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sabato 6 novembre 2010

ELOGIO DI GUIDO BERTOLASO

da Ragionpolitica.it del 6 novembre 2010

Guido Bertolaso va in pensione. L'11 novembre lascerà la direzione della Protezione civile e l'incarico di sottosegretario del governo Berlusconi. E' una «brutta notizia», come ha affermato il presidente del Consiglio durante la conferenza stampa tenuta venerdì al termine del Consiglio dei ministri, auspicando allo stesso tempo che la collaborazione con lui possa continuare in altre forme.


In questi anni Bertolaso è stato soprannominato «l'uomo delle emergenze», chiamato a gestire le situazioni più difficili e complicate conseguenti alle calamità naturali (dalle alluvioni ai terremoti alle frane agli incendi), e a intervenire in circostanze di degrado non più sostenibili (ad esempio la questione dei rifiuti in Campania). Ma la definizione che più si attaglia al capo della Protezione civile è quella che lui stesso ha dato di sé: un «servitore dello Stato». Perché Guido Bertolaso questo ha rappresentato da circa quindici anni a questa parte: il simbolo, il volto, la presenza tangibile dello Stato nei luoghi colpiti e martoriati dalla furia della terra e/o dall'incuria degli uomini. Egli ha portato lo Stato dove lo Stato non c'era o risultava non pervenuto.


Chi l'ha criticato e lo critica per il dilatarsi dei poteri che nel corso degli anni si sono stratificati attorno alla Protezione civile da lui guidata, non tiene conto di questo dato sistemico con cui Bertolaso, sin dal suo primo incarico ricevuto durante il governo Prodi nel 1996, ha dovuto fare i conti: la drammatica debolezza dello Stato in molte parti della Penisola. Una debolezza, quando non un'assenza, dovuta al fatto che per molti decenni, e in maniera più accentuata a cominciare dagli anni Sessanta del secolo scorso, lo Stato - si perdoni la ripetizione - è stato assorbito quasi per intero dai partiti (la «Repubblica dei partiti», come la chiamava Pietro Scoppola), con conseguente indebolimento della dimensione istituzionale degli organismi preposti al governo del Paese. Partito indica infatti una parte, mentre l'istituzione rappresenta tutti, rappresenta la nazione nel suo insieme. E un conto è lavorare per una parte, un conto è lavorare nel e per l'interesse generale.


Guido Bertolaso non è stato e non è uomo di parte, ma in tutto e per tutto uomo delle istituzioni, che è un altro modo per dire «servitore dello Stato». E proprio per questo Silvio Berlusconi lo ha chiamato a ricoprire l'incarico di sottosegretario nel suo quarto governo: non soltanto perché il capo della Protezione civile è, come il presidente del Consiglio, «uomo del fare», ma anche e soprattutto perché egli ben rappresenta, incarnandolo in sé, il programma con il quale la coalizione di centrodestra si è presentata agli elettori nel 2008, riassunto in quel «Rialzati, Italia» che significava e significa la volontà di lavorare per dare forma ad uno Stato degno di tal nome, più efficiente, più vicino al cittadino, capace di far sentire la sua presenza laddove le circostanze lo richiedano. Lo stesso Berlusconi, del resto, ha più volte affermato, anche di recente, di non intendere la sua missione politica come un impegno di parte e quindi di partito, ma come dedizione all'insieme, a tutto il popolo italiano, allo Stato in quanto casa comune dei cittadini.


Lo spirito con cui Bertolaso ha operato in questi anni, e in ragione del quale si è creata una particolare sintonia con il premier, è dunque una ricchezza per il nostro Paese, è ciò che serve all'Italia per continuare nel cammino verso la costruzione di uno Stato nel quale tutti possano riconoscersi e di cui tutti possano andare orgogliosi. Chi conosce i volontari della Protezione civile che negli ultimi lustri, in ogni parte dello Stivale e nelle condizioni più difficili, hanno lavorato con Bertolaso, sa di che cosa stiamo parlando. Il resto - le inchieste, il fango mediatico, i giudizi affrettati, i presunti scandali - lo lasciamo ai professionisti del giustizialismo e dell'ideologia anti-italiana che purtroppo alberga in tanta parte degli opinion makers nostrani. Anche perché al clamore iniziale delle recenti inchieste non ha fatto finora seguito alcuna sentenza, e perché già in passato abbiamo assistito alla condanna preventiva e alla delegittimazione pubblica di fedeli servitori dello Stato rivelatisi poi, alla prova dei fatti, totalmente estranei alle accuse mosse nei loro confronti.


Gianteo Bordero

martedì 26 ottobre 2010

L'ALTERNATIVA A BERLUSCONI? IL RITORNO DELLA PARTITOCRAZIA

da Ragionpolitica.it del 26 ottobre 2010

Che cosa teorizzano, in realtà, coloro che oggi caldeggiano la nascita di un governo di transizione alternativo al governo Berlusconi? Niente di più e niente di meno che il ritorno alla partitocrazia. Le giustificazioni (la necessità di modificare la legge elettorale e di gestire in modo diverso la crisi economica) che i vari D'Alema, Casini, Fini adducono per motivare siffatta proposta altro non sono altro che lo specchietto per le allodole con cui essi tentano di nobilitare un'operazione che di nobile ha davvero poco. Si tratta, in sostanza, di una prospettiva che riporterebbe il nostro Paese agli anni peggiori della Prima Repubblica, quando la democrazia parlamentare compiuta alla quale aveva lavorato Alcide De Gasperi degradò verso quella forma di regime partitocratico e consociativo che si è protratta fino all'inizio degli anni Novanta del secolo scorso.


De Gasperi aveva compreso che il problema centrale derivante dall'assetto istituzionale prodotto dalla Carta del '48 era l'assenza di un vero statuto di governo, tale cioè da garantire robustezza e continuità all'azione riformatrice dell'esecutivo. Occorreva, a Costituzione invariata, affermare con chiarezza l'idea secondo la quale compito supremo del parlamento è quello di esprimere una solida, stabile e coesa maggioranza di governo. Egli tentò di realizzare la sua intuizione con la legge elettorale varata, dopo molte polemiche e un forte ostruzionismo delle opposizioni, nei primi mesi del 1953. La nuova normativa prevedeva la possibilità dell'apparentamento di due o più partiti e, assieme a ciò, un premio di maggioranza (65% dei seggi) al partito o alla coalizione di partiti che avessero superato la metà del totale dei voti validi. Quella che la sinistra definì come «legge truffa» era in realtà lo strumento che avrebbe potuto evitare al Paese trent'anni e più d'instabilità di governo - con tutte le deleterie conseguenze che ciò ha comportato - e il diffondersi sempre più pervasivo della partitocrazia. Purtroppo, nelle elezioni politiche del 7 giugno del '53, il premio di maggioranza non scattò per poche migliaia di voti (il quadripartito Dc, Pli, Pri e Psdi raggiunse quota 49,8%). Fu una sconfitta cocente per De Gasperi. Una sconfitta che segnò il tramonto non soltanto della parabola politica del grande leader democristiano, ma anche, per usare le parole di Baget Bozzo, del «tentativo cattolico liberale di dare una vera vita parlamentare alla democrazia italiana». Ciò che venne dopo, infatti, fu infatti quell'assemblearismo consociativo che ha rappresentato una pagina grigia della nostra storia. La politica - nota ancora Baget Bozzo - fu ridotta a «mera tattica, fatta di accordi convergenti senza fini comuni, maggioranze di fatto e di compromesso».


Questo breve excursus storico è utile per comprendere qual è il rischio che corre il nostro Paese qualora dovesse realizzarsi, nei prossimi mesi, l'ipotesi di un governo di transizione sostenuto da forze in gran parte diverse da quelle premiate dai cittadini nel 2008. Tanto più che tale esecutivo avrebbe, come primo punto all'ordino del giorno, proprio la cancellazione, dall'attuale legge elettorale, di quel premio di maggioranza che oggi garantisce alla coalizione che ha ottenuto il maggior numero di consensi la quota di parlamentari sufficiente per governare e dare attuazione concreta al programma presentato ai cittadini. Il tanto detestato e criticato «Porcellum» ha infatti il pregio, così come lo aveva la legge De Gasperi, di far coincidere maggioranza parlamentare e maggioranza di governo, anche grazie all'indicazione del nome del candidato presidente del Consiglio all'interno del simbolo elettorale. Ciò corrisponde a quello che gli italiani hanno chiesto a gran voce a partire dai referendum Segni del '93, che diedero l'impulso alla nascita di quel bipolarismo che rappresenta la conquista maggiore della Seconda Repubblica. L'alternativa proposta dai fautori di un nuovo esecutivo (sostenuto da partiti altri da quelli usciti vincitori due anni fa) e di una nuova legge elettorale (senza più premio di maggioranza) non è dunque, checché essi ne dicano, un passo in avanti verso una compiuta democrazia governante, ma una pericolosa replica del tempo in cui i partiti pensavano di avere dai cittadini una delega in bianco per gestire a modo loro tutto il potere disponibile, assorbendo così in se stessi tutta l'ampiezza della sovranità popolare.


Gianteo Bordero

martedì 24 agosto 2010

IL FALSO MITO DEL PRESIDENTE «NOTAIO»

da Ragionpolitica.it del 24 agosto 2010

E' curioso che molti di coloro che accusano Berlusconi di coltivare progetti anti-democratici ed eversivi sol perché egli insiste sulla necessità di dare al governo italiano gli stessi poteri che agli esecutivi sono garantiti nei regimi parlamentari classici, difendano poi a spada tratta i grandi poteri di un'istituzione che, così com'è costituzionalmente strutturata, fa assomigliare il nostro sistema - come ha osservato Piero Ostellino sul Corriere della Sera del 23 agosto - alle «monarchie costituzionali dell'Ottocento, quando il re aveva l'ultima parola e la democrazia rappresentativa faceva i primi passi». Stiamo parlando della presidenza della Repubblica, un'istituzione che solo qualche ideologo in malafede o qualche sprovveduto in diritto costituzionale può definire come «notarile», e che invece gode di poteri ben più ampi di quelli che la Carta del '48 riserva allo stesso governo.


Basta leggere il testo costituzionale per rendersene conto: il presidente della Repubblica è «capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale» (art. 86); «autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del governo» (art. 87); «promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti» (art. 87); «prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione» (art. 74). E ancora: «Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere» (art. 87); «presiede il Consiglio superiore della magistratura»; «può concedere grazia e commutare le pene» (art. 87). E infine, ma non ultimo: «Può, sentiti i loro presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse» (art. 88); «nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri» (art. 92). Può convocare le Camere in via straordinaria (art. 62). Nomina un terzo dei giudici della Corte costituzionale (art. 135).


Se a questi poteri codificati dalla Costituzione si aggiungono quelli che col tempo si sono stratificati nella prassi, ne esce un quadro che ancor più difficilmente può essere definito «notarile». Si prenda, ad esempio, la consuetudine - non prevista dalla Carta - delle consultazioni in vista della nomina del governo. Come osserva Fausto Cuocolo nel suo Principi di diritto costituzionale, «il ruolo delle consultazioni ha assunto talora significati più ampi» di quelli iniziali, «non limitandosi il capo dello Stato ad ascoltare leaders di partito o capigruppo parlamentari, ma estendendo la sua attività ricognitiva a personalità tecniche, particolarmente in campo economico-finanziario... Il che sembra indicare che nella fase preparatoria del procedimento formativo del governo il ruolo del capo dello Stato non è meramente di registrazione, ma si spinge nel merito dei problemi». Per non parlare dell'altro istituto consuetudinario dell'incarico, dove la discrezionalità delle scelte del presidente è ancor più evidente: «La libertà di scelta - scrive ancora Cuocolo - è tanto più ampia quanto più variabili possono essere le maggioranze alternative eventualmente realizzabili in sede parlamentare». Ricordiamo che qui stiamo parlando di prassi e di atti non delineati dal testo del '48: ne dovrebbero tener conto tutti coloro che storcono il naso e gridano al regime ogni qual volta gli esponenti del centrodestra invocano la «Costituzione materiale» a proposito dei poteri del governo, e che tacciono compiaciuti quando invece la stessa «Costituzione materiale» riguarda l'ampliamento delle «prerogative» del presidente della Repubblica. Uno strabismo sospetto, quando non ipocrita.


La verità che in molti stentano ad ammettere, per motivi vuoi ideologici e culturali, vuoi più spesso di contingenza politica, è che un inquilino del Quirinale che esercitasse fino in fondo ed incisivamente i poteri previsti dalla Costituzione, e restasse fedele alle prassi che si sono affermate col tempo, non potrebbe non essere riconosciuto a tutti gli effetti come il principale protagonista della vita politica del paese, come il decisore ultimo, sopra le parti non nel senso della terzietà, ma nel senso della superiorità. E' già accaduto in passato, può accadere ancora a Costituzione invariata.


Ora, questa dotazione di poteri e prerogative non rappresenterebbe un problema se fossimo in un regime presidenziale o semi-presidenziale, nel quale il presidente viene eletto direttamente dal popolo e gode quindi dell'investitura dei cittadini. Ma così non è in Italia, dove vige ancora un sistema parlamentare (assembleare?) ed il capo dello Stato viene votato non dal popolo, ma dai suoi rappresentanti. I quali, tra l'altro, non avendo «vincolo di mandato», possono al limite muoversi anche contro la stessa volontà di chi li ha eletti.


Delle due l'una: o si sceglie di evolvere anche formalmente verso il presidenzialismo o il semi-presidenzialismo, sul modello americano o francese, oppure si realizza un vero e classico regime parlamentare sul modello inglese, dove - come ha osservato ancora Ostellino - il capo dello Stato (la Corona) «non mette naso nelle leggi che il primo ministro gli porta a firmare. Tanto meno va alla ricerca, in parlamento, di un'altra maggioranza se il primo ministro ha perso la sua, perché l'ipotesi di un governo non eletto dal popolo non è neppure prevedibile». L'attuale sistema italiano è un ibrido mal riuscito, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

Gianteo Bordero

mercoledì 23 giugno 2010

UN MOVIMENTO DI POPOLO, NON UN VECCHIO PARTITO

da Ragionpolitica.it del 23 giugno 2010

Rispondendo a un militante sul sito forzasilvio.it, Berlusconi ha sottolineato alcuni punti essenziali a proposito della natura originaria del Popolo della Libertà. Punti dimenticando i quali si rischia di indebolire il Pdl, con conseguenze esiziali per la stabilità politica del governo e della maggioranza che lo sostiene.


Primo. «Il Pdl non è un partito. E' un grande movimento di popolo... La parola "partito" non mi è mai piaciuta perché indica una parte, una divisione. Il Popolo della Libertà, invece, è un movimento, un soggetto politico che si rivolge a tutti ed è completamente diverso dai vecchi partiti dominati dalle nomenclature». Ciò è confermato dal fatto che il Pdl non è nato da un'operazione di alchimia politica condotta dall'alto, attraverso una fusione a freddo tra classi dirigenti, bensì ha preso le mosse dal basso, dalla gente. Soprattutto - ha ricordato il presidente del Consiglio - dal grande raduno di Piazza San Giovanni del dicembre 2006, quando due milioni di persone si ritrovarono a Roma per manifestare contro il governo della sinistra. Fu allora che, per la prima volta, si unirono «le bandiere di Forza Italia e di Alleanza Nazionale» per difendere la libertà dall'«oppressione fiscale, burocratica, giudiziaria». In seguito fu proprio quel popolo di Piazza San Giovanni a recarsi ai gazebo e a scegliere per il nuovo soggetto politico il nome di «Popolo della Libertà» e non di «Partito della Libertà», mostrando così di preferire alle vecchie e ingombranti strutture novecentesche un movimento agile, votato al governo del paese e alla soluzione dei problemi concreti dei cittadini.


Secondo. «La nostra gente ha voluto che il Popolo della Libertà fosse guidato da un leader quale espressione di grande unità politica e di democrazia diretta». Dunque, oltre ad essere un movimento politico e non un partito nel senso comune del termine, ed oltre ad essere nato dal basso, il Pdl ha come sua caratteristica essenziale quella della leadership carismatica, legittimata dal rapporto diretto col popolo prima ancora che dalle strutture interne di partito. Mentre durante la Prima Repubblica si pensava che la mediazione tra governo e cittadini dovesse essere affidata esclusivamente ai partiti (al punto che Pietro Scoppola usò la felice definizione di «Repubblica dei partiti»), con la Seconda, figlia della «discesa in campo» di Berlusconi, questa mediazione tende a scomparire, lasciando il posto a leader capaci di rappresentare in se stessi un progetto politico che prende forma non da enunciazioni ideologiche di partiti-chiesa, bensì da agende concrete dettate dagli stessi cittadini, anche con gli strumenti della moderna comunicazione immediata, come internet.


Terzo. Da qui prende le mosse la lotta di Berlusconi contro le correnti e contro il ritorno a vecchie liturgie autoreferenziali che furono una delle cause della disgregazione del sistema partitico della Prima Repubblica. Proprio perché la leadership carismatica è oggi l'elemento che più di ogni altro è in grado di garantire l'unità di un movimento politico e il rapporto diretto con gli elettori, non si può pensare di agire come se tale leadership non ci fosse, o come se essa fosse il frutto di una contrattazione tra diverse «anime» e non, invece, l'espressione di una chiara volontà popolare confermata dai cittadini in ogni tornata elettorale. Insomma, chi nel Pdl pensa di poter affrontare le sfide del presente - in primis quella di governare l'Italia in tempi difficili come l'attuale - con uno sguardo autoreferenziale e tutto rivolto al passato, rischia di rendere incerto il futuro del movimento e, in ultima analisi, dello stesso paese. Per questo - conclude Berlusconi - «incrinare l'unità sarebbe un errore imperdonabile. E' una prospettiva a cui mi opporrò con tutte le forze, sicuro di interpretare la volontà della nostra gente».


Gianteo Bordero

martedì 1 giugno 2010

SE L'INTERCETTAZIONE DIVENTA UN DOGMA IDEOLOGICO

da Ragionpolitica.it del 1° giugno 2010

Intercettare, intercettare, intercettare. La sacralità della captazione telefonica e della sua pubblicazione a mezzo stampa è diventata in questi anni un nuovo dogma del politicamente corretto in salsa italiana. Già, perché nelle altre grandi democrazie «mature» l'uso di questo strumento - tanto in sede di indagine quanto in sede di diffusione mediatica - è di gran lunga più limitato e circostanziato rispetto a quanto accade nel nostro paese. Eppure da noi il mantenimento dello status quo fa comodo a tanti. Ai pubblici ministeri, perché consente loro di pescare comodamente a strascico nel mare magnum del potere bypassando i tradizionali metodi di indagine. Ai giornalisti, perché la sistematica fuoriuscita di brogliacci dalle procure permette loro di dare quotidianamente in pasto ai lettori nuovi scandali, nuove «cricche», nuovi capri espiatori da mettere alla gogna. Ai partiti e ai movimenti giustizialisti, che in questo modo possono continuare ad accreditarsi come la parte sana e pura della società e della politica, come i veri eredi dello «spirito di Mani Pulite», come i paladini incorrotti dell'onestà e della probità morale.


Un autentico liberale come Piero Ostellino ha scritto sul Corriere della Sera, in dissenso dalla linea editoriale del quotidiano di via Solferino, che in un vero stato di diritto dovrebbe valere la «presunzione di innocenza fino a prova contraria appurata in un dibattimento processuale». E ha ricordato che questa garanzia di tutela della persona «si chiama "Habeas Corpus" e fu approvato dal parlamento inglese nella seconda metà del Seicento contro gli abusi del sovrano (e dei suoi inquisitori)». Oggi, invece, l'intercettazione - e la sua diffusione selvaggia su giornali, tv e siti internet - è divenuta lo strumento principe per contraddire i principi a cui Ostellino fa riferimento e per mandare al macero, senza tanti scrupoli, la «tutela della persona» e della sua dignità e onorabilità «fino a prova contraria». E' divenuta cioè, in ultima analisi, l'arma totale di cui il circo mediatico-giudiziario si serve per esercitare un influsso diretto ed efficace sulle vicende del paese, per indirizzarne le sorti, per colpire - e in certi casi affondare - questo o quel potente. Gettato oggi nel fango in quanto «intercettato», sarà poi difficile per lui, in caso di provata innocenza in sede processuale, riavere indietro ciò che il clamore giacobino e la morbosità forcaiola gli avevano tolto in men che si dica.


E' inutile girarci tanto attorno e fare ricorso ai luoghi comuni del «giudiziariamente corretto» per nascondere una verità evidente a chiunque non abbia la mente offuscata dal fanatismo giustizialista: le intercettazioni che più oggi vengono difese a spada tratta dalla casta dei magistrati politicizzati, dai cronisti a caccia di facili colpevoli, dai dipietristi in servizio effettivo permanente, non sono quelle che il disegno di legge in discussione in parlamento mantiene in quanto ritenute fondamentali ai fini della lotta al crimine, e che spesso non fanno neppure notizia, bensì quelle a più alto impatto mediatico, quelle che vedono come protagonisti politici in vista, personaggi famosi, nomi noti dello sport o dello spettacolo. Perché in questi casi le registrazioni telefoniche servono non tanto per dimostrare una tesi giudiziaria, per supportare un'accusa di reato, quanto per continuare a diffondere una tesi ideologica che ben poco ha a che fare con le inchieste: la tesi del potere corrotto per natura e dei potenti criminali per statuto. Un'idea che, usando il caso concreto per generalizzare e universalizzare, viene adoperata - a ben guardare - non per «informare», per rendere conto alla tanto mitizzata «opinione pubblica», per «salvaguardare il principio costituzionale» del diritto di cronaca, quanto per tirare la volata mediatica e politica a coloro che, non senza una certa dose di ipocrisia, si ergono a immacolati difensori unici del popolo (viola) e dell'etica democratica e repubblicana.


Ma questa è, a sua volta, una cinica e scaltra operazione di potere, per di più giocata sulla pelle delle persone e del loro diritto a non essere giudicate colpevoli fino a sentenza definitiva. E' chiaro che il vero stato di diritto è ben altro da questa moderna macelleria mediatico-giudiziaria.


Gianteo Bordero

lunedì 24 maggio 2010

«IL RELATIVISMO INDEBOLISCE LA DEMOCRAZIA», DICE BENEDETTO XVI

da Ragionpolitica.it del 24 maggio 2010

C'è un pensiero ricorrente nelle meditazioni di Benedetto XVI sul tema della politica, della democrazia e del rapporto tra questa e i «valori». Un pensiero che il Papa ha esplicitato, da ultimo, nel suo intervento dello scorso venerdì all'assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per i laici: nei tempi attuali - ha detto - «il diffondersi di un confuso relativismo culturale e di un individualismo utilitaristico ed edonista indebolisce la democrazia e favorisce il dominio dei poteri forti».


Per approfondire il significato di questa affermazione può essere utile riprendere quanto l'allora cardinale Ratzinger scrisse in un articolo intitolato «Il significato dei valori religiosi e morali nella società pluralistica», pubblicato nel 1992 dalla rivista cattolica internazionale Communio. E' interessante, ai fini del nostro discorso, soprattutto la prima parte del testo, quella in cui l'ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede tenta di rovesciare uno dei luoghi comuni della moderna filosofia politica: quello secondo cui il relativismo è un presupposto necessario della democrazia. Una convinzione, questa, che ha preso sempre più campo dopo il crollo dei sistemi totalitari novecenteschi, dopo la fine delle utopie trasformatesi in tragedie per l'umanità, dopo che le grandi narrazioni ideologiche del secolo ventesimo si sono rivelate incapaci di fondare sistemi politici in cui fosse davvero garantita la libertà dell'individuo.


Qui - si badi - non è in alcun modo in discussione la bontà della democrazia in luogo delle dittature e di regimi oppressivi, bensì il corollario secondo il quale la democrazia, per essere veramente tale, deve rinunciare ad ogni discorso sulla verità, in quanto ogni affermazione veritativa assoluta rappresenterebbe per ciò stesso un pericoloso scivolamento verso la tirannia e un intralcio al dispiegamento della libertà individuale. Certo - scrive Ratzinger - è inevitabile che nelle moderne democrazie esista una «certa tensione» tra libertà e verità, ma pensare di risolvere il problema cancellando uno dei termini in gioco non è certo il modo più saggio di procedere. Dice il relativista: se la verità esiste, ognuno ha la sua, che ha il medesimo valore di quella dell'altro. Quindi, affermarne o riconoscerne una in particolare sarebbe ipso facto un atto di violenza. La questione, fatta uscire così dalla porta, rientra però prepotentemente dalla finestra ogni volta che le istituzioni democratiche si trovano a dover fare i conti con la necessità di legiferare su materie nelle quali più si fa sentire lo scontro tra differenti visioni della vita e dei valori presenti nella società. E qui ripetere il solito ritornello relativista non basta, anzi potrebbe essere controproducente.


E allora, guardando meglio, «bisogna chiedersi se anche nella democrazia non debba esistere un nucleo non relativistico». Ad esempio: i diritti umani inviolabili. Non è forse vero che la democrazia «è costruita intorno ad essi»? E «non è proprio la loro protezione il motivo più profondo per cui la democrazia appare necessaria?». Se la risposta che viene data a tale quesito è affermativa, come lo dovrebbe essere secondo gli stessi presupposti della democrazia, allora diventa evidente che esiste almeno un grumo di verità che non soggiace al comandamento relativista. Esiste cioè «un patrimonio fondamentale di verità» che «appare irrinunciabile proprio per la democrazia». Non soltanto nel senso che esso sta a fondamento della democrazia, ma anche che proprio tale nucleo non relativistico può rappresentare - rappresenta - il miglior antidoto di fronte a quella che in molti hanno chiamato «dittatura della maggioranza», e cioè la pretesa di chi detiene legittimamente il potere di stabilire lui che cosa è vero e che cosa è bene per i cittadini. Solo se esiste un elemento di verità che trascende il gioco di maggioranza e opposizione, che va oltre l'alternarsi di schieramenti al governo di uno Stato, la democrazia può veramente essere tale e non degradare in tirannide.


Come si vede, non è dunque il riconoscimento di una verità meta-politica a mettere in pericolo la democrazia, ma è proprio quel relativismo che, divenendo assoluto contro le sue stesse premesse, pone le basi per una deriva anti-democratica, in cui i «poteri forti» non trovano dinanzi a sé alcun serio argine alle loro pretese di dominio. Un dominio che, giocando in maniera più o meno palese la sua partita a livello delle coscienze e degli stili di vita, può avvenire formalmente nel rispetto delle regole della democrazia, ma sostanzialmente può ridurre tali regole a simulacri di libertà.


Divengono più chiare, così, anche le parole pronunciate da Benedetto XVI il 22 maggio, durante un convegno promosso dalla Fondazione «Centesimus Annus - Pro Pontifice»: «La politica deve avere il primato sulla finanza e l'etica deve orientare ogni attività».

Gianteo Bordero

sabato 12 dicembre 2009

LA MISCELA ESTREMISTA

da Ragionpolitica.it del 12 dicembre 2009

La svolta a sinistra di Di Pietro, iniziata all'indomani delle elezioni politiche dell'aprile 2008 e proseguita, con un crescendo quotidiano, nei mesi successivi fino alla definitiva consacrazione del «compagno» Tonino avvenuta lo scorso novembre durante una conferenza stampa congiunta con il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero, conosce oggi una nuova, robusta accelerazione. Dalla toga alla falce e martello, il passo non è stato semplice, ma il caparbio leader dell'Italia dei Valori ci s'è messo d'impegno, e oggi la metamorfosi può dirsi compiuta. Non che Di Pietro abbia smesso l'abito mentale e ideologico dell'ex pm - basta leggere le sue dichiarazioni giornaliere in difesa della sacralità e dell'intangibilità della magistratura di qualsiasi ordine e grado per rendersene conto - ma egli ha capito che per riuscire a raggranellare nuovi consensi e fare breccia in settori inesplorati dell'elettorato italiano ci voleva il salto - si fa per dire - di qualità.


Così l'astuto Tonino si è guardato in giro e ha visto che l'unico spazio nel quale ci si poteva avventurare per fare man bassa di voti era quello della sinistra dura e pura, uscita con le ossa rotta dalle elezioni del 2008 e priva di rappresentanza parlamentare non avendo raggiunto la soglia minima per entrare a Palazzo. Resta esemplare, in tal senso, l'intervista che Di Pietro ha concesso al giornale di Piero Sansonetti, Gli Altri, il 7 ottobre scorso: «La sinistra sono io», annunciava, spiegando che «l'Italia dei Valori, nel proporsi come forza alternativa di governo, e nel prendere atto che ci sono larghe fasce della popolazione senza rappresentanza, ha allargato i propri orizzonti anche verso quella parte dell'elettorato tradizionalmente di sinistra, anche comunista». Una scelta strategica e non solo tattica - precisava - perché «siamo una forza antagonista al sistema ma che non vuole essere extra-parlamentare».


Scorribanda dopo scorribanda nella terra desolata dei nostalgici del comunismo, siamo dunque arrivati all'oggi, giorno in cui l'annunciata svolta «antagonista» di Di Pietro è emersa in tutta la sua portata. L'occasione è stata la manifestazione romana organizzata dalla Cgil scuola e pubblico impiego. Dove c'è protesta c'è Tonino, il quale, reduce dai fumi estremisti e dai fiumi di retorica massimalista respirati al «No B-day» dello scorso sabato, si è presentato al corteo sindacale per lanciare i suoi strali contro la Finanziaria del governo e per far sentire - così egli ha affermato - la sua vicinanza ai lavoratori scesi in piazza. Non contento delle sue esternazioni, per far comprendere in modo chiaro e inequivocabile la sua osmosi politica con le bandiere rosse sventolate dai manifestanti, ha sganciato la bomba atomica, facendo apparire come timidi moderati e come rivoluzionari all'acqua di rose gli attuali leader dell'estrema sinistra. Ha detto: «Se il governo continua ad essere sordo ai bisogni dei cittadini, si andrà allo scontro di piazza, e lì ci scapperà l'azione violenta se il governo non si assume la responsabilità di rispondere ai bisogni del paese». Boom!


Scontri di piazza? Azioni violente? Non c'è male, per uno che si era presentato sulla scena pubblica italiana come il paladino dell'ordine e della legalità, come il poliziotto duro e inflessibile, come l'espressione di una sensibilità che senza tema di errore poteva essere definita di estrema destra. Ma visto che, come si suol dire, a volte gli estremi - e gli estremismi - si toccano, ciò è avvenuto anche nel caso di Di Pietro. Che uomo di piazza, o che usa la piazza - anche mediatica - in fondo lo è sempre stato, già ai tempi delle sue requisitorie-show contro i dirigenti dei partiti della Prima Repubblica, rilanciate nelle case degli italiani dalle televisioni con lunghe dirette da Palazzo di Giustizia, e capaci così di far ribollire e poi esplodere in piazza, come nel caso di Craxi, il risentimento popolare contro la classe politica di allora.


Perciò possiamo dire che, nella sostanza, non v'è cesura tra il Di Pietro di ieri e quello di oggi, quello del 1992 e quello del 2009, tra il massimalista di destra e il massimalista di sinistra. Perché è un dato inconfutabile della storia quello per cui chi si nutre di estremismo ha sempre bisogno di nuovo sangue fresco per non far sciogliere come neve al sole la sua immagine di più duro e di più puro nella guerra contro il nemico, di condottiero incontrastato nella lotta contro l'ingiustizia e contro l'oppressore, di leader assoluto della moralità e della resistenza al male. Oggi nel capo dell'Idv si fondono dunque a caldo il giustizialismo e il comunismo, e ne viene fuori questa miscela esplosiva di giacobinismo e rivoluzione proletaria, di Robespierre e Marx, con esiti che, date le premesse, non potranno che essere nefasti per la nostra democrazia e per la nostra amata Repubblica.


Gianteo Bordero

sabato 14 novembre 2009

ANTONIO ROSMINI. «SAGGIO SUL COMUNISMO E SUL SOCIALISMO»

da Ragionpolitica.it del 14 novembre 2009

Il 9 novembre l'Occidente e il mondo libero hanno celebrato il ventennale della caduta del Muro di Berlino, evento che più di ogni altro ha segnato l'inizio della fine dei regimi comunisti appartenenti al blocco sovietico. Eppure, già 160 anni fa c'era chi, in qualche modo, aveva previsto tutto. E' una figura nota soprattutto agli studiosi di filosofia e di storia delle dottrine politiche, ma poco conosciuta presso il grande pubblico: Antonio Rosmini Serbati (Rovereto, 1797 - Stresa, 1855), sacerdote, filosofo, teorico del diritto e della politica, teologo, iniziatore di un movimento spirituale che ebbe tra i suoi figli personaggi di rilievo come il grande poeta Clemente Rebora. Autore di capolavori come la Filosofia della politica, la Filosofia del diritto, la Teodicea, le Cinque piaghe della Santa Chiesa, Rosmini fu una figura di primo piano non soltanto nell'elaborazione filosofica dell'Ottocento e nello sviluppo del pensiero cattolico in rapporto alle nuove correnti teoretiche del tempo, ma anche nelle vicende che portarono alla nascita dello Stato italiano. Propugnatore di un federalismo liberale finalizzato alla pacificazione tra le varie realtà statuali presenti nell'Italia di allora, egli fu vicino a far accettare al Papa Pio IX una forma di Confederazione che, se realizzata, avrebbe evitato sia al nostro paese che alla Chiesa cattolica decenni di tensioni e incomprensioni reciproche.

Rosmini ebbe dunque in dono una capacità non comune di vedere oltre le contingenze e di proiettare il suo sguardo oltre l'attualità. Come nelle Cinque piaghe della Santa Chiesa (1848) anticipò temi teologici che sarebbero stati poi ripresi 120 anni più tardi dal Concilio Vaticano II, così anche per quel che riguarda la riflessione politica egli individuò con una lucidità senza pari quelli che sarebbero stati gli esiti delle dottrine che in quel tempo andavano per la maggiore. Una tra queste dottrine, come detto, era quella comunista, non ancora segnata dall'opera di Marx, ma comunque già recante in sé i semi che avrebbero poi fruttificato - purtroppo - nei decenni a venire. Nel 1847 Rosmini espone sotto forma di discorso, presso l'Accademia dei Risorgenti di Osimo, il suo Saggio sul comunismo e sul socialismo, che verrà poi stampato a Napoli due anni più tardi e che oggi possiamo nuovamente apprezzare grazie all'editore Talete, che lo ha ripubblicato nella sua collana «Gli introvabili», con introduzione di Luigi Compagna.

Il Saggio è una critica serrata nei confronti dello «spirito di utopia» di cui erano intrise le dottrine socialiste e comuniste del tempo. L'idea portante dell'opera rosminiana è che queste teorie rappresentano il principale nemico della libertà e portano con sé i germi della violenza e del «dispotismo». Pensatori come Robert Owen, Saint-Simon, Charles Fourier - afferma Rosmini - dicono di voler cancellare le ingiustizie, sollevare la condizione dei poveri, realizzare un mondo nuovo in cui regni finalmente l'uguaglianza, portare a tutti gli uomini una «smisurata felicità» e la vera libertà; eppure i mezzi con i quali essi propongono di realizzare tutto ciò conducono, in sostanza, alla stessa negazione dei fini. Owen, ad esempio, «fonda la sua utopia filantropica sulla totale distruzione della umana libertà», perché pensa che l'individuo «soggiace ad un assoluto fatalismo» ed «è determinato necessariamente dagl'istinti ingeniti e dalle fortuite esteriori circostanze». Agli stessi risultati conduce la teoria di Fourier, che proclama «l'assoluto dominio di tutte le passioni come principio fondamentale» e «sull'ara delle passioni egli decreta che l'umana libertà sia immolata»; come potrà, infatti, essere libera e pacifica una società in cui non vi sia alcun freno alle opposte passioni degli uomini e ai loro istinti più bassi?

Se prese sul serio, le dottrine degli utopisti comunisti - annota Rosmini - non possono che produrre governi totalitari che necessariamente debbono usare la violenza per esercitare il loro potere sugli uomini. Governi che, per affermare concretamente un'idea astratta di uguaglianza e giustizia, cancellano ogni libertà e ogni diritto: la libertà di coscienza, la libertà religiosa, la libertà economica, la libertà politica, la libertà d'associazione, la libertà d'educazione, la libertà d'insegnamento. Tutto è assorbito dall'autorità pubblica, che, sotto la guida degli illuminati pensatori utopistici, è la sola titolata a stabilire che cosa è bene e che cosa è male per ciascuno. In questi «nuovi sistemi - scrive Rosmini - l'individuo non è più nulla e il governo è tutto». Infatti, «per levare ogni abuso si propone di concentrare le ricchezze tutte e tutti i poteri del mondo in mano al governo, a un governo sciolto da ogni morale obbligazione, da ogni timor di Dio e degli uomini, da ogni vincolo di coscienza, da ogni guarentigia a favore de' governati». In sintesi: il comunismo, «lungi dall'accrescere la libertà alle società ed agli uomini, procaccia loro la più inaudita ed assoluta schiavitù, li opprime sotto il più pesante, dispotico ed empio dei governi». Ognuno può vedere da sé come Rosmini avesse già allora perfettamente compreso quali sarebbero stati gli esiti nefasti dell'applicazione delle dottrine comuniste. La storia ha dato ragione al grande roveretano.

Gianteo Bordero

domenica 29 marzo 2009

UNA LAICITA' FONDATA SULLA RAGIONE

da Ragionpolitica.it del 27 marzo 2009

«Il Popolo della Libertà sarà un partito laico che non rinuncerà mai ad un punto di riferimento che consideriamo imprescindibile: la sacralità della vita e la dignità della persona». Così sabato 21 marzo, intervenendo telefonicamente ad un convegno dei Popolari Liberali di Carlo Giovanardi, Silvio Berlusconi ha efficacemente sintetizzato uno dei punti qualificanti la proposta politica del Pdl: un concetto di laicità che renderà il nuovo partito a un tempo aconfessionale e profondamente radicato nella storia spirituale, culturale e religiosa dell'Italia. Le parole del presidente del Consiglio confermano che, anche su questo punto, il Popolo della Libertà sarà un partito all'avanguardia all'interno del panorama politico nazionale, un partito capace di cogliere i segni dei tempi, guardando in faccia le nuove sfide poste dalla società post-novecentesca.

Le innumerevoli questioni etiche sollevate dal progresso tecnologico, i risvolti morali degli esperimenti effettuati in campo biologico e genetico, le nuove possibilità a cui è giunta la scienza medica impongono di leggere sotto un'altra luce il tema della laicità, che non può più essere inteso soltanto come la pur necessaria definizione dei rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa e delle loro rispettive competenze, ma deve aprirsi ai contributi che dal lungo percorso della tradizione cattolica possono giungere al dibattito politico riguardante le materie bioetiche. In particolare, come anche emerge dalle parole del presidente del Consiglio citate in precedenza, si tratta oggi di confrontarsi su un terreno che non è più soltanto e specificamente di fede, ma in primis di ragione: il terreno del corpo umano, della vita e della sua dignità, delle misure che è necessario mettere in atto, in campo legislativo, per proteggerla e non lasciarla in balia di una cultura di impronta nichilista e dell'interesse particolare di lobbies organizzate che perseguono obiettivi non sempre finalizzati al bene comune.

Da questo punto di vista, rappresenta certamente un aiuto significativo all'evoluzione dei rapporti tra Stato e Chiesa e alla definizione di una nuova laicità la linea che l'attuale pontefice ha impresso al suo papato: Benedetto XVI affronta ormai da quattro anni i temi bioetici sempre partendo da un approccio di ragione prima ancora che strictu sensu di fede. Egli invita a considerare quei dati - tra cui appunto la sacralità della vita, la dignità della persona - a cui l'uomo può giungere innanzitutto attraverso il retto uso della ragione, riconoscendo il valore assoluto dell'esistenza anche a prescindere dall'appartenenza religiosa. Basti pensare, a tal proposito, al percorso compiuto da un filosofo laico, moderno e illuminista come Immanuel Kant, che nella sua Fondazione della Metafisica dei costumi arrivava ad affermare che la vita umana deve essere considerata «sempre come un fine, mai come un mezzo».

E' chiaro, dunque, che dire oggi «laicità» significa, in ultima analisi, invitare nuovamente ad un uso della ragione che non resti vincolato a preconcetti ideologici, ma si apra alla possibilità di scoprire nella realtà, e nelle sfide che essa pone, una verità, un significato e, con esso, un'indicazione di marcia in campo etico. Si tratta, in sostanza, di riscoprire nell'essere il fondamento del dover essere, di elaborare perciò posizioni politiche in materia bioetica sempre motivando l'aspetto prescrittivo delle leggi con il richiamo al loro fondamento in un percorso razionale di ascolto leale e rispettoso della realtà, dell'essere.

Qualche tempo fa, su La Repubblica, il teologo Vito Mancuso ha affermato che una posizione del genere - una laicità fondata sulla ragione - dovrebbe per ciò stesso aprirsi al dubbio e riconoscersi quindi come una posizione relativa, priva, a ben guardare, di ogni pretesa veritativa. Ma se tutto, in campo bioetico, è in prima istanza dubbio, e quindi mera relatività, si spalancano alla fine le porte per ogni genere di sopruso ai danni della persona umana: senza la verità e la certezza di ragione in merito alla sacralità, alla dignità, all'indisponibilità della vita, l'essere umano - ed in specie quello più debole: il feto, l'ammalato, il disabile in stato vegetativo persistente - è di fatto esposto ai venti dell'arbitrio e della sopraffazione.

Nella legislatura 2001-2006 la maggioranza che sosteneva il secondo governo Berlusconi promosse una buona legge sulla fecondazione assistita, che resse anche la prova del referendum abrogativo del giugno 2005. Oggi i partiti che appoggiano il Berlusconi IV sono impegnati nell'esame del testo sul fine vita, un testo che tiene conto di quanto affermato in prima persona dal presidente del Consiglio negli ultimi giorni della drammatica vicenda di Eluana Englaro. Annunciando coraggiosamente il decreto legge poi bloccato dal presidente della Repubblica, il premier disse che con la nuova normativa «tutti i cittadini italiani avranno la certezza, qualora cadessero in condizioni di vita vegetativa, di non essere privati della fornitura non di cure, ma degli elementi base della vita, che sono l'acqua e il cibo». Attraversando il suo personale Rubicone sui temi bioetici, fondando la difesa della vita umana e della dignità della persona su argomenti di ragione non confessionali ma radicati nella tradizione spirituale e culturale del nostro paese, Silvio Berlusconi ha così impresso sul Popolo della Libertà il marchio di una sana laicità positiva, che sarà uno dei fiori all'occhiello del nuovo partito.

Gianteo Bordero

giovedì 26 febbraio 2009

NESSUNO SCANDALO SE IL GOVERNO LEGIFERA

da Ragionpolitica.it del 26 febbraio 2009

Ha suscitato allarme e scalpore, in buona parte dei media italiani, una notizia segnalata per primo dal Sole 24 Ore: 44 delle 45 leggi approvate nel corso dell'attuale legislatura sono di provenienza governativa, e, tra queste, 25 sono conversioni di decreti legge. Conclusione scontata e prevedibile: il parlamento sarebbe di fatto esautorato dei suoi poteri e, come ha scritto Beppe Del Colle su Famiglia Cristiana, «ridotto solo a notaio» delle decisioni governative. Ne segue, secondo questa lettura, che il sistema istituzionale italiano starebbe scivolando, giorno dopo giorno, verso una forma di «dittatura dell'esecutivo» a scapito della democrazia rappresentata dal parlamento.

In assenza di altri solidi argomenti da usare per contrastare e criticare l'alleanza di governo e il presidente del Consiglio, questo è ormai diventato un mantra ripetuto a ogni piè sospinto da editorialisti, commentatori e, inevitabilmente, rappresentanti dell'opposizione. Basti pensare al «giuramento sulla Costituzione» compiuto da Dario Franceschini il giorno successivo al suo insediamento alla guida del Pd: un atto simbolico per testimoniare fedeltà ai «sacri principi» che sarebbero messi in discussione dal centrodestra e dal suo leader. E' la solita tesi del Berlusconi eversore dei fondamenti costituzionali della Repubblica, del tiranno che calpesta le regole di base della vita istituzionale, del novello Mussolini che tratta il parlamento come «un'aula sorda e grigia». Così si pensa di riuscire a mobilitare il popolo a una nuova resistenza, a una nuova lotta contro la dittatura, a una nuova stagione di risveglio democratico et similia...

Per fortuna che qualcuno, ogni tanto, si prende la briga di mettere i punti sulle «i» e di smontare con la solida forza della ragione, corroborata dagli esempi della storia, i castelli di sabbia e di rabbia che i pasdaran dell'antiberlusconismo duro e puro costruiscono con tanta dedizione. Merita di essere ripreso, in tal senso, un articolo di Giorgio Oldoini pubblicato su Il Secolo XIX di martedì 24 febbraio. L'autore mette nero su bianco una lucida analisi dei rapporti tra parlamento e governo in un sistema di parlamentarismo moderno, ricorda che «l'esecutivo è l'anima della legislazione e, contrariamente alle vecchie teorie libresche, sotto il parlamentarismo moderno è il governo che "politicamente" legifera». L'esecutivo cioè, in quanto espressione della maggioranza parlamentare, ne esprime oggettivamente gli orientamenti politici trasformandoli in leggi, senza per questo privare le Camere della loro libertà di confronto, discussione, emendamento. Neanche nel caso della decretazione d'urgenza, visto che è poi proprio il parlamento che può, entro sessanta giorni, convertire o meno il decreto in legge.

Scrive ancora Oldoini: nel sistema parlamentare moderno «non v'è alcuna differenza, dal punto di vista politico, fra una legge proposta dal ministero e omologata in seguito dal parlamento e una norma legislativa preparata direttamente dal ministero. Entrambe le norme sono basate sul consenso della maggioranza, vale a dire sul suffragio universale». Qui il concetto fondamentale è proprio quello del «consenso della maggioranza», che garantisce in ogni caso la permanenza del principio democratico nel sistema parlamentare, anche quando esso si esprime, come sta accadendo oggi, con iniziative legislative provenienti dal governo o con decreti legge. E' l'idea della «maggioranza che governa», espressa qualche tempo fa da Gianni Baget Bozzo su queste pagine.

Per lungo tempo, in Italia, siamo stati abituati a pensare, anche a causa del timore che l'esperienza fascista potesse nuovamente fare capolino, che scopo del parlamento fosse quello di porre dei freni e dei limiti all'attività del governo, che compito principale delle Camere fosse mettere i bastoni tra le ruote all'esecutivo e, quando necessario, farlo capitolare con il voto di sfiducia. Invece di ritenere il governo espressione sostanziale della maggioranza parlamentare, e quindi dello stesso principio democratico che soprassiede alla composizione delle Camere, si è detto e scritto e trasformato in luogo comune il mantra per cui il parlamento è l'unico custode della democrazia, mentre il governo ne rappresenta una forma spuria. Il frutto di quest'idea lo abbiamo avuto sotto gli occhi per almeno due decenni abbondanti, quando essa è diventata un alibi per trasformare il parlamentarismo in assemblearismo, per mettere nel cassetto dei ricordi il concetto di maggioranza parlamentare a tutto vantaggio dei giochi delle segreterie di partito e delle loro correnti interne, per usare il governo non come strumento al servizio della democrazia ma come camera di compensazione delle beghe partitocratiche. E' a ciò che vogliono tornare, oggi, tutti quelli che gridano al regime e al fascismo perché finalmente esiste in Italia una vera «maggioranza che governa», servendosi degli strumenti che la Costituzione mette a disposizione, tra cui il decreto legge? Sono i governi balneari il loro modello?

Se veramente si vuole aprire un confronto serio e sereno su come migliorare il funzionamento delle nostre istituzioni (come dice a parole di voler fare la minoritaria sinistra riformista, ma non il reggente del Pd che giura sulla Costituzione sacra, inviolabile e immodificabile), occorre prima di tutto che ci si liberi dal pregiudizio sul ruolo del governo in un moderno sistema parlamentarista, comprendendo che quando si tessono le lodi dell'assemblearismo in stile tarda prima Repubblica non si fa un favore alla democrazia, ma se ne limitano le possibilità e se ne incrinano i presupposti, tra cui quello di dare espressione oggettiva alla volontà popolare, la quale si esprime oggi nel voto a partiti che sono anche programmi di governo. Come scrive ancora Oldoini, «l'esecutivo diventa sempre più il centro dell'attività della democrazia parlamentare. Tanto più in questo momento, in cui, per affrontare la crisi, sono necessari provvedimenti rapidi ed energici».


Gianteo Bordero

domenica 23 novembre 2008

IL PARTITO, L'UOMO E LA STORIA

da Ragionpolitica.it del 22 novembre 2008

Scegliendo di chiudere il Consiglio Nazionale di Forza Italia con la lettura del discorso della «discesa in campo» del 1994 Silvio Berlusconi ha collocato il percorso che porterà alla nascita del Popolo della Libertà non nel campo sterile della politologia e dell'alchimia partitica, ma nel solco ben più carnale e concreto della storia. Di una storia particolare - la sua, quella di un brillante imprenditore di talento e di successo - che si è intrecciata con una storia più grande - quella dell'Italia - in un suo snodo fondamentale: il crollo della prima Repubblica, la crisi dei partiti democratici che governarono il paese dal secondo dopoguerra sino ai primi anni '90, il tentativo della magistratura, sostenuto opportunisticamente dagli eredi del Partito Comunista italiano, di sostituirsi manu militari alla politica e al parlamento eletto dal popolo. Senza Berlusconi non ci sarebbe stata alternativa, nelle elezioni della primavera del 1994, alla presa del potere da parte di quelli che egli definiva, nel suo discorso, «uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare».

Tutta la parabola politica di Berlusconi non si può comprendere - e neppure si può comprendere la nuova sfida del Popolo della Libertà - se non partendo da qui e qui sempre tornando: a un fatto che ha cambiato la storia, ne ha deviato il corso sottraendo il nostro paese a un futuro cupo, incerto e inquietante. Se è possibile usare il termine «berlusconismo», esso è da intendersi non nel senso ideologico, di dottrina politica (le ripetute esperienze di governo del Cavaliere hanno mostrato come egli non sia un ferreo dogmatico, ma un ragionevole pragmatico), bensì nel senso storico: il berlusconismo è una storia, non un'ideologia. E' la vittoria della carnalità storica sull'astrattismo ideologico.

Questo vuol dire, oggi, il Berlusconi che va al Consiglio Nazionale di Forza Italia riproponendo il testo della «discesa in campo»: che tutti i passi che verranno compiuti in vista del battesimo ufficiale del Popolo della Libertà non possono essere concepiti come una fecondazione in vitro, come uno sforzo teorico per amalgamare idee, valori e programmi diversi, come un abile gioco di ingegneria politica. Ci hanno già provato altri, negli anni recenti, e non soltanto a sinistra, anche se è in quella parte politica che oggi appaiono con più evidenza i danni che possono essere provocati dalle cosiddette «fusioni a freddo». Il «nuovo» deve essere concepito, invece, avendo sempre presente davanti agli occhi e nella mente l'origine, la sorgente storica, il fatto. Che poi vuol dire, in altri termini, la persona, il volto, il nome che ha reso possibile l'avventura. Ogni discorso su organigrammi, strutture e financo successione al Cavaliere non può prescindere dal fatto che, come ha detto al Foglio qualche giorno fa Baget Bozzo, «il Popolo della Libertà è Berlusconi». Non è culto della personalità, ma rispetto della storia, di un dato oggettivo che non può essere negato - se qualcuno lo facesse, sarebbe purtroppo incamminato su una strada senza sbocco politico, un vicolo cieco, un sentiero che esaurisce il suo tracciato in un burrone.

E' Berlusconi che ha portato il peso della lotta contro la gioiosa macchina da guerra comunista nel '94; è Berlusconi che ha combattuto, dopo il ribaltone, contro tutti i poteri costituiti - Quirinale compreso - che tifavano per la sua scomparsa dalla scena; è Berlusconi che ha compiuto la traversata del deserto negli anni 1996-2001, sconfiggendo, assieme al cancro, tutti coloro che già lo davano per morto; è Berlusconi che da solo ha lottato, nel 2006, contro l'Unione di Prodi, mentre i suoi stessi alleati si defilavano vergognosamente dalla campagna elettorale; è Berlusconi che ha creduto, sin da subito, alla caduta del governo del Professore e al ritorno a Palazzo Chigi del centrodestra. Queste sono le tappe non dell'elaborazione di una dottrina politica, ma del dipanarsi di una storia. Una storia fatta da un uomo in carne ed ossa, non da qualche luminare del pensiero politico. La storia di Berlusconi. La storia di quella che egli stesso chiama, riprendendo Erasmo da Rotterdam, «visionaria follia». Una storia che può continuare soltanto se la fedeltà all'inizio non verrà meno e se gli occhi saranno puntati sull'uomo invece che sull'ideologia, le formule e gli statuti.

Gianteo Bordero

mercoledì 3 settembre 2008

PDL. UN PARTITO NAZIONAL-POPOLARE

da Ragionpolitica.it del 2 settembre 2008

Avanzo una proposta per definire in termini politici il nascituro partito del Popolo della Libertà. Poiché il nuovo soggetto dovrà giocoforza presentarsi sugli scaffali del grande supermarket dei partiti con un suo brand specifico e ben riconoscibile dai cittadini, e lo dovrà fare differenziandosi da quelle che sono le offerte presenti attualmente sul mercato politico, propongo di assegnare al Pdl la caratterizzazione di «partito nazional-popolare». Cioè di partito dell'Italia, della tradizione italiana, dell'identità italiana.

Vediamo che oggi, infatti, esistono sulla scena un grande partito che si definisce «democratico», un grande partito «federalista», un (meno grande) partito «dei valori», un partito «centrista». E, se guardiamo anche al di fuori delle aule parlamentari, troviamo due partiti «comunisti», un partito «verde», un partito «socialista», un partito di «destra», solo per citare i più rappresentativi di tendenze ben radicate all'interno dell'elettorato. E' chiaro quindi, rebus sic stantibus, che la definizione di «partito nazional-popolare», con tutto il valore aggiunto che una tale caratterizzazione comporta, sarebbe prerogativa assoluta del Popolo della Libertà, il suo marchio di fabbrica.

E sarebbe anche, in sostanza, il miglior modo per sintetizzare le due grandi esperienze politiche che in esso stanno confluendo: quella di Forza Italia e quella di Alleanza Nazionale, che fanno entrambe riferimento, nella loro denominazione, al nostro paese, e che, sin dal momento della loro fondazione, hanno portato avanti con tenacia ed orgoglio una politica incentrata sulla difesa e sulla promozione dell'interesse nazionale, dell'italianità e dell'immagine dell'Italia nel mondo.

La genesi storica dei due partiti può aiutarci a comprendere anche la particolare declinazione che potrebbe assumere l'aggettivo «nazional-popolare» in riferimento al Pdl e la differenza del nuovo soggetto dal resto dei partiti «popolari» presenti in Europa. Forza Italia nasce nel momento culmine della delegittimazione dell'idea dell'Italia come Stato nazionale, quando l'onda lunga di Mani Pulite copre d'infamia la classe politica che aveva governato il paese dal dopoguerra in poi. Nasce come risposta all'azzeramento per via giudiziaria della tradizione repubblicana. Nasce come nuova possibilità democratica offerta al popolo orfano dei partiti popolari. Alleanza Nazionale nasce invece come ultimo approdo del percorso intrapreso dalla destra italiana nel dopoguerra, come distillato finale di un lungo cammino di purificazione dalle scorie del fascismo, trattenendo il valore della patria ma reinserendolo in un quadro ormai compiutamente democratico. Da un lato, dunque, un partito creato nell'emergenza per salvare ciò che restava dell'Italia come sentimento popolare, dall'altro un partito nato come frutto maturo della decennale storia della destra nazionale.

Un connubio singolare - un caso unico in Europa - ma ineluttabile. Un connubio che, come abbiamo visto, ha alle spalle non tanto l'ideologia, quanto la storia: la storia di un uomo, Berlusconi, che si fa voce del popolo, e la storia di un partito che, nei lunghi anni del «sonno della nazione», tiene vivo l'orgoglio nazionale. Un connubio fondato perciò non su un'astrazione («liberalismo», «riformismo», eccetera) ma su un fatto: l'Italia, la sua tradizione, la sua identità. La sua storia, la sua cultura, le sue città. I suoi valori, i suoi tesori, le sue radici.

Questa è e sarà la forza del Popolo della Libertà, il miglior investimento per un lungo e duraturo cammino politico: mettere al centro di ogni proposta, di ogni campagna elettorale, di ogni atto di governo l'amore per l'Italia. Il che non significa buoni sentimenti campati per aria, ma precise politiche nei più svariati campi: dall'immigrazione alla sicurezza, dall'economia all'industria, passando per la politica estera. Lo sta già mostrando il governo Berlusconi con i suoi provvedimenti di questi primi mesi di attività, da ultimo quello sull'Alitalia. Ora si tratta di proseguire su questa strada - che non è pragmatismo puro senza ideali, ma puro patriottismo - nel cammino che porterà alla nascita del Popolo della Libertà come partito. Il partito del popolo e della nazione italiani.

Gianteo Bordero

sabato 1 dicembre 2007

Terza Repubblica o ritorno al passato?
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 1 dicembre 2007
Cosa rossa, Cosa bianca, Cosa berlusconiana, Cosa veltroniana. Se ancora incerta è la forma ultima che queste nuove realtà politiche assumeranno, certo è invece che il passaggio dalla seconda Repubblica alla terza registra un clamoroso ritorno sulla scena dei grandi sconfitti della prima: i partiti. Verso che cosa si avvia, dunque, lo scenario politico italiano? C'è chi parla di un revenant in grande stile...CONTINUA...

mercoledì 25 luglio 2007

La lezione di Ponte Felcino
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 24 luglio 2007
«Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito». Ancora una volta, di fronte alla vicenda dell'arresto dell'imam della moschea di Ponte Felcino e dei suoi seguaci, buona parte dell'opinione pubblica e del mondo politico sembra cieca di fronte a quello che è il significato ultimo degli avvenimenti. Preferisce fermarsi alla buona opera della Polizia e degli investigatori, con tanto di inchino al ministro dell'Interno...CONTINUA...

venerdì 6 luglio 2007

Libertà per i cristiani, libertà per tutti
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 5 luglio 2007
«Il sangue dei martiri - scriveva Tertulliano sul finire del II secolo dopo Cristo - è seme di nuovi cristiani». Oggi, 1800 anni dopo, l'affermazione del primo grande teologo della Chiesa latina mantiene intatta la sua verità. Perché i cristiani, nel mondo, continuano ad essere perseguitati, torturati, messi in catene per la loro fede. E proprio laddove si fanno più frequenti le persecuzioni, le torture, gli arresti, sbocciano i semi....CONTINUA...

venerdì 15 giugno 2007

La nemesi della storia
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 14 giugno 2007
La crisi che sta investendo i Ds non è dovuta soltanto a motivi contingenti. Non è spiegabile solamente alla luce della cronaca. Le cause sono più profonde, vengono da lontano. Sono cause di natura storica e politica. Sulla base delle quali si può tranquillamente affermare che ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni, con i postcomunisti nell'occhio del ciclone per la vicenda Unipol-Bnl...CONTINUA...

domenica 13 maggio 2007

Più famiglia, cioè più libertà
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 12 maggio 2007
In famiglia si nasce, in famiglia si ritorna e si vive, in famiglia si genera. La famiglia è il luogo della memoria e delle radici, di una storia che ci ha preceduto e che ci raggiunge, storia di legami, di fatiche, di valori e tradizioni. La famiglia è il luogo della maturità post-adolescenza, lo spazio dell'essere uomini a tutto tondo, uomini che nel qui ed ora accettano la responsabilità a cui tutte le cose grandi, come il matrimonio...CONTINUA...

venerdì 4 maggio 2007

Il Family Day e la legge del desiderio
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 3 maggio 2007
Trentanove anni fa, nel maggio del 1968, prendeva forma anche in Europa la grande ondata anti-tradizionale, la lotta per la liberazione dei costumi, per l'emancipazione sessuale, contro le regole e contro le convenzioni sociali. Oggi, dopo quasi quattro decenni, un altro maggio, quello del Family Day italiano, può segnare e contraddistinguere in profondità un altro passaggio epocale della nostra storia...CONTINUA...

domenica 29 aprile 2007

A scuola di politica da Sarkozy
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 28 aprile 2007
Ci sono tanti buoni motivi per augurarsi che Nicolas Sarkozy sconfigga Ségolène Royal e diventi presidente della Repubblica francese. Uno di tali motivi, assolutamente non trascurabile, riguarda le ricadute positive che una vittoria del candidato dell'Ump potrebbe avere sullo scenario italiano, in particolare sullo schieramento di centrodestra. Il ceto politico del Belpaese, in questi ultimi tempi...CONTINUA...