da Ragionpolitica.it dell'8 luglio 2010
Il mitico e mitizzato «Terzo Polo», di cui oggi si torna ancora una volta a parlare, è il sogno perpetuo di tutti quei politici che, con la testa e con il cuore, sono rimasti fermi alla Prima Repubblica. Cioè a quando i governi e i presidenti del Consiglio non li sceglievano i cittadini col voto, bensì le segreterie di partito. Le quali, dopo ogni tornata elettorale, si sedevano a tavolino e, come piccoli alchimisti, cercavano la formula giusta e i numeri necessari per mettere in piedi un esecutivo.
Quel tempo - piaccia o no - è finito sedici anni fa, nel 1994, quando un imprenditore brianzolo di nome Silvio Berlusconi decise, dopo lo tsunami di Mani Pulite e di fronte alla prospettiva di un'inquietante ascesa al potere della «gioiosa macchina da guerra» organizzata dal partito post-comunista, di gettarsi nella mischia e di creare un «Polo» alternativo a quello della sinistra uscita miracolosamente indenne dalle inchieste giudiziarie. Da lì, anche grazie al sistema elettorale maggioritario che si era affermato nei referendum Segni del 1993, prese finalmente forma anche nel nostro paese il bipolarismo tipico delle democrazie più evolute, in cui si fronteggiano due schieramenti distinti e distanti per idee, obbiettivi, cultura politica. Tali schieramenti si presentano agli elettori chiedendo la fiducia sulla base di un programma di governo ben definito, e per così dire «incarnato» dalla figura del leader della coalizione. Non più, dunque, estenuanti liturgie di palazzo e bizantinismi di vario genere per decidere consociativamente, nelle segrete stanze di partito, a chi affidare la guida del paese, bensì la scelta diretta, da parte dei cittadini, di uno schieramento, di un leader, di un programma e, in sostanza, dello stesso governo.
Ma - osservano oggi i terzopolisti di ogni ordine e grado - negli scorsi tre lustri le due coalizioni si sono spesso dimostrate politicamente fragili, litigiose e non in grado di reggere la prova di un'intera legislatura (solo la Casa delle Libertà ci è riuscita negli anni 2001-2006). Ergo - ne deducono - bisogna buttare via il bambino assieme all'acqua sporca, cioè mettere sotto accusa il bipolarismo in quanto tale, il sistema dell'alternanza tra centrodestra e centrosinistra, scrivere una nuova legge elettorale che con qualche astruso meccanismo permetta al «Terzo Polo» antibipolare di prendere più potere con meno voti, di insediarsi a palazzo sol in nome di un superiore senso di «responsabilità nazionale». Come se i cittadini fossero incapaci di intendere e di volere e occorresse un partito di illuminati per raddrizzare le loro scelte sbagliate e testardamente fossilizzate sulla scelta tra destra e sinistra. Popolo bue.
Quello che i fautori del Terzo Polo non comprendono è che i difetti di quella che è stata chiamata «Seconda Repubblica» non sono imputabili al bipolarismo in sé considerato, ma sono dovuti semmai alle iniezioni del vecchio sistema nel nuovo. A partire, ad esempio, dalla sciagurata scelta del «Mattarellum», che si fece beffe del referendum Segni introducendo una quota di proporzionale nel nuovo metodo di voto e aprì la strada a una frammentazione che oggi è stata superata solo grazie all'evoluzione in senso ancor più bipolare delle due coalizioni (2008).
Insomma, come in ogni processo politico di grande portata bisogna dare tempo al tempo, lasciare che le cose maturino, operando per correggere le criticità che man mano emergono. Senza catastrofismi, senza invocare a ogni piè sospinto il ritorno al passato, senza evocare un giorno sì e l'altro pure il motto «si stava meglio quando si stava peggio». La qual cosa può essere vera per certi terzopolisti ora finiti ai margini del panorama politico, ma di sicuro non per la stragrande maggioranza degli elettori, che di giochi e giochetti di palazzo non ne può davvero più.
Gianteo Bordero
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giovedì 8 luglio 2010
mercoledì 17 febbraio 2010
I TEODEM DALLA PADELLA ALLA BRACE
da Ragionpolitica.it del 17 febbraio 2010
Dopo l'addio di Paola Binetti al Pd a causa della sua «deriva zapaterista», è chiaro quali siano i cattolici che ancora hanno diritto di cittadinanza all'interno del partito guidato da Bersani: i cari, vecchi e affidabili «cattolici democratici». Quelli che, desiderosi di dimostrare il loro non essere supini di fronte al magistero di Santa Romana Chiesa, si allineano senza difficoltà alle posizioni laiciste della sinistra sui temi sociali e soprattutto bioetici.
Sono i cattolici alla Dario Franceschini, che nel 2007, da capogruppo della Margherita alla Camera, scrisse una lettera ai vescovi per annunciare che sessanta parlamentari cattolici del centrosinistra non avrebbero seguito le indicazioni della CEI sulla questione del riconoscimento giuridico delle coppie di fatto. Sono i cattolici alla Rosy Bindi, che da ministro della Famiglia (sic!) del secondo governo Prodi si fece promotrice, sempre in tema di coppie di fatto, del famigerato disegno di legge denominato «DICO», poi decaduto per l'aut-aut di Clemente Mastella ma che, se approvato, avrebbe concesso alle unioni di fatto, anche omosessuali, i medesimi diritti - senza una previsione dei corrispettivi doveri - previsti per coloro che contraggono matrimonio. Sono, ancora, i cattolici alla Romano Prodi, che ai tempi del referendum sulla procreazione assistita (2005), a chi gli chiedeva se avrebbe osservato la linea astensionista promossa dall'allora presidente della Conferenza Episcopale, cardinale Camillo Ruini, rispose che lui era un «cattolico adulto» e che, come tale, sarebbe andato responsabilmente a votare - lasciando così intendere che coloro che fossero rimasti fedeli alle indicazioni della Chiesa avrebbero dovuto essere definiti «cattolici immaturi» o, per usare l'espressione coniata da Francesco Cossiga, «cattolici infanti».
Sono dunque questi - i Franceschini, le Bindi, i Prodi - i cattolici che possono ancora trovare spazio nel Pd. Tutti gli altri, cioè coloro che non vogliono abdicare alla mentalità radicale e laicista che ormai domina all'interno del centrosinistra, sono condannati alla totale minorità politica e culturale, trattati alla stregua di appestati da evitare ad ogni costo e messi alla gogna come servi del Vaticano o cose simili. E' quindi inevitabile che essi decidano, ad un certo punto, di levare il disturbo. Cercando di mettersi in proprio (come ha fatto Francesco Rutelli) o di accasarsi altrove (come hanno fatto Renzo Lusetti, Dorina Bianchi, Enzo Carra e oggi Paola Binetti, tutti passati all'Unione di Centro).
Ma se, da un lato, è certo che oggi esiste una «questione cattolica» grande come una montagna nel Pd, cioè in un partito che aveva fatto del connubio tra cattolici di sinistra e postcomunisti la sua stessa ragion d'essere, e se è altrettanto evidente che Pier Luigi Bersani non sembra in grado di dare una risposta credibile a tale questione, dall'altro lato occorre interrogarsi circa le reali prospettive aperte dall'approdo di gran parte dei suddetti «teodem» nell'Udc di Casini. Un primo elemento su cui riflettere lo fornisce il quotidiano della CEI, Avvenire, con un editoriale di Sergio Soave pubblicato martedì, nel quale si afferma che «c'è chi pensa che in questo modo si realizzi un progetto strategico attribuito a Bersani, quello di lasciare fuori dal partito i settori moderati e cattolici, per poi recuperarli "dall'esterno" con un'alleanza organica con l'Udc. Però - osserva giustamente Soave - è proprio sul terreno delle alleanze che si sono determinate le condizioni per l'abbandono di Binetti e di altri».
Ma occorre andare oltre e chiedersi, proprio in forza dei rilievi fatti propri dal giornale dei vescovi, se l'adesione dei «teodem» all'Unione di Centro non costituisca, nelle presenti circostanze, il classico caso di passaggio «dalla padella alla brace». Prendiamo ancora ad esempio la vicenda di Paola Binetti, la quale ha dichiarato che la goccia che ha fatto traboccare il vaso e l'ha spinta ad abbandonare il Pd è stata la scelta di Bersani di sostenere la radicale Bonino nella corsa per la presidenza alla Regione Lazio. Se le cose stanno davvero così, allora potremmo domandare alla Binetti che cosa ne pensi della decisione dell'Udc di allearsi in Piemonte con un'altra radicale senza se e senza ma, Mercedes Bresso, protagonista anch'ella di battaglie campali contro le posizioni espresse dai «teodem» (si veda, su tutte, la vicenda di Eluana Englaro). Non si capisce perché la presenza dei radicali venga usata a Roma come motivo per far le valigie ed andarsene dal Pd e invece a Torino venga tollerata in quanto scelta dal nuovo partito. Peraltro, sul «caso Piemonte» e sulla scelta di Casini di appoggiare la Bresso era stato lo stesso Avvenire ad usare qualche giorno fa parole molto dure, definendo tale scelta, sempre attraverso la penna di Sergio Soave, «contraddittoria» e ispirata da un mero «utilitarismo elettorale». Urgono chiarimenti.
Infine, è lecito nutrire più di un dubbio sul fatto che l'adesione all'Unione di Centro rappresenti oggi il modo migliore, per i «teodem», per difendere e tutelare i principi e i valori enunciati dalla dottrina sociale e morale della Chiesa. Innanzitutto perché, nell'attuale quadro bipolare, la «ridotta cattolica» centrista dell'Udc si trova, con il suo 6%, in una posizione fortemente minoritaria - cosa che espone il partito di Casini al rischio dell'ininfluenza. E poi perché, dopo la copiosa migrazione di suoi esponenti verso il Pdl nel 2008, l'Unione di Centro ha cambiato volto sul territorio, affidandosi in molti casi non a fantomatici campioni del cattolicesimo identitario e papalino, bensì a signori delle tessere locali, talvolta provenienti dalla Margherita, e interessati più al gioco delle poltrone che alla definizione di quella politica dei valori sbandierata a parole da Pier Ferdinando Casini. Considerato tutto ciò, riesce difficile immaginare che i sogni di gloria cattolica che hanno spinto parlamentari del Pd come la Binetti ad accasarsi nell'Udc si trasformino in realtà. Anche perché è già apparso chiaro che chi vuole portare avanti concretamente la buona battaglia della difesa della vita e della famiglia trova molto più spazio politico e possibilità di azione concreta nel Popolo della Libertà.
Gianteo Bordero
Dopo l'addio di Paola Binetti al Pd a causa della sua «deriva zapaterista», è chiaro quali siano i cattolici che ancora hanno diritto di cittadinanza all'interno del partito guidato da Bersani: i cari, vecchi e affidabili «cattolici democratici». Quelli che, desiderosi di dimostrare il loro non essere supini di fronte al magistero di Santa Romana Chiesa, si allineano senza difficoltà alle posizioni laiciste della sinistra sui temi sociali e soprattutto bioetici.
Sono i cattolici alla Dario Franceschini, che nel 2007, da capogruppo della Margherita alla Camera, scrisse una lettera ai vescovi per annunciare che sessanta parlamentari cattolici del centrosinistra non avrebbero seguito le indicazioni della CEI sulla questione del riconoscimento giuridico delle coppie di fatto. Sono i cattolici alla Rosy Bindi, che da ministro della Famiglia (sic!) del secondo governo Prodi si fece promotrice, sempre in tema di coppie di fatto, del famigerato disegno di legge denominato «DICO», poi decaduto per l'aut-aut di Clemente Mastella ma che, se approvato, avrebbe concesso alle unioni di fatto, anche omosessuali, i medesimi diritti - senza una previsione dei corrispettivi doveri - previsti per coloro che contraggono matrimonio. Sono, ancora, i cattolici alla Romano Prodi, che ai tempi del referendum sulla procreazione assistita (2005), a chi gli chiedeva se avrebbe osservato la linea astensionista promossa dall'allora presidente della Conferenza Episcopale, cardinale Camillo Ruini, rispose che lui era un «cattolico adulto» e che, come tale, sarebbe andato responsabilmente a votare - lasciando così intendere che coloro che fossero rimasti fedeli alle indicazioni della Chiesa avrebbero dovuto essere definiti «cattolici immaturi» o, per usare l'espressione coniata da Francesco Cossiga, «cattolici infanti».
Sono dunque questi - i Franceschini, le Bindi, i Prodi - i cattolici che possono ancora trovare spazio nel Pd. Tutti gli altri, cioè coloro che non vogliono abdicare alla mentalità radicale e laicista che ormai domina all'interno del centrosinistra, sono condannati alla totale minorità politica e culturale, trattati alla stregua di appestati da evitare ad ogni costo e messi alla gogna come servi del Vaticano o cose simili. E' quindi inevitabile che essi decidano, ad un certo punto, di levare il disturbo. Cercando di mettersi in proprio (come ha fatto Francesco Rutelli) o di accasarsi altrove (come hanno fatto Renzo Lusetti, Dorina Bianchi, Enzo Carra e oggi Paola Binetti, tutti passati all'Unione di Centro).
Ma se, da un lato, è certo che oggi esiste una «questione cattolica» grande come una montagna nel Pd, cioè in un partito che aveva fatto del connubio tra cattolici di sinistra e postcomunisti la sua stessa ragion d'essere, e se è altrettanto evidente che Pier Luigi Bersani non sembra in grado di dare una risposta credibile a tale questione, dall'altro lato occorre interrogarsi circa le reali prospettive aperte dall'approdo di gran parte dei suddetti «teodem» nell'Udc di Casini. Un primo elemento su cui riflettere lo fornisce il quotidiano della CEI, Avvenire, con un editoriale di Sergio Soave pubblicato martedì, nel quale si afferma che «c'è chi pensa che in questo modo si realizzi un progetto strategico attribuito a Bersani, quello di lasciare fuori dal partito i settori moderati e cattolici, per poi recuperarli "dall'esterno" con un'alleanza organica con l'Udc. Però - osserva giustamente Soave - è proprio sul terreno delle alleanze che si sono determinate le condizioni per l'abbandono di Binetti e di altri».
Ma occorre andare oltre e chiedersi, proprio in forza dei rilievi fatti propri dal giornale dei vescovi, se l'adesione dei «teodem» all'Unione di Centro non costituisca, nelle presenti circostanze, il classico caso di passaggio «dalla padella alla brace». Prendiamo ancora ad esempio la vicenda di Paola Binetti, la quale ha dichiarato che la goccia che ha fatto traboccare il vaso e l'ha spinta ad abbandonare il Pd è stata la scelta di Bersani di sostenere la radicale Bonino nella corsa per la presidenza alla Regione Lazio. Se le cose stanno davvero così, allora potremmo domandare alla Binetti che cosa ne pensi della decisione dell'Udc di allearsi in Piemonte con un'altra radicale senza se e senza ma, Mercedes Bresso, protagonista anch'ella di battaglie campali contro le posizioni espresse dai «teodem» (si veda, su tutte, la vicenda di Eluana Englaro). Non si capisce perché la presenza dei radicali venga usata a Roma come motivo per far le valigie ed andarsene dal Pd e invece a Torino venga tollerata in quanto scelta dal nuovo partito. Peraltro, sul «caso Piemonte» e sulla scelta di Casini di appoggiare la Bresso era stato lo stesso Avvenire ad usare qualche giorno fa parole molto dure, definendo tale scelta, sempre attraverso la penna di Sergio Soave, «contraddittoria» e ispirata da un mero «utilitarismo elettorale». Urgono chiarimenti.
Infine, è lecito nutrire più di un dubbio sul fatto che l'adesione all'Unione di Centro rappresenti oggi il modo migliore, per i «teodem», per difendere e tutelare i principi e i valori enunciati dalla dottrina sociale e morale della Chiesa. Innanzitutto perché, nell'attuale quadro bipolare, la «ridotta cattolica» centrista dell'Udc si trova, con il suo 6%, in una posizione fortemente minoritaria - cosa che espone il partito di Casini al rischio dell'ininfluenza. E poi perché, dopo la copiosa migrazione di suoi esponenti verso il Pdl nel 2008, l'Unione di Centro ha cambiato volto sul territorio, affidandosi in molti casi non a fantomatici campioni del cattolicesimo identitario e papalino, bensì a signori delle tessere locali, talvolta provenienti dalla Margherita, e interessati più al gioco delle poltrone che alla definizione di quella politica dei valori sbandierata a parole da Pier Ferdinando Casini. Considerato tutto ciò, riesce difficile immaginare che i sogni di gloria cattolica che hanno spinto parlamentari del Pd come la Binetti ad accasarsi nell'Udc si trasformino in realtà. Anche perché è già apparso chiaro che chi vuole portare avanti concretamente la buona battaglia della difesa della vita e della famiglia trova molto più spazio politico e possibilità di azione concreta nel Popolo della Libertà.
Gianteo Bordero
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mercoledì 3 febbraio 2010
SESTRI LEVANTE. LE CONTRADDIZIONI DELL'UDC
CONSIGLIO COMUNALE DI SESTRI LEVANTE
GIANTEO BORDERO
CAPOGRUPPO CONSILIARE DEL “POPOLO DELLA LIBERTÀ”
COMUNICATO STAMPA DEL 3 FEBBRAIO 2010
I numeri non sono opinabili. I risultati delle elezioni comunali a Sestri Levante dell’aprile 2008 parlano chiaro: l’Unione di Centro non avrebbe avuto diritto a un consigliere comunale. Se oggi l’Udc ha un rappresentante in Consiglio è soltanto per il passaggio al partito di Casini del consigliere Ianni, già candidato sindaco contro Lavarello, già fondatore a Sestri Levante del Circolo della Libertà berlusconiano, già tesserato di Forza Italia nonché membro del direttivo cittadino e del coordinamento provinciale del medesimo partito.
E allora vediamoli, questi numeri. Le liste che nel 2008 sostenevano Ianni, allora candidato sindaco del centrodestra, ottennero i seguenti risultati alle amministrative di aprile: il Popolo della Libertà conquistò 1.813 voti, pari al 16,6%; la Lega Nord 435 voti, pari al 4%; l’Udc 387 voti, pari al 3,5%. I conti, sulla base della legge elettorale comunale vigente, sono presto fatti: al centrodestra spettano 4 consiglieri: uno è il candidato sindaco sconfitto al ballottaggio, che entra come espressione di tutta la coalizione, mentre gli altri 3, secondo il metodo di assegnazione previsto dalla legge, vanno al Pdl. Nel caso di ipotetiche dimissioni del candidato sindaco sconfitto, la legge prevede che il posto vacante venga assegnato alla coalizione che lo ha sostenuto e, in particolare, al partito della coalizione che ne ha diritto: numeri alla mano, tale seggio andrebbe non all’Udc, ma ancora una volta al Popolo della Libertà.
Ora, si dà il caso che il recente accordo su base regionale tra l’Unione di Centro e il candidato della sinistra alla presidenza della Liguria collochi il partito a cui oggi appartiene il consigliere Ianni in una posizione opposta a quella in cui esso si trovava al momento delle elezioni comunali, nelle quali si era schierato al fianco del centrodestra. In seguito a ciò, lo schieramento di centrodestra nel Consiglio Comunale di Sestri Levante, che, come detto, in seguito al voto dell’aprile 2008 aveva ottenuto 4 consiglieri, oggi, a causa delle scelte ondivaghe e contraddittorie dell’Unione di Centro, rischia di vedere falsato il risultato elettorale di due anni fa.
Ma non è soltanto una questione partitica: è innanzitutto una questione di rispetto della volontà popolare e quindi della democrazia. La domanda sorge spontanea: il consigliere Ianni, che ha ricevuto dai cittadini di Sestri il mandato di fare opposizione alla Giunta Lavarello, pensa di poter portare avanti tale mandato di opposizione dopo che il suo attuale partito e i suoi massimi dirigenti hanno siglato un ampio patto politico regionale col centrosinistra, cioè con lo stesso schieramento a cui appartiene il sindaco di Sestri Levante? E non ritiene quantomeno anomalo che il candidato alla presidenza della Regione che egli sostiene, il già Pci-Pds-Ds Claudio Burlando, sia lo stesso a cui stanno dando il loro appoggio il sindaco Lavarello e i partiti della maggioranza consiliare di Sestri, nonché i partiti dell’estrema sinistra che sono portatori di valori opposti a quelli che a parole dice di voler promuovere l’Udc?
A Ianni vorrei ricordare quanto dichiarò in Consiglio Comunale, l’11 luglio del 2007, il consigliere Massimo Bixio - anch’egli candidato sindaco del centrodestra alle elezioni del 2003 - nel momento in cui decise di intraprendere un altro percorso politico, che lo ha poi portato ad aderire al Partito Democratico e ad entrare nella Giunta Lavarello, come assessore alla viabilità, nel mandato amministrativo che ha preso il via nel 2008: “Ho deciso - disse Bixio - di dimettermi dalla mia carica di consigliere comunale perché non mi sento più di rappresentare quell’elettorato grazie al quale sono stato seduto in questi anni in questo Consiglio Comunale”. Ianni, fino al momento del suo passaggio all’Udc, ha più volte pubblicamente deprecato, con parole dure, il cambio di schieramento di Bixio. Sarebbe interessante sapere che cosa ne pensi oggi.
Gianteo Bordero
GIANTEO BORDERO
CAPOGRUPPO CONSILIARE DEL “POPOLO DELLA LIBERTÀ”
COMUNICATO STAMPA DEL 3 FEBBRAIO 2010
I numeri non sono opinabili. I risultati delle elezioni comunali a Sestri Levante dell’aprile 2008 parlano chiaro: l’Unione di Centro non avrebbe avuto diritto a un consigliere comunale. Se oggi l’Udc ha un rappresentante in Consiglio è soltanto per il passaggio al partito di Casini del consigliere Ianni, già candidato sindaco contro Lavarello, già fondatore a Sestri Levante del Circolo della Libertà berlusconiano, già tesserato di Forza Italia nonché membro del direttivo cittadino e del coordinamento provinciale del medesimo partito.
E allora vediamoli, questi numeri. Le liste che nel 2008 sostenevano Ianni, allora candidato sindaco del centrodestra, ottennero i seguenti risultati alle amministrative di aprile: il Popolo della Libertà conquistò 1.813 voti, pari al 16,6%; la Lega Nord 435 voti, pari al 4%; l’Udc 387 voti, pari al 3,5%. I conti, sulla base della legge elettorale comunale vigente, sono presto fatti: al centrodestra spettano 4 consiglieri: uno è il candidato sindaco sconfitto al ballottaggio, che entra come espressione di tutta la coalizione, mentre gli altri 3, secondo il metodo di assegnazione previsto dalla legge, vanno al Pdl. Nel caso di ipotetiche dimissioni del candidato sindaco sconfitto, la legge prevede che il posto vacante venga assegnato alla coalizione che lo ha sostenuto e, in particolare, al partito della coalizione che ne ha diritto: numeri alla mano, tale seggio andrebbe non all’Udc, ma ancora una volta al Popolo della Libertà.
Ora, si dà il caso che il recente accordo su base regionale tra l’Unione di Centro e il candidato della sinistra alla presidenza della Liguria collochi il partito a cui oggi appartiene il consigliere Ianni in una posizione opposta a quella in cui esso si trovava al momento delle elezioni comunali, nelle quali si era schierato al fianco del centrodestra. In seguito a ciò, lo schieramento di centrodestra nel Consiglio Comunale di Sestri Levante, che, come detto, in seguito al voto dell’aprile 2008 aveva ottenuto 4 consiglieri, oggi, a causa delle scelte ondivaghe e contraddittorie dell’Unione di Centro, rischia di vedere falsato il risultato elettorale di due anni fa.
Ma non è soltanto una questione partitica: è innanzitutto una questione di rispetto della volontà popolare e quindi della democrazia. La domanda sorge spontanea: il consigliere Ianni, che ha ricevuto dai cittadini di Sestri il mandato di fare opposizione alla Giunta Lavarello, pensa di poter portare avanti tale mandato di opposizione dopo che il suo attuale partito e i suoi massimi dirigenti hanno siglato un ampio patto politico regionale col centrosinistra, cioè con lo stesso schieramento a cui appartiene il sindaco di Sestri Levante? E non ritiene quantomeno anomalo che il candidato alla presidenza della Regione che egli sostiene, il già Pci-Pds-Ds Claudio Burlando, sia lo stesso a cui stanno dando il loro appoggio il sindaco Lavarello e i partiti della maggioranza consiliare di Sestri, nonché i partiti dell’estrema sinistra che sono portatori di valori opposti a quelli che a parole dice di voler promuovere l’Udc?
A Ianni vorrei ricordare quanto dichiarò in Consiglio Comunale, l’11 luglio del 2007, il consigliere Massimo Bixio - anch’egli candidato sindaco del centrodestra alle elezioni del 2003 - nel momento in cui decise di intraprendere un altro percorso politico, che lo ha poi portato ad aderire al Partito Democratico e ad entrare nella Giunta Lavarello, come assessore alla viabilità, nel mandato amministrativo che ha preso il via nel 2008: “Ho deciso - disse Bixio - di dimettermi dalla mia carica di consigliere comunale perché non mi sento più di rappresentare quell’elettorato grazie al quale sono stato seduto in questi anni in questo Consiglio Comunale”. Ianni, fino al momento del suo passaggio all’Udc, ha più volte pubblicamente deprecato, con parole dure, il cambio di schieramento di Bixio. Sarebbe interessante sapere che cosa ne pensi oggi.
Gianteo Bordero
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lunedì 1 febbraio 2010
CASINI UTILITARISTA. PAROLA DI «AVVENIRE»
da Ragionpolitica.it del 1° febbraio 2010
Con un editoriale a firma di Sergio Soave pubblicato lo scorso sabato, il quotidiano della Conferenza Episcopale italiana, Avvenire, ha smascherato e chiamato col suo nome la strategia dell'Udc in vista delle elezioni regionali del prossimo marzo. L'articolo è tanto più importante se si tiene conto del fatto che il giornale dei vescovi ha sempre avuto un occhio di riguardo nei confronti dell'Unione di Centro, cioè di un partito che ha fatto (almeno a parole) dei valori cristiani e della fedeltà alla tradizione del cattolicesimo politico italiano la sua stessa ragion d'essere, il fiore all'occhiello per attrarre a sé un'ampia fetta dell'elettorato cattolico. Un atteggiamento benevolo, quello di Avvenire nei confronti del partito di Pier Ferdinando Casini, che è andato rafforzandosi negli ultimi due anni, ossia dal momento della scelta dell'Udc di correre da sola alle elezioni politiche del 2008 issando la bandiera dell'orgoglio scudocrociato e non accettando di entrare a far parte del Popolo della Libertà - un partito che pure condivide con l'Udc l'attenzione ai temi bioetici e alla dottrina sociale della Chiesa, nonché l'appartenenza al Partito Popolare europeo. Per tutti questi motivi assume ancor più peso l'editoriale apparso sul quotidiano della CEI il 30 gennaio.
Analizzando l'attuale quadro politico alla luce della scadenza elettorale di marzo, Sergio Soave annota che la fase di definizione delle alleanze e delle candidature per il rinnovo delle amministrazioni regionali poteva offrire «un'occasione difficilmente ripetibile all'Udc che, collocandosi al centro e fuori dai due schieramenti poteva massimizzare il suo potere di coalizione senza essere costretta a intese globali e subalterne. D'altra parte la capacità dei centristi di raccogliere consensi più ampi nel voto locale rispetto a quello nazionale conferiva una certa base concreta all'aspirazione di Pier Ferdinando Casini di esercitare una significativa centralità politica». Ma - ecco il punto - «questo obiettivo, a conti fatti, pare sia stato gestito puntando più a un risultato numerico atteso (e naturalmente non garantito) che all'affermazione di un'autonomia politica basata su valori esplicitamente proclamati». In sostanza, secondo l'Avvenire, vi è stato da parte dell'Unione di Centro un tradimento in piena regola dello statuto ontologico del partito, cioè di quell'autonomia dagli schieramenti nel nome dei valori rivendicata in questi anni con orgoglio da Casini. Insomma, l'impressione che ha dato in questo frangente politico il leader dell'Udc è di aver compiuto le scelte strategiche unicamente sulla base di una logica di potere, mettendo in secondo piano i principi che stanno alla base del partito. Soave cita, su tutti, l'esempio del Piemonte, dove «l'esasperazione della polemica con la Lega Nord» ha portato l'Udc a una «scelta contraddittoria»: «schierarsi, fianco a fianco con i radicali di Pannella e Bonino», a sostegno della giunta di Mercedes Bresso, contro cui «negli ultimi anni i centristi avevano condotto battaglie asperrime a causa dell'orientamento laicista e lassista sulle questioni eticamente sensibili».
In forza di tali considerazioni, l'editorialista del quotidiano dei vescovi accusa l'Unione di Centro di essersi mossa in maniera «utilitaristica», senza alcuna reale prospettiva culturale e politica di ampio respiro, ma avendo come unico scopo quello della «vittoria» fine a se stessa. Scrive Soave: «L'accento posto sull'utilitarismo della vittoria rischia in qualche caso di indebolire il segno identitario del "noi", la visibilità di un'ispirazione cristiana pur ufficialmente esibita». Più chiaro di così...
Con questo articolo, infine, Avvenire contribuisce a smantellare un equivoco ricorrente nelle analisi riguardanti la politica italiana: quello dell'equivalenza tra centrismo e cattolicesimo politico, come se il primo fosse la conditio sine qua non per poter far esistere, nel nostro paese, anche il secondo. Così appare invece chiaro che il cattolicesimo politico è una cultura che va ben oltre il centrismo e non si identifica necessariamente con questa opzione strategica. Tanto più se il centrismo, come dimostrano le scelte di Pier Ferdinando Casini in vista delle regionali, diventa un alibi per allearsi di volta in volta - appunto in maniera «utilitaristica» - con coloro che si pensa usciranno vincitori dalla competizione elettorale. Casini, col voto di marzo, potrà forse guadagnare qualche poltrona in più, ma quello che è certo è ciò che egli ha già perso: il sostegno pesante e importante del giornale dei vescovi, cioè di quella parte di mondo cattolico che fino ad oggi aveva visto in lui il paladino dei valori cristiani in politica. Non è poco.
Gianteo Bordero
Con un editoriale a firma di Sergio Soave pubblicato lo scorso sabato, il quotidiano della Conferenza Episcopale italiana, Avvenire, ha smascherato e chiamato col suo nome la strategia dell'Udc in vista delle elezioni regionali del prossimo marzo. L'articolo è tanto più importante se si tiene conto del fatto che il giornale dei vescovi ha sempre avuto un occhio di riguardo nei confronti dell'Unione di Centro, cioè di un partito che ha fatto (almeno a parole) dei valori cristiani e della fedeltà alla tradizione del cattolicesimo politico italiano la sua stessa ragion d'essere, il fiore all'occhiello per attrarre a sé un'ampia fetta dell'elettorato cattolico. Un atteggiamento benevolo, quello di Avvenire nei confronti del partito di Pier Ferdinando Casini, che è andato rafforzandosi negli ultimi due anni, ossia dal momento della scelta dell'Udc di correre da sola alle elezioni politiche del 2008 issando la bandiera dell'orgoglio scudocrociato e non accettando di entrare a far parte del Popolo della Libertà - un partito che pure condivide con l'Udc l'attenzione ai temi bioetici e alla dottrina sociale della Chiesa, nonché l'appartenenza al Partito Popolare europeo. Per tutti questi motivi assume ancor più peso l'editoriale apparso sul quotidiano della CEI il 30 gennaio.
Analizzando l'attuale quadro politico alla luce della scadenza elettorale di marzo, Sergio Soave annota che la fase di definizione delle alleanze e delle candidature per il rinnovo delle amministrazioni regionali poteva offrire «un'occasione difficilmente ripetibile all'Udc che, collocandosi al centro e fuori dai due schieramenti poteva massimizzare il suo potere di coalizione senza essere costretta a intese globali e subalterne. D'altra parte la capacità dei centristi di raccogliere consensi più ampi nel voto locale rispetto a quello nazionale conferiva una certa base concreta all'aspirazione di Pier Ferdinando Casini di esercitare una significativa centralità politica». Ma - ecco il punto - «questo obiettivo, a conti fatti, pare sia stato gestito puntando più a un risultato numerico atteso (e naturalmente non garantito) che all'affermazione di un'autonomia politica basata su valori esplicitamente proclamati». In sostanza, secondo l'Avvenire, vi è stato da parte dell'Unione di Centro un tradimento in piena regola dello statuto ontologico del partito, cioè di quell'autonomia dagli schieramenti nel nome dei valori rivendicata in questi anni con orgoglio da Casini. Insomma, l'impressione che ha dato in questo frangente politico il leader dell'Udc è di aver compiuto le scelte strategiche unicamente sulla base di una logica di potere, mettendo in secondo piano i principi che stanno alla base del partito. Soave cita, su tutti, l'esempio del Piemonte, dove «l'esasperazione della polemica con la Lega Nord» ha portato l'Udc a una «scelta contraddittoria»: «schierarsi, fianco a fianco con i radicali di Pannella e Bonino», a sostegno della giunta di Mercedes Bresso, contro cui «negli ultimi anni i centristi avevano condotto battaglie asperrime a causa dell'orientamento laicista e lassista sulle questioni eticamente sensibili».
In forza di tali considerazioni, l'editorialista del quotidiano dei vescovi accusa l'Unione di Centro di essersi mossa in maniera «utilitaristica», senza alcuna reale prospettiva culturale e politica di ampio respiro, ma avendo come unico scopo quello della «vittoria» fine a se stessa. Scrive Soave: «L'accento posto sull'utilitarismo della vittoria rischia in qualche caso di indebolire il segno identitario del "noi", la visibilità di un'ispirazione cristiana pur ufficialmente esibita». Più chiaro di così...
Con questo articolo, infine, Avvenire contribuisce a smantellare un equivoco ricorrente nelle analisi riguardanti la politica italiana: quello dell'equivalenza tra centrismo e cattolicesimo politico, come se il primo fosse la conditio sine qua non per poter far esistere, nel nostro paese, anche il secondo. Così appare invece chiaro che il cattolicesimo politico è una cultura che va ben oltre il centrismo e non si identifica necessariamente con questa opzione strategica. Tanto più se il centrismo, come dimostrano le scelte di Pier Ferdinando Casini in vista delle regionali, diventa un alibi per allearsi di volta in volta - appunto in maniera «utilitaristica» - con coloro che si pensa usciranno vincitori dalla competizione elettorale. Casini, col voto di marzo, potrà forse guadagnare qualche poltrona in più, ma quello che è certo è ciò che egli ha già perso: il sostegno pesante e importante del giornale dei vescovi, cioè di quella parte di mondo cattolico che fino ad oggi aveva visto in lui il paladino dei valori cristiani in politica. Non è poco.
Gianteo Bordero
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martedì 12 gennaio 2010
LA DEBOLE STRATEGIA DELL'UDC
da Ragionpolitica.it del 12 gennaio 2010
Il coordinatore nazionale del Pdl e ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, ha descritto con precisione, in un intervento pubblicato dalla Stampa il 9 gennaio, l'attuale strategia portata avanti dall'Udc di Pier Ferdinando Casini. Ha osservato Bondi: «Dal momento in cui ha scelto di non aderire al Pdl e di correre - con coraggio, va detto - un'avventura politica autonoma, l'ex esponente della Democrazia Cristiana ha fondato la sua politica unicamente sulla previsione dello sfaldamento, della disgregazione e della dissoluzione dell'attuale sistema politico. L'Udc scommette ancora una volta sul dopo Berlusconi, nella convinzione che solo Berlusconi mantiene in vita sia il Pd che il Pdl». Secondo il coordinatore del Popolo della Libertà, «si tratta in realtà di un'analisi grossolana e semplicistica dei cambiamenti avvenuti nel corso di questi ultimi vent'anni, sulla base di una certa superbia della politica, che alla fine si rivela soltanto velleitaria e inconcludente».
Per comprendere quanto l'analisi del ministro colga nel segno basta osservare le ultime mosse dell'Udc in vista della definizione delle alleanze per le elezioni regionali del marzo prossimo. Alleanze, come si suol dire, «a macchia di leopardo», che rispondono alla vecchia politica dei due forni, un po' di qua e un po' di là, con il fine - esplicitamente dichiarato dallo stesso Casini - di destrutturare l'attuale quadro bipolare. Così, se nel Lazio e in Calabria, ad esempio, l'Udc si dice pronta a sostenere i candidati governatori indicati dal centrodestra (Renata Polverini e Giuseppe Scopelliti), in Puglia e in Piemonte il partito centrista appoggerà i candidati del centrosinistra (Francesco Boccia - in verità ancora incerto - e Mercedes Bresso). In tutti i casi si tratta di scelte che puntano a portare scompiglio nei due schieramenti. Per quanto riguarda il centrodestra, infatti, Pier Ferdinando afferma di voler sostenere Polverini e Scoppeliti non in forza di un accordo politico con i partiti che compongono la coalizione, bensì in ragione della sola credibilità e autorevolezza dei candidati; detta fuor di politichese: il leader dell'Unione di Centro pensa che appoggiando due esponenti di spicco della cosiddetta «area finiana» del Pdl potrà smuovere le acque nel partito di maggioranza ed alterarne gli equilibri interni in direzione antiberlusconiana. Per quanto riguarda il centrosinistra, prendendo in esame soprattutto l'alleanza che si profila in Puglia, Casini mira a separare in maniera definitiva il Partito Democratico dalla sinistra radicale, spingendolo verso una nuova aggregazione che tagli fuori le estreme e si candidi a governare il paese dal centro, come la Democrazia Cristiana ai tempi della Prima Repubblica: sarebbe una nuova edizione del centro-sinistra (col trattino) alla quale, secondo il capo dell'Udc, potrebbero aggregarsi ampi settori del Popolo della Libertà dopo l'uscita di scena di Berlusconi.
Come si vede, il punto a cui tendono le variegate alleanze dell'Udc è sempre lo stesso (il «dopo-Berlusconi»), perché identico è il punto da cui esse si dipartono: l'idea che l'attuale bipolarismo sia una forma politica fittizia, che si regge soltanto sulla presenza del Cavaliere sulla scena e che è destinata a lasciare il posto al ritorno del bel tempo che fu. In sostanza, Casini è convinto che dopo Berlusconi il sistema fondato sul rapporto diretto tra leader degli schieramenti e popolo si sfalderà e tornerà in auge il primato dei partiti nel decidere le sorti della Repubblica e delle sue istituzioni - da qui la preferenza dell'Udc per un sistema elettorale di stampo tedesco, che faccia piazza pulita di ogni tendenza presidenzialista. Tirando le somme, Pier Ferdinando ritiene che quella che ha avuto inizio nel 1994 sia soltanto una (triste) parentesi per la storia politica italiana, che egli vede caratterizzata ontologicamente dalla centralità dei partiti e che ad essa deve sempre fare ritorno. Da qui la sua strategia volta a scomporre gli schieramenti e a seminare zizzania all'interno di essi.
Come Casini pensi di realizzare l'obiettivo finale di tale strategia è difficile a dirsi. Non soltanto perché i numeri vanno in direzione opposta da quella da lui indicata, con il 70% dei voti degli italiani che si concentra su due partiti alternativi in una logica tipica delle grandi democrazie, ma anche e soprattutto perché, come afferma Bondi, il leader dell'Udc non vede - o finge di non vedere - come negli ultimi sedici anni il paese sia cambiato e come gli elettori abbiano ormai abbracciato senza indugi la chiarezza insita in un moderno sistema bipolare, nel quale si contrappongono due grandi schieramenti diversi per programmi, storia e valori. Tutto il resto è caos.
Gianteo Bordero
Il coordinatore nazionale del Pdl e ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, ha descritto con precisione, in un intervento pubblicato dalla Stampa il 9 gennaio, l'attuale strategia portata avanti dall'Udc di Pier Ferdinando Casini. Ha osservato Bondi: «Dal momento in cui ha scelto di non aderire al Pdl e di correre - con coraggio, va detto - un'avventura politica autonoma, l'ex esponente della Democrazia Cristiana ha fondato la sua politica unicamente sulla previsione dello sfaldamento, della disgregazione e della dissoluzione dell'attuale sistema politico. L'Udc scommette ancora una volta sul dopo Berlusconi, nella convinzione che solo Berlusconi mantiene in vita sia il Pd che il Pdl». Secondo il coordinatore del Popolo della Libertà, «si tratta in realtà di un'analisi grossolana e semplicistica dei cambiamenti avvenuti nel corso di questi ultimi vent'anni, sulla base di una certa superbia della politica, che alla fine si rivela soltanto velleitaria e inconcludente».
Per comprendere quanto l'analisi del ministro colga nel segno basta osservare le ultime mosse dell'Udc in vista della definizione delle alleanze per le elezioni regionali del marzo prossimo. Alleanze, come si suol dire, «a macchia di leopardo», che rispondono alla vecchia politica dei due forni, un po' di qua e un po' di là, con il fine - esplicitamente dichiarato dallo stesso Casini - di destrutturare l'attuale quadro bipolare. Così, se nel Lazio e in Calabria, ad esempio, l'Udc si dice pronta a sostenere i candidati governatori indicati dal centrodestra (Renata Polverini e Giuseppe Scopelliti), in Puglia e in Piemonte il partito centrista appoggerà i candidati del centrosinistra (Francesco Boccia - in verità ancora incerto - e Mercedes Bresso). In tutti i casi si tratta di scelte che puntano a portare scompiglio nei due schieramenti. Per quanto riguarda il centrodestra, infatti, Pier Ferdinando afferma di voler sostenere Polverini e Scoppeliti non in forza di un accordo politico con i partiti che compongono la coalizione, bensì in ragione della sola credibilità e autorevolezza dei candidati; detta fuor di politichese: il leader dell'Unione di Centro pensa che appoggiando due esponenti di spicco della cosiddetta «area finiana» del Pdl potrà smuovere le acque nel partito di maggioranza ed alterarne gli equilibri interni in direzione antiberlusconiana. Per quanto riguarda il centrosinistra, prendendo in esame soprattutto l'alleanza che si profila in Puglia, Casini mira a separare in maniera definitiva il Partito Democratico dalla sinistra radicale, spingendolo verso una nuova aggregazione che tagli fuori le estreme e si candidi a governare il paese dal centro, come la Democrazia Cristiana ai tempi della Prima Repubblica: sarebbe una nuova edizione del centro-sinistra (col trattino) alla quale, secondo il capo dell'Udc, potrebbero aggregarsi ampi settori del Popolo della Libertà dopo l'uscita di scena di Berlusconi.
Come si vede, il punto a cui tendono le variegate alleanze dell'Udc è sempre lo stesso (il «dopo-Berlusconi»), perché identico è il punto da cui esse si dipartono: l'idea che l'attuale bipolarismo sia una forma politica fittizia, che si regge soltanto sulla presenza del Cavaliere sulla scena e che è destinata a lasciare il posto al ritorno del bel tempo che fu. In sostanza, Casini è convinto che dopo Berlusconi il sistema fondato sul rapporto diretto tra leader degli schieramenti e popolo si sfalderà e tornerà in auge il primato dei partiti nel decidere le sorti della Repubblica e delle sue istituzioni - da qui la preferenza dell'Udc per un sistema elettorale di stampo tedesco, che faccia piazza pulita di ogni tendenza presidenzialista. Tirando le somme, Pier Ferdinando ritiene che quella che ha avuto inizio nel 1994 sia soltanto una (triste) parentesi per la storia politica italiana, che egli vede caratterizzata ontologicamente dalla centralità dei partiti e che ad essa deve sempre fare ritorno. Da qui la sua strategia volta a scomporre gli schieramenti e a seminare zizzania all'interno di essi.
Come Casini pensi di realizzare l'obiettivo finale di tale strategia è difficile a dirsi. Non soltanto perché i numeri vanno in direzione opposta da quella da lui indicata, con il 70% dei voti degli italiani che si concentra su due partiti alternativi in una logica tipica delle grandi democrazie, ma anche e soprattutto perché, come afferma Bondi, il leader dell'Udc non vede - o finge di non vedere - come negli ultimi sedici anni il paese sia cambiato e come gli elettori abbiano ormai abbracciato senza indugi la chiarezza insita in un moderno sistema bipolare, nel quale si contrappongono due grandi schieramenti diversi per programmi, storia e valori. Tutto il resto è caos.
Gianteo Bordero
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martedì 15 dicembre 2009
LA “GRANDE ALLEANZA DEMOCRATICA”? FACCIAMOLA PER ISOLARE DI PIETRO
da Ragionpolitica.it del 15 dicembre 2009
Intervistato da La Stampa sabato scorso, Pier Ferdinando Casini aveva lanciato la proposta di una Grande Alleanza Democratica contro Berlusconi. Una sorta di riedizione del Comitato di Liberazione Nazionale che lottò contro il fascismo e il suo Duce: «Se Berlusconi vuole andare al voto anticipato - aveva detto il leader dell'Udc - sappia che si troverà di fronte uno schieramento repubblicano in difesa della democrazia». Una coalizione in cui mettere insieme, come nei bei tempi andati dell'Unione prodiana, tutti coloro che si oppongono all'uomo di Arcore. Nessuna piattaforma politica comune, nessuna idea condivisa sull'amministrazione del paese, nessun programma di governo, se non quello di cacciare da Palazzo Chigi il suo attuale inquilino. Il resto, come si suol dire, verrà dopo. Per disarcionare il Cavaliere il fondatore dell'Unione di Centro si era detto disposto a tutto. Anche ad allearsi con Antonio Di Pietro. Cioè con colui che, nel 1992-93, contribuì alla distruzione per via giudiziaria della Democrazia Cristiana (partito nel quale Casini militava) dopo averne messo alla gogna in diretta tv i principali dirigenti (tra cui il mentore politico dell'allora giovane Pierferdi, Arnaldo Forlani).
Probabilmente le parole di Casini al quotidiano torinese nascevano soltanto dall'esigenza tattica di scongiurare ogni ipotesi di elezioni anticipate e, più che una proposta, erano un avvertimento a Berlusconi a non lasciarsi ammaliare dalle sirene del «voto subito». Il fatto è che quelle dichiarazioni «tattiche» sono arrivate nel peggior momento possibile. E stupisce che un politico navigato, e che ha fatto della moderazione il suo fiore all'occhiello, non se ne sia reso conto. Soltanto il giorno prima, infatti, scendendo in piazza al fianco della Cgil, un urlante Di Pietro aveva annunciato ai quattro venti che «se il governo continua ad essere sordo ai bisogni dei cittadini, si andrà allo scontro di piazza, e lì ci scapperà l'azione violenta se il governo non si assume la responsabilità di rispondere ai bisogni del paese». Invece che cercare di spegnere l'incendio che il capo dell'Idv appiccava con le sue parole, Casini il giorno dopo si diceva disposto a stringere anche con lui, il nemico di sempre, il sacro patto antiberlusconiano in difesa della democrazia. E ancora domenica mattina ribadiva, in un'intervista rilasciata al Tg2: «Se Berlusconi pensa di intimorirci, di poter convertire la Repubblica in Monarchia, sappia che la nostra risposta sarà chiara, ferma ed univoca. Perché a proposte d'emergenza, soluzioni d'emergenza».
Se dunque sin da sabato le frasi pronunciate dal leader dell'Udc apparivano quanto mai fuori luogo e irresponsabili - considerato il pesante clima di scontro che già si respirava in seguito alle esternazioni di Di Pietro al corteo della Cgil e alle contestazioni dei centri sociali in Piazza Fontana -, dopo la violenta aggressione al presidente del Consiglio in piazza del Duomo e le vergognose parole di commento dell'ex pm («Io non voglio che ci si mai violenza, ma Berlusconi con i suoi comportamenti e il suo menefreghismo istiga alla violenza») le dichiarazioni di Casini alla Stampa e al Tg2 si sono rivelate totalmente prive di qualsivoglia senso della realtà e di polso della situazione. Fino al tardo pomeriggio di domenica Pier Ferdinando non ha fatto nulla per contribuire a placare gli animi e per gettare acqua sul fuoco delle sempre più scomposte polemiche contro il premier. Anzi, affermando che bisognava dar vita a un fronte unico «a presidio della democrazia» ha finito con lo scendere sullo stesso terreno demagogico e con l'usare gli stessi argomenti del leader dell'Idv. Un errore capitale, di cui è augurabile che Casini si sia reso conto dopo i fatti di piazza del Duomo.
Che dire quindi oggi al leader dell'Unione di Centro? Che la Grande Alleanza Democratica che egli ha auspicato è da organizzare non contro il presidente del Consiglio e contro un governo che porta avanti molte delle battaglie politiche già iniziate nella legislatura in cui il partito di Casini era alleato del Cavaliere, ma semmai per isolare Di Pietro e i suoi compagni, cioè tutti coloro che in questi giorni hanno dimostrato di che pasta (umana e politica) sono fatti, negando la loro piena solidarietà al premier e condannando con qualche «se» e con più di un «ma» quanto accaduto domenica a Milano. Dev'essere chiaro a tutti, e tanto più a un uomo intelligente ed esperto come Pier Ferdinando, che il nemico della democrazia non abita a Palazzo Chigi. Casini ha puntato lo sguardo dalla parte sbagliata.
Gianteo Bordero
Intervistato da La Stampa sabato scorso, Pier Ferdinando Casini aveva lanciato la proposta di una Grande Alleanza Democratica contro Berlusconi. Una sorta di riedizione del Comitato di Liberazione Nazionale che lottò contro il fascismo e il suo Duce: «Se Berlusconi vuole andare al voto anticipato - aveva detto il leader dell'Udc - sappia che si troverà di fronte uno schieramento repubblicano in difesa della democrazia». Una coalizione in cui mettere insieme, come nei bei tempi andati dell'Unione prodiana, tutti coloro che si oppongono all'uomo di Arcore. Nessuna piattaforma politica comune, nessuna idea condivisa sull'amministrazione del paese, nessun programma di governo, se non quello di cacciare da Palazzo Chigi il suo attuale inquilino. Il resto, come si suol dire, verrà dopo. Per disarcionare il Cavaliere il fondatore dell'Unione di Centro si era detto disposto a tutto. Anche ad allearsi con Antonio Di Pietro. Cioè con colui che, nel 1992-93, contribuì alla distruzione per via giudiziaria della Democrazia Cristiana (partito nel quale Casini militava) dopo averne messo alla gogna in diretta tv i principali dirigenti (tra cui il mentore politico dell'allora giovane Pierferdi, Arnaldo Forlani).
Probabilmente le parole di Casini al quotidiano torinese nascevano soltanto dall'esigenza tattica di scongiurare ogni ipotesi di elezioni anticipate e, più che una proposta, erano un avvertimento a Berlusconi a non lasciarsi ammaliare dalle sirene del «voto subito». Il fatto è che quelle dichiarazioni «tattiche» sono arrivate nel peggior momento possibile. E stupisce che un politico navigato, e che ha fatto della moderazione il suo fiore all'occhiello, non se ne sia reso conto. Soltanto il giorno prima, infatti, scendendo in piazza al fianco della Cgil, un urlante Di Pietro aveva annunciato ai quattro venti che «se il governo continua ad essere sordo ai bisogni dei cittadini, si andrà allo scontro di piazza, e lì ci scapperà l'azione violenta se il governo non si assume la responsabilità di rispondere ai bisogni del paese». Invece che cercare di spegnere l'incendio che il capo dell'Idv appiccava con le sue parole, Casini il giorno dopo si diceva disposto a stringere anche con lui, il nemico di sempre, il sacro patto antiberlusconiano in difesa della democrazia. E ancora domenica mattina ribadiva, in un'intervista rilasciata al Tg2: «Se Berlusconi pensa di intimorirci, di poter convertire la Repubblica in Monarchia, sappia che la nostra risposta sarà chiara, ferma ed univoca. Perché a proposte d'emergenza, soluzioni d'emergenza».
Se dunque sin da sabato le frasi pronunciate dal leader dell'Udc apparivano quanto mai fuori luogo e irresponsabili - considerato il pesante clima di scontro che già si respirava in seguito alle esternazioni di Di Pietro al corteo della Cgil e alle contestazioni dei centri sociali in Piazza Fontana -, dopo la violenta aggressione al presidente del Consiglio in piazza del Duomo e le vergognose parole di commento dell'ex pm («Io non voglio che ci si mai violenza, ma Berlusconi con i suoi comportamenti e il suo menefreghismo istiga alla violenza») le dichiarazioni di Casini alla Stampa e al Tg2 si sono rivelate totalmente prive di qualsivoglia senso della realtà e di polso della situazione. Fino al tardo pomeriggio di domenica Pier Ferdinando non ha fatto nulla per contribuire a placare gli animi e per gettare acqua sul fuoco delle sempre più scomposte polemiche contro il premier. Anzi, affermando che bisognava dar vita a un fronte unico «a presidio della democrazia» ha finito con lo scendere sullo stesso terreno demagogico e con l'usare gli stessi argomenti del leader dell'Idv. Un errore capitale, di cui è augurabile che Casini si sia reso conto dopo i fatti di piazza del Duomo.
Che dire quindi oggi al leader dell'Unione di Centro? Che la Grande Alleanza Democratica che egli ha auspicato è da organizzare non contro il presidente del Consiglio e contro un governo che porta avanti molte delle battaglie politiche già iniziate nella legislatura in cui il partito di Casini era alleato del Cavaliere, ma semmai per isolare Di Pietro e i suoi compagni, cioè tutti coloro che in questi giorni hanno dimostrato di che pasta (umana e politica) sono fatti, negando la loro piena solidarietà al premier e condannando con qualche «se» e con più di un «ma» quanto accaduto domenica a Milano. Dev'essere chiaro a tutti, e tanto più a un uomo intelligente ed esperto come Pier Ferdinando, che il nemico della democrazia non abita a Palazzo Chigi. Casini ha puntato lo sguardo dalla parte sbagliata.
Gianteo Bordero
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giovedì 30 luglio 2009
PERPLESSITÀ E DELUSIONE PER IL PASSAGGIO DELL'ONOREVOLE MONDELLO DAL PDL ALL'UDC
COMUNICATO STAMPA DEL 30 LUGLIO 2009
Apprendo con sorpresa e delusione la notizia del passaggio dell’onorevole Gabriella Mondello dal Popolo della Libertà all’Unione di Centro. Una decisione che lascia perplesso chi, come me, ha aderito con entusiasmo al progetto politico di Silvio Berlusconi in Forza Italia prima e ora nel Popolo della Libertà, e che oggi vede il deputato del suo collegio (finché i collegi sono esistiti) abbandonare il partito nelle cui fila era stato eletto.
Pur rimanendo ferma l’assenza di vincolo di mandato, ossia la libertà di un parlamentare di iscriversi al gruppo ritenuto più confacente alle sue idee politiche, fa comunque specie la scelta di non proseguire il cammino nel partito grazie al quale si è divenuti rappresentanti degli italiani.
Penso che la mia delusione sarà condivisa, a Sestri Levante, da tutti coloro che hanno conosciuto la Gabriella Mondello fiera militante di Forza Italia e convinta sostenitrice di Silvio Berlusconi; da tutti coloro che hanno visto e vedono nella nascita del Popolo della Libertà non soltanto un passo in avanti nella direzione di un moderno bipolarismo di stampo europeo, ma anche la creazione di una vera casa dei moderati, la casa comune di chi si riconosce nei valori dei grandi partiti popolari che hanno fatto la storia dell’Italia e dell’Europa.
Gianteo Bordero
(Capogruppo del "Popolo della Libertà" nel Consiglio Comunale di Sestri Levante)
Apprendo con sorpresa e delusione la notizia del passaggio dell’onorevole Gabriella Mondello dal Popolo della Libertà all’Unione di Centro. Una decisione che lascia perplesso chi, come me, ha aderito con entusiasmo al progetto politico di Silvio Berlusconi in Forza Italia prima e ora nel Popolo della Libertà, e che oggi vede il deputato del suo collegio (finché i collegi sono esistiti) abbandonare il partito nelle cui fila era stato eletto.
Pur rimanendo ferma l’assenza di vincolo di mandato, ossia la libertà di un parlamentare di iscriversi al gruppo ritenuto più confacente alle sue idee politiche, fa comunque specie la scelta di non proseguire il cammino nel partito grazie al quale si è divenuti rappresentanti degli italiani.
Penso che la mia delusione sarà condivisa, a Sestri Levante, da tutti coloro che hanno conosciuto la Gabriella Mondello fiera militante di Forza Italia e convinta sostenitrice di Silvio Berlusconi; da tutti coloro che hanno visto e vedono nella nascita del Popolo della Libertà non soltanto un passo in avanti nella direzione di un moderno bipolarismo di stampo europeo, ma anche la creazione di una vera casa dei moderati, la casa comune di chi si riconosce nei valori dei grandi partiti popolari che hanno fatto la storia dell’Italia e dell’Europa.
Gianteo Bordero
(Capogruppo del "Popolo della Libertà" nel Consiglio Comunale di Sestri Levante)
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giovedì 21 febbraio 2008
L'etichetta e la realtà
di Gianteo Bordero
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 20 febbraio 2008
Sentiremo nei prossimi giorni quale taglio Pier Ferdinando Casini darà alla sua campagna elettorale in solitaria, fuori dall'alleanza di centrodestra a cui, per quattordici anni, ha dato il suo sostegno. E' probabile che il leader dell'Udc imposti il suo appello agli elettori soprattutto sui temi dell'identità cattolica, cioè sui principi centrali della dottrina sociale della Chiesa, e che punti a presentarsi come l'unico, vero garante...CONTINUA...
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