e delle correnti». Un'interpretazione, questa, evidentemente fatta propria dal Professore. Che infatti parte proprio da essa per avanzare la sua proposta per una profonda riforma organizzativa del Pd, che prevede, in sostanza, l'azzeramento senza se e senza ma dell'attuale classe dirigente e l'elezione tramite primarie di venti segretari regionali che andrebbero poi a costituire l'esecutivo nazionale del partito. Spetterebbe quindi a questi venti coordinatori regionali il compito di «eleggere il segretario nazionale», «decidere sulle grandi strategie politiche del partito» e «le candidature per le rappresentanze parlamentari».
E' dunque una rivoluzione in piena regola quella invocata da Prodi dalle colonne del Messaggero. Una rivoluzione che però ha il sapore più di una resa dei conti interna che di una genuina proposta (cioè avanzata senza secondi fini) per ridare slancio al maggior partito d'opposizione. Gli indizi che suggeriscono una tale lettura delle parole del fondatore dell'Ulivo sono contenuti nelle durissime espressioni che egli dedica ai notabili del Pd. Parla infatti della necessità di «cancellare gli organi nazionali che si sono dimostrati inefficaci», invoca per il futuro l'esclusione dall'esecutivo del partito delle «infinite code di benemeriti e aventi diritto, compresi gli ex segretari e gli ex presidenti del Consiglio». Ogni malcelato riferimento a Veltroni e D'Alema non è puramente casuale. E Bersani? Sembra essercene anche per lui quando il Professore scrive, in riferimento all'attuale discussione sulle riforme istituzionali, che «non si può continuare con dibattiti senza fine nei quali si ritorna sempre al punto di partenza e ogni decisione viene sentita come provvisoria, per cui, ad esempio, dopo aver optato per il cancellierato si ritorna al semipresidenzialismo e dal semipresidenzialismo si finisce con la scelta di non cambiare nulla».
Insomma, «gl'è tutto da rifare», come avrebbe detto il grande Gino Bartali. Peccato soltanto che a invocare il rinnovamento sia uno dei protagonisti - se non il principale - della non certo esaltante stagione che ha portato al declino del centrosinistra italiano e del suo partito-guida. Prodi, in sostanza, non si può certo chiamare fuori dalla scena che lui stesso ha contribuito a creare da quindici anni a questa parte. Perciò, alla fine, l'impressione è che in ballo vi siano soltanto rivendicazioni personali, regolamenti di conti interni e, come accennato in precedenza, vendette servite a freddo al momento opportuno, cogliendo la palla al balzo di una sconfitta elettorale. Tant'è vero che il Professore non avanza nuove proposte programmatiche da sottoporre all'attenzione degli italiani, non suggerisce - come invece sarebbe auspicabile - nuove idee per il governo del paese. Si concentra unicamente sull'organizzazione interna del Pd, cioè su un aspetto di scarsissimo interesse per i cittadini, e lancia frecce avvelenate contro i suoi detrattori di un tempo. E questo la dice lunga sulle reali intenzioni di un leader deluso e tradito che si è seduto sulla sponda del fiume e attende il passaggio, elezione dopo elezione, del cadavere politico dei suoi amici-nemici.
Gianteo Bordero
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giovedì 8 aprile 2010
PD, SE CI SEI BATTI UN COLPO
da Ragionpolitica.it dell'8 aprile 2010
Mentre la maggioranza, uscita rafforzata dall'esito del voto regionale, macina politica a pieno ritmo e mette in cantiere un grande progetto di riforme a tutto campo da realizzarsi negli ultimi tre anni di legislatura, il Partito Democratico sembra scomparso dalla scena. Pd, non pervenuto. Sarà per la delusione conseguente alle elezioni del 28 e 29 marzo scorsi; sarà perché Bersani e suoi hanno dovuto riporre ancora una volta nel cassetto il sogno della spallata a Berlusconi; sarà per l'emorragia di consensi registrata perfino nei tradizionali feudi rossi; sarà per lo stordimento di fronte alla ripresa in grande stile dell'iniziativa politica da parte dell'asse Pdl-Lega... Fatto sta che il maggior partito d'opposizione, da un po' di giorni a questa parte, è diventato quasi afono: qualche dichiarazione d'ufficio del segretario, il solito inconcludente dibattito interno, pochi titoli di giornale e per lo più relegati nelle pagine interne. Insomma, il Pd non fa più notizia. Forse perché la notizia non c'è.
Prima delle elezioni ragionali il partito di Bersani sembrava destinato, stando alle dichiarazioni dei suoi esponenti, a spaccare il mondo, a infliggere una pesante sconfitta al Cavaliere e a indebolirne così il governo, a riproporsi come il perno politico di una nuova alleanza di centrosinistra in grado di contendere allo schieramento avversario la vittoria alle elezioni generali del 2013. In realtà già questa era mera propaganda senza costrutto, perché sin dalla fase della definizione delle candidature per la guida delle Regioni il Pd non aveva certo brillato per capacità d'iniziativa e per autorevolezza nella conduzione del centrosinistra. Alcuni esempi: nel Lazio aveva di fatto subìto la candidatura della radicale Bonino, in Puglia aveva visto morire nella culla delle primarie il progetto dalemiano di un'alleanza con l'Udc di Casini e aveva dovuto ingoiare per la seconda volta la nomination di Vendola, in Calabria aveva tentennato fino all'ultimo sul da farsi, non riuscendo a trovare un accordo con l'Idv. Insomma, se queste erano le premesse, era oggettivamente difficile credere che le conseguenze sarebbero state diverse. Invece i dirigenti del Pd annunciavano giorni radiosi per le sorti del partito e della sinistra, parlavano - come usanza da dieci anni a questa parte - di imminente declino del berlusconismo, pronosticavano un ampio malcontento dell'elettorato di centrodestra nei confronti del governo, e via profetizzando...
Per un verso era quindi inevitabile che dopo una smentita così clamorosa delle loro previsioni e dei loro vaticini gli illuminati del Pd si rinchiudessero silenti nelle «secrete stanze» del Nazareno per tentare di metabolizzare la sconfitta e di trovare una plausibile spiegazione ad essa. Per un altro verso, però, l'atteggiamento mostrato in questi giorni dai vertici democratici (da ultimo i tentennamenti a proposito del dialogo con la maggioranza sulle riforme, con dichiarazioni tutte all'insegna del «sì, però», «ma», «forse», «vedremo», «chi lo sa», ecc..) deve far riflettere sullo stato di crisi permanente di un partito che, nonostante i ripetuti cambi di leadership, gli annunci di rinnovamento, di nuove stagioni e di svolte epocali, non riesce ad esprimere nulla che assomigli - neanche lontanamente - a una linea politica degna di tal nome, a una strategia capace di rendere competitivo il centrosinistra sul piano dei programmi e delle proposte andando oltre l'antiberlusconismo di maniera, a un progetto di ampio respiro che riparta dal rapporto col territorio per mettersi in sintonia con le esigenze del paese.
Così, col Pd in stato comatoso, il campo è sgombro per le scorribande dei vari Di Pietro, Vendola, Grillo, che possono tranquillamente andare a caccia di voti in libera uscita da un partito senza idee, senza coraggio, senza prospettive. Se Bersani pensava di ottenere dalle regionali la conferma della possibilità di rifare una grande Unione di centrosinistra sotto la regia democratica e in chiave anti-Cavaliere, ha sbagliato i suoi conti. Non soltanto perché - vedi il caso Piemonte - anche la riedizione della formula prodiana potrebbe non essere sufficiente a vincere, ma anche e soprattutto perché i suoi sedicenti alleati hanno ben compreso che le loro fortune presenti e future dipendono dalle sfortune del Pd, cioè dal suo progressivo indebolimento e cedimento strutturale. Oggi il segretario del Partito Democratico ha un'occasione d'oro per uscire dalle sabbie mobili: sedersi senza indugi al tavolo delle riforme con la maggioranza e diventare co-protagonista del cambiamento delle istituzioni e dell'ammodernamento dello Stato. Se sceglierà la strada opposta, condannerà se stesso e il Pd alla definitiva irrilevanza politica, aprendo la via alla dissoluzione finale del partito. E' l'ultima chiamata.
Gianteo Bordero
Mentre la maggioranza, uscita rafforzata dall'esito del voto regionale, macina politica a pieno ritmo e mette in cantiere un grande progetto di riforme a tutto campo da realizzarsi negli ultimi tre anni di legislatura, il Partito Democratico sembra scomparso dalla scena. Pd, non pervenuto. Sarà per la delusione conseguente alle elezioni del 28 e 29 marzo scorsi; sarà perché Bersani e suoi hanno dovuto riporre ancora una volta nel cassetto il sogno della spallata a Berlusconi; sarà per l'emorragia di consensi registrata perfino nei tradizionali feudi rossi; sarà per lo stordimento di fronte alla ripresa in grande stile dell'iniziativa politica da parte dell'asse Pdl-Lega... Fatto sta che il maggior partito d'opposizione, da un po' di giorni a questa parte, è diventato quasi afono: qualche dichiarazione d'ufficio del segretario, il solito inconcludente dibattito interno, pochi titoli di giornale e per lo più relegati nelle pagine interne. Insomma, il Pd non fa più notizia. Forse perché la notizia non c'è.
Prima delle elezioni ragionali il partito di Bersani sembrava destinato, stando alle dichiarazioni dei suoi esponenti, a spaccare il mondo, a infliggere una pesante sconfitta al Cavaliere e a indebolirne così il governo, a riproporsi come il perno politico di una nuova alleanza di centrosinistra in grado di contendere allo schieramento avversario la vittoria alle elezioni generali del 2013. In realtà già questa era mera propaganda senza costrutto, perché sin dalla fase della definizione delle candidature per la guida delle Regioni il Pd non aveva certo brillato per capacità d'iniziativa e per autorevolezza nella conduzione del centrosinistra. Alcuni esempi: nel Lazio aveva di fatto subìto la candidatura della radicale Bonino, in Puglia aveva visto morire nella culla delle primarie il progetto dalemiano di un'alleanza con l'Udc di Casini e aveva dovuto ingoiare per la seconda volta la nomination di Vendola, in Calabria aveva tentennato fino all'ultimo sul da farsi, non riuscendo a trovare un accordo con l'Idv. Insomma, se queste erano le premesse, era oggettivamente difficile credere che le conseguenze sarebbero state diverse. Invece i dirigenti del Pd annunciavano giorni radiosi per le sorti del partito e della sinistra, parlavano - come usanza da dieci anni a questa parte - di imminente declino del berlusconismo, pronosticavano un ampio malcontento dell'elettorato di centrodestra nei confronti del governo, e via profetizzando...
Per un verso era quindi inevitabile che dopo una smentita così clamorosa delle loro previsioni e dei loro vaticini gli illuminati del Pd si rinchiudessero silenti nelle «secrete stanze» del Nazareno per tentare di metabolizzare la sconfitta e di trovare una plausibile spiegazione ad essa. Per un altro verso, però, l'atteggiamento mostrato in questi giorni dai vertici democratici (da ultimo i tentennamenti a proposito del dialogo con la maggioranza sulle riforme, con dichiarazioni tutte all'insegna del «sì, però», «ma», «forse», «vedremo», «chi lo sa», ecc..) deve far riflettere sullo stato di crisi permanente di un partito che, nonostante i ripetuti cambi di leadership, gli annunci di rinnovamento, di nuove stagioni e di svolte epocali, non riesce ad esprimere nulla che assomigli - neanche lontanamente - a una linea politica degna di tal nome, a una strategia capace di rendere competitivo il centrosinistra sul piano dei programmi e delle proposte andando oltre l'antiberlusconismo di maniera, a un progetto di ampio respiro che riparta dal rapporto col territorio per mettersi in sintonia con le esigenze del paese.
Così, col Pd in stato comatoso, il campo è sgombro per le scorribande dei vari Di Pietro, Vendola, Grillo, che possono tranquillamente andare a caccia di voti in libera uscita da un partito senza idee, senza coraggio, senza prospettive. Se Bersani pensava di ottenere dalle regionali la conferma della possibilità di rifare una grande Unione di centrosinistra sotto la regia democratica e in chiave anti-Cavaliere, ha sbagliato i suoi conti. Non soltanto perché - vedi il caso Piemonte - anche la riedizione della formula prodiana potrebbe non essere sufficiente a vincere, ma anche e soprattutto perché i suoi sedicenti alleati hanno ben compreso che le loro fortune presenti e future dipendono dalle sfortune del Pd, cioè dal suo progressivo indebolimento e cedimento strutturale. Oggi il segretario del Partito Democratico ha un'occasione d'oro per uscire dalle sabbie mobili: sedersi senza indugi al tavolo delle riforme con la maggioranza e diventare co-protagonista del cambiamento delle istituzioni e dell'ammodernamento dello Stato. Se sceglierà la strada opposta, condannerà se stesso e il Pd alla definitiva irrilevanza politica, aprendo la via alla dissoluzione finale del partito. E' l'ultima chiamata.
Gianteo Bordero
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venerdì 12 marzo 2010
NUOVE ELEZIONI, VECCHIA SINISTRA
da Ragionpolitica.it del 12 marzo 2010
Arriva il Csm con la condanna delle dichiarazioni di Berlusconi sui magistrati. Arriva (così scrive Il Fatto quotidiano) la Procura di Trani con una nuova inchiesta a carico del Cavaliere. E arriva la piazza per denunciare l'attentato alla democrazia che l'uomo di Arcore starebbe mettendo in atto. Come al solito, alla vigilia di ogni elezione, la sinistra politica, mediatica e giudiziaria non si fa mancare proprio nulla per tentare di sovvertire l'esito del voto, nella convinzione di poter azzoppare il leader del Popolo della Libertà e sottrarre così consensi alla coalizione di centrodestra. E' una strategia che in questi ultimi sedici anni non ha prodotto alcunché di significativo, e che anzi si è ritorta contro coloro che l'hanno studiata e attuata con certosina meticolosità: i partiti del centrosinistra sono nelle condizioni che tutti oggi possono vedere, privi di slancio riformatore, di idee e di programmi degni di tal nome; la magistratura registra anch'essa, da lunga pezza, un forte calo di fiducia da parte dei cittadini, i quali vorrebbero vedere, al posto dell'accanimento contro Berlusconi, un sistema giudiziario che funzionasse in modo decente, con tempi certi e processi giusti; i giornali e le trasmissioni gauchiste, infine, ridotti ormai a cucine che sfornano ogni giorno lo stesso piatto condito dai soliti presunti scoop contro il premier, sono diventati una nicchia in cui cercano rifugio elettori di sinistra delusi dai loro rappresentanti politici, una valvola di sfogo per ritrovare le parole e riascoltare i dogmi dell'antiberlusconismo militante.
Nonostante ciò, ogni volta che s'approssima un appuntamento elettorale va in scena lo stesso deprimente spettacolo, si alza il medesimo polverone, si respira il solito acre odore proveniente dalle centrali ideologiche della sinistra italiana, o meglio di quel che resta della sinistra italiana. Perché quando uno schieramento è costretto a ricorrere esclusivamente a strumenti extra politici per tentare di strappare qualche voto alla coalizione avversaria, significa che i suoi partiti ed i loro dirigenti con la Politica hanno chiuso da un bel po'. Tant'è vero che tutto fa brodo pur di non parlare di programmi, di progetti, insomma di tutto ciò che davvero può interessare ai cittadini in occasione di un'elezione. In questo modo l'unico punto programmatico rimane sempre quello: annientare il nemico, spazzare via il dittatore, cacciare l'usurpatore. Tutto così da ormai più di tre lustri, da Occhetto fino a Bersani, passando per Prodi, D'Alema, Rutelli, Veltroni, Franceschini - facce intercambiabili della stessa medaglia, cuochi diversi per la medesima zuppa.
La sinistra non ha dunque saputo trarre alcuna lezione dal suo travagliato percorso di questi sedici anni: ha continuato ostinatamente a suonare lo stesso spartito e continua a suonarlo anche oggi, dopo che gli italiani hanno mostrato in maniera chiara che non è quella la musica che vorrebbero sentire le loro orecchie. Eppure ogni volta i dirigenti della gauche sperano che sia la volta buona, che l'attacco concentrico a Berlusconi funzioni, produca i suoi effetti e mandi a casa il Cavaliere. Il quale, invece, il giorno dopo ogni tornata elettorale, quando si dirada la polvere sollevata dal circo mediatico-giudiziario e parlano soltanto i numeri delle urne, si riaffaccia sulla scena come il vincitore, come il più amato dagli italiani, come il leader che i cittadini vogliono alla guida del paese. Certo, tutto questo è logorante per la sinistra, ma fino a quando essa continuerà a rimandare a data da destinarsi il momento di un serio e coraggioso ripensamento di se stessa, del suo modo di concepire il paese e di porsi di fronte agli elettori, non ci sarà trippa per gatti. Ed avrà sempre il sopravvento, nei leader delle varie Unioni, Ulivi, Grandi Alleanze Democratiche, la tentazione di vincere a tavolino. O con l'aiuto delle inchieste. O cavalcando qualche scandalo che continuerà a sciogliersi come neve al sole.
Gianteo Bordero
Arriva il Csm con la condanna delle dichiarazioni di Berlusconi sui magistrati. Arriva (così scrive Il Fatto quotidiano) la Procura di Trani con una nuova inchiesta a carico del Cavaliere. E arriva la piazza per denunciare l'attentato alla democrazia che l'uomo di Arcore starebbe mettendo in atto. Come al solito, alla vigilia di ogni elezione, la sinistra politica, mediatica e giudiziaria non si fa mancare proprio nulla per tentare di sovvertire l'esito del voto, nella convinzione di poter azzoppare il leader del Popolo della Libertà e sottrarre così consensi alla coalizione di centrodestra. E' una strategia che in questi ultimi sedici anni non ha prodotto alcunché di significativo, e che anzi si è ritorta contro coloro che l'hanno studiata e attuata con certosina meticolosità: i partiti del centrosinistra sono nelle condizioni che tutti oggi possono vedere, privi di slancio riformatore, di idee e di programmi degni di tal nome; la magistratura registra anch'essa, da lunga pezza, un forte calo di fiducia da parte dei cittadini, i quali vorrebbero vedere, al posto dell'accanimento contro Berlusconi, un sistema giudiziario che funzionasse in modo decente, con tempi certi e processi giusti; i giornali e le trasmissioni gauchiste, infine, ridotti ormai a cucine che sfornano ogni giorno lo stesso piatto condito dai soliti presunti scoop contro il premier, sono diventati una nicchia in cui cercano rifugio elettori di sinistra delusi dai loro rappresentanti politici, una valvola di sfogo per ritrovare le parole e riascoltare i dogmi dell'antiberlusconismo militante.
Nonostante ciò, ogni volta che s'approssima un appuntamento elettorale va in scena lo stesso deprimente spettacolo, si alza il medesimo polverone, si respira il solito acre odore proveniente dalle centrali ideologiche della sinistra italiana, o meglio di quel che resta della sinistra italiana. Perché quando uno schieramento è costretto a ricorrere esclusivamente a strumenti extra politici per tentare di strappare qualche voto alla coalizione avversaria, significa che i suoi partiti ed i loro dirigenti con la Politica hanno chiuso da un bel po'. Tant'è vero che tutto fa brodo pur di non parlare di programmi, di progetti, insomma di tutto ciò che davvero può interessare ai cittadini in occasione di un'elezione. In questo modo l'unico punto programmatico rimane sempre quello: annientare il nemico, spazzare via il dittatore, cacciare l'usurpatore. Tutto così da ormai più di tre lustri, da Occhetto fino a Bersani, passando per Prodi, D'Alema, Rutelli, Veltroni, Franceschini - facce intercambiabili della stessa medaglia, cuochi diversi per la medesima zuppa.
La sinistra non ha dunque saputo trarre alcuna lezione dal suo travagliato percorso di questi sedici anni: ha continuato ostinatamente a suonare lo stesso spartito e continua a suonarlo anche oggi, dopo che gli italiani hanno mostrato in maniera chiara che non è quella la musica che vorrebbero sentire le loro orecchie. Eppure ogni volta i dirigenti della gauche sperano che sia la volta buona, che l'attacco concentrico a Berlusconi funzioni, produca i suoi effetti e mandi a casa il Cavaliere. Il quale, invece, il giorno dopo ogni tornata elettorale, quando si dirada la polvere sollevata dal circo mediatico-giudiziario e parlano soltanto i numeri delle urne, si riaffaccia sulla scena come il vincitore, come il più amato dagli italiani, come il leader che i cittadini vogliono alla guida del paese. Certo, tutto questo è logorante per la sinistra, ma fino a quando essa continuerà a rimandare a data da destinarsi il momento di un serio e coraggioso ripensamento di se stessa, del suo modo di concepire il paese e di porsi di fronte agli elettori, non ci sarà trippa per gatti. Ed avrà sempre il sopravvento, nei leader delle varie Unioni, Ulivi, Grandi Alleanze Democratiche, la tentazione di vincere a tavolino. O con l'aiuto delle inchieste. O cavalcando qualche scandalo che continuerà a sciogliersi come neve al sole.
Gianteo Bordero
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mercoledì 10 marzo 2010
IL DISASTRO POLITICO DEL PD
da Ragionpolitica.it del 10 marzo 2010
Che il Partito Democratico sia «ammanettato a Di Pietro», come ha affermato qualche giorno fa il presidente del Consiglio, è confermato in pieno dalle sue ultime mosse. Due su tutte: la decisione di seguire l'ex pm nella protesta di piazza contro il decreto interpretativo della legge elettorale varato dal governo venerdì scorso e la scelta di imboccare la strada dell'ostruzionismo parlamentare, con la presentazione di 1700 emendamenti al disegno di legge sul legittimo impedimento - cosa che ha di fatto obbligato l'esecutivo ad apporre la questione di fiducia sul provvedimento al Senato. Cade così definitivamente la maschera «riformista» con la quale Bersani si era presentato al momento del suo insediamento alla guida del Pd, annunciando la chiusura della stagione dell'antiberlusconismo fine a se stesso portato avanti da Dario Franceschini. E, contestualmente, appare con chiarezza il vero volto di un partito che a tutt'oggi non riesce ad avere altra ragione sociale oltre all'avversione preconcetta, rancorosa ed in sostanza pre-politica all'uomo di Arcore.
Stante dunque la completa assenza di serie proposte programmatiche, che ha come prima conseguenza quella di rendere impossibile un confronto costruttivo con la maggioranza sul merito dei provvedimenti, è inevitabile che il Partito Democratico finisca schiacciato nella morsa del leader dell'Idv, che persegue con imperturbabile costanza la sua linea di delegittimazione totale del premier, gridando un giorno sì e l'altro pure al ritorno del fascismo nel nostro paese e denunciando una improbabile reincarnazione del Duce nel corpo del Cavaliere. Come ha osservato Vittorio Macioce su Il Giornale del 9 marzo, oggi «tutta la politica di questa magnifica opposizione si riduce a tre parole: piazza, tribunali e ostruzionismo».
Il problema, per il Pd, è che nella gara a chi è più antiberlusconiano, a chi riesce a intercettare quella fetta di elettorato convinta che il presidente del Consiglio rappresenti l'esatto contrario della democrazia e sia quindi un cancro da estirpare per salvaguardare le regole costituzionali a fondamento della Repubblica, sarà sempre più bravo e più credibile Di Pietro, che almeno ha il merito - se così possiamo chiamarlo - di non mostrarsi ondivago e incerto, agli occhi dell'opinione pubblica, nella caccia al dittatore e ai suoi complici più o meno occulti. Per questo, ad esempio, l'ex pm ha ragione - ovviamente dal suo punto di vista - quando denuncia l'ipocrisia del Partito Democratico nella vicenda della critica al decreto legge elettorale varato dal governo e firmato dal presidente della Repubblica: se di «attentato alla democrazia e alla Costituzione» si tratta - ragiona il leader dell'Idv - è chiaro che pesanti responsabilità per l'accaduto debbono essere attribuite anche al capo dello Stato. Tanto più che egli non soltanto ha dato il suo via libera al provvedimento governativo, ma ha anche spiegato pubblicamente, con una lettera su internet, le ragioni che lo hanno spinto a compiere tale gesto. Stracciandosi le vesti per il decreto ma tenendo fuori dalle polemiche l'inquilino del Colle, il Pd si arrampica sugli specchi e dimostra, infine, di non essere credibile né quando annuncia svolte epocali rispetto al suo atavico antiberlusconismo, né quando prova a battere Di Pietro sul terreno della contestazione radicale del Cavaliere.
Insomma, un vero disastro politico, che oggi il partito di Bersani tenta di nascondere in tutti i modi possibili, anche cavalcando in maniera a dir poco irresponsabile la vicenda della mancata ammissione della lista del Pdl nella provincia di Roma, come se correre in queste condizioni rappresentasse una vittoria della democrazia e garantisse il diritto dei cittadini di scegliere coloro dai quali vogliono essere governati. Come spiegare tale atteggiamento del Partito Democratico? «La speranza, o l'illusione, della classe dirigente del Pd - ha scritto ancora Macioce - è tornare al 1994, chiudere in una parentesi il berlusconismo e ricominciare da capo. È chiaramente una follia umana e politica, ma ha finito per condizionare il Dna della sinistra, la sua cultura, i suoi orizzonti, la sua visione del mondo. Questa è una sinistra che da quasi vent'anni non produce nulla di nuovo ed è impermeabile a tutto». Una sinistra, dunque, che da più di tre lustri è ferma al punto di partenza, priva di vitalità, prigioniera di un vuoto politico ed esistenziale che fa tornare alla mente le parole di Dino Buzzati nel Deserto dei Tartari: «Guai se potesse vedere se stesso, come sarà un giorno, là dove la strada finisce, fermo sulla riva del mare di piombo, sotto un cielo grigio e uniforme e intorno né una casa né un uomo né un albero, neanche un filo d'erba, tutto così da immemorabile tempo».
Gianteo Bordero
Che il Partito Democratico sia «ammanettato a Di Pietro», come ha affermato qualche giorno fa il presidente del Consiglio, è confermato in pieno dalle sue ultime mosse. Due su tutte: la decisione di seguire l'ex pm nella protesta di piazza contro il decreto interpretativo della legge elettorale varato dal governo venerdì scorso e la scelta di imboccare la strada dell'ostruzionismo parlamentare, con la presentazione di 1700 emendamenti al disegno di legge sul legittimo impedimento - cosa che ha di fatto obbligato l'esecutivo ad apporre la questione di fiducia sul provvedimento al Senato. Cade così definitivamente la maschera «riformista» con la quale Bersani si era presentato al momento del suo insediamento alla guida del Pd, annunciando la chiusura della stagione dell'antiberlusconismo fine a se stesso portato avanti da Dario Franceschini. E, contestualmente, appare con chiarezza il vero volto di un partito che a tutt'oggi non riesce ad avere altra ragione sociale oltre all'avversione preconcetta, rancorosa ed in sostanza pre-politica all'uomo di Arcore.
Stante dunque la completa assenza di serie proposte programmatiche, che ha come prima conseguenza quella di rendere impossibile un confronto costruttivo con la maggioranza sul merito dei provvedimenti, è inevitabile che il Partito Democratico finisca schiacciato nella morsa del leader dell'Idv, che persegue con imperturbabile costanza la sua linea di delegittimazione totale del premier, gridando un giorno sì e l'altro pure al ritorno del fascismo nel nostro paese e denunciando una improbabile reincarnazione del Duce nel corpo del Cavaliere. Come ha osservato Vittorio Macioce su Il Giornale del 9 marzo, oggi «tutta la politica di questa magnifica opposizione si riduce a tre parole: piazza, tribunali e ostruzionismo».
Il problema, per il Pd, è che nella gara a chi è più antiberlusconiano, a chi riesce a intercettare quella fetta di elettorato convinta che il presidente del Consiglio rappresenti l'esatto contrario della democrazia e sia quindi un cancro da estirpare per salvaguardare le regole costituzionali a fondamento della Repubblica, sarà sempre più bravo e più credibile Di Pietro, che almeno ha il merito - se così possiamo chiamarlo - di non mostrarsi ondivago e incerto, agli occhi dell'opinione pubblica, nella caccia al dittatore e ai suoi complici più o meno occulti. Per questo, ad esempio, l'ex pm ha ragione - ovviamente dal suo punto di vista - quando denuncia l'ipocrisia del Partito Democratico nella vicenda della critica al decreto legge elettorale varato dal governo e firmato dal presidente della Repubblica: se di «attentato alla democrazia e alla Costituzione» si tratta - ragiona il leader dell'Idv - è chiaro che pesanti responsabilità per l'accaduto debbono essere attribuite anche al capo dello Stato. Tanto più che egli non soltanto ha dato il suo via libera al provvedimento governativo, ma ha anche spiegato pubblicamente, con una lettera su internet, le ragioni che lo hanno spinto a compiere tale gesto. Stracciandosi le vesti per il decreto ma tenendo fuori dalle polemiche l'inquilino del Colle, il Pd si arrampica sugli specchi e dimostra, infine, di non essere credibile né quando annuncia svolte epocali rispetto al suo atavico antiberlusconismo, né quando prova a battere Di Pietro sul terreno della contestazione radicale del Cavaliere.
Insomma, un vero disastro politico, che oggi il partito di Bersani tenta di nascondere in tutti i modi possibili, anche cavalcando in maniera a dir poco irresponsabile la vicenda della mancata ammissione della lista del Pdl nella provincia di Roma, come se correre in queste condizioni rappresentasse una vittoria della democrazia e garantisse il diritto dei cittadini di scegliere coloro dai quali vogliono essere governati. Come spiegare tale atteggiamento del Partito Democratico? «La speranza, o l'illusione, della classe dirigente del Pd - ha scritto ancora Macioce - è tornare al 1994, chiudere in una parentesi il berlusconismo e ricominciare da capo. È chiaramente una follia umana e politica, ma ha finito per condizionare il Dna della sinistra, la sua cultura, i suoi orizzonti, la sua visione del mondo. Questa è una sinistra che da quasi vent'anni non produce nulla di nuovo ed è impermeabile a tutto». Una sinistra, dunque, che da più di tre lustri è ferma al punto di partenza, priva di vitalità, prigioniera di un vuoto politico ed esistenziale che fa tornare alla mente le parole di Dino Buzzati nel Deserto dei Tartari: «Guai se potesse vedere se stesso, come sarà un giorno, là dove la strada finisce, fermo sulla riva del mare di piombo, sotto un cielo grigio e uniforme e intorno né una casa né un uomo né un albero, neanche un filo d'erba, tutto così da immemorabile tempo».
Gianteo Bordero
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lunedì 1 marzo 2010
IL PD IN VIOLA
da Ragionpolitica.it del 1° marzo 2010
Commentando l'adesione del Pd alla manifestazione del cosiddetto «popolo viola» svoltasi sabato a Roma, Maria Teresa Meli ha scritto sul Corriere della Sera (28 febbraio) che «il Partito Democratico sotto elezioni riscopre l'antiberlusconismo». In realtà, non si tratta di una riscoperta, bensì dell'emersione di un sentimento che non ha mai cessato, da sedici anni a questa parte, di battere forte nel cuore e nella mente dei rappresentanti del centrosinistra italiano. Un sentimento che ne ha caratterizzato e ne caratterizza ancora oggi le scelte strategiche di fondo, come quella di tentare di rimettere in piedi una larga alleanza che vada da Rutelli e Casini fino alla sinistra di Vendola, unicamente nel nome della cacciata del Cavaliere, senza alcun comune denominatore programmatico e politico degno di tal nome.
Del resto, bastava leggere gli slogan che campeggiavano sugli striscioni di piazza del Popolo per capire che la «nuova opposizione» a Berlusconi - se così possiamo chiamarla - è ancora una volta tenuta insieme soltanto dall'odio, dal disprezzo e dal rancore nei confronti del presidente del Consiglio, dipinto alla stregua di un incallito criminale e descritto dal solito Di Pietro come capo di un governo «fascista e piduista». Il sogno del «popolo viola» e dei partiti presenti sabato all'adunata romana, quindi anche del Pd, è uno soltanto, sempre lo stesso, ben rappresentato da numerosi cartelli issati dai manifestanti: vedere l'uomo di Arcore in ceppi, rinchiuso nelle patrie galere, costretto ai lavori forzati come il peggiore dei delinquenti.
«I have a dream», recitavano le gigantografie con la caricatura del premier con la divisa da carcerato, la palla al piede e la piccozza in spalla. Solo due anni fa lo stesso memorabile motto di Martin Luther King era stato usato per tutt'altri scopi dall'allora leader del Partito Democratico, Walter Veltroni, che al Lingotto di Torino, acclamato come il salvatore della patria dopo la disastrosa esperienza di governo dell'Unione prodiana, aveva provato a mettere fine alla stagione dell'antiberlusconismo ideologico e a tratteggiare una sinistra diversa, non più prigioniera della sua perenne ossessione ad personam e capace di proporre al paese un'agenda autenticamente e sanamente riformista. Sappiamo tutti com'è andato a finire quel tentativo. E la distanza che separa il progetto di una gauche italiana moderna e responsabile dalla situazione attuale è tutta in questo passaggio dall'«I have a dream» di Veltroni all'«I have a dream» della manifestazione di sabato: gli spiriti animali della sinistra hanno avuto la meglio sulla paziente tessitura politica, la pancia ha prevalso sulla ragione, il tornaconto immediato sulla prospettiva strategica, l'antipolitica sulla politica. E così sia.
Tutto ciò è avvenuto e avviene con l'assenso di un segretario come Pier Luigi Bersani, che solo pochi mesi fa aveva detto «no» all'adesione ufficiale del Partito Democratico al «No-B day» - la prima uscita del «popolo viola» - in nome di una opposizione diversa da quella condotta da Di Pietro. Sembrava un gesto coraggioso, quello di Bersani, che lasciava finalmente intravedere la possibilità di un'uscita del Pd dal giustizialismo duro e puro e di un confronto costruttivo tra centrodestra e centrosinistra sulle grandi questioni di interesse nazionale. E' bastato poco per capire che si trattava dell'ennesima dichiarazione di intenti a cui non avrebbe fatto seguito alcuna svolta politica concreta: tant'è vero che, pressato dalle scadenze elettorali, per mettere al sicuro innanzitutto la sua poltrona, il segretario del Pd si è premurato di stringere un patto di ferro con l'ex pm in vista delle ragionali, suggellando poi tale alleanza, con tanto di baci e abbracci a Tonino, durante il congresso dell'Idv.
Tutto ciò dimostra che, nella sostanza, non vi è alcuna «riscoperta» dell'antiberlusconismo, per il semplice fatto che non c'è mai stato un autentico, riscontrabile abbandono dello stesso da parte del partito post-comunista italiano. Come si è visto anche nel caso dell'inchiesta sulla Protezione Civile, con la richiesta di dimissioni di Bertolaso giocata da Bersani come carta contro il governo, alla fine nel Pd prevale sempre il richiamo della foresta giustizialista e anti-Cavaliere. E' la memoria degli anni di Mani Pulite che si fa sentire, è la stessa ragione sociale degli eredi del Pci nella Seconda Repubblica che reclama il suo spazio, condizionandone ogni mossa, ogni pensiero, ogni scelta strategica.
Gianteo Bordero
Commentando l'adesione del Pd alla manifestazione del cosiddetto «popolo viola» svoltasi sabato a Roma, Maria Teresa Meli ha scritto sul Corriere della Sera (28 febbraio) che «il Partito Democratico sotto elezioni riscopre l'antiberlusconismo». In realtà, non si tratta di una riscoperta, bensì dell'emersione di un sentimento che non ha mai cessato, da sedici anni a questa parte, di battere forte nel cuore e nella mente dei rappresentanti del centrosinistra italiano. Un sentimento che ne ha caratterizzato e ne caratterizza ancora oggi le scelte strategiche di fondo, come quella di tentare di rimettere in piedi una larga alleanza che vada da Rutelli e Casini fino alla sinistra di Vendola, unicamente nel nome della cacciata del Cavaliere, senza alcun comune denominatore programmatico e politico degno di tal nome.
Del resto, bastava leggere gli slogan che campeggiavano sugli striscioni di piazza del Popolo per capire che la «nuova opposizione» a Berlusconi - se così possiamo chiamarla - è ancora una volta tenuta insieme soltanto dall'odio, dal disprezzo e dal rancore nei confronti del presidente del Consiglio, dipinto alla stregua di un incallito criminale e descritto dal solito Di Pietro come capo di un governo «fascista e piduista». Il sogno del «popolo viola» e dei partiti presenti sabato all'adunata romana, quindi anche del Pd, è uno soltanto, sempre lo stesso, ben rappresentato da numerosi cartelli issati dai manifestanti: vedere l'uomo di Arcore in ceppi, rinchiuso nelle patrie galere, costretto ai lavori forzati come il peggiore dei delinquenti.
«I have a dream», recitavano le gigantografie con la caricatura del premier con la divisa da carcerato, la palla al piede e la piccozza in spalla. Solo due anni fa lo stesso memorabile motto di Martin Luther King era stato usato per tutt'altri scopi dall'allora leader del Partito Democratico, Walter Veltroni, che al Lingotto di Torino, acclamato come il salvatore della patria dopo la disastrosa esperienza di governo dell'Unione prodiana, aveva provato a mettere fine alla stagione dell'antiberlusconismo ideologico e a tratteggiare una sinistra diversa, non più prigioniera della sua perenne ossessione ad personam e capace di proporre al paese un'agenda autenticamente e sanamente riformista. Sappiamo tutti com'è andato a finire quel tentativo. E la distanza che separa il progetto di una gauche italiana moderna e responsabile dalla situazione attuale è tutta in questo passaggio dall'«I have a dream» di Veltroni all'«I have a dream» della manifestazione di sabato: gli spiriti animali della sinistra hanno avuto la meglio sulla paziente tessitura politica, la pancia ha prevalso sulla ragione, il tornaconto immediato sulla prospettiva strategica, l'antipolitica sulla politica. E così sia.
Tutto ciò è avvenuto e avviene con l'assenso di un segretario come Pier Luigi Bersani, che solo pochi mesi fa aveva detto «no» all'adesione ufficiale del Partito Democratico al «No-B day» - la prima uscita del «popolo viola» - in nome di una opposizione diversa da quella condotta da Di Pietro. Sembrava un gesto coraggioso, quello di Bersani, che lasciava finalmente intravedere la possibilità di un'uscita del Pd dal giustizialismo duro e puro e di un confronto costruttivo tra centrodestra e centrosinistra sulle grandi questioni di interesse nazionale. E' bastato poco per capire che si trattava dell'ennesima dichiarazione di intenti a cui non avrebbe fatto seguito alcuna svolta politica concreta: tant'è vero che, pressato dalle scadenze elettorali, per mettere al sicuro innanzitutto la sua poltrona, il segretario del Pd si è premurato di stringere un patto di ferro con l'ex pm in vista delle ragionali, suggellando poi tale alleanza, con tanto di baci e abbracci a Tonino, durante il congresso dell'Idv.
Tutto ciò dimostra che, nella sostanza, non vi è alcuna «riscoperta» dell'antiberlusconismo, per il semplice fatto che non c'è mai stato un autentico, riscontrabile abbandono dello stesso da parte del partito post-comunista italiano. Come si è visto anche nel caso dell'inchiesta sulla Protezione Civile, con la richiesta di dimissioni di Bertolaso giocata da Bersani come carta contro il governo, alla fine nel Pd prevale sempre il richiamo della foresta giustizialista e anti-Cavaliere. E' la memoria degli anni di Mani Pulite che si fa sentire, è la stessa ragione sociale degli eredi del Pci nella Seconda Repubblica che reclama il suo spazio, condizionandone ogni mossa, ogni pensiero, ogni scelta strategica.
Gianteo Bordero
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giovedì 25 febbraio 2010
SESTRI LEVANTE. IL CENTROSINISTRA DICE “NO” ALL’INTITOLAZIONE DI UNA VIA CITTADINA IN RICORDO DELLA CADUTA DEL MURO DI BERLINO
CONSIGLIO COMUNALE DI SESTRI LEVANTE
GRUPPO CONSILIARE “IL POPOLO DELLA LIBERTA’ – LEGA NORD”
COMUNICATO STAMPA DEL 25 FEBBRAIO 2010
Nella seduta di Consiglio Comunale del 24 febbraio, la maggioranza di centrosinistra ha respinto un nostro ordine del giorno, presentato quattro mesi fa, con il quale chiedevamo l’intitolazione di una via, strada o piazza di Sestri Levante al 9 novembre, in ricordo del giorno della caduta del muro di Berlino. Altri Comuni liguri, di cui alcuni amministrati dal centrosinistra, un identico ordine del giorno lo avevano approvato quasi all’unanimità nei mesi scorsi.
Invece a Sestri succede, nel totale e imbarazzante silenzio della componente centrista della maggioranza, ormai ridotta ad un evidente stato di ininfluenza politica, che a dettare la linea siano i nostalgici del brutto tempo che fu: quegli esponenti post (?) comunisti del Partito Democratico che non hanno mai fatto i conti fino in fondo con la tragica storia dei regimi dell’Est europeo: una storia fatta di milioni di morti, di torture, soprusi di ogni genere, massacri, processi sommari, privazione delle più elementari libertà, miseria, negazione della dignità della persona. Una storia infame, una vergogna intollerabile per chiunque abbia a cuore il primato della persona e della sua libertà.
Ci aspettavamo di sentire dalla maggioranza consiliare qualche coraggiosa parola di verità storica. Una parola che, purtroppo, non è arrivata: evidentemente in alcuni consiglieri del centrosinistra pesa ancora il fatto di essere stati dalla parte sbagliata della storia per tanti anni, di aver visto sciogliersi come neve al sole - sotto la spinta dei popoli dell’Est e di grandi guide politiche e spirituali come il presidente americano Reagan e l’indimenticato Papa Giovanni Paolo II – quei regimi un tempo ritenuti dalla sinistra italiana un modello da imitare.
Il punto più basso della discussione è stato toccato quando il sindaco Lavarello è arrivato a mettere sullo stesso piano il muro di Berlino (simbolo dell’oppressione di un popolo intero e della totale negazione della libertà) e il muro costruito negli anni scorsi dallo Stato d’Israele ai confini con la Palestina (simbolo della difesa della vita e della libertà dei cittadini israeliani dagli attacchi terroristici dei kamikaze palestinesi nemici della vita e della libertà). In sostanza, dobbiamo dedurne che per il sindaco lo Stato d’Israele, democratico e liberale, è assimilabile al regime comunista della Germania Est, totalitario e comunista. Non ci sono veramente parole per commentare simili prese di posizione. Il centrosinistra, anzi la sinistra-centro di Sestri Levante ha perso un’altra occasione per dimostrare che ai tanti cambiamenti di nome (Pci-Pds-Ds-Pd) è corrisposto un reale cambiamento politico e culturale.
Gianteo Bordero (capogruppo)
Marco Conti
Giancarlo Stagnaro
GRUPPO CONSILIARE “IL POPOLO DELLA LIBERTA’ – LEGA NORD”
COMUNICATO STAMPA DEL 25 FEBBRAIO 2010
Nella seduta di Consiglio Comunale del 24 febbraio, la maggioranza di centrosinistra ha respinto un nostro ordine del giorno, presentato quattro mesi fa, con il quale chiedevamo l’intitolazione di una via, strada o piazza di Sestri Levante al 9 novembre, in ricordo del giorno della caduta del muro di Berlino. Altri Comuni liguri, di cui alcuni amministrati dal centrosinistra, un identico ordine del giorno lo avevano approvato quasi all’unanimità nei mesi scorsi.
Invece a Sestri succede, nel totale e imbarazzante silenzio della componente centrista della maggioranza, ormai ridotta ad un evidente stato di ininfluenza politica, che a dettare la linea siano i nostalgici del brutto tempo che fu: quegli esponenti post (?) comunisti del Partito Democratico che non hanno mai fatto i conti fino in fondo con la tragica storia dei regimi dell’Est europeo: una storia fatta di milioni di morti, di torture, soprusi di ogni genere, massacri, processi sommari, privazione delle più elementari libertà, miseria, negazione della dignità della persona. Una storia infame, una vergogna intollerabile per chiunque abbia a cuore il primato della persona e della sua libertà.
Ci aspettavamo di sentire dalla maggioranza consiliare qualche coraggiosa parola di verità storica. Una parola che, purtroppo, non è arrivata: evidentemente in alcuni consiglieri del centrosinistra pesa ancora il fatto di essere stati dalla parte sbagliata della storia per tanti anni, di aver visto sciogliersi come neve al sole - sotto la spinta dei popoli dell’Est e di grandi guide politiche e spirituali come il presidente americano Reagan e l’indimenticato Papa Giovanni Paolo II – quei regimi un tempo ritenuti dalla sinistra italiana un modello da imitare.
Il punto più basso della discussione è stato toccato quando il sindaco Lavarello è arrivato a mettere sullo stesso piano il muro di Berlino (simbolo dell’oppressione di un popolo intero e della totale negazione della libertà) e il muro costruito negli anni scorsi dallo Stato d’Israele ai confini con la Palestina (simbolo della difesa della vita e della libertà dei cittadini israeliani dagli attacchi terroristici dei kamikaze palestinesi nemici della vita e della libertà). In sostanza, dobbiamo dedurne che per il sindaco lo Stato d’Israele, democratico e liberale, è assimilabile al regime comunista della Germania Est, totalitario e comunista. Non ci sono veramente parole per commentare simili prese di posizione. Il centrosinistra, anzi la sinistra-centro di Sestri Levante ha perso un’altra occasione per dimostrare che ai tanti cambiamenti di nome (Pci-Pds-Ds-Pd) è corrisposto un reale cambiamento politico e culturale.
Gianteo Bordero (capogruppo)
Marco Conti
Giancarlo Stagnaro
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mercoledì 24 febbraio 2010
NON È UNA NUOVA TANGENTOPOLI. MA QUALCUNO VORREBBE CHE LO FOSSE
da Ragionpolitica.it del 24 febbraio 2010
Come hanno chiarito in questi giorni il presidente del Consiglio, il presidente della Camera e il presidente del Senato, non siamo in presenza di una nuova Tangentopoli: oggi il finanziamento ai partiti politici, non più strutturati in maniera capillare come ai tempi della Prima Repubblica, avviene essenzialmente attraverso il meccanismo del rimborso pubblico per le cosiddette «spese elettorali», e in parte attraverso erogazioni liberali, cioè donazioni private disciplinate dalla legge. Al di fuori di tutto ciò - per usare le parole del capogruppo del Pdl a Montecitorio, Fabrizio Cicchitto, «c'è solo affarismo o corruzioni individuali e di cordata». Punto e capo.
Eppure tira una brutta aria. Perché c'è chi - partiti d'opposizione, «grande stampa» antiberlusconiana, poteri non eletti più o meno forti - vorrebbe trasmettere al paese l'idea che siamo nuovamente di fronte ad un degrado e ad un malaffare politico sistemico, che coinvolgerebbe in primis chi attualmente tiene in mano le redini del governo. Giuseppe D'Avanzo, editorialista di punta de La Repubblica e storica bocca da fuoco contro il Cavaliere, lo dice a chiare lettere: «Siamo tornati al 1994. Con un salto all'indietro, siamo tornati alla casella di partenza». E ci vuol poco a immaginare di chi sia la colpa: se ogni limite etico è saltato - così pensa D'Avanzo - la responsabilità principale non può che essere di Berlusconi: «Il mito ideologico berlusconiano ha ritenuto le regole inutili o irrilevanti, soltanto legacci capaci di imbrigliare le energie vitali». E questo vale sia che si parli di corruzione politica e amministrativa sia che si parli di morale privata. Tant'è vero che fu lo stesso D'Avanzo a formulare le celeberrime «dieci domande» al premier sul caso Noemi.
Ma che dal giornale-partito di Scalfari e Mauro vengano certe battaglie al veleno e certe campagne di stampa non stupisce. E' la solita minestra riscaldata da sedici anni a questa parte. Discorso diverso è se a lanciarsi in invettive antigovernative qualunquiste e antipolitiche sono i rappresentanti dei poteri industriali e/o finanziari, o comunque espressione di un certo mondo «che conta». Si prenda, ad esempio, quanto ha dichiarato martedì il presidente della Fiat, Luca Cordero di Montezemolo, durante l'inaugurazione della Luiss School of Government di Roma. L'ex capo di Confindustria ha addossato sulla politica la responsabilità di «non aver fatto riforme adeguate per far funzionare la macchina dello Stato» anche per ciò che riguarda la Pubblica Amministrazione, invocando «un'azione più efficiente e trasparente». A stretto giro di posta è arrivata la replica del ministro Brunetta, ma resta il fatto che Montezemolo, proprio nel giorno degli arresti per l'affaire Fastweb e in un periodo di tempeste giudiziarie come quella sulla Protezione Civile, abbia sferrato un attacco che non poteva passare inosservato, e che senz'altro ha contribuito ad alzare la temperatura del dibattito pubblico e ad accreditare, in sostanza, l'idea di un sistema marcio sin nelle sue fondamenta, come ai tempi di Tangentopoli.
Sempre rimanendo in zona Montezemolo e affini, qualche perplessità la fa sorgere pure l'atteggiamento del Corriere della Sera a partire dal momento in cui è venuta a galla la notizia dell'inchiesta sugli appalti legati ai grandi eventi gestiti dalla Protezione Civile: il quotidiano di via Solferino ha cavalcato la vicenda, per diversi giorni, con titoloni d'apertura, paginate di intercettazioni, ricostruzioni e presunti retroscena, come negli anni ruggenti della Procura milanese. Ha dato spazio a interviste nelle quali l'idea che sia in corso una nuova Tangentopoli è stata ossessivamente ripetuta come un mantra. E che dire ancora, per altro verso, di Pier Ferdinando Casini, anch'egli oggi impegnato ad annunciare ai quattro venti che «ci sono troppi ladri in politica» e che «la questione morale è riesplosa, divenendo un'emergenza nazionale»?
Ora, nessuno nega i casi di corruzione e di malaffare. Ma i precedenti (Mani Pulite in primo luogo) chiederebbero maggiore cautela nell'emettere sentenze mediatiche che potrebbero poi essere clamorosamente smentite dai verdetti dei tribunali. Invece l'impressione è che si voglia buttare tutto, e sùbito, dentro il calderone della «questione morale» e delle «ruberie». E chi non si accoda rischia di passare per complice o difensore dei ladri. Perciò la domanda sorge spontanea: perché sta prendendo forma una concentrazione di forze politiche, di poteri economici e delle loro appendici editoriali, che sta soffiando sul fuoco delle polemiche? Forse per far divampare un altro grande incendio di sistema come negli anni 1992-93? Ed è casuale che determinate indagini siano venute a galla proprio in un periodo di campagna elettorale? E c'entra qualcosa il fatto che, dopo le regionali di fine marzo, per tre anni non vi saranno appuntamenti elettorali di rilievo e quindi, superato questo scoglio, il governo potrebbe avere una navigazione tranquilla? Speriamo di sbagliare, ma l'impressione è che qualcuno voglia giocare al massacro e punti al «tanto peggio, tanto meglio» per fare piazza pulita di quel che resta del primato della politica nel nostro paese, oggi rappresentato da Berlusconi, dal suo governo e dal movimento popolare che egli ha suscitato.
Gianteo Bordero
Come hanno chiarito in questi giorni il presidente del Consiglio, il presidente della Camera e il presidente del Senato, non siamo in presenza di una nuova Tangentopoli: oggi il finanziamento ai partiti politici, non più strutturati in maniera capillare come ai tempi della Prima Repubblica, avviene essenzialmente attraverso il meccanismo del rimborso pubblico per le cosiddette «spese elettorali», e in parte attraverso erogazioni liberali, cioè donazioni private disciplinate dalla legge. Al di fuori di tutto ciò - per usare le parole del capogruppo del Pdl a Montecitorio, Fabrizio Cicchitto, «c'è solo affarismo o corruzioni individuali e di cordata». Punto e capo.
Eppure tira una brutta aria. Perché c'è chi - partiti d'opposizione, «grande stampa» antiberlusconiana, poteri non eletti più o meno forti - vorrebbe trasmettere al paese l'idea che siamo nuovamente di fronte ad un degrado e ad un malaffare politico sistemico, che coinvolgerebbe in primis chi attualmente tiene in mano le redini del governo. Giuseppe D'Avanzo, editorialista di punta de La Repubblica e storica bocca da fuoco contro il Cavaliere, lo dice a chiare lettere: «Siamo tornati al 1994. Con un salto all'indietro, siamo tornati alla casella di partenza». E ci vuol poco a immaginare di chi sia la colpa: se ogni limite etico è saltato - così pensa D'Avanzo - la responsabilità principale non può che essere di Berlusconi: «Il mito ideologico berlusconiano ha ritenuto le regole inutili o irrilevanti, soltanto legacci capaci di imbrigliare le energie vitali». E questo vale sia che si parli di corruzione politica e amministrativa sia che si parli di morale privata. Tant'è vero che fu lo stesso D'Avanzo a formulare le celeberrime «dieci domande» al premier sul caso Noemi.
Ma che dal giornale-partito di Scalfari e Mauro vengano certe battaglie al veleno e certe campagne di stampa non stupisce. E' la solita minestra riscaldata da sedici anni a questa parte. Discorso diverso è se a lanciarsi in invettive antigovernative qualunquiste e antipolitiche sono i rappresentanti dei poteri industriali e/o finanziari, o comunque espressione di un certo mondo «che conta». Si prenda, ad esempio, quanto ha dichiarato martedì il presidente della Fiat, Luca Cordero di Montezemolo, durante l'inaugurazione della Luiss School of Government di Roma. L'ex capo di Confindustria ha addossato sulla politica la responsabilità di «non aver fatto riforme adeguate per far funzionare la macchina dello Stato» anche per ciò che riguarda la Pubblica Amministrazione, invocando «un'azione più efficiente e trasparente». A stretto giro di posta è arrivata la replica del ministro Brunetta, ma resta il fatto che Montezemolo, proprio nel giorno degli arresti per l'affaire Fastweb e in un periodo di tempeste giudiziarie come quella sulla Protezione Civile, abbia sferrato un attacco che non poteva passare inosservato, e che senz'altro ha contribuito ad alzare la temperatura del dibattito pubblico e ad accreditare, in sostanza, l'idea di un sistema marcio sin nelle sue fondamenta, come ai tempi di Tangentopoli.
Sempre rimanendo in zona Montezemolo e affini, qualche perplessità la fa sorgere pure l'atteggiamento del Corriere della Sera a partire dal momento in cui è venuta a galla la notizia dell'inchiesta sugli appalti legati ai grandi eventi gestiti dalla Protezione Civile: il quotidiano di via Solferino ha cavalcato la vicenda, per diversi giorni, con titoloni d'apertura, paginate di intercettazioni, ricostruzioni e presunti retroscena, come negli anni ruggenti della Procura milanese. Ha dato spazio a interviste nelle quali l'idea che sia in corso una nuova Tangentopoli è stata ossessivamente ripetuta come un mantra. E che dire ancora, per altro verso, di Pier Ferdinando Casini, anch'egli oggi impegnato ad annunciare ai quattro venti che «ci sono troppi ladri in politica» e che «la questione morale è riesplosa, divenendo un'emergenza nazionale»?
Ora, nessuno nega i casi di corruzione e di malaffare. Ma i precedenti (Mani Pulite in primo luogo) chiederebbero maggiore cautela nell'emettere sentenze mediatiche che potrebbero poi essere clamorosamente smentite dai verdetti dei tribunali. Invece l'impressione è che si voglia buttare tutto, e sùbito, dentro il calderone della «questione morale» e delle «ruberie». E chi non si accoda rischia di passare per complice o difensore dei ladri. Perciò la domanda sorge spontanea: perché sta prendendo forma una concentrazione di forze politiche, di poteri economici e delle loro appendici editoriali, che sta soffiando sul fuoco delle polemiche? Forse per far divampare un altro grande incendio di sistema come negli anni 1992-93? Ed è casuale che determinate indagini siano venute a galla proprio in un periodo di campagna elettorale? E c'entra qualcosa il fatto che, dopo le regionali di fine marzo, per tre anni non vi saranno appuntamenti elettorali di rilievo e quindi, superato questo scoglio, il governo potrebbe avere una navigazione tranquilla? Speriamo di sbagliare, ma l'impressione è che qualcuno voglia giocare al massacro e punti al «tanto peggio, tanto meglio» per fare piazza pulita di quel che resta del primato della politica nel nostro paese, oggi rappresentato da Berlusconi, dal suo governo e dal movimento popolare che egli ha suscitato.
Gianteo Bordero
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lunedì 22 febbraio 2010
COSÌ I POST-COMUNISTI DELEGITTIMANO LA POLITICA
da Ragionpolitica.it del 22 febbraio 2010
La vicenda di Mani Pulite e l'uso che ne è stato fatto da parte della sinistra postcomunista italiana non hanno soltanto distrutto l'intero sistema dei partiti occidentali che avevano governato la tanto deprecata «Prima Repubblica» dal 1948 al 1993; hanno contribuito, soprattutto, alla delegittimazione della politica in quanto tale, come strumento di governo democratico della società e di composizione degli interessi presenti al suo interno. Se non si tiene conto di questo dato oggettivo non si riesce neppure a comprendere perché oggi, di fronte all'inchiesta della Procura di Firenze sulla gestione delle emergenze e dei grandi eventi da parte della Protezione Civile, la gauche nostrana tenti di mandare nuovamente in scena la desolante rappresentazione di una classe dirigente collusa con il malaffare e corrotta sin nei suoi più alti vertici istituzionali. Alla base di tale tentativo vi sono certamente, ancora una volta, la volontà di usare il clamore mediatico suscitato dalle indagini giudiziarie come leva per sovvertire il risultato determinato da libere elezioni e l'idea di stringere un patto d'acciaio con i poteri non eletti per instaurare un governo non politico, ma tecnocratico, del paese. La sinistra a corto di idee, di programmi e di leader - cioè di sostanza politica - si affida di nuovo al deus ex machina di qualche potere forte per riuscire a sbianchettare il voto degli italiani e prendere in mano le redini dell'esecutivo.
Ma c'è di più. Perché la critica da parte dell'ex Pci Bersani e dell'ex pm Di Pietro alla gestione della Protezione Civile mette a nudo la cattiva coscienza di coloro che, più di tutti, hanno tratto giovamento dalle conseguenze delle inchieste del 1992-93 e dalla condanna della politica in quanto tale. Se infatti si è giunti al punto di dover affidare alla struttura oggi guidata da Bertolaso competenze eccezionali per far fronte alle emergenze e per assicurare la buona riuscita di eventi di interesse nazionale, è proprio perché, nel corso degli ultimi sedici anni, abbiamo assistito alla destrutturazione sistematica dei poteri dello Stato (riforma del Titolo V della Costituzione) e perciò del governo da parte della sinistra. Una sinistra che, attraverso leggi come quelle ideate da Franco Bassanini, ha di fatto mandato al macero la tradizionale idea del primato della politica, assegnando ai funzionari, ai burocrati e ai dirigenti un ampio potere discrezionale, un tempo appannaggio degli eletti dal popolo. In nome del mito dell'inaffidabilità del politico e della probità del funzionario si è così via via spolpata la sostanza del governo democratico e del mandato popolare a realizzare le riforme necessarie all'ammodernamento del paese.
Le doglianze e le dichiarazioni scandalizzate rilasciate in questi giorni dai capi del centrosinistra rappresentano perciò il classico caso delle lacrime di coccodrillo, che piange dopo aver divorato le sue vittime. Per anni e anni le anime belle gauchiste hanno fatto a gara per privare di ogni autorità ed autorevolezza lo Stato e di ogni credibilità la nazione nel suo insieme. Hanno contribuito a svendere gran parte del patrimonio pubblico negli anni delle privatizzazioni selvagge degli anni Novanta. Hanno consegnato chiavi in mano a magistrati, media amici, banchieri e boiardi vari il cuore pulsante del potere. E ora si lamentano perché quello Stato e quel governo che essi hanno con sistematica solerzia fatto a pezzi devono far ricorso ai poteri speciali della Protezione Civile per intervenire laddove è in gioco la «faccia» del paese. Siamo veramente al culmine dell'ipocrisia. Non soltanto perché, come ha ben documentato la scorsa settimana Il Giornale, la stessa sinistra si è più volte servita della Protezione Civile nella gestione dei grandi eventi, ma anche e soprattutto perché, ancora una volta, i postcomunisti e i loro alleati giustizialisti giocano al massacro nascondendo sotto il tappeto la polvere delle loro gravi responsabilità storiche. Sperano di raccattare qualche voto in più, nell'immediato, cavalcando l'onda delle inchieste e dell'antipolitica, e continuano a non prendere atto che questa strategia - se così la possiamo chiamare - è la stessa che negli ultimi tre lustri li ha condotti in quello stato di profonda confusione e di crisi politica permanente da cui essi rischiano ancora oggi di essere stritolati.
Gianteo Bordero
La vicenda di Mani Pulite e l'uso che ne è stato fatto da parte della sinistra postcomunista italiana non hanno soltanto distrutto l'intero sistema dei partiti occidentali che avevano governato la tanto deprecata «Prima Repubblica» dal 1948 al 1993; hanno contribuito, soprattutto, alla delegittimazione della politica in quanto tale, come strumento di governo democratico della società e di composizione degli interessi presenti al suo interno. Se non si tiene conto di questo dato oggettivo non si riesce neppure a comprendere perché oggi, di fronte all'inchiesta della Procura di Firenze sulla gestione delle emergenze e dei grandi eventi da parte della Protezione Civile, la gauche nostrana tenti di mandare nuovamente in scena la desolante rappresentazione di una classe dirigente collusa con il malaffare e corrotta sin nei suoi più alti vertici istituzionali. Alla base di tale tentativo vi sono certamente, ancora una volta, la volontà di usare il clamore mediatico suscitato dalle indagini giudiziarie come leva per sovvertire il risultato determinato da libere elezioni e l'idea di stringere un patto d'acciaio con i poteri non eletti per instaurare un governo non politico, ma tecnocratico, del paese. La sinistra a corto di idee, di programmi e di leader - cioè di sostanza politica - si affida di nuovo al deus ex machina di qualche potere forte per riuscire a sbianchettare il voto degli italiani e prendere in mano le redini dell'esecutivo.
Ma c'è di più. Perché la critica da parte dell'ex Pci Bersani e dell'ex pm Di Pietro alla gestione della Protezione Civile mette a nudo la cattiva coscienza di coloro che, più di tutti, hanno tratto giovamento dalle conseguenze delle inchieste del 1992-93 e dalla condanna della politica in quanto tale. Se infatti si è giunti al punto di dover affidare alla struttura oggi guidata da Bertolaso competenze eccezionali per far fronte alle emergenze e per assicurare la buona riuscita di eventi di interesse nazionale, è proprio perché, nel corso degli ultimi sedici anni, abbiamo assistito alla destrutturazione sistematica dei poteri dello Stato (riforma del Titolo V della Costituzione) e perciò del governo da parte della sinistra. Una sinistra che, attraverso leggi come quelle ideate da Franco Bassanini, ha di fatto mandato al macero la tradizionale idea del primato della politica, assegnando ai funzionari, ai burocrati e ai dirigenti un ampio potere discrezionale, un tempo appannaggio degli eletti dal popolo. In nome del mito dell'inaffidabilità del politico e della probità del funzionario si è così via via spolpata la sostanza del governo democratico e del mandato popolare a realizzare le riforme necessarie all'ammodernamento del paese.
Le doglianze e le dichiarazioni scandalizzate rilasciate in questi giorni dai capi del centrosinistra rappresentano perciò il classico caso delle lacrime di coccodrillo, che piange dopo aver divorato le sue vittime. Per anni e anni le anime belle gauchiste hanno fatto a gara per privare di ogni autorità ed autorevolezza lo Stato e di ogni credibilità la nazione nel suo insieme. Hanno contribuito a svendere gran parte del patrimonio pubblico negli anni delle privatizzazioni selvagge degli anni Novanta. Hanno consegnato chiavi in mano a magistrati, media amici, banchieri e boiardi vari il cuore pulsante del potere. E ora si lamentano perché quello Stato e quel governo che essi hanno con sistematica solerzia fatto a pezzi devono far ricorso ai poteri speciali della Protezione Civile per intervenire laddove è in gioco la «faccia» del paese. Siamo veramente al culmine dell'ipocrisia. Non soltanto perché, come ha ben documentato la scorsa settimana Il Giornale, la stessa sinistra si è più volte servita della Protezione Civile nella gestione dei grandi eventi, ma anche e soprattutto perché, ancora una volta, i postcomunisti e i loro alleati giustizialisti giocano al massacro nascondendo sotto il tappeto la polvere delle loro gravi responsabilità storiche. Sperano di raccattare qualche voto in più, nell'immediato, cavalcando l'onda delle inchieste e dell'antipolitica, e continuano a non prendere atto che questa strategia - se così la possiamo chiamare - è la stessa che negli ultimi tre lustri li ha condotti in quello stato di profonda confusione e di crisi politica permanente da cui essi rischiano ancora oggi di essere stritolati.
Gianteo Bordero
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sabato 13 febbraio 2010
LA SINISTRA HA GIÀ CONDANNATO BERTOLASO
da Ragionpolitica.it del 13 febbraio 2010
Colpire Bertolaso per colpire Berlusconi. Affossare il sottosegretario alla presidenza del Consiglio per affossare il suo superiore. Non ci vuole molto per capire a che cosa punti la sinistra politica e mediatico-giudiziaria dopo l'avviso di garanzia al capo della Protezione Civile, accusato di corruzione nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Firenze sui lavori del G8 alla Maddalena.
A poco vale ricordare ai fan gauchisti delle manette facili e della condanna preventiva che in Italia vige la presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva: da Mani Pulite in poi questa regola è divenuta carta straccia, un inutile retaggio del garantismo liberale, una pietra d'inciampo per riuscire a realizzare per via giudiziaria ciò che la sinistra non è riuscita a realizzare per via politica: l'abbattimento dello «Stato borghese», con le sue guarentigie ed i suoi contrappesi costituzionali a tutela dei poteri eletti dal popolo. E lo stesso avviso di garanzia, come è stato più volte ricordato in questi anni, si è trasformato de facto in un avviso di colpevolezza, in un marchio d'infamia, nello strumento principe - assieme alla diffusione selvaggia delle intercettazioni telefoniche - per consegnare in pasto allo sputtanamento pubblico il potente di turno. I principi dello Stato di diritto sono crollati sotto il peso del fanatismo giustizialista, del giacobinismo in salsa italica, del manipulitismo divenuto nuovo dogma intellettuale degli orfani di Marx e dei nostalgici del diciannovismo. Non contano più la ricerca delle prove, l'accertamento del fatto concreto, l'attesa del verdetto. Non conta più la regola aurea della responsabilità penale individuale: diventa dogma inconfutabile il «non poteva non sapere», lo stesso utilizzato nelle inchieste di Tangentopoli per mettere nel tritacarne i pezzi grossi della prima Repubblica e dei partiti democratici occidentali: la Dc, il Pli, il Pri, il Psdi, il Psi con in testa Bettino Craxi. Non potevano non sapere. Così come, oggi, anche Bertolaso non può non sapere quello che è accaduto sotto di lui, gli atti dei suoi sottoposti.
Come dicevamo all'inizio, in questa situazione di garanzie che saltano e di famelico gossip mediatico-giudiziario, la delegittimazione morale di Bertolaso è l'ennesimo strumento per tentare di affondare Silvio Berlusconi. Cioè l'uomo che lo ha voluto con sé, come suo sottosegretario, per affrontare in modo efficace ed efficiente le grandi emergenze che l'attuale governo ha dovuto risolvere, dai rifiuti in Campania fino al post-terremoto in Abruzzo, solo per citare le più eclatanti e tacendo del meritorio e silenzioso lavoro quotidiano della Protezione Civile lungo tutta la Penisola. Oggi la sinistra politica e gazzettiera sostiene che la «gestione delle emergenze», sotto il governo Berlusconi, è divenuta, con un disegno scientificamente studiato a tavolino, il paravento dietro al quale nascondere una nuova ondata di tangenti, corruzione, malaffare e chi più ne ha ne metta (per avere un elenco completo è sufficiente, per chi avesse tempo e voglia, leggere l'edizione di venerdì de La Repubblica, da pagina 1 a pagina 11). Premesso che le mele marce possono annidarsi in ogni dove, anche nella Protezione Civile o tra i funzionari pubblici, occorre ricordare ai maître à panser della sinistra forcaiola che le suddette emergenze non le hanno create né Berlusconi né Bertolaso con la bacchetta magica: sui rifiuti di Napoli, ad esempio, la gauche nostrana farebbe bene a guardare in casa propria, a ricordare che cosa era diventata la città partenopea sotto il governo Prodi e l'allora ministro dell'Ambiente Pecoraro Scanio, a farsi infine tornare alla mente le montagne di monnezza e al naso i miasmi nauseabondi da esse provenienti. Per mettere fine a quella situazione, come tutti sanno, c'è voluto persino l'esercito, oltre ai poteri speciali al commissario straordinario - appunto Bertolaso. E' stato un errore agire in questo modo? Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma il dato di fatto è che il problema è stato risolto. E il merito è del governo, di Berlusconi & Bertolaso in primis. Stessa cosa potrebbe dirsi per molte altre situazioni nelle quali l'esecutivo ha dimostrato una eccezionale capacità di risposta a situazioni che nel passato incancrenivano fino a intaccare la credibilità non solo dei governi, ma dell'intero paese.
Perciò non deve sorprendere che oggi la sinistra tenti di usare le accuse contro il capo della Protezione Civile come strumento propagandistico per trasformare in una pagina oscura e criminale quelli che sono i fiori all'occhiello dell'operato del governo Berlusconi. Non avendo argomenti politici validi e solidi da contrapporre al presidente del Consiglio e alla maggioranza di centrodestra, Bersani, Di Pietro e compagni fanno ricorso ancora una volta alla solita retorica giustizialista e alla fede cieca nelle inchieste giudiziarie per provare a sconfiggere il Cavaliere con mezzi impropri. In più d'una occasione questa strategia si è ritorta contro i suoi promotori, e anche questa volta è probabile che vada a finire così. E' la mossa della disperazione di una sinistra politicamente alla frutta, in particolare di un Pd che si è consegnato mani e piedi a Di Pietro ed oggi lo segue senza freni nella caccia a Bertolaso, nella convinzione di trarne profitto elettorale alle prossime regionali. Come se gli italiani dimenticassero tanto facilmente «le cose concrete, le realizzazioni vere, ben più importanti delle chiacchiere dei politici», per usare le parole del portavoce del Pdl, Daniele Capezzone. Il quale ha aggiunto: «Auguro ai politici che in queste ore insultano Bertolaso di poter realizzare in tutta la loro vita un decimo delle cose concrete condotte in porto anche da lui negli ultimi diciotto mesi».
Gianteo Bordero
Colpire Bertolaso per colpire Berlusconi. Affossare il sottosegretario alla presidenza del Consiglio per affossare il suo superiore. Non ci vuole molto per capire a che cosa punti la sinistra politica e mediatico-giudiziaria dopo l'avviso di garanzia al capo della Protezione Civile, accusato di corruzione nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Firenze sui lavori del G8 alla Maddalena.
A poco vale ricordare ai fan gauchisti delle manette facili e della condanna preventiva che in Italia vige la presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva: da Mani Pulite in poi questa regola è divenuta carta straccia, un inutile retaggio del garantismo liberale, una pietra d'inciampo per riuscire a realizzare per via giudiziaria ciò che la sinistra non è riuscita a realizzare per via politica: l'abbattimento dello «Stato borghese», con le sue guarentigie ed i suoi contrappesi costituzionali a tutela dei poteri eletti dal popolo. E lo stesso avviso di garanzia, come è stato più volte ricordato in questi anni, si è trasformato de facto in un avviso di colpevolezza, in un marchio d'infamia, nello strumento principe - assieme alla diffusione selvaggia delle intercettazioni telefoniche - per consegnare in pasto allo sputtanamento pubblico il potente di turno. I principi dello Stato di diritto sono crollati sotto il peso del fanatismo giustizialista, del giacobinismo in salsa italica, del manipulitismo divenuto nuovo dogma intellettuale degli orfani di Marx e dei nostalgici del diciannovismo. Non contano più la ricerca delle prove, l'accertamento del fatto concreto, l'attesa del verdetto. Non conta più la regola aurea della responsabilità penale individuale: diventa dogma inconfutabile il «non poteva non sapere», lo stesso utilizzato nelle inchieste di Tangentopoli per mettere nel tritacarne i pezzi grossi della prima Repubblica e dei partiti democratici occidentali: la Dc, il Pli, il Pri, il Psdi, il Psi con in testa Bettino Craxi. Non potevano non sapere. Così come, oggi, anche Bertolaso non può non sapere quello che è accaduto sotto di lui, gli atti dei suoi sottoposti.
Come dicevamo all'inizio, in questa situazione di garanzie che saltano e di famelico gossip mediatico-giudiziario, la delegittimazione morale di Bertolaso è l'ennesimo strumento per tentare di affondare Silvio Berlusconi. Cioè l'uomo che lo ha voluto con sé, come suo sottosegretario, per affrontare in modo efficace ed efficiente le grandi emergenze che l'attuale governo ha dovuto risolvere, dai rifiuti in Campania fino al post-terremoto in Abruzzo, solo per citare le più eclatanti e tacendo del meritorio e silenzioso lavoro quotidiano della Protezione Civile lungo tutta la Penisola. Oggi la sinistra politica e gazzettiera sostiene che la «gestione delle emergenze», sotto il governo Berlusconi, è divenuta, con un disegno scientificamente studiato a tavolino, il paravento dietro al quale nascondere una nuova ondata di tangenti, corruzione, malaffare e chi più ne ha ne metta (per avere un elenco completo è sufficiente, per chi avesse tempo e voglia, leggere l'edizione di venerdì de La Repubblica, da pagina 1 a pagina 11). Premesso che le mele marce possono annidarsi in ogni dove, anche nella Protezione Civile o tra i funzionari pubblici, occorre ricordare ai maître à panser della sinistra forcaiola che le suddette emergenze non le hanno create né Berlusconi né Bertolaso con la bacchetta magica: sui rifiuti di Napoli, ad esempio, la gauche nostrana farebbe bene a guardare in casa propria, a ricordare che cosa era diventata la città partenopea sotto il governo Prodi e l'allora ministro dell'Ambiente Pecoraro Scanio, a farsi infine tornare alla mente le montagne di monnezza e al naso i miasmi nauseabondi da esse provenienti. Per mettere fine a quella situazione, come tutti sanno, c'è voluto persino l'esercito, oltre ai poteri speciali al commissario straordinario - appunto Bertolaso. E' stato un errore agire in questo modo? Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma il dato di fatto è che il problema è stato risolto. E il merito è del governo, di Berlusconi & Bertolaso in primis. Stessa cosa potrebbe dirsi per molte altre situazioni nelle quali l'esecutivo ha dimostrato una eccezionale capacità di risposta a situazioni che nel passato incancrenivano fino a intaccare la credibilità non solo dei governi, ma dell'intero paese.
Perciò non deve sorprendere che oggi la sinistra tenti di usare le accuse contro il capo della Protezione Civile come strumento propagandistico per trasformare in una pagina oscura e criminale quelli che sono i fiori all'occhiello dell'operato del governo Berlusconi. Non avendo argomenti politici validi e solidi da contrapporre al presidente del Consiglio e alla maggioranza di centrodestra, Bersani, Di Pietro e compagni fanno ricorso ancora una volta alla solita retorica giustizialista e alla fede cieca nelle inchieste giudiziarie per provare a sconfiggere il Cavaliere con mezzi impropri. In più d'una occasione questa strategia si è ritorta contro i suoi promotori, e anche questa volta è probabile che vada a finire così. E' la mossa della disperazione di una sinistra politicamente alla frutta, in particolare di un Pd che si è consegnato mani e piedi a Di Pietro ed oggi lo segue senza freni nella caccia a Bertolaso, nella convinzione di trarne profitto elettorale alle prossime regionali. Come se gli italiani dimenticassero tanto facilmente «le cose concrete, le realizzazioni vere, ben più importanti delle chiacchiere dei politici», per usare le parole del portavoce del Pdl, Daniele Capezzone. Il quale ha aggiunto: «Auguro ai politici che in queste ore insultano Bertolaso di poter realizzare in tutta la loro vita un decimo delle cose concrete condotte in porto anche da lui negli ultimi diciotto mesi».
Gianteo Bordero
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mercoledì 3 febbraio 2010
IL PD E LA NOSTALGIA DI ROMANO
da Ragionpolitica.it del 3 febbraio 2010
Ah, Romano, Romano! Alla fine ha avuto ragione Corrado Guzzanti, che in una sua sopraffina imitazione raffigurava il Professore, dopo la caduta del suo governo, fermo a una stazione ad attendere al varco i dirigenti del centrosinistra: «Io sto fermo, aspetto, non mi muovo, perché verrà anche il suo bel momento che dovran tornare qui da me, proprio qui, alla stazione dove mi han mandato, a dire: "Romano, perdonaci, abbiam sbagliato, ti abbiamo fregato già due volte, ti chiediam perdono ma solo tu puoi battere il Berlusconi. Ti preghiamo, bisogna rifar l'Ulivo!"». Anche se non in questa forma, quello che è accaduto negli ultimi giorni all'interno dello schieramento di centrosinistra è, nella sostanza, quanto previsto in tempi non sospetti dal Prodi in versione Guzzanti.
Vediamo i fatti: finisce nella polvere il sindaco di Bologna, Flavio Delbono - peraltro caldamente sponsorizzato dall'ex presidente del Consiglio al momento della candidatura - per una storia di amanti e uso privato di risorse pubbliche ai tempi in cui era vicepresidente della Regione. Risultato: dopo neanche un anno di amministrazione, Delbono getta la spugna e dà le dimissioni. Non è la prima volta che un sindaco di centrosinistra lascia l'incarico a causa di scandali e inchieste varie - visto che nella guache nostrana, paladina del dogma giustizialista e della presunzione di colpevolezza, basta un qualsiasi sospetto o un avviso di garanzia per essere costretti a dare le dimissioni. Ma qui siamo a Bologna, cioè nella storica capitale del governo locale rosso, nel luogo simbolo del «modello Emilia», delle cooperative, della «buona amministrazione» in salsa Pci-Pds-Ds. Insomma, nel cuore di quel sistema di potere che la sinistra italiana ha sempre vantato orgogliosamente come un fiore all'occhiello, come il frutto migliore della sua azione politica. E' chiaro, quindi, che con la rovinosa e improvvisa caduta di Delbono rischia di andare in frantumi anche il mito del buongoverno comunista e postcomunista in terra emiliana. Uno smacco che in questo momento il Partito Democratico, alle prese con le solite grane interne e con la non facile campagna elettorale per le elezioni regionali, non si può permettere.
E allora ecco la geniale - si fa per dire - trovata: chiedere a lui, al Bolognese per eccellenza, al salvatore della patria gauchista per antonomasia, all'indimenticato condottiero delle vittorie contro il centrodestra, di venire ancora una volta in soccorso della nave alla deriva. Perché perdere Bologna oggi vorrebbe dire perdere quel poco che resta della sinistra in Italia. Solo che non è facile convincere chi è stato presidente dell'IRI, presidente del Consiglio, presidente della Commissione europea, ad accettare il «sacrificio» di passare dalle stanze dei bottoni nazionali e internazionali a una piccola e stretta - seppur importante - poltrona di sindaco. Soprattutto quando colui che ora viene corteggiato, acclamato e invocato come l'unica àncora di salvezza per il Pd nel capoluogo emiliano è lo stesso che per due volte è stato disarcionato dalla guida del governo dai dirigenti dello stesso partito, dal fuoco amico dei vari D'Alema e Veltroni, sempre divisi su tutto ma uniti, seppur in tempi diversi, nel mandare gambe all'aria l'esecutivo del Professore.
E così Prodi dice «no». Non perché, come ha più volte dichiarato nel recente passato, voglia «continuare a fare il nonno». E neppure perché non voglia rinunciare al suo attuale impegno per l'ONU in Africa o alle sue lezioni cinesi di economia politica. Queste sono, evidentemente, motivazioni di facciata. La verità è che il Professore, consapevole dello stato di crisi in cui versa il centrosinistra e dell'evidente assenza di un leader unico e riconosciuto della coalizione, aspetta tempi migliori - ovviamente per lui - per l'ennesimo, grande ritorno sulla scena. Intanto ora può già godersi lo spettacolo dei dirigenti del Partito Democratico che, col capo cosparso di cenere e la lacrimuccia sul viso, in processione come pie donne, lo pregano di farsi nuovamente presente, di non lasciare solo il popolo adorante, di dare ancora una possibilità, da buon cattolico ancorché adulto, a chi lo ha tradito ed ora si rende conto di essere privo non tanto di una bussola, quanto dell'unica colla capace di tenere insieme tutti coloro che, per un motivo o per l'altro, si definiscono antiberlusconiani. Come ai vecchi tempi.
Gianteo Bordero
Ah, Romano, Romano! Alla fine ha avuto ragione Corrado Guzzanti, che in una sua sopraffina imitazione raffigurava il Professore, dopo la caduta del suo governo, fermo a una stazione ad attendere al varco i dirigenti del centrosinistra: «Io sto fermo, aspetto, non mi muovo, perché verrà anche il suo bel momento che dovran tornare qui da me, proprio qui, alla stazione dove mi han mandato, a dire: "Romano, perdonaci, abbiam sbagliato, ti abbiamo fregato già due volte, ti chiediam perdono ma solo tu puoi battere il Berlusconi. Ti preghiamo, bisogna rifar l'Ulivo!"». Anche se non in questa forma, quello che è accaduto negli ultimi giorni all'interno dello schieramento di centrosinistra è, nella sostanza, quanto previsto in tempi non sospetti dal Prodi in versione Guzzanti.
Vediamo i fatti: finisce nella polvere il sindaco di Bologna, Flavio Delbono - peraltro caldamente sponsorizzato dall'ex presidente del Consiglio al momento della candidatura - per una storia di amanti e uso privato di risorse pubbliche ai tempi in cui era vicepresidente della Regione. Risultato: dopo neanche un anno di amministrazione, Delbono getta la spugna e dà le dimissioni. Non è la prima volta che un sindaco di centrosinistra lascia l'incarico a causa di scandali e inchieste varie - visto che nella guache nostrana, paladina del dogma giustizialista e della presunzione di colpevolezza, basta un qualsiasi sospetto o un avviso di garanzia per essere costretti a dare le dimissioni. Ma qui siamo a Bologna, cioè nella storica capitale del governo locale rosso, nel luogo simbolo del «modello Emilia», delle cooperative, della «buona amministrazione» in salsa Pci-Pds-Ds. Insomma, nel cuore di quel sistema di potere che la sinistra italiana ha sempre vantato orgogliosamente come un fiore all'occhiello, come il frutto migliore della sua azione politica. E' chiaro, quindi, che con la rovinosa e improvvisa caduta di Delbono rischia di andare in frantumi anche il mito del buongoverno comunista e postcomunista in terra emiliana. Uno smacco che in questo momento il Partito Democratico, alle prese con le solite grane interne e con la non facile campagna elettorale per le elezioni regionali, non si può permettere.
E allora ecco la geniale - si fa per dire - trovata: chiedere a lui, al Bolognese per eccellenza, al salvatore della patria gauchista per antonomasia, all'indimenticato condottiero delle vittorie contro il centrodestra, di venire ancora una volta in soccorso della nave alla deriva. Perché perdere Bologna oggi vorrebbe dire perdere quel poco che resta della sinistra in Italia. Solo che non è facile convincere chi è stato presidente dell'IRI, presidente del Consiglio, presidente della Commissione europea, ad accettare il «sacrificio» di passare dalle stanze dei bottoni nazionali e internazionali a una piccola e stretta - seppur importante - poltrona di sindaco. Soprattutto quando colui che ora viene corteggiato, acclamato e invocato come l'unica àncora di salvezza per il Pd nel capoluogo emiliano è lo stesso che per due volte è stato disarcionato dalla guida del governo dai dirigenti dello stesso partito, dal fuoco amico dei vari D'Alema e Veltroni, sempre divisi su tutto ma uniti, seppur in tempi diversi, nel mandare gambe all'aria l'esecutivo del Professore.
E così Prodi dice «no». Non perché, come ha più volte dichiarato nel recente passato, voglia «continuare a fare il nonno». E neppure perché non voglia rinunciare al suo attuale impegno per l'ONU in Africa o alle sue lezioni cinesi di economia politica. Queste sono, evidentemente, motivazioni di facciata. La verità è che il Professore, consapevole dello stato di crisi in cui versa il centrosinistra e dell'evidente assenza di un leader unico e riconosciuto della coalizione, aspetta tempi migliori - ovviamente per lui - per l'ennesimo, grande ritorno sulla scena. Intanto ora può già godersi lo spettacolo dei dirigenti del Partito Democratico che, col capo cosparso di cenere e la lacrimuccia sul viso, in processione come pie donne, lo pregano di farsi nuovamente presente, di non lasciare solo il popolo adorante, di dare ancora una possibilità, da buon cattolico ancorché adulto, a chi lo ha tradito ed ora si rende conto di essere privo non tanto di una bussola, quanto dell'unica colla capace di tenere insieme tutti coloro che, per un motivo o per l'altro, si definiscono antiberlusconiani. Come ai vecchi tempi.
Gianteo Bordero
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