martedì 4 gennaio 2011
IL MA-ANCHISMO, MALATTIA CONGENITA DEL PD
Sulla vicenda Fiat bene Marchionne, ma anche la Fiom ha le sue ragioni. Sulle alleanze porte aperte al Terzo Polo, ma anche alla sinistra di Nichi Vendola. Sulle primarie non si torna indietro, ma occorre anche una riflessione sulla loro utilità. L'elenco potrebbe continuare, ma ci fermiamo ai tre temi di maggiore attualità. La sostanza è sempre la stessa: non c'è argomento all'ordine del giorno nel dibattito politico italiano su cui il Partito Democratico riesca ad assumere una posizione netta ed univoca, o di qua o di là: o con l'ad di Fiat o con i metalmeccanici Cgil, o per una strategia di centro-sinistra col trattino o per una riedizione sotto altre forme dell'Unione prodiana, o per le primarie o contro le primarie. E meno male che il «ma-anchismo» avrebbe dovuto essere archiviato assieme al suo fondatore e massimo propugnatore, l'ex segretario e candidato premier nel 2008, Walter Veltroni. Invece pare che questa perniciosa malattia politica sia congenita al partito che avrebbe dovuto rappresentare il nuovo volto della sinistra italiana, il salto in avanti verso una gauche moderna ed europea, dall'identità ben definita e con un programma chiaro, capace di contendere il governo del Paese al centrodestra berlusconiano.
Ma passano i giorni, passano gli anni, passano i segretari, e di questa identità e di questo programma non vi è neppure l'ombra. E' evidente, dunque, che non è soltanto un problema di persone, ma anche e soprattutto di Dna. Un problema, cioè, che riguarda l'essenza stessa e l'autocoscienza del maggiore partito di opposizione. Su questo punto, la confusione regna sovrana oggi così come regnava sovrana al momento della nascita del Pd. Romano Prodi e Arturo Parisi lo immaginavano e ne parlavano come lo spazio fisico del dossettismo realizzato, il luogo nel quale avrebbero dovuto finalmente fondersi, motivati dalla comune coscienza politica incardinata nella Costituzione del '48 e nell'antifascismo, cattolici e (post) comunisti; altri, come Massimo D'Alema e Franco Marini, lo consideravano un inevitabile matrimonio d'interesse nel quale le distinzioni culturali tra i due contraenti avrebbero dovuto rimanere tali; altri ancora, come Walter Veltroni, lo presentavano come il naviglio agile e leggero capace di andare oltre le appartenenze del passato ed intraprendere così la navigazione nel mare aperto del riformismo contemporaneo. Con prospettive così radicalmente diverse alle spalle - ognuna delle quali comportante scelte strategiche tra loro assai divergenti - era inevitabile che, senza una previa chiarificazione in proposito, il Partito Democratico finisse con l'impantanarsi nella palude che i suoi stessi fondatori avevano contribuito a creare. E così è accaduto.
Oggi, dunque, a più di tre anni di distanza dalla sua nascita, il Pd è di fatto costretto, nella perdurante incertezza circa la sua identità e la sua missione nel Paese e tra le forze presenti nel panorama politico nazionale, a oscillare perennemente tra posizioni di retroguardia, dettate dal retaggio ideologico dei partiti che in esso sono confluiti, e posizioni più moderne e all'avanguardia, che caratterizzano - o hanno caratterizzato negli anni scorsi - le più avanzate esperienze di governo della sinistra in Europa. Chi ha seguito, ormai più di un anno fa, il dibattito innescato da un articolo sul Messaggero in cui Romano Prodi imputava al nuovo laburismo blairiano di essere all'origine della perdita di identità della sinistra europea e la causa del suo cedimento a destra, può ritrovare ancora oggi la tensione tra queste due prospettive nel quotidiano dibattito politico interno al Pd. Un partito i cui segretari pro tempore, per non scontentare nessuno - né i «modernisti» né i «tradizionalisti» né coloro che stanno in posizione mediana - e per tenere in piedi la vacillante costruzione democrat, finiscono col dare ragione un po' agli uni e un po' agli altri, oppure a tutti contemporaneamente, e torto a nessuno. Con tanti saluti alla chiarezza, al programma e alla costruzione di un'alternativa credibile di governo. E con l'inevitabile conseguenza di rimanere ostaggi del «ma-anchismo», che ad oggi appare come l'unico tratto certo dell'identità del Pd.
Gianteo Bordero
martedì 16 giugno 2009
NEL PD E' GUERRA APERTA IN VISTA DEL CONGRESSO
La tregua è finita, andate in guerra. Neanche il tempo di conoscere l'esito dei ballottaggi amministrativi di domenica e lunedì prossimi ed ecco che all'interno del Partito Democratico si aprono le danze in vista del congresso di ottobre. Un congresso che ha tutta l'aria di essere il momento della resa dei conti finale non tanto tra ex Ds ed ex Margherita, quanto tra i duellanti di sempre della sinistra italiana: Massimo D'Alema e Walter Veltroni. Il primo ha annunciato il suo sostegno a Pierluigi Bersani, salvo mettere in campo la sua disponibilità, come extrema ratio, in caso di emergenza, ad assumere la guida del partito. Il secondo è tornato a farsi sentire con una lettera su Facebook nella quale, in sostanza, rivendica la necessità di riprendere il cammino iniziato col Lingotto (e indebolito dal logoramento della sua leadership dopo la sconfitta alle elezioni politiche), dando continuità all'attuale segreteria e magari innervandola di giovani promesse del partito come Debora Serracchiani e amministratori affermati come Sergio Chiamparino. Mentre l'ex presidente del Consiglio ha stretto alleanza con Enrico Letta, l'ex segretario del Pd ha convocato per il 2 di luglio, al Capranica di Roma, un incontro con i suoi fedelissimi ed estimatori per «rafforzare e rilanciare» il suo originario progetto, quello del partito riformista a vocazione maggioritaria, «senza correnti e personalismi, senza vecchie e paralizzanti logiche figlie di un tempo superato».
Dietro il rinnovarsi dell'eterno scontro personale tra D'Alema e Veltroni, però, si nasconde anche la radicale divergenza di progetti strategici: è cosa nota che Baffino lavori per rimettere in piedi un ampio sistema di alleanze che guardi, oltre che alla nuova sinistra di Vendola (sponsorizzata da Bertinotti), anche all'Udc di Pier Ferdinando Casini - un dato, questo, confermato appunto dal patto stretto con Letta, maggiore sostenitore dell'intesa con il leader centrista -, mentre Walter punta in primis alla riproposizone del progetto Pd così come inaugurato due anni or sono con il discorso del Lingotto. Ha scritto l'ex sindaco di Roma nella lettera pubblicata su Facebook: «Se ritengo opportuno, in questo momento, tornare a dire quel che penso, è perché avverto che il nostro progetto, il progetto del Partito Democratico, è messo in discussione. E' perché sento che attorno ad esso si muovono richiami antichi». Non bisogna andar lontano per capire a chi si riferisce Veltroni.
Tra l'altro - sia detto per inciso - è possibile leggere anche alla luce di questa battaglia tra D'Alema e Veltroni le dichiarazioni del primo in merito alla necessità, per l'opposizione, di farsi trovare pronta nel caso in cui, prossimamente, avessero luogo quelle «scosse» (di cui egli ha parlato domenica nel corso della trasmissione di Lucia Annunziata, In Mezz'ora) tali da mettere in discussione la tenuta dell'esecutivo Berlusconi. Se la speranza di D'Alema, esperto in giochi di palazzo come quelli che lo portarono al governo dopo la caduta di Prodi nel 1998, è quella di riuscire a mettere insieme in parlamento - non si sa come - i numeri per sostenere un esecutivo pseudo «tecnico» o di «salute pubblica», i veltroniani, che puntano diretti al bipartitismo, hanno già fatto sapere che, in un fanta-scenario come quello disegnato da D'Alema, non ci sarebbe alternativa al ritorno alle urne.
Tutto questo accade mentre su un altro fronte, quello della collocazione europea del Pd, un altro big dei Democratici, Francesco Rutelli, fa sapere, attraverso un'intervista rilasciata lunedì al Corriere della Sera, che potrebbe giungere al punto di abbandonare il partito se dovesse continuare a prevalere la linea filo-socialista portata avanti dagli ex Ds e fatta propria anche dal segretario Franceschini, e che ha condotto alla decisione di creare un euro-gruppo «socialista e democratico» (Asde). Secondo Rutelli, «la scelta simbolica di far entrare il Pd nella casa socialista in Europa è un errore capitale... Significa buttare a mare tutta la novità e la singolarità del Pd». Non è, per l'ex segretario della Margherita, soltanto una questione europea, perché potrebbe avere anche risvolti di politica interna: «Se il Pd - dice - si connota a sinistra, si chiude ogni strada di crescita».
Sono queste alcune delle tensioni che stanno emergendo nel Partito Democratico in questi giorni del post-voto ed è lecito ipotizzare che altre ne verranno a galla nelle ore e nelle settimane a venire. La tregua invocata da Franceschini almeno fino ai ballottaggi del 21 e 22 giugno non è durata. Segno che le divisioni interne, le divergenze sulla linea politica da seguire, sulle strategie, sul compito e sull'identità stessa del partito sono talmente profonde e radicate che le correnti - che tali divergenti linee rappresentano - hanno fretta di organizzarsi al meglio in vista del congresso di ottobre, senza fare sconti agli avversari. I giochi sono aperti, si affilano le armi. Stavolta - si augura Prodi (L'Unità, 16 giugno) - scorrerà il sangue. Perché più a fondo di così il Pd non può andare, e non scegliere significherebbe soltanto compiere l'ultimo passo verso il baratro.
Gianteo Bordero
sabato 21 febbraio 2009
IL PUZZLE IMPOSSIBILE DEL PD
Pd «balcanizzato»? Magari fosse solo così. Perché a leggere le cronache di questi giorni, che tentano di descrivere i posizionamenti e riposizionamenti delle varie correnti e sottocorrenti in vista del congresso che eleggerà il nuovo segretario, viene il mal di testa. Veltroniani, dalemiani, rutelliani, bindiani, prodiani, lettiani, popolari, radicali... (Peppino Caldarola, su Il Giornale, è arrivato a contarne 12 di queste correnti), tutti in cerca di visibilità, di alleati con i quali fare cordata, di numeri per pesare di più nei futuri assetti del partito. E il toto-segretario che impazza: Franceschini, Bersani, Letta, Bindi, Parisi, Renzi, persino Ignazio Marino. Ognuno avanza il suo nome, quando non la sua candidatura. Ormai il recinto è aperto e i buoi del proverbio sono in libera uscita. Del resto, caduto Walter è venuta meno anche l'orbita gravitazionale che era riuscita a tenere insieme, anche se per poco più di un anno, personaggi e idee tanto diversi tra loro. Ora la galassia Pd è rappresentata dai giornali come un puzzle di difficile ricomposizione, con mille pezzi che è difficile far collimare: puoi metterne insieme due o tre, ma magari al quarto ti accorgi che è tutto da rifare e che il disegno finale è ancora di là da venire.
Del resto, anche la fisica ha le sue leggi, e non è possibile costringere quattro elefanti in una Cinquecento, a meno che non si dia credito alla barzelletta che consiglia di sistemarne due davanti e due dietro. E in fondo è questo quello che è stato fatto con la fondazione del Pd: inserire in un unico contenitore delle tradizioni politiche, dei valori, dei programmi, delle storie, delle idee difficilmente conciliabili. E' l'«amalgama mal riuscito» di cui ha parlato qualche tempo fa Massimo D'Alema. Ma non poteva essere altrimenti: se tu prendi Paola Binetti e provi a farla andare d'accordo con Ignazio Marino non avrai arricchito il tuo partito, ma ne avrai azzerato il dinamismo; se a una forza ne contrapponi un'altra uguale e contraria il risultato non sarà il movimento, ma lo stallo. Lo stesso nel quale si sono arrovellati il Partito Democratico e il suo segretario dimissionario da un anno a questa parte. Se Veltroni dialogava con Berlusconi, ecco arrivare il nostalgico di turno che lo richiamava all'ordine di scuderia dell'antiberlusconismo hard; se Walter picchiava duro sul presidente del Consiglio, ecco arrivare il riformista che gli intimava di adottare una strategia più aperta al confronto. Alla fine, l'esito di questa politica è stato uno soltanto: il nulla. Azioni e iniziative che si azzeravano a vicenda. Il ma-anche del leader dimissionario, tradotto in cifra, è uguale a zero.
E' all'interno di questo trionfo del nullismo politico che bisogna leggere la folle corsa alla leadership che si scatenerà, che si è già scatenata. Tutti sanno che il Pd come progetto di ampio respiro e di medio-lungo termine non decollerà mai, che è destinato a rimanere a terra in quanto a forza politica e a gradimento popolare. Ma è proprio per questa debolezza dell'insieme che le parti possono pensare unicamente alla propria sopravvivenza in quanto tali, cioè in quanto frammenti di un disegno impossibile a realizzarsi. Salvo sorprese, ciò a cui assisteremo nelle prossime settimane e nei prossimi mesi sarà il tentativo disperato di ciascun notabile, di ciascun capo corrente, di segnare il territorio di sua pertinenza, per poi, in forza della quantità di terreno e di voti controllati, federarsi con altri «feudatari» per formare una maggioranza in grado di tenere in mano l'involucro del partito.
Una confederazione di signorotti finalizzata a salvare il salvabile mentre il vento berlusconiano spira forte su tutta la Penisola. Ecco cosa resta e che cosa resterà del Pd se esso non si dissolverà anzitempo sotto la spinta delle forze centrifughe che si stanno manifestando dopo l'addio di Veltroni. E' veramente poco rispetto alle ambizioni, ai sogni, alla retorica, alla passione e all'entusiasmo dell'inizio. Ma, come si suol dire, oggi il convento non passa altro, se non questa lotta per la sopravvivenza di un ceto politico usurato dalla sua stessa storia e cosciente di essere destinato per molto tempo ancora a masticare amaro inseguendo un centrodestra che macina politica a tutto gas.
Gianteo Bordero
giovedì 19 febbraio 2009
VELTRONI IN FUGA
Se Walter Veltroni era il Pd, come si sono affrettati a sottolineare molti esponenti democrat dopo le dimissioni del segretario, che cosa è oggi il Pd senza Veltroni? Potrà il partito sopravvivere all'uscita di scena di colui che è stato, fino a ieri, il punto di equilibrio che teneva insieme anime tanto diverse tra loro, il garante del «patto di sindacato» tra post-comunisti e post-democristiani di sinistra? Sono queste le domande a cui, in queste ore, cercano di dare risposta i dirigenti del Partito Democratico, dopo che lo stesso Veltroni, nella conferenza stampa d'addio tenuta ieri mattina a Roma, in Piazza di Pietra, ha quasi supplicato i presenti di non fare passi indietro, di non lasciare prevalere la nostalgia del passato mandando gambe all'aria la «sua» creatura.
Perché di questo si tratta: il Pd ha assunto, dal momento della sua nascita ad oggi, le fattezze del suo leader. Invocato come unico salvatore della patria nei giorni gloriosi del discorso del Lingotto, incoronato dal voto delle primarie dell'ottobre 2007, osannato come simbolo della sinistra riformista, riconosciuto condottiero dotato di pieni poteri per dare forma nuova alle «magnifiche sorti e progressive», Veltroni ha proiettato sul Partito Democratico tutto se stesso: la nuova stagione, don Milani, Spello, la fine dell'antiberlusconismo viscerale, il dialogo tra gli schieramenti, l'abbandono del giustizialismo, l'ecumenismo irenico del «ma anche», il mito di Obama, l'America tra noi, la speranza, l'Italia da amare, il pop, le candidature delle Madia, dei Colaninno e dei Calearo, eccetera... Che poi questa proiezione si sia più o meno trasformata in realtà è un altro discorso: ciò che conta è che, dal 27 giugno 2007 al 16 febbraio 2009, dire Pd equivaleva dire Veltroni.
Stante questa sovrapposizione (almeno mediatica) tra il partito e il leader, era dunque inevitabile che proprio su quest'ultimo ricadesse tutto il peso delle sconfitte che, mese dopo mese, la nuova creatura di centrosinistra inanellava: le elezioni politiche dell'aprile 2008, le contestuali elezioni amministrative con la bruciante perdita della Roma «veltrona», le regionali abruzzesi del 1° dicembre con il partito sotto la soglia di sopravvivenza del 20%, e infine le regionali sarde con il tracollo di Soru e del Pd (-12% rispetto alle politiche). Nel mezzo: le inchieste della magistratura che hanno fatto calare l'ombra del malaffare su giunte locali da sempre ritenute fiore all'occhiello della buona amministrazione di centrosinistra; le proteste vibranti dei sindaci democrat del nord, pronti a costituirsi in sezione autonoma del partito, disponibili financo a «secedere» dalla casa madre nel caso le loro doglianze non fossero state ascoltate; e poi, ancora, l'imbarazzante e sempre più ingombrante alleanza con Antonio Di Pietro, pronto a divorare i consensi in libera uscita del Pd con il suo antiberlusconismo duro e puro; la fragilità - per usare un eufemismo - del governo ombra e dell'opposizione parlamentare, e chi più ne ha ne metta.
Si dirà: avere tra le mani il bastone del comando comporta onori ed oneri. Ed è vero. Ma l'impressione è che spesso la sovraesposizione di Veltroni come simbolo quasi esclusivo del Partito Democratico sia servita ai suoi oppositori e nemici interni come alibi per mascherare da un lato i piccoli (o grandi) giochetti di potere che avvenivano alle spalle del segretario, dall'altro lato per nascondere una disarmante mancanza di linee politicamente credibili e seriamente alternative a quella proposta dal leader (a meno che si consideri una strategia vincente il ritorno a una mini Unione con i rimasugli della sinistra radicale già sconfitti dalla storia). Identificare Veltroni con il Pd, in sostanza, è servito anche agli avversari interni di Walter per tenersi le mani libere, preparandosi ad ogni evenienza, nessuna esclusa. La loro strategia era chiara: cuocere a fuoco lento il segretario, logorarlo giorno dopo giorno, sconfitta dopo sconfitta, fino alle europee, per poi defenestrarlo e prendere in mano le sorti del partito o di ciò che restava di esso.
Ora la mossa di Veltroni spiazza tutti e taglia, come si suol dire, la testa al toro. Lascia il Partito Democratico solo con i suoi giganteschi problemi, che da oggi non sono più soltanto il proliferare delle correnti, la litigiosità interna, la mancanza di un accordo su temi importanti del dibattito politico e via dicendo, ma anche e soprattutto la messa in discussione della sua stessa esistenza, il dubbio su che cosa il partito sia e rappresenti, l'impressione che, tolto di mezzo il segretario, come ha scritto Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, il Pd si ritrovi «sul baratro del nulla».
Gianteo Bordero
martedì 17 febbraio 2009
CROLLA IL MITO DI SORU
da Ragionpolitica.it del 17 febbraio 2009
Renato Soru aveva più volte elogiato, nel corso della campagna elettorale in vista delle regionali sarde, il «modello prodiano». Aveva benedetto le larghe alleanze a sinistra, raccogliendo attorno a sé il grosso dei partiti dell'ex Unione: il Partito Democratico, l'Italia dei Valori, Rifondazione Comunista, i Comunisti Italiani. E aveva fatto intendere che, in caso di vittoria, la formula sarda avrebbe potuto essere riproposta anche a livello romano, in contrapposizione alla strategia veltroniana della «vocazione maggioritaria». Così il fondatore di Tiscali ha giocato la sua partita contemporaneamente su due terreni: quello locale e quello nazionale. Ha di fatto rappresentato il suo impegno sardista come un trampolino di lancio per un nuovo tipo di leadership del centrosinistra italiano. Ma l'incoronazione non c'è stata e il sogno della campagna elettorale si è trasformato nell'incubo di un risveglio che più duro di così era difficile immaginare.
La sconfitta di Soru è una sconfitta su tutta la linea, non soltanto perché sono colati a picco i partiti di centrosinistra (in special modo il Pd, che è passato dal 36,2% delle politiche al 24,4%), ma soprattutto perché egli stesso ha subìto una cocente batosta nelle preferenze riguardanti il candidato presidente. Il meccanismo del voto disgiunto, infatti, avrebbe potuto (come del resto era già accaduto in Sardegna) consegnare il governo dell'isola a un presidente e ad una maggioranza consiliare non collegati tra loro. E probabilmente Soru molto puntava su questa possibilità: essa, se da un lato non gli avrebbe consentito di amministrare la sua Regione a causa della coabitazione con una maggioranza di centrodestra, dall'altro gli avrebbe però permesso di giocare agevolmente la sua figura di uomo carismatico, più forte dei partiti che hanno accettato di sostenerlo, ad un livello ben più importante di quello sardo.
Ma neanche questa consolazione è toccata in sorte al presidente uscente: sebbene egli abbia ottenuto 4 punti percentuali in più rispetto alla coalizione di centrosinistra (42,9% come candidato governatore a fronte del 38,6% di voti alle liste dei partiti alleati), ha visto il suo avversario Ugo Cappellacci attestarsi sul 51,9% di preferenze come presidente, mentre il centrodestra ha raggiunto quota 56,7%. Rispetto alle elezioni regionali del 2004 Soru ha perduto il 7% dei consensi (allora si impose con il 50,2% dei voti contro il candidato della Cdl Mauro Pili, fermatosi al 40,5%). Così egli non ha neanche più tra le mani l'unica arma che avrebbe potuto usare per salvare il salvabile, assolvendo se stesso e scaricando sulla crisi dei partiti di centrosinistra tutte le responsabilità della sconfitta. Invece i numeri usciti dalle urne sarde parlano chiaro: c'è un giudizio negativo che riguarda sia Soru come governatore sia i partiti della coalizione in quanto tali. E di certo il presidente uscente non potrà tirarsi su d'animo per il fatto che la debacle più consistente è stata quella del Pd, il partito col quale era entrato in rotta di collisione negli ultimi tempi e che era stato all'origine della sua decisione di dimettersi e tornare al voto anticipatamente rispetto alla scadenza naturale della legislatura regionale.
Tirando le somme, alla fine dal voto sardo escono a pezzi sia Soru che il Partito Democratico: il primo vede andare in fumo sia il mito della sua buona amministrazione all'insegna dell'esaltazione della sardità sia le sue ambizioni di leadership nazionale ricalcata sul modello di Romano Prodi; il secondo si ritrova ancora una volta, dopo quanto accaduto in Abruzzo a inizio dicembre, a dover fare i conti con una crisi che sembra non conoscere termine, nella quale ogni strategia (tanto quella della «vocazione maggioritaria» quanto quella dell'allargamento dell'alleanza a ciò che resta della sinistra massimalista) pare destinata al fallimento, segno che il problema non sta nella scelta dei compagni di viaggio e forse neppure nella leadership veltroniana, ma più a fondo, nelle radici stesse del progetto del Partito Democratico in quanto tale. Un progetto che oggi, dopo il voto in Sardegna, può crollare da un momento all'altro.
Gianteo Bordero
giovedì 15 gennaio 2009
VELTRONI "PLENIPOTENZIARIO" A PAROLE, SFIDUCIATO NEI FATTI
Nella riunione della direzione del Pd del 19 dicembre, a Walter Veltroni erano stati affidati «pieni poteri» per affrontare la crisi del partito, stritolato in quel frangente dagli scandali delle giunte locali, da un ulteriore calo dei consensi e, come se ciò non bastasse, da una litigiosità interna che sembrava aver ampiamente debordato dai limiti della fisiologica dialettica tra dirigenti. Il segretario aveva tirato un sospiro di sollievo: almeno fino al momento cruciale delle elezioni europee e amministrative di giugno avrebbe potuto concentrarsi, come si suol dire, «sul pezzo» ed evitare di passare ogni minuto delle sue giornate a parare i colpi più o meno bassi dei suoi «fratelli coltelli».
Ma il sollievo di Veltroni è durato poco, nemmeno lo spazio di un mese. E' notizia di oggi quella di una sonora stroncatura del segretario «plenipotenziario», avvenuta durante il cosiddetto «caminetto» del Pd svoltosi ieri. Materia del contendere: la proposta di un accordo con il Pdl sulla riforma della legge elettorale europea, riforma che dovrebbe ruotare attorno a due cardini: un sistema misto lista bloccata-preferenze e l'introduzione di un significativo sbarramento. Lo scopo di Veltroni era chiaro: concedere al Popolo della Libertà le liste bloccate per riuscire a portare a casa uno sbarramento tale da favorire il meccanismo del «voto utile» al Pd da parte degli elettori degli altri partiti della sinistra, come già avvenuto il 13 e 14 aprile scorsi.
Dopo tre ore di discussione - riportano le cronache politiche - il segretario ha dovuto cedere dinanzi alla contrarietà di maggiorenti del partito quali Massimo D'Alema, Francesco Rutelli, Franco Marini ed Enrico Letta. Alla fine del «caminetto» il portavoce del partito, Andrea Orlando, ha riassunto così l'esito della riunione: «E' emersa l'opportunità di rimanere sul sistema che prevede il mantenimento delle preferenze e l'individuazione di uno sbarramento che permetta di superare la frammentazione politica». Lo sbarramento è previsto al 4%, «ma su questo siamo disposti a discutere».
In sostanza, dunque, una bocciatura della proposta del segretario, avvenuta per mano degli stessi che, neanche un mese fa, gli avevano dato carta bianca per risollevare le sorti del partito. Una bocciatura soltanto all'apparenza «tecnica», riguardante cioè i complicati meccanismi dell'ingegneria elettorale. In realtà, l'affondo critico di D'Alema, Rutelli, Marini e Letta è pienamente politico, e riguarda un capitolo fondamentale come quello delle alleanze. La richiesta veltroniana di un robusto sbarramento era funzionale, infatti, al mantenimento in vita della linea della «vocazione maggioritaria» del partito, cioè l'anima del progetto del segretario, volto a fare del Pd una «maggioranza riformista» (egli stesso lo ha confermato durante l'ultima puntata di Ballarò). Contestare tale riforma della legge elettorale europea significa, quindi, contestare la stessa strategia veltroniana.
Basta leggere l'intervista a Enrico Letta apparsa sulla Repubblica quest'oggi per averne conferma: «Un partito del 33% - dichiara - non ce la fa da solo. La formula della "vocazione maggioritaria" va radicalmente rivista... Il Pd non può vivere con la stampella degli sbarramenti. Bisogna passare dal voto utile al voto convinto». Secondo Letta, se il Partito Democratico vuole tornare al governo, deve «lavorare per sedurre l'elettorato moderato. Deve farlo il Pd e dobbiamo aiutare l'Udc a fare altrettanto legandola sempre più a noi». Insomma: «Dobbiamo dialogare in maniera strutturale con i centristi, non metterli sullo stesso piano di Di Pietro (come aveva fatto Veltroni a Ballarò, ndr). Il Pd continua a tenere da parte il tema delle alleanze come se non esistesse. Invece esiste eccome».
Le affermazioni di Letta si aggiungono a quelle di D'Alema e di Rutelli delle settimane e dei giorni passati e non fanno che confermare l'impressione che la linea strategica proposta da Veltroni abbia ormai fatto il suo tempo. A vantaggio del segretario, però, gioca il fatto che le alternative finora proposte, invece che una soluzione, assomigliano più a una pezza con cui si tenta di coprire la voragine della crisi strutturale non soltanto del Pd, ma dell'intera sinistra italiana. Aggiungere l'Udc da un lato o frammenti della sinistra antagonista dall'altro è soltanto sommare debolezza a debolezza. Per paradossale che possa sembrare, è questa debolezza, oggi, la forza di Veltroni.
Gianteo Bordero
mercoledì 7 gennaio 2009
ANNO NUOVO, VITA VECCHIA. PD SEMPRE NEL CAOS
Il 2008 è stato un annus horribilis per il Partito Democratico, iniziato male (con la caduta del governo Prodi e la pesante sconfitta elettorale del 13 e 14 aprile) e finito peggio (con diverse amministrazioni locali a guida Pd finite nel mirino della magistratura e altre in crisi per divisioni interne allo stesso partito). Difficile immaginare, dopo tanti disastri, qualcosa di peggiore. Ma la realtà, spesso, supera l'immaginazione. E allora eccoci qua a commentare il pessimo inizio d'anno dei Democratici.
Il fattaccio più grave accade a Napoli, dove il tenace e testardo sindaco Rosa Russo Iervolino, con un numero d'alto equilibrismo politico, riesce a rimanere in sella dopo il ciclone giudiziario abbattutosi sulla sua giunta sul finire del 2008. Un ciclone che ha spazzato via 4 assessori (arrestati dalla procura partenopea) ed ha trascinato con sé anche la vita di Giorgio Nugnes, morto suicida proprio mentre emergevano i primi dettagli dell'inchiesta «Magnanapoli». La Iervolino, invece che dare le dimissioni - come ci si sarebbe aspettati da un qualsiasi sindaco consapevole di portare su di sé la responsabilità politica dell'intera giunta - si ripresenta lunedì alla città con una squadra che vede solo sei volti nuovi al posto degli indagati e dei dimissionari e la riconferma di dieci vecchi assessori.
Oltre che contro ogni buon senso e ogni buon gusto politico, la scelta del sindaco va anche contro le indicazioni arrivate dalla segreteria provinciale del Partito Democratico, che le aveva recapitato, in sostanza, un messaggio di questo tipo: «Cara Rosetta, la cosa migliore in linea teorica sarebbero le dimissioni, perché lo spettacolo che state dando a Napoli è disgustoso per i cittadini e deleterio per il partito. Ma se tu ti dimetti, ecco che arriva il commissario, a giugno si va a votare e facciamo la stessa fine che in Abruzzo. Perciò bisogna salvare capra e cavoli. Bisogna rifare una bella giunta nuova di zecca, che dia il segno della netta discontinuità col passato: così tu rimani in sella e, allo stesso tempo, il partito ha l'opportunità di riorganizzarsi e lavarsi di dosso il fango delle inchieste giudiziarie». Invece niente. Nessuna discontinuità e nessuna rottura con il passato: il massimo che il sindaco riesce a produrre è un rimpastino da minimo sindacale.
E' a questo punto che il coordinatore provinciale, Luigi Nicolais, prende carta e penna e scrive una lettera indirizzata a Walter Veltroni in cui annuncia le sue dimissioni. Afferma l'ex ministro del governo Prodi: «La città di Napoli in questi giorni ha attraversato una tra le più gravi crisi istituzionale degli ultimi anni. Il Partito Democratico napoletano, interpretando la crisi di fiducia manifestata dai cittadini verso il governo locale, ha adottato una linea politica tesa a sostenere un profondo rinnovamento dell'azione amministrativa della città e degli uomini che sono chiamati a rappresentarla. Purtroppo, non essendo riuscito a concretizzare il mandato ricevuto dal partito napoletano e a trasferire ai vertici del Pd nazionale la drammaticità del momento e la necessità di una svolta coraggiosa che consentisse di recuperare la fiducia dei cittadini, ritengo che non ci siano più le condizioni per il prosieguo del mio mandato». Conclusione: «Pertanto, rassegno le mie irrevocabili dimissioni da segretario del Pd di Napoli».
Al posto di Nicolais, Walter Veltroni nomina subito come commissario provinciale il senatore Enrico Morando, suo uomo di fiducia e coordinatore del governo ombra. A lui toccherà l'ingrato compito di gestire una situazione incandescente, nella quale appare sempre più difficile, per la segreteria nazionale, farsi valere come tale. Infatti Veltroni, al di là delle dichiarazioni di principio sul «rinnovamento» interno al partito, in queste settimane è costretto a muoversi con i piedi di piombo: in assenza di una chiara linea politica nazionale, il potere locale è rimasta l'unica roccaforte a cui il Pd può aggrapparsi per rimanere a galla - il vero obiettivo della leadership democratica per il 2009. Ma se il buongiorno si vede dal mattino...
Gianteo Bordero
giovedì 11 dicembre 2008
VOTI IN FUGA
In attesa che arrivino i voti reali, quelli che usciranno dalle urne il prossimo lunedì dopo le elezioni regionali abruzzesi, in questi giorni il Partito Democratico deve fare i conti con i voti «virtuali» rilevati dai sondaggi. Due in particolare: quello condotto dall'Ispo di Renato Mannheimer per Affaritaliani.it e quello commissionato da Repubblica.it all'Ipr-Marketing. Il quadro che ne esce, per il Pd, è a dir poco sconfortante, sotto tutti i punti di vista. Non deve stupire, perciò, che nella giornata di ieri Walter Veltroni e Massimo D'Alema, nell'ultimo mese al centro di una lotta senza quartiere, abbiano deposto l'ascia di guerra per fronteggiare con una parvenza di unità l'allarme rosso proveniente dalle indagini demoscopiche. Ma procediamo con ordine.
L'Ispo ha reso noto che, negli ultimi 15 giorni, il Partito Democratico ha subito una flessione quantificabile in un milione di voti, passando dal 30% di due settimane fa all'odierno 28%. Commentando i risultati dell'indagine, Mannheimer ha dichiarato ad Affaritaliani.it che questi voti «sono andati un po' all'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e un po' sparsi». I motivi di questa débacle? «Le questioni interne, i continui conflitti tra le varie anime del partito e anche le recenti vicende giudiziarie che hanno colpito il Pd in diversi comuni, da Napoli a Firenze».
Ipr-Marketing, invece, si è concentrata sulle intenzioni di voto degli italiani in vista delle elezioni europee della prossima primavera. Anche in questo caso, per quanto riguarda il dato nazionale complessivo, il partito di Veltroni si assesta su un deludente 28%. Un dato di gran lunga inferiore non soltanto al risultato ottenuto alle politiche del 13 e 14 aprile scorsi (-5,2%), ma anche alle europee del 2004, quando Ds e Margherita, presentatisi insieme a Sdi e Repubblicani sotto le insegne della lista «Uniti per l'Ulivo», avevano raggiunto quota 31,1%. Le cose non vanno meglio se si analizzano i dati scorporati per circoscrizioni: qui salta immediatamente agli occhi, nel calo generale di consensi per il Pd, il tracollo del partito al nord, in particolare nel nord ovest della penisola (-4,5% rispetto alle ultime europee). Tradotti in seggi all'europarlamento, questi numeri potrebbero significare 4 o 5 deputati in meno a Strasburgo.
Come l'Ispo, anche l'Ipr-Marketing rileva, contestualmente all'emorragia di voti del Partito Democratico, una forte crescita dell'Italia dei Valori, che passa dal 4,4% delle ultime elezioni politiche al 7,8%, quasi raddoppiando i suoi consensi. Segno che, sin dalla scelta di non aderire al gruppo parlamentare del Pd e di presentarsi, nel suo primo discorso alla Camera, come il vero oppositore «duro e puro» a Berlusconi e al centrodestra, Antonio Di Pietro in questi mesi non ha sbagliato un colpo, erodendo, giorno dopo giorno, il capitale di voti del suo principale alleato.
In aggiunta a ciò, a preoccupare i Democratici è anche un altro dato contenuto nel sondaggio pubblicato su Repubblica.it: la crescita del Popolo della Libertà, che sale dal 37,3% del 13 e 14 aprile al 39%. Evidentemente, le critiche quotidianamente rivolte dal Pd al governo di cui il Pdl è l'asse portante non sono riuscite a interrompere la «luna di miele» con gli italiani e a riportare «a casa» quegli elettori che, come ricordava Daniele Capezzone durante l'ultimo Consiglio Nazionale di Forza Italia, alle politiche sono passati dal voto al Partito Democratico a quello per il Popolo della Libertà.
Come accennato all'inizio, non deve stupire il fatto che, con i risultati dei sondaggi sotto gli occhi e nel bel mezzo della bufera che sta investendo le giunte rosse che amministrano importanti città italiane, Veltroni e D'Alema abbiano deciso di firmare di comune accordo, come titola Il Tempo, un «armistizio»: la priorità, in queste ore, è quella di pilotare insieme il Pd fuori da una tempesta che rischia non soltanto di spazzare via la leadership veltroniana, ma anche di inghiottire nel suo vortice tutto il partito e tutta la sua classe dirigente - Baffino compreso.
Gianteo Bordero
martedì 2 dicembre 2008
PD A RISCHIO IMPLOSIONE
Le vicende politiche degli ultimi giorni mostrano che il processo di unificazione di Ds e Margherita nel Pd sta producendo effetti contrari a quelli sperati dai dirigenti dei due partiti. Il livello di conflittualità interna al Partito Democratico è tale che, procedendo di questo passo, potrebbe presto raggiungere il punto di non ritorno; non è dunque da escludere che si possa assistere in tempi brevi (da qui a un anno?) all'implosione del partito. Fare l'elenco dei guai del Pd è come incamminarsi in una via crucis che sembra non conoscere fine: l'incertezza sulla collocazione europea del partito, la lotta intestina tra veltroniani e dalemiani, la difficoltà nell'arginare il protagonismo di Di Pietro, l'assenza di una strategia di opposizione chiara e distinta, la mancanza di accordo interno sui vari temi proposti dall'agenda politica, i mal di pancia dei sindaci del nord. Tutti dati che poi si riverberano in capitomboli politici come l'elezione del presidente della Vigilanza Rai, la crisi della giunta sarda, la divisione in merito all'opportunità di sostenere o meno lo sciopero della Cgil.
Anche Edmondo Berselli, su La Repubblica del 1° dicembre, osserva, senza giri di parole, che «la crisi serpeggiante lascia vedere crepe che potrebbero semplicemente far crollare il partito. Se infatti dovesse trovare un innesco, anche casuale, l'insieme delle tensioni in atto sarebbe più che sufficiente a disgregare il Pd». Questo è dunque il punto: né più ne meno si tratta della sopravvivenza stessa del Partito Democratico a un anno soltanto dalla nascita. Sopravvivenza che, a tutt'oggi, è legata in maniera inscindibile alla tenuta della leadership veltroniana, attorno alla quale ha preso forma il Pd così come lo conosciamo oggi: come partito a vocazione maggioritaria che rompe il vecchio schema di alleanze a sinistra, fautore di un modello non più soltanto bipolare, ma più marcatamente bipartitico. Un soggetto che, lasciatosi alle spalle la visione tradizionale del centro-sinistra col trattino, diventi esso stesso compiutamente «centrosinistra».
La domanda da farsi, dunque, è la seguente: può sopravvivere e svilupparsi quest'idea di Partito Democratico, cioè l'idea veltroniana del Pd, o invece essa è destinata a logorarsi, giorno dopo giorno, fino al punto di lasciare nuovamente il passo al sistema ampio di alleanze precedente l'ascesa dell'ex sindaco di Roma alla segreteria e alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile scorsi? In ballo, nella risposta a tale quesito, non c'è soltanto il rapporto del Pd con gli altri partiti di centro e di sinistra, ma qualche cosa di ben più importante: la definizione politica del Partito Democratico, la chiarificazione della sua identità, lo sviluppo della sua missione.
E' qui che si gioca la grande partita tra Walter Veltroni e Massimo D'Alema, che non può essere ridotta a una semplice questione di antipatia personale, ma va osservata in tutta la sua radicalità, ossia come uno scontro tra visioni politiche differenti, se non opposte. Come ricordava lunedì dalle colonne de Il Giornale Peppino Caldarola, ex direttore dell'Unità e profondo conoscitore di Veltroni e D'Alema, «l'uno, Walter, è ingolfato nell'idea del partito unico democratico che dovrebbe salvare il paese dal berlusconismo trionfante. L'altro, Massimo, pensa di costruire una forza socialista mascherata in grado di competere, ma anche di dialogare, con il capo del centrodestra».
Detta in altri termini: mentre Veltroni pensa che il Pd possa inglobare in sé, nel nome dell'ecumenismo culturale (il «ma-anche» ormai divenuto famoso grazie alla satira di Maurizio Crozza), una pluralità multiforme di esperienze politiche tra loro le più diverse, D'Alema rimane fermamente convinto che senza una definizione identitaria del Pd come partito di sinistra e, in special modo, come partito riformista e socialdemocratico che cerca poi alleanze alla sua destra e alla sua sinistra, non vi possano essere chance di vittoria per la gauche italiana. Per l'ex sindaco di Roma la strada maestra è l'unione delle differenze; per l'ex presidente Ds è l'unità nella differenza, per giungere a una forma di sintesi politica in cui ciascuno mantiene la sua identità all'interno di un'alleanza tra più partiti (come ricordava ancora Caldarola, per D'Alema la politica è proprio «l'arte delle alleanze», non delle fusioni).
Ne segue che, se oggi dire Partito Democratico equivale a dire Veltroni, un'eventuale fine precoce dell'attuale leadership potrebbe portare con sé conseguenze ben più sconvolgenti che un semplice cambio di segreteria. Perché l'alternativa a Walter, almeno così par di capire dalle discussioni e dagli avvenimenti degli ultimi tempi, non è un nuovo equilibrio che porti all'elezione di un nuovo leader, ma una rottura radicale delle stesse ragioni e motivazioni che hanno portato alla nascita del Pd. D'Alema ha dichiarato che intende occuparsi di più del partito. Come lo farà lo vedremo nei prossimi mesi, ma quel che è certo è che inizia ora, per il Partito Democratico, il momento della verità.
Gianteo Bordero
giovedì 20 novembre 2008
PERCHÉ IL PD NON MOLLA DI PIETRO
Dopo le ultime vicende riguardanti l'elezione del presidente della Commissione di Vigilanza Rai, che hanno reso evidente come il Partito Democratico si sia cacciato in vicolo cieco sposando in toto la linea dura dipietrista, sorge spontaneo chiedersi perché Walter Veltroni non rompa definitivamente con l'Italia dei Valori e riprenda il discorso politico incominciato con il discorso del Lingotto e interrotto poche settimane dopo l'insediamento a Palazzo Chigi del quarto governo Berlusconi. La prima risposta, legata alle contingenze del momento, è che il Pd ha bisogno dell'Idv per affrontare le scadenze elettorali che lo attendono, sia quelle a breve termine (le regionali in Abruzzo di fine novembre) che quelle della prossima primavera (soprattutto le amministrative, che vedranno andare al voto moltissimi Comuni italiani). Con un Popolo della Libertà e una Lega Nord in buona salute è giocoforza, per i Democratici, cercare di presentarsi al giudizio degli elettori aggregando più forze possibili, anche perché sono in bilico amministrazioni tradizionalmente rosse la cui perdita rappresenterebbe un ulteriore smacco, per la sinistra, dopo quello subito il 13 e 14 aprile scorsi.
Ma, oltre a ciò, vi è anche un motivo sostanziale che impedisce al leader del Pd di addivenire ad una rottura netta con l'ex pm di Mani Pulite. Il fatto è che buona parte dell'elettorato e della militanza ex Ds ed ex Dl non ha mai accettato fino in fondo i contenuti della svolta del Lingotto, ossia la virata in direzione di un riformismo responsabile e maturo, ed è rimasta saldamente ancorata all'antiberlusconismo viscerale ed ideologico, lo stesso sul quale fa leva Di Pietro per raccogliere consenso, accusando il Cavaliere di ogni male e di ogni misfatto possibile, come ha fatto martedì, quando, in conferenza stampa, ha affermato che il presidente del Consiglio è un «corruttore politico». Il problema di una presa di distanza finalmente definitiva del Pd dall'Italia dei Valori non si porrebbe se gli elettori e i militanti del partito di Veltroni avessero i medesimi sentimenti e le medesime convinzioni politiche del loro capo. Ma così non è, come dimostra un sondaggio di qualche settimana fa, dal quale emergeva che la maggior parte di coloro che votano democratico vede di buon occhio più l'alleanza con Antonio Di Pietro che non quella, prospettata da alcuni dirigenti del Pd, con l'Udc di Pier Ferdinando Casini. Stando così le cose, è chiaro che una cesura alla radice del rapporto con l'Idv comporterebbe, con buona probabilità, anche un'ulteriore emorragia di consensi per il Partito Democratico, che già viaggia abbondantemente sotto le aspettative iniziali, sotto la fatidica soglia del 35% considerata il «minimo sindacale» per la nuova creatura di centrosinistra.
Qui non è in ballo soltanto la leadership di Veltroni, perché proprio sullo scoglio del passaggio a un partito modernamente riformista già si era arenata la nave postcomunista ai tempi della segreteria di Massimo D'Alema, costretto ad abbandonare il suo progetto di fronte alla mancanza del necessario consenso di base (e, in parte, anche di dirigenza). Il passare degli anni, evidentemente, non ha mutato nella sostanza quello che era il pregiudizio anti Cavaliere dell'elettorato che oggi vota Partito Democratico, fieramente e fermamente convinto della necessità di mantenere il vincolo dell'antiberlusconismo come condizione primaria per elaborare sia una linea politica che un quadro di alleanze. Se il Pd veltroniano era nato con lo scopo di superare l'Unione prodiana, oggi possiamo affermare che è ancora alla vasta coalizione messa in piedi dal Professore che guardano i simpatizzanti e i militanti del nuovo partito. La «vocazione maggioritaria» annunciata dall'ex sindaco di Roma esiste come slogan (oggi neanche più quello) ma non come realtà di popolo e come via politicamente perseguibile.
Ne consegue che il Pd è ostaggio di Di Pietro non soltanto per una scelta dei suoi dirigenti - tattica o strategica che sia - ma anche per una sorta di ineluttabile destino che lega il suo elettorato a un passato più o meno recente e gli impedisce di far evolvere il partito verso l'agognato approdo del riformismo europeo. Faceva persino tenerezza, qualche sera fa, sentire Piero Fassino in una trasmissione televisiva esaltare la dignità e la grandezza della Politica con la P maiuscola e difenderla dagli attacchi ferocemente antipolitici e anti Casta della conduttrice, quando poi chi vota per il partito che Fassino rappresenta ha gli stessi sentimenti «grillini» e «girotondini» di Di Pietro. E' quasi una maledizione quella che si prende gioco dei postcomunisti: tutte le volte che i vertici vogliono mettersi sulla via politica tracciata da Craxi la base li obbliga a percorrere la strada dei suoi aguzzini. La testa va da una parte, le membra nella direzione opposta. E' una schizofrenia che pesa come un macigno sul futuro politico del Pd.
Gianteo Bordero
martedì 18 novembre 2008
VELTRONI NON NE AZZECCA UNA
La «Jena» della Stampa, Riccardo Barenghi, domenica lo ha paragonato a Paperino, «quello che, se prende un'iniziativa, combina un disastro», «quello che non ne azzecca una». Ed è proprio così. Anche l'ultimo episodio, ossia la vicenda dell'elezione del presidente della Commissione di Vigilanza Rai, dimostra che Walter Veltroni non ne combina una giusta. La scelta del nome per la Vigilanza sulla Tv di Stato era, per il segretario del Pd, l'occasione buona per liberare se stesso e il suo partito dall'abbraccio mortale con Antonio Di Pietro e con l'Italia dei Valori; per rilanciare una qualche forma di dialogo con la maggioranza dopo mesi di totale incomunicabilità; infine, per mostrare di possedere quel senso delle istituzioni di cui difetterebbero, secondo Veltroni e i dirigenti democratici, il Popolo della Libertà e la Lega Nord.
Invece niente. Walter non ha capito, a differenza dei due esponenti del Pd che hanno votato per Villari, che il momento in cui i rappresentanti della maggioranza in Vigilanza Rai infilavano nell'urna la scheda con il nome del senatore napoletano, sbloccando una situazione divenuta ormai insopportabile dal punto di vista istituzionale e non solo, era anche il suo momento, l'istante giusto per rialzare la testa e far vedere a tutti (nemici interni, alleati arroganti e avversari dello schieramento di centrodestra) di che pasta politica è fatto. Come? Dando la sua benedizione al presidente eletto e mettendo i puntini sulle «i» riguardo a chi detiene il bastone del comando nel partito e nell'opposizione. Ma i treni, come si suol dire, non passano mai due volte. E così Veltroni si è fatto inghiottire dagli eventi, con un triplice risultato negativo: lasciare che fossero i suoi detrattori nel partito a dettare la linea (chi nella direzione della legittimazione di Villari, chi in quella opposta di una sua espulsione immediata); destare più di un sospetto di mancanza di fedeltà alla causa antiberlusconiana nella truppa dipietrista; apparire ancora di più che nel recente passato, agli occhi del centrodestra, come un interlocutore inconsistente.
Un disastro su tutta la linea, quindi. Sottolineato, sui quotidiani di ieri, da due grandi conoscitori della politica italiana come Marco Pannella e Biagio De Giovanni, entrambi orbitanti attorno al pianeta democratico. Il leader storico dei Radicali, intervistato da Il Giornale, ha affermato che «se per caso Villari si dovesse dimettere, come il suo partito lo invita a fare, si ritornerebbe alla situazione di caos precedente... L'elezione di Villari è stata regolare e grazie ad essa il parlamento può rientrare nella legalità finora violata». E il filosofo ed ex parlamentare comunista, grande conoscitore della storia del Pci, interpellato dal Corriere della Sera, ha detto di vedere all'opera, nella continua richiesta di espulsione di Villari dal Pd, i peggiori fantasmi del passato: «Vedo la Finocchiaro che mostra una faccia dura, durissima e invoca l'espulsione... Sembra di essere tornati al vecchio Pci, proprio a quello vecchio, perché le ultime espulsioni risalgono al 1968, con il gruppo di intellettuali del Manifesto». Sia Pannella che De Giovanni concordano nell'individuare l'errore politico di fondo compiuto da Veltroni: ammanettarsi a Di Pietro e rinunciare a perseguire una linea politica autonoma e distinta da quella dell'ex pm. Dice Pannella: «E' dalle elezioni di aprile che il leader del Pd ha fatto una scelta di grande avventatezza politica alleandosi con l'Italia dei Valori». E De Giovanni: «Il Partito Democratico si deve liberare della subalternità nei confronti di Di Pietro... La sua presa sul Pd si è fatta sempre più penetrante, nonostante la sua politica sia in contrapposizione a quella del Pd... Ciò inibisce la capacità dei democratici di portare avanti la loro politica».
Se proprio si vuole trovare una qualche motivazione all'atteggiamento di Veltroni nella vicenda della Vigilanza Rai, si può ipotizzare che egli non abbia voluto rompere in modo traumatico con l'Idv a pochi giorni dalle elezioni regionali in Abruzzo, dove le prospettive, per il candidato comune di democratici e dipietristi, Carlo Costantini, non sono propriamente rosee - per usare un eufemismo. Eppure, il fatto che avrebbe dovuto mettere sull'attenti il segretario del Partito Democratico non è tanto la sconfitta, che appare scontata, quanto il possibile sorpasso dell'Idv sul Pd. E' chiaro che, se tale sorpasso si verificasse, la leadership veltroniana, che aveva preso una boccata d'ossigeno alla manifestazione del Circo Massimo, si troverebbe di nuovo messa seriamente in discussione. Perché è chiaro come il sole che l'unico obiettivo di Di Pietro non è costruire una nuova sinistra in grado di competere con il centrodestra, e non è neppure mettere in difficoltà il governo, bensì diventare il capo effettivo dell'opposizione antiberlusconiana facendo un sol boccone di tutto ciò che sa di riformismo, moderazione, senso delle istituzioni. Il Pd è la prossima vittima designata dell'ex pm. Che Veltroni non lo capisca - o faccia finta di non capirlo - è davvero un assurdo politico che ha pochi precedenti nella storia repubblicana.
di Gianteo Bordero
martedì 11 novembre 2008
OPPOSIZIONE EXTRAPARLAMENTARE
Le ultime mosse del Partito Democratico (la definizione di Berlusconi come «autoritario», la manifestazione anti-governativa del Circo Massimo, l'accusa al premier di fomentare il razzismo) non fanno che confermare la strategia di opposizione scelta da ex Ds ed ex Dl: una strategia che non percorre le vie del parlamento, del confronto istituzionale, della responsabilità nazionale in un momento difficile come l'attuale, ma che si gioca tutta nelle piazze, nei luoghi «caldi» della protesta, sui mezzi di comunicazione «amici». E' una opposizione che a buon titolo può essere definita come «extraparlamentare», perché pensa che la maggioranza e il governo non siano avversari politici da sconfiggere nelle sedi istituzionali, ma nemici da abbattere attraverso la rivolta sociale, l'allarmismo mediatico, la chiamata alla resistenza contro il nuovo tiranno.
Ancora una volta, dunque, la sinistra postcomunista sceglie la forma politica della guerra civile come metodo di contrapposizione a Berlusconi e al centrodestra. Succede ormai da quattordici anni a questa parte con una impressionante regolarità svizzera. E' accaduto nel 1994 al momento della «discesa in campo» del Cavaliere. E' accaduto nel quinquennio 2001-2006, durante il suo secondo governo. E riaccade oggi, nonostante il tentativo di maquillage con cui Walter Veltroni ha cercato, nella sua ascesa alla segreteria del Partito Democratico, di presentarsi all'elettorato come il «nuovo», come colui che avrebbe chiuso la fase dell'antiberlusconismo ideologico, come il grande pacificatore tra due schieramenti l'un contro l'altro armati. Diceva ad esempio l'ex sindaco di Roma durante il suo discorso al Lingotto di Torino: «Voltiamo pagina. Facciamo in modo, per la prima volta da quindici anni, che non si formino più schieramenti "contro" qualcuno, ma schieramenti "per" affrontare le grandi sfide dell'Italia moderna... Si può far vivere una politica in cui si ammetta serenamente la possibilità che l'altra parte possa anche aver ragione. Una politica in cui ci si scontri duramente su programmi e valori, ma capace di convivenza e rispetto istituzionale».
Ad affermare ciò era lo stesso Walter Veltroni che oggi dichiara che il suo ex «avversario» svuota la democrazia dal di dentro; lo stesso Veltroni che dice: «Scatenatevi contro Berlusconi quartiere per quartiere»; lo stesso Veltroni che fa affiggere manifesti per mettere alla gogna il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri, reo di lesa maestà nei confronti del nuovo idolo democratico Barack Obama. Questa repentina svolta nell'atteggiamento del segretario del Pd, per quanto sbalorditiva, non deve sorprende chiunque conosca la storia del comunismo italiano, caratterizzato da quell'atteggiamento di «doppiezza» che è sopravvissuto, negli ultimi 50 anni, a cambi di leadership, crollo dei muri, modifiche del nome. Doppiezza la cui versione aggiornata è il «ma anche» veltroniano, in cui tutto si può dire - una cosa e il suo contrario, la verità e la menzogna - purché ciò torni utile, in un determinato momento, alla presa del potere.
Ed è proprio per mantenere il potere che ancora possiede a livello locale che il Partito Democratico, in vista della prossime elezioni amministrative, ha scelto oggi la vecchia strada della guerra civile latente e dell'opposizione extraparlamentare al governo Berlusconi, facendo appello agli istinti animali dell'elettorato di sinistra, quello di cui si è fatto qualche giorno fa portavoce lo scrittore Andrea Camilleri, il quale, parlando agli studenti del liceo Mamiani di Roma, ha dichiarato: «La Gelmini di sicuro non è un essere umano». Presentare i ministri berlusconiani come sub-umani è l'unico modo per risvegliare quello spirito resistenziale che è l'ultimo appiglio dei post-comunisti, in assenza di un progetto politico e partitico degno di tal nome, per conquistare qualche consenso in più e non scomparire dalla scena politica nazionale. Ma è anche una pericolosa chiamata alle armi, una caccia alle streghe che, provenendo dalla stessa parte politica al cui interno è cresciuta la mala pianta del brigatismo e della «lotta continua», non lascia presagire nulla di buono. Evidentemente, per la sinistra italiana non vale la lezione ciceroniana dell'«historia magistra vitae».
Gianteo Bordero
giovedì 6 novembre 2008
RITORNA L'UNIONE
Proprio nei giorni in cui si celebra la ricorrenza dei defunti e si fa visita ai cimiteri risorge dall'oblio e dalle sue stesse ceneri una creatura politica con la quale credevamo di non dover più fare i conti: l'Unione. Ricordate? Accusata da più parti, in primis dal segretario del Partito Democratico Walter Veltroni, di essere l'origine e la causa di tutti i mali della sinistra italiana, dipinta come un mostro a cento teste obbedienti alla sola regola aurea del «tot capita, tot sententiae», archiviata come uno dei peggiori esperimenti politici della storia repubblicana, oggi l'Unione torna a calcare le scene e a far parlare di sé. Succede in Abruzzo, dove per le elezioni regionali di fine mese si è creata, attorno al candidato dell'Italia dei Valori, Carlo Costantini, una coalizione che comprende anche il Partito Democratico, Rifondazione Comunista, i Verdi, la Sinistra Democratica, i Comunisti Italiani, il Partito Socialista. Tutti insieme appassionatamente come ai vecchi tempi. Non importa se l'Unione, nei due anni al governo, era colata a picco nei consensi; non importa se la scelta di Veltroni di correre insieme soltanto a Di Pietro era stata salutata dagli altri partiti con un memorabile lancio degli stracci in direzione dell'ex sindaco di Roma; non importa se, a causa di tale scelta, la Sinistra Arcobaleno e i Socialisti erano finiti, per la prima volta, fuori dalle aule parlamentari. «Quel ch'è stato è stato, scurdammoce o passato». La parola d'ordine oggi è ricucire, riavvicinarsi, tornare a parlarsi.
Non è detto che quello che succede in Abruzzo sia destinato per ciò stesso a riprodursi nelle identiche modalità anche a livello nazionale in vista delle elezioni amministrative della prossima primavera, ma vi sono alcuni fatti che debbono far riflettere. Il Riformista di ieri dava notizia dell'imminente scissione in Rifondazione Comunista, dove a fare le valigie saranno Nichi Vendola e la sua corrente, sconfitti al congresso di fine luglio da Paolo Ferrero. Vendola vuol dire Bertinotti, vuol dire l'ala dialogante del Prc, vuol dire il progetto di costituente della sinistra assieme alla Sinistra Democratica di Claudio Fava, di cui già ci è capitato di parlare qualche mese fa da queste pagine. Secondo il quotidiano diretto da Polito, Vendola e Fava daranno vita, il prossimo 13 dicembre, a «La Sinistra», il nuovo soggetto che probabilmente avrà come protagonisti, oltre ai vendoliani e a Sd, anche la sparuta minoranza interna ai Comunisti Italiani, capitanata dall'ex ministro Katia Bellillo, e i Verdi. Tra le priorità strategiche de «La Sinistra» la ripresa di un più stretto rapporto con il Partito Democratico, senza escludere il ritorno all'alleanza elettorale. Un progetto, questo, ben visto soprattutto da Massimo D'Alema, che ai tempi della fase pre-congressuale di Rifondazione non fece mancare l'appoggio suo e dei suoi uomini di fiducia al governatore della Puglia. Baffino, da sempre critico della «vocazione maggioritaria» in salsa veltroniana, da tempo lavora per la ricostituzione di una coalizione ampia, che non «impicchi» il Pd a Di Pietro e alla sua politica.
Un altro dato su cui riflettere è la riabilitazione in grande stile che Veltroni sta facendo di Romano Prodi, culminata nei pubblici elogi riservati all'ex presidente del Consiglio nel discorso del Circo Massimo. Ora, stante il ritiro dalle italiche scene del Professore, è chiaro che il segretario del Pd, tessendo le lodi del fondatore dell'Unione, punta in ultima analisi a riabilitare soprattutto la formula politica che consentì alla sinistra di conquistare Palazzo Chigi nel 2006. Se Veltroni creda fino in fondo in questa prospettiva oppure se la sposi suo malgrado sotto la pressione degli eventi (l'avvicinarsi di importanti scadenze elettorali) e degli altri maggiorenti del Partito Democratico (D'Alema in primis) non è dato saperlo. Resta il fatto della sostanziale riapertura dei giochi all'interno della sinistra. Per ora, ancora una volta, nel nome del passato e del solito antiberlusconismo - tant'è vero che, tra i protagonisti dell'Unione che è stata e di quella che nuovamente sarà, solo uno è rimasto al suo posto e ora mena le danze, in Abruzzo e non solo: Antonio Di Pietro, il capo assoluto degli anti-Cavaliere. La politica e le idee, forse, verranno dopo. Primum vivere.
Gianteo Bordero
venerdì 31 ottobre 2008
IL VIZIETTO RIVOLUZIONARIO DEI POST-COMUNISTI
Come il lupo perde il pelo ma non il vizio, così la sinistra postcomunista italiana perde consensi ma non il suo istinto primordiale: la rivoluzione contro lo Stato e contro l'ordine costituito. Nonostante tutti gli sforzi di cambiare faccia, di darsi un volto «riformista» presentabile di fronte all'elettorato moderato, la sinistra, appena sente il proverbiale richiamo della foresta che proviene dalle piazze in subbuglio e annusa l'odore acre della rivolta, non riesce a resistere e mette in mostra la sua vera natura, la sua vera identità. Lo abbiamo visto dopo i giorni drammatici del G8 2001, quando gli eredi del Pci si schierarono, di fatto, non dalla parte dello Stato e del carabiniere Mario Placanica, ma dalla parte dei contestatori e dei devastatori. E lo vediamo nuovamente oggi, in occasione degli scontri tra studenti a Piazza Navona.
Da qui il giornale-portavoce della sinistra, La Repubblica, con il suo inviato Curzio Maltese, trasmette su internet una cronaca che qui riportiamo nei suoi passaggi principali: «Ho visto un gruppo non di studenti, di neonazisti, arrivare con un camion pieno di spranghe e di armi. Dopo aver picchiato per strada un paio di ragazzi, sono arrivati qua totalmente non voglio dire scortati, ma ignorati dalla Polizia e hanno incominciato a provocare, ad attaccare e a picchiare degli studenti che erano qui, al grido "Duce, duce". Un gruppo di studenti di Roma 3 e di insegnanti di liceo è andato a protestare col funzionario di Polizia addetto alla sicurezza e questo gli ha detto: "Ma quelli sono di sinistra", poi subito dopo ha smentito, secondo l'usanza, di averlo detto... Mi sembra una cosa molto sospetta, molto negativa... Gli incidenti non vengono dalla manifestazione studentesca: sono stati provocati ad arte, temo... La Polizia ha sistematicamente usato le manganellate con gli studenti senza armi e ignorato gli altri. La scena mi ha ricordato per certi versi i momenti peggiori del G8. Spero non sia una strategia su larga scala».
Eccolo qua, bell'è pronto, il nuovo teorema da cavalcare e propagandare in ogni angolo della Penisola: per gettare fango sul movimento studentesco e per delegittimare la pacifica protesta dei giovani lo Stato manda un gruppo di neo-nazi a picchiare i contestatori sotto l'occhio vigile (e complice) della Polizia. A differenza del G8, qui il lavoro sporco viene dato in appalto a quelli di estrema destra e gli uomini in divisa non si sporcano le mani, ma la sostanza è la stessa: è lo Stato autoritario che reprime con la violenza la rivoluzione, che spegne con l'abuso della forza il raggiante «sol dell'avvenire», che invece di ascoltare le ragioni dei manifestanti usa il manganello per tacitare la contestazione. In sostanza: è ancora una volta il ritorno dello Stato fascista, quello che, giorno dopo giorno, toglie spazio alla democrazia e alla libertà per instaurare un regime oppressivo all'interno del quale non è più possibile pensarla in modo diverso e dissentire dal nuovo, ennesimo Duce.
E' da un po' di settimane che il ritornello, dalle parti del Pd, è questo: c'è il rischio di una deriva «putiniana», di uno scivolamento autoritario, di un prosciugamento delle regole democratiche. Lo ha detto anche il segretario Walter Veltroni in più occasioni, da ultimo durante il suo discorso al termine della manifestazione al Circo Massimo, lo scorso sabato, quando ha affermato, rivolgendosi idealmente a Silvio Berlusconi: «L'Italia, signor presidente del Consiglio, è un paese antifascista. A chi le chiedeva se anche lei potesse definirsi così, "antifascista", lei ha risposto con fastidio che non ha tempo da perdere, che ha cose più importanti di cui occuparsi, rispetto all'antifascismo e alla Resistenza». E oggi lo stesso Veltroni, di fronte ai fatti di Piazza Navona, commenta: «I disordini sono stati solo l'aggressione di una parte politica sull'altra». Ovviamente: della destra sulla sinistra.
Così si chiude il cerchio e, in assenza di altri argomenti sui quali costruire un'opposizione che assomigli almeno lontanamente alla sinistra riformista europea, si può continuare a lanciare l'SOS antifascista, credendo con ciò di riuscire a far perdere la bussola non soltanto alla maggioranza e al presidente del Consiglio, ma anche agli italiani che li hanno votati. E' un gioco che alla sinistra postcomunista riesce bene, quello di dissotterrare il suo spirito rivoluzionario e anti-Stato per abbattere nel nome della democrazia governi democraticamente eletti. Per questo occorre che il centrodestra sia vigile e fermo di fronte a chi non ha scrupoli nel soffiare sul fuoco della rivolta per trarne vantaggio politico, costi quel che costi.
Gianteo Bordero
martedì 28 ottobre 2008
PIAZZA SENZA POLITICA
da Ragionpolitica.it del 28 ottobre 2008
La piazza crea una militanza. Ma, anche quando essa è piena, non crea per ciò stesso una politica. E' una regola, questa, confermata in pieno dalla manifestazione del Pd al Circo Massimo. Certo, la piazza riscalda, dà il senso della comune appartenenza, gratta via la ruggine da un impegno partitico spesso burocratizzato e ripetitivo. Eppure, tutto ciò non basta a trasformare la piazza in luogo di creazione della politica. Perché se mancano da un lato l'idea-guida e dall'altro l'indicazione di una direzione verso cui marciare, allora l'ardore, l'entusiasmo, la voglia di partecipazione che la piazza esprime rischiano di tramutarsi nello specchio di un'impotenza politica altrettanto forte quanto le passioni che fanno battere all'unisono i cuori di coloro che manifestano.
La piazza, quando è colorata e pacifica, è bella. Ma se chi la guida non è in grado di plasmare dalla massa un corpo politico, allora è soltanto una bellezza frustrata, anticamera della delusione e della disillusione. Per compiere quest'opera plasmatrice ci vorrebbe un modello di riferimento, un'immagine così potente da trasformare l'idea in realtà, una forza creativa capace di dare forma compiuta a una «materia» che altro non chiede se non diventare qualcosa di definito. Invece all'ordine del giorno non c'è la navigazione in mare aperto, il grande slancio verso un obiettivo compiutamente politico, ma le solite, piccole beghe attorno alle quali si arrovella una nomenklatura attenta più alla conservazione dell'esistente, di un equilibrio instabile sempre pronto a dissolversi alla prima folata di vento, che al coraggioso viaggio verso il futuro.
E allora eccolo, il piccolo timoniere del Circo Massimo, ripetere parole che altro non indicano se non il disperato tentativo di rimanere aggrappato per l'oggi a una poltrona che traballa dopo mesi di sconfitte, quotidiani ripensamenti, piroette da far venire il capogiro, svolte annunciate ma mai realizzate. Come può, ad esempio, scaldare i cuoi e dare una motivazione politica degna di tal nome il ripetere come un mantra il vocabolo «riformista», come se esso avesse la stessa potenza evocativa delle parole storiche della sinistra italiana - «proletariato», «lotta di classe», «diversità morale»? E' come pensare di dissetare un popolo intero con una bottiglietta da mezzo litro d'acqua. O di attraversare l'Oceano con una zattera di fortuna: imprese che possono riuscire soltanto se si possiedono doti magiche (nel primo caso) o una capacità di navigazione quasi sovrumana (nel secondo). Non è il caso di Veltroni. Il quale non può fare altro, oggi, che scegliere il piccolo cabotaggio, non potendosi allontanare troppo dalla riva a causa dei venti e dei marosi che lo travolgerebbero in mare aperto, là dove lo attendono al varco i suoi avversari.
Da qui il paradosso di una piazza piena di gente ma vuota di politica, di una prova di forza che, quanto più può servire al leader per ancorarsi alla sua posizione, tanto meno può servire al partito per prendere il largo nell'avventura della politica vera, quella capace di indicare il grande obiettivo, la grande meta, il termine del grande cammino. Dopo tutto - dopo il bagno di folla, dopo lo sventolio di bandiere, dopo il comizio «obameggiante», dopo i leggii invisibili, dopo le ovazioni e gli applausi - quello che resta della manifestazione al Circo Massimo è l'afasia sulle questioni essenziali della politica, quelle che possono trasformare la piazza in popolo, la militanza in milizia, un partito liquido in un partito in carne ed ossa. Quello che ancora manca al Pd non sono tanto i numeri, quanto quelle che Gaber chiamava, nella sua canzone Qualcuno era comunista, «le ali per volare». Le ali che Veltroni non ha saputo costruire per coloro che sabato sono accorsi ad ascoltarlo.
Gianteo Borderomercoledì 22 ottobre 2008
L'ERRORE CAPITALE DI VELTRONI
A conti fatti, l'errore più grave che Walter Veltroni ha commesso nel suo anno alla guida del Partito Democratico è stata l'alleanza con Antonio Di Pietro. Oggi che i nodi di un matrimonio che «non s'aveva da fare» vengono inesorabilmente al pettine, con il proverbiale lancio degli stracci tra i due partner, la domanda che sorge spontanea è: «Caro Walter, chi te l'ha fatto fare?». L'impressione, infatti, è che quello tra Pd e Idv sia stato un connubio nel quale a guadagnarci sia stato, sin dall'inizio, soltanto uno dei contraenti: è grazie all'apparentamento con i Democratici che il partito di Di Pietro ha ottenuto un numero di parlamentari tale da consentire la formazione di gruppi autonomi sia alla Camera che al Senato; è grazie alla decisione di Veltroni di rifiutare l'alleanza con gli altri partiti della sinistra che l'ex pm ha potuto presentarsi, sin dal suo primo discorso tenuto a Montecitorio, come l'unico, vero oppositore al governo Berlusconi; è grazie alla mancanza di chiarezza programmatica e strategica del segretario del Pd che l'Italia dei Valori ha potuto, giorno dopo giorno, capitalizzare in termini di consenso il proprio radicalismo ideologico, il giustizialismo duro e puro, l'antiberlusconismo «senza se e senza ma».
Oggi, a sei mesi dall'inizio della legislatura, Veltroni scopre l'acqua calda e va a dire davanti alle telecamere di Che tempo che fa, come se niente fosse e come se non avesse responsabilità in materia, che «l'alleanza con Di Pietro è finita nel giorno in cui egli ha stracciato l'impegno di costituire un gruppo unico, perché, visto che aveva il numero dei parlamentari necessario per fare un gruppo in proprio, è venuto da noi e ha detto: "Quell'impegno preso non vale più"». Non domo, aggiunge: «Quando si va ai problemi di merito, si vedono grandi differenze tra noi e l'Italia dei Valori». E, rivolto a Fabio Fazio: «Prenda il tema dell'integrazione e chieda a Di Pietro opinioni su questo: troverà cose molto lontane dall'alfabeto della cultura democratica di centrosinistra». Domanda del conduttore: «Allora è pentito di quell'alleanza?». Risposta del segretario del Pd: «No, perché Di Pietro aveva firmato il nostro programma».
Ora, delle due l'una: o Veltroni è ingenuo fino al punto di pensare che una firma apposta in calce ad un programma possa di colpo cancellare l'identità di un partito e del suo leader, oppure, ancora una volta, tenta una spericolata giravolta politica provando a far credere agli italiani che in realtà lui è fermo mentre sono gli altri a muoversi e cambiare posizione. Peccato che ormai il trucco non regga più. Poteva funzionare nelle prime settimane della legislatura, quando al solito Di Pietro barricadiero faceva da contraltare il Veltroni della «nuova stagione», quello che proponeva e perseguiva la civilizzazione dei rapporti tra maggioranza e opposizione. Ma ora, dopo le mille e una piroette del segretario del Pd (un giorno dialogante, l'altro guerreggiante; un giorno a braccetto con Silvio, l'altro con Tonino; un giorno di governo - ombra - e l'altro di lotta), tutti hanno ben compreso che Walter non sa proprio che pesci pigliare e che il numero dei suoi riposizionamenti è inversamente proporzionale a quello delle sue certezze in materia di linea politica.
Il risultato è che, mentre Veltroni annaspa, Di Pietro gongola. Mentre il Partito Democratico è ormai sceso nei sondaggi sotto la soglia del 30%, l'Italia dei Valori continua a veder aumentare i propri consensi. Insomma, quanto più il Pd è debole, tanto più l'Idv diventa forte e il suo leader può tranquillamente affondare il coltello nel burro dell'indecisionismo veltroniano: lo si vede in Abruzzo, dove Di Pietro ha già presentato il suo candidato alla presidenza della Regione mentre il Pd è ancora in alto mare, e lo si vede nelle piazze, dove in breve tempo l'ex pm ha fatto il pienone di firme per il referendum contro il lodo Alfano mentre l'ex sindaco di Roma sta ancora sudando sette camicie per radunare il suo elettorato e per dare un contenuto alla protesta del 25 ottobre. Morale della favola: Veltroni è impantanato mentre Di Pietro naviga col vento in poppa. E' l'inevitabile conseguenza della sciagurata alleanza dell'aprile scorso. Se veramente, come dice oggi il segretario del Pd, il connubio è finito, lo dimostri anche con i fatti, a partire dai nodi della Vigilanza Rai e della nomina del nuovo giudice della Corte Costituzionale. Di parole, da Veltroni, ne abbiamo sentito troppe. E contraddittorie.
Gianteo Bordero
sabato 11 ottobre 2008
ULTIMA FERMATA: LA PIAZZA
La piazza, un tempo orgoglio e vanto della sinistra, che in essa riscopriva e ritrovava il senso della militanza rossa e della comune fede ideologica, rischia oggi di diventare l'ultima fermata per gli eredi del Partito Comunista italiano. La benzina nel motore della sinistra è in rapido esaurimento, e non è detto che tutte le colpe siano da imputare all'autista di oggi: la verità è che è cambiato qualcosa nel paese. O, meglio, è cambiato il paese. Si è squagliato come neve al sole il cosiddetto «monopolio culturale», cioè la diffusa tendenza a considerare un'idea giusta e ragionevole per il solo fatto di essere stata pensata dall'intellighenzia gauchista. Le idee della sinistra si sono cristallizzate in dottrina, sono divenute simili ai fossili: è rimasta la forma, è scomparsa la sostanza. Così, inevitabilmente, la sinistra è stata abbandonata dal popolo, perché, invece che nutrire il popolo con parole vive, gli ha dato in pasto solo pietanze rancide e ammuffite. E il popolo ha detto «basta».
Lo si vede oggi, clamorosamente, nella scuola, dove l'avamposto della sinistra nelle associazioni studentesche - ciò che resta del Sessantotto - non riesce a fermare l'onda riformatrice di Mariastella Gelmini, e l'unica cosa che può fare è ripetere e urlare in piazza slogan che altri hanno pensato, altri hanno detto, altri hanno scritto: «Ministro della Distruzione», «Scuola come prigione», «Ritorno al passato». Invece non si rendono conto che ormai ad essere fermi al «bel tempo che fu» sono loro, che esiste una maggioranza silenziosa di studenti e famiglie che ne ha le scatole piene dell'ineducazione elevata a sistema, del bullismo impunito e tollerato, dello scempio del sapere perpetrato per lustri nella scuola dalla sinistra e dal suo sindacato. La scuola della Gelmini guarda avanti perché merito, responsabilità, serietà sono le migliori garanzie per il futuro, per un'istruzione degna di tal nome, infine per una società migliore. La scuola della sinistra, invece, è ferma all'ignoranza e ai privilegi che hanno prodotto soltanto macerie.
Altro giorno, altra piazza. 25 ottobre. E' la data dell'adunata del Partito Democratico al grido di «Salviamo l'Italia». Uno titolo che è tutto un programma. Si evocano pericoli e minacce (alla democrazia, ai lavoratori, ai redditi degli italiani) per cercare di surriscaldare la temperatura, riunire il maggior numero di persone possibile e mostrare così che un'opposizione degna di tal nome ancora esiste - ecco il vero obiettivo della manifestazione. Ma qui la partita si gioca veramente sul ciglio del burrone, perché la stragrande maggioranza dei cittadini, di là dal loro schieramento politico, vede un governo che governa, che decide, che risolve i problemi, che mantiene i nervi saldi di fronte alla crisi finanziaria e al crollo delle borse (ricevendo pure il plauso di D'Alema), che va a mettere le mani in mali atavici come l'inefficienza della Pubblica Amministrazione e, come detto poc'anzi, lo sfascio della scuola. E così la presunta minaccia da cui occorrerebbe salvare l'Italia è invece percepita da tanti cittadini come una benedizione e, dai meno entusiasti, comunque come una medicina necessaria - anche l'elettore di sinistra, pensando agli ultimi disastri di Prodi, riconosce che, in fin dei conti, Berlusconi è il male minore. Risultato: la fiducia nei confronti del governo si attesta su cifre record (60%) e i partiti della maggioranza che lo sostiene vanno a gonfie vele (Pdl al 41%, Lega Nord al 9%), mentre il Partito Democratico è al 28% (alle elezioni di aprile aveva ottenuto il 33%).
In queste condizioni, si capisce che veramente il ricorso alla piazza è il richiamo dell'ultima spiaggia, la scelta di chi non sa più che pesci pigliare e dove sbattere la testa. Un tempo la piazza era la bombola d'ossigeno in grado di rianimare una militanza spenta ma pur sempre orgogliosa di sé. Era la riserva aurea della sinistra, il forziere da cui attingere nei momenti più duri e difficili, quando occorreva una prova di forza assieme al popolo. Oggi, finita l'egemonia nel paese oltre che nei Palazzi del potere, gli eredi del Pci potrebbero scoprire che anche quella cassaforte è ormai vuota.
Gianteo Bordero
mercoledì 8 ottobre 2008
UN'ALTRA OPPOSIZIONE
Invece, che cosa ci troviamo di fronte quando osserviamo il Partito Democratico? Oltre che ad assistere ad una lotta belluina e senza esclusione di colpi tra correnti, correntine e sottocorrenti, vediamo il segretario Walter Veltroni impegnato a fare a gara con Antonio Di Pietro a chi, ogni giorno, la spara più grossa contro il governo, a chi è più anti-berlusconiano, a chi merita la medaglia al valor civile per la resistenza al nuovo tiranno. Insomma: di politica nemmeno l'ombra. Il sistema-paese vive queste settimane con il fiato sospeso e il leader del maggior partito d'opposizione che fa? Gioca irresponsabilmente al «tanto peggio, tanto meglio», convinto di riuscire con ciò a riempire la piazza in occasione della manifestazione nazionale del Pd del 25 ottobre, ponendo un argine alla crisi di consenso che perdura dallo scorso aprile.
venerdì 3 ottobre 2008
LO SMEMORATO
La deriva antiberlusconiana di Walter Veltroni non conosce tregua. Non passa giorno, ormai, che il segretario del Partito Democratico non si affacci sul davanzale mediatico per cannoneggiare contro il presidente del Consiglio, accusato dall'ex sindaco di Roma delle peggiori nefandezze possibili. La manifestazione nazionale del Pd del 25 ottobre si avvicina, e in Veltroni la tensione sale, insieme alla paura di vedere la piazza semideserta e, conseguentemente, di osservare ciò che resta della sua leadership andare definitivamente in fumo. Gli avvoltoi e le iene che si aggirano attorno alla moribonda segreteria veltroniana, del resto, non aspettano altro. Così Walter, nervosamente, cerca di parare i colpi che provengono da dentro e da fuori il partito e di respingere le critiche riguardanti la sua capacità di fare opposizione al governo di centrodestra. Come? Mostrandosi più dipietrista di Di Pietro (che, dal canto suo, sfotte il segretario del Pd definendolo «l'oppositore del giorno dopo») e gettando a mare tutte le buone intenzioni di «dialogo» con cui si era presentato sulla scena al Lingotto di Torino appena quindici mesi fa.
Così facendo, però, più che apparire come il leader autorevole dell'opposizione, Veltroni rischia di sembrare soltanto il capo degli smemorati. Il cambio di rotta intrapreso dall'ex sindaco di Roma in questi ultimi mesi nei confronti di Berlusconi e del centrodestra, infatti, è di tale portata da poter essere spiegato soltanto con un grande esercizio di rimozione del passato. Si potrebbero riempire pagine e pagine con discorsi, dichiarazioni, prese di posizione del Veltroni «nuova stagione», quello dell'autunno 2007-inverno 2008, diametralmente opposte alle parole del Veltroni dell'estate-autunno 2008, il Veltroni di queste ultime settimane e di questi ultimi giorni, quello della guerra totale al Cavaliere, tornato ad essere il nemico da abbattere dopo essere stato, per breve tempo, l'avversario con cui civilmente e lealmente, «serenamente e pacatamente», dialogare e confrontarsi sulle riforme istituzionali e costituzionali.
E proprio in tema di riforme la smemoratezza del segretario del Partito Democratico raggiunge oggi il suo culmine, dopo le dichiarazioni di Berlusconi da Napoli riguardo alla necessità, stanti gli scarsi poteri di cui gode il presidente del Consiglio nell'ordinamento italiano, di ricorrere con frequenza ai decreti legge per porre in essere «interventi decisivi e immediati». Sùbito dal Pd è piovuta una gragnola di critiche nei confronti del premier, accusato ancora una volta, dopo l'intervista rilasciata da Veltroni al Corriere della Sera di domenica, di tendenze autoritarie e «putiniane» e di disprezzo nei confronti del parlamento. Peccato che il tema dei pochi poteri che la Costituzione assegna al presidente del Consiglio sia stato riconosciuto come problema non soltanto dall'aspirante zar Berlusconi, ma anche dallo stesso Veltroni. Il quale, in un articolo apparso sul Corriere il 24 luglio 2007, intitolato «Dieci riforme per sbloccare l'Italia», dopo aver parlato della necessità di addivenire ad una semplificazione dell'organizzazione del parlamento «superando il bicameralismo perfetto», scriveva: «Occorre rafforzare decisamente la figura del presidente del Consiglio, sul modello tipicamente europeo del governo del primo ministro, in modo da garantire unitarietà e coerenza all'azione di governo e coesione alla maggioranza parlamentare». A dichiarare queste cose è stato lo stesso Walter Veltroni che oggi accusa Silvio Berlusconi, il quale ha mostrato in più occasioni di condividerle, di voler mettere in piedi un regime e di voler fare a meno dell'opera delle Camere.
Come dicevamo, siamo veramente all'acme della smemoratezza e della rimozione del passato. E a poco vale, da parte del Pd, citare a supporto delle sue preoccupazioni «democratiche» quanto giustamente affermato stamane dal presidente della Camera Fini, ossia che, se vi dovesse essere un abuso del ricorso ai decreti legge governativi, Montecitorio «farà sentire la propria voce». Quelle di Fini sono parole di buon senso da parte di una istituzione della Repubblica, mentre quelle di Veltroni e dei dirigenti del Partito Democratico appaiono invece come le pretestuose parole della disperazione, le parole di chi si appiglia a qualsiasi fatto o dichiarazione per recuperare una credibilità che, di giorno in giorno, sembra sempre più perduta e compromessa. Se il segretario del Pd pensa che la ricetta per riconquistare consensi sia la rimozione del passato miscelata con il ritorno all'antiberlusconiano viscerale inseguendo Di Pietro, è prevedibile che le iene e gli avvoltoi di cui parlavamo in precedenza non avranno ancora molto da attendere per soddisfare i loro appetiti.
Gianteo Bordero
martedì 30 settembre 2008
WALTER SENZA POLITICA
Un tempo, a guidare il glorioso Partito Comunista Italiano, c'era il «Migliore», al secolo Palmiro Togliatti. Passano gli anni, passano i decenni. Cade il Muro. Il Pci cambia nome: prima Pds, poi Ds. E finalmente Pd, Partito Democratico. Niente più comunismo. Niente più sinistra. E niente più «Migliore». Oggi è il tempo del suo contrario. La parabola incominciata con Togliatti ha ora il suo epilogo in Veltroni. Dal «Migliore» al «Peggiore», il più mediocre capo che la storia comunista e post-comunista in Italia abbia mai avuto. Una carriera costellata da sconfitte e fallimenti politici, a partire dalla guida della segreteria diessina che portò il partito ai minimi storici (16,6%) nelle elezioni del 2001, per finire con la débacle del 13 e 14 aprile scorsi. In mezzo, i lunghi anni alla guida della Capitale, gli anni del nuovo mito romano e delle Notti Bianche, del modello Roma come migliore dei mondi possibili. Finito nella polvere anche quello, con il Comune in deficit per svariati miliardi di euro e la vittoria di Gianni Alemanno alle ultime amministrative.
Con questo curriculum, rimane un mistero il perché sia stato scelto uno come Veltroni a guidare il Partito Democratico. Forse, essendo egli l'uomo dell'affabulazione immaginifica, è sembrato il più adatto a creare un nuovo racconto per la sinistra italiana rimasta orfana delle grandi narrazioni ideologico-politiche, da ultimo quella del prodismo - il sogno della grande alleanza tra tutti i partiti della Costituzione e della Resistenza, secondo l'insegnamento di don Giuseppe Dossetti. Quello che Veltroni mette in scena al Lingotto di Torino nel giugno del 2007, dopo essere stato invocato come il salvatore della patria dalla «grande stampa» nazionale, è un sublime esercizio oratorio ma privo di sostanza, un bel romanzo suggestivo ma senza realtà. La nuova stagione, la discontinuità con il passato, un clima diverso tra gli schieramenti politici, un riformismo coraggioso, l'abbandono dell'antiberlusconismo. Parole, parole, parole. Castelli di sabbia pronti a crollare al primo impatto con l'onda del reale.
Lo si vede oggi, con il governo Berlusconi ancora in piena luna di miele con gli italiani, forte dei successi già conseguiti in appena quattro mesi di attività, e un Partito Democratico non soltanto in calo nei sondaggi rispetto al già deludente risultato del 13 e 14 aprile, ma anche in perenne stato confusionale riguardo alla sua stessa identità e alla sua strategia di opposizione al centrodestra. E con un segretario, Veltroni, che sembra aver perso ogni solido contatto con lo stato delle cose. Al punto da rimangiarsi come se niente fosse tutto ciò che aveva spregiudicatamente usato per presentarsi come il «nuovo che avanza» alla guida del Pd e che oggi è uno sbiadito ricordo del passato.
Chi sia Veltroni appare ora in tutta la sua evidenza: un erede qualsiasi della vecchia scuola di «doppiezza» comunista. Senza neppure il talento politico di alcuni suoi predecessori. Lo si poteva già capire prima delle ultime elezioni, quando egli, dopo aver invocato la fine della stagione della demonizzazione dell'avversario e dopo aver messo al bando le coalizioni tenute insieme soltanto dall'odio per il nemico, stipulò l'alleanza con Antonio Di Pietro, che di quella stagione e di quel tipo di coalizioni era il simbolo perfetto. Ancora, lo si poteva già capire quando, invece che imboccare senza indugi e concretamente la via dell'auspicato «dialogo» sulle riforme istituzionali e costituzionali, dopo diversi tentennamenti preferì ritornare allo scontro frontale e alle petizioni per «salvare l'Italia» dal centrodestra e da Berlusconi.
Non devono dunque stupire le ultime uscite veltroniane, da quella sul suo presunto ruolo decisivo nella soluzione della crisi Alitalia a quella sul pericolo di una deriva autoritaria e «putiniana» nel nostro paese con il Cavaliere al governo. Veltroni, come ha sempre fatto nel corso della sua carriera politica, fiuta l'aria del momento e ad essa adegua le sue posizioni, come fece all'indomani dell'omicidio di Giovanna Reggiani, quando, ancora sindaco di Roma, dopo aver per anni lasciato che i campi nomadi crescessero indisturbati nella Capitale, usò nei confronti dei Rom parole che gli valsero l'epiteto di «razzista» persino da parte di importanti autorità romene.
Veltroni non ha una politica e il veltronismo non è un pensiero politico. Come ha scritto Francesco Natale su queste pagine, il segretario del Partito Democratico «è soltanto un ottimo manager di se stesso e della propria immagine. E' una piccola holding che come oggetto sociale ha la promozione mediatica del proprio ruolo, indipendentemente dai rovesci elettorali, dei quali si fa un baffo. Per Veltroni la Politica, quella con la P maiuscola, quella fatta da e con le idee, non ha nemmeno più valenza hobbystica». Così, mentre la classe politica e di governo è alle prese con la vertenza Alitalia, egli può tranquillamente starsene negli Stati Uniti a presentare libri e presenziare a banchetti: ciò che conta, alla fine, è che il logo, il marchio «Veltroni», sia sempre sulla cresta dell'onda, e se non va bene in politica allora si rimedia con la letteratura e i vernissage. Nel caso peggiore, con l'Africa tanto amata.
Questo nullismo politico del segretario del Pd può certo garantire un lungo governo all'alleanza Pdl-Lega, ma pone un serio problema sia alla sinistra che al sistema politico nel suo complesso: la definizione di che cosa sia, oggi, l'opposizione al centrodestra, e se sia possibile una politica diversa da quella del dipietrismo, del grillismo e del girotondismo.
Gianteo Bordero

