da Ragionpolitica.it del 23 giugno 2009
Dopo i ballottaggi di domenica e lunedì è possibile tracciare un bilancio di questa tornata di elezioni amministrative, che hanno visto andare al voto 62 Province e 4.200 Comuni. Per quanto riguarda le prime, 3 erano di nuova costituzione, 9 erano governate dal centrodestra e 50 dal centrosinistra; ora il quadro si presenta così: 34 Province saranno amministrate dal centrodestra (che ha confermato tutte quelle in cui già era maggioranza, ne ha conquistato 2 di nuova costituzione e ne ha strappate 23 agli avversari - 15 al primo turno e 8 al secondo), e 28 dal centrosinistra (che ne perde quindi quasi la metà). Per quanto concerne invece i Comuni, analizzando in particolare quelli capoluogo, su 30 che andavano al voto 4 erano governati dal centrodestra e 26 dal centrosinistra; ora la situazione si presenta con 14 città che saranno amministrate dal centrodestra (che conferma le sue 4 e ne conquista altre 10) e 16 dal centrosinistra (che ne perde più di un terzo). Da segnalare, soffermandoci sui ballottaggi, alcune significative vittorie dell'asse Pdl-Lega, che, oltre a riprendersi la Provincia di Milano con Guido Podestà, riesce a strappare alla sinistra alcune sue roccaforti come la Provincia di Venezia, quella di Savona, il Comune di Prato.
Il voto amministrativo cambia dunque in modo profondo la geografia politica del paese: consegna quasi interamente il nord al centrodestra, pone fine al dominio pressoché incontrastato del centrosinistra in diverse aree del centro, rafforza la presenza di governi locali del Popolo della Libertà al sud. Dunque, invece che parlare di un fantomatico ed inesistente «inizio del declino della destra», il segretario del Pd, Dario Franceschini, dovrebbe innanzitutto guardare in casa propria e iniziare a prendere sul serio le ragioni che hanno condotto il suo partito e gli alleati a cedere agli avversari numerose amministrazioni, anche nelle cosiddette «zone rosse». Dovrebbe chiedersi, ad esempio, perché in una città come Prato l'elettorato da sempre schierato in massa con la sinistra scelga oggi come sindaco l'imprenditore Roberto Cenni. Oppure perché la gauche venga sconfitta, come ricorda Mario Giordano sul Giornale, a Sassuolo e a Orvieto, solo per citare altri due casi eclatanti. Se il livello dell'analisi del voto nel Partito Democratico è racchiuso nelle parole dell'attuale segretario, secondo cui a dover masticare amaro è il centrodestra, allora viene da rimpiangere i vecchi comitati centrali del Pci, in cui ogni dato, anche quello proveniente dal più piccolo e sperduto Comune, era preso sul serio - tant'è vero che fu quella «scuola» a costruire l'egemonia rossa in molte Regioni italiane, mentre oggi, con Franceschini, siamo alle comiche finali.
Le proporzioni della vittoria dell'asse Pdl-Lega divengono ancora più chiare se si pensa che il successo arriva dopo una lunga e feroce campagna di delegittimazione morale del presidente del Consiglio e leader del partito di maggioranza relativa. Una campagna condotta dal giornale-guida della sinistra, La Repubblica, con l'unico scopo di destabilizzare l'attuale quadro politico, obbligare il premier alle dimissioni e insediare un governo non eletto dal popolo ma gradito a poteri forti dell'economia, dell'editoria, delle istituzioni. Lo ha lasciato intendere in modo non equivocabile Eugenio Scalfari nel suo editoriale di domenica, in barba ad ogni rispetto della volontà popolare che sta a fondamento del nostro sistema democratico. Per questo, dopo le pubbliche accuse della signora Veronica, dopo il caso Noemi, dopo la pubblicazione degli scatti rubati a Villa Certosa dal fotografo sardo Antonello Zappadu, e infine dopo le dichiarazioni della escort barese Patrizia D'Addario, la vittoria netta alle elezioni amministrative rappresenta una robusta prova di forza da parte di Berlusconi e dei partiti che lo sostengono, capaci di bene condurre la campagna elettorale in mezzo al fango, alla melma e alla spazzatura gettatigli addosso da Repubblica & CO. Conquistare la maggioranza delle Province e numerose grandi città in queste condizioni è segno di una incredibile solidità politica.
Se la campagna elettorale fosse stata condotta secondo i canoni della pur dura e aspra contesa politica e del rispetto dell'avversario, probabilmente oggi saremmo qui a celebrare non soltanto il successo, ma addirittura il trionfo assoluto del centrodestra. E, contestualmente, celebreremmo il funerale del progetto del Partito Democratico, che resta in piedi soltanto perché, alla fine, qualche effetto la strategia della delegittimazione morale di Berlusconi qualche risultato lo ha portato, se non altro rafforzando ai ballottaggi un astensionismo che tradizionalmente colpisce al secondo turno i partiti di centrodestra. Franceschini e compagni ringrazino quindi La Repubblica (e, ultimamente, anche dal Corriere della Sera), che, nel bel mezzo della crisi strategica e programmatica del Partito Democratico, ha svolto un ruolo di supplenza e ha garantito al centrosinistra di restare, alla fine, di poco sopra la soglia della disfatta totale. Ma tutto ciò non cancella i problemi del Pd, che restano ed anzi rischiano di incancrenire se i suoi dirigenti abdicano, come è accaduto in questa campagna elettorale, al compito di elaborazione e di proposta politica ed affidano le sorti del partito al gossip, alla chiacchiera pruriginosa, al sensazionalismo antiberlusconiano.
Gianteo Bordero
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martedì 23 giugno 2009
giovedì 11 giugno 2009
I BALLOTTAGGI DEL 21 E 22 GIUGNO
da Ragionpolitica.it dell'11 giugno 2009
Saranno 38 i ballottaggi che si svolgeranno domenica 21 e lunedì 22 giugno. 22 coinvolgeranno gli elettori delle Province, 16 quelli dei Comuni capoluogo. Per quanto concerne le prime, 10 sono nel nord Italia, 6 nel centro e le restanti 6 nel sud. 5 al nord, 5 al centro e 6 al sud per quanto riguarda invece le amministrazioni comunali. Dopo il primo turno dello scorso fine settimana, questi ballottaggi rivestono un'importanza particolare, perché potrebbero sancire un ulteriore salto in avanti dell'asse Popolo della Libertà-Lega Nord nel processo di radicamento nelle amministrazioni locali, anche in zone da tempo appannaggio del centrosinistra.
LE PROVINCE
Occorre innanzitutto ricordare che, laddove avrà luogo il ballottaggio, le amministrazioni provinciali uscenti sono tutte di centrosinistra: ogni vittoria del centrodestra rappresenterà quindi un doppio successo. Vediamo nel dettaglio, Regione per Regione, le sfide che si giocheranno.
Partendo da nord-ovest, in Liguria, a Savona, il candidato del centrodestra, Angelo Vaccarezza, ha mancato per pochi voti il successo al primo turno e riparte dal 49,5% contro il 38% dello sfidante di centrosinistra, Michele Boffa. In Piemonte è partita aperta a Torino, dove l'uscente Antonino Saitta ha pochi punti di vantaggio (+2,8%) su Claudia Porchietto, sostenuta da Pdl e Lega; ad Alessandria è avanti il candidato di centrodestra, Francesco Stradella, su Paolo Filippi, uscente del centrosinistra (46,6% a 43,3%). In Lombardia, una sfida molto importante si gioca a Milano, dove il candidato del centrodestra, Guido Podestà, ha anch'egli sfiorato la vittoria al primo turno (49,8%) e ora affronta il ballottaggio contro l'uscente Filippo Penati (38,8%). In Veneto, a Venezia, Francesca Zaccariotto di Pdl-Lega ha ottenuto il 48,3% dei voti e se la vedrà con l'uscente Davide Zoggia (41,9%); a Belluno Gianpaolo Bottacin, del centrodestra, è al 47,1%, mentre l'uscente Sergio Reolon è al 41,1%; a Rovigo Antonello Contiero (centrodestra) è avanti di 12 punti sull'avversaria di centrosinistra, Tiziana Virgili (48,7% a 36,7%). In Emilia Romagna, «zona rossa» per eccellenza, dove Pdl e Lega hanno già strappato al centrosinistra Piacenza, i giochi sono ancora aperti a Rimini (dove il candidato di centrodestra, Marco Lombardi, ha ottenuto il 42,5% dei consensi e può contendere la vittoria all'avversario Stefano Vitali, sostenuto da tutta la sinistra al gran completo, che il 6 e 7 giugno si è fermata al 48,3%) e a Parma, anche se con una forbice maggiore (Giampaolo Lavagetto del centrodestra è al 40%, l'uscente Vincenzo Bernazzoli al 49%); più complessa, per il centrodestra, la partita di Ferrara, dove il candidato del Pdl, Mauro Malaguti, parte con uno svantaggio di 22,5% percentuali rispetto a Marcella Zappaterra (27,2% a 49,7%): occorre però tenere conto che qui la Lega correva con un suo candidato, Davide Verri, che ha raccolto il 15% dei consensi, quindi l'esito della sfida è meno scontato rispetto alle apparenze.
Scendendo nel centro Italia, in Toscana, unica Regione che finora ha confermato tutte le amministrazioni provinciali della gauche, sarà ballottaggio nella roccaforte della sinistra Prato (dove Cristina Attucci del centrodestra affronta con il 41,5% Lamberto Gestri del centrosinistra, al 47,7%), ad Arezzo (Lucia Tanti del centrodestra parte dal 39,2% contro il 49,8% di Roberto Vasai, appoggiato da Pd, Idv e Sl) e a Grosseto (l'ex sindaco Alessandro Antichi, sostenuto da Pdl-Lega-Udc, è al 41,7%, mentre Leonardo Marras del centrosinistra al 47,7%). Nelle Marche, ad Ascoli Piceno, Piero Celani del centrodestra è al 40,9%, Emilio Mandozzi del centrosinistra al 30,5%; nella nuova Provincia di Fermo, Saturnino Di Ruscio (centrodestra) ha ottenuto il 41,8% dei voti e se la vedrà con Fabrizio Cesetti (centrosinistra), che è al 44,8%. Nel Lazio, la partita è ancora aperta a Frosinone (Antonello Iannarilli, centrodestra, è al 44,4%, e l'avversario Gian Franco Schietroma, centrosinistra, al 39%) e a Rieti (Felice Costini del centrodestra è al 45%, mentre l'uscente Fabio Melilli è al 44,4%).
E veniamo al sud. In Campania, Abruzzo e Molise il centrodestra ha già dato cappotto al centrosinistra (6 amministrazioni provinciali strappate agli avversari e 1 confermata). In Puglia ha già cambiato segno politico Bari, e sarà ballottaggio a Brindisi, Lecce e Taranto. Nel primo caso Michele Saccomanno del centrodestra affronta con il 43,9% Massimo Ferrarese del centrosinistra, al 44,4%; nel secondo il centrodestra, con Antonio Gabellone, è al 41,3%, mentre il centrosinistra al 36,7% con Loredana Capone (da segnalare che qui la candidata Adriana Poli Bortone, sostenuta da Udc e da numerose liste civiche, ha ottenuto il 21,9% dei consensi); nel terzo caso, infine, Domenico Rana del centrodestra è avanti, col 34,8%, sull'uscente Giovanni Florido, al 33,9% (anche qui il candidato dell'Udc, della Lega d'Azione Meridionale di Giancarlo Cito, del Partito Pensionati, della Fiamma Tricolore, ossia Giuseppe Tarantino, ha superato quota 20%, accaparrandosi il 23,8% dei voti). E chiudiamo con la Calabria, dove il ballottaggio avrà luogo a Cosenza e a Crotone: a Cosenza il candidato del centrodestra Giuseppe Gentile partirà dal 37,2% per sfidare l'uscente Gerardo Oliverio, che ha raggiunto il 46,9%; a Crotone Stanislao Zurlo del centrodestra, con il 29,6%, sfiderà Ubaldo Schifino del Pd (33,1%) - da notare che qui l'uscente Sergio Iritale, appoggiato da altre liste di sinistra, si è fermato al 20,5%.
I COMUNI
E veniamo ai Comuni capoluogo che andranno al ballottaggio. Anche qui, partendo da un nord-ovest che si già colorato d'azzurro a Biella, Verbania, Bergamo, Pavia, troviamo in Lombardia Cremona: il candidato di Pdl-Lega, Oreste Perri, è in vantaggio di qualche punto percentuale sull'uscente Gian Carlo Corada (45% a 41,6%). In Veneto, a Padova, il candidato del centrodestra Marco Marin sfiderà con il 44,8% l'uscente sindaco-sceriffo Flavio Zanonato, salito all'onore delle cronache per aver fatto erigere il famigerato «Muro» di via Anelli, invasa da spacciatori, prostitute e tossicodipendenti. In Emilia Romagna torneranno alle urne Bologna, Ferrara e Forlì. Nella città felsinea Alfredo Cazzola (centrodestra, 29,1%) se la dovrà vedere con Sergio Delbono, il candidato prodiano del centrosinistra, che si è fermato al 49,4% - da sottolineare che Giorgio Guazzaloca, ex sindaco di centrodestra prima dell'arrivo di Sergio Cofferati, ha raccolto con la sua lista civica, appoggiata anche dall'Udc, il 12,7% dei consensi; a Ferrara Giorgio Dragotto del Pdl (la Lega qui correva da sola) parte con 20 punti di svantaggio su Tiziano Tagliani del centrosinistra (25,5% contro 45,7%); situazione meno difficile, per il centrodestra, a Forlì, dove il candidato di Pdl-Lega-Udc, Alessandro Rondoni, col 40,3% affronterà Roberto Balzani del centrosinistra, al 49,4%.
Nel centro Italia, in Toscana, assisteremo a un ballottaggio fino a poco tempo fa impensabile in due roccaforti rosse come Firenze e Prato. Nella città gigliata il candidato del centrodestra, l'ex portiere della nazionale di calcio Giovanni Galli, col 32% sfiderà l'«Obama fiorentino», il giovane Matteo Renzi già presidente della Provincia, che al primo turno ha ottenuto il 47,5% dei consensi. A Prato, la distanza che separa il candidato del centrodestra, il valente imprenditore nel settore tessile e dell'abbigliamento, Roberto Cenni, da Massimo Carlesi del centrosinistra, è di soli due punti percentuali (45% a 47,5%). Nelle Marche si voterà ad Ancona (Giacomo Bugaro di Pdl-Lega è al 33,7%, Fiorello Gramillano del centrosinistra al 40,9%) e ad Ascoli Piceno (si contenderanno la guida della città Guido Castelli del centrodestra, che parte dal 43,2%, e Antonio Canzian del centrosinistra, 34,4%). In Umbria, a Terni, l'ex presidente della Corte Costituzionale Antonio Baldassarre, sostenuto dal Pdl e da una lista civica, tenterà di colmare il divario che lo separa da Leopoldo Di Girolamo del centrosinistra (37,1% a 49,4%).
Scendiamo al sud e troviamo, in Campania, Avellino, dove partono praticamente alla pari (313 voti di differenza, 42,9% contro 42,0%) Massimo Preziosi del centrodestra+Udc e l'uscente di centrosinistra Giuseppe Galasso. In Basilicata sarà ballottaggio a Potenza: qui 11 punti percentuali separano Giuseppe Molinari del centrodestra (35,3%) dall'uscente Vito Santarsiero del centrosinistra (46,4%). In Puglia si torna alle urne in tutte e tre le città capoluogo che sono andate al voto il 6 e 7 giugno: Bari, Brindisi, Foggia. A Bari, dove peraltro non sono state ancora assegnate tutte le schede e mancano all'appello 3 sezioni su 345, Simeone Di Cagno Abbrescia del centrodestra (46%) sfiderà l'uscente di centrosinistra Michele Emiliano (49%); a Brindisi l'uscente di centrodestra Domenico Mennitti (37%) se la dovrà vedere con Salvatore Brigante del centrosinistra (32,6%); a Foggia Enrico Santaniello del centrodestra è avanti di 15 punti percentuali su Gianni Mongelli del centrosinistra (41,9% contro 26,4%), con il candidato dell'Udc, Anna Lucia Lambresa, che ha raggiunto quota 18,5%. Finiamo con la Sicilia, dove il ballottaggio sarà a Caltanissetta, unico Comune capoluogo della Regione insulare ad essere andato al voto: qui si contrapporranno Michele Campisi del centrodestra (39%) e Fiorella Falci del centrosinistra (28,2%) - l'alleanza Udc-Mpa ha ottenuto il 19% dei consensi.
CONCLUSIONE
Come il lettore avrà potuto osservare, si tratta in moltissimi casi di partite ancora aperte, che il centrodestra deve giocare fino in fondo e con il massimo impegno, per consolidare la vittoria del 6 e 7 giugno, che ha già portato in dote all'alleanza Pdl-Lega 26 Province e 9 Comuni capoluogo. In numerose realtà tra quelle elencate saranno decisivi i voti dell'Udc, che ha scelto la strategia dell'«ago della bilancia», ma con cui occorre confrontarsi, caso per caso, e vedere se è possibile un'intesa amministrativa nel nome del buon governo. In conclusione occorre ricordare, come ha scritto nella sua lettera di ringraziamento agli elettori Silvio Berlusconi, che quello del ballottaggio è un «appuntamento a cui non bisogna mancare». Anche se sarà il primo week-end estivo, la posta in gioco è tale da sollecitare una partecipazione alta e convinta al voto.
Gianteo Bordero
Saranno 38 i ballottaggi che si svolgeranno domenica 21 e lunedì 22 giugno. 22 coinvolgeranno gli elettori delle Province, 16 quelli dei Comuni capoluogo. Per quanto concerne le prime, 10 sono nel nord Italia, 6 nel centro e le restanti 6 nel sud. 5 al nord, 5 al centro e 6 al sud per quanto riguarda invece le amministrazioni comunali. Dopo il primo turno dello scorso fine settimana, questi ballottaggi rivestono un'importanza particolare, perché potrebbero sancire un ulteriore salto in avanti dell'asse Popolo della Libertà-Lega Nord nel processo di radicamento nelle amministrazioni locali, anche in zone da tempo appannaggio del centrosinistra.
LE PROVINCE
Occorre innanzitutto ricordare che, laddove avrà luogo il ballottaggio, le amministrazioni provinciali uscenti sono tutte di centrosinistra: ogni vittoria del centrodestra rappresenterà quindi un doppio successo. Vediamo nel dettaglio, Regione per Regione, le sfide che si giocheranno.
Partendo da nord-ovest, in Liguria, a Savona, il candidato del centrodestra, Angelo Vaccarezza, ha mancato per pochi voti il successo al primo turno e riparte dal 49,5% contro il 38% dello sfidante di centrosinistra, Michele Boffa. In Piemonte è partita aperta a Torino, dove l'uscente Antonino Saitta ha pochi punti di vantaggio (+2,8%) su Claudia Porchietto, sostenuta da Pdl e Lega; ad Alessandria è avanti il candidato di centrodestra, Francesco Stradella, su Paolo Filippi, uscente del centrosinistra (46,6% a 43,3%). In Lombardia, una sfida molto importante si gioca a Milano, dove il candidato del centrodestra, Guido Podestà, ha anch'egli sfiorato la vittoria al primo turno (49,8%) e ora affronta il ballottaggio contro l'uscente Filippo Penati (38,8%). In Veneto, a Venezia, Francesca Zaccariotto di Pdl-Lega ha ottenuto il 48,3% dei voti e se la vedrà con l'uscente Davide Zoggia (41,9%); a Belluno Gianpaolo Bottacin, del centrodestra, è al 47,1%, mentre l'uscente Sergio Reolon è al 41,1%; a Rovigo Antonello Contiero (centrodestra) è avanti di 12 punti sull'avversaria di centrosinistra, Tiziana Virgili (48,7% a 36,7%). In Emilia Romagna, «zona rossa» per eccellenza, dove Pdl e Lega hanno già strappato al centrosinistra Piacenza, i giochi sono ancora aperti a Rimini (dove il candidato di centrodestra, Marco Lombardi, ha ottenuto il 42,5% dei consensi e può contendere la vittoria all'avversario Stefano Vitali, sostenuto da tutta la sinistra al gran completo, che il 6 e 7 giugno si è fermata al 48,3%) e a Parma, anche se con una forbice maggiore (Giampaolo Lavagetto del centrodestra è al 40%, l'uscente Vincenzo Bernazzoli al 49%); più complessa, per il centrodestra, la partita di Ferrara, dove il candidato del Pdl, Mauro Malaguti, parte con uno svantaggio di 22,5% percentuali rispetto a Marcella Zappaterra (27,2% a 49,7%): occorre però tenere conto che qui la Lega correva con un suo candidato, Davide Verri, che ha raccolto il 15% dei consensi, quindi l'esito della sfida è meno scontato rispetto alle apparenze.
Scendendo nel centro Italia, in Toscana, unica Regione che finora ha confermato tutte le amministrazioni provinciali della gauche, sarà ballottaggio nella roccaforte della sinistra Prato (dove Cristina Attucci del centrodestra affronta con il 41,5% Lamberto Gestri del centrosinistra, al 47,7%), ad Arezzo (Lucia Tanti del centrodestra parte dal 39,2% contro il 49,8% di Roberto Vasai, appoggiato da Pd, Idv e Sl) e a Grosseto (l'ex sindaco Alessandro Antichi, sostenuto da Pdl-Lega-Udc, è al 41,7%, mentre Leonardo Marras del centrosinistra al 47,7%). Nelle Marche, ad Ascoli Piceno, Piero Celani del centrodestra è al 40,9%, Emilio Mandozzi del centrosinistra al 30,5%; nella nuova Provincia di Fermo, Saturnino Di Ruscio (centrodestra) ha ottenuto il 41,8% dei voti e se la vedrà con Fabrizio Cesetti (centrosinistra), che è al 44,8%. Nel Lazio, la partita è ancora aperta a Frosinone (Antonello Iannarilli, centrodestra, è al 44,4%, e l'avversario Gian Franco Schietroma, centrosinistra, al 39%) e a Rieti (Felice Costini del centrodestra è al 45%, mentre l'uscente Fabio Melilli è al 44,4%).
E veniamo al sud. In Campania, Abruzzo e Molise il centrodestra ha già dato cappotto al centrosinistra (6 amministrazioni provinciali strappate agli avversari e 1 confermata). In Puglia ha già cambiato segno politico Bari, e sarà ballottaggio a Brindisi, Lecce e Taranto. Nel primo caso Michele Saccomanno del centrodestra affronta con il 43,9% Massimo Ferrarese del centrosinistra, al 44,4%; nel secondo il centrodestra, con Antonio Gabellone, è al 41,3%, mentre il centrosinistra al 36,7% con Loredana Capone (da segnalare che qui la candidata Adriana Poli Bortone, sostenuta da Udc e da numerose liste civiche, ha ottenuto il 21,9% dei consensi); nel terzo caso, infine, Domenico Rana del centrodestra è avanti, col 34,8%, sull'uscente Giovanni Florido, al 33,9% (anche qui il candidato dell'Udc, della Lega d'Azione Meridionale di Giancarlo Cito, del Partito Pensionati, della Fiamma Tricolore, ossia Giuseppe Tarantino, ha superato quota 20%, accaparrandosi il 23,8% dei voti). E chiudiamo con la Calabria, dove il ballottaggio avrà luogo a Cosenza e a Crotone: a Cosenza il candidato del centrodestra Giuseppe Gentile partirà dal 37,2% per sfidare l'uscente Gerardo Oliverio, che ha raggiunto il 46,9%; a Crotone Stanislao Zurlo del centrodestra, con il 29,6%, sfiderà Ubaldo Schifino del Pd (33,1%) - da notare che qui l'uscente Sergio Iritale, appoggiato da altre liste di sinistra, si è fermato al 20,5%.
I COMUNI
E veniamo ai Comuni capoluogo che andranno al ballottaggio. Anche qui, partendo da un nord-ovest che si già colorato d'azzurro a Biella, Verbania, Bergamo, Pavia, troviamo in Lombardia Cremona: il candidato di Pdl-Lega, Oreste Perri, è in vantaggio di qualche punto percentuale sull'uscente Gian Carlo Corada (45% a 41,6%). In Veneto, a Padova, il candidato del centrodestra Marco Marin sfiderà con il 44,8% l'uscente sindaco-sceriffo Flavio Zanonato, salito all'onore delle cronache per aver fatto erigere il famigerato «Muro» di via Anelli, invasa da spacciatori, prostitute e tossicodipendenti. In Emilia Romagna torneranno alle urne Bologna, Ferrara e Forlì. Nella città felsinea Alfredo Cazzola (centrodestra, 29,1%) se la dovrà vedere con Sergio Delbono, il candidato prodiano del centrosinistra, che si è fermato al 49,4% - da sottolineare che Giorgio Guazzaloca, ex sindaco di centrodestra prima dell'arrivo di Sergio Cofferati, ha raccolto con la sua lista civica, appoggiata anche dall'Udc, il 12,7% dei consensi; a Ferrara Giorgio Dragotto del Pdl (la Lega qui correva da sola) parte con 20 punti di svantaggio su Tiziano Tagliani del centrosinistra (25,5% contro 45,7%); situazione meno difficile, per il centrodestra, a Forlì, dove il candidato di Pdl-Lega-Udc, Alessandro Rondoni, col 40,3% affronterà Roberto Balzani del centrosinistra, al 49,4%.
Nel centro Italia, in Toscana, assisteremo a un ballottaggio fino a poco tempo fa impensabile in due roccaforti rosse come Firenze e Prato. Nella città gigliata il candidato del centrodestra, l'ex portiere della nazionale di calcio Giovanni Galli, col 32% sfiderà l'«Obama fiorentino», il giovane Matteo Renzi già presidente della Provincia, che al primo turno ha ottenuto il 47,5% dei consensi. A Prato, la distanza che separa il candidato del centrodestra, il valente imprenditore nel settore tessile e dell'abbigliamento, Roberto Cenni, da Massimo Carlesi del centrosinistra, è di soli due punti percentuali (45% a 47,5%). Nelle Marche si voterà ad Ancona (Giacomo Bugaro di Pdl-Lega è al 33,7%, Fiorello Gramillano del centrosinistra al 40,9%) e ad Ascoli Piceno (si contenderanno la guida della città Guido Castelli del centrodestra, che parte dal 43,2%, e Antonio Canzian del centrosinistra, 34,4%). In Umbria, a Terni, l'ex presidente della Corte Costituzionale Antonio Baldassarre, sostenuto dal Pdl e da una lista civica, tenterà di colmare il divario che lo separa da Leopoldo Di Girolamo del centrosinistra (37,1% a 49,4%).
Scendiamo al sud e troviamo, in Campania, Avellino, dove partono praticamente alla pari (313 voti di differenza, 42,9% contro 42,0%) Massimo Preziosi del centrodestra+Udc e l'uscente di centrosinistra Giuseppe Galasso. In Basilicata sarà ballottaggio a Potenza: qui 11 punti percentuali separano Giuseppe Molinari del centrodestra (35,3%) dall'uscente Vito Santarsiero del centrosinistra (46,4%). In Puglia si torna alle urne in tutte e tre le città capoluogo che sono andate al voto il 6 e 7 giugno: Bari, Brindisi, Foggia. A Bari, dove peraltro non sono state ancora assegnate tutte le schede e mancano all'appello 3 sezioni su 345, Simeone Di Cagno Abbrescia del centrodestra (46%) sfiderà l'uscente di centrosinistra Michele Emiliano (49%); a Brindisi l'uscente di centrodestra Domenico Mennitti (37%) se la dovrà vedere con Salvatore Brigante del centrosinistra (32,6%); a Foggia Enrico Santaniello del centrodestra è avanti di 15 punti percentuali su Gianni Mongelli del centrosinistra (41,9% contro 26,4%), con il candidato dell'Udc, Anna Lucia Lambresa, che ha raggiunto quota 18,5%. Finiamo con la Sicilia, dove il ballottaggio sarà a Caltanissetta, unico Comune capoluogo della Regione insulare ad essere andato al voto: qui si contrapporranno Michele Campisi del centrodestra (39%) e Fiorella Falci del centrosinistra (28,2%) - l'alleanza Udc-Mpa ha ottenuto il 19% dei consensi.
CONCLUSIONE
Come il lettore avrà potuto osservare, si tratta in moltissimi casi di partite ancora aperte, che il centrodestra deve giocare fino in fondo e con il massimo impegno, per consolidare la vittoria del 6 e 7 giugno, che ha già portato in dote all'alleanza Pdl-Lega 26 Province e 9 Comuni capoluogo. In numerose realtà tra quelle elencate saranno decisivi i voti dell'Udc, che ha scelto la strategia dell'«ago della bilancia», ma con cui occorre confrontarsi, caso per caso, e vedere se è possibile un'intesa amministrativa nel nome del buon governo. In conclusione occorre ricordare, come ha scritto nella sua lettera di ringraziamento agli elettori Silvio Berlusconi, che quello del ballottaggio è un «appuntamento a cui non bisogna mancare». Anche se sarà il primo week-end estivo, la posta in gioco è tale da sollecitare una partecipazione alta e convinta al voto.
Gianteo Bordero
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martedì 9 giugno 2009
LA CONQUISTA DEL TERRITORIO
da Ragionpolitica.it del 9 giugno 2009
I risultati delle elezioni amministrative spazzano via in un sol colpo il castello dei sogni di cartapesta che Franceschini e i dirigenti del Partito Democratico avevano costruito domenica notte, dopo aver conosciuto l'esito delle europee. Credevano, Dario e gli altri, di aver aperto una breccia nel solido fortino del consenso berlusconiano, di essere riusciti a piegare l'asse di ferro tra il Pdl e la Lega Nord, di aver frenato la conquista dell'egemonia politica sull'Italia da parte del centrodestra. Senza neppure aver analizzato per bene i dati, erano convinti di aver «fermato la destra». Franceschini e i suoi guardavano la pagliuzza nell'occhio del Popolo della Libertà e non vedevano la trave conficcata nel loro. Si appoggiavano, come gli ubriachi ai lampioni, a quel -2% del Pdl rispetto alle politiche del 2008 e facevano finta che non esistesse quel loro imbarazzante -7%. Parlavano, senza alcun senso del pudore politico, di «fine della stagione berlusconiana», di un centrodestra «minoritario nel paese», di un'Italia «in controtendenza» rispetto all'«onda di destra» che ha sommerso l'Europa. Era il perfetto rovesciamento della realtà.
Sarebbe bastato osservare con maggior cura e a mente fredda i numeri per capire che il vero malato di queste elezioni non era il Cavaliere e l'alleanza che lo sostiene, ma il Partito Democratico: se il calo del 2% del Pdl era già domenica notte chiaramente circoscrivibile ad una particolare zona del paese, la Sicilia (una regione da sempre generosa con il partito di maggioranza, ma che questa volta ha disertato in massa le urne, forse anche a causa del recente scontro di potere interno allo stesso centrodestra), altrettanto non si poteva dire del Pd, che perdeva voti in maniera diffusa su tutta la Penisola, e non soltanto a causa dell'astensionismo, ma anche per la migrazione di molti elettori verso l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. A scrutinio chiuso, i Democratici rimanevano maggioranza relativa in due sole regioni: l'Emilia Romagna e la Toscana. Negli altri due baluardi della «zona rossa» del centro Italia, le Marche e l'Umbria, venivano scavalcati dal Popolo della Libertà, diventato primo partito anche in Liguria e in Basilicata.
Erano segnali d'allarme in vista dello scrutinio delle amministrative, ma Franceschini e i vertici del Pd facevano finta di nulla, anzi continuavano a millantare una vittoria inesistente, a discettare di «crisi del berlusconismo» e via strologando. Ci sono voluti i risultati di provinciali e comunali per mostrare all'intero paese che quella del segretario e degli altri dirigenti democratici era solo una montagna di propaganda senza alcun fondamento in re, nella realtà. Su 62 amministrazioni provinciali che sono andate al voto, il centrodestra ne ha conquistate 26 al primo turno, strappandone ben 15 al centrosinistra, che ne ha confermate soltanto 14 (ne governava 50). Nelle rimanenti 22 si andrà al ballottaggio fra quindici giorni. Cambiano colore politico alcune roccaforti della gauche italiana come Piacenza e Macerata. E poi Napoli, Bari, Salerno. Al nord Cremona, Lecco, Lodi, Biella, Novara, Verbano-Cusio-Ossola. In Abruzzo Chieti, Pescara, Teramo. E infine Avellino. Per quanto riguarda le comunali, il centrodestra strappa al centrosinistra Bergamo e Pavia, Biella e Verbania, Pescara, Campobasso, e manda al ballottaggio i bastioni rossi di Bologna, Firenze e Prato, oltre a Ferrara, Ancona e Padova, tra gli altri. In totale, su 30 città capoluogo di provincia, il centrodestra ne conquista 9, di cui 6 amministrate dal centrosinistra, che ne conferma soltanto 5 delle 25 che governava. I ballottaggi saranno 16. Sono numeri che parlano da soli. E che ancor più parleranno da soli quando i dati aggregati mostreranno in tutta la sua portata il crollo verticale del centrosinistra, e in particolar modo del Pd, nel gradimento dei cittadini.
Avevamo scritto su queste pagine, qualche tempo fa, che le elezioni amministrative avrebbero potuto ridisegnare la mappa del potere in molte aree della Penisola «spostando, in diverse zone del paese, il pendolo da sinistra a destra e consegnando nelle mani dell'alleanza Pdl-Lega, saldamente al comando sul piano del governo nazionale, le chiavi anche di buona parte dei governi territoriali». E affermavamo che era quindi sulle provinciali e sulle comunali che bisognava tener desta l'attenzione, ben più che sulle europee. Perché «una buona performance del centrodestra e un corrispondente arretramento del centrosinistra proprio su quello che da sempre è un suo terreno di conquista - le amministrazioni locali - significherebbe che la crescita dell'alleanza Popolo della Libertà-Lega Nord non rappresenta più una folata occasionale di "vento di destra", ma è il frutto di un robusto e profondo processo politico in atto in Italia, da nord a sud». Questa previsione si è rivelata fondata.
Il voto europeo è stato, come al solito, il puro voto proporzionale e di opinione, la scelta di un partito per la composizione del parlamento di Strasburgo; quello amministrativo è stato la scelta tra due schieramenti e tra due modelli di governo. Se la prima consultazione è stata avvertita come la chiamata alle urne per un'istituzione che spesso viene ancora percepita come lontana, la seconda, come testimoniato dall'affluenza molto più elevata, è stata sentita come la scelta per qualche cosa che riguarda da vicino la vita quotidiana dei cittadini. Insomma, quando il gioco si è fatto duro, i duri sono entrati in gioco. Col seguente risultato: il centrodestra si radica in maniera sostanziale sul territorio, anche con significative incursioni nella «zona rossa» del paese, mentre al centrosinistra non resta che tentare di rimettere insieme i cocci di un potere che va in frantumi sotto il peso della crisi interna della gauche e della crescente forza egemonica di un'alleanza che funziona.
Gianteo Bordero
I risultati delle elezioni amministrative spazzano via in un sol colpo il castello dei sogni di cartapesta che Franceschini e i dirigenti del Partito Democratico avevano costruito domenica notte, dopo aver conosciuto l'esito delle europee. Credevano, Dario e gli altri, di aver aperto una breccia nel solido fortino del consenso berlusconiano, di essere riusciti a piegare l'asse di ferro tra il Pdl e la Lega Nord, di aver frenato la conquista dell'egemonia politica sull'Italia da parte del centrodestra. Senza neppure aver analizzato per bene i dati, erano convinti di aver «fermato la destra». Franceschini e i suoi guardavano la pagliuzza nell'occhio del Popolo della Libertà e non vedevano la trave conficcata nel loro. Si appoggiavano, come gli ubriachi ai lampioni, a quel -2% del Pdl rispetto alle politiche del 2008 e facevano finta che non esistesse quel loro imbarazzante -7%. Parlavano, senza alcun senso del pudore politico, di «fine della stagione berlusconiana», di un centrodestra «minoritario nel paese», di un'Italia «in controtendenza» rispetto all'«onda di destra» che ha sommerso l'Europa. Era il perfetto rovesciamento della realtà.
Sarebbe bastato osservare con maggior cura e a mente fredda i numeri per capire che il vero malato di queste elezioni non era il Cavaliere e l'alleanza che lo sostiene, ma il Partito Democratico: se il calo del 2% del Pdl era già domenica notte chiaramente circoscrivibile ad una particolare zona del paese, la Sicilia (una regione da sempre generosa con il partito di maggioranza, ma che questa volta ha disertato in massa le urne, forse anche a causa del recente scontro di potere interno allo stesso centrodestra), altrettanto non si poteva dire del Pd, che perdeva voti in maniera diffusa su tutta la Penisola, e non soltanto a causa dell'astensionismo, ma anche per la migrazione di molti elettori verso l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. A scrutinio chiuso, i Democratici rimanevano maggioranza relativa in due sole regioni: l'Emilia Romagna e la Toscana. Negli altri due baluardi della «zona rossa» del centro Italia, le Marche e l'Umbria, venivano scavalcati dal Popolo della Libertà, diventato primo partito anche in Liguria e in Basilicata.
Erano segnali d'allarme in vista dello scrutinio delle amministrative, ma Franceschini e i vertici del Pd facevano finta di nulla, anzi continuavano a millantare una vittoria inesistente, a discettare di «crisi del berlusconismo» e via strologando. Ci sono voluti i risultati di provinciali e comunali per mostrare all'intero paese che quella del segretario e degli altri dirigenti democratici era solo una montagna di propaganda senza alcun fondamento in re, nella realtà. Su 62 amministrazioni provinciali che sono andate al voto, il centrodestra ne ha conquistate 26 al primo turno, strappandone ben 15 al centrosinistra, che ne ha confermate soltanto 14 (ne governava 50). Nelle rimanenti 22 si andrà al ballottaggio fra quindici giorni. Cambiano colore politico alcune roccaforti della gauche italiana come Piacenza e Macerata. E poi Napoli, Bari, Salerno. Al nord Cremona, Lecco, Lodi, Biella, Novara, Verbano-Cusio-Ossola. In Abruzzo Chieti, Pescara, Teramo. E infine Avellino. Per quanto riguarda le comunali, il centrodestra strappa al centrosinistra Bergamo e Pavia, Biella e Verbania, Pescara, Campobasso, e manda al ballottaggio i bastioni rossi di Bologna, Firenze e Prato, oltre a Ferrara, Ancona e Padova, tra gli altri. In totale, su 30 città capoluogo di provincia, il centrodestra ne conquista 9, di cui 6 amministrate dal centrosinistra, che ne conferma soltanto 5 delle 25 che governava. I ballottaggi saranno 16. Sono numeri che parlano da soli. E che ancor più parleranno da soli quando i dati aggregati mostreranno in tutta la sua portata il crollo verticale del centrosinistra, e in particolar modo del Pd, nel gradimento dei cittadini.
Avevamo scritto su queste pagine, qualche tempo fa, che le elezioni amministrative avrebbero potuto ridisegnare la mappa del potere in molte aree della Penisola «spostando, in diverse zone del paese, il pendolo da sinistra a destra e consegnando nelle mani dell'alleanza Pdl-Lega, saldamente al comando sul piano del governo nazionale, le chiavi anche di buona parte dei governi territoriali». E affermavamo che era quindi sulle provinciali e sulle comunali che bisognava tener desta l'attenzione, ben più che sulle europee. Perché «una buona performance del centrodestra e un corrispondente arretramento del centrosinistra proprio su quello che da sempre è un suo terreno di conquista - le amministrazioni locali - significherebbe che la crescita dell'alleanza Popolo della Libertà-Lega Nord non rappresenta più una folata occasionale di "vento di destra", ma è il frutto di un robusto e profondo processo politico in atto in Italia, da nord a sud». Questa previsione si è rivelata fondata.
Il voto europeo è stato, come al solito, il puro voto proporzionale e di opinione, la scelta di un partito per la composizione del parlamento di Strasburgo; quello amministrativo è stato la scelta tra due schieramenti e tra due modelli di governo. Se la prima consultazione è stata avvertita come la chiamata alle urne per un'istituzione che spesso viene ancora percepita come lontana, la seconda, come testimoniato dall'affluenza molto più elevata, è stata sentita come la scelta per qualche cosa che riguarda da vicino la vita quotidiana dei cittadini. Insomma, quando il gioco si è fatto duro, i duri sono entrati in gioco. Col seguente risultato: il centrodestra si radica in maniera sostanziale sul territorio, anche con significative incursioni nella «zona rossa» del paese, mentre al centrosinistra non resta che tentare di rimettere insieme i cocci di un potere che va in frantumi sotto il peso della crisi interna della gauche e della crescente forza egemonica di un'alleanza che funziona.
Gianteo Bordero
martedì 19 maggio 2009
L'IMPORTANZA DEL VOTO AMMINISTRATIVO DEL 6 E 7 GIUGNO
da Ragionpolitica.it del 19 maggio 2009
L'attenzione delle pagine politiche dei giornali nazionali sembra incentrarsi quasi esclusivamente, in questi ultimi giorni, sulle previsioni di voto in vista delle europee del 6 e 7 giugno prossimi. Esse rappresentano certamente un banco di prova importante per misurare la temperatura politica del paese a un anno dalle elezioni dell'aprile 2008. In particolare, si attende dalle urne un responso circa la crescita - finora certificata dai sondaggi - dei partiti che compongono la maggioranza di governo (il Popolo della Libertà e la Lega Nord); circa la quantificazione del calo dei consensi per il Partito Democratico rispetto al voto delle politiche; circa l'eventuale ridefinizione dei rapporti di forza all'interno degli schieramenti. In questo senso, le ultime rilevazioni del «Termometro politico» registrano un Pdl che naviga attorno al 40% (+2,5% rispetto allo scorso anno), una Lega al 9,5% (+1,3%), mentre il Pd si attesta sul 26,5% (-6,5%) e l'Italia dei Valori sul 6,6% (+2,3%).
Minore attenzione è invece riservata al voto amministrativo che avrà luogo negli stessi giorni della consultazione europea. Andranno alle urne i cittadini di ben 4.200 Comuni, di cui 216 con popolazione superiore ai 15 mila abitanti (tra questi vi sono 27 capoluoghi di Provincia) e di 64 Province. Tra le città che si recheranno al voto vi sono Bologna, Firenze, Modena, Bari, Padova, Perugia, Cremona, Vercelli, Reggio Emilia, Livorno, Prato, Campobasso, Potenza, Ascoli Piceno, solo per citare le più importanti. Tra le Province: Milano, Torino, Napoli, Bologna, Firenze, Venezia, Padova, Verona, Pescara, Perugia, Brescia. E' evidente che i risultati in queste realtà potrebbero ridisegnare nel profondo la mappa del potere locale in Italia, spostando, in diverse zone del paese, il pendolo da sinistra a destra e consegnando nelle mani dell'alleanza Pdl-Lega, saldamente al comando sul piano del governo nazionale, le chiavi anche di buona parte dei governi territoriali.
Basti pensare, ad esempio, che tra le 64 amministrazioni provinciali da rinnovare ben 50 sono oggi guidate dal centrosinistra e che, come ricordava qualche settimana fa sul Corriere della Sera Paolo Franchi citando un'analisi condotta dal responsabile enti locali del Pd, Paolo Fontanelli, «se gli elettori si comportassero come nelle politiche sarebbe un disastro... Della cinquantina di amministrazioni provinciali attuali, al Pd ne resterebbero 15». Fermo restando che le logiche che presiedono al voto locale spesso non coincidono con quelle del voto nazionale, poiché nel primo caso entrano in gioco fattori che esulano dai grandi temi di interesse generale attorno ai quali ruotano le campagne elettorali per le politiche, è comunque chiaro che quello amministrativo del 6 e 7 giugno prossimi sarà un appuntamento che potrebbe segnare un ulteriore passo in avanti nel processo politico iniziato il 13 e 14 aprile 2008.
In sostanza, una buona performance del centrodestra e un corrispondente arretramento del centrosinistra proprio su quello che da sempre è un suo terreno di conquista - le amministrazioni locali - significherebbe che la crescita dell'alleanza Popolo della Libertà-Lega Nord non rappresenta più, come molti hanno detto e scritto dopo la vittoria dello scorso anno, una folata occasionale di «vento di destra» che spira su una nazione in preda alle paure e all'incertezza, ma è il frutto di un robusto e profondo processo politico in atto in Italia, da nord a sud. Un processo di radicamento sostanziale (e non solo strutturale) del centrodestra nella cosiddetta «pancia del paese» e di contestuale disgregazione della sinistra, divenuta minoranza non soltanto nei numeri, ma anche nello stesso linguaggio e nella stessa cultura politica prevalente.
E' quasi inutile sottolineare che si tratta, per i partiti che compongono l'attuale maggioranza di governo, di una sfida epocale: ad essere in ballo non vi è soltanto, infatti, l'elezione dei sindaci e dei presidenti provinciali, e quindi l'insediamento in spazi di potere prima inesplorati, ma anche e soprattutto la possibilità di consolidare una svolta di sistema impensabile fino a 2 anni fa. Nel 2004 le elezioni amministrative segnarono l'inizio del declino della maggioranza berlusconiana; oggi possono segnare il rafforzamento della sua egemonia politica nel paese.
Gianteo Bordero
L'attenzione delle pagine politiche dei giornali nazionali sembra incentrarsi quasi esclusivamente, in questi ultimi giorni, sulle previsioni di voto in vista delle europee del 6 e 7 giugno prossimi. Esse rappresentano certamente un banco di prova importante per misurare la temperatura politica del paese a un anno dalle elezioni dell'aprile 2008. In particolare, si attende dalle urne un responso circa la crescita - finora certificata dai sondaggi - dei partiti che compongono la maggioranza di governo (il Popolo della Libertà e la Lega Nord); circa la quantificazione del calo dei consensi per il Partito Democratico rispetto al voto delle politiche; circa l'eventuale ridefinizione dei rapporti di forza all'interno degli schieramenti. In questo senso, le ultime rilevazioni del «Termometro politico» registrano un Pdl che naviga attorno al 40% (+2,5% rispetto allo scorso anno), una Lega al 9,5% (+1,3%), mentre il Pd si attesta sul 26,5% (-6,5%) e l'Italia dei Valori sul 6,6% (+2,3%).
Minore attenzione è invece riservata al voto amministrativo che avrà luogo negli stessi giorni della consultazione europea. Andranno alle urne i cittadini di ben 4.200 Comuni, di cui 216 con popolazione superiore ai 15 mila abitanti (tra questi vi sono 27 capoluoghi di Provincia) e di 64 Province. Tra le città che si recheranno al voto vi sono Bologna, Firenze, Modena, Bari, Padova, Perugia, Cremona, Vercelli, Reggio Emilia, Livorno, Prato, Campobasso, Potenza, Ascoli Piceno, solo per citare le più importanti. Tra le Province: Milano, Torino, Napoli, Bologna, Firenze, Venezia, Padova, Verona, Pescara, Perugia, Brescia. E' evidente che i risultati in queste realtà potrebbero ridisegnare nel profondo la mappa del potere locale in Italia, spostando, in diverse zone del paese, il pendolo da sinistra a destra e consegnando nelle mani dell'alleanza Pdl-Lega, saldamente al comando sul piano del governo nazionale, le chiavi anche di buona parte dei governi territoriali.
Basti pensare, ad esempio, che tra le 64 amministrazioni provinciali da rinnovare ben 50 sono oggi guidate dal centrosinistra e che, come ricordava qualche settimana fa sul Corriere della Sera Paolo Franchi citando un'analisi condotta dal responsabile enti locali del Pd, Paolo Fontanelli, «se gli elettori si comportassero come nelle politiche sarebbe un disastro... Della cinquantina di amministrazioni provinciali attuali, al Pd ne resterebbero 15». Fermo restando che le logiche che presiedono al voto locale spesso non coincidono con quelle del voto nazionale, poiché nel primo caso entrano in gioco fattori che esulano dai grandi temi di interesse generale attorno ai quali ruotano le campagne elettorali per le politiche, è comunque chiaro che quello amministrativo del 6 e 7 giugno prossimi sarà un appuntamento che potrebbe segnare un ulteriore passo in avanti nel processo politico iniziato il 13 e 14 aprile 2008.
In sostanza, una buona performance del centrodestra e un corrispondente arretramento del centrosinistra proprio su quello che da sempre è un suo terreno di conquista - le amministrazioni locali - significherebbe che la crescita dell'alleanza Popolo della Libertà-Lega Nord non rappresenta più, come molti hanno detto e scritto dopo la vittoria dello scorso anno, una folata occasionale di «vento di destra» che spira su una nazione in preda alle paure e all'incertezza, ma è il frutto di un robusto e profondo processo politico in atto in Italia, da nord a sud. Un processo di radicamento sostanziale (e non solo strutturale) del centrodestra nella cosiddetta «pancia del paese» e di contestuale disgregazione della sinistra, divenuta minoranza non soltanto nei numeri, ma anche nello stesso linguaggio e nella stessa cultura politica prevalente.
E' quasi inutile sottolineare che si tratta, per i partiti che compongono l'attuale maggioranza di governo, di una sfida epocale: ad essere in ballo non vi è soltanto, infatti, l'elezione dei sindaci e dei presidenti provinciali, e quindi l'insediamento in spazi di potere prima inesplorati, ma anche e soprattutto la possibilità di consolidare una svolta di sistema impensabile fino a 2 anni fa. Nel 2004 le elezioni amministrative segnarono l'inizio del declino della maggioranza berlusconiana; oggi possono segnare il rafforzamento della sua egemonia politica nel paese.
Gianteo Bordero
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