da Ragionpolitica.it del 19 ottobre 2010
Possibile che la sinistra non impari mai dai suoi errori? Possibile, anzi certificato dai fatti. L'ultimo esempio, in ordine di tempo, lo ha fornito lunedì sera a Otto e Mezzo Massimo D'Alema. Non un esponente qualsiasi della gauche nostrana, dunque, bensì colui che più di chiunque altro ne rappresenta oggi, in qualche modo, l'icona, avendo vissuto da protagonista la storia del passaggio dal Pci al Pds, poi ai Ds e infine al Pd, ed essendo diventato, nei modi che tutti conosciamo, il primo presidente del Consiglio proveniente dal Partito Comunista italiano.
Interrogato da Lilli Gruber a proposito della situazione politica del Paese, D'Alema ha ancora una volta fatto venire a galla, con le sue analisi che si pretendono argute e raffinate, il vero vizio capitale che caratterizza l'attuale sinistra. Un vizio che essa ha ereditato, senza alcun significativo mutamento di rotta, dal Pci: quel senso di superiorità culturale, politica e morale che l'ha condannata in passato, la condanna oggi e la condannerà in futuro, se le cose non cambieranno, a non saper entrare in connessione profonda con il popolo italiano, da essa ritenuto perennemente immaturo, bue, facile a lasciarsi incantare dalle sirene dell'uomo della provvidenza di turno. Ascoltare per credere. Ha affermato D'Alema: «Purtroppo un certo numero di italiani sembra disposto ad accettare l'anomalia» rappresentata da Berlusconi. Già, purtroppo - per l'illuminato leader Massimo e per i suoi colleghi di partito e di schieramento - tanti nostri connazionali, nel momento in cui sono chiamati a entrare in cabina elettorale per affidare a qualcuno le chiavi del governo del Paese, mettono la loro croce sul nome dell'impresentabile uomo di Arcore e non sui gloriosi simboli della gloriosa sinistra italiana.
Ora, se fossimo all'anno zero dell'avventura politica di Berlusconi, le affermazioni di D'Alema si potrebbero comprendere. Invece sono sedici anni - sedici - che la storia va avanti così, e che ad ogni vittoria del Cavaliere e ad ogni sua esperienza a Palazzo Chigi i suoi avversari non sanno fare altro che ripetere senza posa la solita teoria del popolo incapace di intendere e di volere, di distinguere tra il Bene (la sinistra) e il Male (la destra berlusconiana). Pensando di mettersi la coscienza a posto sol scaricando ogni colpa sui cittadini elettori, i post-comunisti hanno così evitato, ed evitano tuttora, di fare i conti con i propri errori, con la propria miopia politica, con la propria siderale distanza dal sentire della gente comune. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: antiberlusconismo monomaniacale, assenza di una seria e credibile proposta programmatica di governo, astrattismo assoluto riguardo alle soluzioni con cui affrontare i problemi del Paese.
Però - potrebbe obiettare qualcuno - è stato lo stesso D'Alema, sempre a Otto e Mezzo, ad annunciare che il nuovo numero della sua rivista, Italianieuropei, ha messo al centro il tema del lavoro e del conflitto sociale come punto di ripartenza della sinistra. Ecco, appunto: non si ascolta in presa diretta il popolo, i bisogni dei cittadini in carne ed ossa, dei povericristi che ogni mattina si spezzano la schiena in fabbrica per sbarcare il lunario e mandare avanti la famiglia; si pontifica invece dall'alto, ex cathedra, tra un convegno e l'altro, dalle patinate pagine di una rivista che tutt'al più finisce in mano agli intellettuali dei salotti buoni, alla gente che piace all'establishment culturale più o meno radical-chic. Non certo agli operai, alle manovalanze, a quello che un tempo era chiamato, non senza enfasi, il «popolo della sinistra». Un popolo a cui oggi dà invece risposte concrete, come ha documentato su La Stampa del 10 ottobre Luca Ricolfi, il governo di centrodestra, il governo del tanto odiato Silvio Berlusconi: «Cassa integrazione in deroga, estensione degli assegni di disoccupazione, social card, sussidi alle famiglie e ai non autosufficienti - ha scritto tra le altre cose Ricolfi - sono misure che hanno attenuato sensibilmente l'impatto della crisi, come mostra piuttosto inequivocabilmente la serie storica Isae delle famiglie in difficoltà, calate proprio nel momento più basso della congiuntura (fra la metà del 2008 e la metà del 2009)». D'Alema e i dotti analisti e politologi vicini alla sinistra possono ironizzare quanto vogliono sulla «politica del fare» di cui mena vanto il presidente del Consiglio, ma a dare ragione a Berlusconi sono, appunto, i fatti, come quelli riportati dall'editorialista del quotidiano torinese.
E se spostiamo la nostra attenzione sul prediletto di Baffino, Pier Luigi Bersani, le cose non cambiano. Ospite dieci giorni fa di Annozero, il segretario del Pd, dopo una lunga intervista a una cassaintegrata della Omsa che raccontava le sue tante difficoltà in questo periodo di crisi e chiedeva risposte ai politici presenti in studio, non ha saputo fare di meglio che spostare sùbito il discorso su Santoro e sul contenzioso col direttore generale della Rai. Altro che lavoro! Altro che disagio sociale! Meglio occuparsi delle grane del milionario conduttore tv. E poi si chiedono perché il Partito Democratico sia in crisi di consensi e gli italiani abbiano voltato le spalle alla sinistra: perché è la sinistra, e in particolare il Pd, ad aver voltato le spalle agli italiani.
Gianteo Bordero
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martedì 19 ottobre 2010
giovedì 15 luglio 2010
D'ALEMA. QUANDO IL PALAZZO SOSTITUISCE GLI ELETTORI
da Ragionpolitica.it del 15 luglio 2010
A Massimo D'Alema, intervistato da Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera, sfugge un concetto basilare che sta a fondamento delle moderne democrazie: i governi non li fanno i «migliori», gli «illuminati», i «filosofi della politica», gli «intellettuali» più o meno organici (alla sinistra), bensì nascono dalla volontà del popolo espressa mediante libere elezioni. All'ex segretario diessino questo evidentemente non piace: basti pensare al modo in cui entrò a Palazzo Chigi nel 1998 dopo aver mandato gambe all'aria il governo Prodi scelto dagli elettori due anni prima: fuori Bertinotti e dentro qualche transfuga del centrodestra allora all'opposizione... e il gioco è fatto. Oggi, a dodici anni di distanza, Baffino è ancora lì a discettare della necessità di dare al paese un altro esecutivo sempre attraverso gli stessi metodi d'allora: non il voto degli italiani, non il rispetto della volontà popolare, che D'Alema mostra di non tenere in grande considerazione, bensì le manovre di Palazzo, le alchimie tra partiti, le formule da piccolo chimico della politologia.
E allora via con la «fase nuova», le «larghe intese», l'«appello alla responsabilità». Tutto questo per dire cosa? Per ottenere cosa, alla fine dei conti? Un ritorno al governo del partito postcomunista senza passare per la strada maestra delle elezioni, che in questo momento - come peraltro accade da un po' di anni a questa parte - punirebbero in maniera severa una sinistra senza arte né parte, priva di un leader autorevole, di un programma chiaro, di un progetto potenzialmente vincente. E' il solito vizietto degli eredi del Pci, a cui la democrazia sta bene fino a quando premia loro, ma che diventa insopportabile ingiustizia quando manda al governo l'altra parte, di solito definita «nemica del popolo» - e non si capisce bene perché, se è lo stesso popolo ad averla votata. Del resto, i figli di Berlinguer sono così: talmente convinti della loro superiorità politica, morale, antropologica e culturale da ritenersi loro i veri interpreti, i maieuti della volontà di un popolo bue, immaturo, e che, se lasciato a se stesso, produce solo disastri su disastri.
D'Alema ci informa poi per l'ennesima volta - ormai abbiamo perso il conto - che «la lunga fase della parabola berlusconiana è finita». Sono dieci anni che sentiamo gli esponenti della sinistra ripetere che Berlusconi è in declino, è sul viale del tramonto, è a fine corsa, non ha più benzina nel motore, ha fallito e gli italiani gli hanno voltato le spalle e via strologando... La storia dimostra la lungimiranza di certi illuminati giudizi che i dirigenti della gauche nostrana e i maître à penser dell'antiberlusconismo militante hanno propalato per due lustri dipingendo ogni giorno come se fosse l'ultimo dell'esperienza politica del Cavaliere. E' proprio questa lontananza, questo distacco dalla realtà ad aver condotto la sinistra a quella marginalità politica che oggi è sotto gli occhi di tutti e che spinge D'Alema a ipotizzare strane soluzioni per ottenere coi metodi della vecchia politica politicante ciò che il suo partito non potrebbe avere passando attraverso le urne.
E che cosa dovrebbe fare questo fantomatico governo di larghe intese, ovviamente non più guidato dall'impresentabile Berlusconi? Al primo posto, e non a caso, Baffino mette la riforma della legge elettorale. Perché l'attuale, a suo dire, «produce un bipolarismo fondato su una personalizzazione distorta della politica». Basta, dunque, con il bipolarismo muscolare, meglio tornare al vecchio sogno dalemiano del modello tedesco, rimettendo al centro i partiti al posto delle leadership, le nomenklature al posto del rapporto diretto tra leader e popolo, infine gli apparati al posto degli elettori. Solo così, infatti, D'Alema e altre figure di spicco - diciamo così - del panorama politico nazionale potrebbero aspirare a guidare governi frutto sì di maggioranze parlamentari, ma figli sciagurati della sommatoria di minoranze elettorali.
Gianteo Bordero
A Massimo D'Alema, intervistato da Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera, sfugge un concetto basilare che sta a fondamento delle moderne democrazie: i governi non li fanno i «migliori», gli «illuminati», i «filosofi della politica», gli «intellettuali» più o meno organici (alla sinistra), bensì nascono dalla volontà del popolo espressa mediante libere elezioni. All'ex segretario diessino questo evidentemente non piace: basti pensare al modo in cui entrò a Palazzo Chigi nel 1998 dopo aver mandato gambe all'aria il governo Prodi scelto dagli elettori due anni prima: fuori Bertinotti e dentro qualche transfuga del centrodestra allora all'opposizione... e il gioco è fatto. Oggi, a dodici anni di distanza, Baffino è ancora lì a discettare della necessità di dare al paese un altro esecutivo sempre attraverso gli stessi metodi d'allora: non il voto degli italiani, non il rispetto della volontà popolare, che D'Alema mostra di non tenere in grande considerazione, bensì le manovre di Palazzo, le alchimie tra partiti, le formule da piccolo chimico della politologia.
E allora via con la «fase nuova», le «larghe intese», l'«appello alla responsabilità». Tutto questo per dire cosa? Per ottenere cosa, alla fine dei conti? Un ritorno al governo del partito postcomunista senza passare per la strada maestra delle elezioni, che in questo momento - come peraltro accade da un po' di anni a questa parte - punirebbero in maniera severa una sinistra senza arte né parte, priva di un leader autorevole, di un programma chiaro, di un progetto potenzialmente vincente. E' il solito vizietto degli eredi del Pci, a cui la democrazia sta bene fino a quando premia loro, ma che diventa insopportabile ingiustizia quando manda al governo l'altra parte, di solito definita «nemica del popolo» - e non si capisce bene perché, se è lo stesso popolo ad averla votata. Del resto, i figli di Berlinguer sono così: talmente convinti della loro superiorità politica, morale, antropologica e culturale da ritenersi loro i veri interpreti, i maieuti della volontà di un popolo bue, immaturo, e che, se lasciato a se stesso, produce solo disastri su disastri.
D'Alema ci informa poi per l'ennesima volta - ormai abbiamo perso il conto - che «la lunga fase della parabola berlusconiana è finita». Sono dieci anni che sentiamo gli esponenti della sinistra ripetere che Berlusconi è in declino, è sul viale del tramonto, è a fine corsa, non ha più benzina nel motore, ha fallito e gli italiani gli hanno voltato le spalle e via strologando... La storia dimostra la lungimiranza di certi illuminati giudizi che i dirigenti della gauche nostrana e i maître à penser dell'antiberlusconismo militante hanno propalato per due lustri dipingendo ogni giorno come se fosse l'ultimo dell'esperienza politica del Cavaliere. E' proprio questa lontananza, questo distacco dalla realtà ad aver condotto la sinistra a quella marginalità politica che oggi è sotto gli occhi di tutti e che spinge D'Alema a ipotizzare strane soluzioni per ottenere coi metodi della vecchia politica politicante ciò che il suo partito non potrebbe avere passando attraverso le urne.
E che cosa dovrebbe fare questo fantomatico governo di larghe intese, ovviamente non più guidato dall'impresentabile Berlusconi? Al primo posto, e non a caso, Baffino mette la riforma della legge elettorale. Perché l'attuale, a suo dire, «produce un bipolarismo fondato su una personalizzazione distorta della politica». Basta, dunque, con il bipolarismo muscolare, meglio tornare al vecchio sogno dalemiano del modello tedesco, rimettendo al centro i partiti al posto delle leadership, le nomenklature al posto del rapporto diretto tra leader e popolo, infine gli apparati al posto degli elettori. Solo così, infatti, D'Alema e altre figure di spicco - diciamo così - del panorama politico nazionale potrebbero aspirare a guidare governi frutto sì di maggioranze parlamentari, ma figli sciagurati della sommatoria di minoranze elettorali.
Gianteo Bordero
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giovedì 11 dicembre 2008
VOTI IN FUGA
da Ragionpolitica.it dell'11 dicembre 2008
In attesa che arrivino i voti reali, quelli che usciranno dalle urne il prossimo lunedì dopo le elezioni regionali abruzzesi, in questi giorni il Partito Democratico deve fare i conti con i voti «virtuali» rilevati dai sondaggi. Due in particolare: quello condotto dall'Ispo di Renato Mannheimer per Affaritaliani.it e quello commissionato da Repubblica.it all'Ipr-Marketing. Il quadro che ne esce, per il Pd, è a dir poco sconfortante, sotto tutti i punti di vista. Non deve stupire, perciò, che nella giornata di ieri Walter Veltroni e Massimo D'Alema, nell'ultimo mese al centro di una lotta senza quartiere, abbiano deposto l'ascia di guerra per fronteggiare con una parvenza di unità l'allarme rosso proveniente dalle indagini demoscopiche. Ma procediamo con ordine.
L'Ispo ha reso noto che, negli ultimi 15 giorni, il Partito Democratico ha subito una flessione quantificabile in un milione di voti, passando dal 30% di due settimane fa all'odierno 28%. Commentando i risultati dell'indagine, Mannheimer ha dichiarato ad Affaritaliani.it che questi voti «sono andati un po' all'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e un po' sparsi». I motivi di questa débacle? «Le questioni interne, i continui conflitti tra le varie anime del partito e anche le recenti vicende giudiziarie che hanno colpito il Pd in diversi comuni, da Napoli a Firenze».
Ipr-Marketing, invece, si è concentrata sulle intenzioni di voto degli italiani in vista delle elezioni europee della prossima primavera. Anche in questo caso, per quanto riguarda il dato nazionale complessivo, il partito di Veltroni si assesta su un deludente 28%. Un dato di gran lunga inferiore non soltanto al risultato ottenuto alle politiche del 13 e 14 aprile scorsi (-5,2%), ma anche alle europee del 2004, quando Ds e Margherita, presentatisi insieme a Sdi e Repubblicani sotto le insegne della lista «Uniti per l'Ulivo», avevano raggiunto quota 31,1%. Le cose non vanno meglio se si analizzano i dati scorporati per circoscrizioni: qui salta immediatamente agli occhi, nel calo generale di consensi per il Pd, il tracollo del partito al nord, in particolare nel nord ovest della penisola (-4,5% rispetto alle ultime europee). Tradotti in seggi all'europarlamento, questi numeri potrebbero significare 4 o 5 deputati in meno a Strasburgo.
Come l'Ispo, anche l'Ipr-Marketing rileva, contestualmente all'emorragia di voti del Partito Democratico, una forte crescita dell'Italia dei Valori, che passa dal 4,4% delle ultime elezioni politiche al 7,8%, quasi raddoppiando i suoi consensi. Segno che, sin dalla scelta di non aderire al gruppo parlamentare del Pd e di presentarsi, nel suo primo discorso alla Camera, come il vero oppositore «duro e puro» a Berlusconi e al centrodestra, Antonio Di Pietro in questi mesi non ha sbagliato un colpo, erodendo, giorno dopo giorno, il capitale di voti del suo principale alleato.
In aggiunta a ciò, a preoccupare i Democratici è anche un altro dato contenuto nel sondaggio pubblicato su Repubblica.it: la crescita del Popolo della Libertà, che sale dal 37,3% del 13 e 14 aprile al 39%. Evidentemente, le critiche quotidianamente rivolte dal Pd al governo di cui il Pdl è l'asse portante non sono riuscite a interrompere la «luna di miele» con gli italiani e a riportare «a casa» quegli elettori che, come ricordava Daniele Capezzone durante l'ultimo Consiglio Nazionale di Forza Italia, alle politiche sono passati dal voto al Partito Democratico a quello per il Popolo della Libertà.
Come accennato all'inizio, non deve stupire il fatto che, con i risultati dei sondaggi sotto gli occhi e nel bel mezzo della bufera che sta investendo le giunte rosse che amministrano importanti città italiane, Veltroni e D'Alema abbiano deciso di firmare di comune accordo, come titola Il Tempo, un «armistizio»: la priorità, in queste ore, è quella di pilotare insieme il Pd fuori da una tempesta che rischia non soltanto di spazzare via la leadership veltroniana, ma anche di inghiottire nel suo vortice tutto il partito e tutta la sua classe dirigente - Baffino compreso.
Gianteo Bordero
In attesa che arrivino i voti reali, quelli che usciranno dalle urne il prossimo lunedì dopo le elezioni regionali abruzzesi, in questi giorni il Partito Democratico deve fare i conti con i voti «virtuali» rilevati dai sondaggi. Due in particolare: quello condotto dall'Ispo di Renato Mannheimer per Affaritaliani.it e quello commissionato da Repubblica.it all'Ipr-Marketing. Il quadro che ne esce, per il Pd, è a dir poco sconfortante, sotto tutti i punti di vista. Non deve stupire, perciò, che nella giornata di ieri Walter Veltroni e Massimo D'Alema, nell'ultimo mese al centro di una lotta senza quartiere, abbiano deposto l'ascia di guerra per fronteggiare con una parvenza di unità l'allarme rosso proveniente dalle indagini demoscopiche. Ma procediamo con ordine.
L'Ispo ha reso noto che, negli ultimi 15 giorni, il Partito Democratico ha subito una flessione quantificabile in un milione di voti, passando dal 30% di due settimane fa all'odierno 28%. Commentando i risultati dell'indagine, Mannheimer ha dichiarato ad Affaritaliani.it che questi voti «sono andati un po' all'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e un po' sparsi». I motivi di questa débacle? «Le questioni interne, i continui conflitti tra le varie anime del partito e anche le recenti vicende giudiziarie che hanno colpito il Pd in diversi comuni, da Napoli a Firenze».
Ipr-Marketing, invece, si è concentrata sulle intenzioni di voto degli italiani in vista delle elezioni europee della prossima primavera. Anche in questo caso, per quanto riguarda il dato nazionale complessivo, il partito di Veltroni si assesta su un deludente 28%. Un dato di gran lunga inferiore non soltanto al risultato ottenuto alle politiche del 13 e 14 aprile scorsi (-5,2%), ma anche alle europee del 2004, quando Ds e Margherita, presentatisi insieme a Sdi e Repubblicani sotto le insegne della lista «Uniti per l'Ulivo», avevano raggiunto quota 31,1%. Le cose non vanno meglio se si analizzano i dati scorporati per circoscrizioni: qui salta immediatamente agli occhi, nel calo generale di consensi per il Pd, il tracollo del partito al nord, in particolare nel nord ovest della penisola (-4,5% rispetto alle ultime europee). Tradotti in seggi all'europarlamento, questi numeri potrebbero significare 4 o 5 deputati in meno a Strasburgo.
Come l'Ispo, anche l'Ipr-Marketing rileva, contestualmente all'emorragia di voti del Partito Democratico, una forte crescita dell'Italia dei Valori, che passa dal 4,4% delle ultime elezioni politiche al 7,8%, quasi raddoppiando i suoi consensi. Segno che, sin dalla scelta di non aderire al gruppo parlamentare del Pd e di presentarsi, nel suo primo discorso alla Camera, come il vero oppositore «duro e puro» a Berlusconi e al centrodestra, Antonio Di Pietro in questi mesi non ha sbagliato un colpo, erodendo, giorno dopo giorno, il capitale di voti del suo principale alleato.
In aggiunta a ciò, a preoccupare i Democratici è anche un altro dato contenuto nel sondaggio pubblicato su Repubblica.it: la crescita del Popolo della Libertà, che sale dal 37,3% del 13 e 14 aprile al 39%. Evidentemente, le critiche quotidianamente rivolte dal Pd al governo di cui il Pdl è l'asse portante non sono riuscite a interrompere la «luna di miele» con gli italiani e a riportare «a casa» quegli elettori che, come ricordava Daniele Capezzone durante l'ultimo Consiglio Nazionale di Forza Italia, alle politiche sono passati dal voto al Partito Democratico a quello per il Popolo della Libertà.
Come accennato all'inizio, non deve stupire il fatto che, con i risultati dei sondaggi sotto gli occhi e nel bel mezzo della bufera che sta investendo le giunte rosse che amministrano importanti città italiane, Veltroni e D'Alema abbiano deciso di firmare di comune accordo, come titola Il Tempo, un «armistizio»: la priorità, in queste ore, è quella di pilotare insieme il Pd fuori da una tempesta che rischia non soltanto di spazzare via la leadership veltroniana, ma anche di inghiottire nel suo vortice tutto il partito e tutta la sua classe dirigente - Baffino compreso.
Gianteo Bordero
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martedì 2 dicembre 2008
PD A RISCHIO IMPLOSIONE
da "Ragionpolitica.it" del 2 dicembre 2008
Le vicende politiche degli ultimi giorni mostrano che il processo di unificazione di Ds e Margherita nel Pd sta producendo effetti contrari a quelli sperati dai dirigenti dei due partiti. Il livello di conflittualità interna al Partito Democratico è tale che, procedendo di questo passo, potrebbe presto raggiungere il punto di non ritorno; non è dunque da escludere che si possa assistere in tempi brevi (da qui a un anno?) all'implosione del partito. Fare l'elenco dei guai del Pd è come incamminarsi in una via crucis che sembra non conoscere fine: l'incertezza sulla collocazione europea del partito, la lotta intestina tra veltroniani e dalemiani, la difficoltà nell'arginare il protagonismo di Di Pietro, l'assenza di una strategia di opposizione chiara e distinta, la mancanza di accordo interno sui vari temi proposti dall'agenda politica, i mal di pancia dei sindaci del nord. Tutti dati che poi si riverberano in capitomboli politici come l'elezione del presidente della Vigilanza Rai, la crisi della giunta sarda, la divisione in merito all'opportunità di sostenere o meno lo sciopero della Cgil.
Anche Edmondo Berselli, su La Repubblica del 1° dicembre, osserva, senza giri di parole, che «la crisi serpeggiante lascia vedere crepe che potrebbero semplicemente far crollare il partito. Se infatti dovesse trovare un innesco, anche casuale, l'insieme delle tensioni in atto sarebbe più che sufficiente a disgregare il Pd». Questo è dunque il punto: né più ne meno si tratta della sopravvivenza stessa del Partito Democratico a un anno soltanto dalla nascita. Sopravvivenza che, a tutt'oggi, è legata in maniera inscindibile alla tenuta della leadership veltroniana, attorno alla quale ha preso forma il Pd così come lo conosciamo oggi: come partito a vocazione maggioritaria che rompe il vecchio schema di alleanze a sinistra, fautore di un modello non più soltanto bipolare, ma più marcatamente bipartitico. Un soggetto che, lasciatosi alle spalle la visione tradizionale del centro-sinistra col trattino, diventi esso stesso compiutamente «centrosinistra».
La domanda da farsi, dunque, è la seguente: può sopravvivere e svilupparsi quest'idea di Partito Democratico, cioè l'idea veltroniana del Pd, o invece essa è destinata a logorarsi, giorno dopo giorno, fino al punto di lasciare nuovamente il passo al sistema ampio di alleanze precedente l'ascesa dell'ex sindaco di Roma alla segreteria e alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile scorsi? In ballo, nella risposta a tale quesito, non c'è soltanto il rapporto del Pd con gli altri partiti di centro e di sinistra, ma qualche cosa di ben più importante: la definizione politica del Partito Democratico, la chiarificazione della sua identità, lo sviluppo della sua missione.
E' qui che si gioca la grande partita tra Walter Veltroni e Massimo D'Alema, che non può essere ridotta a una semplice questione di antipatia personale, ma va osservata in tutta la sua radicalità, ossia come uno scontro tra visioni politiche differenti, se non opposte. Come ricordava lunedì dalle colonne de Il Giornale Peppino Caldarola, ex direttore dell'Unità e profondo conoscitore di Veltroni e D'Alema, «l'uno, Walter, è ingolfato nell'idea del partito unico democratico che dovrebbe salvare il paese dal berlusconismo trionfante. L'altro, Massimo, pensa di costruire una forza socialista mascherata in grado di competere, ma anche di dialogare, con il capo del centrodestra».
Detta in altri termini: mentre Veltroni pensa che il Pd possa inglobare in sé, nel nome dell'ecumenismo culturale (il «ma-anche» ormai divenuto famoso grazie alla satira di Maurizio Crozza), una pluralità multiforme di esperienze politiche tra loro le più diverse, D'Alema rimane fermamente convinto che senza una definizione identitaria del Pd come partito di sinistra e, in special modo, come partito riformista e socialdemocratico che cerca poi alleanze alla sua destra e alla sua sinistra, non vi possano essere chance di vittoria per la gauche italiana. Per l'ex sindaco di Roma la strada maestra è l'unione delle differenze; per l'ex presidente Ds è l'unità nella differenza, per giungere a una forma di sintesi politica in cui ciascuno mantiene la sua identità all'interno di un'alleanza tra più partiti (come ricordava ancora Caldarola, per D'Alema la politica è proprio «l'arte delle alleanze», non delle fusioni).
Ne segue che, se oggi dire Partito Democratico equivale a dire Veltroni, un'eventuale fine precoce dell'attuale leadership potrebbe portare con sé conseguenze ben più sconvolgenti che un semplice cambio di segreteria. Perché l'alternativa a Walter, almeno così par di capire dalle discussioni e dagli avvenimenti degli ultimi tempi, non è un nuovo equilibrio che porti all'elezione di un nuovo leader, ma una rottura radicale delle stesse ragioni e motivazioni che hanno portato alla nascita del Pd. D'Alema ha dichiarato che intende occuparsi di più del partito. Come lo farà lo vedremo nei prossimi mesi, ma quel che è certo è che inizia ora, per il Partito Democratico, il momento della verità.
Gianteo Bordero
Le vicende politiche degli ultimi giorni mostrano che il processo di unificazione di Ds e Margherita nel Pd sta producendo effetti contrari a quelli sperati dai dirigenti dei due partiti. Il livello di conflittualità interna al Partito Democratico è tale che, procedendo di questo passo, potrebbe presto raggiungere il punto di non ritorno; non è dunque da escludere che si possa assistere in tempi brevi (da qui a un anno?) all'implosione del partito. Fare l'elenco dei guai del Pd è come incamminarsi in una via crucis che sembra non conoscere fine: l'incertezza sulla collocazione europea del partito, la lotta intestina tra veltroniani e dalemiani, la difficoltà nell'arginare il protagonismo di Di Pietro, l'assenza di una strategia di opposizione chiara e distinta, la mancanza di accordo interno sui vari temi proposti dall'agenda politica, i mal di pancia dei sindaci del nord. Tutti dati che poi si riverberano in capitomboli politici come l'elezione del presidente della Vigilanza Rai, la crisi della giunta sarda, la divisione in merito all'opportunità di sostenere o meno lo sciopero della Cgil.
Anche Edmondo Berselli, su La Repubblica del 1° dicembre, osserva, senza giri di parole, che «la crisi serpeggiante lascia vedere crepe che potrebbero semplicemente far crollare il partito. Se infatti dovesse trovare un innesco, anche casuale, l'insieme delle tensioni in atto sarebbe più che sufficiente a disgregare il Pd». Questo è dunque il punto: né più ne meno si tratta della sopravvivenza stessa del Partito Democratico a un anno soltanto dalla nascita. Sopravvivenza che, a tutt'oggi, è legata in maniera inscindibile alla tenuta della leadership veltroniana, attorno alla quale ha preso forma il Pd così come lo conosciamo oggi: come partito a vocazione maggioritaria che rompe il vecchio schema di alleanze a sinistra, fautore di un modello non più soltanto bipolare, ma più marcatamente bipartitico. Un soggetto che, lasciatosi alle spalle la visione tradizionale del centro-sinistra col trattino, diventi esso stesso compiutamente «centrosinistra».
La domanda da farsi, dunque, è la seguente: può sopravvivere e svilupparsi quest'idea di Partito Democratico, cioè l'idea veltroniana del Pd, o invece essa è destinata a logorarsi, giorno dopo giorno, fino al punto di lasciare nuovamente il passo al sistema ampio di alleanze precedente l'ascesa dell'ex sindaco di Roma alla segreteria e alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile scorsi? In ballo, nella risposta a tale quesito, non c'è soltanto il rapporto del Pd con gli altri partiti di centro e di sinistra, ma qualche cosa di ben più importante: la definizione politica del Partito Democratico, la chiarificazione della sua identità, lo sviluppo della sua missione.
E' qui che si gioca la grande partita tra Walter Veltroni e Massimo D'Alema, che non può essere ridotta a una semplice questione di antipatia personale, ma va osservata in tutta la sua radicalità, ossia come uno scontro tra visioni politiche differenti, se non opposte. Come ricordava lunedì dalle colonne de Il Giornale Peppino Caldarola, ex direttore dell'Unità e profondo conoscitore di Veltroni e D'Alema, «l'uno, Walter, è ingolfato nell'idea del partito unico democratico che dovrebbe salvare il paese dal berlusconismo trionfante. L'altro, Massimo, pensa di costruire una forza socialista mascherata in grado di competere, ma anche di dialogare, con il capo del centrodestra».
Detta in altri termini: mentre Veltroni pensa che il Pd possa inglobare in sé, nel nome dell'ecumenismo culturale (il «ma-anche» ormai divenuto famoso grazie alla satira di Maurizio Crozza), una pluralità multiforme di esperienze politiche tra loro le più diverse, D'Alema rimane fermamente convinto che senza una definizione identitaria del Pd come partito di sinistra e, in special modo, come partito riformista e socialdemocratico che cerca poi alleanze alla sua destra e alla sua sinistra, non vi possano essere chance di vittoria per la gauche italiana. Per l'ex sindaco di Roma la strada maestra è l'unione delle differenze; per l'ex presidente Ds è l'unità nella differenza, per giungere a una forma di sintesi politica in cui ciascuno mantiene la sua identità all'interno di un'alleanza tra più partiti (come ricordava ancora Caldarola, per D'Alema la politica è proprio «l'arte delle alleanze», non delle fusioni).
Ne segue che, se oggi dire Partito Democratico equivale a dire Veltroni, un'eventuale fine precoce dell'attuale leadership potrebbe portare con sé conseguenze ben più sconvolgenti che un semplice cambio di segreteria. Perché l'alternativa a Walter, almeno così par di capire dalle discussioni e dagli avvenimenti degli ultimi tempi, non è un nuovo equilibrio che porti all'elezione di un nuovo leader, ma una rottura radicale delle stesse ragioni e motivazioni che hanno portato alla nascita del Pd. D'Alema ha dichiarato che intende occuparsi di più del partito. Come lo farà lo vedremo nei prossimi mesi, ma quel che è certo è che inizia ora, per il Partito Democratico, il momento della verità.
Gianteo Bordero
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sabato 28 giugno 2008
D'ALEMA-VELTRONI. VERSO IL DUELLO FINALE
da Ragionpolitica.it del 27 giugno 2008
Corsi & ricorsi della storia. L'eterna lotta tra Walter Veltroni e Massimo D'Alema, esplosa in forma pubblica durante il Congresso del Pds del 1994 che portò alla segreteria «Baffino» grazie ai voti dell'apparato (il «popolo», come risultò da numerosi sondaggi, stava con Walter), si ripropone oggi con tutta la durezza di un tempo, seppure a ruoli invertiti. Se nel '94 D'Alema appariva come il simbolo del «vecchio» e Veltroni come l'emblema del «nuovo», il primo come l'uomo del passato (il Pci) e il secondo come quello del futuro (l'americanismo e il kennedismo applicati per la prima volta in Italia), stavolta a vestire i panni ingombranti del «già visto» e del «sorpassato» rischia di essere proprio il «nuovista» per eccellenza, colui che ha fatto della rupture coi bei tempi che furono una bandiera, mentre l'altro duellante si candida a rappresentare l'alternativa politica a un partito che, nato da pochi mesi, appare già consumato dall'usura del tempo e delle sconfitte elettorali rimediate nel breve volgere di una stagione.
Così, mentre Veltroni resta aggrappato come può a una leadership che vacilla, tutto intento a salvaguardare l'esistente e a puntellare la sua segreteria, D'Alema riunisce i suoi sostenitori in un cinema romano per presentare ReD («Riformisti e Democratici»), ufficialmente definita una «associazione» di amici della fondazione (dalemiana anch'essa) Italianieuropei, ma che a molti già appare non soltanto come una delle tante correnti interne al Pd, ma anche come il nucleo di un vero e proprio partito, il motore di un nuovo centrosinistra: ci sono già 114 parlamentari iscritti, è iniziata la campagna di tesseramento, saranno aperte sedi in molte città italiane e sono allo studio altre forme di radicamento sul territorio. Anche se il ministro degli Esteri del governo Prodi fa di tutto per rassicurare l'ex sindaco di Roma sul fatto che ReD non vuole creare problemi al Partito Democratico, destabilizzandolo («Non voglio rompere le scatole a Veltroni», ha affermato), è chiaro che l'iniziativa sembra fatta apposta per dare ulteriori grane al segretario e per andare oltre l'attuale strategia del Pd: niente più «nuova stagione», addio alla «vocazione maggioritaria», basta con l'idea del bipartitismo rigido. Meglio iniziare a ripensare le alleanze con una logica non esclusiva; riallacciare il filo del dialogo da un lato con la sinistra antagonista più «ragionevole», dall'altro con l'Udc di Pierferdinando Casini; cercare di far approvare una legge elettorale che parli tedesco e non spagnolo. E ancora: stop alle formule di partito incolore, né bianco né rosso, né centro né sinistra, né socialdemocratico né popolare (in questo senso, l'acronimo ReD è tutto un programma...).
Diverso nella forma rispetto alla esplicita richiesta di dimissioni avanzata da Arturo Parisi, l'attacco di D'Alema a Veltroni è però ancor più duro nella sostanza. Come ha osservato sul Corriere della Sera di ieri Angelo Panebianco, i peggiori nemici del leader del Partito Democratico «sono quelli che hanno scelto la strada più subdola. Essi dicono: il segretario (per ora) non si tocca, ma va cambiata la piattaforma politica». E' esattamente quello che sta facendo l'ideatore di ReD, che a margine dell'assemblea costituente del Pd di venerdì scorso ha speso parole per difendere Veltroni e la sua leadership ma che poi, dopo appena qualche giorno, ha battezzato una «associazione» che promuove una prospettiva politica che, di fatto, rappresenta la negazione di tutto ciò che va sotto il nome di «veltronismo». Se la linea-Parisi è certamente minoritaria all'interno del partito, lo stesso non si può dire della linea-D'Alema, che - come ricordato in precedenza - ha già raccolto attorno a sé un terzo dei parlamentari democratici.
Invece che attaccare Veltroni frontalmente, il suo eterno sfidante ha scelto questa volta di svuotare la sua leadership dall'interno, logorandola giorno dopo giorno, convegno dopo convegno, cucinandola a fuoco lento in attesa delle elezioni europee della prossima primavera, che potrebbero rappresentare, in caso di esito ancora una volta negativo, l'epilogo della stagione di Walter alla guida del Pd. In queste condizioni, come ha notato sempre Panebianco, forse sarebbe stato meglio per Veltroni forzare i tempi, convocando già in autunno un congresso in cui andare alla conta, far uscire allo scoperto gli avversari e diradare così le nebbie che sempre più fitte si addensano attorno alla segreteria. Aver rinunciato a tutto ciò, nonostante gli annunci di qualche tempo fa, è senz'altro un altro segnale di debolezza da parte di Veltroni. Un politico che, come ha scritto Andrea Romano nella prefazione (pubblicata ieri dal Riformista) alla nuova edizione del suo Compagni di scuola. Ascesa e declino dei postcomunisti, «ha attraversato indenne le tormente del postcomunismo italiano con gli strumenti della dissimulazione e della fuga dalla responsabilità. E che anche in questo caso (il dopo elezioni, ndr) si mostra impermeabile al semplice dovere di rispondere del fallimento delle proprie scelte politiche». D'Alema, consapevole di ciò, attende ora Veltroni al varco. Stavolta per il duello finale.
Gianteo Bordero
Corsi & ricorsi della storia. L'eterna lotta tra Walter Veltroni e Massimo D'Alema, esplosa in forma pubblica durante il Congresso del Pds del 1994 che portò alla segreteria «Baffino» grazie ai voti dell'apparato (il «popolo», come risultò da numerosi sondaggi, stava con Walter), si ripropone oggi con tutta la durezza di un tempo, seppure a ruoli invertiti. Se nel '94 D'Alema appariva come il simbolo del «vecchio» e Veltroni come l'emblema del «nuovo», il primo come l'uomo del passato (il Pci) e il secondo come quello del futuro (l'americanismo e il kennedismo applicati per la prima volta in Italia), stavolta a vestire i panni ingombranti del «già visto» e del «sorpassato» rischia di essere proprio il «nuovista» per eccellenza, colui che ha fatto della rupture coi bei tempi che furono una bandiera, mentre l'altro duellante si candida a rappresentare l'alternativa politica a un partito che, nato da pochi mesi, appare già consumato dall'usura del tempo e delle sconfitte elettorali rimediate nel breve volgere di una stagione.
Così, mentre Veltroni resta aggrappato come può a una leadership che vacilla, tutto intento a salvaguardare l'esistente e a puntellare la sua segreteria, D'Alema riunisce i suoi sostenitori in un cinema romano per presentare ReD («Riformisti e Democratici»), ufficialmente definita una «associazione» di amici della fondazione (dalemiana anch'essa) Italianieuropei, ma che a molti già appare non soltanto come una delle tante correnti interne al Pd, ma anche come il nucleo di un vero e proprio partito, il motore di un nuovo centrosinistra: ci sono già 114 parlamentari iscritti, è iniziata la campagna di tesseramento, saranno aperte sedi in molte città italiane e sono allo studio altre forme di radicamento sul territorio. Anche se il ministro degli Esteri del governo Prodi fa di tutto per rassicurare l'ex sindaco di Roma sul fatto che ReD non vuole creare problemi al Partito Democratico, destabilizzandolo («Non voglio rompere le scatole a Veltroni», ha affermato), è chiaro che l'iniziativa sembra fatta apposta per dare ulteriori grane al segretario e per andare oltre l'attuale strategia del Pd: niente più «nuova stagione», addio alla «vocazione maggioritaria», basta con l'idea del bipartitismo rigido. Meglio iniziare a ripensare le alleanze con una logica non esclusiva; riallacciare il filo del dialogo da un lato con la sinistra antagonista più «ragionevole», dall'altro con l'Udc di Pierferdinando Casini; cercare di far approvare una legge elettorale che parli tedesco e non spagnolo. E ancora: stop alle formule di partito incolore, né bianco né rosso, né centro né sinistra, né socialdemocratico né popolare (in questo senso, l'acronimo ReD è tutto un programma...).
Diverso nella forma rispetto alla esplicita richiesta di dimissioni avanzata da Arturo Parisi, l'attacco di D'Alema a Veltroni è però ancor più duro nella sostanza. Come ha osservato sul Corriere della Sera di ieri Angelo Panebianco, i peggiori nemici del leader del Partito Democratico «sono quelli che hanno scelto la strada più subdola. Essi dicono: il segretario (per ora) non si tocca, ma va cambiata la piattaforma politica». E' esattamente quello che sta facendo l'ideatore di ReD, che a margine dell'assemblea costituente del Pd di venerdì scorso ha speso parole per difendere Veltroni e la sua leadership ma che poi, dopo appena qualche giorno, ha battezzato una «associazione» che promuove una prospettiva politica che, di fatto, rappresenta la negazione di tutto ciò che va sotto il nome di «veltronismo». Se la linea-Parisi è certamente minoritaria all'interno del partito, lo stesso non si può dire della linea-D'Alema, che - come ricordato in precedenza - ha già raccolto attorno a sé un terzo dei parlamentari democratici.
Invece che attaccare Veltroni frontalmente, il suo eterno sfidante ha scelto questa volta di svuotare la sua leadership dall'interno, logorandola giorno dopo giorno, convegno dopo convegno, cucinandola a fuoco lento in attesa delle elezioni europee della prossima primavera, che potrebbero rappresentare, in caso di esito ancora una volta negativo, l'epilogo della stagione di Walter alla guida del Pd. In queste condizioni, come ha notato sempre Panebianco, forse sarebbe stato meglio per Veltroni forzare i tempi, convocando già in autunno un congresso in cui andare alla conta, far uscire allo scoperto gli avversari e diradare così le nebbie che sempre più fitte si addensano attorno alla segreteria. Aver rinunciato a tutto ciò, nonostante gli annunci di qualche tempo fa, è senz'altro un altro segnale di debolezza da parte di Veltroni. Un politico che, come ha scritto Andrea Romano nella prefazione (pubblicata ieri dal Riformista) alla nuova edizione del suo Compagni di scuola. Ascesa e declino dei postcomunisti, «ha attraversato indenne le tormente del postcomunismo italiano con gli strumenti della dissimulazione e della fuga dalla responsabilità. E che anche in questo caso (il dopo elezioni, ndr) si mostra impermeabile al semplice dovere di rispondere del fallimento delle proprie scelte politiche». D'Alema, consapevole di ciò, attende ora Veltroni al varco. Stavolta per il duello finale.
Gianteo Bordero
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