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mercoledì 31 marzo 2010

REGIONALI. IL CAPOLAVORO DI BERLUSCONI

da Ragionpolitica.it del 31 marzo 2010

Come è stato più volte detto e scritto, è nelle situazioni di apparente difficoltà e di accerchiamento da parte dei suoi nemici che Silvio Berlusconi riesce a dare il meglio di sé. Lo ha fatto sin dal momento della sua «discesa in campo» nel '94, quando la sinistra politica, mediatica e giudiziaria ha iniziato a rappresentare il fondatore di Forza Italia come un cancro per la democrazia, come il male assoluto da estirpare, come il pericolo pubblico numero uno. Lo ha fatto, poi, nella lunga «traversata del deserto» degli anni 1996-2001, quando dall'opposizione, mentre tutta l'intellighenzia gauchista lo dava per finito, ha riorganizzato con pazienza lo schieramento di centrodestra e lo ha portato al successo alle elezioni politiche del 2001. Lo ha fatto, ancora, nel 2006, quando, abbandonato persino da alcuni suoi alleati poco lungimiranti, con una coraggiosa campagna elettorale, condotta pressoché in solitaria, ha rimontato uno svantaggio dall'Unione prodiana che sembrava incolmabile, ha sfiorato per una manciata di voti il successo ma ha riconfermato la sua leadership carismatica come l'unica possibile per il centrodestra italiano. Lo ha fatto, infine, nel 2009 e nel 2010, in occasione delle elezioni europee e amministrative dell'anno scorso e di quelle regionali di quest'anno, tutte precedute da una lunga campagna di gossip, veleni, tentativi di delegittimazione morale, accuse di ogni genere da parte della solita sinistra a corto di argomenti politici ma sempre pronta a riversare sul Cavaliere ondate di fango, quintali di calunnie, tonnellate di odio.


Sono dunque sedici anni che, quanto più Berlusconi viene considerato sul viale del tramonto, tanto più egli si dimostra vivo e vegeto, in piena forma politica, titolare di una leadership che niente e nessuno riescono a scalfire. Il segreto - se così possiamo chiamarlo - sta nella capacità non comune del presidente del Consiglio di rinnovare ogni volta il suo rapporto diretto col popolo, chiamandolo a raccolta come migliore scudo di fronte agli attacchi della sinistra. Questa volta è accaduto con la grande manifestazione di piazza San Giovanni del 20 marzo, che ha ridato forza, speranza ed entusiasmo ad un elettorato che sembrava spaesato dopo la vicenda della presentazione delle liste, e che ha invece ben compreso che anche in questo caso si trattava del tentativo di far fuori l'avversario non con i mezzi della politica e della democrazia, ma con quelli giudiziari e mediatici - tanto più che, come lo stesso Berlusconi ha ricordato più volte, la cancellazione della lista del Popolo della Libertà a Roma e provincia è arrivata dopo il tormentone giornalistico su una presunta nuova Tangentopoli, dopo la reboante inchiesta sugli appalti della Protezione Civile e dopo l'ennesima fuoriuscita di intercettazioni coperte dal segreto nell'ambito dell'inchiesta di Trani sul «caso Santoro».


Anche stavolta, dunque, risultati elettorali alla mano, non c'è trippa per gatti. Chi, come qualche incauto esponente del Partito Democratico e dell'opposizione, sognava un indebolimento della leadership berlusconiana in seguito alle regionali, deve riporre le sue speranze nel cassetto. Perché il voto del 28 e 29 marzo, al contrario delle sgangherate previsioni dei maître à penser della sinistra salottiera, ha consolidato il ruolo del Cavaliere, che ora può giocare da una posizione di forza la partita delle riforme negli ultimi tre anni di legislatura - che, ricordiamolo, non prevedono altri appuntamenti elettorali di rilievo nazionale. La morale della favola, insomma, è che la sinistra, incapace di comprendere la lezione della recente storia politica italiana, continua a dare spallate contro un muro che non accenna a cadere. E così finisce per farsi del male da sola.

Gianteo Bordero

mercoledì 24 marzo 2010

ELEZIONI REGIONALI E VOTO CATTOLICO. LE PAROLE CHIARE DEL CARDINAL BAGNASCO

da Ragionpolitica.it del 24 marzo 2010

Il presidente dei vescovi italiani, cardinale Angelo Bagnasco, ha parlato chiaro. Nella sua prolusione al Consiglio Permanente della Cei, collegando la dura condanna dell'aborto - espressa con termini talmente forti da non lasciare spazio a interpretazioni di sorta - alla scadenza elettorale di domenica e lunedì prossimi, il porporato ha lanciato un messaggio esplicito ai cattolici. Un messaggio che va ben oltre il richiamo generico al rispetto dei valori che stanno a cuore alla Chiesa. Non si tratta tanto di un'indicazione di voto, quanto di un monito a non concedere la propria preferenza ai partiti che si oppongono più o meno apertamente a quei «principi non negoziabili» («La dignità della persona umana, incomprimibile rispetto a qualsiasi condizionamento; l'indisponibilità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale; la libertà religiosa e la libertà educativa e scolastica; la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna») che Papa Benedetto XVI ha più volte indicato come i cardini su cui può reggersi una politica autenticamente umana.


Affermando poi che è su tali principi che «si impiantano e vengono garantiti altri indispensabili valori come il diritto al lavoro e alla casa, la libertà di impresa finalizzata al bene comune, l'accoglienza verso gli immigrati rispettosa delle leggi e volta a favorire l'integrazione, il rispetto del creato, la libertà dalla malavita in particolare quella organizzata», il cardinale ha fatto piazza pulita di un diffuso malinteso: quello secondo il quale possono essere collocati sullo stesso piano, senza ordine gerarchico, i valori promossi dal magistero morale e sociale della Chiesa. Sulla base di tale malinteso, negli anni successivi alla fine della Democrazia Cristiana e della Prima Repubblica, è stato propagandato il luogo comune per cui sarebbe sostanzialmente equivalente, per un cattolico, votare per il centrodestra (raffigurato come più attento ai valori bioetici) o per il centrosinistra (dipinto come paladino dei valori sociali). Attraverso questa vulgata, in realtà, si è voluto mascherare il fatto che la gauche italiana esprimeva, come esprime oggi, posizioni che sono in netto contrasto con i capisaldi della dottrina cristiana in materia di vita, famiglia, libertà di educazione. In sostanza, si è voluto far credere che i cattolici che votavano per una sinistra laicista e ormai intrisa di posizioni radicaleggianti, potevano benissimo mettere tra parentesi, nel nome della presunta promozione di valori quali la solidarietà, l'attenzione agli ultimi, la tutela del lavoro - come se il centrodestra fosse nemico di tali sacrosanti valori! - la difesa dei principi non negoziabili in campo bioetico. Oggi, con le sue parole, il cardinal Bagnasco pone fine a questo maldestro tentativo di falsificazione della realtà.


Le dichiarazioni del presidente della Cei, del resto, non nascono dal nulla. Esse trovano un solido fondamento teologico nell'ultima enciclica di Benedetto XVI, la Caritas in veritate. In questo documento il Papa ha indicato la questione bioetico-antropologica come la nuova, grande questione sociale dei nostri tempi: «Occorre affermare - ha scritto - che la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica, nel senso che essa implica il modo stesso non solo di concepire, ma anche di manipolare la vita, sempre più posta dalle biotecnologie nelle mani dell'uomo». Nel momento in cui si afferma l'idea che la vita umana sia un prodotto della tecnica, che ne può disporre a piacimento a partire dal momento del concepimento fino a quello della morte, il Pontefice ricorda che lo sviluppo dei popoli «è legato intimamente allo sviluppo di ogni singolo uomo» e che esso «degenera se l'umanità ritiene di potersi ri-creare avvalendosi dei "prodigi" della tecnologia». Quindi anche i temi classici della dottrina sociale della Chiesa vanno oggi riletti alla luce dell'affermarsi di una «mentalità prometeica» che rischia di cancellare, di fatto, lo stesso soggetto protagonista dello sviluppo sociale: l'uomo così come lo abbiamo conosciuto da migliaia di anni a questa parte.


E' per questo che la bioetica non può non diventare la nuova frontiera dell'impegno dei cattolici in un ambito, come quello della politica, chiamato non di rado a legiferare su questioni (aborto, procreazione medicalmente assistita, fine vita) attorno alle quali si gioca non soltanto la partita tra schieramenti, ma anche e soprattutto il destino delle nostre società. E' questo il cuore del messaggio con cui il cardinal Bagnasco, alla vigilia di un voto importante come quello del 28 e 29 marzo, ha voluto richiamare l'attenzione dei cattolici, affinché abbiano chiara l'importanza di un «evento qualitativamente importante che in nessun caso converrà trascurare», perché «in esso si trasferiscono non poche delle preoccupazioni cui si è fatto riferimento».

Gianteo Bordero

venerdì 12 marzo 2010

NUOVE ELEZIONI, VECCHIA SINISTRA

da Ragionpolitica.it del 12 marzo 2010

Arriva il Csm con la condanna delle dichiarazioni di Berlusconi sui magistrati. Arriva (così scrive Il Fatto quotidiano) la Procura di Trani con una nuova inchiesta a carico del Cavaliere. E arriva la piazza per denunciare l'attentato alla democrazia che l'uomo di Arcore starebbe mettendo in atto. Come al solito, alla vigilia di ogni elezione, la sinistra politica, mediatica e giudiziaria non si fa mancare proprio nulla per tentare di sovvertire l'esito del voto, nella convinzione di poter azzoppare il leader del Popolo della Libertà e sottrarre così consensi alla coalizione di centrodestra. E' una strategia che in questi ultimi sedici anni non ha prodotto alcunché di significativo, e che anzi si è ritorta contro coloro che l'hanno studiata e attuata con certosina meticolosità: i partiti del centrosinistra sono nelle condizioni che tutti oggi possono vedere, privi di slancio riformatore, di idee e di programmi degni di tal nome; la magistratura registra anch'essa, da lunga pezza, un forte calo di fiducia da parte dei cittadini, i quali vorrebbero vedere, al posto dell'accanimento contro Berlusconi, un sistema giudiziario che funzionasse in modo decente, con tempi certi e processi giusti; i giornali e le trasmissioni gauchiste, infine, ridotti ormai a cucine che sfornano ogni giorno lo stesso piatto condito dai soliti presunti scoop contro il premier, sono diventati una nicchia in cui cercano rifugio elettori di sinistra delusi dai loro rappresentanti politici, una valvola di sfogo per ritrovare le parole e riascoltare i dogmi dell'antiberlusconismo militante.


Nonostante ciò, ogni volta che s'approssima un appuntamento elettorale va in scena lo stesso deprimente spettacolo, si alza il medesimo polverone, si respira il solito acre odore proveniente dalle centrali ideologiche della sinistra italiana, o meglio di quel che resta della sinistra italiana. Perché quando uno schieramento è costretto a ricorrere esclusivamente a strumenti extra politici per tentare di strappare qualche voto alla coalizione avversaria, significa che i suoi partiti ed i loro dirigenti con la Politica hanno chiuso da un bel po'. Tant'è vero che tutto fa brodo pur di non parlare di programmi, di progetti, insomma di tutto ciò che davvero può interessare ai cittadini in occasione di un'elezione. In questo modo l'unico punto programmatico rimane sempre quello: annientare il nemico, spazzare via il dittatore, cacciare l'usurpatore. Tutto così da ormai più di tre lustri, da Occhetto fino a Bersani, passando per Prodi, D'Alema, Rutelli, Veltroni, Franceschini - facce intercambiabili della stessa medaglia, cuochi diversi per la medesima zuppa.


La sinistra non ha dunque saputo trarre alcuna lezione dal suo travagliato percorso di questi sedici anni: ha continuato ostinatamente a suonare lo stesso spartito e continua a suonarlo anche oggi, dopo che gli italiani hanno mostrato in maniera chiara che non è quella la musica che vorrebbero sentire le loro orecchie. Eppure ogni volta i dirigenti della gauche sperano che sia la volta buona, che l'attacco concentrico a Berlusconi funzioni, produca i suoi effetti e mandi a casa il Cavaliere. Il quale, invece, il giorno dopo ogni tornata elettorale, quando si dirada la polvere sollevata dal circo mediatico-giudiziario e parlano soltanto i numeri delle urne, si riaffaccia sulla scena come il vincitore, come il più amato dagli italiani, come il leader che i cittadini vogliono alla guida del paese. Certo, tutto questo è logorante per la sinistra, ma fino a quando essa continuerà a rimandare a data da destinarsi il momento di un serio e coraggioso ripensamento di se stessa, del suo modo di concepire il paese e di porsi di fronte agli elettori, non ci sarà trippa per gatti. Ed avrà sempre il sopravvento, nei leader delle varie Unioni, Ulivi, Grandi Alleanze Democratiche, la tentazione di vincere a tavolino. O con l'aiuto delle inchieste. O cavalcando qualche scandalo che continuerà a sciogliersi come neve al sole.

Gianteo Bordero

lunedì 8 marzo 2010

DA NAPOLITANO UNA LEZIONE DI POLITICA E DIRITTO COSTITUZIONALE AL PD

da Ragionpolitica.it dell'8 marzo 2009

Curioso destino, quello di Giorgio Napolitano. Eletto presidente della Repubblica da una sola parte politica (il centrosinistra prodiano nel 2006), oggi egli si ritrova più o meno esplicitamente accusato, dagli stessi che lo mandarono al Quirinale, di intelligenza con il nemico. Il motivo del risentimento è noto: la decisione del capo dello Stato di firmare il decreto legge interpretativo delle norme elettorali varato venerdì dal governo Berlusconi. Se le critiche - per usare un gentile eufemismo - rivolte all'inquilino del Colle da Antonio Di Pietro erano in qualche modo da mettere in conto, stessa cosa non può dirsi dell'atteggiamento incerto ed ondivago del Partito Democratico, che, come il duca di Barnabò di una celebre canzoncina per bambini, si è collocato a mezza via tra il (debole) sostegno a Napolitano e la (forte) tentazione di seguire il leader dell'Idv sulla strada della delegittimazione totale di chiunque fosse coinvolto nell'affaire del decreto governativo. Un atteggiamento, questo del Pd, che non solo ha rivelato una volta di più la congenita fragilità politica del partito di Bersani - incapace di lasciare spazio a una linea genuinamente «istituzionale», ragionevole e di buon senso, e costantemente in preda ai mai sopiti istinti antipolitici e antiberlusconiani - ma ha anche spinto il capo dello Stato a procedere da sé nella difesa delle ragioni che lo hanno spinto a dare il via libera al decreto.


Il presidente della Repubblica lo ha fatto attraverso una lettera pubblicata sabato pomeriggio sul sito internet del Quirinale, con la quale ha risposto alle mail di due cittadini, una favorevole al decreto, l'altra contraria. Il messaggio di Napolitano, di cui molto si è parlato in questi ultimi giorni, è importante non soltanto per ciò che attiene al fatto di specie, ma anche perché impartisce al centrosinistra una lezione di politica e di diritto costituzionale di cui Bersani & CO. farebbero bene a tener conto nel prosieguo del loro cammino, onde evitare ulteriori brutte figure e di finire in uno stato di totale soggezione politica a Di Pietro.


Dopo aver spiegato che sarebbe stata insostenibile una competizione elettorale dalla quale fosse rimasto escluso il partito di maggioranza relativa, il capo dello Stato innanzitutto ricorda agli smemorati dello schieramento gauchista che erano stati proprio loro, nei giorni precedenti il varo del decreto, ad annunciare di non voler vincere «per abbandono dell'avversario» o «a tavolino». Per questo, in quelle ore - scrive Napolitano - «si era da più parti parlato della necessità di una "soluzione politica"», ma «senza chiarire in che senso ciò andasse inteso». Come dire: cari signori della sinistra che oggi urlate allo scandalo, eravate stati proprio voi a dire di non voler gareggiare in solitaria. Perché, dunque, non mi avete indicato una strada percorribile? E perché vi stracciate le vesti nel momento in cui io firmo un atto che consenta una competizione «con la piena partecipazione dei diversi schieramenti»?


Ma non è tutto. Perché il capo dello Stato, preso atto che in piena campagna elettorale raggiungere un accordo tra le coalizioni è risultato di fatto impossibile, prosegue con rigore il suo affondo. E scrive che, anche qualora si fosse trovata la suddetta «soluzione politica», essa «avrebbe pur sempre dovuto tradursi in una soluzione normativa», cioè in un «provvedimento legislativo che intervenisse tempestivamente». E quel provvedimento, dati i tempi ristretti a cui si era giunti, altro non poteva essere che un decreto. Come dire, anche qui: se davvero tutti coloro che hanno dichiarato di avere a cuore un'elezione non falsata dalla mancata partecipazione del Pdl fossero in buona fede, avrebbero dovuto sapere che la Carta costituzionale, in casi d'urgenza, prevede un solo strumento: quello del decreto legge. Perché dunque scendere in piazza, urlare al regime e parlare di «attentato alla Costituzione» e simili amenità? Soprattutto quando nessuno è stato in grado di indicare «quale altra soluzione, comunque inevitabilmente legislativa - rimarca con puntiglio Napolitano - potesse essere ancora più esente da vizi e dubbi di costituzionalità»?


Due a zero e palla al centro. Di fronte agli argomenti usati dal capo dello Stato si scioglie come neve al sole il tentativo del Pd e del suo segretario di caricare tutta la responsabilità del decreto legge sulle spalle del governo. L'idea che Napolitano abbia «subìto» l'atto governativo è smentita dalle stesse parole del presidente della Repubblica, che rivendica il fatto di aver rigettato la prima ipotesi di decreto prospettatagli dall'esecutivo giovedì sera e di non aver poi riscontrato profili di incostituzionalità nel testo definitivo del provvedimento. Scrive in conclusione l'inquilino del Colle: «Io sono deciso a tenere ferma una linea di indipendente e imparziale svolgimento del ruolo, e di rigoroso esercizio delle prerogative, che la Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica, nei limiti segnati dalla stessa Carta e in spirito di leale cooperazione istituzionale». Ad essersi incartato - per così dire - non è dunque il capo dello Stato, ma un Partito Democratico che, come ha affermato domenica Berlusconi, rischia per l'ennesima volta di finire «ammanettato a Di Pietro», al suo massimalismo e al suo scarso, se non nullo, senso delle istituzioni.

Gianteo Bordero

mercoledì 17 febbraio 2010

I TEODEM DALLA PADELLA ALLA BRACE

da Ragionpolitica.it del 17 febbraio 2010

Dopo l'addio di Paola Binetti al Pd a causa della sua «deriva zapaterista», è chiaro quali siano i cattolici che ancora hanno diritto di cittadinanza all'interno del partito guidato da Bersani: i cari, vecchi e affidabili «cattolici democratici». Quelli che, desiderosi di dimostrare il loro non essere supini di fronte al magistero di Santa Romana Chiesa, si allineano senza difficoltà alle posizioni laiciste della sinistra sui temi sociali e soprattutto bioetici.


Sono i cattolici alla Dario Franceschini, che nel 2007, da capogruppo della Margherita alla Camera, scrisse una lettera ai vescovi per annunciare che sessanta parlamentari cattolici del centrosinistra non avrebbero seguito le indicazioni della CEI sulla questione del riconoscimento giuridico delle coppie di fatto. Sono i cattolici alla Rosy Bindi, che da ministro della Famiglia (sic!) del secondo governo Prodi si fece promotrice, sempre in tema di coppie di fatto, del famigerato disegno di legge denominato «DICO», poi decaduto per l'aut-aut di Clemente Mastella ma che, se approvato, avrebbe concesso alle unioni di fatto, anche omosessuali, i medesimi diritti - senza una previsione dei corrispettivi doveri - previsti per coloro che contraggono matrimonio. Sono, ancora, i cattolici alla Romano Prodi, che ai tempi del referendum sulla procreazione assistita (2005), a chi gli chiedeva se avrebbe osservato la linea astensionista promossa dall'allora presidente della Conferenza Episcopale, cardinale Camillo Ruini, rispose che lui era un «cattolico adulto» e che, come tale, sarebbe andato responsabilmente a votare - lasciando così intendere che coloro che fossero rimasti fedeli alle indicazioni della Chiesa avrebbero dovuto essere definiti «cattolici immaturi» o, per usare l'espressione coniata da Francesco Cossiga, «cattolici infanti».


Sono dunque questi - i Franceschini, le Bindi, i Prodi - i cattolici che possono ancora trovare spazio nel Pd. Tutti gli altri, cioè coloro che non vogliono abdicare alla mentalità radicale e laicista che ormai domina all'interno del centrosinistra, sono condannati alla totale minorità politica e culturale, trattati alla stregua di appestati da evitare ad ogni costo e messi alla gogna come servi del Vaticano o cose simili. E' quindi inevitabile che essi decidano, ad un certo punto, di levare il disturbo. Cercando di mettersi in proprio (come ha fatto Francesco Rutelli) o di accasarsi altrove (come hanno fatto Renzo Lusetti, Dorina Bianchi, Enzo Carra e oggi Paola Binetti, tutti passati all'Unione di Centro).


Ma se, da un lato, è certo che oggi esiste una «questione cattolica» grande come una montagna nel Pd, cioè in un partito che aveva fatto del connubio tra cattolici di sinistra e postcomunisti la sua stessa ragion d'essere, e se è altrettanto evidente che Pier Luigi Bersani non sembra in grado di dare una risposta credibile a tale questione, dall'altro lato occorre interrogarsi circa le reali prospettive aperte dall'approdo di gran parte dei suddetti «teodem» nell'Udc di Casini. Un primo elemento su cui riflettere lo fornisce il quotidiano della CEI, Avvenire, con un editoriale di Sergio Soave pubblicato martedì, nel quale si afferma che «c'è chi pensa che in questo modo si realizzi un progetto strategico attribuito a Bersani, quello di lasciare fuori dal partito i settori moderati e cattolici, per poi recuperarli "dall'esterno" con un'alleanza organica con l'Udc. Però - osserva giustamente Soave - è proprio sul terreno delle alleanze che si sono determinate le condizioni per l'abbandono di Binetti e di altri».


Ma occorre andare oltre e chiedersi, proprio in forza dei rilievi fatti propri dal giornale dei vescovi, se l'adesione dei «teodem» all'Unione di Centro non costituisca, nelle presenti circostanze, il classico caso di passaggio «dalla padella alla brace». Prendiamo ancora ad esempio la vicenda di Paola Binetti, la quale ha dichiarato che la goccia che ha fatto traboccare il vaso e l'ha spinta ad abbandonare il Pd è stata la scelta di Bersani di sostenere la radicale Bonino nella corsa per la presidenza alla Regione Lazio. Se le cose stanno davvero così, allora potremmo domandare alla Binetti che cosa ne pensi della decisione dell'Udc di allearsi in Piemonte con un'altra radicale senza se e senza ma, Mercedes Bresso, protagonista anch'ella di battaglie campali contro le posizioni espresse dai «teodem» (si veda, su tutte, la vicenda di Eluana Englaro). Non si capisce perché la presenza dei radicali venga usata a Roma come motivo per far le valigie ed andarsene dal Pd e invece a Torino venga tollerata in quanto scelta dal nuovo partito. Peraltro, sul «caso Piemonte» e sulla scelta di Casini di appoggiare la Bresso era stato lo stesso Avvenire ad usare qualche giorno fa parole molto dure, definendo tale scelta, sempre attraverso la penna di Sergio Soave, «contraddittoria» e ispirata da un mero «utilitarismo elettorale». Urgono chiarimenti.


Infine, è lecito nutrire più di un dubbio sul fatto che l'adesione all'Unione di Centro rappresenti oggi il modo migliore, per i «teodem», per difendere e tutelare i principi e i valori enunciati dalla dottrina sociale e morale della Chiesa. Innanzitutto perché, nell'attuale quadro bipolare, la «ridotta cattolica» centrista dell'Udc si trova, con il suo 6%, in una posizione fortemente minoritaria - cosa che espone il partito di Casini al rischio dell'ininfluenza. E poi perché, dopo la copiosa migrazione di suoi esponenti verso il Pdl nel 2008, l'Unione di Centro ha cambiato volto sul territorio, affidandosi in molti casi non a fantomatici campioni del cattolicesimo identitario e papalino, bensì a signori delle tessere locali, talvolta provenienti dalla Margherita, e interessati più al gioco delle poltrone che alla definizione di quella politica dei valori sbandierata a parole da Pier Ferdinando Casini. Considerato tutto ciò, riesce difficile immaginare che i sogni di gloria cattolica che hanno spinto parlamentari del Pd come la Binetti ad accasarsi nell'Udc si trasformino in realtà. Anche perché è già apparso chiaro che chi vuole portare avanti concretamente la buona battaglia della difesa della vita e della famiglia trova molto più spazio politico e possibilità di azione concreta nel Popolo della Libertà.


Gianteo Bordero

lunedì 1 febbraio 2010

CASINI UTILITARISTA. PAROLA DI «AVVENIRE»

da Ragionpolitica.it del 1° febbraio 2010

Con un editoriale a firma di Sergio Soave pubblicato lo scorso sabato, il quotidiano della Conferenza Episcopale italiana, Avvenire, ha smascherato e chiamato col suo nome la strategia dell'Udc in vista delle elezioni regionali del prossimo marzo. L'articolo è tanto più importante se si tiene conto del fatto che il giornale dei vescovi ha sempre avuto un occhio di riguardo nei confronti dell'Unione di Centro, cioè di un partito che ha fatto (almeno a parole) dei valori cristiani e della fedeltà alla tradizione del cattolicesimo politico italiano la sua stessa ragion d'essere, il fiore all'occhiello per attrarre a sé un'ampia fetta dell'elettorato cattolico. Un atteggiamento benevolo, quello di Avvenire nei confronti del partito di Pier Ferdinando Casini, che è andato rafforzandosi negli ultimi due anni, ossia dal momento della scelta dell'Udc di correre da sola alle elezioni politiche del 2008 issando la bandiera dell'orgoglio scudocrociato e non accettando di entrare a far parte del Popolo della Libertà - un partito che pure condivide con l'Udc l'attenzione ai temi bioetici e alla dottrina sociale della Chiesa, nonché l'appartenenza al Partito Popolare europeo. Per tutti questi motivi assume ancor più peso l'editoriale apparso sul quotidiano della CEI il 30 gennaio.


Analizzando l'attuale quadro politico alla luce della scadenza elettorale di marzo, Sergio Soave annota che la fase di definizione delle alleanze e delle candidature per il rinnovo delle amministrazioni regionali poteva offrire «un'occasione difficilmente ripetibile all'Udc che, collocandosi al centro e fuori dai due schieramenti poteva massimizzare il suo potere di coalizione senza essere costretta a intese globali e subalterne. D'altra parte la capacità dei centristi di raccogliere consensi più ampi nel voto locale rispetto a quello nazionale conferiva una certa base concreta all'aspirazione di Pier Ferdinando Casini di esercitare una significativa centralità politica». Ma - ecco il punto - «questo obiettivo, a conti fatti, pare sia stato gestito puntando più a un risultato numerico atteso (e naturalmente non garantito) che all'affermazione di un'autonomia politica basata su valori esplicitamente proclamati». In sostanza, secondo l'Avvenire, vi è stato da parte dell'Unione di Centro un tradimento in piena regola dello statuto ontologico del partito, cioè di quell'autonomia dagli schieramenti nel nome dei valori rivendicata in questi anni con orgoglio da Casini. Insomma, l'impressione che ha dato in questo frangente politico il leader dell'Udc è di aver compiuto le scelte strategiche unicamente sulla base di una logica di potere, mettendo in secondo piano i principi che stanno alla base del partito. Soave cita, su tutti, l'esempio del Piemonte, dove «l'esasperazione della polemica con la Lega Nord» ha portato l'Udc a una «scelta contraddittoria»: «schierarsi, fianco a fianco con i radicali di Pannella e Bonino», a sostegno della giunta di Mercedes Bresso, contro cui «negli ultimi anni i centristi avevano condotto battaglie asperrime a causa dell'orientamento laicista e lassista sulle questioni eticamente sensibili».


In forza di tali considerazioni, l'editorialista del quotidiano dei vescovi accusa l'Unione di Centro di essersi mossa in maniera «utilitaristica», senza alcuna reale prospettiva culturale e politica di ampio respiro, ma avendo come unico scopo quello della «vittoria» fine a se stessa. Scrive Soave: «L'accento posto sull'utilitarismo della vittoria rischia in qualche caso di indebolire il segno identitario del "noi", la visibilità di un'ispirazione cristiana pur ufficialmente esibita». Più chiaro di così...


Con questo articolo, infine, Avvenire contribuisce a smantellare un equivoco ricorrente nelle analisi riguardanti la politica italiana: quello dell'equivalenza tra centrismo e cattolicesimo politico, come se il primo fosse la conditio sine qua non per poter far esistere, nel nostro paese, anche il secondo. Così appare invece chiaro che il cattolicesimo politico è una cultura che va ben oltre il centrismo e non si identifica necessariamente con questa opzione strategica. Tanto più se il centrismo, come dimostrano le scelte di Pier Ferdinando Casini in vista delle regionali, diventa un alibi per allearsi di volta in volta - appunto in maniera «utilitaristica» - con coloro che si pensa usciranno vincitori dalla competizione elettorale. Casini, col voto di marzo, potrà forse guadagnare qualche poltrona in più, ma quello che è certo è ciò che egli ha già perso: il sostegno pesante e importante del giornale dei vescovi, cioè di quella parte di mondo cattolico che fino ad oggi aveva visto in lui il paladino dei valori cristiani in politica. Non è poco.


Gianteo Bordero

giovedì 21 gennaio 2010

REGIONALI. IL VERO VALORE AGGIUNTO DEL CENTRODESTRA È BERLUSCONI

da Ragionpolitica.it del 21 gennaio 2010

E' stato detto e scritto, nei giorni scorsi, che le alleanze in vista delle prossime elezioni regionali devono essere stipulate sulla base di accordi locali che vadano al di là delle rigide logiche di schieramento nazionale. Questa affermazione, che contiene indubbi elementi di verità, non coglie però tutti i fattori in gioco nella battaglia che i partiti si apprestano a combattere. Innanzitutto è chiaro che i risultati che usciranno dalle urne il prossimo 23 marzo saranno valutati dagli osservatori, dall'opinione pubblica e dagli stessi dirigenti partitici come una cartina di tornasole dei rapporti di forza, a livello nazionale, tra e negli schieramenti: ciò che conterà, alla fine, sarà in primis il numero di amministrazioni regionali che un polo sarà riuscito a strappare all'altro, e poi la formazione politica (e persino, all'interno di essa, la «corrente») a cui appartiene il nuovo governatore. Se dunque l'esito del voto di marzo, come tutti candidamente lasciano intendere, sarà valutato secondo una prospettiva nazionale (le regionali sono considerate come una sorta di elezioni di mid-term per saggiare la tenuta dell'attuale maggioranza di governo) è evidente che anche la fase di definizione delle alleanze non può sfuggire del tutto a questa logica. Tanto più che non ci troviamo di fronte ad elezioni in sperduti Comuni e piccole Province, bensì in Enti che, per poteri esercitati, fondi erogati e «poltrone» disponibili, possono di fatto essere accostati alle Amministrazioni centrali.


Ciò che mette in crisi lo schema consolidatosi negli ultimi quindici anni in occasione delle regionali è la presenza sulla scena di un partito, l'Unione di Centro, che ha già manifestato senza giri di parole la sua intenzione di scegliere caso per caso i compagni di viaggio, senza alcun vincolo di schieramento nazionale, ma avendo come fine ultimo da un lato quello di alzare il prezzo dell'accordo laddove essa potrebbe risultare decisiva, dall'altro quello di creare scompiglio nel centrodestra e nel centrosinistra in vista della destrutturazione dell'attuale bipolarismo auspicata da Pier Ferdinando Casini. Così, se per un verso ciò a cui i due poli guardano è la proiezione a livello nazionale del risultato delle regionali, per un altro verso essi sono costretti a ingoiare la minestra della «logica locale» laddove l'Udc è l'ago della bilancia per assegnare all'uno o all'altro la palma del vincitore. Se non fosse in campo il partito di Casini, e se esso non fosse in alcune situazioni decisivo, probabilmente nessuno, soprattutto in un centrodestra che i sondaggi danno ancora largamente maggioritario rispetto al centrosinistra, si sentirebbe in dovere di far ricorso al caro, vecchio argomento dell'«ottica locale». E' un modo garbato per nobilitare una scelta che sarebbe solo ed esclusivamente dettata dalla realpolitik.


Un altro elemento di cui tenere conto è il fatto che il presidente del Consiglio ha già manifestato la sua volontà di imprimere alla campagna elettorale per le regionali una forte caratterizzazione governativa, mostrando i risultati ed i successi ottenuti dall'esecutivo in quasi due anni di attività. Berlusconi vuole partecipare attivamente alla campagna e, come già accaduto in passato, la sua presenza itinerante per lo Stivale può senza dubbio rappresentare quel valore aggiunto in grado sia di mobilitare quella parte di elettorato di centrodestra che tradizionalmente si reca con entusiasmo alle urne solo se in ballo c'è una vera partita politica nazionale, sia di calamitare i molti incerti rilevati in queste settimane dai sondaggi, sia di andare a pescare nell'elettorato centrista laddove l'Udc stringerà accordi con il centrosinistra, che in molti casi verranno percepiti come innaturali rispetto al Dna di principi e valori del partito.


Se da un lato, dunque, per ragioni di realismo politico può essere accettato in alcuni casi il sostegno dell'Unione di Centro ai candidati del centrodestra, soprattutto in quelle Regioni che alla fine dei conti saranno decisive per poter parlare di vittoria o sconfitta sul piano nazionale, dall'altro lato non bisogna dimenticare che spesso, con Berlusconi in campo, ad essere decisive non sono state la somma algebrica dei voti sulla carta e le strategie studiate a tavolino, ma le formidabili campagne politiche del Cavaliere nelle città italiane, il contatto diretto del leader con il suo popolo, la forza attrattiva e imprevedibile di colui al quale gli elettori continuano ad assegnare, da tre lustri a questa parte, un consenso senza pari nella storia della Repubblica.


Gianteo Bordero

martedì 12 gennaio 2010

LA DEBOLE STRATEGIA DELL'UDC

da Ragionpolitica.it del 12 gennaio 2010

Il coordinatore nazionale del Pdl e ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, ha descritto con precisione, in un intervento pubblicato dalla Stampa il 9 gennaio, l'attuale strategia portata avanti dall'Udc di Pier Ferdinando Casini. Ha osservato Bondi: «Dal momento in cui ha scelto di non aderire al Pdl e di correre - con coraggio, va detto - un'avventura politica autonoma, l'ex esponente della Democrazia Cristiana ha fondato la sua politica unicamente sulla previsione dello sfaldamento, della disgregazione e della dissoluzione dell'attuale sistema politico. L'Udc scommette ancora una volta sul dopo Berlusconi, nella convinzione che solo Berlusconi mantiene in vita sia il Pd che il Pdl». Secondo il coordinatore del Popolo della Libertà, «si tratta in realtà di un'analisi grossolana e semplicistica dei cambiamenti avvenuti nel corso di questi ultimi vent'anni, sulla base di una certa superbia della politica, che alla fine si rivela soltanto velleitaria e inconcludente».


Per comprendere quanto l'analisi del ministro colga nel segno basta osservare le ultime mosse dell'Udc in vista della definizione delle alleanze per le elezioni regionali del marzo prossimo. Alleanze, come si suol dire, «a macchia di leopardo», che rispondono alla vecchia politica dei due forni, un po' di qua e un po' di là, con il fine - esplicitamente dichiarato dallo stesso Casini - di destrutturare l'attuale quadro bipolare. Così, se nel Lazio e in Calabria, ad esempio, l'Udc si dice pronta a sostenere i candidati governatori indicati dal centrodestra (Renata Polverini e Giuseppe Scopelliti), in Puglia e in Piemonte il partito centrista appoggerà i candidati del centrosinistra (Francesco Boccia - in verità ancora incerto - e Mercedes Bresso). In tutti i casi si tratta di scelte che puntano a portare scompiglio nei due schieramenti. Per quanto riguarda il centrodestra, infatti, Pier Ferdinando afferma di voler sostenere Polverini e Scoppeliti non in forza di un accordo politico con i partiti che compongono la coalizione, bensì in ragione della sola credibilità e autorevolezza dei candidati; detta fuor di politichese: il leader dell'Unione di Centro pensa che appoggiando due esponenti di spicco della cosiddetta «area finiana» del Pdl potrà smuovere le acque nel partito di maggioranza ed alterarne gli equilibri interni in direzione antiberlusconiana. Per quanto riguarda il centrosinistra, prendendo in esame soprattutto l'alleanza che si profila in Puglia, Casini mira a separare in maniera definitiva il Partito Democratico dalla sinistra radicale, spingendolo verso una nuova aggregazione che tagli fuori le estreme e si candidi a governare il paese dal centro, come la Democrazia Cristiana ai tempi della Prima Repubblica: sarebbe una nuova edizione del centro-sinistra (col trattino) alla quale, secondo il capo dell'Udc, potrebbero aggregarsi ampi settori del Popolo della Libertà dopo l'uscita di scena di Berlusconi.


Come si vede, il punto a cui tendono le variegate alleanze dell'Udc è sempre lo stesso (il «dopo-Berlusconi»), perché identico è il punto da cui esse si dipartono: l'idea che l'attuale bipolarismo sia una forma politica fittizia, che si regge soltanto sulla presenza del Cavaliere sulla scena e che è destinata a lasciare il posto al ritorno del bel tempo che fu. In sostanza, Casini è convinto che dopo Berlusconi il sistema fondato sul rapporto diretto tra leader degli schieramenti e popolo si sfalderà e tornerà in auge il primato dei partiti nel decidere le sorti della Repubblica e delle sue istituzioni - da qui la preferenza dell'Udc per un sistema elettorale di stampo tedesco, che faccia piazza pulita di ogni tendenza presidenzialista. Tirando le somme, Pier Ferdinando ritiene che quella che ha avuto inizio nel 1994 sia soltanto una (triste) parentesi per la storia politica italiana, che egli vede caratterizzata ontologicamente dalla centralità dei partiti e che ad essa deve sempre fare ritorno. Da qui la sua strategia volta a scomporre gli schieramenti e a seminare zizzania all'interno di essi.


Come Casini pensi di realizzare l'obiettivo finale di tale strategia è difficile a dirsi. Non soltanto perché i numeri vanno in direzione opposta da quella da lui indicata, con il 70% dei voti degli italiani che si concentra su due partiti alternativi in una logica tipica delle grandi democrazie, ma anche e soprattutto perché, come afferma Bondi, il leader dell'Udc non vede - o finge di non vedere - come negli ultimi sedici anni il paese sia cambiato e come gli elettori abbiano ormai abbracciato senza indugi la chiarezza insita in un moderno sistema bipolare, nel quale si contrappongono due grandi schieramenti diversi per programmi, storia e valori. Tutto il resto è caos.


Gianteo Bordero