Visualizzazione post con etichetta magistratura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta magistratura. Mostra tutti i post

mercoledì 19 gennaio 2011

BERLUSCONI È L'ARGINE ALLA REPUBBLICA GIUDIZIARIA

da Ragionpolitica.it del 19 gennaio 2011

Politicanti senza spessore politico, personaggi di cui i libri di storia non faranno menzione alcuna, e ai quali si potrebbe applicare la famosa battuta di Fortebraccio ai tempi della Prima Repubblica: «L'auto blu si fermò. L'autista, rapidamente, corse a spalancare la portiera. Non scese nessuno: era Nicolazzi». Stiamo parlando di tutti coloro che in questi giorni e in queste ore, di fronte alla nuova offensiva dei pm contro il presidente del Consiglio, preferiscono anteporre il proprio misero tornaconto immediato (una manciata di voti oggi e qualche poltrona in più domani) alla tutela delle garanzie costituzionali e dell'equilibrio dei poteri sul quale si regge la nostra Repubblica. Non capiscono - o fanno finta di non capire - che, nella sciagurata ipotesi di annientamento di Berlusconi per via giudiziaria, il loro guadagno sarebbe incommensurabilmente minore rispetto al prezzo pagato dall'Italia intera e dalle sue istituzioni rappresentative.


Sarebbe infatti la consacrazione definitiva del principio secondo il quale i governi non vengono scelti dai cittadini attraverso libere elezioni, bensì, in ultima analisi, dai pubblici ministeri e dai giudici, che diverrebbero i detentori dell'ultima parola a proposito della legittimità politica di un esecutivo. Si potrebbe ancora definire «democrazia», questa? Evidentemente no. Ci troveremmo invece di fronte ad un esiziale rovesciamento della nostra forma di Stato: non più una Repubblica «democratica», bensì una Repubblica «giudiziaria» in cui la sovranità non apparterrebbe più, in ultima istanza, al popolo, bensì alla magistratura.


Se quest'ipotesi, negli ultimi diciassette anni, non è diventata realtà, è proprio grazie a Silvio Berlusconi. Egli ha saputo tenere testa con coraggio e determinazione ai suoi accusatori togati. E' riuscito a dimostrare la sua estraneità agli infamanti capi d'imputazione che di volta in volta gli venivano rovesciati addosso come se egli fosse il peggiore dei criminali in circolazione. Ha ribattuto efficacemente, colpo su colpo, a inchieste messe in campo con un dispiegamento di mezzi, risorse, uomini senza precedenti (il tutto, ricordiamolo, a spese dei contribuenti). Berlusconi è stato dunque, dal 1994 ad oggi, l'argine alla deriva giudiziaria che prese il via negli anni delle inchieste di Mani Pulite, quando un'intera classe politica e interi partiti che avevano scritto la storia democratica del nostro Paese vennero spazzati via dall'oggi al domani nei modi e coi metodi che tutti ormai dovrebbero conoscere: uno sputtanamento mediatico scientificamente coordinato, la diffusione generalizzata a mezzo stampa e tv di atti coperti dal segreto istruttorio e «misteriosamente» usciti dalle procure, la trasformazione dell'avviso di garanzia in avviso di condanna, un uso arbitrario della carcerazione preventiva. Una miscela esplosiva finalizzata ad ottenere soltanto un immediato risultato politico e non certo giudiziario, visto che, come documenta Carlo Giovanardi nel suo Storie di straordinaria ingiustizia (Mondadori, 2003), tirando le somme dei processi per Tangentopoli si scopre che le archiviazioni e le assoluzioni raggiungono quasi il 90% dei casi. Archiviazioni e assoluzioni giunte però dopo molti anni, quando ormai, come detto, il fine politico delle inchieste era stato raggiunto e la stragrande maggioranza degli imputati era uscita di scena sotto il peso della gogna mediatica.


E qui, in fondo, sta la differenza tra allora e oggi, tra i rappresentanti della Prima Repubblica e Silvio Berlusconi. Il Cavaliere, ben comprendendo la natura precipuamente politica delle inchieste a suo carico, ha scelto di difendersi non soltanto nei processi, da cui egli è sempre uscito a testa alta, ma anche dai processi, denunciando pubblicamente, in innumerevoli occasioni, l'uso politico della giustizia di cui egli era oggetto, e sottolineando la necessità per un verso di porre mano ad una radicale riforma del sistema giudiziario e, per l'altro verso, di varare leggi volte a tutelare le istituzioni elette dal popolo da indebiti attacchi da parte della magistratura.


Chi oggi chiede a Berlusconi di dimettersi da presidente del Consiglio, di presentarsi davanti ai giudici di Milano e di difendersi di fronte a pm che per l'ennesima volta sembrano voler raggiungere primariamente obiettivi politici, non soltanto trascura la non irrilevante questione della competenza territoriale, non soltanto non tiene conto della sospetta tempistica dell'invito a comparire, non soltanto glissa sul reiterato utilizzo a strascico delle intercettazioni, ma anche e soprattutto mostra di non aver compreso che il vero, gigantesco problema dell'Italia non è la vita privata del premier, ma quello di settori della magistratura che da quasi vent'anni a questa parte tentano di ribaltare con i processi, o quanto meno con l'impatto mediatico delle inchieste, i risultati elettorali, espressione della volontà popolare che sta a fondamento della nostra democrazia. Per questo fa bene Berlusconi ad andare avanti, a resistere, infine a non presentarsi di fronte a quello che egli stesso ha definito un «plotone di esecuzione».


Gianteo Bordero

lunedì 17 gennaio 2011

E' L'USO POLITICO DELLA GIUSTIZIA LA VERA ANOMALIA ITALIANA

da Ragionpolitica.it del 17 gennaio 2011

L'uso politico della giustizia è un cancro che mina alla radice la tenuta del nostro sistema democratico, poiché altera in maniera sostanziale il principio della sovranità popolare, costituzionalmente cristallizzato nell'articolo 1 della Carta fondamentale. Quello che sta accadendo in questi giorni, con la nuova offensiva dei pm milanesi nei confronti del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, è l'ennesimo capitolo di una storia che si trascina ormai da quasi vent'anni, e che ha visto settori della magistratura proporsi sulla scena come i detentori ultimi del potere politico e delle stesse sorti del Paese, oltrepassando i confini delle prerogative che la Costituzione e le leggi assegnano al potere giudiziario. Ciò è stato possibile, a partire dal 1992-93, non soltanto a causa della consunzione del sistema sul quale si reggeva la Prima Repubblica, ma anche e soprattutto grazie alla carica ideologica che muoveva quella parte di giudici e pm che si riconosceva nella corrente di Magistratura Democratica, nata negli anni Sessanta del secolo scorso col preciso intento di travasare nell'amministrazione della giustizia le parole d'ordine della lotta di classe e della distruzione dello Stato borghese.


In questo senso, la «colpa» imperdonabile di Silvio Berlusconi è stata quella di dare voce ed espressione politica alla parte maggioritaria dell'elettorato italiano che si era riconosciuta per decenni nei partiti democratici e occidentali poi cancellati dalle inchieste di Mani Pulite, «scendendo in campo» proprio nel momento in cui la strada della conquista del potere sembrava aperta per gli eredi del comunismo, ai quali i membri di Magistratura Democratica si sentivano - ed erano - oggettivamente contigui. Questo è il «peccato originale» dell'avventura politica dell'attuale presidente del Consiglio. Per questo egli è stato considerato, da sùbito, come un usurpatore. Per questo al Cavaliere andava - e va tuttora - necessariamente riservato lo stesso trattamento applicato ai dirigenti della Dc, del Psi e dei loro alleati ai tempi della Prima Repubblica. Per questo l'uomo di Arcore deve essere abbattuto, come si suol dire, con le buone o con le cattive.


E non deve neppure sorprendere che i partiti della sinistra, un tempo schierati strenuamente in difesa del «primato della politica», cavalchino oggi, così come hanno cavalcato nei primi anni Novanta, le inchieste dei pm d'assalto contro coloro che sono stati liberamente eletti dal popolo per guidare il Paese. La ragione di ciò sta nel fatto che, dal punto di vista politico, la sinistra in Italia è morta con la caduta del muro di Berlino e con il crollo del mito della rivoluzione. Per questo la conquista del potere per via giudiziaria è apparsa, sin dai tempi di Tangentopoli, come la provvidenziale scorciatoia per raggiungere con mezzi non democratici ciò che era - ed è ancora oggi - impossibile raggiungere con i normali strumenti della democrazia, cioè il consenso popolare ed il voto. Abbracciare dogmaticamente e acriticamente il giustizialismo, se da un lato è stata una scelta dettata dallo stato di necessità, dall'altro ha accelerato il processo di esaurimento politico della gauche nostrana, assegnandole un ruolo ancillare rispetto a quello svolto dai magistrati e trasformandola in un semplice megafono delle procure, del tutto privo di qualsiasi autonomia programmatica e culturale.


Questo è lo stato delle cose che si protrae da più di tre lustri nel nostro Paese. Questa è la vera anomalia italiana: non quella di un imprenditore di successo che diventa leader politico e raccoglie la maggioranza dei consensi necessaria per governare, bensì quella di certa magistratura politicizzata che tenta di esercitare un potere che in democrazia spetta soltanto al popolo e ai suoi rappresentanti, e quella di una sinistra meschina che rinuncia alle sue prerogative e abdica al suo compito politico nella convinzione e nella speranza che possa essere una sentenza, o quanto meno la gogna mediatica alimentata dalle inchieste-spettacolo, a trasformarla come per magia da forza residuale in forza di governo. E' un disegno che da diciassette anni continua ad essere vanificato dalle vittorie di Berlusconi, ma che, come vediamo in questi giorni, è più vivo che mai. E' chiaro che in ballo non c'è soltanto il destino politico di un uomo, ma anche e soprattutto, come dicevamo, la qualità della nostra democrazia: per questo la capacità di resistenza del Cavaliere continua ancora oggi ad essere la migliore garanzia contro la riduzione a mero flatus vocis del primato della volontà popolare.


Gianteo Bordero

mercoledì 5 maggio 2010

QUELLA CULTURA DEL SOSPETTO CHE UCCIDE LO STATO DI DIRITTO

da Ragionpolitica.it del 5 maggio 2010

A diciotto anni di distanza da Tangentopoli e dal conseguente azzeramento dei partiti democratici che avevano governato il paese nel corso della Prima Repubblica, il circo mediatico-giudiziario sembra ancora essere titolare, purtroppo, di un ampio potere di veto sulla vita politica italiana. Il caso Scajola è, da questo punto di vista, emblematico: un ministro che si dimette senza neppure essere indagato, in seguito a una fragorosa campagna di stampa resa possibile dalla diffusione di atti coperti dal segreto istruttorio e filtrati chissà come dagli uffici giudiziari. Se ai tempi di Mani Pulite bastava l'avviso di garanzia per essere segnati col marchio dell'infamia e squalificati dal novero degli appartenenti alla società civile, oggi sono sufficienti il sospetto, come negli anni bui del Terrore giacobino, e qualche titolone dei soliti giornali degli «onesti» e dei «benpensanti». E' un passo in avanti verso la morte dello stato di diritto, cioè del fondamento di ogni autentica democrazia.


Così vengono sistematicamente calpestati non soltanto importanti principi costituzionali come quello della presunzione di non colpevolezza fino a prova contraria e a sentenza definitiva, ma anche la dignità stessa delle persone che, di volta in volta, finiscono nel tritacarne: messe alla pubblica gogna e distrutte mediaticamente prima ancora di essere giudicate da un tribunale, non saranno mai più risarcite in caso di assoluzione, se non con qualche titoletto nelle brevi di cronaca giudiziaria a pagina 24. E' inutile girarci troppo attorno, perché la verità è che tornano alla mente tempi bui che credevano di esserci lasciati definitivamente alle spalle con il '92-'93, quando una cieca furia giustizialista, abilmente fomentata da mass media e magistrati d'assalto, impedì di vedere quello che realmente stava accadendo nel nostro paese. Certo, la corruzione c'era e i corrotti andavano colpiti. Ma quello che venne portato lucidamente avanti fu, in ultima analisi, un disegno di messa in mora della politica e del suo primato rispetto ai poteri non eletti - un'operazione con aspetti per certi versi ancora oscuri per ciò che attiene l'individuazione dei soggetti che, in quel frangente, erano interessati a un commissariamento de facto di un sistema che sembrava non in grado di gestire la delicata fase del post guerra fredda e della conseguente fine della divisione del mondo in blocchi e sfere d'influenza.


Oggi, come è stato detto più volte, non c'è una nuova Tangentopoli, perché non c'è più un sistema organico di finanziamento illecito ai partiti, ora sovvenzionati con soldi pubblici sotto forma di rimborsi elettorali. Nonostante ciò, si ha non di rado l'impressione che in certa magistratura, sempre adeguatamente supportata dai media amici, sia ancora viva l'aspirazione a determinare, rovesciandole, le sorti della politica italiana, tanto più quando è al governo Berlusconi. Cioè colui che, con la sua discesa in campo prima e con le sue ripetute vittorie elettorali poi, ha saputo, grazie alla sua leadership carismatica, dare una nuova e credibile rappresentanza a quell'elettorato moderato orfano dei partiti spazzati via dallo tsunami di Mani Pulite.


In questo quadro ha ragione il coordinatore del Popolo della Libertà e ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, quando, commentando la notizia secondo cui il suo collega alla guida del partito Denis Verdini sarebbe indagato nell'ambito di un'indagine della Procura di Roma, afferma che «c'è qualcosa di poco chiaro e di allarmante in questa nuova ondata di inchieste a carico di esponenti del nostro movimento» e rileva «un orientamento che appare rivolto unicamente nei confronti dei rappresentanti di una determinata parte politica». In questi giorni, infatti, si respira nuovamente un'aria mefitica, inquinata dai veleni, dai sospetti, dalle condanne preventive. Il tutto col chiaro scopo di bloccare l'azione del governo e di mandare all'aria la maggioranza uscita dalle urne nel 2008 e confermata dagli italiani in tutte le tornate elettorali degli ultimi due anni. Non si tratta di fare dell'allarmismo, ma di chiamare le cose col loro nome senza ipocrisia, portando avanti coraggiosamente e senza titubanze i provvedimenti finalizzati a ristabilire quell'equilibrio tra i poteri sancito dalla Costituzione del '48 e venuto meno sotto i colpi del giustizialismo nei primi anni Novanta, quando si affermò l'idea secondo cui i rappresentanti eletti dal popolo sono mascalzoni a prescindere e la magistratura è chiamata a riportare la moralità in una «casta» di ladri, di corrotti e di malviventi.


Gianteo Bordero

venerdì 12 marzo 2010

NUOVE ELEZIONI, VECCHIA SINISTRA

da Ragionpolitica.it del 12 marzo 2010

Arriva il Csm con la condanna delle dichiarazioni di Berlusconi sui magistrati. Arriva (così scrive Il Fatto quotidiano) la Procura di Trani con una nuova inchiesta a carico del Cavaliere. E arriva la piazza per denunciare l'attentato alla democrazia che l'uomo di Arcore starebbe mettendo in atto. Come al solito, alla vigilia di ogni elezione, la sinistra politica, mediatica e giudiziaria non si fa mancare proprio nulla per tentare di sovvertire l'esito del voto, nella convinzione di poter azzoppare il leader del Popolo della Libertà e sottrarre così consensi alla coalizione di centrodestra. E' una strategia che in questi ultimi sedici anni non ha prodotto alcunché di significativo, e che anzi si è ritorta contro coloro che l'hanno studiata e attuata con certosina meticolosità: i partiti del centrosinistra sono nelle condizioni che tutti oggi possono vedere, privi di slancio riformatore, di idee e di programmi degni di tal nome; la magistratura registra anch'essa, da lunga pezza, un forte calo di fiducia da parte dei cittadini, i quali vorrebbero vedere, al posto dell'accanimento contro Berlusconi, un sistema giudiziario che funzionasse in modo decente, con tempi certi e processi giusti; i giornali e le trasmissioni gauchiste, infine, ridotti ormai a cucine che sfornano ogni giorno lo stesso piatto condito dai soliti presunti scoop contro il premier, sono diventati una nicchia in cui cercano rifugio elettori di sinistra delusi dai loro rappresentanti politici, una valvola di sfogo per ritrovare le parole e riascoltare i dogmi dell'antiberlusconismo militante.


Nonostante ciò, ogni volta che s'approssima un appuntamento elettorale va in scena lo stesso deprimente spettacolo, si alza il medesimo polverone, si respira il solito acre odore proveniente dalle centrali ideologiche della sinistra italiana, o meglio di quel che resta della sinistra italiana. Perché quando uno schieramento è costretto a ricorrere esclusivamente a strumenti extra politici per tentare di strappare qualche voto alla coalizione avversaria, significa che i suoi partiti ed i loro dirigenti con la Politica hanno chiuso da un bel po'. Tant'è vero che tutto fa brodo pur di non parlare di programmi, di progetti, insomma di tutto ciò che davvero può interessare ai cittadini in occasione di un'elezione. In questo modo l'unico punto programmatico rimane sempre quello: annientare il nemico, spazzare via il dittatore, cacciare l'usurpatore. Tutto così da ormai più di tre lustri, da Occhetto fino a Bersani, passando per Prodi, D'Alema, Rutelli, Veltroni, Franceschini - facce intercambiabili della stessa medaglia, cuochi diversi per la medesima zuppa.


La sinistra non ha dunque saputo trarre alcuna lezione dal suo travagliato percorso di questi sedici anni: ha continuato ostinatamente a suonare lo stesso spartito e continua a suonarlo anche oggi, dopo che gli italiani hanno mostrato in maniera chiara che non è quella la musica che vorrebbero sentire le loro orecchie. Eppure ogni volta i dirigenti della gauche sperano che sia la volta buona, che l'attacco concentrico a Berlusconi funzioni, produca i suoi effetti e mandi a casa il Cavaliere. Il quale, invece, il giorno dopo ogni tornata elettorale, quando si dirada la polvere sollevata dal circo mediatico-giudiziario e parlano soltanto i numeri delle urne, si riaffaccia sulla scena come il vincitore, come il più amato dagli italiani, come il leader che i cittadini vogliono alla guida del paese. Certo, tutto questo è logorante per la sinistra, ma fino a quando essa continuerà a rimandare a data da destinarsi il momento di un serio e coraggioso ripensamento di se stessa, del suo modo di concepire il paese e di porsi di fronte agli elettori, non ci sarà trippa per gatti. Ed avrà sempre il sopravvento, nei leader delle varie Unioni, Ulivi, Grandi Alleanze Democratiche, la tentazione di vincere a tavolino. O con l'aiuto delle inchieste. O cavalcando qualche scandalo che continuerà a sciogliersi come neve al sole.

Gianteo Bordero

mercoledì 24 febbraio 2010

NON È UNA NUOVA TANGENTOPOLI. MA QUALCUNO VORREBBE CHE LO FOSSE

da Ragionpolitica.it del 24 febbraio 2010

Come hanno chiarito in questi giorni il presidente del Consiglio, il presidente della Camera e il presidente del Senato, non siamo in presenza di una nuova Tangentopoli: oggi il finanziamento ai partiti politici, non più strutturati in maniera capillare come ai tempi della Prima Repubblica, avviene essenzialmente attraverso il meccanismo del rimborso pubblico per le cosiddette «spese elettorali», e in parte attraverso erogazioni liberali, cioè donazioni private disciplinate dalla legge. Al di fuori di tutto ciò - per usare le parole del capogruppo del Pdl a Montecitorio, Fabrizio Cicchitto, «c'è solo affarismo o corruzioni individuali e di cordata». Punto e capo.


Eppure tira una brutta aria. Perché c'è chi - partiti d'opposizione, «grande stampa» antiberlusconiana, poteri non eletti più o meno forti - vorrebbe trasmettere al paese l'idea che siamo nuovamente di fronte ad un degrado e ad un malaffare politico sistemico, che coinvolgerebbe in primis chi attualmente tiene in mano le redini del governo. Giuseppe D'Avanzo, editorialista di punta de La Repubblica e storica bocca da fuoco contro il Cavaliere, lo dice a chiare lettere: «Siamo tornati al 1994. Con un salto all'indietro, siamo tornati alla casella di partenza». E ci vuol poco a immaginare di chi sia la colpa: se ogni limite etico è saltato - così pensa D'Avanzo - la responsabilità principale non può che essere di Berlusconi: «Il mito ideologico berlusconiano ha ritenuto le regole inutili o irrilevanti, soltanto legacci capaci di imbrigliare le energie vitali». E questo vale sia che si parli di corruzione politica e amministrativa sia che si parli di morale privata. Tant'è vero che fu lo stesso D'Avanzo a formulare le celeberrime «dieci domande» al premier sul caso Noemi.


Ma che dal giornale-partito di Scalfari e Mauro vengano certe battaglie al veleno e certe campagne di stampa non stupisce. E' la solita minestra riscaldata da sedici anni a questa parte. Discorso diverso è se a lanciarsi in invettive antigovernative qualunquiste e antipolitiche sono i rappresentanti dei poteri industriali e/o finanziari, o comunque espressione di un certo mondo «che conta». Si prenda, ad esempio, quanto ha dichiarato martedì il presidente della Fiat, Luca Cordero di Montezemolo, durante l'inaugurazione della Luiss School of Government di Roma. L'ex capo di Confindustria ha addossato sulla politica la responsabilità di «non aver fatto riforme adeguate per far funzionare la macchina dello Stato» anche per ciò che riguarda la Pubblica Amministrazione, invocando «un'azione più efficiente e trasparente». A stretto giro di posta è arrivata la replica del ministro Brunetta, ma resta il fatto che Montezemolo, proprio nel giorno degli arresti per l'affaire Fastweb e in un periodo di tempeste giudiziarie come quella sulla Protezione Civile, abbia sferrato un attacco che non poteva passare inosservato, e che senz'altro ha contribuito ad alzare la temperatura del dibattito pubblico e ad accreditare, in sostanza, l'idea di un sistema marcio sin nelle sue fondamenta, come ai tempi di Tangentopoli.


Sempre rimanendo in zona Montezemolo e affini, qualche perplessità la fa sorgere pure l'atteggiamento del Corriere della Sera a partire dal momento in cui è venuta a galla la notizia dell'inchiesta sugli appalti legati ai grandi eventi gestiti dalla Protezione Civile: il quotidiano di via Solferino ha cavalcato la vicenda, per diversi giorni, con titoloni d'apertura, paginate di intercettazioni, ricostruzioni e presunti retroscena, come negli anni ruggenti della Procura milanese. Ha dato spazio a interviste nelle quali l'idea che sia in corso una nuova Tangentopoli è stata ossessivamente ripetuta come un mantra. E che dire ancora, per altro verso, di Pier Ferdinando Casini, anch'egli oggi impegnato ad annunciare ai quattro venti che «ci sono troppi ladri in politica» e che «la questione morale è riesplosa, divenendo un'emergenza nazionale»?


Ora, nessuno nega i casi di corruzione e di malaffare. Ma i precedenti (Mani Pulite in primo luogo) chiederebbero maggiore cautela nell'emettere sentenze mediatiche che potrebbero poi essere clamorosamente smentite dai verdetti dei tribunali. Invece l'impressione è che si voglia buttare tutto, e sùbito, dentro il calderone della «questione morale» e delle «ruberie». E chi non si accoda rischia di passare per complice o difensore dei ladri. Perciò la domanda sorge spontanea: perché sta prendendo forma una concentrazione di forze politiche, di poteri economici e delle loro appendici editoriali, che sta soffiando sul fuoco delle polemiche? Forse per far divampare un altro grande incendio di sistema come negli anni 1992-93? Ed è casuale che determinate indagini siano venute a galla proprio in un periodo di campagna elettorale? E c'entra qualcosa il fatto che, dopo le regionali di fine marzo, per tre anni non vi saranno appuntamenti elettorali di rilievo e quindi, superato questo scoglio, il governo potrebbe avere una navigazione tranquilla? Speriamo di sbagliare, ma l'impressione è che qualcuno voglia giocare al massacro e punti al «tanto peggio, tanto meglio» per fare piazza pulita di quel che resta del primato della politica nel nostro paese, oggi rappresentato da Berlusconi, dal suo governo e dal movimento popolare che egli ha suscitato.

Gianteo Bordero

lunedì 22 febbraio 2010

COSÌ I POST-COMUNISTI DELEGITTIMANO LA POLITICA

da Ragionpolitica.it del 22 febbraio 2010

La vicenda di Mani Pulite e l'uso che ne è stato fatto da parte della sinistra postcomunista italiana non hanno soltanto distrutto l'intero sistema dei partiti occidentali che avevano governato la tanto deprecata «Prima Repubblica» dal 1948 al 1993; hanno contribuito, soprattutto, alla delegittimazione della politica in quanto tale, come strumento di governo democratico della società e di composizione degli interessi presenti al suo interno. Se non si tiene conto di questo dato oggettivo non si riesce neppure a comprendere perché oggi, di fronte all'inchiesta della Procura di Firenze sulla gestione delle emergenze e dei grandi eventi da parte della Protezione Civile, la gauche nostrana tenti di mandare nuovamente in scena la desolante rappresentazione di una classe dirigente collusa con il malaffare e corrotta sin nei suoi più alti vertici istituzionali. Alla base di tale tentativo vi sono certamente, ancora una volta, la volontà di usare il clamore mediatico suscitato dalle indagini giudiziarie come leva per sovvertire il risultato determinato da libere elezioni e l'idea di stringere un patto d'acciaio con i poteri non eletti per instaurare un governo non politico, ma tecnocratico, del paese. La sinistra a corto di idee, di programmi e di leader - cioè di sostanza politica - si affida di nuovo al deus ex machina di qualche potere forte per riuscire a sbianchettare il voto degli italiani e prendere in mano le redini dell'esecutivo.


Ma c'è di più. Perché la critica da parte dell'ex Pci Bersani e dell'ex pm Di Pietro alla gestione della Protezione Civile mette a nudo la cattiva coscienza di coloro che, più di tutti, hanno tratto giovamento dalle conseguenze delle inchieste del 1992-93 e dalla condanna della politica in quanto tale. Se infatti si è giunti al punto di dover affidare alla struttura oggi guidata da Bertolaso competenze eccezionali per far fronte alle emergenze e per assicurare la buona riuscita di eventi di interesse nazionale, è proprio perché, nel corso degli ultimi sedici anni, abbiamo assistito alla destrutturazione sistematica dei poteri dello Stato (riforma del Titolo V della Costituzione) e perciò del governo da parte della sinistra. Una sinistra che, attraverso leggi come quelle ideate da Franco Bassanini, ha di fatto mandato al macero la tradizionale idea del primato della politica, assegnando ai funzionari, ai burocrati e ai dirigenti un ampio potere discrezionale, un tempo appannaggio degli eletti dal popolo. In nome del mito dell'inaffidabilità del politico e della probità del funzionario si è così via via spolpata la sostanza del governo democratico e del mandato popolare a realizzare le riforme necessarie all'ammodernamento del paese.


Le doglianze e le dichiarazioni scandalizzate rilasciate in questi giorni dai capi del centrosinistra rappresentano perciò il classico caso delle lacrime di coccodrillo, che piange dopo aver divorato le sue vittime. Per anni e anni le anime belle gauchiste hanno fatto a gara per privare di ogni autorità ed autorevolezza lo Stato e di ogni credibilità la nazione nel suo insieme. Hanno contribuito a svendere gran parte del patrimonio pubblico negli anni delle privatizzazioni selvagge degli anni Novanta. Hanno consegnato chiavi in mano a magistrati, media amici, banchieri e boiardi vari il cuore pulsante del potere. E ora si lamentano perché quello Stato e quel governo che essi hanno con sistematica solerzia fatto a pezzi devono far ricorso ai poteri speciali della Protezione Civile per intervenire laddove è in gioco la «faccia» del paese. Siamo veramente al culmine dell'ipocrisia. Non soltanto perché, come ha ben documentato la scorsa settimana Il Giornale, la stessa sinistra si è più volte servita della Protezione Civile nella gestione dei grandi eventi, ma anche e soprattutto perché, ancora una volta, i postcomunisti e i loro alleati giustizialisti giocano al massacro nascondendo sotto il tappeto la polvere delle loro gravi responsabilità storiche. Sperano di raccattare qualche voto in più, nell'immediato, cavalcando l'onda delle inchieste e dell'antipolitica, e continuano a non prendere atto che questa strategia - se così la possiamo chiamare - è la stessa che negli ultimi tre lustri li ha condotti in quello stato di profonda confusione e di crisi politica permanente da cui essi rischiano ancora oggi di essere stritolati.

Gianteo Bordero

sabato 13 febbraio 2010

LA SINISTRA HA GIÀ CONDANNATO BERTOLASO

da Ragionpolitica.it del 13 febbraio 2010

Colpire Bertolaso per colpire Berlusconi. Affossare il sottosegretario alla presidenza del Consiglio per affossare il suo superiore. Non ci vuole molto per capire a che cosa punti la sinistra politica e mediatico-giudiziaria dopo l'avviso di garanzia al capo della Protezione Civile, accusato di corruzione nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Firenze sui lavori del G8 alla Maddalena.


A poco vale ricordare ai fan gauchisti delle manette facili e della condanna preventiva che in Italia vige la presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva: da Mani Pulite in poi questa regola è divenuta carta straccia, un inutile retaggio del garantismo liberale, una pietra d'inciampo per riuscire a realizzare per via giudiziaria ciò che la sinistra non è riuscita a realizzare per via politica: l'abbattimento dello «Stato borghese», con le sue guarentigie ed i suoi contrappesi costituzionali a tutela dei poteri eletti dal popolo. E lo stesso avviso di garanzia, come è stato più volte ricordato in questi anni, si è trasformato de facto in un avviso di colpevolezza, in un marchio d'infamia, nello strumento principe - assieme alla diffusione selvaggia delle intercettazioni telefoniche - per consegnare in pasto allo sputtanamento pubblico il potente di turno. I principi dello Stato di diritto sono crollati sotto il peso del fanatismo giustizialista, del giacobinismo in salsa italica, del manipulitismo divenuto nuovo dogma intellettuale degli orfani di Marx e dei nostalgici del diciannovismo. Non contano più la ricerca delle prove, l'accertamento del fatto concreto, l'attesa del verdetto. Non conta più la regola aurea della responsabilità penale individuale: diventa dogma inconfutabile il «non poteva non sapere», lo stesso utilizzato nelle inchieste di Tangentopoli per mettere nel tritacarne i pezzi grossi della prima Repubblica e dei partiti democratici occidentali: la Dc, il Pli, il Pri, il Psdi, il Psi con in testa Bettino Craxi. Non potevano non sapere. Così come, oggi, anche Bertolaso non può non sapere quello che è accaduto sotto di lui, gli atti dei suoi sottoposti.


Come dicevamo all'inizio, in questa situazione di garanzie che saltano e di famelico gossip mediatico-giudiziario, la delegittimazione morale di Bertolaso è l'ennesimo strumento per tentare di affondare Silvio Berlusconi. Cioè l'uomo che lo ha voluto con sé, come suo sottosegretario, per affrontare in modo efficace ed efficiente le grandi emergenze che l'attuale governo ha dovuto risolvere, dai rifiuti in Campania fino al post-terremoto in Abruzzo, solo per citare le più eclatanti e tacendo del meritorio e silenzioso lavoro quotidiano della Protezione Civile lungo tutta la Penisola. Oggi la sinistra politica e gazzettiera sostiene che la «gestione delle emergenze», sotto il governo Berlusconi, è divenuta, con un disegno scientificamente studiato a tavolino, il paravento dietro al quale nascondere una nuova ondata di tangenti, corruzione, malaffare e chi più ne ha ne metta (per avere un elenco completo è sufficiente, per chi avesse tempo e voglia, leggere l'edizione di venerdì de La Repubblica, da pagina 1 a pagina 11). Premesso che le mele marce possono annidarsi in ogni dove, anche nella Protezione Civile o tra i funzionari pubblici, occorre ricordare ai maître à panser della sinistra forcaiola che le suddette emergenze non le hanno create né Berlusconi né Bertolaso con la bacchetta magica: sui rifiuti di Napoli, ad esempio, la gauche nostrana farebbe bene a guardare in casa propria, a ricordare che cosa era diventata la città partenopea sotto il governo Prodi e l'allora ministro dell'Ambiente Pecoraro Scanio, a farsi infine tornare alla mente le montagne di monnezza e al naso i miasmi nauseabondi da esse provenienti. Per mettere fine a quella situazione, come tutti sanno, c'è voluto persino l'esercito, oltre ai poteri speciali al commissario straordinario - appunto Bertolaso. E' stato un errore agire in questo modo? Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma il dato di fatto è che il problema è stato risolto. E il merito è del governo, di Berlusconi & Bertolaso in primis. Stessa cosa potrebbe dirsi per molte altre situazioni nelle quali l'esecutivo ha dimostrato una eccezionale capacità di risposta a situazioni che nel passato incancrenivano fino a intaccare la credibilità non solo dei governi, ma dell'intero paese.


Perciò non deve sorprendere che oggi la sinistra tenti di usare le accuse contro il capo della Protezione Civile come strumento propagandistico per trasformare in una pagina oscura e criminale quelli che sono i fiori all'occhiello dell'operato del governo Berlusconi. Non avendo argomenti politici validi e solidi da contrapporre al presidente del Consiglio e alla maggioranza di centrodestra, Bersani, Di Pietro e compagni fanno ricorso ancora una volta alla solita retorica giustizialista e alla fede cieca nelle inchieste giudiziarie per provare a sconfiggere il Cavaliere con mezzi impropri. In più d'una occasione questa strategia si è ritorta contro i suoi promotori, e anche questa volta è probabile che vada a finire così. E' la mossa della disperazione di una sinistra politicamente alla frutta, in particolare di un Pd che si è consegnato mani e piedi a Di Pietro ed oggi lo segue senza freni nella caccia a Bertolaso, nella convinzione di trarne profitto elettorale alle prossime regionali. Come se gli italiani dimenticassero tanto facilmente «le cose concrete, le realizzazioni vere, ben più importanti delle chiacchiere dei politici», per usare le parole del portavoce del Pdl, Daniele Capezzone. Il quale ha aggiunto: «Auguro ai politici che in queste ore insultano Bertolaso di poter realizzare in tutta la loro vita un decimo delle cose concrete condotte in porto anche da lui negli ultimi diciotto mesi».

Gianteo Bordero

venerdì 13 novembre 2009

PRIMATO DELLA POLITICA E IMMUNITÀ PARLAMENTARE

da Ragionpolitica.it del 12 novembre 2009

Subito dopo la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale, lo scorso 7 ottobre, scrivemmo su queste pagine che l'Italia e il suo sistema istituzionale continuavano a pagare le conseguenze della sciagurata abolizione dell'immunità parlamentare, avvenuta nel 1993 sotto l'onda emotiva dei processi di Tangentopoli. Una decisione che ha comportato, nella sostanza, la messa sotto scacco del primato della politica nel nostro paese, assegnando alla magistratura un potere di veto sul parlamento eletto dal popolo sovrano. Che lo si voglia o no, è stata questa la vera, grande anomalia italiana degli ultimi quindici anni: il tentativo di certi giudici e pm di porre sotto tutela, tramite la perenne minaccia dell'avviso di garanzia, delle manette e della carcerazione preventiva, la rappresentanza democratica. Un tentativo sostenuto da buona parte del sistema mediatico nazionale, che ha contribuito a diffondere nell'opinione pubblica l'ideologia dell'antipolitica, che come un tarlo ha roso a poco a poco la coscienza civile del paese, fino al punto di far credere che tutto ciò che reca il timbro dell'autorità giudiziaria porta con sé il carattere dell'infallibilità, mentre le azioni della politica sono per ciò stesso disoneste, corrotte, immorali. Se l'immunità parlamentare aveva garantito per quarant'anni il sacrosanto principio secondo cui l'ultimo giudice delle scelte politiche rimane l'elettore, la sua abolizione ha consegnato questo potere ai magistrati, recando un oggettivo vulnus al nostro sistema democratico.


Cestinato il Lodo Alfano, che proponeva non il ritorno all'immunità, bensì, più modestamente, la sospensione dei processi per le quattro alte cariche dello Stato, il problema è tornato a porsi in tutta la sua gravità. Infatti, che certi togati cerchino ancora oggi di determinare le sorti politiche del paese è un dato di realtà che solo i giustizialisti accecati dal fanatismo ideologico possono non vedere. L'esistenza della volontà di espellere dalla scena colui che nel 1994, legittimato dal voto popolare, impedì con la sua discesa in campo l'ascesa al potere del gran connubio tra partiti di sinistra e giudici, non è un argomento propagandistico creato ad arte dal centrodestra, ma emerge in modo chiaro dalle stesse dichiarazioni di taluni magistrati. Come, da ultimo, Antonino Ingroia, procuratore aggiunto a Palermo, che durante un recente convegno organizzato dall'Italia dei Valori ha chiamato alla lotta totale contro le annunciate riforme del governo in materia di giustizia. Ingroia, esponente di quella Magistratura Democratica che tra i suoi obiettivi storici ha l'abbattimento dello «Stato borghese» tramite l'azione giudiziaria, è lo stesso che su Micromega, assieme al collega Roberto Scarpinato, scriveva qualche tempo fa che è possibile «sospendere autoritativamente la democrazia aritmetica, al fine di salvaguardare la democrazia sostanziale, cioè il bene comune della generalità dei cittadini contro la stessa volontà della maggioranza». Sono frasi che si commentano da sole e che dovrebbero far preoccupare chiunque abbia davvero a cuore la democrazia in Italia e l'equilibrio tra poteri nella nostra Repubblica.


Tornare a garantire il primato della politica e della sovranità popolare è un imperativo che dovrebbe essere fatto proprio da tutti i partiti che ambiscono al governo del paese. Il Popolo della Libertà si è già mosso in questa direzione: l'onorevole Margherita Boniver, ad esempio, ha presentato l'11 novembre alla Camera un progetto di legge costituzionale finalizzato al ripristino dell'immunità parlamentare nell'articolo 68 della Carta fondamentale. E il capogruppo a Montecitorio del partito, Fabrizio Cicchitto, ha dichiarato che, nel quadro della riforma della giustizia allo studio della maggioranza, sarà da ricomprendersi anche il riequilibrio del «delicato rapporto tra politica e magistratura», messo in crisi dalla cancellazione dell'immunità nel 1993.


Dunque, dopo anni di predominio culturale del giustizialismo, riflettere sull'istituto dell'immunità parlamentare non è più tabù, perché è questo uno degli strumenti principali per porre fine all'anomalia di un potere giudiziario che cerca di sostituirsi alla volontà del corpo elettorale nella selezione dei rappresentanti del popolo. Come ha ricordato il direttore del Tg1, Augusto Minzolini, nel suo editoriale del 9 novembre: «I padri costituenti che inserirono nella Carta l'immunità parlamentare lo fecero non perché erano dei malandrini, ma perché consideravano quella norma necessaria per evitare che il potere giudiziario arrivasse a condizionare il potere politico... Non fu di certo un'idea stravagante: strumenti diversi, ma con le stesse finalità, sono previsti in Germania, Inghilterra, Spagna, e dell'immunità beneficiano anche i parlamentari di Strasburgo». Dopo l'ondata giacobina di Mani Pulite, che portò all'auto-castrazione della politica con la cancellazione dell'immunità dal testo costituzionale, oggi sono maturi i tempi affinché quello che Minzolini definisce un «vulnus all'equilibrio tra i poteri» sia definitivamente sanato.


Gianteo Bordero

giovedì 8 ottobre 2009

IL POPOLO È CON BERLUSCONI

da Ragionpolitica.it dell'8 ottobre 2009

Tutti coloro che, gaudenti e festanti, credono di aver assestato il colpo di grazia a Berlusconi attraverso la sentenza della Corte Costituzionale sul lodo Alfano, dovranno presto riporre le loro speranze nel cassetto: la pronuncia della Consulta non sposterà gli equilibri politici sanciti dal voto del 13 e 14 aprile 2008. Gli italiani, che al contrario di quanto pensano i sapientoni della sinistra non sono un popolo bue, hanno da tempo compreso che il Cavaliere è oggetto di un forsennato attacco concentrico da parte di poteri non eletti, i quali tentano in tutti i modi di sostituirsi alla sovranità popolare e di instaurare un governo tecnocratico non sostenuto dalla legittimazione elettorale - cioè, in sostanza, un governo anticostituzionale e non democratico. Mentre tutti i vecchi apparati, le élites parassitarie, la quasi totalità della stampa nazionale, la magistratura ideologizzata provano con ogni mezzo a loro disposizione a far fuori dalla scena politica il presidente del Consiglio, il popolo è e rimane convintamente schierato al suo fianco. E' e rimane fermamente aggrappato alla possibilità che il voto espresso nell'urna elettorale conti ancora qualcosa e non diventi carta straccia sotto i colpi dei veri nemici della prima, grande, autentica libertà di espressione: quella croce sulla scheda con la quale si affida a un uomo e ad un partito la guida della nazione.


Come è stato ricordato in questi giorni, non era mai accaduto, nel nostro paese, che dopo un anno e mezzo di attività un governo e un premier godessero dello stesso consenso popolare del quale oggi godono il Berlusconi IV e il presidente del Consiglio in carica. Fatto tanto più straordinario quanto più si pensa alle circostanze nelle quali tale consenso è maturato: quanto più, cioè, si tengono a mente non soltanto le grandi emergenze come la crisi economica e il terremoto in Abruzzo, efficacemente affrontate dal governo, ma anche il contesto di delegittimazione mediatica del Cavaliere portata avanti attraverso una ossessiva campagna di stampa fondata unicamente sul pettegolezzo pruriginoso. Una campagna che, come tutti i più recenti sondaggi mostrano, non è riuscita a interrompere la «luna di miele» tra il premier e il popolo italiano.


E sarà così anche per quanto riguarda l'abnorme sentenza civile sul lodo Mondadori e, da ultimo, la sentenza della Corte Costituzionale sul lodo Alfano. Chi ha detto e scritto, negli ultimi giorni, che ormai per il presidente del Consiglio «tutti i lodi vengono al pettine», lasciando con ciò intendere che siamo di fronte alla fine della sua epopea politica, capirà ben presto che si tratta di una pia illusione, di un miraggio nel deserto politico della sinistra, di un sogno alimentato dal peggior fanatismo ideologico antiberlusconiano. Si mettano il cuore in pace: il 7 ottobre 2009 non è e non sarà un nuovo 25 aprile con il Duce appeso a testa in giù. Non soltanto perché in questo caso non vi è nessun dittatore in campo - prova ne sia il fatto che la Consulta ha potuto pronunciare in tutta libertà il suo verdetto di bocciatura della legge - ma anche e soprattutto perché qui non vi è nessuna folla inferocita pronta a massacrare l'uomo nel quale, per tanti anni, si era - piaccia o no alla sinistra antifascista del giorno dopo - identificata. E non sarà neppure un nuovo 1993, non sarà una nuova Tangentopoli che fa tabula rasa dei partiti democratici e dei loro leader; non sarà cioè un nuovo 30 aprile, il giorno nel quale una canaglia fomentata dal bombardamento antipolitico organizzato dal circolo mediatico-giudiziario, all'uscita di un hotel romano condannava di fatto a morte Bettino Craxi e la Prima Repubblica. Perché alla favola giustizialista ormai credono soltanto Di Pietro, De Magistris, Travaglio e le loro gazzette urlatrici, Beppe Grillo e i suoi meetup, insomma gli autoproclamati detentori unici della pubblica moralità. E perché il mito delle manette facili, allora assai in voga, è stato smascherato per quello che effettivamente era: l'anticamera dell'affermazione di un regime non democratico, non liberale e antipopolare.


Il miglior antidoto al ripetersi di tutto ciò è proprio il consenso di cui oggi Silvio Berlusconi continua a godere presso gli italiani. Un consenso robusto, sentito, politicamente motivato. E reso ancora più forte e radicato dagli attacchi di cui il Cavaliere è oggetto da quindici anni a questa parte. Attacchi che si ripetono ancora oggi, con ancora maggiore intensità e in modo sempre più concentrico, da parte dei soliti noti che non hanno mai digerito il fatto che nel 1994 un imprenditore brianzolo mandasse all'aria il disegno di commissariare la democrazia italiana e di asservirla a interessi opposti all'interesse nazionale e al bene comune. La stragrande maggioranza degli italiani, di chi ama davvero l'Italia, ha ormai ben compreso tutto questo. E ha compreso che votare Berlusconi significa votare per chi ha difeso - e difende - il principio costituzionale della sovranità popolare e il principio meta-costituzionale della libertà politica. Quella libertà a cui gli italiani non vogliono di certo rinunciare a causa di una sentenza della magistratura.

Gianteo Bordero

sabato 26 settembre 2009

SE IL PARLAMENTO È «MAFIOSO», CHE CI STA A FARE DI PIETRO?

da Ragionpolitica.it del 26 settembre 2009

Se il parlamento è «mafioso» e vota «provvedimenti criminali», che cosa ci sta a fare ancora l'onorevole Tonino Di Pietro? Lui, che si proclama puro e incontaminato, lui paladino della moralità, lui che combatte ogni giorno la dura battaglia contro i disonesti, i corrotti e i faccendieri? Se veramente è convinto di quanto ha affermato venerdì, se davvero ritiene che la Camera e il Senato siano congreghe di malavitosi, perché non si dimette? Perché continua a rimanere nel gioco sporco della politica? Perché non torna ad indossare la toga (che infondo non ha mai dismesso) ed inquisisce tutto il sistema dei partiti come già fece quindici anni fa, durante i bei giorni andati di Mani Pulite? Perché non sceglie di calcare nuovamente le aule dei tribunali nella veste che meglio gli si addice, quella di pubblico accusatore, per interrogare a reti unificate il potente di turno ed umiliarlo come fece con i big della defunta Prima Repubblica? Perché continua a frequentare un ambiente nel quale rischia seriamente di contaminarsi con tutte le zozzerie di questo mondo? Perché non viene via da Montecitorio, convocando gli amici di un tempo per abbattere il sistema politico vigente dal sacro scranno del giudice? Perché non organizza un blitz dell'antimafia nelle aule parlamentari, una bella retata per portar via i suoi attuali colleghi, esclusi ovviamente quelli immacolati dell'Italia dei Valori?

Facile criticare, facile denunciare, facile accusare, quando poi le parole rimangono parole, e invece di diventare corposi faldoni d'inchiesta restano cibo per le agenzie di stampa e per i pastoni politici del giorno dopo. Facile urlare ai quattro venti, facile ergersi a Savonarola di turno, facile moraleggiare su questo e su quello, quando tutto ciò è in funzione del mero consenso elettorale. Facile puntare il dito, facile giudicare, facile costruire teoremi quando poi tutto questo rimane dentro al grande circo della politica politicante. Troppo facile, onorevole Di Pietro, inquisire il «sistema» e poi starsene comodamente seduti sul proprio seggio di parlamentare. Troppo facile, andare in piazza contro la «Casta» e poi continuare a farne parte come se niente fosse. Troppo facile organizzare alla sera le crociate della moralità antipolitica assieme ai grandi moralisti Grillo, Travaglio e Santoro, e poi, la mattina successiva, prendere posto nel proprio banco come se niente fosse. Se fosse coerente fino in fondo, se veramente tirasse le conseguenze del suo dire, allora dovrebbe andarsene alla svelta, aprire subito i processi, raccogliere e mostrare le prove delle sue affermazioni di fronte agli italiani tutti, in modo che possano toccare con mano la verità delle sue dichiarazioni, la solidità delle sue accuse. Sarebbe un servizio di cui il paese le sarebbe grato.

Invece no. Lei resta, all'insegna del motto «hic manebimus optime». Resta e denuncia disegni oscuri e complotti ai suoi danni. Parla di un assalto alla libertà d'espressione, salvo poi presentarsi liberamente in televisione e altrettanto liberamente dire che la stampa è imbavagliata. Parla di un regime in atto, di un novello Mussolini che siede a Palazzo Chigi, di un dittatore che soffoca il paese, salvo poi presentarsi tranquillamente alle elezioni per raccogliere i frutti della sua propaganda. E' davvero un liberticida da barzelletta colui che consente ai suoi nemici di attaccarlo un giorno sì e l'altro pure! Ed è davvero un regime di cartapesta quello che permette ai suoi oppositori di candidarsi e di accrescere la propria presenza nelle istituzioni!

Forse la verità, onorevole Di Pietro, è che neppure lei crede fino in fondo alle cose che con tanta foga, rabbia ed energia sostiene in pubblico. Perché se ci credesse, come detto poc'anzi, tornerebbe a fare il magistrato per poterle dimostrare. Il fatto che rimanga è la prova provata che la realtà della politica italiana non è quella che lei dipinge. E infine un nota bene consclusivo: prima di rovesciare sugli altri ogni genere di accusa, farebbe bene a guardare in casa sua: la rivista Micromega, una delle più anti-berlusconiane e pro-dipietriste del pianeta, dedica un saggio di cinquanta pagine al suo partito, l'Idv, dall'eloquente titolo: «C'è del marcio in Danimarca. L'Italia dei Valori regione per regione». Vi si legge: «Deficit di democrazia interna e strapotere in mano a pochi e discussi professionisti della politica. È il risultato della passata strategia di corto respiro dell'Idv imbarcare a destra e a manca (e soprattutto al centro) transfughi di altre formazioni politiche, consegnando loro le chiavi delle federazioni locali. Questo emerge dall'inchiesta sulle strutture locali del "partito dell'anticasta". Alla vigilia di una lunga stagione congressuale e dopo candidature come quella di De Magistris, il partito di Di Pietro deve scegliere se rinnovarsi davvero o precipitare nella "sindrome Occhetto"». Chi di giustizialismo ferisce...

Gianteo Bordero

giovedì 30 luglio 2009

IL BOOMERANG DEL GIUSTIZIALISMO

da Ragionpolitica.it del 30 luglio 2009

«I carabinieri si sono presentati giovedì mattina in cinque sedi di partiti del centrosinistra (Pd, Socialisti, Sinistra e Libertà, Prc e Lista Emiliano) a Bari. I militari hanno acquisito i bilanci dei partiti della Regione Puglia nell'ambito dell'indagine del pm Desirè Digeronimo sul presunto intreccio tra mafia, politica e affari nella gestione degli appalti pubblici nel settore sanitario. Indagate 15 persone tra cui l'ex assessore regionale alla Sanità Alberto Tedesco, ora senatore del Pd» (Corriere della Sera, edizione on line del 30 luglio 2009). Se non fossimo garantisti e se usassimo lo stesso metro di giudizio che usa la sinistra italiana, dalle notizie provenienti in questi giorni da Bari dovremmo dedurne che praticamente tutta la gauche pugliese è una collaudata e ben oliata associazione a delinquere. Ma siccome siamo fieramente e fermamente garantisti, prima di emettere un giudizio attendiamo con pazienza la conclusione processuale della vicenda, come dovrebbe accadere in ogni paese civile e in ogni democrazia compiuta.

Sarebbe facile - e la sinistra ben lo sa - partire lancia in resta e affibbiare patenti di disonestà, corruzione e immoralità a questo o a quel politico. Sarebbe facile mettere sul banco degli imputati i partiti oggetto di indagine. Sarebbe facile soffiare sul fuoco del sempre vivo giustizialismo forcaiolo. Ma siccome, a differenza di tanti esponenti della sinistra, cerchiamo di fare il più possibile uso della memoria e siamo consapevoli di come, in passato, siano bastati un avviso di garanzia, una notizia di processo a carico, un'anticipazione di stampa sulle azioni dei magistrati per gettare nel totale discredito protagonisti più o meno in vista della politica italiana poi usciti prosciolti, preferiamo usare la cautela e la prudenza di fronte alle notizie pugliesi. E' un atteggiamento responsabile - questo - che dovrebbe servire da esempio a chi, per tanti anni, ha cercato di lucrare politicamente sulle disgrazie giudiziarie dei dirigenti dei partiti avversi alla sinistra, marchiando d'infamia chiunque fosse oggetto di indagini, di inchieste, di iniziative giudiziarie.

Mentre noi non abbiamo alcun problema a tenere dritta la barra del nostro garantismo liberale, chi dovrebbe mettere in discussione il suo passato più o meno recente sono tutti coloro che si sono serviti del più becero e infame giustizialismo per collaborare a distruggere la classe dirigente della prima Repubblica all'inizio degli anni Novanta e per tentare di abbattere Silvio Berlusconi dopo il suo ingresso in politica, nel 1994. Tutti costoro dovrebbero essere coscienti di aver contribuito a diffondere nel paese un pestilenziale qualunquismo antipolitico e un deleterio moralismo d'accatto, al quale si è accompagnata una inquietante ideologia anti-democratica e potenzialmente eversiva, secondo la quale la magistratura è per ciò stesso la detentrice unica della pubblica moralità, e deve perciò svolgere la sua azione alla stregua della nuova ghigliottina del XXI secolo, che taglia la testa (nella forma meno cruenta ma più crudele del pubblico sputtanamento) al notabile di turno. La sinistra italiana, che per decenni è stata la detentrice unica e pressoché incontrastata del linguaggio (e forse anche del pensiero) politico, dovrebbe sapere che gli errori politici, se non riconosciuti, analizzati, rielaborati per tempo, possono diventare macigni che, giorno dopo giorno, ingrossano, fino a diventare causa di morte per soffocamento.

La sinistra oggi tace, ed è costretta a subire l'onta dell'inchiesta barese senza più possedere un linguaggio e gli anticorpi necessari per difendersi. Perché quel linguaggio e quegli anticorpi li ha persi ormai sedici anni fa, quando un ignoto magistrato di nome Antonio Di Pietro iniziava a far crollare uno dopo l'altro i partiti democratici della prima Repubblica e la gauche nostrana preferì cavalcare l'onda in vista della presa del potere, senza comprendere che quell'onda avrebbe, prima o poi, potuto travolgere anche lei. Oggi i nodi vengono al pettine.

Gianteo Bordero

giovedì 23 luglio 2009

IL DISTRUTTORE

da Ragionpolitica.it del 23 luglio 2009

Fino a poco tempo fa, nel vocabolario politologico italiano la definizione di «forza anti-sistema» era appannaggio pressoché esclusivo della Lega Nord. Negli anni ruggenti del secessionismo, del padanismo esasperato, della «Roma ladrona», vi era qualche motivo oggettivamente fondato per catalogare in questo modo il partito di Bossi. Oggi le cose sono profondamente mutate, e il Carroccio, passo dopo passo, si è «istituzionalizzato», divenendo, da semplice forza di lotta, di piazza e di protesta, anche una responsabile forza di governo: negli Enti locali, nei Comuni, nelle Province, su su fino al potere centrale romano. Pur non perdendo l'originaria spinta «rivoluzionaria», e senza rinunciare ai suoi cavalli di battaglia, la Lega ha saputo, grazie all'abilità politica e strategica del suo leader da un lato, e all'intelligenza lungimirante di Silvio Berlusconi dall'altro, inserirsi da protagonista nella vita istituzionale del paese, assumendo una dimensione nazionale e non più soltanto «padana». Prova ne è stata, da ultimo, la scelta di presentare, alle recenti elezioni europee ed amministrative, liste che andassero oltre i semplici confini del Settentrione. E i risultati non possono certo essere definiti deludenti. Quindi, parlare oggi - come molti osservatori ancora si ostinano a fare - del Carroccio come di un «partito anti-sistema» significa continuare a non comprendere la realtà, utilizzando schemi ormai vetusti a soli fini propagandistici. Del resto, che la Lega sarebbe potuta diventare un perno del sistema politico e istituzionale non lo aveva compreso soltanto Silvio Berlusconi, ma anche, nell'opposto schieramento politico, Massimo D'Alema, che provò in più occasioni a corteggiare Bossi, contribuendo di fatto a quello «sdoganamento» che ora è realtà compiuta.

Se oggi, dunque, si vuole rintracciare nel panorama italiano dei partiti una forza antisistema, bisogna volgere lo sguardo altrove. Perché esiste un movimento che a tutti gli effetti rappresenta una rivolta generale contro le istituzioni, una protesta radicale contro la configurazione dei poteri politici prevista dalla Costituzione, una critica sostanziale alla democrazia rappresentativa su cui si regge la Repubblica italiana. Questo movimento, pur essendo presente in parlamento e pur avendo negli anni scorsi fatto parte di un governo di centrosinistra, incarna, allo stato attuale delle cose, il sentimento - sempre vivo in fasce della popolazione italiana, e oggi assai in voga - dell'inutilità delle procedure su cui si regge la vita delle istituzioni; dell'insensatezza delle garanzie previste dalla Carta costituzionale a difesa dei rappresentanti del popolo; della vacuità delle «liturgie» attraverso le quali si raggiunge un accordo tra partiti per la definizione delle leggi e dei provvedimenti governativi. Il tutto nel nome di una «democrazia diretta» in cui il processo decisionale è affidato senza filtri alla «rete» dei cittadini collegati tra loro da internet, dai blog, dai meet-up.

Questo è, in soldoni, il sostrato ideologico che sta alla base dell'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e del movimento anti-politico, guidato da Beppe Grillo, di cui l'ex pubblico ministero rilancia le parole d'ordine, gli appelli, le battaglie. Si tratta, in fondo, di un progetto assai più «anti-sistema» di quello portato avanti dalla Lega Nord nei suoi primi anni di attività, perché, se nel caso del Carroccio il problema era sostanzialmente quello di dare una degna rappresentanza a un Settentrione per troppo tempo dimenticato dal potere centrale a tutto vantaggio del Mezzogiorno, con l'Italia dei Valori ci troviamo di fronte una delegittimazione in piena regola della stessa organizzazione democratica dello Stato. Mentre la Lega delle origini era un partito ferocemente anti-statalista e anti-centralista, l'Idv appare a tutti gli effetti come un partito tout court anti-democratico, almeno secondo il senso che la parola «democrazia» ha assunto da tre secoli a questa parte.

Se questa lettura, come pensiamo, ha un qualche fondamento, allora è necessario riconsiderare sotto un'altra luce la storia politica italiana degli ultimi anni. A partire, certo, dal 1992-93, quando Di Pietro diviene il simbolo della cancellazione dei partiti democratici della prima Repubblica per via giudiziaria, con Mani Pulite, per finire con la caduta del governo Prodi e la successiva scelta di Walter Veltroni di far alleare il Partito Democratico con l'Italia dei Valori alle elezioni politiche del 2008. Per quanto riguarda la fine dell'esecutivo prodiano, diventa chiaro che il motivo ultimo della crisi non fu tanto la vicenda personale di Clemente Mastella, quanto l'incapacità, dovuta alla debolezza congenita nell'Unione, di reggere l'urto dell'ondata anti-politica, sposata da Di Pietro, che proprio nel 2007 ebbe il suo momento apicale. Infine, per quel che concerne la decisione di Veltroni di apparentare il Pd con l'Idv nel 2008, appare oggi evidente come quella scelta non soltanto ha segnato l'inizio della fine della segreteria veltroniana, ma anche e soprattutto ha impedito al nuovo soggetto di centrosinistra di elaborare una propria politica di opposizione diversa dall'antiberlusconismo fanatico e dal qualunquismo esasperato dell'ex pm. Al punto che ora il Pd annaspa su percentuali di consenso molto basse e si trova costretto, suo malgrado, a occupare gran parte del tempo cercando di non farsi fagocitare del tutto dall'Italia dei Valori. E la «questione Di Pietro», che lo si voglia o no, sarà uno dei più intricati nodi da sciogliere al congresso prossimo venturo.

Questa rapida disamina mostra che, da quando Di Pietro è sceso - più o meno direttamente - in politica, l'esito della sua azione è stato, a conti fatti, soltanto quello della distruzione dell'esistente, e mai la costruzione di qualche cosa di democraticamente più avanzato e maturo. Per questo oggi occorre che tutti, e in particolare chi non ha ancora compreso la vera natura del movimento dipietrista, trattino l'Idv - e ciò che le ruota attorno - per quello che è: un partito che rigetta le fondamenta comuni della democrazia italiana così come noi l'abbiamo conosciuta a partire dalla nascita della Repubblica. Il vero partito anti-sistema.

Gianteo Bordero

giovedì 21 maggio 2009

DI PIETRO IL CANNIBALE

da Ragionpolitica.it del 21 maggio 2009

Per quanto paradossale possa apparire, a pagare il dazio politico più pesante dopo la sentenza Mills e a rischiare un significativo calo dei consensi in vista delle prossime elezioni del 6 e 7 giugno non sono il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il Popolo della Libertà, bensì il Partito Democratico. Come faceva notare martedì sera a Ballarò il sondaggista Nando Pagnoncelli, una sentenza come quella emessa dai giudici milanesi non produce spostamento di voti da uno schieramento all'altro, ma ha soltanto l'effetto di radicalizzare ancor di più lo scontro attorno alla figura del Cavaliere. Ergo: se travaso di consensi vi sarà, esso avverrà all'interno dello schieramento di opposizione. E va da sé che avrà la meglio chi urlerà più forte contro il capo del governo, soddisfacendo l'atavico e mai domo antiberlusconismo che ancora alberga in larga parte della sinistra italiana.

Ci vuole poco per capire chi uscirà vincitore da questa battaglia per spartirsi i voti destinati a quel che resta della gauche italiana: colui che dall'inizio della legislatura si è presentato come l'unico in grado di fare vera opposizione al Caimano; come l'unico che non avrebbe ceduto alle lusinghe della «nuova stagione» veltroniana del dialogo e non si sarebbe sporcato le mani (pulite) cercando accordi con il nemico sui grandi temi della politica nazionale; come colui che non avrebbe messo nel cassetto la lotta alla Casta, la retorica grillante, la guerra ai privilegi; come l'unico che avrebbe resistito, senza se e senza ma, di fronte all'incedere del nuovo regime.

Antonio Di Pietro queste cose le disse in modo chiaro già nel suo primo discorso alla Camera dei deputati in occasione del dibattito sulla fiducia al Berlusconi IV, e non c'è dunque da stupirsi se oggi le riafferma in maniera se possibile ancor più radicale di fronte alla sentenza Mills, che è per lui come la famosa trippa per gatti o come il sangue per il conte Dracula. Quello che semmai deve, più che stupire, preoccupare, è la totale incapacità degli altri partiti di opposizione - Partito Democratico in primis - di assumere, di fronte a casi come quello in oggetto, un atteggiamento ben distinto e distante da quello forcaiolo, giustizialista e giacobino del leader dell'Italia dei Valori. Un'incapacità che è tutta nelle parole del segretario del Pd, Dario Franceschini, che prova nella sostanza a scimmiottare Di Pietro, ma non ci riesce fino in fondo, perché se l'Idv ha subito chiesto con voce ferma e tonante, dopo la sentenza, le dimissioni immediate del premier, i Democratici si sono limitati più timidamente a sollecitare la rinuncia, da parte dello stesso, allo scudo protettivo del lodo Alfano. Insomma, nella gara a chi è più antiberlusconiano, Tonino è destinato ad avere sempre la meglio nei confronti di un Pd ondivago, tentennante e indeciso sulla strategia di opposizione da adottare nei confronti del governo. Segno che la questione del rapporto con Berlusconi non ha ancora avuto risposta chiara da parte dei Democratici.

Così, nel vuoto politico a sinistra,il capo dell'Idv si trova dinanzi nuove terre di conquista, e può dichiarare con piglio da condottiero, di fronte a microfoni e telecamere, che ormai l'unica sinistra è lui; può presentarsi come la vera alternativa al Cavaliere ed evocare la nascita di un inedito bipolarismo Berlusconi-Di Pietro. Quello dell'ex pm è il tipico atteggiamento del cannibale, e lascia sbalorditi il fatto che le vittime predestinate facciano finta di niente o cerchino persino di mostrarsi condiscendenti con gli appetiti del loro carnefice, facilitandogli così il lavoro. Nessun accenno di rivolta, nessun tentativo di arginare lo strapotere di Tonino. I dirigenti del Partito Democratico dimenticano persino che le parole e i toni oggi usati dal leader Idv nei confronti di Berlusconi sono gli stessi che egli usò per molti mesi, sul finire del 2008, nei confronti di quegli amministratori locali del Pd finiti nel mirino dei magistrati. La ghigliottina che oggi Di Pietro vorrebbe azionare contro il presidente del Consiglio è la stessa che egli avrebbe volentieri azionato, sino a ieri, contro sindaci ed assessori democratici caduti nella rete delle inchieste giudiziarie. Ma mentre il premier tiene duro e ribatte colpo su colpo tanto ai magistrati politicizzati quanto al loro mentore Di Pietro, il Partito Democratico collabora volentieri all'opera e porge docile la testa al boia.

Di Pietro ha riscosso molto successo alla Fiera del Libro di Torino, assieme al suo ideologo Marco Travaglio, e tanti intellettuali della sinistra storica italiana hanno dichiarato di voler combattere al suo fianco la battaglia dell'antiberlusconismo. Abbandonato anche dall'intellighenzia dopo essere stato abbandonato dal popolo, il Partito Democratico sembra ormai totalmente passivo di fronte agli eventi, li subisce, incapace di esprimere quel coraggio e quell'ardore politico che fanno grandi i partiti, non solo dal punto di vista numerico. La vera vittima della sentenza Mills, in fondo, rischia di essere proprio il Pd.


Gianteo Bordero

venerdì 14 novembre 2008

SI' ALLA VITA, NO ALLA CONDANNA A MORTE DI ELUANA ENGLARO

La magistratura italiana, al culmine della sua volontà di onniscienza e di onnipotenza, s’è arrogata il diritto di decidere della vita e della morte delle persone. In questo caso di una persona, Eluana Englaro, che solo un cinismo senza confini può definire e considerare alla stregua di un “vegetale”. La dignità dell’esistenza umana è tale dal concepimento al suo termine naturale. Non lo dice soltanto la Chiesa, ma il vertice stesso della cultura occidentale, che con Kant ha riconosciuto che la vita è sempre un fine in sé, e quindi un bene indisponibile all’arbitrio dell’uomo sull’altro uomo.

E’ chiaro a che cosa vada incontro la nostra società nel momento in cui viene di fatto introdotto il diritto di sospendere a un malato non le cure, non l’accanimento terapeutico, ma l’alimentazione e l’idratazione: si va diritti verso la barbarie, verso la negazione della civiltà, verso la riduzione della dignità umana a mera espressione verbale priva di contenuto oggettivo. La sentenza della Corte di Cassazione non rappresenta, come affermano tanti in queste ore, un “progresso sociale”, ma soltanto l’ennesima offesa alla dignità della vita, alla sua maestà, al suo infinito mistero.

Gianteo Bordero

mercoledì 24 settembre 2008

VOGLIA DI GIUSTIZIA

da Ragionpolitica.it del 23 settembre 2008

Il 59% degli italiani ritiene necessaria e non procrastinabile una riforma che renda più efficiente, rapido e vicino al cittadino il sistema giudiziario. Se a ciò si aggiunge un altro 33% secondo il quale tale riforma è opportuna, ma non prioritaria, si arriva a un 92% di nostri connazionali comunque favorevoli a una svolta decisa in materia di giustizia. I dati emergono da un sondaggio ISPO per il Corriere della Sera, pubblicato sul quotidiano di Via Solferino domenica 21 settembre. Si tratta di numeri che parlano chiaro e che non lasciano spazio a dubbi: la stragrande maggioranza degli italiani vuole un'amministrazione della giustizia più efficace, soprattutto per quanto riguarda l'azione punitiva nei confronti della criminalità. Al punto che potremmo affermare che la riforma del sistema giudiziario rappresenta un corollario del bisogno di sicurezza dei cittadini, i quali non vogliono soltanto maggiore ordine e tranquillità nei centri cittadini e nelle periferie, ma anche un sistema di repressione che, nel momento in cui tale ordine e tale tranquillità venissero violati, sia pronto ad entrare in azione all'insegna della «tolleranza zero», garantendo poi una certezza della pena reale e non solo verbale.

Stando così le cose, non deve stupire un altro dato fornito dal sondaggio condotto da Renato Mannheimer: il 68% degli italiani dà una valutazione negativa dell'attuale sistema giudiziario italiano, ritenendolo evidentemente non all'altezza della situazione. La fiducia nei confronti della magistratura continua a scendere: basti pensare che nello scorso mese di gennaio essa si attestava, secondo un'indagine Eurispes, al 42,5%. Il dato che oggi l'ISPO rileva è agli antipodi rispetto ai primi anni Novanta, gli anni d'oro di Mani Pulite e della grande ondata giustizialista, quando il gradimento per l'opera di giudici e pm viaggiava attorno al 70%. E' chiaro che i grandi processi mediatico-giudiziari contro i politici non interessano più la maggior parte dei cittadini (resta lo zoccolo duro rappresentato dai seguaci di Antonio Di Pietro, Paolo Flores d'Arcais, Marco Travaglio, Beppe Grillo), i quali chiedono innanzitutto che la magistratura si occupi con severità di quei reati che li colpiscono con sempre più alta frequenza nella vita quotidiana (furti, rapine, scippi, minacce, ricatti, violenze personali di vario genere) e che, nella maggior parte dei casi, o restano impuniti oppure vedono il colpevole cavarsela con qualche mese di detenzione (quando va bene) e libero, dopo poco tempo, di tornare a delinquere.

I numeri citati, infine, sembrano smentire le tesi secondo cui quelli della sicurezza e dell'efficienza della giustizia sarebbero problemi creati ad arte da Berlusconi e dal centrodestra per fomentare l'allarmismo e conquistare così facili consensi. L'intellighenzia politicamente corretta, in questi ultimi mesi, ha continuato imperterrita ad affermare che l'insicurezza e il malfunzionamento del sistema giudiziario sono mere «percezioni» a cui non corrisponde alcuna realtà. Ora, dati alla mano, delle due l'una: o il 92% degli italiani vive in uno stato ipnotico, per cui ogni volontà del presidente del Consiglio diventa per ciò stesso legge per la coscienza e ogni sua parola è creduta vera a prescindere, oppure i problemi esistono sul serio e davvero pesano negativamente sulla vita quotidiana dei cittadini. In quest'ultimo caso, si rovescerebbero le parti e ad essere profeti di irrealtà non sarebbero il premier e i partiti che lo sostengono, ma quegli opinionisti che parlano di «bolle» mediatiche pronte a scoppiare al primo impatto col reale.

Lo ha fatto Barbara Spinelli su La Stampa di domenica, lo stesso giorno nel quale il Corriere ha pubblicato il sondaggio di Mannheimer e in cui - ironia della sorte - proprio il quotidiano torinese ha dato grande risalto, anche in prima pagina, ai fatti di Castelvolturno, con la rivolta dei nigeriani che ha messo a ferro e fuoco la cittadina campana dopo l'attentato camorristico di venerdì. Ancora la stessa Stampa, sabato 20 settembre, aveva ospitato un'intervista al vescovo di Capua nella quale il presule affermava: «Qui il vero problema è che ci sono troppi nigeriani, gente intelligente ma dedita piuttosto alla droga e alla prostituzione... Il litorale domizio ha 7 mila africani su 30 mila abitanti. 27 chilometri di terra di nessuno... Episodi molto crudi sono frequenti». La Spinelli si faccia dunque un giro a Castelvolturno e dintorni per vedere se è davvero così irreale il bisogno di sicurezza e di durezza della pena da parte dei cittadini comuni: capirà che la realtà italiana è molto diversa dalle «bolle di sapone» prodotte nei salotti intellettuali. Dalle «bolle» alle «balle» il passaggio è breve...

Gianteo Bordero

domenica 24 agosto 2008

TUTTI FASCISTI?

da Ragionpolitica.it del 23 agosto 2008

Il gioco politico dell'estate, inaugurato dal settimanale Famiglia Cristiana, trova ogni giorno nuovi aspiranti concorrenti. A dare del «fascista» al governo ora non è più soltanto la rivista dei paolini: da giovedì essa si trova in compagnia nientepopodimeno che dell'Associazione Nazionale dei magistrati. La quale, per bocca del suo segretario, Giuseppe Cascini, fa sapere, tramite una video intervista rilasciata a Klaus Davi, quanto segue: una riforma della giustizia che prevedesse di aumentare il numero di membri del Csm eletti dalle Camere richiamerebbe un «modello autoritario, ovverosia quello fascista». Un «modello in cui la magistratura non è indipendente». Va da sé che la riforma in oggetto, per chi non ne fosse a conoscenza, è quella che ha in mente di attuare il governo Berlusconi e il cui iter dovrebbe prendere avvio in autunno. Di conseguenza è chiaro che, se l'esecutivo procedesse spedito secondo quanto promesso, sarebbe per ciò stesso «autoritario» e «fascista» e toglierebbe alla magistratura la sua indipendenza.

Ma non è tutto. Cascini si lancia infatti in un attacco a tutto campo non soltanto contro le politiche del governo in materia di giustizia, ma anche contro lo stesso presidente del Consiglio: «Alcuni processi che lo riguardano - dice - sono andati in prescrizione e quindi non è stato accertato il fatto. In alcuni casi ci sono state sentenze in cui non si è potuto dire né colpevole né innocente, perché è passato troppo tempo dal fatto. Prima della riforma del 2002 fatta dal governo Berlusconi, quella sul falso in bilancio, questi reati erano punibili molto più gravemente, oggi la punizione è diventata una semplice contravvenzione e l'estinzione del reato si accorcia». Come dire: molte delle sentenze che hanno mandato assolto il Cavaliere lo hanno fatto soltanto per motivi tecnici e non sostanziali, per lo più a seguito di una legge evidentemente concepita ad personam. Ci risiamo.

Cascini entra dunque a gamba tesa sul premier, sul suo esecutivo e sulla maggioranza di centrodestra, ma non risparmia critiche neppure al centrosinistra e, in particolare, al Partito Democratico, il quale, secondo il segretario dell'Anm, farebbe in qualche modo gioco di sponda con l'avversario. Come? Non prendendo una posizione chiara, distinta e distante dall'annunciata riforma della giustizia di marca governativa. Dichiara Cascini: «Quello che mi preoccupa è la mancanza di presa di posizione da parte dell'opposizione. Di fronte a dichiarazioni così esplicite di intervento sui temi della giustizia a livello costituzionale, noi non conosciamo l'opinione dell'opposizione, quantomeno delle forze maggiori, del Partito Democratico». In più - aggiunge - nello stesso centrosinistra ci sono forze, come i Radicali, che hanno «sempre avuto un rapporto problematico con la magistratura» e, come se non bastasse, «alcuni esponenti dello stesso Pd fanno proprie le tesi sulla giustizia che noi contestiamo». Fascisti anche il Partito Democratico e i Radicali? Chi lo sa...

Quello che è certo è che, con le sue dichiarazioni, Cascini, volente o nolente, offre il supporto suo e dei magistrati che egli rappresenta al dipietrismo, al girotondismo, al grillismo - insomma al giustizialismo duro e puro - e alle iniziative che i loro seguaci annunciano per tentare di bloccare le decisioni del governo sulla giustizia. Il segretario dell'Anm compie in questo modo un'operazione politica con tutti i crismi del caso. La stessa politica alla quale chiede di rimanere fuori dal Csm, pena la risorgenza del fascismo, Cascini la invoca quando si tratta di difendere, come ha dichiarato un insospettabile Luciano Violante alla Stampa di ieri, uno spazio di potere che rischia ora di essere insidiato dai provvedimenti dell'esecutivo. Si capisce, quindi, che il problema, per l'Anm, non è «la politica» in generale. Il problema sono quei politici e quei partiti che vogliono riportare negli argini della giustizia costituzionale magistrati che hanno accumulato, a partire da Mani Pulite, uno strapotere politico e mediatico che li ha di fatto costituiti come la vera Casta del nostro sistema istituzionale. Intoccabili ed infallibili per definizione.

Riassumendo: la politica è autoritaria quando propone di aumentare il numero degli eletti dal parlamento nel Csm, mentre è la benvenuta quando serve per bloccare norme democraticamente prodotte dei rappresentanti del popolo nell'esercizio delle loro funzioni. Ora, la domanda sorge spontanea: quale tra i due atteggiamenti è vero fascismo? La risposta è, evidentemente, scontata. L'unica cosa che si può aggiungere è che, se vi fosse ancora qualcuno, tanto tra le fila del centrodestra quanto tra quelle del centrosinistra (Di Pietro fa storia a sé), dubbioso sulla necessità di una riforma della giustizia, ci sembra che le dichiarazioni del segretario dell'Anm facciano evaporare anche le ultime riserve su un provvedimento necessario e non più procrastinabile a data da destinarsi.

Gianteo Bordero

domenica 29 giugno 2008

LE DUE ANOMALIE ITALIANE

da Ragionpolitica.it del 28 giugno 2008

Il circolo mediatico-giudiziario ha ripreso a lavorare a pieno ritmo. La guerra a Silvio Berlusconi e al suo governo è aperta e pubblicamente dichiarata: da un lato il Consiglio Superiore della Magistratura prepara un documento per togliere la patente di costituzionalità (ma non sarebbe competenza della Corte Costituzionale?) alla norma del decreto legge sulla sicurezza che sospende per 12 mesi i processi per i reati che prevedono pene inferiori ai dieci anni; dall'altro lato l'Espresso pubblica una nuova tranche di intercettazioni telefoniche che vedono, tra i protagonisti, anche il Cavaliere. Se i giorni iniziali della XVI legislatura avevano fatto pensare a una distensione del clima istituzionale, tanto che il ministro della Giustizia Alfano poteva presentare le linee-guida del suo mandato al Csm senza riscontrare particolari ostilità e la cosiddetta «grande stampa» analizzava le prime proposte del nuovo esecutivo senza il solito filtro ideologico dell'anti-berlusconismo, ora il termometro, come in passato, è tornato a segnare tempesta.

Siamo ancora una volta, purtroppo, punto e a capo. Segno che vi sono dei nodi insoluti; nodi di sistema, che riguardano la configurazione e l'equilibrio dei poteri in Italia. E' dal 1993 che la magistratura, sotto la spinta della sua corrente più marcatamente orientata a sinistra (Magistratura Democratica), valicando i limiti impostigli dalla Costituzione e spalleggiata dai mezzi di comunicazione ideologicamente affini, ha iniziato nei fatti ad ergersi a potere supremo del nostro ordinamento, esercitando politicamente il suo ruolo e manovrando prima per cancellare dalla scena politica i partiti democratici che avevano governato l'Italia per cinquant'anni, poi per far cadere esecutivi democraticamente eletti dei cittadini. E' accaduto nel '94, con l'ormai storico avviso di garanzia a Berlusconi recapitato a mezzo stampa durante il G7 di Napoli; è accaduto all'inizio del 2008, con le inchieste che hanno messo nel tritacarne il Guardasigilli del governo Prodi, Clemente Mastella, e la sua famiglia. E accade oggi, ancora una volta, con il Cavaliere a Palazzo Chigi.

Questa è la prima, vera, grande anomalia italiana: una magistratura che interpreta il suo compito in termini politici e non giuridici; che ritiene più importante intercettare morbosamente le comunicazioni degli eletti dal popolo invece che dare seguito ai processi «normali», i cui faldoni vengono lasciati marcire in qualche magazzino di qualche procura della Repubblica; che si pensa cioè, violando palesemente l'articolo 104 della Costituzione, come potere e non come ordine. Questa è, come ha detto qualche giorno fa il presidente del Consiglio, una «metastasi della democrazia», perché sovverte l'ordine istituzionale così come esso è stato delineato dai costituenti, ponendo sotto continuo ricatto coloro che sono stati scelti dai cittadini come loro rappresentanti e lasciando intendere che esista una sovranità superiore a quella del popolo.

In una situazione del genere, ci si aspetterebbe che tutta la classe politica - e non solo una sua parte - reagisse convintamente al tentativo di perenne delegittimazione portato avanti dalla magistratura ideologizzata. Invece ci tocca assistere al triste spettacolo di una sinistra incapace di proporre una linea politica autonoma da quella del «partito delle toghe», rappresentato in parlamento dall'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Una sinistra in tutto e per tutto appiattita sul giustizialismo più becero e qualunquista, sul fanatismo forcaiolo dei vari Travaglio, Grillo, Flores d'Arcais. Una sinistra talmente svuotata di ogni contenuto da non saper più avanzare alcuna proposta per porre un freno allo strapotere dei giudici e dei pm, venerati come oggetti di culto a prescindere da ogni contestualizzazione storica.

Chi è causa del suo mal pianga se stesso, verrebbe da dire. La gauche italiana, che per anni ha cavalcato l'ideologia delle manette facili, dei processi mediatici, delle forche preventive, ne è stata risucchiata a tal punto da perdere se stessa, la sua identità, la sua consistenza come forza politica libera ed autonoma. Col risultato che oggi rimane afona, quando non supina, di fronte al nuovo tentativo di delegittimazione di un governo della Repubblica. Come se la cosa riguardasse soltanto Berlusconi e non anche la classe dirigente nel suo complesso. Come se l'uovo oggi dello sputtanamento del Cavaliere fosse meglio di mille galline (un sistema istituzionale finalmente normale) domani. Come se mille prime pagine sui guai giudiziari del presidente del Consiglio potessero cancellare milioni di voti liberamente espressi dagli italiani. La sinistra è passata dal complesso di superiorità morale al complesso di inferiorità rispetto ai magistrati: una parabola davvero poco edificante, che rappresenta la seconda, grande anomalia del sistema politico italiano. Cambiare è sempre possibile, ma con l'aria che tira di questi tempi non c'è da attendersi nulla di buono da chi ieri annunciava la «nuova stagione» e oggi si è già riallineato al vecchio che ritorna.

Gianteo Bordero