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mercoledì 17 marzo 2010

IL CARDINAL RUINI, UN GRANDE «DEFENSOR ECCLESIAE»

da Ragionpolitica.it del 17 marzo 2010

L'intervista che il cardinale Camillo Ruini ha concesso a Paolo Rodari del Foglio in merito alla vicenda dei preti che si sono macchiati di atti di pedofilia restituisce la figura di un grande «defensor ecclesiae» di cui - sia detto senza polemica - si sente la mancanza. L'ex presidente della Cei ed ex vicario del Papa non sottovaluta la portata del fenomeno dei sacerdoti coinvolti nei casi di abusi sessuali sui più piccoli, non ne sminuisce la gravità, ma, con la lucidità intellettuale e la chiarezza argomentativa che da sempre lo contraddistinguono, mette i puntini sulle i, cercando di guardare oltre l'apparenza e di chiamare le cose col loro vero nome.


«I reati di pedofilia - afferma - sono sempre infami, specialmente quando commessi da un sacerdote. Per questo è più che giusto denunciarli e reprimerli e, nella misura del possibile, aiutare le vittime a superarne le conseguenze». Detto questo, però, «non si può far finta di non vedere che l'attenzione di molti giornali e degli ambienti che si esprimono attraverso di essi si concentra sui casi di pedofilia dei sacerdoti cattolici, sicuramente non più frequenti di quelli di tante altre categorie di persone». E, soprattutto, «non si può nemmeno ignorare il tentativo tenace e accanito di tirare in ballo la persona del Papa». Insomma, dai tanti articoli che i media stanno dedicando alla vicenda spesso non emerge soltanto la sacrosanta cronaca di quanto sta accadendo, il doveroso rendiconto all'opinione pubblica, la presentazione della notizia e il commento ad essa. Si intravede anche una sorta di condanna preventiva nei confronti della Chiesa cattolica nel suo insieme, con conseguente tentativo di gettare fango in abbondanza sulla sua gerarchia, fino ad arrivare al pontefice. Così, se da un lato viene dato ampio risalto a ogni nuovo sospetto caso di preti coinvolti in episodi di pedofilia, altrettanto non avviene quando si tratta di concedere spazio ai chiarimenti, alle precisazioni, alle documentate smentite provenienti da fonte ecclesiale.


Tutto ciò, secondo Ruini, da un certo punto di vista non deve sorprendere. Non è una novità. «La campagna diffamatoria contro la Chiesa cattolica e il Papa» ha, per il cardinale, origini antiche. Essa, infatti, rientra in una strategia «che è in atto oramai da secoli e che già Friedrich Nietzsche teorizzava con il gusto dei dettagli. Secondo Nietzsche - argomenta il porporato - l'attacco decisivo al cristianesimo non può essere portato sul piano della verità ma su quello dell'etica cristiana, che sarebbe nemica della gioia di vivere». Per il filosofo tedesco, infatti, la più grande colpa del cristianesimo sarebbe quella di aver depotenziato, rammollito e rattrappito l'umanità, mettendone a tacere le forze vitali attraverso l'etica della mortificazione, del sacrificio, della rinuncia. E' una lettura falsa e deformata, che però ha fatto breccia in ampi settori delle nostre società.


E così siamo arrivati al cuore delle riflessioni dell'ex presidente della Cei, secondo cui l'obiettivo finale di questa cultura nichilista e radicaleggiante, che trova espressione nelle opere di Nietzsche, è quello di cancellare dal cuore e dalla mente dei popoli europei ed occidentali ogni traccia della concezione cristiana dell'uomo, che ha segnato nel profondo la loro storia. Una concezione per cui «la sessualità umana, fin dal suo inizio, non è semplicemente istintiva, non è identica a quella degli altri animali. E', come tutto l'uomo, una sessualità "impastata" con la ragione e con la morale, che può essere vissuta umanamente, e rendere davvero felici, soltanto se viene vissuta in questo modo». Da quando abbiamo assistito alla «rivendicazione dell'autonomia dell'istinto sessuale da ogni criterio morale», cioè da quando ogni limite all'appagamento di tale istinto è stato abolito nel nome della libertà sessuale, era inevitabile che diventasse difficile «far comprendere che determinati abusi sono assolutamente da condannare». Non è dunque certo colpa della Chiesa cattolica - che semmai è stata ed è vittima del trionfo della mentalità sopra descritta - se determinate pratiche sessuali trovano oggi così vasta diffusione, fino al punto di raggiungere anche qualche sacerdote.


Questo è il punto di cui oggi nessuno parla, preferendo mettere ipocritamente sul banco degli imputati la Chiesa e il Papa, come se fossero loro - che tra l'altro vengono accusati un giorno sì e l'altro pure, dall'intellighenzia radicale e laicista, di essere i paladini di una morale «sessuofobica» - ad aver alimentato la cultura dell'esaltazione sessuale ad ogni costo, dalla quale non potevano che venire abusi di ogni genere. Per questo, conclude Ruini rivolgendosi a coloro che in questi giorni sono impegnati a divulgare l'idea secondo cui la Chiesa altro non è che una congrega di pedofili, «non sarebbe forse più onesto e realistico riconoscere che queste e altre deviazioni legate alla sessualità», che pure «accompagnano tutta la storia del genere umano», oggi «sono ulteriormente stimolate dalla tanto conclamata "liberazione sessuale"?». Si attende una risposta.


Gianteo Bordero

lunedì 9 novembre 2009

SESTRI LEVANTE. MOZIONE DI PDL E LEGA PER GARANTIRE LA PRESENZA DEL CROCIFISSO NELLE SCUOLE

CONSIGLIO COMUNALE DI SESTRI LEVANTE
GRUPPO CONSILIARE “IL POPOLO DELLA LIBERTA’ – LEGA NORD”


9 NOVEMBRE 2009

OGGETTO: MOZIONE


I SOTTOSCRITTI CONSIGLIERI COMUNALI

Gianteo BORDERO, Marco CONTI, Giancarlo STAGNARO


CHIEDONO


Che venga inserita all’Ordine del Giorno della prossima seduta di Consiglio Comunale la seguente mozione:


«INIZIATIVE A TUTELA DELLA PRESENZA DEL CROCIFISSO NELLE AULE SCOLASTICHE DEL COMUNE DI SESTRI LEVANTE – ESPRESSIONE DI SENTIMENTO AVVERSO LA SENTENZA “LAUTSI v. ITALY” EMESSA DALLA CORTE EUROPA DEI DIRITTI DELL’UOMO IN DATA 3 NOVEMBRE 2009»


E PROPONGONO


Di sottoporre all’approvazione del Consiglio Comunale il seguente ordine del giorno:


IL CONSIGLIO COMUNALE DI SESTRI LEVANTE


  • Venuto a conoscenza della sentenza con la quale, il 3 novembre 2009, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha accolto il ricorso della signora Soile Lautsi, di Abano Terme (Padova), avverso lo Stato italiano a causa della presenza del crocifisso nelle aule della scuola pubblica;
  • Appreso che tale sentenza afferma che «l'esposizione nelle classi delle scuole statali di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo» non può garantire «il pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una "società democratica"».
  • Appreso inoltre che tale sentenza definisce la presenza del crocifisso nelle scuole pubbliche «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione della «libertà di religione degli alunni».
  • Considerato il ricorso presentato dal governo italiano avverso la suddetta sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo;
  • Richiamate le norme regolamentari dell’articolo 118 Regio Decreto n. 965 del 1924 e allegato C del Regio Decreto n. 1297 del 1928, che dispongono che in ogni aula sia presente il crocifisso.
  • Vista la sentenza del Consiglio di Stato numero 556/2006, nella quale si afferma che: «In una sede non religiosa, come la scuola, destinata all’educazione dei giovani, l’esposizione del crocifisso, per credenti e non credenti, sarà giustificata ed assumerà un significato non discriminatorio sotto il profilo religioso, se esso è in grado di rappresentare e di richiamare in forma sintetica immediatamente percepibile ed intuibile (al pari di ogni simbolo) valori civilmente rilevanti, e segnatamente quei valori che soggiacciono ed ispirano il nostro ordine costituzionale, fondamento del nostro convivere civile. In tal senso il crocifisso potrà svolgere, anche in un orizzonte “laico”, diverso da quello religioso che gli è proprio, una funzione simbolica altamente educativa, a prescindere dalla religione professata dagli alunni. Ora è evidente che in Italia, il crocifisso è atto ad esprimere, appunto in chiave simbolica ma in modo adeguato, l’origine religiosa dei valori di tolleranza, di rispetto reciproco, di valorizzazione della persona, di affermazione dei suoi diritti, di riguardo alla sua libertà, di autonomia della coscienza morale nei confronti dell’autorità, di solidarietà umana, di rifiuto di ogni discriminazione, che connotano la civiltà italiana. Questi valori, che hanno impregnato di sé tradizioni, modo di vivere, cultura del popolo italiano, soggiacciono ed emergono dalle norme fondamentali della nostra Carta costituzionale, accolte tra i “Principi fondamentali” e la Parte I della stessa, e, specificamente, da quelle richiamate dalla Corte costituzionale, delineanti la laicità propria dello Stato italiano. Il richiamo, attraverso il crocifisso, dell’origine religiosa di tali valori e della loro piena e radicale consonanza con gli insegnamenti cristiani, serve dunque a porre in evidenza la loro trascendente fondazione, senza mettere in discussione, anzi ribadendo, l’autonomia (non la contrapposizione, sottesa a una interpretazione ideologica della laicità che non trova riscontro alcuno nella nostra Carta fondamentale) dell’ordine temporale rispetto all’ordine spirituale, e senza sminuire la loro specifica “laicità”, confacente al contesto culturale fatto proprio e manifestato dall’ordinamento fondamentale dello Stato italiano. Essi, pertanto, andranno vissuti nella società civile in modo autonomo (di fatto non contraddittorio) rispetto alla società religiosa, sicché possono essere “laicamente” sanciti per tutti, indipendentemente dall’appartenenza alla religione che li ha ispirati e propugnati. Come ad ogni simbolo, anche al crocifisso possono essere imposti o attribuiti significati diversi e contrastanti, oppure ne può venire negato il valore simbolico per trasformarlo in suppellettile, che può al massimo presentare un valore artistico. Non si può però pensare al crocifisso esposto nelle aule scolastiche come ad una suppellettile, oggetto di arredo, e neppure come ad un oggetto di culto; si deve pensare piuttosto come ad un simbolo idoneo ad esprimere l’elevato fondamento dei valori civili sopra richiamati, che sono poi i valori che delineano la laicità nell’attuale ordinamento dello Stato».
  • Ritenuta la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche della scuola pubblica un importante richiamo alle radici culturali e spirituali dell’Italia e dell’Europa, che in alcun modo offende la libertà e la sensibilità degli studenti, ma al contrario simboleggia in massimo grado il valore della dignità della persona su cui si fondano il vivere civile e l’ordinamento giuridico della Repubblica italiana.

IMPEGNA IL SINDACO E LA GIUNTA


  • A manifestare con atto ufficiale presso la Corte europea dei diritti dell’uomo i sentimenti di riprovazione del Consiglio Comunale di Sestri Levante nei confronti della sentenza in oggetto;
  • A garantire la presenza del crocifisso in tutte le aule scolastiche della città;
  • A sollecitare la promozione, nelle scuole cittadine, di incontri e momenti di approfondimento riguardo al significato della presenza del crocifisso nelle aule, sottolineandone i legami con la storia culturale e spirituale dell’Italia e dell’Europa.

martedì 3 novembre 2009

SE L'EUROPA RINNEGA SE STESSA

da Ragionpolitica.it del 3 novembre 2009

Vogliono rubarci l'anima, strapparci via dalle nostre radici, cancellare la nostra storia. Nel nome della tolleranza e di una falsa e deformata idea di libertà e democrazia vogliono spolpare la nostra identità. Vogliono oscurare la fede dei nostri padri e dei nostri nonni. Con le poche pagine di una sentenza vogliono condannare venti secoli del nostro cammino di civiltà. E pretendono di farlo, come si suol dire, «in punta di diritto», cioè avendo come fine la giustizia. Infatti, secondo i giudici della Corte europea dei diritti dell'uomo che hanno condannato l'Italia per la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche, «l'esposizione nelle classi delle scuole statali di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo» non può garantire «il pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una "società democratica"». Inoltre tale esposizione rappresenterebbe «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione della «libertà di religione degli alunni».


Povera Europa, ridotta ad affidare la tutela dei diritti umani ad un'élite di giuristi che rinnega l'essenza stessa dell'identità europea, nella convinzione che una presunta neutralità religiosa possa portare vantaggi in termini di convivenza col «diverso», di crescita della qualità civile, di progresso sociale del Vecchio Continente. Una tesi talmente astratta che ogni volta che essa è stata messa in pratica concretamente - si veda il caso francese - ha prodotto soltanto disastri, acuendo i conflitti e lasciando campo libero ad un laicismo nichilista e sbracato le cui nefaste conseguenze oggi si iniziano soltanto ad intravvedere. Arrivare ad imporre all'Italia il pagamento di un'ammenda di 5.000 euro come risarcimento per «danni morali» al figlio della donna che ha presentato ricorso presso la Corte di Strasburgo a causa della presenza del crocifisso a scuola, è veramente uno dei punti più bassi mai raggiunti da un'Europa che sembra incamminata a passo svelto verso il più drammatico tradimento di se stessa, della sua storia, delle sue fondamenta spirituali.


Ma, più di tutto, quello che lascia sgomenti di fronte alla sentenza della Corte europea è la totale incomprensione del significato più profondo della presenza del crocifisso nei luoghi pubblici: che non è innanzitutto quello di propagandare una religione; non è quello di indottrinare gli «infedeli»; non è quello di affermare il predominio di un credo sulle istituzioni laiche. Quel pezzo di legno con la figura del Cristo morente può essere invece guardato, rispettato e amato da tutti, credenti o non credenti, devoti o atei, perché in esso si concentra la misteriosa esperienza di un uomo che si è detto Dio non attraverso una manifestazione di potenza, e quindi di potere e di predominio, non con le spade e con gli eserciti, non con l'uccisione del nemico, bensì attraverso il dono di sé, l'umiliazione, la debolezza, attraversando fino in fondo la condizione umana, assumendo su di sé il vertice della sofferenza, offrendo se stesso come sacrificio «per la salvezza di molti».


I giudici europei non hanno compreso che qui non siamo di fronte a una religione, a una dottrina, a un insieme di precetti, ma a un fatto. Un fatto che sfida la coscienza e la libertà di ognuno senza nulla imporre. Un fatto che, a partire dalla Gerusalemme di 2000 anni fa, nel corso della storia - e in modo così particolare nella storia europea - è stato capace di generare una civiltà dove la persona è difesa, tutelata e valorizzata proprio in forza dell'evento sorgivo della croce. Perciò il crocifisso non è la «violazione dei diritti», ma è la fonte del rispetto che ad essi si deve, in ogni tempo ed in ogni spazio.

Gianteo Bordero

martedì 20 ottobre 2009

NO ALL'ORA DI ISLAM NELLE SCUOLE ITALIANE

da Ragionpolitica.it del 20 ottobre 2009

Meglio non scherzare col fuoco e cercare di capire perché la proposta di introdurre un'ora facoltativa di religione islamica nelle scuole italiane, avanzata sabato dalla fondazione «Farefuturo», non può essere accolta. Innanzitutto occorre ricordare che l'insegnamento della religione cattolica negli istituti scolastici del nostro paese è regolata da un Concordato tra la Chiesa e lo Stato, tra la gerarchia cattolica e i vertici istituzionali italiani. Ora, è del tutto evidente che, stante l'attuale normativa (fondata sull'articolo 8 della Costituzione), anche l'inserimento di un'ora di islam non potrebbe non seguire questa dinamica concordataria ed essere organizzato senza un previo Patto con le massime autorità musulmane, al fine di specificare natura e limiti dell'insegnamento della loro religione nelle scuole italiane e di stabilire il metodo di reclutamento dei docenti. Purtroppo si dà il caso che l'islam non conosca al suo interno una gerarchizzazione come quella che caratterizza la Chiesa cattolica, come neppure conosce la stessa idea di Chiesa come istituzione, che invece è connaturata al cristianesimo. E neanche è possibile paragonare l'imam al sacerdote cattolico che amministra i sacramenti dopo un percorso che lo ha portato all'ordinazione sacra. L'islam non ha un clero che «media» tra l'uomo e Dio: è immediato nel rapporto tra Allah e il «sottomesso» (così la religione musulmana considera il fedele). E' chiaro, rebus sic stantibus, che risulta impossibile addivenire a una qualche forma di Concordato con l'islam simile a quella che regola le relazioni tra Stato italiano e Chiesa cattolica. A meno che non si vogliano considerare rappresentanti di tutta la comunità musulmana presente nel nostro paese gli imam delle moschee, le quali però sono frequentate da una minima percentuale di fedeli, che di solito è la più permeabile a un indottrinamento di stampo fondamentalista. Catapultare nelle aule scolastiche italiane questi imam sarebbe il più grande regalo per quei predicatori del venerdì che fomentano l'odio nei confronti della nostra civiltà, della nostra storia, della nostra società.

Secondo punto. «Farefuturo», nel formulare la sua proposta, parte dal presupposto del «ruolo positivo delle religioni all'interno di uno Stato laico, quale elemento importante nel processo formativo umano e culturale». Ora, anche qui siamo ai ragionamenti un tanto al chilo, se non alla riproposizione di uno dei cliché maggiormente abusati dal «politicamente corretto»: tutte le religioni sono buone in quanto tali. Con l'implicito corollario relativista che ne segue: ogni religione è vera relativamente al proprio credo perché nessuna religione possiede la verità assoluta, che non esiste. Non bisogna andar troppo lontano per sfatare questo mito buonista: chi di noi può ritenere «buona e vera» una religione che, ad esempio, prescrive ai suoi fedeli di uccidere i miscredenti, che considera la donna alla stregua di un oggetto nelle mani dell'uomo, che prevede (negli Stati in cui essa conquista il potere politico) una «imposta di sottomissione» per i seguaci di altre religioni? Inoltre, per quel che riguarda la questione della laicità a cui accenna il documento di «Farefuturo», è evidente che una religione non vale l'altra: il cristianesimo, che con le parole di Gesù («Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio») ha stabilito una netta distinzione tra sfera civile e sfera religiosa, ha al suo stesso interno i semi di una sana laicità e per questo il suo insegnamento in una scuola di Stato non pone problemi. Anzi: è un aiuto oggettivo a comprendere come e quanto un corretto rapporto tra fede religiosa e potere civile possa contribuire a rendere più umana, rispettosa e giusta la società. Altrettanto non si può dire dell'islam, che non conosce nulla di simile all'insegnamento di Gesù in materia di distinzione tra potere spirituale e potere temporale.

Terzo punto. Hanno ragione coloro i quali dicono che l'Italia ha la sua tradizione e la sua storia, ed è necessario che la scuola pubblica faccia in primis conoscere ai giovani tale tradizione e tale storia. Ciò riguarda tutti, sia gli studenti italiani sia gli studenti stranieri (musulmani in particolare, visto che molti figli d'immigrati provengono da paesi di cultura cristiana quali quelli dell'est europeo) che frequentano gli istituti statali. Considerato che la nostra nazione ha le sue peculiarità culturali e religiose, il primo dovere di chi frequenta la nostra scuola è confrontarsi con queste specificità, con questa ipotesi di lavoro, approfondendone lo studio e prendendo sul serio quanto essa ha trasmesso nel corso dei secoli per arrivare sino a noi, scegliendo infine se aderirvi o meno. Prima di proporre l'ora di islam, meglio sarebbe far bene conoscere le caratteristiche del nostro essere italiani. Altrimenti il rischio è quello di mettere sullo stesso piano tutte le culture e tutte le tradizioni religiose, come se fosse di nessuna importanza il dato storico ed empirico dell'appartenenza dell'Italia ad una in particolare di queste.

In tale direzione sembrano andare le dichiarazioni di coloro che da sinistra, in risposta all'idea lanciata da «Farefuturo», hanno parlato della necessità di introdurre, al posto dell'insegnamento della religione cattolica, una generica e «neutra» storia delle religioni: ora, a parte il fatto che i docenti di religione in ruolo nella scuola italiana già fanno, nelle loro lezioni, una breve storia delle varie esperienze religiose dell'umanità all'interno della quale inquadrare l'avvenimento cristiano, ciò avrebbe pesanti ripercussioni dal punto di vista pedagogico, perché finirebbe col relativizzare ogni punto di vista, trasformando la scuola in un supermarket multiculturale e multireligioso nel quale ognuno sceglie, senza troppo impegno e a livello meramente teorico, il prodotto del momento. E' un modello che ha già fallito in molti paesi europei e che di certo non aiuta l'integrazione: al contrario, favorisce la dis-integrazione delle identità nel nome di un relativismo che nulla costruisce ma tutto, nichilisticamente, distrugge.

Gianteo Bordero

giovedì 15 ottobre 2009

IL PARTITO DEMOCRATICO NON È LA CASA DEI CATTOLICI

da Ragionpolitica.it del 15 ottobre 2009

Il caso Binetti, scoppiato dopo il voto favorevole della deputata teodem alle pregiudiziali d'incostituzionalità della legge sull'omofobia, è l'ennesima dimostrazione dell'inesistenza di spazio politico reale, nel Pd, per i cattolici che restano fedeli alla dottrina della Chiesa e non intendono abdicare alla pienezza del credo in nome della «ragion di partito». Che la Binetti fosse poco o per nulla tollerata all'interno del centrosinistra è cosa nota da tempo, sin dal momento della sua scelta di candidarsi tra le file della Margherita alle elezioni politiche del 2006. Da allora l'ex presidente dell'associazione «Scienza e Vita» è stata presentata, nel suo stesso partito e nel suo stesso schieramento, come il simbolo del peggior integralismo cattolico, come l'icona del più rigido conservatorismo etico e bioetico, come la campionessa del rigorismo morale pre-sessantottino.


A dire il vero, che cosa c'azzeccasse la Binetti con una coalizione schierata pressoché all'unanimità su posizioni di segno opposto alle sue è una domanda che in molti si sono posti, e la risposta più plausibile che è stata data a tale quesito è quella secondo cui Paola la teodem abbia accolto un suggerimento del suo mentore, il cardinale Camillo Ruini, all'epoca presidente dei vescovi italiani, convinto della necessità di inserire qualche elemento di provata fedeltà dottrinale ed ecclesiale in una maggioranza che prometteva sfaceli su materie quali la famiglia, la tutela della vita sin dal suo concepimento, il testamento biologico, eccetera... In effetti, la strategia del «cardinal Sottile» si rivelò ancora una volta vincente, e l'inedita coppia Binetti-Mastella mise in più di una occasione i bastoni tra le ruote ai disegni di legge palesemente orientati a intaccare il tessuto di valori cristiani su cui si regge da secoli la nazione italiana.


Una di queste occasioni, in particolare, dovrebbe essere ricordata da tutti coloro che, nel centrosinistra, oggi si scandalizzano per le posizioni della Nostra in materia di omofobia, rovesciando su di lei ogni genere di improperio e minacciando la sua espulsione dal Partito (poco) Democratico. Correva il mese di dicembre del 2007, e al Senato era in discussione il decreto sicurezza varato in fretta e furia dal governo Prodi - e in seguito decaduto a causa delle troppe divisioni interne all'Unione - sull'onda emotiva suscitata in tutto il paese dall'omicidio della signora Giovanna Reggiani per mano di un rom. Ebbene, quando l'esecutivo decise di porre la questione di fiducia sul decreto, il voto della Binetti fu contrario. Non a motivo delle misure di contrasto alla criminalità urbana, bensì perché il governo aveva furbescamente inserito nel testo del provvedimento, al fine di renderlo «digeribile» dall'ala estrema della coalizione, in particolare da Rifondazione Comunista, un emendamento anti-omofobia che, oltre ad essere palesemente fuori contesto dal punto di vista formale, dal punto di vista sostanziale si presentava sia come una destrutturazione dell'articolo 3 della Costituzione («Tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali»), sia come un attacco culturale e antropologico al tradizionale principio della differenza sessuale, a favore invece di generiche «tendenze sessuali» delle persone. Sono esattamente gli stessi motivi che hanno spinto martedì l'onorevole teodem a votare insieme alla maggioranza la pregiudiziale di incostituzionalità sollevata dall'Udc.


La Binetti, dunque, è rimasta coerente con se stessa e con le sue più profonde convinzioni. Sarebbe stato preoccupante se avesse fatto il contrario di fronte ad una legge che, sostanzialmente, riproponeva la stessa visione sottesa all'emendamento del 2007. Ciò che invece deve far riflettere è il fatto che il Partito Democratico, che allora muoveva i suoi primi passi con Walter Veltroni alla segreteria, non è stato capace, in due anni, di trovare una sintesi politica in grado di accogliere anche le posizioni dei cattolici integralmente fedeli alla dottrina della Chiesa nelle materie etiche e bioetiche. Ad avere pieno diritto di cittadinanza nel Pd sembrano essere soltanto quelli che un tempo il Pci ribattezzò «cattolici democratici», ora ben rappresentati da Dario Franceschini: trent'anni fa erano i cattolici favorevoli all'aborto, oggi sono i cattolici favorevoli ai Dico e alla teoria dei 5 generi (maschile, femminile, omosessuale maschile, omosessuale femminile, transgender). Intervistata dal Giornale il 10 dicembre 2007, Paola Binetti dichiarava: «Io sono convinta che sarebbe un vantaggio per tutti se il Pd riuscisse ad essere il luogo dove i cattolici possono esprimersi liberamente, affermando i propri valori». E' chiaro, dopo i fatti di questi giorni, che le cose non sono andate nella direzione auspicata dall'ex presidente di «Scienza e Vita». Espulsa o no, è evidente che il Partito Democratico non può essere la casa politica della Binetti e dei cattolici che vogliono obbedire senza compromessi al ribasso all'insegnamento della Chiesa.


Gianteo Bordero

sabato 4 aprile 2009

LA LEGGE 40 NON E' UNA LEGGE «CATTOLICA»

da Ragionpolitica.it del 4 aprile 2009

Gennaio 2004. La legge sulla procreazione assistita proposta dalla maggioranza di centrodestra sta per giungere alla Camera dei Deputati per l'approvazione finale, dopo che al Senato si è riscontrata una convergenza che è andata oltre il recinto della Casa della Libertà ed ha coinvolto in modo particolare l'ala rutelliana e, in parte, quella ex popolare della Margherita. Le critiche alla normativa già fioccano abbondanti, amplificate da larga parte dei mezzi di comunicazione. L'accusa più comune è che si tratti di una legge scritta prendendo a modello il Catechismo della Chiesa cattolica, di una legge «oscurantista» e «medievale», che lede i diritti delle donne impedendo loro di soddisfare il legittimo desiderio di maternità. Sono i giorni in cui affila le armi quello che diverrà, qualche mese più tardi, il comitato referendario anti-legge 40.

Dal 19 al 22 del mese si svolge, a Roma, la riunione del Consiglio permanente della Cei, la Conferenza Episcopale italiana. Come al solito, la prolusione è affidata al presidente, il cardinale Camillo Ruini. Ad un certo punto del suo intervento il porporato parla del voto avvenuto qualche giorno prima a Palazzo Madama e delle polemiche che ne sono seguite, e afferma: «Sono stati rievocati, in particolare, i rischi della contrapposizione tra cattolici e laici e le accuse, nei confronti dei cattolici, di chiudersi nella difesa del passato e di voler imporre a tutti, attraverso una legge dello Stato, i propri punti di vista confessionali. In realtà, non si tratta di una legge "cattolica", dato che essa, sotto diversi e assai importanti profili, non corrisponde all'insegnamento etico della Chiesa». La legge 40, dunque, secondo il presidente dei vescovi italiani, non è «una legge cattolica». Parole, queste, che saranno troppo presto dimenticate, sacrificate sull'altare di una propaganda che tenterà in tutti i modi di presentare la normativa varata dal parlamento come una diretta emanazione delle volontà del Vaticano e della Cei, come l'imposizione di un dogma di fede alla Repubblica italiana, come una palese violazione della laicità dello Stato.

Eppure, sarebbe stato sufficiente prendere in mano il Catechismo della Chiesa cattolica per trovare conferma di quanto affermato dal cardinal Ruini. Nella parte dedicata al «dono del figlio», all'articolo 2377, il Catechismo afferma esplicitamente, a proposito delle tecniche di fecondazione omologa (quelle consentite dalla legge 40): «Tali tecniche sono, forse, meno pregiudizievoli (di quelle di fecondazione eterologa, ndr), ma rimangono moralmente inaccettabili. Dissociano infatti l'atto sessuale dall'atto procreatore. L'atto che fonda l'esistenza del figlio non è più un atto con il quale due persone si donano l'una all'altra, bensì un atto che "affida la vita e l'identità dell'embrione al potere dei medici e dei biologi e instaura un dominio della tecnica sull'origine e sul destino della persona umana. Una siffatta relazione di dominio è in sé contraria alla dignità e all'uguaglianza che deve essere comune a genitori e figli" (Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Donum Vitae)». Il successivo articolo 2378 spiega quindi che «il figlio non è qualcosa di dovuto, ma un dono». Per questo egli «non può essere considerato un oggetto di proprietà: a ciò condurrebbe il riconoscimento di un preteso "diritto al figlio"».

Bastano questi brevi richiami per comprendere che la posizione della Chiesa in materia di procreazione assistita è chiara e che la legge 40, nel momento in cui va a regolamentare l'accesso alla fecondazione omologa, si pone in contrasto con una esplicita norma morale prevista dal Catechismo. Ne discende che il giudizio complessivo della Conferenza Episcopale italiana sulla normativa in questione non fu mosso dalla necessità di difendere una legge «cattolica» (perché di ciò, come abbiamo visto, non si trattava e non si tratta), ma dal riconoscimento che tale legge costituiva un compromesso accettabile tra il dovere di tutela dell'embrione e le richieste di accesso alle nuove tecniche di fecondazione. E fu questa valutazione realistica e laica a motivare la battaglia dei vescovi italiani in favore dell'astensione ai referendum abrogativi del giugno 2005. Una battaglia finalizzata a salvaguardare quello che, agli occhi della Cei, appariva allora come un bicchiere mezzo pieno, che rischiava di essere svuotato da un'eventuale vittoria del fronte del «sì».

Di tutto ciò si dovrebbero ricordare tutti coloro che oggi parlano della legge 40 come di una ossequiosa genuflessione del parlamento alla Chiesa e ai suoi dogmi: se così fosse stato, anche la fecondazione omologa avrebbe dovuto cadere sotto la mannaia del legislatore. Ciò, invece, non accadde: non vi fu alcuna penna vaticana a dirigere la mano del legislatore: furono senatori e deputati liberamente eletti dal popolo, esercitando il compito a cui erano stati chiamati, a decidere secondo coscienza, e altrettanto liberamente, di scrivere una normativa che essi ritenevano giusta ed equilibrata. Una normativa che può piacere o non piacere, ma che almeno deve essere trattata per quello che è: una legge laica di uno Stato laico, non la trasposizione del Catechismo nel nostro ordinamento repubblicano.


Gianteo Bordero

giovedì 2 aprile 2009

L'«OSSERVATORE ROMANO» BENEDICE IL PDL

da Ragionpolitica.it del 2 aprile 2009

E' una benedizione in piena regola quella che il quotidiano della Santa Sede, l'Osservatore Romano, ha riservato ieri al Popolo della Libertà e al suo primo congresso. Una benedizione tanto più significativa se si tiene conto della sua provenienza: il giornale - ancorché «ufficioso» - del Papa. Un giornale che, se non manca mai di esprimere giudizi chiari sui fatti della politica italiana, è però solitamente cauto nel mettere nero su bianco le sue simpatie per questo o quel partito. Segno che da Oltretevere si guarda con fiducia al nuovo soggetto politico di centrodestra. L'edizione del 31 marzo riporta un articolo a firma di Marco Bellizi, nel quale, alla cronaca del congresso romano del Popolo della Libertà, seguono alcune considerazioni finali che non lasciano spazio a dubbi interpretativi. Scrive Bellizi: «L'immagine del Pdl che esce dal primo congresso nazionale è quella di una formazione forte, già più forte, secondo molti analisti, dello stesso Partito Democratico... Più forte non solo in termini percentuali: stando ai più recenti risultati elettorali, il Pdl appare, alla prova dei fatti, maggiormente in grado di esprimere i valori comuni della popolazione italiana, tra i quali quelli cattolici costituiscono una parte non secondaria».

Si tratta di un apprezzamento importante, che non fa che confermare quanto emerso con chiarezza nei tre giorni del congresso: il Popolo della Libertà vuole essere e proporsi all'attenzione degli elettori come il partito degli italiani, e, con ciò, come il partito che si sforza di incarnare, esprimere e tradurre in scelte concrete quei «valori comuni» che stanno alla radice della nazione italiana e che ne hanno innervato in profondità la storia: riconosciuti come fondamento di tutti i partiti popolari europei, questi valori (la centralità della persona e il suo primato rispetto allo Stato, la sacralità della vita umana e la sua tutela, la valorizzazione della famiglia, l'accento posto sul bene comune) hanno trovato nel nostro paese una particolare declinazione, anche per la vicinanza con la sede papale.

Una vicinanza che oggi viene a galla in maniera ancor più evidente, come testimoniato dall'articolo dell'Osservatore Romano. La novità è che tale vicinanza non è dovuta a particolari motivi confessionali, ma innanzitutto alla comune volontà di porsi sul terreno della ragione, della storia e della tradizione culturale e spirituale dell'Italia per affrontare in modo laico le grandi questioni etiche e bioetiche oggi al centro del dibattito politico. Ciò è apparso chiaro al congresso del Pdl, non soltanto nel primo discorso di Silvio Berlusconi, ma anche in altri interventi, come quello svolto nella giornata di sabato da Maurizio Sacconi. Il ministro del Welfare ha affermato: «Noi possiamo dire in una parola chi siamo: noi siamo coloro che collocano al centro la persona, in tutti gli ambiti dell'attività di governo». E, riferendosi in particolare alla vicenda di Eluana Englaro e al decreto legge del governo, ha dichiarato: «Noi abbiamo realizzato una dimensione più alta della laicità, nella quale non possono non essere compresi, per credenti e non credenti, valori fondamentali come quello della persona».

Una «dimensione più alta della laicità», dunque, che piace molto al quotidiano della Santa Sede, oggi divenuto, anche grazie alla linea editoriale impressa dal nuovo direttore, Giovanni Maria Vian, luogo di elaborazione e dibattito culturale e non soltanto mero bollettino vaticano. Scrive ancora Bellizi nel suo articolo: «Nel Pdl si è affermata, in linea di principio, la libertà di coscienza sui temi etici più sensibili. Ma al momento di assumere iniziative concrete il Popolo della Libertà si è trovato unito». Questa è la conferma che il nuovo soggetto politico ha intrapreso la strada giusta nel momento in cui ha scelto di non presentarsi come partito confessionale, al modo della Democrazia Cristiana, ma come partito laico che non vuole tagliare le radici culturali e spirituali dalle quali ha tratto linfa la storia italiana. I tempi rispetto alla Dc sono cambiati. E, del resto, non bisogna dimenticare che è stato lo stesso pontefice Benedetto XVI a sollecitare, nei suoi numerosi interventi in materia di rapporto tra fede e politica, una sana laicità capace di generare decisioni e interventi legislativi fondati innanzitutto sul logos comune a tutti gli uomini.


Gianteo Bordero

sabato 14 febbraio 2009

NASCEVA 80 ANNI FA LO STATO DELLA CITTA' DEL VATICANO

da Ragionpolitica.it del 14 febbraio 2009

L'11 febbraio di ottant'anni fa, nel Palazzo del Laterano, a Roma, aveva luogo la firma di un Trattato e di un Concordato tra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano. Il cardinale Pietro Gasparri, segretario di Stato vaticano, e Benito Mussolini, capo del governo italiano, sottoscrivevano quelli che oggi vengono comunemente chiamati «Patti lateranensi». Il Concordato, che sarebbe stato poi aggiornato e modificato 55 anni dopo (18 febbraio 1984) dal cardinale Agostino Casaroli e da Bettino Craxi con l'Accordo di Villa Madama, regolava i rapporti tra Stato e Chiesa e definiva le rispettive competenze nelle materie miste; il Trattato, invece, istituiva lo Stato della Città del Vaticano, chiudendo - come si legge nel documento - «la "Questione Romana" sorta nel 1870 con l'annessione di Roma al Regno d'Italia sotto la dinastia di Casa Savoia». L'articolo 3 del Trattato stabiliva quanto segue: «L'Italia riconosce alla Santa Sede la piena proprietà e la esclusiva e assoluta potestà e giurisdizione sovrana sul Vaticano, com'è attualmente costituito, con tutte le sue pertinenze e dotazioni, creandosi per tal modo la Città del Vaticano per gli speciali fini e con le modalità di cui al presente Trattato».

Negli stessi minuti in cui Gasparri e Mussolini si apprestavano ad apporre le loro firme in calce ai Patti, il Papa Pio XI, che fermamente aveva voluto quell'accordo, incontrava i parroci di Roma ed i predicatori del periodo quaresimale. Ad essi il pontefice rivolgeva un discorso che, nella sua parte riguardante il Trattato con l'Italia, merita di essere ripreso, perché contiene una chiara enunciazione delle ragioni che stanno alla base dell'esistenza stessa del Vaticano come Stato. Un'esistenza che, oggi come negli anni passati, è fortemente contestata dai sostenitori delle varie e malintese forme di pauperismo ecclesiastico e non, secondo i quali il fatto che la Chiesa cattolica abbia un suo Stato e un suo territorio rappresenta una violazione degli insegnamenti evangelici, un retaggio dei cosiddetti «secoli bui», un imbarazzante strascico della commistione tra potere temporale e potere spirituale. La lungimiranza del grande Papa Pio XI, invece, seppe andare oltre le mere contingenze, garantendo un presidio statuale e territoriale alla Santa Sede. Un presidio che si rivelò decisivo, nel corso dei restanti decenni del secolo XX, per poter consentire alla Chiesa di continuare a svolgere la sua missione spirituale e materiale senza essere assoggettata ai poteri totalitari.

Ebbene, rivolgendosi ai sacerdoti e ai predicatori, Papa Ratti spiegava che la nascita dello Stato della Città del Vaticano era necessaria perché «non si conosce nel mondo, almeno fino ad oggi, altra forma di sovranità vera e propria se non appunto territoriale». Ma questa sovranità non veniva intesa dal pontefice come uno strumento per avanzare pretese di carattere temporale, per riconquistare quello che era andato perduto dopo la breccia di Porta Pia e la nascita dello Stato italiano. Le preoccupazioni di Pio XI erano tutte rivolte ad assicurare alla Chiesa la possibilità di continuare a camminare libera nella storia: senza libertà non vi sarebbe stata neppure autorevolezza, perché una Chiesa totalmente incamerata in uno Stato avrebbe potuto facilmente subire i ricatti e le angherie del potere politico in carica, divenendo con ciò meno credibile anche dal punto di vista spirituale. Le Chiese di Stato, come mostra chiaramente la storia, non sono mai state presidio di vera e genuina libertà religiosa.

In questo senso, c'è un'espressione bellissima usata da Pio XI nella sua allocuzione, tanto più significativa in quanto riprende il Santo che nella vulgata ecclesialmente corretta rappresenta il pauperismo per eccellenza: Francesco D'Assisi. Egli «chiedeva quel tanto di corpo che bastava per tenere unita l'anima». Così il Papa Ratti riteneva opportuno chiedere «quel tanto di territorio materiale che è indispensabile per l'esercizio di un potere spirituale affidato ad uomini in beneficio di uomini». E aggiungeva: «Ci compiacciamo di vedere il materiale terreno ridotto a così minimi termini da potersi e doversi anche esso considerare spiritualizzato dall'immensa, sublime e veramente divina spiritualità che esso è destinato a sorreggere ed a servire». Farebbero bene, tutti coloro che dipingono i Papi pre-conciliari come sovrani retrogradi, assetati di potere temporale, rappresentanti di una Chiesa impresentabile e anti-moderna, a rileggersi queste parole, che fissano in modo indelebile un principio che tutti gli ultimi pontefici hanno ribadito: lo Stato della Città del Vaticano non è il luogo del potere temporale, ma il necessario presidio fisico della libertà della Chiesa. «Un piccolo territorio per una grande missione», come recita il titolo di un convegno organizzato in questi giorni dalla Santa Sede per ricordare gli ottant'anni dalla firma del Trattato.

Gianteo Bordero

domenica 1 giugno 2008

BERLUSCONI IN VATICANO, PUO' COMINCIARE UNA NUOVA STAGIONE

da Avanti! del 1° giugno 2008

Il quadro in cui si svolgerà, il prossimo 6 giugno, l’incontro tra Benedetto XVI e Silvio Berlusconi lo ha delineato il pontefice nel suo intervento tenuto giovedì all’Assemblea generale dei vescovi italiani. Papa Ratzinger, oltre a sottolineare quelle che la Chiesa italiana ritiene le maggiori emergenze sociali a cui tutti sono chiamati a dare una risposta, ha posto l’accento, salutandolo con soddisfazione, sul “clima nuovo, più fiducioso e più costruttivo” che si respira in Italia. “Esso – secondo Benedetto XVI – è legato al profilarsi di rapporti più sereni tra le forze politiche e le istituzioni, in virtù di una percezione più viva delle responsabilità comuni per il futuro della Nazione”.

L’incontro tra il Papa e il presidente del Consiglio, dunque, si inserisce all’interno di questo contesto descritto dal pontefice. Sia la politica che la Chiesa hanno ben chiara la portata dei problemi che affliggono l’Italia, un paese che, per Benedetto XVI, “ha bisogno di uscire da un periodo difficile, nel quale è sembrato affievolirsi il dinamismo economico e sociale, è diminuita la fiducia nel futuro ed è cresciuto invece il senso di insicurezza per le condizioni di povertà di tante famiglie”. Parole, queste, che si collocano nella stessa direttrice sulla quale Berlusconi ha condotto la sua campagna elettorale ed ha iniziato il cammino del suo quarto governo: far rialzare un’Italia sfiduciata e impaurita, ridare speranza ai cittadini che sperimentano ogni giorno sulla propria pelle le difficoltà legate al caro vita e ai bassi salari, rimettere in moto la locomotiva dello sviluppo e della crescita.

Si tratta di una sfida difficile, che abbisogna, per poter essere affrontata con qualche chance di vittoria, della collaborazione di tutti i protagonisti della scena politica, sociale ed economica, chiamati a rimboccarsi le maniche e a remare tutti nella medesima direzione, con un surplus di dedizione al bene comune in merito a quelle che sono le maggiori emergenze nazionali, quelle la cui soluzione non può più essere procrastinata nel tempo. La Chiesa italiana, dal canto suo, è pronta a dare lealmente il suo contributo nei campi in cui maggiori sono la sua presenza e la sua attività e a richiamare la società su quelli che sono i temi da sempre cari al magistero sociale dei pontefici.

Quello tra Benedetto XVI e Silvio Berlusconi si prospetta dunque come un incontro che si svolgerà all’insegna della comune consapevolezza della gravità dei problemi che l’Italia si trova a dover fronteggiare. Certamente Papa Ratzinger porrà l’accento sui temi già affrontati nel suo discorso all’Assemblea della Conferenza episcopale: sulla “emergenza educativa” dovuta ad un “relativismo pervasivo e non di rado aggressivo”, che rischia di far venire meno “le certezze basilari, i valori e le speranze che danno un senso alla vita”; sulla conseguente necessità di valorizzare e dare piena attuazione alla parità scolastica tra istituti statali e istituti non statali, perché “gioverebbe alla qualità dell’insegnamento lo stimolante confronto tra centri formativi diversi, suscitati, nel rispetto dei programmi ministeriali validi per tutti, da forze popolari preoccupate di interpretare le scelte educative delle singole famiglie”; sul dovere di riconoscere alla famiglia il suo ruolo centrale nella società con adeguati strumenti legislativi ed economici; sul compito di difendere la dignità della vita umana “dal concepimento e dalla fase embrionale alle situazioni di malattia e di sofferenza e fino alla morte naturale”; sull’urgenza di favorire una cultura dell’accoglienza, sempre però “nel rispetto delle leggi che provvedono ad assicurare l’ordinato svolgersi della vita sociale”.

Benedetto XVI sa che è ormai alle spalle il clima di ostilità alla Chiesa e ai valori cari ai cattolici che si respirava nelle aule parlamentari nel corso della passata legislatura, quando da settori non insignificanti dell’allora maggioranza di centrosinistra partivano non di rado attacchi scomposti o a gamba tesa nei confronti del Papa, dei vescovi, dei cattolici in generale. Sa che sull’altra sponda del Tevere non vi è un governo ostile come quello del “cattolico adulto” Romano Prodi, capace di promuovere leggi quali i Dico e incapace di garantire le condizioni necessarie al pacifico svolgimento dell’intervento del pontefice all’università “La Sapienza” di Roma. Sa, infine, che l’esecutivo berlusconiano, nonostante la limitata presenza di ministri “cattolici militanti”, è sostenuto da forze, quali il Popolo della Libertà, nelle quali molti fedeli si riconoscono; forze che, da sempre, si fanno portatrici di una politica che valorizzi il ruolo della Chiesa nella società italiana, che tuteli le radici cristiane dell’Italia, che promuova una “sana” laicità e non un laicismo preconcetto ed ideologico.

Se questa è la cornice, è facile prevedere che anche tra governo da un lato e Santa Sede e Conferenza episcopale italiana dall’altro possa prendere avvio una “nuova stagione” di collaborazione, nella quale la politica e la Chiesa, ciascuna nel proprio ambito e nel rispetto delle specifiche prerogative e del ruolo dell’altra, si impegnino a costruire il bene comune e a favorire un clima sociale orientato non soltanto alla crescita economica, ma anche a quella civile e morale. Se così avverrà, vorrà dire che veramente le elezioni del 13 e 14 aprile hanno chiuso un’epoca a aperto la strada a una normalità di rapporto non soltanto tra maggioranza e opposizione parlamentari, tra governo in carica e governo ombra, ma anche tra Chiesa e Stato. Finalmente.

Gianteo Bordero

sabato 31 maggio 2008

IL TEVERE PIU' STRETTO

da Ragionpolitica.it del 31 maggio 2008

Nel giorno in cui giunge la conferma ufficiale dell'incontro che avrà luogo in Vaticano, il 6 giugno prossimo, tra Benedetto XVI e Silvio Berlusconi, Papa Ratzinger interviene all'Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana con un discorso che sancisce il recuperato rapporto tra Santa Sede e Stato italiano dopo i due burrascosi anni di governo Prodi e di maggioranza parlamentare di centrosinistra. Due anni nei quali - giova ricordarlo - sia dall'esecutivo che dalle forze che lo sostenevano alle Camere erano giunti numerosi attacchi nei confronti non soltanto del pontefice e della gerarchia, ma anche agli stessi principii e valori tanto cari alla Chiesa, in primis la vita e la famiglia (si pensi alla proposta di istituzione dei Dico, alla bozza di legge sul testamento biologico e, ultima in ordine di tempo, alla decisione dell'ex ministro della Salute, Livia Turco, di rivedere le linee guida della legge sulla fecondazione assistita snaturandone, di fatto, lo spirito). I rapporti non certo idilliaci tra il governo del «cattolico adulto» Romano Prodi e l'Unione da un lato e la Chiesa italiana dall'altro, del resto, si erano definitivamente incrinati con la mancata visita del Papa all'università La Sapienza, quando l'esecutivo non seppe garantire le condizioni di sicurezza e tranquillità per lo svolgimento dell'evento.

Tutti questi episodi, sommati insieme, avevano fatto sorgere oltre Tevere un atteggiamento di sospetto e di critica più o meno esplicita nei confronti del governo e della maggioranza, documentati dalle ripetute prese di posizione dei vertici della Cei e, per altro verso, da alcuni interventi dello Benedetto XVI. Come interpretare diversamente, ad esempio, il discorso del pontefice del 10 gennaio scorso, all'annuale incontro con gli amministratori locali di Roma e del Lazio, nel quale, di fronte all'ancora sindaco (ma già candidato presidente del Consiglio in pectore del Partito Democratico) Walter Veltroni, il Papa parlò di «gravissimo degrado di alcune aree» della Capitale?

E' chiaro, quindi, che il cambiamento degli equilibri politici dopo il voto del 13 e 14 aprile, l'esclusione dal parlamento di quei partiti che con più vigore avevano soffiato sul fuoco dell'anticlericalismo e del laicismo ideologico, l'insediamento al potere dello schieramento di centrodestra (da sempre sensibile ai temi propri della dottrina della Chiesa su vita, famiglia ed educazione) e il nuovo clima di dialogo instauratosi tra maggioranza ed opposizione non potevano che essere salutati con favore dalla Santa Sede e dalla Conferenza episcopale. Tanto che non solo il cardinal Bagnasco, nella sua prolusione all'Assemblea generale della Cei, ha auspicato «un periodo di operosa stabilità, al quale costruttivamente partecipino tutte le forze politiche, nei ruoli loro assegnati», ma anche lo stesso pontefice, nel suo discorso, ha di fatto benedetto i «segnali di un clima nuovo, più fiducioso e più costruttivo. Esso - ha affermato - è legato al profilarsi di rapporti più sereni tra le forze politiche e le istituzioni, in virtù di una percezione più viva delle responsabilità comuni per il futuro della Nazione». Anche se «questo clima ha bisogno di consolidarsi e potrebbe presto svanire, rappresenta però già di per sé una risorsa preziosa, che è compito di ciascuno, secondo il proprio ruolo e le proprie responsabilità, salvaguardare e rafforzare».

Parole inequivocabili, queste di Benedetto XVI, che fanno anche da cornice all'incontro del 6 giugno con Silvio Berlusconi. E' infatti consapevolezza comune del Papa e del presidente del Consiglio la necessità di una collaborazione fattiva tra tutte le forze politiche, economiche e sociali presenti sul territorio italiano per affrontare con qualche chance di vittoria i tanti problemi che affliggono il paese. «L'Italia - ha detto il pontefice nel suo intervento di fronte all'Assemblea della Cei - ha bisogno di uscire da un periodo difficile, nel quale è sembrato affievolirsi il dinamismo economico e sociale, è diminuita la fiducia nel futuro ed è cresciuto invece il senso di insicurezza per le condizioni di povertà di tante famiglie». Sono concetti che si collocano nella stessa direttrice sulla quale il leader del Popolo della Libertà ha condotto la sua campagna elettorale ed ha iniziato il cammino del suo quarto governo: far rialzare un'Italia sfiduciata e impaurita, ridare speranza ai cittadini che sperimentano ogni giorno sulla propria pelle le difficoltà legate al caro vita e ai bassi salari, rimettere in moto la locomotiva dello sviluppo e della crescita.

La Chiesa, per quanto la riguarda, è pronta, da un lato, a fare la sua parte negli ambiti in cui maggiori sono la sua presenza e il suo radicamento e, dall'altro, a mantenere alto il livello di guardia su quei principii «non negoziabili» che il Papa ha ribadito anche nel suo discorso alla Cei: la difesa della vita umana «in ogni momento e condizione, dal concepimento e dalla fase embrionale alle situazioni di malattia e di sofferenza e fino alla morte naturale», la tutela della famiglia fondata sul matrimonio con adeguati provvedimenti legislativi ed economici, la promozione della libertà scolastica e la valorizzazione di quelle realtà educative «suscitate da forze popolari multiple, preoccupate di interpretare le scelte educative delle singole famiglie». Benedetto XVI sa che su questi temi, con l'esecutivo Berlusconi in carica e con il centrodestra in maggioranza alle Camere, il confronto con lo Stato italiano e le sue istituzioni sarà molto più agevole rispetto ai due anni passati. E' quindi alle porte, anche tra governo e Chiesa italiana, una «nuova stagione» di dialogo e collaborazione, nella quale la politica e la Chiesa, ciascuna nel proprio ruolo e ambito d'azione e nel rispetto delle reciproche prerogative, si impegnino a realizzare il bene comune dell'Italia e degli italiani.

Gianteo Bordero

martedì 11 dicembre 2007

Il cilicio e la gogna
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" dell'11 dicembre 2007
Quando, in passato, ci è capitato di criticare da queste pagine la senatrice teodem Paola Binetti, le nostre obiezioni hanno sempre riguardato la sfera politica: ci siamo più volte chiesti come facesse l'ex presidente del comitato Scienza & Vita, che nel 2005 fu tra i maggiori protagonisti della campagna per l'astensione al referendum sulla fecondazione assistita, a portare avanti le sue posizioni e a combattere le sue battaglie...CONTINUA...

domenica 21 ottobre 2007

La forza di un percorso comune
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 20 ottobre 2007
Sembra un paradosso, eppure c'è una motivazione profonda alla base del consenso di buona parte dell'elettorato cattolico nei confronti di un partito laico come Forza Italia, nato nel ‘94 per «superare» la forma del partito confessionale che tanta fortuna ebbe nella prima Repubblica. Una motivazione che serve, oggi, anche per legittimare la posizione di coloro che, giustamente, si oppongono alla nascita...CONTINUA...

giovedì 18 ottobre 2007

La Cei, il Pd e le «suore democratiche»
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 18 ottobre 2007
In molte delle fotografie che nei giorni scorsi hanno immortalato le code ai seggi delle primarie del Pd si poteva subito notare la presenza di suore che pazientemente attendevano il loro turno per votare. Un fatto, questo, che non è piaciuto a monsignor Giuseppe Betori, numero due della Conferenza Episcopale italiana, il quale, intervistato ieri da Andrea Tornielli de «Il Giornale», ha manifestato...CONTINUA...

venerdì 25 maggio 2007

L'Italia di monsignor Bagnasco
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 24 maggio 2007
Molti commentatori, all'indomani della prima prolusione di monsignor Bagnasco all'Assemblea Generale della Cei, hanno scritto che il nuovo presidente dei vescovi italiani si distinguerebbe dal suo predecessore, il cardinale Camillo Ruini, per una impostazione più marcatamente «pastorale» e meno «politica». In realtà, leggendo il testo del discorso pronunciato da Bagnasco, è facile comprendere che ancora una volta...CONTINUA...

mercoledì 23 maggio 2007

Santoro vuole processare il Papa in diretta tv
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 22 maggio 2007
«Imputato Ratzinger, alzatevi». La sentenza è scritta. E non ci vuole molto a immaginare quale sia il verdetto: colpevole. Colpevole di aver tentato in tutti i modi di coprire, negli anni in cui è stato alla guida della Congregazione per la Dottrina della Fede, ex Sant'Uffizio, i preti che si sono macchiati di abusi sessuali nei confronti dei minori. La lettura del dispositivo di condanna andrà in onda, col consenso...CONTINUA...

lunedì 21 maggio 2007

Se non fossi cattolico, lo diventerei
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 20 maggio 2007
Se non fossi cattolico, lo diventerei. Soprattutto oggi, per due motivi. Uno contingente, l'altro sostanziale. Primo: perché non sopporto il vergognoso attacco lanciato da chi in questo momento detiene il potere mediatico e culturale nei confronti di una istituzione, la Chiesa, che non può rispondere che con la testimonianza e con l'appello alle coscienze. Sto dalla parte dei deboli, per questo...CONTINUA...

domenica 13 maggio 2007

Più famiglia, cioè più libertà
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 12 maggio 2007
In famiglia si nasce, in famiglia si ritorna e si vive, in famiglia si genera. La famiglia è il luogo della memoria e delle radici, di una storia che ci ha preceduto e che ci raggiunge, storia di legami, di fatiche, di valori e tradizioni. La famiglia è il luogo della maturità post-adolescenza, lo spazio dell'essere uomini a tutto tondo, uomini che nel qui ed ora accettano la responsabilità a cui tutte le cose grandi, come il matrimonio...CONTINUA...

mercoledì 9 maggio 2007

Il Family Day, lo spirito e la carne
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 8 maggio 2007
L'atteggiamento di molti cosiddetti «cattolici democratici» e di molti commentatori di cose religiose nei confronti del Family Day di sabato prossimo rivela un equivoco di fondo che permea la concezione del cristianesimo di tanti tra gli stessi credenti. Un gesto di rilevanza pubblica come quello del 12 maggio - si dice - rischia di fornire una immagine «politica» del cristianesimo che ne tradisce lo spirito...CONTINUA...

domenica 6 maggio 2007

La «crociata» comunista contro la Chiesa
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 5 maggio 2007
E' stata una reazione fuori dalle righe, quella dell'Osservatore Romano al monologo di Andrea Rivera dal palco del concertone sindacale del primo maggio? Forse sì, forse no. Il punto è cercare di capire se le dure parole del quotidiano della Santa Sede abbiano un qualche fondamento in rebus o se, al contrario, evochino fantasmi immaginari, creati all'uopo per alimentare un sentimento di vittimismo...CONTINUA...

lunedì 16 aprile 2007

Antagonismo anarchico e laicismo ideologico:
miscela esplosiva
di Gianteo Bordero
da "Avanti!" del 15 aprile 2007
Nella vicenda delle scritte e delle minacce murali contro il nuovo presidente della Cei, il monsignore Angelo Bagnasco, ci sono almeno due elementi che destano preoccupazione e che devono far riflettere. Primo: l’epicentro dell’attacco al presule è quella città, Genova, che già nel passato si è rivelata essere culla e nutrice di movimenti violenti ed eversivi - basti pensare ai moti contro il governo Tambroni nel 1960, alla nascita...CONTINUA...