lunedì 26 aprile 2010
TU QUOQUE, BERSANI!
Che delusione Pierluigi Bersani! Proprio nei giorni in cui il presidente del Consiglio invoca, in sintonia con il capo dello Stato, uno spirito costituente capace di andare oltre le divisioni partitiche per «scrivere insieme una nuova pagina di storia della nostra democrazia e della nostra Italia», il segretario del Pd non trova di meglio da fare che proporre per l'ennesima volta una sorta di CLN contro la «deriva populista» che, a suo dire, Berlusconi vorrebbe imporre alle istituzioni democratiche del nostro paese.
La risposta negativa di Bersani al premier, ribadita in un'intervista su Repubblica, oltre che mostrare l'incapacità del Partito Democratico di rompere in maniera definitiva con quell'antiberlusconismo duro e puro che da sedici anni a questa parte paralizza ogni autentico processo di rinnovamento della sinistra italiana, mette in luce un'imbarazzante incomprensione delle parole pronunciate sabato alla Scala di Milano dal capo dello Stato. Parole che contengono un'interessante novità nell'interpretazione delle vicende che portarono alla nascita della Repubblica e che dischiudono, dal punto di vista politico, una prospettiva che potrebbe consentire - se davvero tutti i partiti la facessero propria - il superamento di una sterile retorica di parte e quindi la riscoperta di un terreno comune sulla base del quale dare vita ad un diverso modo di concepire e sviluppare il confronto tra le forze politiche.
Quando afferma che «il 25 aprile è non solo Festa della Liberazione: è Festa della riunificazione d'Italia», Napolitano fa infatti appello ad uno spirito nazionale e ad un sentimento patriottico che dovrebbero essere comun denominatore di tutti i protagonisti della vita politica e che li dovrebbero spingere, nel momento in cui i principi di libertà e democrazia sanciti dalla Costituzione sono fatti propri da tutti i partiti rappresentati in parlamento, a non concepire la lotta politica come una sorta di perenne guerra civile, ma come un confronto che, per quanto aspro, non punta alla delegittimazione totale dell'avversario dipingendolo come un nuovo Duce contro il quale organizzare una nuova Resistenza. Che significa tutto ciò? Che sarebbe ora di finirla con una lettura faziosa della Liberazione, utilizzata in modo strumentale per colpire il nemico di turno e cancellarlo dal novero degli amanti della democrazia. Tanto più che - come ha ricordato ancora il capo dello Stato - «nel più ampio e condiviso sentimento della Nazione, nel grande alveo della guerra patriottica si raccolsero forze che non erano state partecipi dell'antifascismo militante e fresche energie rappresentative di nuove, giovanissime generazioni. E questa caratterizzazione più ricca, e sempre meno di parte, della Resistenza si rispecchiò più tardi nel confronto costituente, nel disegno e nei principi della Costituzione repubblicana». Per questo «si tratta di celebrare il 25 aprile nel suo profondo significato nazionale».
Vallo a spiegare a Bersani, tutto intento, con un tempismo degno di miglior causa, a organizzare il nuovo «patto repubblicano» contro il presidente del Consiglio, nella convinzione di poter in questo modo sconfiggere il Cavaliere alle prossime elezioni, tenendo insieme il Partito Democratico, Di Pietro, la sinistra radicale, l'Udc e tutti gli antiberlusconiani d'Italia, in una riedizione - se possibile ancor più vasta - di quell'Unione prodiana che ha già dimostrato tutta la sua inconsistenza politica e tutta la sua incapacità di governo del paese. Possibile che passino gli anni, passino i segretari del Pd, passino le sconfitte e il maggior partito della sinistra non riesca a proporre altro che il solito, stantio progetto del Comitato di Liberazione Nazionale contro l'uomo di Arcore? Non uno straccio di idea, nessuna disponibilità al confronto, le consuete alchimie per mettere in piedi un'alleanza dove convivano tutto e il suo contrario. E' evidente che si tratta dell'opposto di quello spirito nazionale richiamato dal presidente della Repubblica. Stavolta è chiaro chi sia a far spallucce di fronte alle ragionevoli e sagge parole dell'inquilino del Colle.
Gianteo Bordero
lunedì 8 marzo 2010
DA NAPOLITANO UNA LEZIONE DI POLITICA E DIRITTO COSTITUZIONALE AL PD
Curioso destino, quello di Giorgio Napolitano. Eletto presidente della Repubblica da una sola parte politica (il centrosinistra prodiano nel 2006), oggi egli si ritrova più o meno esplicitamente accusato, dagli stessi che lo mandarono al Quirinale, di intelligenza con il nemico. Il motivo del risentimento è noto: la decisione del capo dello Stato di firmare il decreto legge interpretativo delle norme elettorali varato venerdì dal governo Berlusconi. Se le critiche - per usare un gentile eufemismo - rivolte all'inquilino del Colle da Antonio Di Pietro erano in qualche modo da mettere in conto, stessa cosa non può dirsi dell'atteggiamento incerto ed ondivago del Partito Democratico, che, come il duca di Barnabò di una celebre canzoncina per bambini, si è collocato a mezza via tra il (debole) sostegno a Napolitano e la (forte) tentazione di seguire il leader dell'Idv sulla strada della delegittimazione totale di chiunque fosse coinvolto nell'affaire del decreto governativo. Un atteggiamento, questo del Pd, che non solo ha rivelato una volta di più la congenita fragilità politica del partito di Bersani - incapace di lasciare spazio a una linea genuinamente «istituzionale», ragionevole e di buon senso, e costantemente in preda ai mai sopiti istinti antipolitici e antiberlusconiani - ma ha anche spinto il capo dello Stato a procedere da sé nella difesa delle ragioni che lo hanno spinto a dare il via libera al decreto.
Il presidente della Repubblica lo ha fatto attraverso una lettera pubblicata sabato pomeriggio sul sito internet del Quirinale, con la quale ha risposto alle mail di due cittadini, una favorevole al decreto, l'altra contraria. Il messaggio di Napolitano, di cui molto si è parlato in questi ultimi giorni, è importante non soltanto per ciò che attiene al fatto di specie, ma anche perché impartisce al centrosinistra una lezione di politica e di diritto costituzionale di cui Bersani & CO. farebbero bene a tener conto nel prosieguo del loro cammino, onde evitare ulteriori brutte figure e di finire in uno stato di totale soggezione politica a Di Pietro.
Dopo aver spiegato che sarebbe stata insostenibile una competizione elettorale dalla quale fosse rimasto escluso il partito di maggioranza relativa, il capo dello Stato innanzitutto ricorda agli smemorati dello schieramento gauchista che erano stati proprio loro, nei giorni precedenti il varo del decreto, ad annunciare di non voler vincere «per abbandono dell'avversario» o «a tavolino». Per questo, in quelle ore - scrive Napolitano - «si era da più parti parlato della necessità di una "soluzione politica"», ma «senza chiarire in che senso ciò andasse inteso». Come dire: cari signori della sinistra che oggi urlate allo scandalo, eravate stati proprio voi a dire di non voler gareggiare in solitaria. Perché, dunque, non mi avete indicato una strada percorribile? E perché vi stracciate le vesti nel momento in cui io firmo un atto che consenta una competizione «con la piena partecipazione dei diversi schieramenti»?
Ma non è tutto. Perché il capo dello Stato, preso atto che in piena campagna elettorale raggiungere un accordo tra le coalizioni è risultato di fatto impossibile, prosegue con rigore il suo affondo. E scrive che, anche qualora si fosse trovata la suddetta «soluzione politica», essa «avrebbe pur sempre dovuto tradursi in una soluzione normativa», cioè in un «provvedimento legislativo che intervenisse tempestivamente». E quel provvedimento, dati i tempi ristretti a cui si era giunti, altro non poteva essere che un decreto. Come dire, anche qui: se davvero tutti coloro che hanno dichiarato di avere a cuore un'elezione non falsata dalla mancata partecipazione del Pdl fossero in buona fede, avrebbero dovuto sapere che la Carta costituzionale, in casi d'urgenza, prevede un solo strumento: quello del decreto legge. Perché dunque scendere in piazza, urlare al regime e parlare di «attentato alla Costituzione» e simili amenità? Soprattutto quando nessuno è stato in grado di indicare «quale altra soluzione, comunque inevitabilmente legislativa - rimarca con puntiglio Napolitano - potesse essere ancora più esente da vizi e dubbi di costituzionalità»?
Due a zero e palla al centro. Di fronte agli argomenti usati dal capo dello Stato si scioglie come neve al sole il tentativo del Pd e del suo segretario di caricare tutta la responsabilità del decreto legge sulle spalle del governo. L'idea che Napolitano abbia «subìto» l'atto governativo è smentita dalle stesse parole del presidente della Repubblica, che rivendica il fatto di aver rigettato la prima ipotesi di decreto prospettatagli dall'esecutivo giovedì sera e di non aver poi riscontrato profili di incostituzionalità nel testo definitivo del provvedimento. Scrive in conclusione l'inquilino del Colle: «Io sono deciso a tenere ferma una linea di indipendente e imparziale svolgimento del ruolo, e di rigoroso esercizio delle prerogative, che la Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica, nei limiti segnati dalla stessa Carta e in spirito di leale cooperazione istituzionale». Ad essersi incartato - per così dire - non è dunque il capo dello Stato, ma un Partito Democratico che, come ha affermato domenica Berlusconi, rischia per l'ennesima volta di finire «ammanettato a Di Pietro», al suo massimalismo e al suo scarso, se non nullo, senso delle istituzioni.
Gianteo Bordero
sabato 28 novembre 2009
UNO SNODO POLITICO DECISIVO
Ammettiamo - ma non concediamo - per un istante che sulla questione della magistratura italiana Silvio Berlusconi esageri, in quanto direttamente coinvolto nelle inchieste. Ammettiamo - e non concediamo - che anche il Popolo della Libertà esageri, in quanto arroccato nella difesa del suo leader. Che cosa dovremmo dire, allora, del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che venerdì ha dichiarato che «quanti appartengono all'istituzione preposta all'esercizio della giurisdizione debbono attenersi rigorosamente allo svolgimento di tale funzione» e che «nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del parlamento, in quanto poggi sulla coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini-elettori il consenso necessario per governare»? Se usassimo lo stesso metro di giudizio utilizzato dalla sinistra forcaiola e giustizialista, dovremmo dedurne che anche il capo dello Stato è stato colto da allucinazioni ed è rimasto vittima della «sindrome di Berlusconi», cioè di quel pericoloso virus che porta a mettere in dubbio il dogma della sacralità e dell'infallibilità della magistratura...
La verità è un'altra, ed è che chiunque non abbia la mente offuscata dalla furia ideologica del giacobinismo può benissimo constatare senza troppi sforzi come oggi, nel nostro paese, alcuni giudici e pubblici ministeri tentino non di rado di trasformarsi in soggetti politicamente attivi e di decidere così le sorti delle istituzioni democraticamente elette dal popolo. Tale tentativo, in realtà, non nasce ora come un fungo: esso si protrae in maniera evidente dagli inizi degli anni Novanta, cioè da quando, nella crisi dei partiti democratici della Prima Repubblica, la magistratura pensò di poter assumere il ruolo di arbitro (non imparziale) della vita politica, mandando al macero un'intera classe dirigente e preparando il terreno per un nuovo assetto di potere nel quale l'ultima parola spettasse a quello che è stato chiamato «partito dei giudici»: un contenitore che raccogliesse i graziati dalle inchieste di Mani Pulite, il partito postcomunista, pezzi delle élites economiche e culturali che avevano sostenuto a spada tratta l'azione delle toghe milanesi, il «popolo dei fax», alcuni pubblici ministeri passati alla politica. Tale partito sarebbe stato l'unico legittimato a governare grazie al beneplacito delle Procure e sotto la loro protezione.
Se questo progetto non andò in porto fu soltanto grazie alla decisione di Berlusconi di entrare nell'agone politico e alla vittoria del centrodestra alle elezioni del marzo 1994. Nonostante ciò, quello che Lino Jannuzzi ha definito il «disegno di potere» di certa magistratura non fu accantonato. Tant'è vero che fu proprio Berlusconi, dopo la sua «discesa in campo», ad essere preso di mira dagli inquirenti, con una costanza e una regolarità che si protraggono ormai da quindici anni, a partire dal clamoroso avviso di garanzia a mezzo stampa del novembre del '94, mentre il Cavaliere presiedeva un importante summit internazionale sulla criminalità. Da allora per il leader del centrodestra è stato un susseguirsi di accuse di ogni genere, sospetti, perquisizioni, inchieste, processi, da cui egli è sempre uscito a testa alta, senza nemmeno una condanna una. Eppure il tentativo continua. Anzi, negli ultimi mesi esso si è intensificato, tanto più dopo la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale.
Solo gli immarcescibili pasdaran dell'antiberlusconismo, i giustizialisti in servizio effettivo permanente, gli eterni nostalgici di Mani Pulite, i dipietristi d'assalto e i micromeghisti bigotti possono oggi negare che esista un accanimento giudiziario nei confronti del presidente del Consiglio. Chi non è accecato dall'odio viscerale per il Cavaliere sa come stanno le cose, e la stragrande maggioranza degli italiani ha ormai compreso - ed è qui la grande differenza tra i tempi attuali e gli anni di Tangentopoli, quando l'onda emotiva suscitata dai processi e il battage mediatico di glorificazione delle gesta del pool di Milano avevano creato attorno ai magistrati un consenso popolare molto diffuso - che parlare di persecuzione giudiziaria ai danni di Berlusconi non è dire una bestemmia, ma prendere atto di una realtà.
In questo contesto ben vengano le parole di Napolitano, che hanno il merito di porre la presidenza della Repubblica in una posizione ben diversa da quella che essa invece assunse, con Oscar Luigi Scalfaro, dapprima nel periodo di Tangentopoli e poi nei confronti di Berlusconi nei suoi primi anni di attività politica. Il messaggio che oggi proviene dal capo dello Stato è chiaro: se qualcuno cercasse al Quirinale una sponda per abbattere il governo e far fuori dalla scena politica il presidente del Consiglio ha sbagliato indirizzo. Ciò offre alla maggioranza uno spazio di manovra reale per poter portare avanti una riforma che miri alla «definizione di corretti equilibri tra politica e giustizia», per riprendere un'espressione usata dallo stesso Napolitano e contenuta anche nel comunicato diffuso al termine dell'Ufficio di presidenza del Popolo della Libertà, riunitosi giovedì a Roma: «La democrazia si fonda su un corretto e giusto equilibrio fra i diversi poteri e ordini dello Stato». E' dentro a questo snodo decisivo per la tenuta del nostro sistema istituzionale che va inquadrata la questione della difesa di Berlusconi da un'offensiva giudiziaria che mette sulla graticola non soltanto un premier, ma la stessa vita democratica della Repubblica.
Gianteo Bordero
giovedì 23 luglio 2009
IL DISTRUTTORE
Fino a poco tempo fa, nel vocabolario politologico italiano la definizione di «forza anti-sistema» era appannaggio pressoché esclusivo della Lega Nord. Negli anni ruggenti del secessionismo, del padanismo esasperato, della «Roma ladrona», vi era qualche motivo oggettivamente fondato per catalogare in questo modo il partito di Bossi. Oggi le cose sono profondamente mutate, e il Carroccio, passo dopo passo, si è «istituzionalizzato», divenendo, da semplice forza di lotta, di piazza e di protesta, anche una responsabile forza di governo: negli Enti locali, nei Comuni, nelle Province, su su fino al potere centrale romano. Pur non perdendo l'originaria spinta «rivoluzionaria», e senza rinunciare ai suoi cavalli di battaglia, la Lega ha saputo, grazie all'abilità politica e strategica del suo leader da un lato, e all'intelligenza lungimirante di Silvio Berlusconi dall'altro, inserirsi da protagonista nella vita istituzionale del paese, assumendo una dimensione nazionale e non più soltanto «padana». Prova ne è stata, da ultimo, la scelta di presentare, alle recenti elezioni europee ed amministrative, liste che andassero oltre i semplici confini del Settentrione. E i risultati non possono certo essere definiti deludenti. Quindi, parlare oggi - come molti osservatori ancora si ostinano a fare - del Carroccio come di un «partito anti-sistema» significa continuare a non comprendere la realtà, utilizzando schemi ormai vetusti a soli fini propagandistici. Del resto, che la Lega sarebbe potuta diventare un perno del sistema politico e istituzionale non lo aveva compreso soltanto Silvio Berlusconi, ma anche, nell'opposto schieramento politico, Massimo D'Alema, che provò in più occasioni a corteggiare Bossi, contribuendo di fatto a quello «sdoganamento» che ora è realtà compiuta.
Se oggi, dunque, si vuole rintracciare nel panorama italiano dei partiti una forza antisistema, bisogna volgere lo sguardo altrove. Perché esiste un movimento che a tutti gli effetti rappresenta una rivolta generale contro le istituzioni, una protesta radicale contro la configurazione dei poteri politici prevista dalla Costituzione, una critica sostanziale alla democrazia rappresentativa su cui si regge la Repubblica italiana. Questo movimento, pur essendo presente in parlamento e pur avendo negli anni scorsi fatto parte di un governo di centrosinistra, incarna, allo stato attuale delle cose, il sentimento - sempre vivo in fasce della popolazione italiana, e oggi assai in voga - dell'inutilità delle procedure su cui si regge la vita delle istituzioni; dell'insensatezza delle garanzie previste dalla Carta costituzionale a difesa dei rappresentanti del popolo; della vacuità delle «liturgie» attraverso le quali si raggiunge un accordo tra partiti per la definizione delle leggi e dei provvedimenti governativi. Il tutto nel nome di una «democrazia diretta» in cui il processo decisionale è affidato senza filtri alla «rete» dei cittadini collegati tra loro da internet, dai blog, dai meet-up.
Questo è, in soldoni, il sostrato ideologico che sta alla base dell'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e del movimento anti-politico, guidato da Beppe Grillo, di cui l'ex pubblico ministero rilancia le parole d'ordine, gli appelli, le battaglie. Si tratta, in fondo, di un progetto assai più «anti-sistema» di quello portato avanti dalla Lega Nord nei suoi primi anni di attività, perché, se nel caso del Carroccio il problema era sostanzialmente quello di dare una degna rappresentanza a un Settentrione per troppo tempo dimenticato dal potere centrale a tutto vantaggio del Mezzogiorno, con l'Italia dei Valori ci troviamo di fronte una delegittimazione in piena regola della stessa organizzazione democratica dello Stato. Mentre la Lega delle origini era un partito ferocemente anti-statalista e anti-centralista, l'Idv appare a tutti gli effetti come un partito tout court anti-democratico, almeno secondo il senso che la parola «democrazia» ha assunto da tre secoli a questa parte.
Se questa lettura, come pensiamo, ha un qualche fondamento, allora è necessario riconsiderare sotto un'altra luce la storia politica italiana degli ultimi anni. A partire, certo, dal 1992-93, quando Di Pietro diviene il simbolo della cancellazione dei partiti democratici della prima Repubblica per via giudiziaria, con Mani Pulite, per finire con la caduta del governo Prodi e la successiva scelta di Walter Veltroni di far alleare il Partito Democratico con l'Italia dei Valori alle elezioni politiche del 2008. Per quanto riguarda la fine dell'esecutivo prodiano, diventa chiaro che il motivo ultimo della crisi non fu tanto la vicenda personale di Clemente Mastella, quanto l'incapacità, dovuta alla debolezza congenita nell'Unione, di reggere l'urto dell'ondata anti-politica, sposata da Di Pietro, che proprio nel 2007 ebbe il suo momento apicale. Infine, per quel che concerne la decisione di Veltroni di apparentare il Pd con l'Idv nel 2008, appare oggi evidente come quella scelta non soltanto ha segnato l'inizio della fine della segreteria veltroniana, ma anche e soprattutto ha impedito al nuovo soggetto di centrosinistra di elaborare una propria politica di opposizione diversa dall'antiberlusconismo fanatico e dal qualunquismo esasperato dell'ex pm. Al punto che ora il Pd annaspa su percentuali di consenso molto basse e si trova costretto, suo malgrado, a occupare gran parte del tempo cercando di non farsi fagocitare del tutto dall'Italia dei Valori. E la «questione Di Pietro», che lo si voglia o no, sarà uno dei più intricati nodi da sciogliere al congresso prossimo venturo.
Questa rapida disamina mostra che, da quando Di Pietro è sceso - più o meno direttamente - in politica, l'esito della sua azione è stato, a conti fatti, soltanto quello della distruzione dell'esistente, e mai la costruzione di qualche cosa di democraticamente più avanzato e maturo. Per questo oggi occorre che tutti, e in particolare chi non ha ancora compreso la vera natura del movimento dipietrista, trattino l'Idv - e ciò che le ruota attorno - per quello che è: un partito che rigetta le fondamenta comuni della democrazia italiana così come noi l'abbiamo conosciuta a partire dalla nascita della Repubblica. Il vero partito anti-sistema.
Gianteo Bordero
mercoledì 15 luglio 2009
LA STRATEGIA ESTREMISTA DI ANTONIO DI PIETRO
Antonio Di Pietro ha respinto al mittente l'appello del presidente della Repubblica per un «clima più civile, corretto e costruttivo tra governo ed opposizione». L'ex pm ha risposto a muso duro all'invito del capo dello Stato con un post pubblicato sul suo blog, nel quale afferma: «Non so cosa ci trovi Lei, signor presidente, ma noi non ci troviamo nulla di "civile, corretto e costruttivo" nei comportamenti del governo e della sua maggioranza parlamentare e per questa ragione continueremo a fare opposizione senza sconti alcuno, dentro e fuori del parlamento».
Che i rapporti tra il leader dell'Italia dei Valori e l'inquilino del Colle non fossero dei migliori - per usare un eufemismo - è cosa nota da tempo: più volte, a partire dalla manifestazione di Piazza Navona di qualche mese fa, Di Pietro ha accusato Napolitano di non esercitare fino in fondo il suo compito, che, secondo le curiose teorie costituzionali del capo dell'Idv, dovrebbe essere quello di impedire al governo Berlusconi di svolgere il suo mandato bloccandone ogni provvedimento. Da ultimo, basti ricordare le parole rivolte dall'ex pm al presidente della Repubblica, sempre tramite il suo blog, la settimana scorsa, in seguito al mancato stop di Napolitano al ddl intercettazioni: «Signor presidente, lei sta usando una piuma d'oca per difendere la Costituzione dall'assalto di un manipolo piuttosto numeroso di golpisti». Secondo Di Pietro, dunque, il Quirinale sarebbe in ultima analisi complice, con i suoi «silenzi», di un disegno eversivo finalizzato a smantellare le garanzie democratiche sancite dalla Carta costituzionale. Ne dobbiamo dedurre, quindi, che anche gli appelli presidenziali per un «clima più civile» fanno parte di questa complicità della prima carica dello Stato con il governo Berlusconi.
Ora, è evidente a chiunque non sia accecato dall'odio antiberlusconiano che affiliare il presidente della Repubblica al presunto complotto antidemocratico del Cavaliere è una cosa semplicemente fuori dalla realtà, non soltanto perché non esiste alcun progetto di smantellamento della Costituzione da parte dell'attuale maggioranza, ma anche perché il capo dello Stato, da quando è in carica il Berlusconi IV, non ha certo mancato di intervenire in modo critico nei confronti dell'esecutivo quando ha ritenuto che ciò fosse conforme ai compiti assegnatigli dalla Carta. E, a volerla dire tutta, in un caso Napolitano è andato persino oltre le prerogative costituzionali in merito al giudizio sulla decretazione d'urgenza di iniziativa governativa: lo ha fatto nella vicenda di Eluana Englaro, quando dapprima è intervenuto con una inusuale missiva inviata a Consiglio dei ministri in corso per annunciare che, qualora l'esecutivo avesse percorso la strada del decreto per bloccare il protocollo medico di interruzione della nutrizione e dell'idratazione, egli avrebbe fatto mancare la sua controfirma; e poi, una volta che il decreto è stato approvato dal governo, lo ha rigettato sostenendo che nel caso in questione non sussistevano i requisiti di necessità ed urgenza previsti dalla Costituzione, entrando così in un campo di valutazione governativa e non presidenziale. Quindi, affermare che Napolitano regge il gioco dell'esecutivo è un'evidente assurdità.
A preoccupare, semmai, dovrebbero essere le idee sottese alle dichiarazioni di guerra di Di Pietro contro tutto e contro tutti. Come ha osservato Piero Ostellino (Corriere della Sera, 10 luglio) commentando l'«appello alla comunità internazione» dell'ex pm pubblicato su una pagina a pagamento dell'Herald Tribune, il leader dell'Idv mostra «sfiducia nelle istituzioni repubblicane alle quali, come parlamentare, ha giurato fedeltà». E, soprattutto, egli «ha un'idea della democrazia alquanto inquietante... Siamo di fronte a un parlamentare che delegittima - oltre che una maggioranza di governo liberamente eletta, la qual cosa rimane ancora nei limiti del confronto politico - anche il parlamento, il presidente della Repubblica e dubita persino della legittimità della Corte costituzionale... Uno spirito, quello di Di Pietro, autoritario che mal sopporta, oggi, di fare politica dentro il perimetro costituzionale, e che così facendo getta anche qualche ombra sul suo passato di magistrato».
Parole e concetti - quelli espressi da Ostellino - da sottoscrivere in pieno, e che bene spiegano perché il capo dell'Italia dei Valori abbia scelto di dire «no» all'appello di Napolitano per un clima politico «più civile»: con questa mossa Di Pietro, oltre a ribadire la sua strategia di presentarsi all'opinione pubblica come l'unica, vera opposizione, conferma di voler andare a pescare consensi in un'area estremista, dogmaticamente giustizialista, fanaticamente antiberlusconiana, in un elettorato che mal sopporta le garanzie democratiche a tutela della volontà espressa dai cittadini e non da qualche magistrato d'assalto.
Gianteo Bordero
mercoledì 1 luglio 2009
L'ALTOLÀ DI NAPOLITANO
Sono passati i tempi in cui il Quirinale era diventato il punto attraverso il quale passava ogni tentativo di ribaltare con manovre di Palazzo la volontà liberamente e democraticamente espressa dal corpo elettorale. Sono finiti gli anni in cui il Colle si era trasformato nella centrale operativa in cui prendeva forma compiuta ogni progetto finalizzato a defenestrare un presidente del Consiglio scelto dai cittadini ma sgradito ai poteri forti (della politica, dell'economia, dell'editoria). Se la presidenza della Repubblica appare oggi, agli occhi della stragrande maggioranza degli italiani, come garanzia del principio costituzionale secondo cui «la sovranità appartiene al popolo», lo dobbiamo a Giorgio Napolitano, che in tre anni è riuscito a spazzar via le nubi che nei passati tre lustri si erano più volte addensate sopra il palazzo del Quirinale e che avevano oscurato la fiducia e il consenso attorno alla figura del capo dello Stato. Se Oscar Luigi Scalfaro aveva fatto della più alta carica dello Stato un'istituzione che combatte al fianco di una parte politica per delegittimarne un'altra, Giorgio Napolitano l'ha restituita al prestigio e all'autorevolezza che le spettano, proiettando all'esterno l'immagine di un presidente che lavora per la concordia tra le istituzioni e per la civilizzazione di un clima politico che spesso e volentieri fuoriesce dai confini della pur aspra contesa tra schieramenti.
E' all'interno di questo quadro che va letto anche l'intervento con il quale ieri, da Capri, dove festeggiava il suo ottantaquattresimo compleanno, Giorgio Napolitano ha auspicato che, in vista di un appuntamento così importante per il nostro paese quale quello rappresentato dal G8 dell'Aquila, da parte dei media e della politica vi sia una «tregua nelle polemiche». Poche parole, ma chiare ed inequivocabili, che sottotraccia contengono altri due «avvisi ai naviganti» di cui dovrebbero far tesoro tutti coloro che, in quest'ultimo periodo, hanno deliberatamente lavorato per rendere incandescente oltre ogni misura il clima politico.
Primo avviso: quando è in gioco l'interesse generale del paese, e quando l'Italia ospita eventi che fanno puntare sulla Penisola i riflettori del mondo intero, come nel caso dell'appuntamento internazionale di luglio, è necessario che tutti gli attori della politica e dell'informazione mostrino di comprendere la posta in palio, al di là dei momentanei e transeunti interessi di schieramento. L'amor di patria deve unire tutti, destra e sinistra, così come la difesa e la promozione dell'interesse nazionale. Chi sceglie una strada diversa mostra di non voler condividere un terreno comune, una cornice di principi capace di unire il paese oltre le differenze partitiche.
Secondo avviso: quando c'è un governo in carica che gode di un'ampia e solida maggioranza parlamentare democraticamente eletta dai cittadini, è inutile che una parte politica e i suoi sostenitori tra i mezzi d'informazione continuino a sperare che dal Colle possa venire una qualche forma di aiuto per dare una spallata destabilizzatrice al quadro politico frutto di libere votazioni: ciò rappresenterebbe un vulnus inferto al nostro assetto costituzionale ed istituzionale. Un gioco a cui l'attuale presidente ha già più volte mostrato di non volersi prestare.
Il messaggio è dunque chiaro: se qualcuno (poteri politici, giudiziari, economici o quant'altro) pensa che Giorgio Napolitano possa legittimare più o meno esplicitamente una replica di quanto accaduto nel 1994, a Napoli, ai tempi del primo governo Berlusconi, quando, durante la Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulla criminalità organizzata, venne inviato al presidente del Consiglio, a mezzo stampa, un avviso di garanzia che ebbe effetti nefasti tanto per la tenuta dell'esecutivo quanto per l'immagine del nostro paese all'estero (per non parlare delle esiziali conseguenze istituzionali), ebbene questo qualcuno è meglio che riponga al più presto i suoi sogni nel cassetto e si impegni piuttosto a rasserenare un clima carico di veleni e collabori a fare del G8 non l'occasione per abbattere un governo, ma per rinforzare il prestigio e la credibilità dell'Italia fuori dai patrii confini.
Gianteo Bordero
sabato 7 febbraio 2009
IL PEGGIOR PRESIDENZIALISMO
L'Italia è da ieri una Repubblica presidenziale. Non è stata alcuna riforma della Costituzione a sancirlo, e neppure il popolo italiano si è espresso in tal senso con una pubblica consultazione. La trasformazione è avvenuta de facto, materialmente, nel momento in cui Giorgio Napolitano ha dapprima inviato una lettera al governo per scoraggiarlo dal varare il decreto finalizzato a impedire che a Eluana Englaro siano definitivamente sospese la nutrizione e l'idratazione, e poi, una volta che l'esecutivo ha comunque proceduto all'approvazione del decreto, ha fatto mancare la sua controfirma per renderlo operativo e trasmetterlo alle Camere.
C'è chi (guarda caso gli stessi che non vogliono vedere intralci nella procedura che condurrà alla morte di Eluana), in queste ore, ripete come un disco incantato che il capo dello Stato si è mosso «all'interno del quadro dei poteri che gli assegna la Carta costituzionale» e che ad aver compiuto atti addirittura «eversivi» della democrazia è stato il governo. E' un'affermazione che non sta in piedi. Innanzitutto l'invio della lettera è quanto meno «irrituale». Come ha detto ieri in conferenza stampa il presidente del Consiglio, «con la lettera si è introdotta una innovazione, quella cioè che il capo dello Stato, in corso d'opera di un Consiglio dei ministri, può intervenire anticipando la decisione del Consiglio circa la sussistenza, per un qualsiasi provvedimento, dei requisiti di necessità ed urgenza».
Ma l'errore più clamoroso compiuto dal presidente della Repubblica è stato il secondo, cioè la scelta di non controfirmare il decreto governativo sottolineando che esso non possiederebbe i caratteri di necessità ed urgenza previsti dalla Costituzione. Eppure è la stessa Costituzione, al secondo comma dell'articolo 77, a sancire in modo chiaro che la valutazione della necessità ed urgenza dei decreti legge spetta allo stesso governo. In questo modo, Napolitano ha di fatto espropriato l'esecutivo di una sua prerogativa, si è fatto egli stesso governo, cioè sede decisionale ultima dell'ordinamento repubblicano. In linguaggio tecnico, tutto ciò si chiama «presidenzialismo», quello che la sinistra descrive come anticamera del «regime», della «dittatura», del ritorno del «fascismo» ogni volta che il centrodestra ne parla e lo propone, ma che evidentemente è il benvenuto quando torna comodo agli eredi del Partito Comunista italiano.
Il capo dello Stato, nella sua lettera al presidente del Consiglio, ha poi affermato che «non è intervenuto nessun fatto nuovo che possa configurarsi come caso straordinario di necessità ed urgenza ai sensi dell'articolo 77 della Costituzione, se non l'impulso pur comprensibilmente suscitato dalla pubblicità e drammaticità di un singolo caso». Qui siamo veramente al paradosso: per Eluana, ieri mattina, è iniziata la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione che la porterà all'atroce morte per fame e per sete. Inoltre la procura di Udine, negli ultimi giorni, ha ricevuto lettere, ricorsi, reclami perché, a detta dei mittenti, non si sarebbero valutati, nel corso del processo, elementi e testimonianze che smentirebbero la presunta volontà di Eluana di non essere tenuta in vita in uno stato vegetativo. Se questi non sono «fatti nuovi», signor presidente della Repubblica, quali dovremmo ritenere tali?
E infine, sempre nella missiva al governo, Napolitano si è richiamato, così come la Corte di Cassazione nella sua sentenza, all'articolo 32 della Costituzione, il quale, al secondo comma, afferma che «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge». Così il presidente della Repubblica si accoda alla vulgata «laicisticamente corretta», quella secondo cui l'idratazione e l'alimentazione sarebbero di fatto equiparabili a cure e terapie. Ha letto, il capo dello Stato, la direttiva emanata a dicembre dal ministro Sacconi, nella quale si stabilisce chiaramente che nutrire una persona gravemente disabile (come Eluana) non costituisce accanimento terapeutico? E poi, se proprio si vuole citare il secondo comma dell'articolo 32, lo si citi per intero; esso infatti così prosegue: «La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». E' evidente, dal combinato disposto delle due frasi, che questa norma costituzionale non autorizza in alcun modo la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione, riconosciute in ogni foro internazionale come diritti inalienabili della persona, di quella disabile in particolare.
Come si vede, l'azione del capo dello Stato in questa vicenda è segnata da diverse forzature. Alla fine, crediamo che sia prevalsa la personale opinione del presidente sopra ogni altra cosa. Ciò sarebbe ammissibile se fossimo in una Repubblica presidenziale. Ma qui non c'è nessun presidente eletto dal popolo ed è invece il governo che può «adottare provvedimenti provvisori con forza di legge», e lo può fare «sotto la sua responsabilità». Da ieri esiste un precedente che rischia di mettere in discussione anche questo potere del governo, forse l'unico che gli consente veramente di svolgere in maniera efficace il suo compito.
Gianteo Bordero
domenica 27 luglio 2008
COMPAGNI CHE SBAGLIANO
da Ragionpolitica.it del 26 luglio 2008
Il glorioso quotidiano del fu Pci che critica il primo capo dello Stato proveniente dal Pci è davvero un paradosso dell'Italia 2008, un paese in cui può succedere che un presidente della Repubblica di lunga militanza comunista venga accusato, dai compagni di un tempo, di intelligenza col nemico destrorso. E' successo giovedì, quando sull'Unità è apparso un editoriale del direttore Antonio Padellaro intitolato «Caro presidente». Una lettera aperta a Giorgio Napolitano per fargli notare - serenamente e pacatamente, come direbbe Veltroni - che aver apposto la firma di promulgazione in calce al lodo Alfano è stato un grosso errore.
Padellaro non si spinge ad usare i toni ruvidi e sgrammaticati con cui Antonio Di Pietro si è scagliato contro l'inquilino del Quirinale per la sua decisione di dare il via libera al lodo; ma il senso delle sue parole, gira che ti rigira, è sempre quello: il presidente della Repubblica avrebbe dovuto rispedire al mittente il provvedimento perché rappresenta «un grave strappo al principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge... Da oggi ci sono quattro cittadini più uguali degli altri e tutto per consentire a uno solo, e sappiamo a chi, di non essere più sottoposto ai dettami della giustizia, come un sovrano senza limiti». In sostanza, dunque, secondo Padellaro, il capo dello Stato legittimerebbe, con la sua firma, un provvedimento eversivo dell'ordine democratico e instauratore di un regime assolutistico.
E così siamo tornati ai «compagni che sbagliano». A coloro che tradiscono la purezza del verbo rosso contaminandosi con il male: ieri il capitalismo, oggi il berlusconismo. Quando la rivoluzione assume la forma della lotta totale a un leader democraticamente eletto dal popolo, ecco che basta promulgarne una legge per diventare come lui. Anzi peggio, in ragione della storia passata tra i «migliori», tra coloro che sono sempre stati «dalla parte giusta». Napolitano viene dunque trattato da Padellaro alla stregua di uno povero vecchio che ha perso il lume della comprensione del reale e perciò non vede i pericoli di regime che, come un cancro in espansione, starebbero divorando il tessuto democratico della Repubblica e facendo carta straccia del dettato costituzionale. Non vede «il malessere di tanti italiani» di fronte ad una situazione come quella attuale.
E poco importa, al direttore dell'Unità, il fatto che il capo dello Stato abbia motivato la sua scelta proprio facendo un richiamo alla Corte Costituzionale e alla sentenza con la quale essa, nel 2004, giudicò non conforme alla Carta fondamentale l'allora lodo Schifani: «Il disegno di legge approvato il 27 giugno dal Consiglio dei ministri - si legge in un comunicato del Quirinale - è risultato corrispondere ai rilievi formulati in quella sentenza». E, quasi a rispondere alle critiche al lodo Alfano provenienti dal centrosinistra: «La Corte giudicò inoltre "un interesse apprezzabile" la tutela del bene costituito dalla "assicurazione del sereno svolgimento delle rilevanti funzioni che ineriscono a quelle cariche", rilevando che tale interesse "può essere tutelato in armonia con i princìpi fondamentali dello Stato di diritto, rispetto al cui migliore assetto la protezione è strumentale", e stabilendo a tal fine alcune essenziali condizioni». Il contrario di quello che scrive Padellaro, il quale parla, riferendosi al lodo, di una «grave rottura delle regole».
Constatiamo che l'Unità, che dovrebbe rappresentare l'organo ufficiale del Partito Democratico esprimendone editorialmente la linea politica, è diventata invece il megafono dell'amico-nemico Di Pietro e di quel che resta dell'antiberlusconismo viscerale. Al punto che, oltre ad attaccare il «compagno» Napolitano, non spende nemmeno un editoriale di solidarietà per il povero Piero Fassino, infangato da Giuliano Tavaroli con la complicità de La Repubblica. Il giornale dell'ex Partito Comunista che non difende il suo segretario mentre in parlamento egli trova il sostegno anche da parte del centrodestra la dice davvero lunga sulla confusione che regna in una sinistra la quale, per sopravvivere, è costretta a seguire i dettami e le gesta di un ex pm, di un comico e di qualche giornalista in cerca di gloria.
Gianteo Borderovenerdì 6 giugno 2008
UN RAPPORTO NORMALE
La decisione di Silvio Berlusconi di partecipare per la prima volta al ricevimento offerto dal capo dello Stato in occasione della festa della Repubblica non ha rappresentato soltanto un gesto di cortesia istituzionale. Si è piuttosto trattato della «inevitabile» conseguenza dei buoni rapporti che intercorrono tra il presidente del Consiglio e l'inquilino del Colle. Buoni rapporti che trovano la loro motivazione ultima nella consapevolezza, presente sia in Berlusconi che in Napolitano, della necessità di favorire un clima politico che permetta alle istituzioni e ai protagonisti della vita economica e sociale di affrontare a testa alta i gravi problemi che il sistema-paese di trova di fronte. Lo stesso presidente della Repubblica, nel messaggio agli italiani del 2 giugno, ha parlato dell'urgenza di «un forte impegno e slancio comune», ha chiesto ai cittadini e alle istituzioni di «fare la loro parte nell'interesse generale». Ed ha concluso: «Costruiamo insieme un costume di rispetto reciproco, nella libertà e nella legalità, mettiamo a frutto le grandi risorse di generosità e dinamismo che l'Italia mostra di possedere».
Siamo veramente lontani dagli anni in cui dal Colle trapelava, in modi e forme neppure troppo velate, una diffidenza di fondo, quando non una ostilità preconcetta, nei confronti di Berlusconi e dei suoi governi. Sembrano un ricordo sbiadito le reprimende di Oscar Luigi Scalfaro e i distinguo di Carlo Azeglio Ciampi. E non deve sorprendere il fatto che ora sia proprio un ex comunista a suggellare il nuovo, positivo rapporto instauratosi tra Palazzo Chigi e Quirinale. Napolitano è, ben più che i suoi predecessori, un politico d'esperienza, ben conosce le dinamiche del consenso e rispetta la volontà democraticamente espressa degli elettori. Non disprezza, insomma, la «carne» della politica. In più, rispetto a chi lo ha preceduto, non è un dogmatico della sacralità e della intangibilità della Costituzione, è consapevole del fatto che essa è sempre riformabile, ancorché nella salvaguardia dei suoi princìpi ispiratori. Per questo oggi guarda con favore ad una intesa tra le maggiori forze parlamentari per cambiare la Carta fondamentale in quei punti che maggiormente necessitano di ammodernamento (in una intervista rilasciata nel 2006 ad Aldo Cazzullo del Corriere della Sera, l'attuale capo dello Stato si disse favorevole al rafforzamento dei poteri del primo ministro, al superamento del bicameralismo perfetto, alla revisione del Titolo V così come votato dal centrosinistra nel 2001, alla concessione di maggiori garanzie costituzionali all'opposizione).
Il riformismo di Napolitano, del resto, non è una novità. Come migliorista del Partito Comunista italiano egli si oppose all'eurocomunismo berlingueriano e individuò, già alla metà degli anni Ottanta, nella prospettiva socialdemocratica il «punto d'approdo del Pci». In quest'ottica si comprendono pure alcune riflessioni contenute nel discorso pronunciato dal presidente della Repubblica il 9 maggio scorso, in occasione del «Giorno della memoria» dedicato alle vittime del terrorismo: facendo riferimento al «riaffiorare del terrorismo, attraverso la stessa sigla delle Brigate Rosse», Napolitano ha affermato che «si hanno ancora segni di reviviscenza del più datato e rozzo ideologismo comunista, per quanto negli scorsi decenni quel disegno rivoluzionario sia naufragato insieme con la sconfitta del terrorismo, mostrando tutto il suo delirante velleitarismo, la sua incapacità di esprimere un'alternativa allo Stato democratico». Parole, queste, che sono riuscite ad intercettare il sentimento comune e l'apprezzamento di tutte le forze democratiche del paese, senza distinzione di schieramento.
Come ha osservato recentemente Gianni Baget Bozzo, Napolitano è «il primo degli inquilini del Quirinale che ha dimostrato di capire come è cambiata la realtà politica italiana». Di qui la condanna, nel messaggio del 2 giugno, nei confronti dei «fenomeni di intolleranza e di violenza di qualsiasi specie» e della «insofferenza e ribellismo verso legittime decisioni dello Stato democratico». Di qui l'invito, espresso qualche giorno prima, a non cedere alle «pressioni localistiche». Tutto ciò mostra come il presidente della Repubblica sia determinato ad interpretare fino in fondo il suo ruolo costituzionale di capo dello Stato, il che significa anche tutelare le istituzioni democraticamente elette, difendendone l'autorità e il prestigio ed evitando quel conflitto tra poteri che negli ultimi lustri ha causato non pochi problemi all'Italia e alla sua credibilità sul piano internazionale. Per questo oggi il rapporto tra Quirinale e Palazzo Chigi non è più, come in passato, all'insegna del sospetto e della diffidenza, ma del rispetto reciproco e della collaborazione, come avviene in un paese veramente normale.
Gianteo Bordero
venerdì 1 febbraio 2008
di Gianteo Bordero

