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lunedì 13 settembre 2010

RELATIVIZZARE DIO SIGNIFICA RELATIVIZZARE LA DIGNITÀ DELL'UOMO

da Ragionpolitica.it del 13 settembre 2010

E' molto chiaro il messaggio che Benedetto XVI ha voluto lanciare col suo discorso pronunciato durante la presentazione delle lettere credenziali del nuovo ambasciatore della Repubblica Federale di Germania presso la Santa Sede: quando si affievolisce l'affermazione della dignità e della centralità della persona umana, si spalancano le porte a ogni genere di sopruso e si pongono le basi per la disgregazione della società. Tutto nasce, secondo il Papa, dalla dimenticanza del carattere personale del Dio cristiano e dall'affermarsi di una vaga religiosità incapace di fondare una vera cultura della vita, una solida morale, una feconda crescita sociale: «Al posto del Dio personale del cristianesimo, che si rivela nella Bibbia, subentra un essere supremo, misterioso e indeterminato, che ha solo una vaga relazione con la vita personale dell'essere umano». Alla base delle parole del Pontefice vi è la consapevolezza che la storia della nostra civiltà, dell'Europa a cui apparteniamo, è fondata sul principio secondo cui l'essere personale dell'uomo è analogia dell'essere personale di Dio: il Dio cristiano, che per sua stessa essenza è relazione d'amore tra le Persone trinitarie, entra in rapporto con l'uomo creato «a Sua immagine e somiglianza». La creazione è cioè già essa stessa il «tu» rivolto da Dio all'uomo, che rende possibile il «tu» dell'uomo a Dio. Tolto questo legame ontologico, la relazione personale tra creatura e creatore, la dignità umana diventa una variabile dipendente dalle culture, dalle mode, dal potere, dal pensiero dominante nella società.


L'affermarsi di una concezione di Dio impersonale e indeterminata ha conseguenze esiziali, secondo Papa Benedetto, nel campo della giustizia e della legislazione, perché quando diviene prevalente l'idea di un Dio «che non conosce, non sente e non parla, e, più che mai, non ha un volere, il bene e il male alla fine non sono più distinguibili». L'esito di tale convinzione è che «l'uomo perde la sua forza morale e spirituale, necessaria per uno sviluppo complessivo della persona». E «l'agire sociale viene dominato sempre di più dall'interesse privato o dal calcolo del potere, a danno della società». I segnali che mostrano come questa tendenza operi oggi a livello sociale e politico si possono scorgere - dice il Pontefice - nei dibattiti e talvolta anche nelle leggi che toccano temi indissolubilmente legati alla centralità della persona umana e sui quali il magistero cattolico ha definito alcuni principi «non negoziabili»: la vita e la famiglia.


La vita. Secondo Benedetto XVI «le nuove possibilità della biotecnologia e della medicina ci mettono spesso in situazioni difficili che rassomigliano a un camminare sulla punta della cresta. Noi abbiamo il dovere di studiare diligentemente fin dove questi metodi possono fungere d'aiuto per l'uomo e dove invece si tratta di manipolazione dell'uomo, di violazione della sua integrità e dignità. Non possiamo rifiutare questi sviluppi, ma dobbiamo essere molto vigilanti». Il problema non sta dunque nella ricerca e nel progresso delle scienze, bensì nel modo in cui essi vengono usati: a favore dell'uomo o contro l'uomo, a favore della vita o contro la vita. Se non è chiaro quel legame naturale tra Persona di Dio e persona umana che fonda la dignità di quest'ultima, il rischio è quello di iniziare a «distinguere - e spesso ciò accade già nel seno materno - tra vita degna e indegna di vivere», con la conseguenza che «non sarà risparmiata nessun'altra fase della vita, ancor meno l'anzianità e l'infermità».


La famiglia. E' in atto - dice il Papa - un «crescente tentativo di eliminare il concetto cristiano di matrimonio e famiglia dalla coscienza della società». Già altre volte, negli anni scorsi, Benedetto XVI aveva sottolineato che, se il Dio cristiano viene relativizzato, ogni prospettiva umana che contempli il «per sempre» e il dono totale di sé diventa per ciò stesso una contraddizione in termini. E se la persona non è più immagine di Dio, anche la dignità dell'amore umano si frantuma in mille pezzi, fino a svanire. La conseguenza è che la famiglia, testata d'angolo della società, perde la sua centralità, con esiti devastanti a livello sociale. Per questo - ha affermato il Pontefice di fronte al nuovo ambasciatore tedesco - «la Chiesa non può approvare iniziative legislative che implichino una rivalutazione di modelli alternativi della vita di coppia e della famiglia. Esse contribuiscono all'indebolimento dei principi del diritto naturale e così alla relativizzazione di tutta la legislazione e anche alla confusione circa i valori nella società».


La conclusione del Papa è che una comunità democratica e libera, per essere anche veramente umana, non può rinunciare alla verità. Perché senza verità, e senza rispetto della dignità della persona, il rischio è che anche la democrazia e la libertà siano in balìa del potere culturale, economico o politico di volta in volta dominante.


Gianteo Bordero

lunedì 24 maggio 2010

«IL RELATIVISMO INDEBOLISCE LA DEMOCRAZIA», DICE BENEDETTO XVI

da Ragionpolitica.it del 24 maggio 2010

C'è un pensiero ricorrente nelle meditazioni di Benedetto XVI sul tema della politica, della democrazia e del rapporto tra questa e i «valori». Un pensiero che il Papa ha esplicitato, da ultimo, nel suo intervento dello scorso venerdì all'assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per i laici: nei tempi attuali - ha detto - «il diffondersi di un confuso relativismo culturale e di un individualismo utilitaristico ed edonista indebolisce la democrazia e favorisce il dominio dei poteri forti».


Per approfondire il significato di questa affermazione può essere utile riprendere quanto l'allora cardinale Ratzinger scrisse in un articolo intitolato «Il significato dei valori religiosi e morali nella società pluralistica», pubblicato nel 1992 dalla rivista cattolica internazionale Communio. E' interessante, ai fini del nostro discorso, soprattutto la prima parte del testo, quella in cui l'ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede tenta di rovesciare uno dei luoghi comuni della moderna filosofia politica: quello secondo cui il relativismo è un presupposto necessario della democrazia. Una convinzione, questa, che ha preso sempre più campo dopo il crollo dei sistemi totalitari novecenteschi, dopo la fine delle utopie trasformatesi in tragedie per l'umanità, dopo che le grandi narrazioni ideologiche del secolo ventesimo si sono rivelate incapaci di fondare sistemi politici in cui fosse davvero garantita la libertà dell'individuo.


Qui - si badi - non è in alcun modo in discussione la bontà della democrazia in luogo delle dittature e di regimi oppressivi, bensì il corollario secondo il quale la democrazia, per essere veramente tale, deve rinunciare ad ogni discorso sulla verità, in quanto ogni affermazione veritativa assoluta rappresenterebbe per ciò stesso un pericoloso scivolamento verso la tirannia e un intralcio al dispiegamento della libertà individuale. Certo - scrive Ratzinger - è inevitabile che nelle moderne democrazie esista una «certa tensione» tra libertà e verità, ma pensare di risolvere il problema cancellando uno dei termini in gioco non è certo il modo più saggio di procedere. Dice il relativista: se la verità esiste, ognuno ha la sua, che ha il medesimo valore di quella dell'altro. Quindi, affermarne o riconoscerne una in particolare sarebbe ipso facto un atto di violenza. La questione, fatta uscire così dalla porta, rientra però prepotentemente dalla finestra ogni volta che le istituzioni democratiche si trovano a dover fare i conti con la necessità di legiferare su materie nelle quali più si fa sentire lo scontro tra differenti visioni della vita e dei valori presenti nella società. E qui ripetere il solito ritornello relativista non basta, anzi potrebbe essere controproducente.


E allora, guardando meglio, «bisogna chiedersi se anche nella democrazia non debba esistere un nucleo non relativistico». Ad esempio: i diritti umani inviolabili. Non è forse vero che la democrazia «è costruita intorno ad essi»? E «non è proprio la loro protezione il motivo più profondo per cui la democrazia appare necessaria?». Se la risposta che viene data a tale quesito è affermativa, come lo dovrebbe essere secondo gli stessi presupposti della democrazia, allora diventa evidente che esiste almeno un grumo di verità che non soggiace al comandamento relativista. Esiste cioè «un patrimonio fondamentale di verità» che «appare irrinunciabile proprio per la democrazia». Non soltanto nel senso che esso sta a fondamento della democrazia, ma anche che proprio tale nucleo non relativistico può rappresentare - rappresenta - il miglior antidoto di fronte a quella che in molti hanno chiamato «dittatura della maggioranza», e cioè la pretesa di chi detiene legittimamente il potere di stabilire lui che cosa è vero e che cosa è bene per i cittadini. Solo se esiste un elemento di verità che trascende il gioco di maggioranza e opposizione, che va oltre l'alternarsi di schieramenti al governo di uno Stato, la democrazia può veramente essere tale e non degradare in tirannide.


Come si vede, non è dunque il riconoscimento di una verità meta-politica a mettere in pericolo la democrazia, ma è proprio quel relativismo che, divenendo assoluto contro le sue stesse premesse, pone le basi per una deriva anti-democratica, in cui i «poteri forti» non trovano dinanzi a sé alcun serio argine alle loro pretese di dominio. Un dominio che, giocando in maniera più o meno palese la sua partita a livello delle coscienze e degli stili di vita, può avvenire formalmente nel rispetto delle regole della democrazia, ma sostanzialmente può ridurre tali regole a simulacri di libertà.


Divengono più chiare, così, anche le parole pronunciate da Benedetto XVI il 22 maggio, durante un convegno promosso dalla Fondazione «Centesimus Annus - Pro Pontifice»: «La politica deve avere il primato sulla finanza e l'etica deve orientare ogni attività».

Gianteo Bordero

sabato 27 marzo 2010

PERCHÉ ATTACCANO LA CHIESA E IL PAPA

da Ragionpolitica.it del 27 marzo 2010

Il dialogo tra Gesù e Ponzio Pilato, nel racconto della Passione secondo l'evangelista Giovanni, rappresenta uno dei momenti più drammatici nel rapporto tra il Nazareno e l'umanità: è lo scontro tra il potere del mondo - tra quelle che noi oggi chiameremmo «lobbies dominanti» - e il misterioso potere disarmato di un Dio che, fattosi uomo, si offre come vittima sacrificale «per la salvezza di molti». A Pilato che gli chiede se fosse lui il re dei Giudei, se quindi il suo obiettivo fosse quello di rovesciare l'ordine costituito e di instaurare un proprio impero terreno, Gesù risponde affermando che il suo regno «non è di questo mondo»: se così fosse, infatti, i suoi seguaci «avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei». Il racconto prosegue descrivendo un Pilato che, evidentemente spiazzato dalle parole del suo interlocutore, torna a interrogarlo: «Dunque tu sei re?». E Gesù, quasi a voler sgravare il prefetto romano dal peso umanamente insopportabile di mandare a morte il Giusto senza alcuna valida causa: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Da qui la domanda di Pilato seguita dal terribile silenzio del Nazareno: «Che cose'è la verità?». Commenta Michele Federico Sciacca: «Silenzio di Cristo. A tutti l'ha detta la verità, agli umili e ai reietti, ai pubblicani e alle prostitute, a tutti quanti avevano la semplicità e la buona volontà di ascoltarla. Al rappresentante di Cesare non la dice... Che cosa può esser mai la verità per un funzionario il cui unico regno è la sua poltrona, per uno di quei potenti che fanno la storia?». E conclude: «Dopo i silenzi che seguono alla condanna, questo di fronte a Pilato, in pieno pretorio, è il più significativo dei silenzi di Cristo». Tutto il potere del Sinedrio e tutto il potere dell'impero romano «sono inceneriti dal fulmine di quel silenzio».


Da duemila anni questo è il grande paradosso cristiano, il paradosso della Chiesa cattolica, ben riassunto dalle parole di San Paolo: «Voi siete nel mondo, ma non siete del mondo». Ed è per questo che il mondo non può sopportare l'esistenza di un potere (un «regno») che non si fonda sulla forza, sul dominio, sulla prevaricazione, ma sulla verità offerta liberamente alla persona sotto forma di Dio-uomo che dona la sua vita per riscattare l'umanità dalla schiavitù del male e del peccato. Non è un'idea, non è una filosofia, non è un principio religioso, ma una presenza reale nella storia, che va oltre la storia. Come scriveva sant'Agostino anagrammando la domanda di Pilato: «Quid est veritas? Est vir qui adest». La verità è un uomo presente.


La Chiesa e i cristiani, sin dagli inizi della loro avventura storica, sono combattuti e perseguitati per questo: perché ricordano ai prìncipi di questo mondo, e alle élites interpreti del pensiero dominante, che tutto il potere che essi riescono affannosamente ad ottenere, che tutti gli uomini che essi riescono in qualche modo ad assoggettare, che tutte le ricchezze che essi riescono ad accumulare non sono l'ultima parola che decide le sorti dell'umanità. E che c'è una verità che nessuna guerra culturale, nessuna prigione, nessun tentativo di censura potranno mai cancellare: la verità di Dio e del suo Figlio fatto uomo, quella verità in nome della quale Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli». Quando i primi martiri cristiani, interrogati dai generali dell'impero romano circa la loro identità, rispondevano con le parole «christianus sum», ben sapendo quale sarebbe stata la loro sorte, affermavano esattamente questa verità: «Il vostro potere può privarci della vita, ma non può toglierci la Vita», cioè l'appartenenza al Dio di Gesù Cristo. Per dirla ancora con San Paolo: «Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: "Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello". Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati».


Oggi la storia si ripete. Non soltanto nelle persecuzioni che ogni anno vedono come vittime innocenti, in molte parti del mondo, migliaia di cristiani, ma anche negli odierni attacchi che, in seguito allo scandalo dei preti coinvolti in casi di pedofilia, vengono mossi alla Chiesa e al Papa da alcuni giornali americani, tedeschi e anche italiani, e dalle lobbies laiciste ed anti-cattoliche che tali giornali controllano. Chi volesse rendersi conto dell'infondatezza delle accuse rivolte a Benedetto XVI, può leggere i documentati articoli pubblicati in questi giorni dall'Osservatore Romano e dall'Avvenire. Ma quello che qui ci preme sottolineare è che quest'ondata di fango che punta a delegittimare il successore di Pietro, e a dipingere la sua barca come una congrega di pedofili, arriva proprio sotto un pontificato che con mitezza, tenerezza e semplicità sta riproponendo agli uomini del nostro tempo la radicalità dell'annuncio cristiano, la sua «pretesa» di verità contro ogni relativismo filosofico ed etico, cioè contro un'idea dell'uomo e di Dio che rende la persona più malleabile, più esposta ai venti e alle suggestioni dei potentati di turno, degni eredi di coloro che organizzarono il processo a Gesù e che lo inchiodarono alla croce, sul Golgota, duemila anni fa. Quel giorno «si fece buio su tutta la terra».

Gianteo Bordero

lunedì 22 marzo 2010

IL CORAGGIO DEL PAPA E LA CATTIVA COSCIENZA DEI CATTO-PROGRESSISTI

da Ragionpolitica.it del 22 marzo 2010

Da alcuni commenti alla lettera pastorale che Benedetto XVI ha inviato il 19 marzo ai cattolici irlandesi emerge una visione totalmente distorta del ruolo e della missione del Papa e, di rimando, della stessa Chiesa. Quando si afferma, come ad esempio hanno fatto La Repubblica e Il Riformista, che il Pontefice, con la sua missiva, non sta facendo abbastanza per rispondere allo scandalo dei preti che si sono macchiati di atti di pedofilia; o quando si chiede, in sostanza, che egli si trasformi in una sorta di magistrato statale che commina ai malfattori pene carcerarie o cose simili, si finisce per cadere in quella logica «temporalista» che gli intellettuali cattolici progressisti da sempre combattono a parole e che oggi invece sembrano invocare come rimedio alla dolorosa e drammatica vicenda dei sacerdoti che hanno abusato dei più piccoli.


Tutto questo nel momento in cui lo stesso Pontefice afferma a chiare lettere che i colpevoli dovranno rispondere delle loro infamanti azioni di fronte a Dio e agli uomini («Davanti all'Onnipotente come pure davanti a tribunali debitamente costituiti») e invita i vescovi che hanno commesso «gravi errori di giudizio» ed hanno mostrato «mancanze di governo» a «cooperare con le autorità civili nell'ambito di loro competenza». Ma anche queste dure parole di Benedetto XVI, agli occhi di certi illuminati commentatori di cose cattoliche, sembrano non bastare. E' curioso che questi intellettuali, che per molti lustri sono stati i propugnatori di una svolta lassista della Chiesa in materia di morale sessuale ed hanno chiesto, a partire dalla contestazione dell'enciclica di Paolo VI Humanae Vitae (1968), che il magistero papale non dicesse solo dei «no» di fronte ai grandi cambiamenti del costume avvenuti nell'ultimo secolo, si presentino oggi come i campioni del rigorismo e del «pugno duro».


Peccato che proprio questa mentalità conciliante con le tendenze mondane, proposta nel nome di una Chiesa «moderna» e «aperta», sia uno dei principali fattori che hanno contribuito ad indebolire nei cattolici quegli anticorpi necessari per resistere al male nei tempi di confusione e di tempesta. Lo dice in modo chiaro lo stesso Papa Ratzinger nella sua lettera, quando afferma che negli ultimi decenni, di fronte alla «rapida trasformazione e secolarizzazione della società irlandese» - ma il discorso può benissimo valere pure per altri paesi occidentali - anche tra molti sacerdoti e religiosi ha fatto breccia «la tendenza ad adottare modi di pensiero e di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente riferimento al Vangelo». Una tendenza che si è manifestata, secondo il Pontefice, anche in una lettura distorta del Concilio Vaticano II, il cui «programma di rinnovamento» fu a volte «frainteso». In particolare, «vi fu una tendenza, dettata da retta intenzione ma errata, ad evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari». In altre parole: negli anni successivi al Concilio, a causa di un malinteso senso di apertura nei confronti della cultura moderna, all'interno della Chiesa in tanti hanno creduto che non fosse necessario utilizzare il pungo di ferro (l'«approccio penale») nei confronti di chi si macchiava di certi gravissimi peccati, con la conseguenza di una «mancata applicazione delle pene canoniche in vigore» e della «mancata tutela della dignità di ogni persona». Invece che rivolgere critiche del tutto infondate a Benedetto XVI, dunque, certi vaticanisti progressisti farebbero bene a riflettere sullo sfascio prodotto da tanti anni di propaganda contro il rigore dei Papi in materia sessuale.


E, soprattutto, dovrebbero comprendere che con la sua coraggiosa lettera ai cattolici irlandesi il pontefice ha centrato in pieno il cuore della questione, rispondendo così a quella che è la sua prima missione come successore di Pietro: «Confermare i fratelli nella fede tenendoli uniti nella confessione del Cristo crocifisso e risorto». Quando Ratzinger afferma che è necessario «riflettere sulle ferite inferte al corpo di Cristo, sui rimedi, a volte dolorosi, necessari per fasciarle e guarirle, e sul bisogno di unità, di carità e di vicendevole aiuto nel lungo processo di ripresa e di rinnovamento ecclesiale»; quando, rivolgendosi alle vittime degli abusi e alle loro famiglie, esprime a nome della Chiesa «la vergogna e il rimorso che tutti proviamo», e chiede loro «di non perdere la speranza» perché Gesù «come voi porta ancora le ferite del suo ingiusto patire» e «comprende la profondità della vostra pena e il persistere del suo effetto nelle vostre vite e nei vostri rapporti con altri, compresi i vostri rapporti con la Chiesa»; quando con durezza ammonisce i sacerdoti che hanno abusato dei ragazzi («Avete perso la stima della gente dell'Irlanda e rovesciato vergogna e disonore sui vostri confratelli. Avete violato la santità del sacramento dell'Ordine Sacro, in cui Cristo si rende presente in noi e nelle nostre azioni») e quando li esorta a «riconoscere» le proprie colpe, a «sottomettersi» alle esigenze della giustizia, ma a non «disperare della misericordia di Dio»...


E ancora, quando ai giovani irlandesi ribadisce che «siamo tutti scandalizzati per i peccati e i fallimenti di alcuni membri della Chiesa» e quando ricorda loro che però «è nella Chiesa che voi troverete Gesù Cristo, che è lo stesso ieri, oggi e sempre. Egli vi ama e per voi ha offerto se stesso sulla croce. Cercate un rapporto personale con lui nella comunione della sua Chiesa, perché lui non tradirà mai la vostra fiducia!»; quando dice agli altri sacerdoti d'Irlanda che essi possono essere testimonianza vivente delle parole di San Paolo: «Dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia»; quando ad alcuni vescovi imputa gravi mancanze «nell'applicare le norme del diritto canonico codificate da lungo tempo circa i crimini di abusi di ragazzi» e li invita a «rinnovare il senso di responsabilità davanti a Dio», ad essere «sensibili alla vita spirituale e morale di ciascuno dei sacerdoti»; quando infine a tutti i fedeli d'Irlanda propone un cammino comune di penitenza, di preghiera e di adorazione eucaristica per giungere a quel «rinnovamento» nella fede che è la vera, grande risposta che la Chiesa può offrire ai credenti in questo tempo difficile...


Ebbene, quando scrive tutto ciò Benedetto XVI non nasconde la testa sotto la sabbia, non elude i problemi, non ne annacqua la gravità, ma li legge alla luce della fede e del mistero cristiano. Li pone cioè nell'unica prospettiva grazie alla quale i cattolici e la Chiesa possono ogni giorno sentirsi - ed essere - una «creatura nuova». Come diceva Chesterton, «il prezzo del perdono si chiama Verità».


Gianteo Bordero

mercoledì 17 marzo 2010

IL CARDINAL RUINI, UN GRANDE «DEFENSOR ECCLESIAE»

da Ragionpolitica.it del 17 marzo 2010

L'intervista che il cardinale Camillo Ruini ha concesso a Paolo Rodari del Foglio in merito alla vicenda dei preti che si sono macchiati di atti di pedofilia restituisce la figura di un grande «defensor ecclesiae» di cui - sia detto senza polemica - si sente la mancanza. L'ex presidente della Cei ed ex vicario del Papa non sottovaluta la portata del fenomeno dei sacerdoti coinvolti nei casi di abusi sessuali sui più piccoli, non ne sminuisce la gravità, ma, con la lucidità intellettuale e la chiarezza argomentativa che da sempre lo contraddistinguono, mette i puntini sulle i, cercando di guardare oltre l'apparenza e di chiamare le cose col loro vero nome.


«I reati di pedofilia - afferma - sono sempre infami, specialmente quando commessi da un sacerdote. Per questo è più che giusto denunciarli e reprimerli e, nella misura del possibile, aiutare le vittime a superarne le conseguenze». Detto questo, però, «non si può far finta di non vedere che l'attenzione di molti giornali e degli ambienti che si esprimono attraverso di essi si concentra sui casi di pedofilia dei sacerdoti cattolici, sicuramente non più frequenti di quelli di tante altre categorie di persone». E, soprattutto, «non si può nemmeno ignorare il tentativo tenace e accanito di tirare in ballo la persona del Papa». Insomma, dai tanti articoli che i media stanno dedicando alla vicenda spesso non emerge soltanto la sacrosanta cronaca di quanto sta accadendo, il doveroso rendiconto all'opinione pubblica, la presentazione della notizia e il commento ad essa. Si intravede anche una sorta di condanna preventiva nei confronti della Chiesa cattolica nel suo insieme, con conseguente tentativo di gettare fango in abbondanza sulla sua gerarchia, fino ad arrivare al pontefice. Così, se da un lato viene dato ampio risalto a ogni nuovo sospetto caso di preti coinvolti in episodi di pedofilia, altrettanto non avviene quando si tratta di concedere spazio ai chiarimenti, alle precisazioni, alle documentate smentite provenienti da fonte ecclesiale.


Tutto ciò, secondo Ruini, da un certo punto di vista non deve sorprendere. Non è una novità. «La campagna diffamatoria contro la Chiesa cattolica e il Papa» ha, per il cardinale, origini antiche. Essa, infatti, rientra in una strategia «che è in atto oramai da secoli e che già Friedrich Nietzsche teorizzava con il gusto dei dettagli. Secondo Nietzsche - argomenta il porporato - l'attacco decisivo al cristianesimo non può essere portato sul piano della verità ma su quello dell'etica cristiana, che sarebbe nemica della gioia di vivere». Per il filosofo tedesco, infatti, la più grande colpa del cristianesimo sarebbe quella di aver depotenziato, rammollito e rattrappito l'umanità, mettendone a tacere le forze vitali attraverso l'etica della mortificazione, del sacrificio, della rinuncia. E' una lettura falsa e deformata, che però ha fatto breccia in ampi settori delle nostre società.


E così siamo arrivati al cuore delle riflessioni dell'ex presidente della Cei, secondo cui l'obiettivo finale di questa cultura nichilista e radicaleggiante, che trova espressione nelle opere di Nietzsche, è quello di cancellare dal cuore e dalla mente dei popoli europei ed occidentali ogni traccia della concezione cristiana dell'uomo, che ha segnato nel profondo la loro storia. Una concezione per cui «la sessualità umana, fin dal suo inizio, non è semplicemente istintiva, non è identica a quella degli altri animali. E', come tutto l'uomo, una sessualità "impastata" con la ragione e con la morale, che può essere vissuta umanamente, e rendere davvero felici, soltanto se viene vissuta in questo modo». Da quando abbiamo assistito alla «rivendicazione dell'autonomia dell'istinto sessuale da ogni criterio morale», cioè da quando ogni limite all'appagamento di tale istinto è stato abolito nel nome della libertà sessuale, era inevitabile che diventasse difficile «far comprendere che determinati abusi sono assolutamente da condannare». Non è dunque certo colpa della Chiesa cattolica - che semmai è stata ed è vittima del trionfo della mentalità sopra descritta - se determinate pratiche sessuali trovano oggi così vasta diffusione, fino al punto di raggiungere anche qualche sacerdote.


Questo è il punto di cui oggi nessuno parla, preferendo mettere ipocritamente sul banco degli imputati la Chiesa e il Papa, come se fossero loro - che tra l'altro vengono accusati un giorno sì e l'altro pure, dall'intellighenzia radicale e laicista, di essere i paladini di una morale «sessuofobica» - ad aver alimentato la cultura dell'esaltazione sessuale ad ogni costo, dalla quale non potevano che venire abusi di ogni genere. Per questo, conclude Ruini rivolgendosi a coloro che in questi giorni sono impegnati a divulgare l'idea secondo cui la Chiesa altro non è che una congrega di pedofili, «non sarebbe forse più onesto e realistico riconoscere che queste e altre deviazioni legate alla sessualità», che pure «accompagnano tutta la storia del genere umano», oggi «sono ulteriormente stimolate dalla tanto conclamata "liberazione sessuale"?». Si attende una risposta.


Gianteo Bordero

giovedì 7 gennaio 2010

NÉ OROSCOPI NÉ PREVISIONI ECONOMICHE. LA LIBERTÀ VIENE PRIMA

da Ragionpolitica.it del 5 gennaio 2010

Benedetto XVI ha fatto dell'Angelus domenicale un'occasione per proporre e riproporre in poche parole - cinque minuti soltanto di discorso - le verità fondamentali del cristianesimo presentate dalle letture e dalla liturgia del giorno. E' il modello perfetto dell'omelia, che va al cuore dell'annuncio cristiano e lo offre con gioia e semplicità, ma senza edulcorazione alcuna, all'uomo del nostro tempo. Così la scorsa domenica, prima del 2010, il Papa ha parlato del procedere del tempo storico (un nuovo anno che incomincia, con le attese e le speranze che l'accompagnano) alla luce della scansione del tempo liturgico (il tempo di Natale che per la Chiesa si conclude con la memoria del battesimo di Gesù). E ha mostrato come quest'ultimo sia in grado di illuminare e riempire di significato il primo. In altre parole: il mistero cristiano dell'incarnazione, del «Verbo che si è fatto carne», svela il senso del cammino storico dell'umanità e di ogni singola persona. La storia di Dio entra nella storia dell'uomo, il tempo divino entra nella dinamica del tempo umano, e quindi dell'esistenza degli individui e dei popoli, non per cancellarne la drammaticità, bensì per accompagnarla con discrezione verso il suo fine ultimo.


Il cristianesimo, così, supera da un lato la «generica religiosità» e, dall'altro, il «fatalismo». Perché qui non siamo di fronte a un Dio ignoto e senza volto, e neppure a un Destino oscuro che prestabilisce e predetermina ogni passo della storia umana e della vita della persona. Per l'annuncio cristiano, infatti - ricorda Benedetto XVI richiamandosi alle tre letture bibliche del 3 gennaio - «Dio non è soltanto creatore dell'universo - aspetto comune anche ad altre religioni - ma è Padre, che "ci ha scelti prima della creazione del mondo, predestinandoci ad essere per lui figli adottivi"». E' per questo che Egli «è arrivato fino al punto inconcepibile di farsi uomo». Da qui sgorga la vera speranza dell'umanità: «La storia ha un senso, perché è abitata dalla Sapienza di Dio».


Ma ciò non comporta in alcun modo una riduzione o una contrazione della libertà dell'uomo: non sono tolte, come per magia, le asperità del cammino, la fatica del vivere e dello scegliere; non è spazzata via la possibilità di un rifiuto, il voltare le spalle all'incontro con il Nazareno. Né è fatta fuori la responsabilità, cioè il dovere di rispondere alla chiamata di Cristo. Allo stesso modo, non è cancellata la gioia che nasce dal dire «sì», dall'aderire al mistero d'amore di un Dio che dona tutto se stesso per la salvezza dell'uomo, per la sua felicità. In sostanza: «Il disegno divino - dice il Papa - non si compie automaticamente, perché è un progetto d'amore, e l'amore genera libertà e chiede libertà. Il Regno di Dio viene certamente, anzi, è già presente nella storia e, grazie alla venuta di Cristo, ha già vinto la forza negativa del maligno. Ma ogni uomo e donna è responsabile di accoglierlo nella propria vita, giorno per giorno».


Ed è qui, sul terreno della libertà, che si incontrano infine il tempo storico e il tempo liturgico, l'inizio del 2010 e il Natale di Gesù. Circondati dagli oroscopi e dai vaticini di maghi ed astrologi, sommersi dalle previsioni degli economisti, sembra che il percorso del nuovo anno sia già segnato in partenza e che sia in balìa di un Fato tanto rigido quanto lontano da ogni possibilità di modifica da parte del singolo e delle comunità. Certo - afferma Benedetto XVI - «i problemi non mancano, nella Chiesa e nel mondo, come pure nella vita quotidiana delle famiglie. Ma, grazie a Dio, la nostra speranza non fa conto su improbabili pronostici e nemmeno sulle previsioni economiche, pur importanti. La nostra speranza è in Dio». Queste e le precedenti parole del Papa non sono soltanto la riaffermazione di una secolare verità di fede, ma anche la riproposizione del confortante principio laico - e se vogliamo illuminista - secondo cui alla libera iniziativa, alla responsabilità, alla creatività dell'uomo, e non alla superstizione e al Destino «cinico e baro», sono in buona parte affidate le sorti della società e del mondo. Nessuna crisi è mai veramente definitiva, se l'uomo non perde se stesso e non taglia le sue radici.

Gianteo Bordero

domenica 16 dicembre 2007

La Nota dottrinale
su alcuni aspetti dell'evangelizzazione
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 15 dicembre 2007
Christopher Dawson, nel suo saggio Il cristianesimo e la formazione della civiltà occidentale, individua nell'opera dei missionari uno degli elementi che hanno consentito a popoli altrimenti disomogenei per storia, cultura e tradizioni di dare vita alla casa comune dell'Europa prima e di diffondere poi, in tutto il mondo, un nuovo e «vincente» modello di società, fondato sulla centralità e sulla dignità della persona umana...CONTINUA...

lunedì 21 maggio 2007

Se non fossi cattolico, lo diventerei
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 20 maggio 2007
Se non fossi cattolico, lo diventerei. Soprattutto oggi, per due motivi. Uno contingente, l'altro sostanziale. Primo: perché non sopporto il vergognoso attacco lanciato da chi in questo momento detiene il potere mediatico e culturale nei confronti di una istituzione, la Chiesa, che non può rispondere che con la testimonianza e con l'appello alle coscienze. Sto dalla parte dei deboli, per questo...CONTINUA...

venerdì 18 maggio 2007

Il viaggio del Papa in Brasile, in tre parole:
ripartire da Cristo
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 17 maggio 2007
Sono stati cinque giorni molto intensi, quelli trascorsi da Benedetto XVI in Brasile la scorsa settimana, da mercoledì 9 a domenica 13 maggio. Motivo del viaggio del Papa in terra carioca è stata l'inaugurazione della V Conferenza generale dell'episcopato latinoamericano (Celam) presso il santuario mariano di Aparecida, svoltasi domenica pomeriggio. Nei giorni precedenti, Benedetto XVI, percorrendo le tappe...CONTINUA...

venerdì 20 aprile 2007

Benedetto XVI, due anni dopo
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 19 aprile 2007
Sono numeri impressionanti quelli diffusi ieri dalla Santa Sede circa le presenze di fedeli alle udienze generali, agli Angelus e alle celebrazioni presiedute da Benedetto XVI negli ultimi dodici mesi. Nel periodo che va dal 20 aprile 2006 al 19 aprile 2007, secondo anno di pontificato di Joseph Ratzinger, a Roma sono accorsi ad ascoltare il Papa 3.368.200 pellegrini. Si tratta di cifre da capogiro...CONTINUA...
Una grande scuola di cristianesimo
di Gianteo Bordero
da "Avanti!" del 19 aprile 2007
Sono passati due anni da quel 19 aprile del 2005, quando, alle sei del pomeriggio, dopo la fumata bianca proveniente dal comignolo della cappella Sistina, fece capolino dalla loggia delle benedizioni della basilica di San Pietro il cardinale protodiacono, il cileno Medina Estevez, per annunciare l’elezione di Joseph Ratzinger al soglio pontificio. Sono passati due anni, e ritornare ora con la memoria a quel giorno e a quei momenti...CONTINUA...

mercoledì 18 aprile 2007

Ottant'anni di amicizia con Gesù
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 17 aprile 2007
Ieri, 16 aprile, Benedetto XVI ha compiuto ottant'anni. Egli stesso ha voluto parlarne durante l'omelia della messa celebrata domenica in piazza san Pietro davanti a più di cinquantamila fedeli. Uno dei passaggi del suo discorso che più ci aiutano a capire la figura di Joseph Ratzinger e la grandezza del suo pontificato è contenuto nelle espressioni con cui egli ha parlato del momento in cui, cinquantasei anni fa...CONTINUA...

lunedì 9 aprile 2007

Al cuore della fede
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 7 aprile 2007
Nei giorni successivi alla Pasqua, Benedetto XVI scriverà due nuovi, importanti capitoli del suo pontificato. Il primo sarà l'uscita del suo libro su Gesù di Nazareth, il secondo la promulgazione del motu proprio che «liberalizza» l'uso del messale romano di san Pio V nelle celebrazioni liturgiche. Nonostante si muovano su due piani diversi, tanto il saggio su Gesù quanto la decisione sulla liturgia sembrano indicare...CONTINUA...

mercoledì 4 aprile 2007

La «Fides et ratio»,
fondamento di una sana laicità
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 3 aprile 2007
Nel secondo anniversario della morte di Giovanni Paolo II, i riflettori dei media sono puntati sul processo di canonizzazione del Papa polacco, anche a seguito della conclusione della fase istruttoria diocesana e dell'inizio dell'iter presso la Congregazione per le cause dei santi. Guardando alla grande figura di Karol Wojtyla a due anni dalla morte, però, riteniamo necessario sottolineare alcuni aspetti decisivi del suo pontificato...CONTINUA...

giovedì 22 marzo 2007

Il fideismo di «Repubblica»,
la laicità del Papa
di Gianteo Bordero
da "Ragionpolitica.it" del 22 marzo 2007
Un tempo era vanto dei «laici» quello di un rigoroso uso del metodo razionale nell'affronto delle più importanti questioni culturali, sociali, politiche e religiose. Un tempo si professava «laico» colui che riconosceva il primato della ragione sull'ideologia. Un tempo la «laicità» non era soltanto avversione alla Chiesa sempre e comunque, ma innanzitutto ricerca autonoma di un fondamento del reale e della vita...CONTINUA...